Tempo di Sunset 18k

Appuntamento per un trail nei colori cangianti dell’autunno sabato e domenica prossimi. L’Hoka Ultra Trail del Lago Maggiore, organizzato da Sport PRO-MOTION A.S.D. prevede quattro distanze WILD 81K/5.100 D+, BRAVE 52K/3.100 D+, SCENIC 37K/2.100 D+ e SUNSET 18K/700 D+ per permettere a tutti, in base al proprio livello di capacità tecnica, di vivere una giornata di sport.

Sunset 18k è adatta a tutti, anche in versione camminata non competitiva,proprio per permettere la partecipazione anche a chi non in possesso di certificato medico agonistico e non tesserato per un ente podistico. Partenza alle 16.30 da Cannero Riviera, comune celebre per il suo Parco degli Agrumi, per andare alla scoperta dei borghi affacciati sul Lago Maggiore verso Oggebbio, dove una breve salita dalla località di Novaglio porta gli atleti verso un sito UNESCO, il Sacro Monte della Santissima Trinità di Ghiffa, iscritto come patrimonio dell’umanità per la sua ricchezza in termini naturalistici, culturali ed archeologici. Da qui mancheranno gli ultimi chilometri per raggiungere Verbania nel tempo massimo di 4.5 ore. Per tutti t-shirt tecnica gara e medaglia finisher, da conservare in ricordo di una giornata dedicata ad un territorio speciale, ricco di offerte naturalistiche e culturali e che merita di essere conosciuto ed apprezzato.

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Westenberger sbaraglia la concorrenza all’Adamello Ultra Trail

È stata una gara aperta la 170 km dell’Adamello Ultra Trail-AUT, ma alla fine Alexander Marcel Westenberger si è aggiudicato il titolo più ambito. Il tedesco di Neubiberg ha concluso la prova nella mattinata di sabato 24 settembre, in 26 ore, 23 minuti e 57 secondi, grazie a una poderosa rimonta nella seconda parte di gara che gli ha permesso di superare prima e staccare poi i nomi più quotati alla vigilia. Sui camminamenti della Grande Guerra, Westenberger ha preceduto il piemontese Giulio Ornati (27:29:35) e Luca Manfredi Negri (28:46:11).

Per il giovane atleta bavarese classe 1995 si tratta di una prima volta sull’ultra distanza, dopo grandi risultati su percorsi più brevi negli ultimi anni. Tra il 2021 e il 2022, Westenberger ha trionfato in tutte le gare alle quali ha preso parte: dai 65 km della Ultratrail Fränkische Schweiz ai 110 km della Grossglocken ULTRA-Trail. La gara è stata incerta per oltre metà percorso, e solo nella seconda parte il tedesco è stato in grado di ingranare la sesta e sbaragliare l’agguerrita concorrenza. Pronti via e un duo ha preso subito il largo: in testa Manfredi Negri, seguito in scia da Daniele Nava, mentre più staccati Giulio Ornati, Pierre Augrit e lo stesso Alexander Westenberger. Il francese Augrit ha provato a forzare nel tardo pomeriggio, ma ha pagato dazio la notte e ha dovuto ritirarsi poco dopo il km 100. Ornati si è trovato quindi in un’ottima posizione per tentare il colpo grosso, ma verso il km 120 Westenberger ha scombinato i piani e preso definitivamente il largo. Il tedesco è giunto al traguardo poco prima di mezzogiorno, oltre un’ora prima dello stesso Ornati e con quasi due ore e mezza su Manfredi Negri, che ha chiuso il podio.

«Sono davvero contento - ha esordito il vincitore sul traguardo di Vezza d’Oglio - all’approssimarsi della metà gara mi sono accorto di avere ancora buone energie e di andare molto veloce. I panorami sono fantastici e ieri abbiamo avuto una giornata magnifica per goderceli: la gara è bellissima e difficile, bisogna sempre stare concentrati».

Il primo a tagliare il traguardo venerdì nella 90 km era stato ancora una volta Walter Manser: l’elvetico, già vincitore della distanza intermedia nel 2021, si è confermato il più veloce abbassando ulteriormente il proprio record di oltre dieci minuti. 11:39:32 il tempo finale dello svizzero, che ha preceduto sotto l’arco di Vezza d’Oglio il genovese Alberto Canessa (12:55:29) e il piemontese Michael Dola (12:59:11).Gara senza storia quella che ha aperto le danze dell’Adamello Ultra Trail: Manser si è infatti ritrovato in testa alla corsa da solo dopo 2 km e non si è più voltato indietro. Il divario ha continuato ad allargarsi fino ad arrivare all’ora abbondante sul finale, dove Canessa ha avuto la meglio di Dola.

Nella 90 km femminile è stata invece Francesca Crippa da Olginate ad imporsi con 15:31:04, dopo una trama simile a quella della 170 km maschile. La venticinquenne è infatti partita a marce ridotte, per poi accelerare nella seconda metà di gara e superare sul traguardo Martina Tognin (16:18:06) e l’atleta bresciana Patrizia Passeri (16:53:33), al secondo bronzo consecutivo nella 90 km di Adamello Ultra Trail.

«Sono incredula, vincere qui è veramente fantastico - ha commentato Crippa a fine gara - I posti sono bellissimi, i volontari super e la gara decisamente tosta. Come mia abitudine sono partita piano e ho accelerato nella seconda metà di gara: l’aver provato il percorso quest’estate mi ha aiutato molto. Dedico questa vittoria a me stessa e al lavoro che ho fatto per arrivare fin qui».

L’ultima categoria a sancire il proprio podio è stata la 170 km femminile, con Alessandra Olivi giunta per prima al traguardo nella serata di sabato 24 settembre in 34:59:36 nonostante un paio di escursioni fuori percorso dovute alla fittissima nebbia. Alle sue spalle, nella notte, la seconda piazza è andata a Melissa Paganelli in 37:09:51, mentre l’ultimo gradino del podio è stato conquistato dalla britannica Zoe Salt in 40:01:22.

© Thomas Martini

Chi sopravviverà all’UTMB?

Inutile girarci intorno, ogni anno la cento miglia del Monte Bianco è LA gara, un campionato del mondo dell’ultra trail non dichiarato. Perché qui si sfidano tutti i migliori, infortuni e Covid permettendo. E il pronostico è sempre difficilissimo. Le sorprese non sono mai mancate. Solo nell’ultimo decennio, come dimenticare l’edizione 2013, con la vittoria di Thévenard e il settimo posto assoluto della vincitrice femminile, Rory Bosio, oppure la vittoria di Francesca Canepa nel 2018, quando la davano tutti per finita ad alto livello e quella di Ludovic Pommeret del 2016? Non è proprio una sorpresa, ma anche la vittoria di D’Haene del 2017 su Kilian non era così facilmente pronosticatile. E poi tutti gli statunitensi che hanno fatto flop nonostante i favori del pronostico, mentre le donne stars & stripes hanno scritto la storia, a partire dalla Dauwalter, vincitrice delle ultime due edizioni?

Chamonix è Chamonix, il Monte Bianco il Monte Bianco e il pathos che si respira questa settimana altissimo. Non solo in quell’incredibile mass start nella quale l’adrenalina sale a mille, anche per i runner più esperti o in quei primi chilometri molto corribili, velocissimi, spesso sotto il sole cocente, che hanno ammazzato più di un favorito. È tutto il contorno, l’atmosfera, l’attesa che sono capaci di uccidere chi non ha il pelo sullo stomaco. E poi c’è la lunga notte, ci sono la strategia e la tattica. Così, anche nel 2022, un pronostico è un indovinello su chi non salterà o non scoppierà come in un remake di Dieci Piccoli Indiani con le scarpe da trail. Di sicuro sarà meglio aspettare la seconda parte di gara, da Courmayeur, per iniziare a tifare seriamente, perché molto spesso giochi per la vittoria ha iniziato a prendere forma qui, tra il palasport della località valdostana e Champex. 

Uomini

I favoriti assoluti, e non potrebbe essere diversamente, sarebbero loro: Kilian Jornet e Jim Walmsley. Il condizionale riguarda Kilian, che ritorna all’UTMB dopo le tre vittorie da enfant prodige tra il 2008 e il 2011, ma nel 2017 è stato battuto da D’Haene (che non sarà presente, ma all'ultima Hard Rock 100 la sfida l'ha vinta Kilian) e nel 2018 non è arrivato al traguardo. E l'UTMB ultimamente non sembra portargli fortuna visto che ieri sera sul suo account Instagram ha rivelato di essere risultato positivo al Covid, seppur asintomatico. «Tre giorni prima della Sierre-Zinal - ha scritto - ho visto che i valori della variabilità della frequenza cardiaca scendevano e che le pulsazioni a riposo salivano di circa 10 al minuto. Visto che ero un contatto stretto con un positivo (la compagna Emelie Forsberg, n.d.r.), ho iniziato a fare test, ma ero negativo e in grado di gareggiare, non al 100 per cento, ma quasi. Successivamente il test è risultato positivo, sempre asintomatico. Mi sento pronto e ben preparato per la gara e non ho sintomi, ma parlerò con il mio medico per prendere la migliore decisione per la mia salute e per gli altri runner».  Il talento non manca, le motivazioni, da quando si è inventato un nuovo marchio di scarpe (Nnormal, proprio in questi giorni viene presentata la prima scarpa, la Kjerag, un modello leggerissimo, da 200 grammi) anche, ma, la vicenda Covid mette più di nuvola nera sulla sua (eventuale) gara. Lo sfidante numero uno è lo statunitense Jim Walmsley, fortissimo, eppure a Chamonix sempre nei guai (solo un quinto posto nel 2017, non arrivato nel 2018 e 2021). Corre veloce Jim (lo dimostrano le vittorie alla Western States, cento miglia fast), ma nel 2022 ha già vinto la MIUT, più simile per caratteristiche all’UTMB, anche se più corta e dalla primavera si è trasferito nel Beaufortain, dove i ben informati dicono che abbia corso anche con D’Haene. Sfida bellissima, indecifrabile. Diremmo più Kilian che Jim senza la variante Covid, ma ci vorrebbe la cabala e, se Kilian sarà al via, il pronostico a questo punto si inverte. Dietro ci sono lo spagnolo Pau Capell, vincitore nel 2019, poi tormentato da una noia al ginocchio. Alla LUT è saltato, molto dipenderà dallo stato di forma. Occhi puntati soprattutto sul francese Aurélien Dunand-Pallaz, secondo l’anno scorso, che potrebbe essere il terzo incomodo e anche sul tedesco Hannes Namberger, sesto l’anno scorso e vincitore della LUT. L’UTMB 2021 è stata la sua prima cento miglia e Hannes ha ora l’esperienza, la forma e il controllo della situazione dei grandi, attenzione… E poi, altri nomi da monitorare, almeno per un risultato top, Mathieu Blanchard, Pablo Villa, Thibaut Garrivier, Scotty Hawker, Tom Evans, Germain Grangier, Benoit Girondel, Hajnal. Ma le sorprese non mancheranno. 

