Makalu, Adrian Ballinger e la prima discesa con gli sci del Gigante Nero

Una data che entra nella storia dello sci himalayano quella del 9 di maggio 2022, giorno in cui Adrian Ballinger ha portato a termine la prima discesa integrale del Makalu, quota 8463 m. 

Makalu, Il Gigante Nero, di neve e roccia, la cui cresta sommitale demarca il confine tra il Nepal e il Tibet, il tutto a meno di 20 km dall’Everest. La quinta montagna più alta del mondo, considerata dagli alpinisti uno degli ottomila più difficili da salire per la complessa logistica ed il per nulla semplice avvicinamento. Un obiettivo ambizioso per Adrian Ballinger, Guida alpina e sciatore di alto livello con all'attivo diverse imprese nella catena himalayana, che già nel 2012 e nel 2015 aveva tentato la discesa senza però ottenere successo a causa delle cattive condizioni. 
https://www.youtube.com/watch?v=cKKU2S93C7g&t=277s

Il tentativo di discesa di Emily Harrington e Adrian Ballinger nel 2015

Il team composto da Ballinger, Dorji Sonam Sherpa e Pasang Sherpa è stato il primo a raggiungere la vetta nel 2022, lunedì mattina alle ore 9.00 in pieno whiteout. «Prima di parlare della discesa con gli sci...parliamo di chi l'ha resa possibile» scrive l'alpinista sui suoi canali social, ringraziando infinitamente i compagni senza i quali raggiungere la cima sarebbe stato impossibile. «Dai 7900 metri in su abbiamo battuto traccia, loro due trasportando 300 metri di corde fisse. Quando abbiamo raggiunto la cresta sommitale Dorji ha preso il comando su un terreno tecnico, difficile e poco proteggibile. Infine, si sono offerti di portare giù parte della mia attrezzatura in modo da consentirmi di sciare per tutti gli oltre 2400 metri di dislivello senza avere sulle spalle uno zaino enorme» continua Ballinger, ricordando come Dorji Sonam Sherpa fosse con lui anche nella spedizione al Manaslu nel 2011.

Adrian Ballinger, Dorji Sonam Sherpa e Pasang Sherpa

«Lo sci è sempre stata una delle mie più profonde passioni fin da quando ero bambino. La carriera da alpinista di alta quota mi ha poi portato a scalare diversi 8'000, fondere insieme sci e alpinismo è stato un processo naturale». Adrian è Guida IFMGA e CEO fondatore di Alpenglowe Expeditions, gruppo di Guide certificate che organizza spedizioni in tutto il globo e che utilizza tecniche avanzate di workout in camere iperbariche per ottimizzare le tempistiche di acclimatamento. 

«La discesa è stata quasi completamente verticale e su terreno duro. Le curve buone erano su neve, quelle brutte su ghiaccio e roccia» racconta lo sciatore estremo, che confessa anche di aver dato fondo a tutti i «trucchi e stratagemmi» imparati negli anni di esperienza. Ballinger sottolinea, rivolto a «chi ci tiene e per chi vorrà fare una discesa migliore e più pulita in futuro», di avere iniziato la discesa 15 metri sotto la vetta, scelta dettata dalle «scarse condizioni di visibilità e dalla presenza di altri alpinisti». L'alpinista dichiara di aver tolto gli sci una sola volta per calarsi con una doppia di 60 metri lungo il French Couloir, a quota 8070m, e di aver utilizzato corde fisse come supporto nei tratti più critici e pericolosi. «È stato divertente sciare di fronte alle facce incredule degli oltre 25 sherpa e scalatori che risalivano le fisse mentre io scendevo, nei loro occhi si leggeva un'espressione del tipo 'questo è pazzo'!». 

In qualsiasi caso, 15 metri sotto la vetta, con l'ausilio di corde dove necessario, lo zaino leggero e chi più ne ha più ne metta, Ballinger è riuscito in un'impresa unica nel suo genere che non può ricevere altro se non rispetto ed ammirazione: «It wasn't good skiing, but it was a great skiing», conclude Adrian, e noi non aggiungiamo altro. 

@Adrian Ballinger
@Adrian Ballinger
@Adrian Ballinger

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Con il successo sul Makalu rimane una sola vetta tra i 14 ottomila ancora inviolata dalle lamine di uno sci: gli 8'586 metri del Kanchenjunga. Chissà se le nuove tecnologie, gli allenamenti mirati ed il continuo spostamento dell'asticella oltre il limite permetteranno a qualcuno di portare a termine l'impresa. 

  


La macchina del tempo

Un gelido sole fa capolino dietro i profili delle montagne mentre mi appresto ad andare al lavoro. Il turno del mattino in ospedale inizia prossimo all’alba e, a seconda della stagione, l’Appennino mi saluta in maniera diversa. Il grigio tetro e monotono del nosocomio è sovrastato in lontananza da un lungo profilo che conosco a memoria e che migliora questa squallida, seppur necessaria, geometria, donandole un aspetto inaspettatamente maestoso. L’occhio stropicciato punta immediatamente verso il gruppo del Cusna, un gigante sdraiato sulla pianura, che appare fiero in direzione sud-ovest quando, imbiancato dalla neve, sposta l’immaginazione a certe forme himalayane. Subito dopo è impossibile non notare il cono simil-vulcanico del Cimone che fa capolino dietro le colline. La più alta cima dell’Appennino settentrionale rimane però ben celata dalle sinuose gobbe che la attorniano, concedendosi solo in piccola parte allo sguardo attento. Verso sud-est, dalla nera boscaglia di media quota, sbucano Spigolino, Cupolino e Corno alle Scale. Quest’ultimo mi riporta in Cordillera Blanca, con le sue caratteristiche cime affilate e solcate dai canali quasi fossero campi arati verticali. Il viaggio fantastico tra le montagne di casa e quelle del mondo si conclude all’angolo opposto dell’orizzonte dove, senza preavviso, emergono altre due evidenti vette imbiancate, dalla mole incredibilmente poderosa nonostante la loro modesta dimensione effettiva. 

