Su quale nuvola vivevamo?
Avevo iniziato a scrivere prima del lockdown, esplorando i benefici della solitudine in montagna. E poi la macchina si è fermata. La stazione è diventata silenziosa con la chiusura degli impianti di risalita. La natura sta rivendicando i suoi diritti. La purezza delle forme bianche cede il passo alla pacificazione di un paesaggio blu scuro. Scrivo di nuovo, chiuso tra quattro mura, in piena prigionia. Il cielo è caduto sulle nostre teste in questo resort fantomatico. È una stagione senza tempo che incombe.
Il nostro paradiso bianco si sta sciogliendo in un’epidemia di oscurità. Devo ammettere che l’isolamento ha assunto un’altra dimensione, non è più l’idillio che avevo cominciato a descrivere. Avevo pensato che questo periodo mi avrebbe dato ispirazione. Al suo posto, di fronte a me, c’è un grande vuoto. Una pagina, bianca come la neve, e le mie idee che rimbalzano contro i muri. Il mio spirito è atrofizzato e il mio distacco dal mondo esterno ostacola tutta la creatività che nutre il mio interno. Ho bisogno di ossigeno per creare. Il mio cervello è schiacciato dalle notizie quotidiane sull’effetto distruttivo di questo virus. Ho l’impressione che sia un brutto film, eppure è la realtà. Volendo fare una nota caustica, questa crisi causerà senza dubbio meno vittime dell’inquinamento mondiale, quello di quando la nostra società funziona normalmente.
GIORNO 5 — Ahi, ahi, ahi, ahi. Lo schiaffo. Il mese di marzo è freddo. Le carte meteo annunciano che nevicherà! Per quanto possa sembrare sorprendente, e per la prima volta in vita mia, mi sento frustrato. Isolato da tutto, in un edificio austero in stile Shining, osservo il ritorno dei fiocchi di neve di cui non scieremo i colori. Questa esperienza di isolamento è un vero e proprio interrogativo introspettivo sulla mia capacità di sopportare sia la mia ragazza che me stesso. Ma finora tutto bene...
GIORNO 7 — Ogni giorno faccio la stessa cosa. Apro le tende al risveglio e sospiro. Mi piace ammirare questo grande candore nelle prime ore, è la mia libertà che mi fa l’occhiolino. Ne sono privato. Batto la fronte contro il vetro e dialogo con l’altra metà che non sa più cosa fare di me. Devo scambiare metri di dislivello con metri quadrati. La mia testa è calda ma non è febbre. I miei Atris sono arrivati una settimana fa, il giorno della chiusura di La Plagne, ma non c’è la stregoneria del corvo nero. Li guarderò sotto il cellophane e da sotto la trapunta li sognerò fino al prossimo inverno. No, le montagne non si sono mosse, ma il sipario del teatro è caduto sul mondo.
GIORNO MENO 10 — Dieci giorni prima del confino, alla vigilia di questa crisi senza precedenti, avevo approfittato dei nostri spazi aperti, quelli che offrono serenità e contemplazione. L’avevo fatto, senza saperlo, durante la mia ultima giornata sugli sci. «La salita mi ha fatto sentire bene, a ogni passo la neve si rompeva con quel suono muto. Sono in cima da solo, respiro fino in fondo e vivo il momento. Il crepuscolo si avvicina dolcemente e a poco a poco la sua sfumatura blu. La valle diventa cupa e sulle cime ci sono gli ultimi giochi di ombre. Le montagne si addormentano, conservando i loro segreti fino al giorno seguente. Ho scelto di salire per scappare. La luna mi aiuterà a scendere. Non saprei cosa farmene di una frontale che oscura la luce naturale». Il cuore è nostalgico, continuo a rimuginare sulle mie prime tracce nei couloir, i ricordi dei drittoni… Che fortuna vivere in quota, su quale nuvola vivevamo per non accorgercene? In quale bolla eravamo chiusi? Poi, all’improvviso, ci è scoppiata in faccia!
GIORNO 10 — La prospettiva di non sapere cosa accadrà domani non è mai stata così reale come oggi. È difficile perdere la strada, chiusi nel proprio salotto. Eppure sto perdendo l’orientamento, girando in tondo. Di solito i nostri resort sono parchi di divertimento, con la felicità di tutti quei momenti passati a scivolare, a riunirsi, a bere e a baciarsi... E poi, nessuno. Ma all’orizzonte il pianeta respira ancora come prima e mostra una luce incredibile.