Donne

Nella gara femminile, vista l’assenza della regina delle ultime due edizioni, Courtney Dauwalter, i giochi sono più aperti. La svedese Mimmi Kotka è quella con il miglior piazzamento dell’anno scorso (terza). Il 2022 per lei è partito bene, con la vittoria della LUT ed è stata avvistata stabilmente sui sentieri di Chamonix. Il podio dovrebbe giocarselo con la spagnola Ragna Debats, le francesi Audrey Tanguy e Manon Bohard, la spagnola Azara Garcia. Occhio anche a Katie Schide, Emily Hangwood, Hillary Allen, Fu-Zhao Xiang. 

Sulla carta i pronostici sono questi, ma la carta spesso è diventata straccia, non solo perché macerata dalla pioggia, che potrebbe arrivare sotto forma di temporali nella notte di venerdì e sabato, secondo le prime tendenze meteo, ma anche perché scolorita dal sole cocente. Però nei prossimi giorni le temperature potrebbero essere meno torride che in alcune edizioni passate, più in linea con le medie stagionali, in ogni caso non fredde. E poi, senza suspence, che UTMB sarebbe?


Veloce ma non troppo

Il peso è un limite, la sicurezza no dice Manuel Aumann, Operations and R&D Director Bindings, mentre a pochi metri di distanza, nella stessa stanza, uno strano apparecchio emette una luce verde. A intervalli regolari nel macchinario entrano piccoli pezzi metallici che vengono misurati: se le dimensioni sono corrette, la luce è verde, ma se sono sbagliate, diventa rossa. Di quei pezzi, stivati ordinatamente in scaffalature come quelle dei ferramenta, sempre nella stessa stanza, ce ne sono circa mille. Mille parti diverse, mille forme e 25 materiali. Ognuno viene inventariato per controllare la qualità quando arrivano le nuove commesse dai 40 fornitori, dei quali 25 nel raggio di pochi chilometri. Venticinque chilometri da dove? Da Aschheim, 6.879 abitanti, nell’ordinato hinterland di Monaco di Baviera.

Di fatto in questo tranquillo sobborgo, tra villette con giardino e qualche capannone, c’è la capitale dell’attacchino. Perché qui c’è il quartier generale di Dynafit e il reparto ricerca e sviluppo del famoso attacchino inventato da Fritz Barthel e prodotto da sempre dal marchio del leopardo delle nevi. Insieme a Manuel nei tre stanzoni del reparto che si occupa di R&D, qualità e logistica ci sono una ventina di persone. Nel locale della macchina che emette luce verde o rossa ci sono altri macchinari. Qui vengono fatti i controlli di qualità. C’è anche un apparecchio identico a quello utilizzato dal TÜV per i test sui valori di sgancio. Lì dentro passa un prodotto finito ogni cento, anche quelli non certificati. «Mettiamo l’incolumità al primo posto e riteniamo che non si possa scendere sotto un certo peso, se serve per garantire sicurezza, non accettiamo compromessi» dice Manuel mentre il rumore dei macchinari crea una sinfonia di sottofondo. Garantire è un altro dei verbi che sentiamo ripetere spesso. Perché gli attacchi Dynafit sono garantiti a vita. E anche questo si traduce in un severo lavoro di progettazione e di test. Per capirlo facciamo rimpiattino tra la prima stanza e il grande locale accanto a quello dove ci troviamo. Appena entrati in reparto, dietro a una porta a vetri, c’è un piccolo ambiente con diversi macchinari. Uno apre e chiude incessantemente un attacchino. Milioni di step in e out. Ma ci si può sbizzarrire con il test degli impatti laterali e c’è anche un ice box, che non è altro che una cella refrigerata dove vengono eseguiti gli stessi test. I valori di quello di impatto laterale a meno venti, quando tutto è più rigido, hanno una rilevanza maggiore, come quelli sulle vibrazioni di pre-release. E cosa succede quando si salta? L’effetto viene simulato con il test delle forze verticali. In totale sono una dozzina le prove effettuate in questo sancta sanctorum prima di andare sulla neve. Con diversi fori per i pin «perché ci sono cinque produttori e 0,2 millimetri possono fare la differenza» aggiunge Manuel. 

© Federico Ravassard

Il motto di Dynafit è speed up. Nel DNA del marchio c’è la velocità, lo sguardo verso il futuro e l’innovazione, ma lo sviluppo di un attacco è un processo lungo. Mediamente tre-quattro anni dal primo white paper, dalle informazioni raccolte attraverso il dialogo con i consumatori, per capire le esigenze del mercato. Ma ad Aschheim sono abituati a guardare oltre e stanno già ragionando su cosa succederà fra cinque anni. Lavorano a gruppi di cinque persone su ogni singolo progetto. «Siamo orgogliosi di avere progettato il Radical, l’attacco a norma TÜV per i valori di sgancio, riteniamo di essere nella parte alta dell’asticella, per questo per qualche anno abbiamo rilasciato prevalentemente aggiornamenti dei prodotti esistenti, mentre ora stanno per arrivare diversi attacchi nuovi» dice sorridendo Manuel. Dall’idea alla produzione ci vuole del tempo, ma tutto è ottimizzato per essere veloci. Lo capiamo mentre varchiamo la porta dell’ultimo grande locale. 

© Federico Ravassard

Lo schermo del computer sputa disegni 3D del puntale di un attacco. Con il mouse l’operatore ruota l’immagine per cambiare la visuale. Sembra un gioco, invece è il cuore del sistema. La parola magica è software di analisi agli elementi finiti. Permette di calcolare con precisione le forze in gioco e i punti di maggiore stress e di rottura. «In una notte possiamo fare una ventina di simulazioni, che equivalgono anche a un paio di settimane di test con i macchinari». Ai macchinari, quelli dei famosi 12 test, ci si arriva dopo, ma se si è lavorato bene con il software, difficilmente verranno rilevate anomalie. E così poi si va sulla neve. Di solito una ventina di persone, atleti, ma anche semplici appassionati, dei quali fanno parte anche alcuni dei venti addetti che lavorano nel reparto. Perché un’altra delle parole chiave in Dynafit è obsessed, ossessionati, ovvero appassionati. «Non è sempre facile trovare le figure professionali per il reparto R&D di Aschheim, perché non cerchiamo solo ingegneri, ma anche sciatori e amanti del dislivello» conferma Manuel. Il test sulla neve è la parte più delicata del risiko perché nessuna macchina misura le emozioni. Così i prototipi fanno avanti e indietro dalle montagne ad Aschheim. La velocità di reazione sta nella vicinanza alla neve, ma anche nella capacità di modificare, evolvere. Il reparto prototipazione è in grado di produrre singoli pezzi in poche ore e un attacco completo in un paio di giorni. Si lavora non solo sull’affidabilità e la risposta alle sollecitazioni meccaniche, ma anche sull’usabilità dei prodotti. Grazie alle stampanti 3D vengono realizzati fino a 20 tipi diversi di leve prima di arrivare in produzione. Una sfida ancora più ambiziosa ora che le materie prime scarseggiano a causa della pandemia e la mancanza di una minuscola vite può ritardare la produzione di un attacco o la progettazione di un componente. «Siamo sempre alla ricerca di nuovi materiali e fornitori, ma è difficile cambiare perché le parti di un attacco devono resistere alle sollecitazioni meccaniche e a condizioni atmosferiche proibitive». Come dire che il libro degli ingredienti è ben definito. 

E allora la sfida si sposta in un alto campo. «Dobbiamo semplificare, ridurre il numero di attacchi, che può disorientare lo scialpinista, e allo stesso tempo rendere ogni prodotto il più specifico possibile». Ecco la vera sfida per il futuro, per certi versi piccola rispetto a quella titanica di Fritz Barthel che ha immaginato due pin per farci risalire e sciare leggeri. Una sfida che non verrà più affrontata ad Aschheim, ma a Kiefersfelden, al confine tra Germania e Austria. Ancora più vicino alle montagne. Lì sorgerà il nuovo headquarter di Dynafit. Sapendo come è venuto quello di Oberalp, la holding bolzanina che controlla il marchio, c’è da giurare che sarà un bel parco giochi. Magari anche più bello di quello di Bolzano. Ecco, un’altra sfida... +


Winter Home

Gennaio 2021. Non è poi così freddo: meno dieci. È una notte più mite rispetto alle punte di meno venticinque che hanno graffiato la pelle arsa dal sole e dal vento dei loro volti. Il tempo è passato veloce, come gli altri giorni: pellata, sciata, ripellata, altra sciata. E poi a prendere l’acqua che, inspiegabilmente, scorre sotto la neve, anche a meno venti, per scaldare, lentamente, a bagno maria, la bombola, che così riesce a sprigionare tutta la sua potenza per cucinare sull’altro fuoco del fornello. Un po’ di zuppa e i kaminwurzen, i salamini affumicati, da sgranocchiare con flemma, come un sigaro davanti al camino. Una serata avvolti nel sacco a pelo a ricordare le curve più belle e poi d’improvviso quella nebbia che ti avvolge e ti trasporta nel sonno più profondo dopo una giornata nella quale hai dato tutto. Aaron e Matthias chiudono le lampo dei loro sacchiapelo, testati fino a temperature polari. Dentro però, se non metti prima qualcosa di caldo, si incunea il freddo, e non c’è altra soluzione per scaldarli se non quella di usare il calore del proprio corpo. Oppure di infilarci prima qualcosa di rovente, come la boule dell’acqua calda che Aaaron ha rubato a suo figlio o la borraccia tonda, a fiaschetta, di alluminio, che Matthias usava quando era bambino, di quelle che potevi ricoprire anche con la custodia di loden. I sogni si susseguono veloci, uno dietro l’altro, nella mente di Aaron. Poi il sole, appena sorto, buca prepotentemente la porta della tenda. Uno sbadiglio, la mano fuori dal saccoapelo. Per terra c’è uno spesso strato di ghiaccio. «Cosa è successo, è caduta dell’acqua?» chiede a Matthias con la voce ancora rauca. 