Quasi sconosciuto tra i non addetti ai lavori, il gruppo Alpe di Succiso – Monte Casarola riconduce il fantomatico pellegrinaggio sulle Alpi. Eccezion fatta per la quota, potrebbe benissimo essere inserito in un quadretto svizzero. Parecchie altre amate cime di casa non si vedono, ma questo assaggio basta per sapere che il momento finalmente è arrivato. L’attrezzatura da sci sempre pronta in macchina mi aspetta fremendo a fine turno. Una tempesta ormonale carica di fiocchi nevosi percuote il mio soma assonnato, e già pregusto le curve pomeridiane. Oggi come non mai il freddo dell’inverno è uno stato di liberazione. Riappropriarsi finalmente delle sensazioni naturali, troppo a lungo celate sotto maschere e tute a scafandro, in un asettico annullamento della persona e dei desideri. Lo sciappenninismo, lungi dall’essere una disciplina per palati raffinati, richiede il coraggio e la pazienza di andare a verificare di persona e la dovuta predisposizione ad accettare le sorprese, positive o negative che siano. Chi è abituato alle Alpi potrebbe facilmente storcere il naso. Sullo spartiacque tosco-emiliano le cime vere e proprie caratterizzano solo l’ultima parte della salita. Per giungere alla testata delle valli bisogna traversare molti chilometri di ondulati colli solcati da strade spesso malconce nella loro tortuosità. In questa fascia di territorio la neve cade in maniera sporadica e molto spesso scompare ancor prima di accumularsi. Negli anni alcune bucoliche realtà sciistiche locali con dotazione di manovie o skilift sono progressivamente scomparse. Raggiunti i borghi più alti, la strada finisce e appare la linea di crinale sovrastante. Inutile dire che per chi risiede in queste zone l’Appennino bianco racchiude qualcosa di estatico, specie ora che il regalo della neve è tutt’altro che scontato. 

© Giovanni Danieli

Escludendo i maggiori comprensori di piste che tentano ostinatamente di resistere alla sempre più evidente fine della loro gloria, in alto Appennino si spicca un balzo fuori dal tempo. Sia in senso storico che in senso geografico. Lo stato di desolazione che si respira, in particolare durante la stagione fredda, in molti dei paesini a ridosso delle montagne, è compensato dalla cocciutaggine dei pochi che scelgono di abitarvi. Gente in salita, simile in tutto il mondo, che non ha paura della fatica e del silenzio. Soprattutto per quelli come me che frequentano i monti lontano dai weekend, è abitudine prepararsi alla gita ascoltando solo i propri movimenti, immersi nella spettrale atmosfera delle ultime case, ben sigillate in attesa di climi più caldi. I suoni si propagano nitidi e l’attacco dello scarpone sembra quasi rimbombare a ridosso dell’abetina piegata dal peso della neve. 

La quota modesta permette allo sciatore affamato di approcciare le salite anche a pomeriggio inoltrato. Il momento in cui il sole tramonta per lasciare spazio al buio ovattato dell’inverno è forse il frammento più significativo nel bianco d’Appennino. Pare davvero di essere agli albori dello sci, attraversando le borgate immersi nella neve fresca. Presto mi immedesimo nel personaggio e nelle atmosfere di quel film che mio padre guardava e riguardava, catturando la mia curiosità di bambino. C’era questo sciatore formidabile nella Courmayeur di inizio Novecento, interpretato dal norvegese Morten Aass, che con una divina tecnica telemark nuotava nella neve, infilando qualsiasi pertugio nei boschi o tra le case per giungere ai vicoli del paese antico con gli sci. Questo prima di essere catapultato negli anni Ottanta con una bizzarra macchina del tempo a pedali, e disegnare altre prodigiose linee sulle Alpi come se i decenni non gli appartenessero, come se lo scivolare sulla neve trascendesse lo spazio temporale. The time machine si chiamava il film e io ho sempre sognato di emulare le gesta del mitico telemarker col cappellaccio nero. Sul nostro crinale l’ambiente perlopiù boschivo e dolce nelle sue forme consente, con le dovute accortezze, di muoversi anche se il meteo è incerto. Qui non spaventano le bufere di neve o i cieli neri ma il Libeccio. Nei valichi tra Toscana ed Emilia lo strato nevoso si consuma rapidamente, livellato da correnti spaventose che impongono frequenti e rapidi cambi di direzione anche ai più determinati. 

L’essere forzatamente confinati all’interno della regione ci ha portato a ripercorrere ancora i pendii di casa, riscoprendo lo spettacolo e l’emozione quando pensavamo di aver ormai vissuto tutto. Questa volta però non rappresentano banali metri di dislivello da accumulare in vista di più ardite salite alpine, ma sono lo scopo finale. Il trucco sta nello sciare con nuovi occhi. Per esempio riconsiderando quelle tracce naturali da troppi anni accantonate, quei canali che magari prima o poi e quei versanti sempre sfavorevoli alle buone condizioni. I giorni sciappenninistici passano in fretta da queste parti. La posizione geografica di barriera alla pianura e la relativa vicinanza al mare fanno sì che la neve si trasformi in un battito di ciglia. Per certi versi ci sono anche lati positivi, ma in buona sostanza la powder in Appennino settentrionale è merce rarissima. Ecco perché non bisogna tentennare. Guai a perdere minuti preziosi, e giù per itinerari che parevano non dover essere mai solcati. 