GIORNO 13 — È il mio giorno fortunato, sono finalmente interessato a questa fottuta regola sull’esercizio fisico ai tempi del lockdown e mi rendo conto che il perimetro autorizzato è di un chilometro. È più grande e più interessante di quanto pensassi. Gli sci sugli scarponi assumono quindi una dimensione completamente nuova. Stamattina mi sono anche un po’ spaventato. Ho urlato di gioia alla curva a destra. Ho fatto il giro della mia nuova vita e sono risalito a piedi come un escursionista senza fiato che non cammina da due settimane, ascoltando i corvi beffardi che fischiano. Penso che questo cerchio deve essere molto meno collinoso e molto più cementificato altrove e sono felice. Tutto il mio approccio fotografico rimane nell’inquadratura. Volevo vedere cosa potevo ottenere da questo spazio senza barare. Questo è il mio nuovo terreno di avventura, la mia nuova frontiera da non attraversare, altrimenti sono 135 proiettili.
GIORNO 14 — Il mio modo di guardare alla montagna è cambiato. Non ho più fretta di partire alle 9 in punto per prendere la prima cabina e scivolare a capofitto verso le solite linee. È l’elogio della lentezza. Mi sorprende scoprire itinerari su queste vette che credevo di conoscere. Passo ore su Fatmap, perché la tecnologia è molto presente nella mia vita quotidiana da sequestrato. È uno degli ultimi legami con il mondo esterno, per quanto noioso possa sembrare. Potrebbe essere un couloir che non avevo visto, un altro modo per avvicinarsi all’uscita... Comunque la mia mente sta già scivolando verso il prossimo inverno. E quando il mio cervello inizia a bollire, vado a vedere il tramonto. Ho il mio permesso di muovermi e una libertà effimera, quanto è bello?
GIORNO 15 — La musica ha sempre avuto un posto importante nella mia vita di sciatore. In questo momento l’amplificatore dei bassi Marshall sta suonando a tutto volume nel mio appartamento. A volte mi dispiace per i miei vicini, a volte non mi importa, la mia attività cerebrale è elettrizzante. Guardare le immagini di sci galvanizza il corpo immobile e stimola l’immaginazione. Tra due articoli complottautistici e alcune teorie sulla fine del mondo, riesco a trovare la strada sulle pagine giuste e poi mi butto sui film cult del freeskiing, da Apocalypse Snow a Session 1242 e tutti gli X Games real ski edit. La libertà di sciare con la mente è molto importante in un cervello intricato come il mio.
ALL’INFINITO E OLTRE Abbiamo sempre avuto l’impressione di dominare il mondo, eccoci ora molto meno potenti e molto più insignificanti. Raymond Depardon ha descritto l’elogio del vagabondaggio, nel senso che il tempo e il vuoto possono farci perdere la testa, a patto che accettiamo di farne parte. Ignorare il passato e il futuro e lasciarsi andare all’osservazione del proprio ambiente. Lasciarsi andare. Sicuramente c’è una ricetta per la noia. Non combattere contro il tempo ci aiuterà a girare l’orologio più velocemente, a risolvere il puzzle del vuoto, a trovare i pezzi mancanti di questa umanità che sta girando fuori controllo. E poi, quando avremo bisogno di tornare al ritmo della vita, avremo le chiavi per aprire nuove linee.
QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132

Giù al nord
Una piacevole brezza ci accarezza la pelle, una delle tante stranezze di inverni sempre più atipici in Appennino. L’Appennino centrale è caratterizzato da condizioni meteo variabili, ma il climate change ha reso tutto ciò ancora più imprevedibile. Tornare sulla catena dei Monti della Laga, Colle del Vento e Monte di Mezzo è un po’ come andare oltre la distruzione del sisma del 2016. Attraversare Amatrice, con il campanile della sua chiesa, unica struttura rimasta in piedi, e gli altri paesi quasi del tutto rasi al suolo per raggiungere Campotosto, da dove iniziano le salite, è come allontanare il passato e riconnettersi al futuro che verrà.
Le salite con le pelli verso le vette, quasi tutte a Est della catena della Laga, attraversano bellissime faggete che sembrano avere lo stesso pattern per quanto sono regolari e simmetriche. Fuori dal bosco si continua a fare traccia risalendo pendii ondulati e dolci su una neve ancora fredda, condizioni insolite per questo posto, dove solitamente le creste sono battute dal vento e la neve è icy e insidiosa.
Raggiunto Colle del Vento si gode di una fantastica vista sul Mare Adriatico a Est, Gran Sasso a Sud-Est e Lago di Campotosto a Ovest. Il paesaggio richiama scenari tipicamente nordici, il contrasto tra le alte vette, le dolci colline coperte di neve, il lago di Campotosto e la luce bassa all’orizzonte è fantastico. L’assenza del solito fastidioso vento, da cui il toponimo, ci dà modo di godere ancora per un istante del paesaggio. A Nord le vette si susseguono tra un vado – il più noto il Vado di Annibale – e l’altro. Monte Gorzano, Pizzo di Moscio, Macera della Morte, Pizzo di Sevo e più a Nord i Monti Sibillini.