«Questa notte si è rotto il camelbag che avevo con me dentro il sacco a pelo» risponde impassibile Matthias. Quella sacca idrica che di giorno mette nello zaino e che la notte tiene nel sacco per mantenere l’acqua a una temperatura accettabile e bere di tanto in tanto, ha ceduto. Tutta la notte a rimanere immobile e fradicio. Con il dubbio di alzarsi e scendere a valle. Ore interminabili che tra le parole di un racconto scorrono come un lampo dagli accenti comici, ma che dal vivo assumono l’aspetto della tragedia. 

© Daniele Molineris

Flashback. Aprile 2020. Sotto il piumino, con le guance affondate in un morbido guanciale e la schiena che poggia su uno spesso materasso, la sensazione è molto diversa da quella di qualche centimetro di materassino pieno d’aria, di un saccoapelo e di un cuscino gonfiabile. Eppure è bello sentire l’aria fredda sul viso, vedere il sole sorgere dalla porta della tenda, sciogliere la neve con il fornelletto per fare colazione. E poi mettere le pelli fuori dall’uscio e partire alla scoperta di linee infinite. Aaron è nel dormiveglia, ha ancora negli occhi le emozioni dell’ultima uscita. Partenza quando in valle era buio, un po’ di portage, poi su con le pelli. 

E infine una notte in tenda, per sfruttare al massimo quella libertà così preziosa nel cuore di una pandemia. Non è una fuga dalla legge, perché questo è il lavoro di Aaron, ma c’è quell’adrenalina che solo la trasgressione ti sa dare. Quella stessa adrenalina che gli saliva nelle vene quando, da ragazzino, si allenava a Merano 2000 e guardava su verso le creste dell’Ivigna, dove lo zio Renato Reali aveva conosciuto Heini Holzer, che poi quella parete l’ha sciata, e sognava di mettere le sue lamine in quel groviglio di roccia e neve. Con gli occhi già chiusi ma la mente ancora connessa, Aaron inizia a pensare all’inverno 2021. Non si sa se si potrà viaggiare, è ancora tutto incerto. Lassù, proprio sopra casa, appena sopra il brusio di Merano, sembra di essere in Patagonia. Il contrasto tra giù e su è quello tra il mondo sviluppato e quello selvaggio, nel raggio di pochi chilometri. O di un volo in parapendio. Sarebbe bello ricreare le sensazioni delle spedizioni negli angoli più remoti a due passi dal proprio giaciglio e dalla propria famiglia. 

© Daniele Molineris

Novembre 2021. Hanno pedalato un po’. Giusto un po’, perché la neve è scesa fino in basso. Così con le e-bike sono riusciti a salire appena qualche tornante, diciamo dai 300 metri di Merano fino a quota 600. C’è il lockdown e Aaron e Matthias, anche se potrebbero muoversi in auto, visto che stanno facendo il loro lavoro, hanno deciso di spostarsi solo con mezzi alternativi, ed ecco spuntare le bici. Bisogna andare su fino a 2.100 metri e le due ruote lasciano presto il posto alle pelli. Per tutto il mese di ottobre sono saliti più volte ai Laghi di Sopranes, nel Parco Naturale Gruppo di Tessa. Un modo per tenersi in forma e allestire poco alla volta il campo base. Quell’idea nata nel dormiveglia ha preso forma nel progetto Winter Home, un campo base fisso sulle montagne sopra casa, dal quale sciare tutte le linee immaginabili. Ogni volta si portavano dietro degli zaini da 10 chili e il parapendio, per rientrare più veloce- mente. Ora è tutto in quota, protetto sotto un masso. Ci sono le bombole, il fornelletto, la tenda e un po’ di provviste. Eppure quando arrivano in quota sembra di essere sulla luna. Di quel masso di quattro metri non c’è traccia, è tutto piatto. Forse si intravede un comignolo. Sarà lui? L’inizio dell’inverno pandemico coincide con la stagione più bianca da quando si registrano le precipitazioni nevose e allestire il campo base è più difficile del previsto. L’idea iniziale di Aaron è di montare la grande tenda all’interno di un igloo, in modo che la temperatura non scenda sotto lo zero. Così, insieme a Matthias, lavora sodo a spalare neve e creare grandi blocchi. Aaron e Matthias non sono eschimesi e non sanno che gli igloo, dopo la costruzione, si assestano. Così quella volta possente piano piano scende. Non c’è verso di lasciarci dentro la tenda, ma almeno può diventare un’ottima cantina. Però, con il passare dei giorni, la volta scende sempre più e l’idea di vedersi franare quei blocchi pesanti come macigni sulla testa o sulle preziose provviste non è il massimo. Il campo base si riduce alla tenda, molto spaziosa e comoda. 

«In tutto l’inverno saranno passati al massimo trenta scialpinisti, mettere una tenda ai Laghi di Sopranes ci ha permesso di scoprire una zona selvaggia come i posti più lontani del mondo» dice Aaron ripensando a quei lunghi mesi a cavallo tra 2020 e 2021. Il perché il Gruppo di Tessa sia così poco frequentato è frutto di un’equazione semplice: il limite della neve spesso è tra i 1.300 e 1.500 metri, l’ultima strada finisce a 650 metri. «Per iniziare a divertirti devi fare anche 1.700 metri» sentenzia Aaron. Avere una base, uno ski lodge, a 2.100 metri, permette di partire ogni giorno alla scoperta di una linea nuova, salendo fino a 3.400 metri. «La zona di Merano è abbastanza ventosa e di solito la neve si trasforma velocemente e alcuni pendii diventano pericolosi, invece per tutta la prima parte dell’inverno le condizioni sono state stupende». 

Impossibile soffermarsi su tutti i fotogrammi di oltre sei mesi. Aaron e Matthias hanno dormito nella loro casetta invernale un totale di una trentina di notti. A volte una toccata e fuga, altre tre-quattro giorni di vacanza-lavoro. Tanti ricordi, ma ci sono due istanti cristallizzati nella mente di Aaron. Due momenti vissuti con altrettanti compagni, perché una casa vuol dire ospitalità e Winter Home è stata aperta tutto l’inverno a chi condivide la stessa passione di Aaron e Matthias. La linea più bella? La linea più bella è stata quella del Verdinser Plattinger, che Aaron ha sciato con Bruno Mottini. La partenza da una lunga cresta affilata, poi una prima parte ripida e a metà un salto di roccia da superare aprendo il parapendio, in speed riding, poi ancora un grande e dolce pendio dove giocare con curve in aria e sulla neve. La discesa perfetta, quella che neanche nei sogni o nei videogiochi. E Poi l’Ivigna, la montagna sopra Merano 2000, la prima discesa ripida sciata da Aaaron, quella dove lo zio Renato aveva incontrato Heini Holzer. Questa volta condivisa con Matthias. 

Febbraio 2021. Il bollettino valanghe recita pericolo cinque. Aaron ha montato la tenda dove in estate inizia il lago.
Tutto intorno una conca disegnata con il compasso. Il pendio più vicino sarà, a spanne, a 500 metri. È il posto migliore, più sicuro. Però con rischio cinque non si mettono le orecchie fuori di casa. Un rombo avvolge la conca. Parte tutto il pendio lungo 270 gradi di quella scodella bianca. Quando Aaaron e Matthias salgono ai laghi, della tenda non c’è traccia. È un mondo sommerso e devono lavorare a lungo con sonde e pale per tirarla fuori. Winter Home è stata raggiunta dall’ultimo soffio, quello meno potente, ma è sparita sotto la coltre bianca. La montagna ha mandato un segnale, lo spirito dice di rimontare tutto da un’altra parte. Questa volta la scelta ricade sulla zona del Monte Hirzer, 2.781 metri a dividere la Val Passiria dalla Val Sarentino. «In linea d’aria sono pochi chilometri, è proprio dall’altra parte della valle» dice Aaron. Smontare, trasportare e rimontare. Un lavoraccio. Questa volta i due decidono di passare dalla Val Sarentino in auto per essere più veloci a salire ad allestire la nuova Winter Home. Però poi, per raggiungerla, si sale solo by fair means. In bici fino a Tall, a 1.400 metri, e su fino in vetta con le pelli, a quasi 2.800 metri, infine giù con una vela da paraalpinismo da pochi chili e un imbrago leggero. «Ripensandoci, è stata una fatica, ma ne è valsa la pena perché ci ha permesso di esplorare un’altra zona». 

È sempre così. Quando parti per le vacanze prepari le valigie con cura, pregustandoti ogni momento e ogni avventura. I dettagli fanno la differenza. Quando finiscono hai solo voglia di disfarle velocemente e pensare alla prossima vacanza. Per smontare Winter Home è bastato un giro con un po’ di amici, a maggio inoltrato. Zaini da parapendio da 150 litri in spalla e giù a valle come degli sherpa, tutti insieme. Perché le cose belle della vita vanno vissute con gli amici. Come quelle serate
a vedere il tramonto e parlare delle sciate, quel disco rosso del sole che buca la porta della tenda la mattina, la zuppa calda dopo una giornata fredda, lo speck e il grana, il rumore della neve sotto le pelli,
il soffio della polvere profonda, il digrignare dei denti della volpe che ripulisce l’osso del pollo appena mangiato. «Niente di speciale, tante piccole cose speciali». Parola di Aaron. 