Chissà quando ricapiterà, forse l’anno prossimo, probabilmente tra cinque o dieci anni. Il vento modella le sue sculture sul crinale e nel cielo terso il panorama ha dell’incredibile nella sua unicità. Si vede il luccichio del mare, specchio tra le ombre frastagliate dell’arcipelago toscano e la Corsica. Poi ancora le Apuane, i Colli Euganei, le città emiliane e il Monte Baldo. Solo alla fine ecco il Monte Rosa, lontanissimo.  Ora però cala la sera e la discesa la faremo alla luce delle frontali, discretamente, per non disturbare il bosco. Faggi, abeti rossi e bianchi, immobili nella stagione lenta. Di notte la percezione è amplificata e il profumo della neve ci avvolge nell’euforia di una polvere stupenda. Lascio che il cuore si calmi, una curva e respiro, vorrei non finisse mai. Di tanto in tanto sono solo, come avevo desiderato. Poi un tunnel di alberi sommersi ci catapulta verso inclinazioni dove cala la tensione delle gambe, e improvvisamente le oscure presenze di mucche Highlander fuori dal recinto mi costringono a un cambio di passo. Perdo l’equilibrio, un tuffo e sono ricoperto di uno strato candido, tra gli sguardi insospettiti delle amiche dal lungo pelo. Non ho più la torcia frontale, smarrita in questi freschissimi metri, ma poco importa. Preferisco non raccontare agli altri di quest’entusiasmo che solo l’inverno può dare, di quanto è straordinariamente primordiale sguazzare nella neve. Tanto non mi crederebbero mai. 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 138 DI DICEMBRE 2021

© Giovanni Danieli

Sesso, droga e la curva perfetta

«Sciare nella neve fresca è la massima essenza dello sci. Significa libertà, con un’enfasi non su come lo si fa, ma sul farlo di più... è al di là dell’attrezzatura, della forma, della tecnica. Forse la cosa più importante è che lo sci nella polvere significa allontanarsi dalla folla in un posto dove non ci sono tracce, impianti, recinti, altri corpi. Solo neve. È un altro mondo». 

Dall’editoriale del primo numero della rivista Powder, 1972

 

C’è tutta una filosofia e un’economia dietro al concetto di essenza – o di anima – degli sport all’aria aperta: chi ce l’ha veramente, dove la si trova e perché. Naturalmente ci sono sport che da sempre rivendicano un’anima che è diventata argomento di promozione e di commercializzazione, nei video e nelle pubblicità: il surf, l’arrampicata e lo sci sono ai primi posti di questa lista.
Ma l’anima può essere sia effimera che onnipresente, più evidente in certe sotto-discipline all’interno della sfera più ampia di qualsiasi attività. Negli sport invernali, è un soffio che avvolge tutto il mondo della neve fresca: powder, poudre, pulverschnee, nieve polvo. Proprio come getting barreled (surfare nel tubo all’interno dell’onda) è l’esperienza più mistica nel surf, così un face shot, uno spruzzo di polvere, è il Santo Graal dello sci. 

Naturalmente l’anima dello sci è un mix perfetto che mette insieme anche i luoghi speciali dove andiamo a caccia di polvere e le persone con cui condividiamo l’esperienza: la formula è semplice: persone + luogo + polvere. Ed è quello che ha attirato e attira sempre di più nella montagna aperta molti di noi, annoiati dall’ambiente artificiale delle località sciistiche. O forse è lo spettro del cambiamento climatico e la preoccupazione che non ci resti molto tempo per godere del fenomeno della neve fresca. Oppure, come recita un cliché un po’ démodé, la polvere è come una droga potente – una volta che l’hai provata, puoi solo desiderarne di più. Qualunque sia la ragione, We want powder è il nuovo We want fast lifts nell’industria degli sport invernali. 

 

«Il vero sciatore non segue gli altri. Non si limita a una pista. È un artista che ricama un bel disegno nella neve vergine e incorrotta. La cresta coperta di neve polverosa per il vero sciatore è come il marmo per lo scultore. La neve la cui bellezza è stata distrutta da migliaia di sciatori sulla pista non registra il passaggio di un altro sciatore. Solo la neve soffice registra i movimenti dei singoli sciatori, ed è unicamente nella neve soffice che il vero artista può esprimersi». 

Arnold Lunn, Le montagne della gioventù, 1925

© Mattias Fredriksson

Ci sono molte attrazioni nella neve fresca. È naturale, per prima cosa. Fresca. Pulita. Brillante. E non fa male quando si cade. Ma i veri aficionados sanno che è molto di più. C’è una certa trascendenza nel galleggiare sulla powder che va al cuore dell’intera esperienza sciistica, qualcosa che non può essere adeguatamente descritto, ma che deve essere sperimentato per essere compreso appieno. C’è chi ha detto che spiegare lo sci nella polvere a un neofita è come spiegare il sesso a una vergine. Banale ma vero, però cercherò di dirlo diversamente. Lo sci nella polvere è una questione di parole e di incapacità di parlare. Di raccontare, ma non riuscire a descrivere. Riguarda il silenzio che ti circonda, ma anche come quella quiete in qualche modo amplifichi il battito del tuo cuore, l’ansimare del tuo respiro, il vento tra gli alberi. Si tratta di grugniti involontari di sforzo e strilli inconsci di gioia. Si tratta di ispirazione. Disperazione. Matrimoni falliti. Cattiva poesia. Sorrisi. Sciocchezze. Dita dei piedi congelate e mal di testa
da gelato. Prime tracce e sci persi. La magica sensazione di affondare seguita da una momentanea assenza di peso. Di arrancare, navigare e surfare, attraverso e sopra a crosta, sastrugi, pappa, cemento e ogni sorta di brutta neve, solo per arrivare alla roba buona. È un modo di sentire. Un modo di pensare. Un modo di vivere. Un modo di condividere. 

L’ultima parte è importante perché la relazione della polvere con gli amici con cui la vivi è difficile da descrivere. Ma farò un tentativo anche per questo. Dolores LaChapelle ha scritto che, se la gioia è la risposta di un amante che riceve ciò che ama, è anche la sensazione che proviamo quando sciamo nella neve polverosa con gli amici. Una gratitudine traboccante che produce i sorrisi assolutamente assurdi che illuminano i nostri volti alla fine di una discesa. Non vedi mai questo tipo di mimiche facciali; non sulle facce di chi lascia un campo da tennis, un campo da golf o una pista di hockey; non su quelle di chi scende da un podio dopo un grande discorso o lascia un club dopo una favolosa serata di ballo. Nient’altro si avvicina al significato dei sorrisi condivisi nella polvere: sono un riflesso della vita pienamente vissuta, insieme, in un tripudio di realtà. 