È tempo di andare: la discesa nella powder, nel canale Sud-Est con vista Gran Sasso e sui pendii dolci e poi nella larga faggeta fino ad arrivare al lago dà un gran gusto. Ogni volta che torno in Appennino vengo su queste montagne, ma condizioni di neve così non le avevo mai trovate. Un’altra stranezza degli inverni appenninici. Arrivati al lago ci fermiamo ad ammirare le ultimi luci del tramonto sul Gran Sasso e Monte Corvo, torneremo presto!
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Powder to the people
Facciamo un gioco di parole per gli auguri del 2021. Powder to the people. Eh sì, questo terribile 2020 – come effetto collaterale rispetto a lutti e disagi, sia chiaro – si è portato via anche una delle riviste simbolo di un modo di interpretare la montagna e lo sci, la statunitense Powder. Anche per uscire di scena ci vuole stile. E l’ultimo numero di Powder, in distribuzione dallo scorso 20 novembre, è come una linea inaspettata e da fuoriclasse disegnata da Doug Coombs nella powder dell’Alaska. Powder 40.2 esce con una copertina che è la celebrazione moderna della prima cover, del 1972: uno sciatore che volteggia in aria, sullo sfondo della luna. Virata in bianco e nero, con lo stesso logo e lo stesso strillo annual portfolio of the other ski experience. L’alfa e l’omega, quella forza rivoluzionaria dell’uscita 1 del volume 1 celebrata con uno scatto di Nic Alegre che aggiorna lo stile sciistico e cita alla perfezione la foto originaria, con il dettaglio da intenditori della luna duplicata più piccola nell’angolino in alto a sinistra.
Su Skialper 133 di dicembre-gennaio abbiamo voluto dare il nostro tributo a un media che era diventato barometro culturale del mondo della neve con un’intervista all’ultimo capo redattore, Sierra Shafer, e pubblicando alcune delle copertine più originali.
«Nei nostri 49 anni come The Skier's Magazine, abbiamo cercato di essere una rappresentazione onesta dello sci in neve fresca. A volte abbiamo mancato il bersaglio, ma nel nostro sforzo di trovare e raccontare le storie più essenziali dello sci, avere una voce autentica - da parte degli sciatori e per gli sciatori - è stato l’obiettivo» ha detto Shafer. «Non ci sarà mai più un altro Powder Magazine. Però, se vinceremo la nostra battaglia contro il cambiamento climatico e il coronavirus, ci sarà sempre lo sci. Finché ci saranno sciatori, ci saranno storie da raccontare - chi siamo, come lo facciamo, perché lo facciamo -. Nell'industria dello sci si comincia a vedere la luce in termini di inclusione di storie su sciatori provenienti da contesti più diversi. Non possiamo smettere di farlo; c'è ancora tanto lavoro per rendere lo sci un luogo sicuro e inclusivo non solo per sciatori bianchi, ricchi ed eterosessuali. Ecco perché perdere qualsiasi piattaforma, non solo Powder, sarebbe devastante per l'industria dello sci e per la nostra comunità». Chiudiamo l’anno con questo augurio, che lo sci «diventi un luogo sicuro e inclusivo non solo per sciatori bianchi, ricchi ed eterosessuali».
Noi di Skialper ci siamo e andremo avanti per la nostra strada, cercando di andare oltre l’apparenza delle cose, cercando le storie e l'autenticità. E contiamo anche sul vostro sostegno. Buon 2021 e, visto che là fuori la neve non manca, powder to the people!