Aaron è Aaron Durogati e Matthias, Matthias Weger. Saranno protagonisti del cortometraggio Winter Home, diretto da Luca Curto e prodotto dalla Digital Lighthouse, in associazione con Blizzard-Tecnica e con la partecipazione di Salewa. 

La tenda usata è Salewa Alpine Hut III, il saccoapelo Diadem Extreme RDS e il materassino Diadem Extreme Mat. Aaron e Matthias hanno sciato con Blizzard Rustler 10 e 11, Zero G 105 e Zero G 95 per le discese di ripido, ai piedi avevano Tecnica Zero G Tour Pro, l’outfit di Aaron è il completo Salewa Stella. Appena dopo avere smontato Winter Home, Aaron è partito per la Red Bull X-Alps insieme a Bruno Mottini, che faceva parte del suo team di assistenza. Ne abbiamo parlato su Skialper 137 di agosto. 

Queso articolo è stato pubblicato su Skialper 138 di ottobre 2021

© Daniele Molineris

SCARPA vede un futuro verde

Comprare meno, per inquinare meno. Che significa anche fare prodotti di qualità, perché la qualità dura nel tempo e riduce la necessità di nuovi acquisti. C’è un sottile equilibrio nell’approccio di SCARPA alla sostenibilità, un approccio che è nel DNA dell’azienda di Asolo, ma che da qualche mese è stato scritto nero su bianco e ha preso forma nel Green Manifesto. Un manifesto che ha tradotto le lettere dell’acronimo aziendale in altrettanti obiettivi verdi. S come sostenibilità, C come cura, A come aria, R come rispetto, P come performance, A come autenticità. «Produciamo scarpe da outdoor e scarponi da scialpinismo e da telemark, la natura ce l’abbiamo dentro e vorremmo lasciare un’impronta positiva, non creare soltanto rifiuti o sfruttare le risorse come l’acqua» esordisce Sandro Parisotto, presidente del marchio, parafrasando la A di aria. Mentre parla, la luce filtra dalle grandi finestre che richiedono l’utilizzo dell’illuminazione artificiale per poche ore e l’aria è piacevolmente fresca ma non fastidiosa. L’ultima ristrutturazione ha trasformato l’headquarter in un esempio di architettura green, con tetti ricoperti di erba per isolare meglio l’edificio e boschi verticali. Sul tetto dello stabilimento dal 1996 i pannelli fotovoltaici coprono circa il 40% del fabbisogno energetico, a breve, con l’ampliamento alla parte del magazzino e la sostituzione dei vecchi specchi, arrivati a fine vita, si dovrebbe passare al 60-70%. Da gennaio 2020 il 100% dellenergia elettrica utilizzata in Italia proviene da fonti rinnovabili certificate. È la S di sostenibilità, che si traduce non solo in numeri e impianti, ma anche in qualcosa di più sottile, impalpabile come l’aria. «Vogliamo che il luogo di lavoro, non solo lo stabilimento, ma anche gli uffici, sia un posto piacevole, dove i collaboratori possano trovarsi a loro agio e crediamo che il percorso della sostenibilità parta da ognuno di noi, per questo abbiamo individuato 16 ambassador, distribuiti in ogni funzione aziendale, per trasmettere a ognuno i migliori comportamenti per rispettare l’ambiente, a partire da una corretta organizzazione della raccolta differenziata» dice Parisotto.

Una missione ambiziosa quella di trasmettere il germe della sostenibilità, sia che si guardi ai collaboratori, sia ai consumatori. «SCARPA è un’azienda di vendita, ma anche di produzione - continua Parisotto - con l’85% delle calzature realizzate in stabilimenti di proprietà, perché è difficile trovare partner con i nostri standard di produzione e, controllando tutto il processo, siamo convinti di poter dare la massima qualità e al tempo stesso aumentare il ciclo di vita dei prodotti, però conta anche la sensibilità dell’utente finale che si traduce in cura del prodotto e attenzione ai piccoli dettagli che possono fare la differenza, a partire dalla risuolatura di alcuni tipi di scarpe. Per questo abbiamo una rete di un centinaio di risuolatori autorizzati in tutta Italia e invitiamo, per qualsiasi problema o dubbio, a contattare il nostro customer service». È la S di sostenibilità, ma anche la C di cura che dalle parti di Asolo non fa rima con obsolescenza programmata. Il fatto che la produzione avvenga per il 60% circa in Italia riduce inoltre gli spostamenti, con un impatto positivo sull’ambiente. Stabilimenti di proprietà, in buona parte in Europa e in Italia, ha qualcosa a che fare anche con la R di rispetto, non solo per la natura, ma anche per le persone, con un controllo diretto e puntuale sulle pratiche per la salute e la sicurezza dei lavoratori.

La sostenibilità è un percorso e non un punto d’arrivo. Questo in SCARPA lo sanno bene, però la nuova Mojito Bio della collezione Urban Outdoor è già un punto fermo. È il primo prodotto di SCARPA certificato 100% biodegradabile. Una volta che Mojito Bio ha raggiunto la fine del suo ciclo di vita, limpatto sullambiente di questa calzatura è praticamente pari a zero e dopo 450 giorni lassorbimento nel terreno arriva già all85%. «L’obiettivo è di aggiungere un prodotto bio e sostenibile all’anno, per ora mi sembra difficile salire troppo nella tecnicità della calzatura con queste scelte, diciamo che a breve vedo possibile un percorso fino al light hiking, per andare oltre sarà importante il contributo dei nostri fornitori, ma anche la ricerca e la collaborazione con enti universitari - aggiunge Parisotto - Più le condizioni diventano estreme, più dobbiamo essere sicuri di poter garantire un ciclo di vita lungo e per arrivare alla produzione abbiamo bisogno di testare intensivamente sul campo le soluzioni nate dalla ricerca». È la P di performance, che fa rima con ricerca, nella quale l’azienda di Asolo investe circa il 5% del fatturato.

Rimarrebbe un’altra lettera per spiegare il percorso che SCARPA sta facendo verso la sostenibilità, la A finale di autenticità. Autenticità che significa essere trasparenti, senza filtri. «Il prossimo passaggio è la certificazione B Corp che dovrebbe diventare effettiva tra fine anno e l’inizio del 2022, è una scelta che abbiamo voluto con tutte le nostre forze per tradurre i comportamenti virtuosi su base volontaria in pratiche codificate e certificate». Sulla homepage della B Corporation si legge: «Le B Corp certificate si distinguono sul mercato da tutte le altre perché, oltre a perseguire il profitto, innovano continuamente per massimizzare il loro impatto positivo verso i dipendenti, le comunità in cui operano, l'ambiente e tutti gli stakeholder. Infatti lazienda B Corp sceglie volontariamente e formalmente di produrre contemporaneamente benefici di carattere sociale e ambientale mentre raggiunge i propri risultati economici». Non ci sono altri calzaturifici italiani del mondo outdoor tra i marchi certificati e anche il mondo dell’abbigliamento con ramificazioni outdoor è poco rappresentato. «Lo step successivo potrebbe essere la modifica dello statuto aziendale in società Benefit, dedita non solo alla creazione di profitto, ma anche di benefici per il territorio, l’ambiente e il sociale» aggiunge Parisotto.

In fin dei conti scarpe che durano nel tempo, per un marchio, significa anche vendere e produrre di meno. Un obiettivo non facilmente conciliabile con le normali dinamiche aziendali. «È vero, ma esistono anche mercati dove SCARPA non ha ancora una quota di mercato rilevante e i margini di crescita posso avvenire lì, ma sempre con l’obiettivo di vendere prodotti di qualità e che durano nel tempo e poi la qualità e la necessità di controllare tutto il processo produttivo non si conciliano con crescite troppo veloci» conclude Parisotto. È la filosofia SCARPA, da oltre 80 anni.


Every Single Street

Le sterminate distese di sabbia e le gelide onde di Ocean Beach, a San Francisco, hanno qualcosa di catartico. E il gesto simbolico di Rickey Gates, che qui ha chiuso il primo agosto del 2017 la sua corsa da costa a costa degli Stati Uniti e da qui il primo novembre del 2018 è partito per il progetto Every Single Street, un’ultra-maratona per toccare ogni singola strada di San Francisco, è stato premonitore. O forse profetico. Passare dalle immense distese di uno dei Paesi più grandi del mondo alle 49 miglia quadrate di una città di poco meno di un milione di abitanti assume un significato ancora più profondo ora che, a causa delle restrizioni dei lockdown e delle conseguenze dell’era Covid, abbiamo riscoperto tutti una dimensione più local. E l’hashtag #everysinglestreet, oltre che un cortometraggio della Salomon TV, è diventato virale, con seguaci in ogni parte del mondo. Per correre dalla South Carolina a Ocean Beach, Rickey Gates ha coperto 3.700 miglia (poco meno di 6.000 chilometri), per raggiungere tutte le strade di Frisco, come i local chiamano la città del Golden Gate, 1.317 miglia (poco più di 2.100 chilometri) e 147.000 piedi di dislivello, quasi 45.000 metri.

Dopotutto in sette miglia per sette miglia ci sono ben 1.100 miglia (1.770 chilometri) di strade e per percorrerle tutte, anche se sei efficiente al massimo, devi coprire alcuni tratti più volte. «Correre su ogni singola strada di San Francisco in 45 giorni è stato come fare un’ultra ininterrotta tra le montagne, perché non puoi mai staccare con la testa, devi essere sempre concentrato e il dislivello è importante - dice Rickey - Però per altri versi è molto diverso, perché la nostra idea di trail running è spesso legata alla fuga, è semplicemente esistere in un posto e non essere perfettamente presenti e consapevoli in quel luogo: correre per le strade della città è l’opposto di fuggire». Ed è un rompicapo degno del cubo di Rubik, al quale si stanno appassionando centinaia di adepti che si ritrovano su citystrides, dove è possibile tenere traccia di tutte le strade percorse collegando il proprio account Strava o di altri servizi simili. «Si tratta di risolvere il problema del postino cinese e, si badi bene, non quello del postino americano. È un problema classico della matematica che consiste nel tracciare un percorso per raggiungere ogni lato di una strada e non semplicemente ogni indirizzo a cui va consegnato un pacco». Un problema di difficile soluzione pratica se è vero che Gates ha cercato di risolverlo elaborando un algoritmo con l’amico Michael Otte e alla fine ha dovuto ripiegare su un più empirico metodo fatto di mappe da tracciare con penne colorate. «È incredibile, sei in un quartiere e dici ancora un po’ e ho finito, e invece ti prende tutta la giornata». Every Single Street è la sfida e l’avventura dietro casa, dove non avresti mai immaginato. «Probabilmente ora è il momento migliore per partire alla scoperta della propria città, siamo uomini e il viaggio è nel nostro DNA, ecco perché accettare con curiosità la sfida è quello che abbiamo bisogno durante questi momenti di restrizioni».