 

«Non ci si può mai annoiare a sciare nella neve polverosa perché è un dono speciale della relazione tra terra e cielo. Arriva in quantità sufficiente solo in determinati luoghi e in alcuni momenti su questa terra; dura solo un tempo limitato prima che il sole o il vento la trasformino. Le persone le dedicano la loro vita per il piacere di essere così semplicemente in balìa della gravità e della neve». 

Dolores LaChapelle, Earth Wisdom, 1978 

© Mattias Fredriksson

Molti di noi sono così estasiati dai sentimenti generati dalla neve polverosa che girano il mondo per inseguirli nel maggior numero possibile di posti diversi. Quando si parte per un pellegrinaggio in un Paese lontano, su montagne sconosciute, alla ricerca della neve, in realtà si sta cercando qualcosa di più di una semplice scivolata esotica. Ciò che si desidera veramente è cogliere l’attimo e  gli amici del giorno, poi mescolarli insieme. Un nuovo esperimento nel laboratorio dell’inverno. Che si tratti di Europa, Alaska, Canada, Scandinavia, Nuova Zelanda o Giappone, gli ingredienti di base sono gli stessi: roccia, ghiaccio, cime, discese, neve. Eppure tutti sono anche deliziosamente diversi: una nuova latitudine, una luce unica, strane foreste, curiose formazioni di neve. 

Scoprire l’anima dello sci vuol dire seguirne le linee sui fazzoletti di neve di tutto il mondo e i comprensori sciistici hanno giocato con questo desiderio per creare un mercato internazionale. Però i veri top player nella corsa alla polvere profonda si sono tenuti a lungo in disparte, sussurrando i migliori segreti tra di loro nelle code degli impianti di risalita e passandosi la versione beta tra fratelli. Ma, con l’aumento della domanda, questa situazione non poteva durare. Mentre gli operatori turistici soddisfano il crescente appetito del pubblico per le destinazioni uniche, la natura selvaggia e la polvere non tracciata, angoli del mondo tradizionalmente sonnolenti come il Giappone settentrionale, la Turchia e la Bulgaria ospitano un numero sempre maggiore di sciatori in arrivo da tutto il mondo. Diversi comprensori americani ed europei hanno aperto interi settori per il freeride e l’esplosione dello scialpinismo è senza precedenti. Che sia human powered o no, il business della polvere è in piena salute. 

Basti pensare che nella sola British Columbia, in Canada, la capacità dell’industria dello sci backcountry (con una grossa fetta rappresentata da eliski e cat skiing, vale a dire la risalita con mezzi cingolati, ma anche una crescente popolarità dello skialp, che può contare ogni anno su nuovi lodge e itinerari segnalati) è più che raddoppiata nell’ultimo decennio e la domanda supera ancora l’offerta. Confrontate questa ricerca della powder con l’attuale sovrabbondanza globale di spa e terme. Non sono un venditore, ma direi che potrebbe essere una buona pubblicità: i benefici di uno schiaffo in faccia con la neve fredda potrebbero effettivamente superare quelli dell’aromaterapia o della stone therapy lungo la schiena. 

 

«C’è un’esperienza del niente quando si scia nella neve fresca. Ma l’idea del nulla nella nostra cultura è spaventosa e non abbiamo parole per descriverla. Invece nel pensiero taoista è chiamata la pienezza del vuoto da cui provengono tutte le cose. Le mie esperienze con la neve polverosa mi hanno dato i primi barlumi delle infinite potenzialità della mente». 

Dolores LaChapelle, Polvere Profonda Neve, 1993

 

Quest’ultima citazione potrebbe essere un po’ troppo zen per alcuni, ma LaChapelle ha ragione. Quando si arriva al dunque, surfare la neve fresca non riguarda l’esperienza esteriore, ma quella interiore. Riguarda quell’intersezione cruciale di mente e corpo, dove pensiero e sentimento non possono essere separati. Fermarsi in fondo a un pendio e guardare indietro verso una linea che sei convinto sia stata la migliore discesa della tua vita, appoggiandoti alla fettuccia dei bastoncini e sorseggiando l’aria attraverso un sorriso, non appartiene solo a te, ma a tutti quelli che sono stati per qualche minuto in piedi con le gambe che tremano così tanto e hanno vissuto quella stessa esperienza. E non importa quanto sia stata lunga la discesa o quanto ti senta pieno di dolori, importa che sei consapevole che, se anche non dovessi sciare più, andrebbe bene così. Però una discesa nella powder scatena quel tipo di reazione chimica che fa sì che il tuo cervello ne voglia sempre di più, che ti fa pensare di non averne mai abbastanza, e che la prossima volta sarà sempre meglio.
Forse tutte quelle analogie sul sesso e... non erano poi così banali. 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 138 DI OTTOBRE 2021

© Mattias Fredriksson

Jules Berger, local hero

Quando Marco Siffredi è sceso dal Couloir Cordier, Jules Berger aveva appena cinque anni. Era, a tutti gli effetti, un bambino e quel nomignolo gli è rimasto, the Chamonix kid. Nato e cresciuto ai piedi del Monte Bianco, per la precisione proprio sotto l’Aiguille Verte, fin da giovanissimo ha portato avanti uno scialpinismo d’esplorazione o per ripercorrere itinerari di pregio. Nelle ultime stagioni ha messo la firma su veri e propri exploit ben lontano dalle masse, magari scegliendo con cura le condizioni, anche in periodi dell’anno non propriamente sciistici. E così l’anno scorso, a vent’anni dall’impresa di Marco Siffredi, Jules Berger è andato a ripetere una linea mitica, così vicina eppure quasi inaccessibile, nel bacino dell’Argentière: un giorno speciale tra seracchi imponenti e i pendii vertiginosi del Couloir Cordier, sulla parete nord dell’Aiguille Verte. Giusto sopra a casa.
A Chamonix va così… Anche se a volte arriva il giorno in cui passiamo le nostre personalissime Colonne d'Ercole.