Sciare al tempo del Covid-19
Limitazioni, distanziamento, paure. Lockdown permettendo, potrebbe essere l’inverno dello scialpinismo. Sarà davvero così? Ne parliamo diffusamente su Skialper 133 di dicembre-gennaio in un dossier di 60 di pagine, partendo dalla situazione generale, dai dati economici, per poi analizzare le prospettive con i professionisti, le Guide alpine, e i negozianti. E per affrontare le tematiche della sicurezza e i consigli per iniziare, dalla tecnica (con i suggerimenti di Alberto Casaro), all’abbigliamento e all’attrezzatura, che trattiamo anche nelle pagine dedicate al must have dove abbiamo divido sci e scarponi per tipologia di newcomer. Oltre 40 attrezzi perfetti per chi sa già sciare, anche bene, e vuole provare a mettere il naso fuori dalle piste. In mezzo a tanta incertezza, l’unico dato certo è che lo scialpinismo era già uno sport con numeri in crescita prima della pandemia e l’inverno diverso che stiamo vivendo ha dato un’ulteriore spinta. Prima dei lockdown autunnali è stata una corsa all’acquisto di sci e scarponi, che si è poi fermata ma ora è difficile trovare attrezzatura da skialp perché spesso è andata esaurita. Però regna l’incertezza sul futuro, anche quello prossimo. Così le Guide alpine si sono organizzate e hanno adattato i loro programmi, per esempio trasformando in streaming le lezioni teoriche in presenza e promuovendo i corsi con quattro-cinque uscite per iniziare, proposti a poche centinaia di euro. L’importante è adattare la propria tecnica alla neve polverosa o rovinata ma non battuta e magari individuale set-up che possa funzionare sia dentro che fuori. «Al netto di tutto, e soprattutto di ragionamenti oggi impossibili da fare, resta allora una sensazione - scrive Veronica Balocco nell’introduzione - Qualcosa comunque cambierà. Tanti o pochi che siano, un po’ per la paura della malattia, un po’ sulla scia di tendenze già in atto, un po’ invogliati dalle restrizioni, i migranti esisteranno. E la loro transizione alle discipline più free, meno socialmente invasive, farà la differenza di un’intera stagione. Soprattutto in termini di approccio, sicurezza, formazione e preparazione. Le voci dall’interno, quelle che seguono la filiera intera, dall’acquisto alla pratica, confermano che sarà così».

Onde
«Chi lo fa per amore, chi per desiderio, chi per narcisismo, chi per sentirsi giovane. Io lo faccio per noia, solo fottutissima noia. La ragione è che non ne posso più di scendere le autostrade di neve. Un giorno dalla seggiovia guardo i puntini che disegnano la stessa traccia con gli stessi sci e lo stesso lasciapassare sullo stesso identico monotono piatto insulso tappeto di neve da cannone e trabocco di noia. «Sono così anch’io?», mi chiedo fissando gli scarponi di plastica lattescente, e piuttosto di fare il puntino torno indietro con la seggiovia. Fuori pista non posso andare perché ci sono i sassi: i puntini sciano sulla striscia di carta igienica. Non so niente del surf da neve. Neanche il nome, infatti non si chiama così».
Comincia proprio così il bel racconto intitolato Onde e scritto da Enrico Camanni che pubblichiamo su Skialper 133 di dicembre-gennaio. Onde è un estratto del più lungo racconto che potete trovare sul numero di AA Arcipelago Altitudini, il nuovo prodotto editoriale della nostra casa editrice. Una narrazione perfettamente in tema con il numero di dicembre-gennaio di Skialper perché parla di un inizio. Di uscire dalle piste per provare qualcosa di nuovo, lo snowboard. Come tanti stanno uscendo dalle piste per provare lo skialp o per salire e scendere con le splitboard. «Navigare i mari di neve fresca, invece che grattugiare le piste. Farsi attrarre dalla filosofia dello snowboard e decidere di sperimentare il nuovo linguaggio. Per caso, come succede per le cose importanti della vita. Basta non dire di no» scrive Enrico Camanni. Come non essere d’accordo, a maggior ragione in questo particolare momento?
Solving for Z: il nuovo cortometraggio TGR/Patagonia
È un sottile gioco tra prevenzione e rischio. Andare in montagna in inverno comporta studio, allenamento, esperienza. Ed è quello che fa da una vita la Guida alpina Zahan Billimoria, protagonista di Solving for Z, a calculus of risk il nuovo cortometraggio di Teton Gravity Research presentato da Patagonia (in lingua inglese).
Zahan, che vive in Whyoming, nonostante la meticolosità e il continuo aggiornamento, nel 2015 rimane coinvolto in un incidente da valanga con alcune vittime e quell’episodio condiziona la sua vita e il suo modo di andare in montagna negli anni successivi. Il film si apre proprio con una valanga filmata con una action camera e lo schermo che diventa improvvisamente bianco, inghiottito dalla neve perché, durante le riprese, nella scorsa primavera, Zahan si è trovato lui stesso (per fortuna con conseguenze limitate) coinvolto in un incidente. La presenza dei sottotitoli, sempre in inglese, aiuta la comprensione.
Valanghe: quanto è pericolosa la nostra mente?