© Rickey Gates

Naturalmente correre a Frisco non è esattamente come farlo in qualsiasi dannata città o cittadina, perché San Francisco, come dice Rickey dopo averne percorso in lungo e in largo tutte le strade, compresa Gates Street, è il mondo. «Per me correre è sempre stato un mezzo, per incontrare le persone, per conoscere i luoghi o me stesso: ci sono stati tempi in cui il cronometro mi motivava, ma ora a 39 anni la corsa è diventata molto di più e farlo in una città densamente popolata ti porta in contatto con volti, odori, rumori. Siamo creature abbastanza semplici, le persone vogliono solo un po’ di attenzione, che le guardi e che sorridi con loro e correre nella città ti mette nelle condizioni di andare in profondità nel concetto di empatia, di cercare di dare a ogni persona che incontri la stessa importanza, come se fossimo tutti nello stesso orologio e vivessimo allo stesso livello momenti ed emozioni». Correre in città è uno stimolo incredibile per la curiosità, quella stessa curiosità che ci muove verso obiettivi impensabili. Rickey Gates, correndo per le strade di Frisco, si è preso i ritmi e i tempi per fermarsi e curiosare, scattando migliaia di fotografie. Ci sono raccolte con titoli curiosi, come per esempio la scritta Jesus saves, i cartelli di animali domestici persi o le decine di Karmann Ghia, ma anche temi più seri come i tanti barboni che dormono per strada. «Alcune cose hanno attirato la mia attenzione come mai prima: Jesus saves l’ha scritto la stessa persona, su alcune strade vicine, mi sono divertito a immaginarlo seduto sull’asfalto a tappezzare l’asfalto di quella scritta; la Karmann Ghia è la macchina sportiva più sexy di sempre e il mio furgone VW del 1974 ha un motore molto simile». 

Correndo su ogni dannato chilometro di asfalto o di sterrato di una città diventi anche la migliore guida di quel luogo. E sai che a Frisco non puoi non fare un salto a Bernal Heights, dove ci sono dei murales e si vede dall’alto la skyline, o a Bayview, zona afro-americana perfetta per una soul session o un BBQ. «Quando esco a correre mi porto dietro qualcosa da mangiare, ma una delle piccole gioie di Every Single Street è stata mangiare cinese, messicano, arabo, provare il cibo di El Salvador: peccato che i migliori ristoranti etiopi siano fuori dalla città, a Berkeley e Oakland». C’è un altro aspetto di Every Single Street nel quale Gates è stato profetico: correre con una mascherina FFP2. Quando l’ho visto in una fotografia non volevo crederci: «C’era un grande incendio a circa 100 miglia di distanza, il risultato di una cattiva gestione delle foreste e della siccità. Spesso le città si credono lontane dalle calamità naturali e così ho pensato che fosse importante sperimentare la vibrazione di San Francisco durante questo periodo e l’unico modo per farlo era indossare una maschera. Non è così male, è difficile solo se vai forte, ma non faceva parte dei miei piani». Forse non ci voleva il Covid per riscoprire l’avventura in città e Rickey l’aveva capito in anticipo, ma dopo la pandemia la vita sarà la stessa e soprattutto, le città saranno ancora così popolate? «Penso che il mondo non tornerà mai più all’era pre-Covid e che sia un bene; avevamo bisogno di un tasto con scritto su pausa, anche se naturalmente sono addolorato per tutte queste morti. Credo che nelle città succederà quello che è successo al tempo della prima White Fight negli anni ’50 quando sono diventate un luogo più sicuro per gli afro-americani e i bianchi che potevano permetterselo si sono trasferiti nelle vicinanze, perché la minaccia di essere troppo vicini agli altri è un’autentica paura, però siamo un Paese in crescita demografica e anche le piccole città stanno crescendo, così la differenza tra i luoghi è sempre minore». L’idea di Rickey è diventata matura e ora c’è un sito interamente dedicato a Every Single Street con resoconti da tutto il mondo. E lui non abita più a San Francisco, ma a Santa Fe, nel Nuovo Messico, dove ha replicato il progetto. «È stato simile e diverso allo stesso tempo, simile perché è un modo per conoscere meglio un posto, diverso perché sono due città diverse. Santa Fe ha una lunga storia di poche persone che hanno combattuto per la terra e il potere, gli indiani Pueblo, gli spagnoli e gli americani, e questa tensione la senti ancora.

Ci sono strade pubbliche dove non sei benvenuto, perché chi abita lì le sente come proprie e ti lanciano contro i cani o chiamano la polizia». Se uno che ha corso a San Francisco lo ha fatto anche in tutte le strade di una sonnolenta cittadina del Sud inseguito da cani e polizia, allora ognuno di noi può provare a farlo a casa propria. Io ho iniziato subito dopo avere scritto questo articolo.

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© Jamil Coury

Le UTMB World Series sono la Superlega del trail?

L’annuncio della nascita delle UTMB World Series - non del tutto inaspettato - segna un ulteriore step verso la spettacolarizzazione, professionalizzazione (e la fine dello spirito trail, secondo i più nostalgici) del mondo della corsa in natura. 

Il gioco è semplice ed è piramidale. Si parte dall’alto, dalle finali, OCC, CCC e UTMB. Le tre gare della settimana chamoniarda saranno, rispettivamente, il gotha sui 50K, 100K e 100M (miglia). Per qualificarsi bisogna partecipare o a una gara delle UTMB World Series Majors (sono qualificati i primi 10 uomini e donne di ogni categoria 50K, 100K e 100M), o a una delle UTMB World Series Events (si qualificano i primi 3 di ogni categoria e distanza). Poi, ancora più sotto, ci sono le migliaia di gare UTMB World Series Qualifiers. Partecipare alle Events farà guadagnare delle pietre che permetteranno di essere ammessi all’estrazione dei pettorali UTMB, mentre le probabilità di essere estratti aumenteranno per gli iscritti alle Majors. 

Nasce anche un nuovo indice di performance calcolato su quattro categorie (20K, 50K, 100K e 100M). E le gare? per ora ci sono solo le prime otto perché il calendario definitivo verrà svelato in autunno e il sistema sarà operativo dal 2022. Oltre all’UTMB ci sono Val d’Aran by UTMB (Spagna), Thailand by UTMB (Tailandia), Panda by UTMB e Gaoligong by UTMB (Cina), Tarawera Ultramarathon by UTMB (Nuova Zelanda), Ultra-Trail Australia by UMB (Australia) e Mozart 100 by UTMB (Austria). Le ultime tre gare sono targate The IRONMAN Group con il quale viene organizzato il circuito.

Nella pratica l’iniziativa UTMB diventa il vero circuito mondiale del trail e dell’ultra-trail, al quale, prevedibilmente, parteciperanno gli elite. Una specie di Superlega del trail. Rimane da capire quale sarà la posizione di gare simbolo trail come, per esempio, la Diagonale des Fous o di altre storiche competizioni che sono nel calendario dell’Ultra-Trail World Tour, come d’altra parte la maggior parte delle gare delle World Series, per esempio la Western States. Non c’è dubbio che potrebbe essere proprio l’UTWT a essere messo in ombra dal nuovo circuito. Ci saranno gare italiane? Anche questa è una domanda alla quale non c’è per ora risposta. Peraltro il più importante appuntamento italiano, la LUT, insieme, tra le altre, a Patagonia Run, Ultra Pireneu e Trans Gran Canaria, non fa più parte dell’UTWT ma del circuito Spartan Trail World Championship.

Nel comunicato di presentazione delle UTMB World Series si fa riferimento alla consultazione di una decina di atleti elite prima di dare vita al nuovo circuito. E i runner italiani come la pensano? Stefano Ruzza, settimo a Chamonix nel 2018, ha preso una posizione netta con un lungo post su Facebook. La conclusione? «L’ultratrail non è l'ironman, e Chamonix non è Kona. Gli atleti elite cosa pensano? Io non sono abbastanza elite, ma non ho alcuna intenzione di fare una delle poche gare imposte da loro per qualificarmi per un futuro UTMB. Ci sono tantissime altre belle gare che vorrei fare. E per quest'anno, mi verrebbe proprio di non andarci e di guardarmi intorno».


Il comprensorio sciistico senza impianti

Tra le poco più di mille anime di Kremmling, a 125 miglia da Denver, i cappelli con scritto Trump 2020 sono più popolari dei caschi da sci. Eppure a mezz’ora da questo sonnolento villaggio del West, lungo la strada per Steambot Springs, nel bel mezzo di una steppa fangosa, lo scorso dicembre ha aperto quella che potrebbe diventare una pietra miliare nell’evoluzione di un’industria multi-milionaria, come ha scritto Simon Usborne sul Financial Times. L’idea è semplice da immaginare quanto complicata da mettere in pratica: la prima località sciistica human powered o, come preferisce definirla Erik Lambert, co-fondatore di Bluebird Backountry con Jeff Woodward, a backcountry light ski area, un comprensorio sciistico per avvicinarsi allo scialpinismo. Bluebird Backountry ha aperto i battenti per due settimane di test nella scorsa primavera, a febbraio e marzo, al Whiteley Peak, nel Peak Ranch, e dopo un migliaio di skipass venduti, per il 40 per cento a persone che non avevano mai messo le pelli sotto i piedi, ha affrontato la sua prima, vera, stagione sciistica. Sempre su una proprietà privata, all’interno dello stesso enorme ranch, ma in un’area leggermente diversa da quella del marzo scorso, sulla Bear Mountain. 