Spesso passiamo da Chamonix per lavoro, non penso che sia un caso, Cham è la Mecca dell’alpinismo e dello ski de montagne. Sei d’accordo? «Come posso non esserlo? Però Cham è ancora e soprattutto il punto di riferimento per l’alpinismo, più che per lo sci. Forse per lo sci estremo, ma non direi per lo sci alpino classico e forse neanche per lo scialpinismo inteso in modo tradizionale. Anche se il Monte Bianco offre un 86 terreno fantastico».

Ti chiamavano Chamonix kid, penso che sia quasi superfluo chiederti perché...
«Sono nato a Chamonix, 26 anni fa. Mia mamma fa parte di una famiglia di Guide locali, i Symond; papà è svizzero, ma comunque di una Svizzera non distante (ride, ndr). La montagna è ovvio che faccia parte di me in maniera naturale, non ho comunque iniziato molto presto, diversa- mente da altri. Da quando avevo sette anni fin verso i quindici ho gareggiato nello sci di fondo, in montagna e a sciare ci andavo, ma solo prendendo gli impianti. Verso i diciassette anni ho iniziato con l’alpinismo classico e lo scialpinismo, un percorso che mi ha portato via via ad aumentare la pendenza del terreno d’azione. Ora sono Maestro di sci alle Grands Montets, d’estate invece faccio il giardiniere e mi occupo di tree climbing. Non nascondo che mi piacerebbe provare il percorso per diventare Guida alpina, magari il prossimo anno».

Ci piace parlare con sciatori veri, non necessariamente professionisti nel senso stretto del termine. A dire il vero, se uno guarda bene oltre la cortina di fumo dei social, forse di veri professionisti ce ne sono ben pochi. Tu come ti definisci?
«Concordo in pieno. Sei un professionista quando sei pagato per sciare e spingi per portare un’evoluzione nella disciplina. Io non lo sono. È più corretto dire che sono un grande appassionato, uno sciatore appassionato. Mi piace cercare nuove linee, esplorare, conoscere posti diversi. Porto avanti a modo mio una ricerca. Poi in montagna mi piace fare tutto, in ogni stagione, dall’arrampicata, agli itinerari classici in puro stile chamoniard, al parapendio. Se mi chiedi cosa preferisco, ci penso un attimo, ma ti dico sciare».

Chamonix è il riferimento, ma immagino che non sia sempre così facile la vita alpinistica: competizione, anche tra gruppi differenti di sciatori – o gang, se vogliamo esagerare – pareti affollate, specie con la polvere, una corsa all’oro bianco e ai pochi grandi obiettivi stagionali. Esagero?
«No, assolutamente, è vero. Basta pensare all’Aiguille du Midi: è l’esempio perfetto. Venti, anche trenta persone giù dalla nord, da itinerari come la Mallory nei giorni di polvere in primavera, quasi fosse una gara alla prima traccia, che difficil-mente sarà la prima. È due anni che non ci vado per questo motivo. Non riesco ad avvertire l’atmosfera giusta per quello che faccio: hai gente sulla testa, sotto. Una corsa che ha dei rischi e non mi fa stare tranquillo. Nei giorni della riapertura della Midi, l’inverno scorso, con i miei compagni siamo andati volutamente a provare l’Aiguille de Bionnassay. Abbiamo sciato una nuova linea in neve fredda ed eravamo soli. Mi piace di più questo tipo di situazione».

In questa ottica, qual è il tuo spot preferito nel massiccio del Monte Bianco?
«Assolutamente il versante della Brenva, il lato più selvaggio del Bianco. Mi era capitato di salire lo Sperone della Brenva per poi scendere in parapendio. Poi ci sono tornato con gli sci, entrando dal Colle della Brenva e andando a prendere lo Sperone».

E fuori dal Bianco?
«Dopo la discesa della parete nord del Lyskamm orientale ho capito che
il Monte Rosa ha un grande potenziale. Ci voglio tornare. Così come il Vallese, in Svizzera: che montagne e che pareti! In inverno mi piace esplorare la zona di Arolla, un sacco di potenziale, terreno tecnico e poca gente».

Agli sciatori spesso chiediamo cosa cercano nelle linee, cosa
li spinge verso una determinata discesa. Sembra banale,
ma cerchiamo di entrare nella vostra testa.
«Come per molti, quello che mi attrae di una determinata parete è l’estetica della linea, la sua logica, che a mio avviso non viene preclusa dalla presenza di salti e dal dover attrezzare tratti alpinistici, magari facendo delle doppie: a me non dà fastidio. E poi c’è il fascino per la storia delle montagne e di alcune imprese: è quello che è successo per la discesa del Cordier alla Verte. Lo conoscevo da molto tempo, ma più come un luogo tetro e minaccioso: basta pensare al numero di incidenti dovuti alla caduta di seracchi nel canale. Per anni ho provato diffidenza verso questo itinerario, poi la sua storia ha iniziato ad affascinarmi. Marco Siffredi è stato un modello per i giovani chamoniard come noi e siamo rimasti subito colpiti dagli scatti della sua discesa del Cordier nel giugno del 2000. La mia visione è cambiata. Ho iniziato a pensarci e poi ci sono andato. Una discesa bellissima e impegnativa».

L’Aiguille Verte, raccontaci
del tuo rapporto particolare con questa montagna.
«È vero, dire che è la mia preferita è quasi riduttivo. Trovo più corretto dire che è la montagna di casa, ci abito sotto, la vedo dalla finestra, è lì, sempre. Ci son stato ben otto volte, non sempre con gli sci. Per esempio, il Nant Blanc l’ho risalito per ricognizione e per iniziare a conoscerne i passaggi. È estetica, è bella, la più bella perché offre una miriade di linee e di possibilità».