Muoversi su terreno innevato in sicurezza non è solo legato a capacità tecniche connesse allo sci, a prestazioni cardio, dislivelli, tracce in neve fresca. La conoscenza che richiede la riduzione del rischio è argomento complesso, dibattuto e con una serie di molteplici sfaccettature che non esonera neanche i più navigati scialpinisti dal dover prestare una continua attenzione verso l’elemento neve e il terreno montano innevato. Soprattutto a ogni inizio stagione capita che l’entusiasmo per le imminenti sciate smorzi la percezione degli effettivi rischi di queste attività. Capita a neofiti, ma anche agli esperti. E più spesso di quanto si è portati a pensare. «Senza quasi accorgersene, capita di gestire alcune situazioni tipiche dello skialp e dello sci lontano dalle piste battute secondo procedimenti euristici, cioè attraverso metodi di approccio alla soluzione dei problemi che non seguono un percorso rigoroso ma, piuttosto, affidandoci all'intuito e allo stato temporaneo delle circostanze. Così facendo, siamo portati a prevedere un risultato che tuttavia resta da convalidare. Ovvero la certezza di essere al riparo da una situazione di distacco di valanga non ce l’abbiamo, anzi, con questi comportamenti quasi la escludiamo. Incappiamo appunto nelle cosiddette trappole euristiche» scrive Andrea Bormida su Skialper 133 di dicembre-gennaio. Sull’argomento ha scambiato quattro chiacchiere con Daniele Fiorelli, Guida alpina lombarda, che ha recentemente ritenuto che questi argomenti dovessero essere trattati anche nell’ambito della formazione del corso per Aspiranti Guida alpina della Regione Lombardia, di cui è responsabile. «Tocca tutti, dai meno esperti, ai garisti, ai professionisti. Capita che in montagna, specie su itinerari conosciuti, ci si muova con i paraocchi. Sono stato qui due giorni fa, la conosco come le mie tasche, faccio sempre questo fuoripista dopo le nevicate. Sono tutti ragionamenti che ciascuno di noi fa quasi inconsciamente, ma sono pericolosi. L’abitudine ci porta a pensare meno, ad abbassare il livello di attenzione tralasciando tutto un processo decisionale di scelte che invece va sempre affrontato. In montagna devo sempre ricordarmi di pensare» dice Diego Fiorelli.
Un gioco ibrido
Anche un santuario del turismo invernale tradizionale come il Sellaronda può essere vissuto in modo diverso. In una stagione che ci imporrà inevitabilmente delle limitazioni, ci si può muovere con le pelli e fuori dalle piste battute senza rinunciare agli impianti quando serve o al comfort dei rifugi. Uno scialpinismo ibrido, ma pur sempre un primo passo verso l'esplorazione per chi viene da una vita di sci all’interno dei comprensori. È l'approccio backcountry degli americani, che il giornalista Porter Fox e il fotografo David Reddick hanno applicato alle nostre Dolomiti. Ne parliamo in un ampio reportage su Skialper 133 di dicembre-gennaio.

Un giro che ha il Sellaronda come riferimento, ma con molta libertà di uscire dal circuito alla ricerca della polvere. Un giro in compagnia di due sciatrici top come Giulia Monego e Christina Lustenberger. I quattro sono partiti da Armentarola, in Alta Badia, per proseguire verso Corvara e inserirsi nel carosello del Sellaronda in senso orario, fino ad Arabba e Passo Pordoi. Da qui hanno abbandonato il circuito per proseguire in Val di Fassa, salendo con gli impianti di Alba sulle piste dal versante opposto, alla Baita Cuz, che si affaccia sulla bellissima Val San Nicolò. La tappa successiva ha visto una sciata sulla Marmolada e poi via verso Passo Giau e l’ultimo giorno rientro all’Armentarola via Lagazuoi. «Non ci sono tanti altri posti al
mondo che offrono un terreno così vario e interessante, così facilmente raggiungibile con strade o impianti come le Dolomiti - dice Giulia Monego - Ovviamente la bellezza dei posti porta anche a un più alto livello di frequentazione, ma basta scegliere bene i periodi e gli itinerari, in realtà appena si mettono le pelli ci si allontana dalla massa, che continua a rimanere in prevalenza nelle piste battute». Speriamo di potere tornare presto sulle Dolomiti. Intanto, per sognare, c’è Skialper 133 di dicembre-gennaio.