Poco meno di 400 metri di dislivello, cinque chilometri quadrati, il 15 per cento di discese verdi, il 35 per cento di blu, il 40 per cento di nere e il 10 percento di double black diamond (che nelle località sciistiche americane sono paragonabili alle nostre nere, visto che nella classificazione manca il colore rosso). L’unica differenza rispetto a un tradizionale ski resort è che non ci sono seggiovie o telecabine, ma sette tracce di salita con le pelli. E che il terreno è completamente naturale, nessun albero è stato abbattuto per fare spazio alle discese. Per il resto è tutto molto simile: un parcheggio, dove dal giovedì alla domenica è consentito dormire sul proprio van, un base lodge ospitato in una calda tensostruttura, il noleggio dell’attrezzatura, il posto di primo soccorso, i bagni (chimici), un food truck e dei barbecue all’aperto. Non manca una mid mountain warming hut, una specie di baita con bagni chimici, barbecue, posto di primo soccorso e ski patrol lungo le discese. Oltre all’area inbound, messa in sicurezza, ci sono altri 12 chilometri quadrati ai quali si può accedere solo accompagnati da una Guida. Bluebird sta per chiudere la sua stagione e in pochi giorni, prima dell’apertura, sono stati venduti 500 skipass stagionali. Lo stagionale, in pre-vendita a 299 dollari (successivamente 350) garantisce l’accesso sempre, mentre il giornaliero, che costa 50 dollari, richiede la prenotazione.

© Bluebird Backountry

Bluebird sembra l’asso nella manica nell’inverno del distanziamento perché prevede la presenza massima di 200 persone e si passa la maggior parte del tempo all’aperto, ma l’idea è nata molto prima della pandemia. Erik e Jeff, rispettivamente 37 e 38 anni, si sono conosciuti al Darthmouth College. Nel 2018 lanciano un’indagine online, alla quale rispondono 3.000 sciatori, poi degli eventi per testare il concetto, per un totale di 6 giornate, anche all’interno di alcuni comprensori sciistici, come Winter Park. A gennaio 2020 Erik e Jeff raccolgono più di 100.000 dollari con una campagna su Kickstarter, il 330 per cento dell’obiettivo che si erano prefissati, e la scorsa primavera ecco l’esperimento delle due settimane al Whiteley Peak. «Impariamo dall’esperienza, da un giorno all’altro abbiamo cambiato anche 15-20 protocolli, per esempio ora le tracce di salita sono doppie, perché la gente vuole parlare mentre sale, ma la prima sfida se vuoi creare una località sciistica, anche quelle con gli impianti, è trovare un bel posto con il terreno giusto e tanta neve, vicino al tuo pubblico potenziale, ed è un lavoro enorme - dice Erik – Così l’anno scorso eravamo al Peak Ranch per capire se i pendii e la neve fossero quelli giusti per la nostra clientela».

Oltre al distanziamento naturale c’è un altro motivo per il quale il concept di Bluebird Backountry è tremendamente attuale in un inverno nel quale non pochi sono passati dalle piste al mondo del fuori. «Vediamo che c'è molta differenza ad avvicinarsi allo scialpinismo in modo soft, come permettiamo qui, oppure in maniera più tradizionale. Nel secondo caso, se le persone non hanno un mentore, un amico esperto con il quale iniziare, si trovano a dover scegliere tra un corso costoso che dura quattro giorni e che li spaventa o evitarlo e andare direttamente in montagna e non è un bene. Quello che abbiamo cercato di creare è uno spazio dove le persone si sentano benvenute e possano avvicinarsi allo scialpinismo sviluppando abilità e abitudini, dai materiali, alla progressione, alle inversioni, sostanzialmente imparare ad affrontare la montagna aperta». Così, accanto al comprensorio inbound, Bluebird offre due tipi di corsi, le lezioni di backcountry, suddivise in tre livelli, che durano mezza giornata o una giornata e costano 69 o 79 dollari, e i corsi di sicurezza e autosoccorso certificati AIARE (The American Institute for Avalanche Research and Education), suddivisi in tre livelli, con moduli di uno o tre giorni. Nel corso base di backcountry si imparano a conoscere i materiali, le pelli e la tecnica ed è rivolto a chi non ha mai fatto skialp, mentre il livello due è per chi ha già praticato e si concentra sul miglioramento della tecnica di salita e discesa e i rimedi per i problemi ai materiali. Infine il livello tre riguarda la programmazione della gita e l’osservazione della montagna ed è la porta d’entrata ai corsi sulla sicurezza. Rivolgendosi prevalentemente a chi si vuole avvicinare allo scialpinismo, Bluebird Backountry propone anche il noleggio di sci, scarponi, splitboard e dell’attrezzatura di sicurezza ed esiste uno skipass giornaliero comprensivo di noleggio e corso base che costa 199 dollari, mentre per esperienze nella natura che circonda il compren- sorio si può acquistare il pacchetto che prevede la presenza di una Guida per tutta la giornata, al costo di 950 dollari e da dividere fino a sei persone.

Bluebird è un’idea che viene da lontano ed è solo all’inizio della sua parabola. Nella testa di Erik ci sono già tante idee, non solo a misura di beginner. «Il nostro progetto a lungo termine è di creare un comprensorio interessante come quello delle migliori stazioni sciistiche, ma interamente human powered, e questo significa terreno ampio e vario, tanta neve, insomma un resort dove le persone possano migliorare la loro tecnica e la loro educazione allo scialpinismo, ma anche per gli scialpinisti con più esperienza che cercano una montagna meno selvaggia dove divertirsi». Forse non sarà il futuro su larga scala dell’industria multi-milionaria dello sci di massa, ma, come ha scritto Usborne, potrebbe effettivamente essere una pietra miliare, che indica la strada. Però, come ogni curva nella neve fresca è diversa e ogni otto non perfettamente sovrapponibile, anche Bluebird Backcountry non è un concetto così facilmente replicabile. Erik ne è convinto. «È un progetto che nasce dalla passione, sappiamo quanto è difficile trovare il giusto terreno; c’è ancora tanto lavoro, ma andiamo avanti perché abbiamo avuto segnali incoraggianti. C’è il rischio che una società più grande di noi copi il concetto che stiamo sviluppando anno dopo anno, magari una località sciistica? Ovviamente sì, ma i resort si concentrano su quello che sanno fare meglio, cioè gestire impianti per portare tanta gente sulle montagne, invece noi cerchiamo di creare un’esperienza unica, esclusiva. Immagina di non essere mai andato a sciare e di arrivare da solo in un comprensorio sciistico, senza amici, in un enorme parcheggio. Gli scarponi devi metterli prima di salire sul minibus che porta agli impianti o dopo? Poi arrivi al lodge e cosa devi fare? Come funziona l’attrezzatura? E gli impianti? Non c’è nessuno che ti aiuti a meno di spendere tanti soldi per prendere una lezione. Noi cerchiamo di creare un’esperienza amichevole perché ci mettiamo tanta attenzione e passione. Fondamentalmente vogliamo creare un ambiente completamente diverso». Stay hungry, stay foolish… stay backcountry.

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© Bluebird Backcountry

Rimbocchiamoci le maniche

Mia figlia pratica ginnastica ritmica a livello agonistico da dieci anni eppure, per qualche anno, il suo voto in ginnastica è stato un sei secco. Nella corsa è lenta, nel salto in lungo atterra corta. Le motivazioni erano le più svariate, peraltro comprensibili. Non mi piace parlare di me o della mia famiglia e, per principio, sono il tipo di genitore che, ancora oggi che si dà del tu al professore, considera a priori la ragione dalla parte di chi insegna. Però credo che questo esempio sia lo specchio del fallimento della scuola italiana, che emerge prepotentemente dopo un anno di pandemia. Un’estate e un inverno che hanno visto la riscoperta della montagna aperta hanno messo in luce i limiti di un sistema educativo che non sa (o non vuole) guardare oltre il compitino. In montagna sono arrivati ragazzi che non sanno camminare mi hanno detto senza troppi giri di parole alcune Guide alpine attive nel soccorso alpino. C’è chi fa fatica a fare un paio di scale, chi va giù secco di tallone sulla neve ghiacciata e vola, chi arriva sul cucuzzolo con le infradito.

Manca cultura dello sport e dell’attività fisica, manca ancora di più cultura dell’ambiente. Arrivano senza scarpe e abbigliamento adatto, quando il sole è già alto, e chiedono qual è il sentiero per andare su vette che richiedono tempo, preparazione e tecnica dicono i soccorritori. Oppure sono vestiti per una spedizione himalayana ma la meta è la baita poco oltre le piste di sci chiuse. Naturalmente è un’iperbole, ma dà il senso della realtà. È capitato anche a me. A febbraio, mentre partivo per un giro con sci e pelli, vedo due ragazzi, uno con la splitboard e uno attrezzato di tutto punto, con scarponi e sci top di gamma. Ci chiedono dove si può andare a fare una gita perché erano diretti da un’altra parte, fidandosi di una guida degli itinerari, ma un’ordinanza comunale vietava scialpinismo e fuoripista per rischio valanghe. Quel giorno la scala del pericolo era al livello 3. I due si accodano e, parlando, capisco che non hanno mai messo il naso fuori dalle piste e che il corso con la Guida lo faranno solo più avanti. Arriviamo a una cresta, bisogna mettere gli sci sullo zaino, ma lo zaino non ha il portasci…

Per fortuna le condizioni favorevoli e le piste di sci chiuse, che hanno attirato la maggior parte dei nuovi arrivati, hanno reso l’inverno meno problematico dell’estate, ma il punto è un altro: una società immersa nel mondo virtuale si trova ad avere sempre meno legami con l’ambiente del quale noi tutti facciamo parte e di cui dovremmo conoscere le regole. E la scuola, prigioniera di schemi novecenteschi, burocrazia e politichese, fa poco per educare all’ambiente e allo sport. Quel poco al posto del nulla è giustificato dall’intelligenza e dall’impegno di tanti professori e dirigenti, ma è il sistema che ha fallito perché non garantisce uno standard. Due anni fa mia figlia è arrivata terza ai campionati italiani del suo circuito e l’istituto dove studia (non lo stesso dove prendeva sei) le ha fatto i complimenti sul sito web. Ma quanti meriti di quella medaglia sono della scuola italiana e quanti della passione e dedizione dei ragazzi e delle famiglie o dei singoli professori? Un sistema educativo che crede nei valori dello sport per la formazione dei cittadini dovrebbe dare a priori un voto in più a chi lo pratica tutti i giorni a livello agonistico. O no?