Allora ti faccio una domanda interessata: il Couloir Couturier, versione originale, passando dove negli ultimi anni rimane il ginocchio di ghiaccio, secondo te un giorno sarà ancora sciato? «Mmmmm... non so, più no che si. C’è sempre ghiaccio ultimamente, non si è coperto neanche nelle ultime annate più nevose, quando era quasi tutto in condizione lì intorno. Non male la variante della Z aperta da Vivian Bruchez, si passa bene ed è un’alternativa perfetta».

Parliamo di Marco Siffredi: chi è per te? A Chamonix si avverte ancora il peso della sua personalità? Che cosa ha lasciato?
«Marco per me è un idolo, come Jean-Marc Boivin, mi ha ispirato fin da ragazzino. Vivendo qui, ho davanti il loro terreno di gioco: è uno stimolo. È stato un esempio e una motivazione. Poi ha fatto tutti i suoi exploit giovanissimo, come ero io con i miei amici quando mi sono avvicinato a questo mondo: è stato pazzesco: il Perù, l’Everest nel 2001, nel 1999 il Nant Blanc, a vent’anni appena compiuti. Il Nant Blanc! E quella foto! Un monumento! Quell’immmagine di Marco in mezzo alle strisce di neve tra
il ghiaccio verde... Ah la Verte!».

Veniamo alle domande tecniche: il tuo set-up?
«Uso sci Black Crows: gli Orb Freebird per i terreni più tecnici e dove c’è maggiore probabilità di trovare nevi dure. Il mio sci preferito però è il Navis Freebird: mi trovo bene ovunque, dalle curve di tutti i giorni alle pareti ripide. Gli attacchi sono Plum e gli scarponi Salomon».

Ora una curiosità: sappiamo che siete molto amici, parlaci di Michael Bird Shaffer: un personaggio eccentrico.
«Ci siamo conosciuti durante una discesa della nord della Midi. C’è stata subito empatia, nonostante fossi molto più giovane. Ne sono seguite altre come il Pain de Sucre, una parete molto ripida e tecnica. Siamo andati insieme e Bird era gasatissimo. Sì, entusiasta è la parola giusta per descriverlo: lo è in tutto, dalle sciate alle feste (ride, ndr)».

Arriviamo al nostro classico:
le definizioni. Descrivi cosa provi in una discesa: una parola.
«È una buona domanda, non così semplice come sembra. Concentrazione: solo dopo arrivano le emozioni. Solo dopo senti il sapore. Quando scendo sono concentrato».

Lo sci in una parola?
«Passione».

Jules in una parola?
«Curioso».

Il futuro dello sci?
«Per quanto mi riguarda spero di continuare a fare belle sciate, su belle montagne e pareti nuove per me. In generale, penso che, nonostante tutto, lo sci possa ancora essere esplorazione».

E a noi sentire questa prospettiva fa crescere solo l’entusiasmo.

A bientôt Jules!

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SI SKIALPER 139 DI DICEMBRE 2021

© Jules Berger

Fulgido Tabone, professione custode del Rocciamelone

La voce si assottiglia e si rompe, quasi volesse farsi piccola per lasciar spazio all’ennesimo ricordo. Le memorie di 45 anni trascorsi tutti quassù, senza mai lasciare un’estate sguarnita, fanno a pugni per essere raccontate. Ma, di tanto in tanto, il cuore prevale. E Fulgido il montanaro si commuove. A 2.854 metri d’altitudine c’è chi fatica a camminare qualche ora. Lui ci ha trascorso una vita. Il Ca’ d’Asti, rifugio alpino più antico d’Italia immortalato dalle cronache sin dal Trecento, oggi non sarebbe nulla senza le sue mani callose. Forse non ci sarebbe proprio più. Quel che dal 1977 Fulgido vi ha messo dentro, di materiali, di lavoro, di equipaggiamento, e di cuore, è tanto. È tutto quel che c’è. Trecento quintali almeno di carichi, trasportati tutti con il motore delle gambe, dice lui: qualcuno ha moltiplicato anni, salite e pesi e poi gli ha fatto il conto. Un numero teorico, certo. Ma alla fine, a guardarsi intorno, mica poi tanto. E dire che a 12 anni Fulgido Tabone, annata 1948, muratore e factotum di professione, pensava che da queste parti non sarebbe mai più tornato. Il Rocciamelone, che butta l’occhio sul Ca’ d’Asti da 700 metri più su, 3.538 sul livello del mare, gli era parso qualcosa da dimenticare, dopo quella prima salita poco memorabile vissuta dopo aver raggiunto la base in Vespa. E invece qualcosa era scattato. Ci sarebbe voluto tempo per capirlo, ma qualcosa era pronto a cambiargli la vita. Solo quest’anno sono 41. In totale, alla data del suo settantatreesimo compleanno, il 10 settembre, erano 1.220. Fulgido Tabone oggi non è solo il rifugista storico che dà un’anima al Ca’ d’Asti del CAI Susa: è anche l’uomo del Rocciamelone. 