In Colorado nasce la località sciistica senza impianti
L’idea è semplice da immaginare quanto complicata da mettere in pratica: la prima località sciistica human powered o, come preferisce definirla Erik Lambert, co-fondatore di Bluebird Backountry con Jeff Woodward, «a backcountry light ski area», un comprensorio sciistico per avvicinarsi allo scialpinismo. La buona notizia è che Bluebird Backountry, il comprensorio sciistico senza impianti, aprirà alla viglia di Natale. Quella cattiva è che si trova in Colorado… Poco meno di 400 metri di dislivello, cinque chilometri quadrati, il 15 per cento di discese verdi, il 35 per cento di blu, il 40 per cento di nere e il 10 percento di double black diamond (che nelle località sciistiche americane sono paragonabili alle nostre nere, visto che nella classificazione manca il colore rosso). L’unica differenza rispetto a un tradizionale ski resort è che non ci sono seggiovie o telecabine, ma sette tracce di salita con le pelli ai piedi. E che il terreno è completamente naturale, nessun albero è stato abbattuto per fare spazio alle discese. Per il resto è tutto molto simile: un parcheggio, dove dal giovedì alla domenica è consentito dormire sul proprio van, un base lodge ospitato in una calda tensostruttura, il noleggio dell’attrezzatura, il posto di primo soccorso, i bagni (chimici), un food truck e dei barbecue all’aperto. Non manca una mid mountain warming hut, una specie di baita con bagni chimici, barbecue, posto di primo soccorso e ski patrol lungo le discese. Oltre all’area inbound, messa in sicurezza, ci sono altri 12 chilometri quadrati ai quali si può accedere solo accompagnati da una Guida. Ne parliamo su Skialper 133 di dicembre-gennaio.

Garmin Beat Yesterday, svelati i vincitori
Sei sogni e altrettanti traguardi da raggiungere. Storie e obiettivi diversi, ma accomunati da un unico spirito. I vincitori dell’edizione 2020 dei Beat Yesterday di Garmin Italia sono stati svelati martedì scorso: in un anno particolare dove tutto è stato congelato, il format del Beat Yesterday Award si è adeguato andando a premiare appassionati di sport, outdoor, motociclismo e nautica che per molto tempo hanno cullato un sogno di avventura e che nel 2021 avranno la chance di realizzarlo. Persone comuni in grado di compiere imprese fuori dal proprio ordinario. Garmin fornirà loro strumentazione e know-how specifico grazie al supporto di tutor come Simone Moro, Davide Cassani, Daniel Fontana, Alessandro Botturi e Giovanni Soldini.
I sei progetti vincitori dei Garmin Beat Yesterday Awards 2020
Alessio Alfier: nuoto, bici e scalata superano ogni ostacolo
I lettori di Skialper Alessio lo conoscono, perché, oltre che organizzatore del Vertikal Martin, è uno dei testatori della nostra Outdoor Guide. È uno sportivo a 360 gradi, appassionato di più discipline. La sua grande voglia di mettersi in gioco e buttarsi in una avventura sempre nuova, ad un certo punto della sua vita, incontra però un ostacolo imprevisto: l’asma. Un impedimento per molti, ma non per lui. Una volta imparato a convivere con questo compagno di cordata, ecco il suo sogno: «Sono asmatico, ma non per questo non posso sfidare le profondità e l’alta quota. E lo voglio fare in un modo unico». Originario di Genova Voltri, si sta preparando per riuscire a percorrere 7 km a nuoto, dopo i quali pedalerà ben 300 km in sella ad una bicicletta per raggiungere Pont in Valsavarenche, e affrontare quindi una vera e propria ultima fatica: scalare il Gran Paradiso e arrivare a Cogne, la sua seconda casa.
Ad ‘assistere’ Alessio durante le premiazioni dei Garmin Beat Yesterday Awards 2020 uno che di imprese estreme ne sa qualcosa: Simone Moro, fresco dell’annuncio della sua nuova spedizione invernale sul Manaslu. «Per me sarà il terzo tentativo su questa montagna – dichiara l’alpinista bergamasco – Questo è il mio Beat Yesterday: accettare un fallimento senza identificarlo come la fine, ma come l’inizio di una nuova avventura».
Samuele Meucci, da Firenze a Pejo in bici e a piedi facendo un tuffo nei ricordi
Fiorentino doc di 39 anni, Samuele è amante del trail running sulle lunghe distanze e alle spalle ha due Tor Des Geants completati. È innamorato della Val di Sole, luogo dove, fin da bambino, trascorre le vacanze estive. La passione per la montagna, la corsa a piedi e il ciclismo lo spingerà nel 2021 a dare vita al suo progetto sportivo, totalmente in solitaria: «L'idea è partire da casa e percorrere la Via degli Dei fino a Bologna, per poi montare in sella alla bici che era di mio padre e raggiungere il Lago di Molveno. Da lì proseguirò in direzione di Pejo ancora a piedi, passando dalle Dolomiti del Brenta». Chi ci sarà ad attenderlo all’arrivo? «La mia famiglia e la mia roulotte! I miei genitori, a cui voglio dedicare la riuscita di questo progetto, mi hanno insegnato l’amore del vivere in modo semplice e autentico la montagna, e così voglio continuare a fare». Durante la premiazione, Samuele è stato affiancato da Daniele Piervincenzi, narratore del progetto Garmin Beat Yesterday 2020: «Credo che questa sia la dimensione più pura della passione per lo sport: sogni, fatica ed emozione».