La scuola è lo specchio del futuro di un Paese e per riparare i danni di decenni di immobilismo ci vorrà tempo, quindi meglio iniziare a rimboccarci tutti le maniche e dare il nostro contributo per creare una cultura dell’attività fisica all’aria aperta. «Attraverso i nostri canali digital e social non vogliamo solo promuovere le novità di prodotto delle maggiori aziende dell’outdoor, ma anche diffondere la cultura dell’attività sportiva e ricreativa a contatto con la natura, immaginando la possibilità di grandi campagne a tema dirette a stimolare nel pubblico e anche nelle istituzioni una sempre maggior consapevolezza sull’importanza del rapporto uomo-natura, come uno dei presupposti fondamentali per il benessere e la crescita sociale». A parlare è Vittorio Forato, responsabile per la comunicazione di Italian Outdoor Group, l’associazione che nell’ambito di Assosport raccoglie i più importanti marchi italiani dell’outdoor. Avanti così, tutti. Perché chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso.


Alex Txikon, l'alpinismo è immediatezza

In questi giorni l’alpinista basco Alex Txikon si trova in hotel a Kathmandu, insieme a Inaki Alvarez e Simone Moro. Sta facendo passare i giorni della quarantena richiesta alle autorità locali prima di dirigersi al campo base del Manaslu, che i tre tenteranno in invernale. Puntano a salire la via normale della montagna, lungo la parete Nord-Est. L’obiettivo è, oltre al raggiungimento della vetta principale, il concatenamento con il pinnacolo est (7.992 m). Inoltre l’intero progetto si sviluppa secondo le moderne regole invernali che prevedono di arrivare al campo base dopo il 21 dicembre e portare a termine la salita entro il 21 marzo. La spedizione polacca che ha compiuto la prima invernale il 12 gennaio 1984 ha raggiunto le pendici della montagna il 2 dicembre, realizzando buona parte dei lavori di preparazione della via prima del solstizio d’inverno. 

Abbiamo pubblicato una lunga intervista a Txikon sul numero 130 di Skialper, lo scorso giugno. La riproponiamo a seguire.

«La vita media oscilla intorno ai 33.000 giorni, se dipendesse da me passerei la maggior parte del tempo di questo viaggio tra le montagne. Se ci fermiamo un attimo a pensare, ci sono molte cose importanti. Però solo due sono essenziali: la vita e il tempo. Ed è proprio in questi momenti che guardo indietro e vedo un bambino che gioca e sale sulla bici e, sorpreso e inquieto, mi domando: come è passato tutto così velocemente, vero?».

Alex Txikon è nato nel 1981 a Lemona, nei Paesi Baschi, ultimo di 13 fratelli. E ha cercato di mettere in pratica sempre il suo comandamento. Anche nei mesi scorsi quando si è allenato in Antartide per andare a scalare l’Ama Dablam e tentare l’Everest invernale. Risultato? Road to Himalayas: partenza da Puerto Williams, in Cile, a bordo di una barca a vela il 14 dicembre insieme a Juanra Madariaga per andare a scalare ed esplorare nelle isole Shetland Meridionali attraversando il burrascoso Canale di Drake. Poi all’inizio di gennaio, con solo due giorni di riposo, subito in Nepal per trovare Félix Criado e Ínigo Gutiérrez Arce, che hanno raggiunto il Nepal in auto dalla Spagna. Rientro a inizio marzo, giusto in tempo per chiudersi in casa per il lockodwn. «L’Antartide è uno dei posti più meravigliosi della terra e credo che, piuttosto che attraversare mezzo mondo per raggiungere l’Himalaya od organizzare conferenze stampa e rilasciare interviste, sia molto più interessante stare in montagna con le persone che ti sei scelto e arrivare con una motivazione molto più grande in Nepal. Non era la prima volta in Antartide per me: i paesaggi e la logistica sono unici e si può ancora fare alpinismo ed esplorazione di altissimo livello».

Alex Txikon non è rimasto mai fermo. Il suo curriculum, sulla soglia dei 40 anni, è una lunga lista. Dopo i primi 4.000 nelle Alpi, nel 2003 è arrivato il primo Ottomila, il Broad Peak e l’anno successivo il Makalu; ha iniziato a lavorare come cameraman-alpinista per la trasmissione tv Al Filo de lo Imposible, si è unito al progetto di Edurne Pasaban, prima donna a raggiungere tutti i 14 Ottomila. Lui ne ha raggiunti 11, il Shisha Pangma due volte, alcuni in stile alpino. Dal 2011 è andato in Himalaya ogni inverno e spesso anche nella stessa estate. Nel 2016 la prima invernale del Nanga Parbat sulla via Kinshofer con Simone Moro e Ali Sadpara, nell’inverno 2013 la prima del Laila Peak e in primavera il Lhotse. Nell’inverno 2011 e 2012 tenta il Gasherbrum I, ma è costretto a fermarsi sopra i 7.000 metri e nella seconda occasione perde tre compagni di spedizione. Il G1 e G2 si sono arresi nell’estate del 2011, il K2 mai, nonostante più tentativi, l’ultimo nell’inverno del 2019. E neppure l’Everest, che lo scorso inverno non si è concesso come in quello del 2017 e del 2018. In mezzo spedizioni e prime salite in Antartide, Groenlandia, Himalaya, base jumping, documentari pluripremiati ai vari film festival.

Alex, che cos’è il nuovo alpinismo? 

«È immediatezza, perché oggi con i social media è tutto istantaneo, ma dipende dal tuo Paese di origine, dalla tua visione e soprattutto, oggi, rispetto alle generazioni precedenti, ci sono moltissimi tipi di alpinismo di alto livello».

E l’himalaysmo invernale, che cosa rappresenta per Alex Txikon?

«Gli Ottomila invernali continuano a essere un luogo nel quale mi trovo a mio agio, mi piace lottare con le condizioni meteorologiche, mi piace soprattutto la montagna, perché è completamente diversa e non c’è l’affollamento degli altri mesi dell’anno».

Hai detto che gli 8.000 invernali sono una questione di velocità prima ancora che resistenza, il fast & light è il nuovo alpinismo?

«Credo che più veloce sei, meno tempo passi nei campi in quota, più possibilità hai di raggiungere la vetta e di farlo in maggiore sicurezza, cioè di sopravvivere, perché le finestre meteo favorevoli sono limitate. Passare dal campo 1, 2, 3, 4? Oggi in inverno, con un buon lavoro di preparazione, puoi arrivare direttamente al campo 3».

L’himalaysmo è stato a lungo conquista nazionalistica delle vette, oggi invece unire le forze tra spedizioni può aiutare a raggiungere gli obiettivi, come al Nanga Parbat nel 2016. Però le montagne sono ricche di episodi di rivalità ed è quello che è successo nella tua spedizione al K2 nel 2019 quando non c’è stata collaborazione con la spedizione russo-kazaka-kirghisa.

«Domani (il 14 maggio, ndr) si festeggia il quarantesimo anniversario della prima scalata basca dell’Everest, la quattordicesima bandiera a sventolare sul tetto del mondo, portata dalla Ci sono gli Ottomila invernali, ma ci sono anche i Settemila o i Seimila… «Certo, siamo saliti sul Pumori, l’Ama Dablam, il Laila Peak, il Gasherbrum I, a quote più basse: siamo degli specialisti, non ci ciucciamo il dito e sappiamo quello di cui parliamo».

Come ti acclimati, hai mai usato le tende ipossiche?

«Sì, una volta, aiutano molto, però credo che non ci sia niente di meglio dell’acclimatamento fatto sul luogo, le tende sono un aiuto per chi ha poco tempo».

Limiti, paura, rischio, come ti confronti?

«I limiti, la paura, il rischio li stabilisci tu stesso. La paura, il limite e il rischio sono i compagni della prudenza: più paura, più prudenza. Al contrario di quanto si pensi».

Hai lavorato come cameraman in una trasmissione tv, cosa pensi dell’alpinismo-show e dei mezzi di comunicazione?

«Ci sono anche i social media e io sono attivo, però non sono un appassionato di questo mondo, mi piace ancora leggere sulla carta stampata, invece di premiare l’immediatezza e diventare un consumatore seriale di video, preferisco leggere una rivista mensile e cercare la qualità».

Ali Sadpara, Simone More, Daniele Nardi, Ferran Latorre, Adam Bielecki, Krzysztof Wielicki, Denis Urubko, Tomasz Mackiewicz, Ueli Steck, Reinhold Messner. Le tue strade si sono incrociate con quelle di altri alpinisti, hai qualche ricordo particolare?

«Con tutti, belli e brutti. Ognuno ha la sua strada che ogni tanto incrocia le altre, ma corrono parallele tra di loro e nella stessa direzione. Voglio conservare ricordi positivi di ciascuno di loro».

Ed Edurne Pasaban?

«Questa settimana cade il decimo anniversario della scalata del Shisha Pangma che nel 2010 l’ha fatta diventare la prima donna ad avere salito tutti i 14 Ottomila e sono orgoglioso di avere fatto parte del suo team».

Hai definito il Nanga Parbat la montagna delle montagne, qual è la montagna della tua vita, sempre il Nanga?

«Tutte, tutte le montagne sono spettacolari, tra il Nanga e il Makalu scelgo il Makalu perché è tra le prime che ho scalato e ho dei ricordi particolari, il Nanga Parbat per me è importante come tutte le altre montagne».

Cosa vuol dire essere il tredicesimo figlio?