La persona che ha salito la cima dei torinesi, dedicata alla Madonna, più volte rispetto a chiunque altro al mondo. Dopo l’ormai lontana ascesa da dodicenne, Fulgido ha incrociato di nuovo queste strade nel 1976, quando sul giornale diocesano La Valsusa comparve un annuncio per la ricerca di volontari desiderosi di dare una mano nella sistemazione del vecchio rifugio e del bivacco in vetta. «Quel giorno mi sono presentato in punta, e ho visto che c’erano alcuni ragazzi, insieme al cappellano militare Laterza. Passammo insieme tutta la giornata: alla sera mi chiese di rimanere ancora, e di tornare in settimana» ricorda lui. Quel qualcosa destinato a cambiargli la vita era ormai scoccato. Da quell’anno, il legame con questi monti non si è più dissolto. «La sistemazione del rifugio è stata un lavoro lungo e faticoso, durato più di dieci anni e con tantissime persone che hanno dato un contributo – racconta Fulgido – Nessuno avrebbe scommesso una lira sulla rinascita di quel rudere, e invece guardate qui. Ma nel tempo ho capito che se avessi lasciato, forse tutto si sarebbe perso. E così ho deciso di legarmi sempre più a questo posto». Risultato: oggi qui tutto parla di lui. Non solo le stanze del rifugio, arrivato a contare 80 posti che il Covid ha purtroppo ridotto a una ventina, ma anche la cappella di Santa Maria e il bivacco sotto la vetta: «A tutto questo tengo come fosse casa mia» confida, evitando con modestia di puntualizzare che l’impegno gli è valso il Cavalierato e il premio Penna al merito dagli alpini della Valsusa. 

© Federico Ravassard

Eppure, la storia di un amore tanto forte non può non contare anche dispiaceri. Come in ogni cosa umana, quassù, nell’aria più rarefatta, i sentimenti più nobili a volte se la vedono anche con le debolezze. E Fulgido, che per 45 anni ogni estate ha lasciato la sua Caprie per custodire questi luoghi, ripensa con la voce nuovamente rotta al 2006. «Quella volta in cui sfregiarono il volto della statua della Madonna». O alla vicenda del baffo rotto del busto di Vittorio Emanuele II, proprio in cima alla montagna. Le mani da artigiano di Fulgido ci hanno sempre messo su una toppa, ma la tristezza resta. «In tanti anni sono molte le cose cambiate in peggio. La maggior parte della gente è gentile e corretta, ma oggi faccio i conti sempre più con superficialità e maleducazione. Persone che prenotano e non si presentano, cattiveria, polemiche e discussioni per l’obbligo di mascherine: io non ho più vent’anni. E certe cose fatico ormai ad affrontarle». Anche l’ultima botta: il Comune che ha chiuso la strada fino al parcheggio La Riposa per lavori, compromettendo di fatto la chiusura di stagione, lo ha piegato. Eppure Fulgido tiene duro.
E non si spezza. «Il prossimo anno? Vedremo» lasciando intendere che comunque non saprà mai dire no a tutto questo. «Questa montagna non ha più alcun segreto per me» dice con affetto. E il ricordo va alle 1.220 ascensioni, percorse da tutte le vie possibili, dalle più semplici alle più ardite, da vicino e da lontano, senza carichi e con pesi di ogni genere, per piacere e per dovere. «Un ricordo speciale? Forse la recente salita dal canalino verso Novalesa, durante la quale abbiamo ritrovato la croce in legno che nell’800 era posta sulla cappella di vetta. O forse i due giorni e mezzo di cammino da Caselette alla cima, la volta in cui sono partito da più lontano. O ancora il recente incontro con una ragazza svizzera, che ha deciso di salire in punta con me e con la quale ho chiacchierato di tante cose della vita. Un bel momento, un incontro che mi piacerebbe rinnovare». 

Insomma, milleduecentoerotte volte, 41 solo nel 2021, tante solitarie, tante scialpinistiche, 8 Natali e 5 Capodanni in cima. Fulgido ricorda ogni momento. Ogni fatica. Ogni attimo di freddo. Ogni chilo trasportato. Ogni pericolo. «E ogni volta in cui mi sono reso conto – dice – che qui bisogna sempre sapere quel che si fa, soprattutto se alla cima si arriva con gli sci ai piedi». Lui, quel che fa ormai lo sa alla perfezione. Banale da dire. Ma ogni giorno resta una scoperta, pure in una storia tanto fedele a se stessa. «Per venire a Fulgido Tabone, meriterebbe non solo qualche frase, ma un intero volume – scrisse un giorno, anni fa, il generale Giorgio Blais sullo Scarpone Valsusino – Ha dell’incredibile quello che lui e la sua impareggiabile moglie Angiolina fanno. Non so da quanti anni Fulgido sia il gestore di Ca’ d’Asti, non meno di una trentina, forse trentacinque. Già in prima linea durante i lavori per la ricostruzione del rifugio e la sistemazione del Santuario in vetta, ne assunse la responsabilità gestionale da quando il rifugio iniziò a funzionare e da allora è sempre là in prima linea, alternando la sua presenza fra l’abitazione e normale attività a Caprie e la nostra montagna. 

Fulgido non è solo il custode del rifugio e del Santuario in vetta. Tabone è l’amorevole custode del Rocciamelone, colui che traccia e mantiene i sentieri, che fissa e controlla le corde che aiutano la salita nell’impervio ultimo tratto sotto la vetta, che va su e giù fra Ca’ d’Asti e la vetta. È lui che si è accorto che l’ultimo nubifragio di giugno e la tempesta avevano danneggiato la Croce di Ferro, facendola precipitare fra i dirupi. L’ha cercata, l’ha trovata, l’ha nuovamente installata, l’ha riportata nelle condizioni precedenti, e tutto in silenzio, senza clamori, senza attendersi un grazie, ma solo per la straordinaria coscienza di gran galantuomo e per l’amore che porta verso il nostro monte, di cui conosce pietra su pietra». Di Fulgido Tabone, in fondo, cosa serve dire di più? 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 138 DI OTTOBRE 2021

© Federico Ravassard

UTMB giù, Zegama su

Arrivano i primi indicatori delle tendenze della prossima stagione del trail running, con l’UTMB che sconta una flessione nei numeri rispetto alle edizioni pre-pandemiche. Le richieste per accaparrarsi uno dei 10.000 pettorali per le gare di Chamonix sono state 22.853 contro le 32.169 del 2020 e le più di 25.000 del 2019 (il 2021 non fa testo perché, a seguito della cancellazione dell’edizione 2020, c’era un processo diverso). Nonostante il calo, parliamo comunque della terza edizione per numero di richieste. Le gare più ambite, nell’ordine, OCC (484%), CCC (301%) e UTMB (195%). Sono Francia, Spagna e Italia i Paesi con più rappresentanti. Un altro effetto della pandemia è la scomparsa della Cina dalla top 15 (era quinta) e la discesa del Giappone dal sesto all’undicesimo posto. 