Paolo Cazzaro e un unico obiettivo: il record dell'ora di paraciclismo
Una storia di sport e rinascita: «Mi chiamo Paolo Cazzaro, ho cinquant’anni e da sei anni sono un paratleta». La seconda vita di Paolo è iniziata nel 2004 quando capisce che lo sport, e in particolar modo il ciclismo, è il miglior medicinale che può “assumere” per trovare sollievo ai problemi fisici riportati a seguito del suo gravissimo incidente. Dopo aver raggiunto già importanti riconoscimenti sportivi, un obiettivo davvero ambizioso, che sottolinea la sua grande determinazione: «È un anno che lavoro al superamento del record del mondo su pista categoria Mc4 di paraciclismo. Da tre mesi mi alleno due giorni a settimana al velodromo Rino Marcante di Bassano del Grappa. I dati sono molto buoni, il record lo porteremo a casa!». In occasione dei Garmin Beat Yesterday Awards 2020, Paolo ha avuto la possibilità di chiacchierare a lungo con un allenatore di tutto rispetto: il CT della nazionale italiana di ciclismo Davide Cassani. «Paolo ha tutte le qualità che cerco in ogni atleta: determinazione, concentrazione e anche un tocco di sana ambizione. Sono certo che riuscirà a raggiungere anche questo grande traguardo».
Nicolò Pancini, in moto con il padre intorno al Mar Mediterraneo
«L’amore per il motociclismo mi accompagna da quando ero bambino. Mi è stato tramandato da una delle persone più importanti della mia vita, che stimo molto e che mi ha permesso di scoprire e coltivare grandi passioni: mio padre. Ed è per questo che il mio Beat Yesterday vorrei portarlo a termine con lui!». L’emozione traspare dai suoi 29 anni, ma Nicolò Pancini, della provincia di Savona, ha le idee ben chiare, così come la rotta da seguire per ‘circumnavigare’ il Mediterraneo, tenendosi sempre il mare alla sinistra, partendo dal suo paese di origine, Cairo Montenotte. Lui e il padre viaggeranno in sella a due splendide motociclette BMW R80G/S del 1986. «Non potevano che scegliere mezzi migliori per questo progetto!» ha commentato Alessandro Botturi, vincitore delle ultime due edizioni dell’Africa Eco Race, con cui Nicolò ha avuto modo di confrontarsi per la messa a punto degli ultimi dettagli del suo itinerario.
Erica Fre’: il coraggio di ricostruirsi e riprendere in mano la propria vita
Una donna che non si è mai fatta abbattere dalle sfide. Una mamma che, dopo aver dedicato la propria vita alla sua famiglia, ora vuole raggiungere un traguardo solo per sé stessa. Una maratona corsa in 8 ore è stata il suo re-start: «La prossima estate l'obiettivo è fare da Biella ad Assisi in bici, per poter raccontare alle persone che se anche la vita ci abbatte, se ci sembra di essere costantemente inadeguati, e anche se siamo fisicamente poco preparati, con impegno, fatica, e la giusta guida, i sogni si possono realizzare». Lei è Erica Fre’, un mix perfetto di simpatia, solarità e determinazione: «Un giorno un amico mi ha detto "non importa qual è la tua condizione fisica (Erica era in grave sovrappeso, ndr), l’importante è quanto sono grandi i tuoi sogni!"… e i miei sono parecchio grandi, e ho intenzione di realizzarli!». E uno che di obiettivi da raggiungere ne ha avuti tanti, così come i successi sportivi, è il triatleta Daniel Fontana che ha avuto modo di dare a Erika preziosi suggerimenti su come approcciare nel modo migliore questo suo grande viaggio: «Quando dico che anche noi atleti, in realtà, siamo persone comuni mi riferisco proprio a questo: il modo di vivere di Erica è esattamente quello che spinge me a cercare sempre un nuovo traguardo e superare i miei limiti».