«Ho sempre dovuto lottare, ogni dettaglio di tutto quello che ho raggiunto l’ho conquistato con il lavoro e l’aiuto degli amici e delle persone vicine, però l’insegnamento più grande che mi ha dato è l’importanza della vita e della forza di volontà, sapere qual è il tuo posto».

La pandemia ha cambiato le nostre vite, anche la tua. Qual è l’insegnamento che ti ha dato?

«Ho lavorato molto, a un nuovo libro, a un film. Ho lavorato quindici ore al giorno, ma ho dedicato il tempo a me invece che agli altri o a stare in aeroporto. Fermarsi, guardare e pensare dove mettere il prossimo granello di sabbia e in che direzione stiamo remando è l’insegnamento più importante».centoquattresima persona, se non sbaglio. Però oggi ognuno scala per sé, per essere più veloce, ci sono gli sponsor: è cambiato tutto. Unire le forze ti dà più opzioni, come è successo con Simone e Tamara, perché noi eravamo in tre, loro in due, e se uno sta male, cosa fai? Credo che per salire un K2 in inverno bisogna unire le forze, costruire e non distruggere».

Qual è la tua filosofia di spedizione? 

«Semplice, che ci sia empatia tra i partecipanti, che tutti siano pagati e che ci sia trasparenza: abbiamo gli sponsor ed è giusto dividere i soldi con gli altri. Devi comportarti bene, devi scegliere l’attività che credi conveniente per sopravvivere e perché il tuo team sia supportato e non ci siano incidenti o morti, ci vuole tutto il necessario per affrontare la sfida».

Nel 2019 volevi provare l’Everest invernale dal versante Nord e poi hai ripiegato sul K2 perché non hai avuto i permessi, perché nel 2020 hai attaccato ancora l’Everest dal Khumbu?

«Anche quest’anno ci sono stati problemi per i permessi e abbiamo sentito che al K2 ci sarebbe stata tanta gente: non abbiamo voluto trovarci nel gioco del 2019 con i russi. Credo che avessero perso del tutto la testa, che pensassero di essere in una partita contro quelli che erano accanto a loro».

Stazioni meteo portatili e droni, nuovi attrezzi per un nuovo alpinismo? I droni sono utili solo per i soccorsi o anche per le ricognizioni? Invece per il campo base ami costruire igloo, perché?

«Avere i dati reali delle piccole stazioni che puoi portarti dietro e quelli che arrivano da lontano è molto diverso. I droni? No, non li usiamo per la ricognizione della via, ma sono fondamentali per i soccorsi. In uno dei voli alla ricerca di Tom e Daniele (Ballard e Nardi sul Nanga Parbat, ndr) dal campo base li ho visti in modo netto. Però solo guardando al passato possiamo costruire il futuro. Per questo al campo base sono utili gli igloo: ci hanno aiutato tantissimo a mantenere un ritmo cardiaco e una saturazione dell’ossigeno nel sangue migliori, a riposare di più, a essere protetti, ma soprattutto a tenere alta la temperatura; ci sono i dati a dimostrarlo: fuori c’erano meno venti e dentro si stava bene, intorno agli zero gradi».

Tra i tuoi partner tecnici c’è Ferrino, da quanto tempo?

«Da un anno, è una marca che mi è sempre piaciuta molto, già al tempo di Edurne Pasaban, è un’azienda di famiglia che quest’anno compie nientemeno che 150 anni. Sono orgoglioso di fare parte di questa grande squadra e di usare zaini, tende e altri prodotti, ma soprattutto di essere ambasciatore dei valori di Ferrino che vanno a braccetto con i miei. Le tende sono le migliori che ci siano, senza alcun dubbio».

Steve House, Mark Twight, Ueli Steck ci hanno insegnato che si può allenarsi per l’alpinismo, come per qualsiasi sport. House ha scritto che l’alpinismo è all’80% mentale e al 20% fisico. Sei d’accordo?

«Steve, Mark, Ueli sono la punta di una freccia che ha segnato una tendenza, anche a me piace allenarmi duramente, ma la motivazione viene prima di tutto. È la motivazione che mi fa raggiungere gli obiettivi e canalizzare tutte le energie. Ottanta/venti? Sono totalmente d’accordo, io direi settanta/ trenta, però devi avere fiducia, credere in te stesso, altrimenti sei fottuto».

Quel bambino che andava in bici ora ama le moto. Nel 2007 si è comprato una Royal Enfield Line Art con la quale ha attraversato il Nepal da Nord a Sud e che è stata distrutta nel 2015 dal crollo dell’edificio che la ospitava a causa del terremoto. Poi è arrivata una Royal Enfield Bullet Machismo con la quale ha viaggiato da Kathmandu ad Amristar, attraversando l’India. «Questo tipo di moto, la sua storia, mi hanno sempre affascinato, così tre anni fa ho comprato la terza, un modello del 1978. L’ho presa a Nuova Delhi e l’ho completamente restaurata, trasformandola in una reliquia da trattare con cura». Nel 2019 quella Royal Enfield è salita su una nave fino a Barcellona e poi su un camion fino in Bizkaia. «Vederla arrivare a casa e aprire quella cassa mi ha fatto salire le emozioni, tornare a quelle strade nelle quali sono cresciuto, ai suoni e ai ricordi di quegli angoli di India e Nepal. Incredibile».

A PROPOSITO DELLA SPEDIZIONE AL MANSALU

Una sfida umanitaria e sostenibile

Come già accaduto lo scorso inverno, anche questa volta Alex cercherà di offrire il suo aiuto ai popoli delle montagne. In questa occasione avrà con sé centinaia di lampadine solari da distribuire alle famiglie che abitano la regione del Makalu. «Una lampadina cambia radicalmente la vita di una famiglia» il commento di Txikon. «Non ce ne rendiamo conto, ma per questi villaggi avere la luce di notte può significare che i bambini possono imparare a leggere e a scrivere». L’altra finalità è quella di fornire strumenti, come le lampadine solari, che lascino il minor impatto possibile sull’ambiente. La stessa cosa anche al campo base dove verranno installati due pannelli solari (uno verrà poi donato alla locale scuola al termine della spedizione).

I prodotti scelti da Alex Txikon

Alex Txikon partirà per il Manaslu con materiali della linea Ferrino High Lab. Il campo base sarà composto dalle tende Colle Sud e Campo Base, mentre per i campi più alti Alex e compagni potranno contare sulle tende Snowbound, Maverick e Pilier, dormendo nei sacchi a pelo HL 1200 RDS Revolution. Tra le tende della linea High Lab spicca la nuova Pilier. Si tratta di un must di Ferrino che è stato aggiornato per alcuni dettagli e uscirà sul mercato il prossimo inverno. Questa tenda, testata da Alex anche nelle sue precedenti spedizioni, è dotata di un sistema di paleria esterna che permette un montaggio rapido.

© Alex Txikon

The players: Pier Luigi Mussa

«Un tempo a Lanzo, 500 metri di quota, nevicava a inizio stagione e quei 20, 30 centimetri rimanevano per tre mesi, ora fa al massimo una spruzzata che si scioglie subito». Pier Luigi Mussa, classe 1956, vive da sempre a Lanzo, anche quando faceva il pendolare tutti i giorni per lavorare a Torino, in un’azienda del mondo delle telecomunicazioni. E in montagna ci va da fine anni ‘70. «La quota neve è salita di almeno 500 metri, ma non è l’unico effetto del cambiamento del clima: l’estate una volta finiva con i primi temporali dopo Ferragosto, oggi va avanti anche fino a ottobre  e poi pioveva quasi tutti i pomeriggi, ora molto meno, ma quando arriva il temporale fa danni».

Tutte osservazioni frutto di tanti giorni passati sulle sue montagne e di una passione per la meteorologia. Una delle tante, perché Pier Luigi non ama annoiarsi e anche lo scialpinismo era all’inizio solo uno dei tanti hobby. Più un modo per mantenersi in allenamento che una vera e propria passione. «Per un po’ di anni ho fatto un po’ di tutto: deltaplano, tanta montagna e alpinismo, bici e mountain bike, sci di pista e snowboard. Lo scialpinismo era un altro modo per andare in montagna anche in inverno, le prime uscite le ho fatte con gli scarponi da pista nello zaino e gli sci normali, poi ho comprato la prima attrezzatura vera da scialpinismo». Poi smette di fare deltaplano e quel modo di andare in montagna in inverno diventa davvero una passione. «Ho anche fatto parte del Soccorso Alpino e ho partecipato a tanti interventi, soprattutto per escursionisti e fungaioli che si erano persi». 

In anni di escursioni Pier Luigi non si è mai trovato a tu per tu con la valanga. «Ripensandoci, qualche rischio l’ho corso, ma soprattutto da giovane, poi ho cominciato a studiare la neve e con la conoscenza e con l’esperienza ho adottato un atteggia- mento conservativo, la montagna è talmente grande per scegliere i posti più sicuri, se li conosci, e poi è importante soprattutto sapere uscire con le condizioni giuste». Ed ecco che si arriva al consumismo, quella voglia di macinare, di consumare metri e metri, di salire solo sulle vette più iconiche e vendibili sui social, di cambiare sempre meta e vallata. Mentre lo scialpinismo è tanto bello per quel senso di attesa, di profonda conoscenza dei luoghi, di studio e preparazione della gita giusta e nel posto giusto. E anche per la rinuncia. O per la ripetizione. «Incontro sempre più spesso scialpinisti che sono in valle per la prima volta e poi scappano via alla ricerca di altri posti oppure che vanno al Ciarm del Prete in pieno inverno perché lì bisogna esserci stati prima possibile e poi postano relazioni su una brutta sciata, ma le gite vanno fatte nel periodo giusto. Oggi se non scii oltre una certa quota o fai solo mille metri di dislivello non va bene». Posti giusti nei momenti giusti, e allora dove? «Per esempio nel vallone degli Ortetti che è proprio qui sopra: io amo soprattutto itinerari molto vari, dove il terreno è aspro e cambia continuamente e spesso sono posti che in estate sono più difficili da raggiungere, perché la montagna in inverno si trasforma. E poi se sei uno scialpinista, come dice la parola stessa, passi quasi dappertutto». Magari però dove non sono passate le orde da social... 

QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122