Tra gli elite da segnalare: Jim WALMSLEY, Dmitry MITYAEV, Hannes NAMBERGER, Jiaju ZHAO, Thibaut GARRIVIER, Pau CAPELL, Thomas EVANS, Aurélien DUNAND-PALLAZ, Jared HAZEN  e Yanqiao YUN. Gli italiani iscritti risultano Daniel JUNG, Philipp AUSSERHOFER Francesco CUCCO, Ivan FAVRETTO, Roberto MASTROTTO, Donatello ROTA, Gianluca GALEATI, Jimmy PELLEGRINI. Tra le elite, solo Francesca PRETTO. Appuntamento il 26 agosto a Chamonix.

Il 29 maggio, dopo due edizioni cancellate, torna una delle gare simbolo della corsa tra i monti, Zegama Aizkorri, con un parterre di grande livello, a cominciare dal probabile ritorno di Kilian Jornet. A sfidarlo Remi Bonnet, Jonathan Albon, Oriol Cardona Coll, Manuel Merillas. In questo caso i 500 pettorali sono già assegnati (il sorteggio valido è quello del febbraio 2020). Il sorteggio però ha riguardato 225 pettorali (per 12.500 richieste, in pratica 55 richieste per ogni pettorale, pari a meno del 2% di possibilità) mentre ci sono altre curiose porte per riuscire a essere al via. Ne parla il sito spagnolo carreraspormontana. I residenti del comune basco di 1.500 abitanti hanno l’iscrizione garantita, come gli unici sei finisher di tutte le edizioni. Poi ci sono 8 iscrizioni per gli alunni del locale ginnasio e 10 per il comune catalano di Sant Sadurnì d’Arnoia, gemellato con il comune della gara.


Ponte di Legno Tonale Outdoor Destination

Su Skialper di agosto-settembre un ampio reportagne sulla localita'

«C’era una volta il Passo del Tonale, che era una stazione di sci e una terra di mezzo, un colle alpino messo di sghembo al centro del versante meridionale delle Alpi. A est le Dolomiti e la loro ineguagliabile bellezza calcarea e ad ovest lontanissimi, al bordo occidentale della conca padana, il granito e il basalto del Monte Bianco e del Monte Rosa. Il gruppo dell’Adamello se ne stava lì in mezzo a fare da velopendulo dell’arco alpino, al centro di tutto, ma in realtà un po’ a margine di tutto. Barriera non soltanto geografica ma anche storica e culturale tra Alpi Orientali e Occidentali, il Passo del Tonale è protetto ulteriormente a nord anche da Ortles e Cevedale, in un certo senso rappresenta un mondo a parte. Da sempre linea di confine - ai tempi della Grande Guerra tra nord e sud dell’Europa e in tempi più recenti tra Lombardia e Trentino - il Passo stava lì più che altro a segnalare la linea di divisione tra due universi, due organizzazioni amministrative e due mentalità, due modi diversi e molto distanti tra loro di pensare al turismo». Era così, come ha ben scritto Emilio Previtali, fino a qualche anno fa, prima che si credesse in una proposta di turismo outdoor a 360 grandi, in inverno e in estate e il Passo proprio come trait d’union della realtà lombarda di Ponte di Legno e di quella trentina di Vermiglio. Le montagne tra Ponte di Legno e Vermiglio da un certo momento in avanti, a partire dagli anni 2000, anziché barriere hanno cominciato a essere una risorsa preziosa, una linea di continuità. Luoghi in cui muoversi ed esplorare in tutte le stagioni, senza avere niente da invidiare a destinazioni classiche e più celebrate delle Dolomiti, della Valtellina, del Piemonte e della Valle d’Aosta. E noi siamo andati a scoprirli come outdoor destination sul numero di agosto-settembre di Skialper.

BIKE DAYS -
L’occasione è stata quella dei Bike Days, organizzati la prima settimana di luglio dal consorzio Pontedilegno-Tonale che tra le attività dell’outdoor ha deciso di puntare con decisione in questi anni (e in futuro, sempre di più) sulla bicicletta: strada, mountain-bike, gravity e cicloturismo. Ecco dunque che il nostro Emilio Previtali, accompagnato dalla fotografa Alice Russolo, è salito sulle rampe del Passo Gavia in compagnia di Alessandro Ballan (sì, proprio lui, l’ex campione del mondo di ciclismo), ma anche sui sentieri dell’immensa arena mountain bike in compagnia dell’olimpionica Paola Pezzo per poi buttarsi sulle discese servite dalle seggiovie con lo specialista Lorenzo Suding. Le salite e le strade dei passi alpini sono un vero tesoro del territorio di Ponte di Legno-Tonale. Passo del Mortirolo, Passo Gavia, Passo del Tonale, il tutto moltiplicato come minimo per due perché, non bisogna mai dimenticarlo, i passi alpini hanno sempre due o più versanti, due o più strade asfaltate da percorrere e di cui godere. Ciclisti avvisati… Emozioni su due ruote che si possono vivere anche con le E-bike.

ALPINISMO & TRAIL RUNNING - Non di solo ciclo vive l’uomo ed ecco che siamo stati anche a scoprire il settore trentino del rifugio Denza, porta di accesso alla Presanella e alla Cima di Vermiglio, due classiche dell’alpinismo da queste parti. Ma vi proponiamo anche qualche salita in stile vertical e due tratti del mitico Adamello Ultra Trail per tenervi in forma con le scarpe da corsa. Le nostre guide? Valentina Belotti e Davide Magnini. Più di così…