Nicola Livadoti e sua moglie: una nuova vita a bordo di una barca
A dire la verità, Nicola e sua moglie hanno realizzato in parte il loro sogno. Nel 2016 hanno deciso di cambiare completamente vita, lasciando le loro occupazioni e comprando una barca di 37 anni, un Azimut 28. L’hanno completamente restaurata, dagli impianti ai motori, al sottocoperta, per trasformarla in una barca che offre experience di cucina e sunset spritz tra le Cinque Terre e Portovenere. Un grande successo che ha portato tante soddisfazioni. Ora è arrivato il momento di realizzare la metà mancante del loro Beat Yesterday: «L’obiettivo adesso è quello di rendere la nostra barca totalmente ibrida – dicono afferma Nicola – Il mare ci regala grandi emozioni, ed è per questo che vogliamo poterlo ringraziare offrendo ai nostri ospiti un servizio ecosostenibile e rispettoso dell’ambiente che ci ospita». E per due amanti del mare, non poteva esserci sostenitore migliore di Giovanni Soldini: «La tutela ambientale sarà senza dubbio un tema centrale dei prossimi anni. – afferma il velista – Per chi vive il mare, il cui richiamo è sempre forte, il futuro non può non passare dal suo rispetto e dalla sua tutela».
Garmin.com/it-IT/beatyesterday/
Cazzanelli live su Facebook per presentare il film dell'ultimo concatenamento invernale
Along Our Skyline è il nuovo film di Storyteller Labs dedicato al concatenamento invernale Furggen - Cervino - Grandes Murailles - Petites Murailles, completato da Francois Cazzanelli e Francesco Ratti. La storia inizia nel febbraio 2019, quando il primo tentativo si ferma dopo tre giorni a Punta Lioy, poi i due abbandonano per le condizioni sfavorevoli della neve. Per portare a termine il loro progetto Francois e Francesco hanno dovuto aspettare quasi un anno, pochi giorni prima che il mondo intero si fermasse per la pandemia.
Sulla pagina Facebook di Salewa, a partire dalle ore 21:00, Francois Cazzanelli sarà live per commentare insieme agli appassionati di montagna il film, ripercorrere questa lunga doppia avventura sulle montagne di casa sua e approfondire la direzione dell'alpinismo moderno.
Salewa ha realizzato una pagina dedicata nel proprio website dove è possibile sia vedere il film sia leggere la storia di questa impresa alpinistica.
Il lato B di La Grave
«La mia fantasia del parco giochi dietro casa si è materializzata quando mi sono sposato e abbiamo costruito il nostro nido a Ventelon. Appena dietro le mura c’è una montagna con pendii erbosi frequentata solo dal bestiame, dai cervi, dalle volpi... e dagli altri backyardigan*. Il nostro lato soleggiato della valle è perfetto per far crescere l’aglio in primavera, fornisce l'energia solare ideale e in inverno permette comunque di mettere gli sci e toglierli in giardino appena qualche centimetro di neve ricopre l’erba. Qui gli elementi hanno rimodellato il mio ego. Fuori dal bosco i venti costanti creano onde di neve simili ai pipe dei park. Questo spirito ha alimentato la sciata interiore e influenzato lo stile e le aspirazioni. Ho iniziato a non avere più bisogno di sciare tutti i giorni perché stavo eliminando ciò che volevo dimenticare andando a sciare. L'immobilità fertilizzava la sensibilità verso la natura e la qualità delle sessioni di sci».

A scrivere è Ptor Spricenieks, canadese di origine lituana che ha messo su casa a Ventelon, nei pressi di La Grave. Su Skialper 133 di dicembre-gennaio Ptor parla del lato B di La Grave, lontano dalla telecabina e poco frequentato. Quel lato B dove è andato spesso a sciare con Mathieu Bonnetbleu, ski bum e pastore con 300 pecore Merinos, «portandoci dietro patate locali, formaggio, pane e bottiglie di vino al posto dei noodle o del ramen confezionati». E dove ha anche organizzato un mistery trip nel quale i partecipanti sapevano solo che avrebbero sciato con due Guide, ma non il luogo. Nel lato B Ptor ha sciato anche con Joe Vallone e giocato con Glen Plake.

«Glen è l'incarnazione di un bambino adulto sugli sci e insieme a Joe Vallone quel giorno scivolava con naturalezza e il sorriso sulle labbra. L’esposizione con ingaggio su un terreno intricato e impegnativo è tanto più gratificante e rende lo sci migliore quando c'è la giusta attitudine e un rischio accettabile per il gruppo. È stato rassicurante sciare con un mentore che è l'antitesi del moderno freerider, con il bambino cresciuto che mostra la strada ai più piccoli con quella semplicità e capacità di divertirsi a ogni livello dello sci, lasciando da parte la competitività e l'ego».
*Serie televisiva che in Italia è stata nominata Gli Zonzoli, ma la traduzione letterale di backyard è giardino dietro casa o, volendo, cortile.

