Lontano dal rumore

Marzo 2021. Per arrivare a San Vigilio ci ho messo meno del previsto: l’autostrada era deserta. Oh no – starete pensando voi – ecco che ci risiamo con l’ennesima tirata sulle località sciistiche deserte a causa del lockdown. E un po’ avrete anche ragione, ma l’inverno 2021 per me è stato di fatto quello in cui, finito di sciare, mi capitava di ritrovarmi in un albergo vuoto a fissare il muro di fronte perché i bar erano chiusi e la gente, in Alto Adige, non poteva letteralmente uscire dal proprio comune, quindi un po’ vi tocca beccarvelo. Di positivo, però, c’è stata la possibilità di godermi questa parte di Alpi da assoluto privilegiato, assieme a Guide alpine locali che mi mostravano i loro giardini in un’atmosfera stranamente tranquilla e intima per essere, appunto, nelle Dolomiti. San Vigilio è il punto di partenza del mio tour sciistico. Sono in Val Badia, nel cuore delle terre ladine. Il ladino mi mette allegria, con i suoi suoni che mi sembrano l’anello mancante tra il bergamasco, il norvegese e il tedesco dei bolzanini. E allo stesso tempo mi incuriosisce tantissimo, perché una lingua così ben preservata, sembra qualcosa fuori dal tempo e dallo spazio, almeno a me. Il bello del viaggiare nelle Alpi è anche questo: le differenze, tanto antropologiche quanto ambientali, che ci possono essere tra una valle e l’altra fanno sì che, pur spostandosi di pochi chilometri, si abbia l’impressione di aver coperto distanze ben maggiori. 

L’appuntamento a scatola chiusa è con Simon Kehrer, che al mattino si fa trovare direttamente nella hall dell’albergo. Già dalla sera prima avevo avuto modo di intuire quanto Simon sia il beniamino della valle, quel genere di persona di cui gli altri si limitano a dire il nome senza specificare il cognome: lui è, semplicemente, Simon. Mi fa spazio nel suo furgone e insieme iniziamo a risalire la valle. Per tutto il tragitto il mio compagno mi elenca entusiasta le salite fatte da quelle parti, di tutti i tipi: aperture dal basso, sportive, invernali, solitarie, e tutte le loro possibili varianti. A dover fare un resoconto della sua attività in montagna verrebbe da chiedersi se da casa passi mai, almeno a fare finta di dormire. Al rifugio Pederü incontriamo Miriam e Walter, i gestori, che oggi hanno deciso di prendersi un giorno di vacanza per accompagnarci. 

© Federico Ravassard

Iniziamo a pellare all’ombra, dopo qualche tornante si scopre davanti a noi una delle vallate più belle del Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies, che si merita ampiamente la posizione all’interno dei siti Unesco. Non abbiamo un vero e proprio programma: l’idea è semplicemente andare a cercare i pendii a nord dove la polvere si è conservata dopo le ultime nevicate, protetta dalle grandi pareti di dolomia che rendono uniche le Dolomiti. Saliamo verso il Piz de Sant’Antone mentre il cielo azzurro sembra volerci suggerire di non prenderla con troppa foga. La discesa sul versante opposto è perfetta, una linea sinuosa che si svolge tra contropendenze, avvallamenti e spalle fino a quando si arriva al momento che più o meno tutti aspettavamo: si ripella?  Lo zaino è carico del materiale fotografico, di cibo e acqua ne sono rimasti pochini, ma il sorrisone di Simon non può non convincerti, assieme alla promessa di una seconda discesa nel vallone parallelo a quello appena sciato. Seicento metri più tardi siamo di nuovo in cima a una montagna, a crogiolarci sopra uno spiazzo erboso e a godere della vista intorno a noi. La valle che abbiamo percorso stamattina in macchina è proprio lì sotto, protetta da bastionate di roccia gialla che sembrano essere state messe apposta per accompagnarti lungo il tragitto. Sciamo su pendii che si fanno sempre più stretti, fino a inanellare le ultime curve su una cengia che di fatto è la cima della falesia in cui si allena d’estate Simon. Uno degli aspetti del farsi portare in giro da qualcuno sulle sue montagne è la confidenza con cui lo si vede scivolare tra le pieghe del terreno, proprio come faremmo noi per passare da una stanza all’altra in casa nostra. Con Simon è la stessa cosa: la sciata non è particolarmente tecnica o ricercata, ma in un modo o nell’altro le punte degli sci sono sempre girate dal verso giusto, specialmente nei tratti più ripidi e stretti. A fine giornata ci salutiamo con un arrivederci e una frase che, se in altri contesti può apparire come una remota eventualità, tra sciatori invece si rivela spesso una constatazione, perché poi succede veramente: ci si vede in giro. 

Il giorno successivo mi sposto verso ovest, fino a entrare in quella che è conosciuta come Val Ridanna, quella di Racines, per intenderci. Come scrivevo poche righe fa, in poco più di un’ora di viaggio sembra di essere letteralmente in un altro paese: la verticalità delle Dolomiti lascia spazio a cime e panettoni più dolci e il ladino è sostituito dal tedesco. Ed è proprio ai piedi di uno di questi panettoni che mi incontro con Alfons Fassnauer, la mia Guida per la giornata. Assieme a lui si presenta anche Christof, un suo amico di lunga data. Nella notte sembra aver fatto brutto un po’ su tutta la regione: una di quelle perturbazioni primaverili che lasciano il segno solo sopra una certa quota. Dal parcheggio, di sicuro, non si capisce granché. Saliamo nel bosco ripido con le pelli che gracchiano sulla neve rigelata, la luce che filtra tra i rami illumina i suoi grani grossi. Usciti dagli alberi, la vista si apre sulla meta odierna, che nell’aspetto sembra fare decisamente a pugni con il suo nome: Zunderspitze, ovvero Cima dell’Incendio. A dispetto di quanto suggerisce la toponomastica, non c’è un singolo angolo che oggi non sia coperto da quasi mezzo metro di neve fredda e polverosa, il regalo notturno della primavera altoatesina. E, come se questo non fosse abbastanza, le condizioni sono quelle ottimali per una sciata di classe: gli strati sono perfettamente coesi fra loro, e solo la parte più superficiale scorre verso il basso quando la si tocca. Sluff leggeri e felici come la spuma delle onde durante la bassa marea. Alfons non ci pensa due volte: per arrivare in cima oggi si può passare dalla cresta, normalmente più pericolosa della via normale. Casa sua è esattamente sotto di noi: Cima dell’Incendio è poco più che un’estensione del suo giardino e batte la traccia senza la minima esitazione, mentre mi spiega come questa valle sia particolarmente fortunata dal punto di vista meteorologico. Rispetto alla parte più orientale dell’Alto Adige, infatti, qui arrivano le perturbazioni da nord, quelle che in certi anni rendono gli sciatori austriaci i più invidiati dell’arco alpino. E le condizioni di oggi sembrano confermare il tutto, specialmente quando, dopo aver postato un paio di storie su Instagram, alcuni amici sembrano non credere alle risposte dategli sulla mia posizione. 

© Federico Ravassard

Mentre i pendii sciati ieri nel Parco Naturale Fanes-Sennes-Braies sembravano invitare a uno sci selvaggio, quelli di oggi sono agli antipodi: qui tutto sembra essere molto più godereccio, l’equivalente invernale di quella che in arrampicata si definisce una via plaisir. Un itinerario poco ingaggioso alpinisticamente ma su roccia buona e in un ambiente bucolico, in cui allo scalatore viene solo richiesto di godersela. Pure il fondovalle abitato sempre in vista non disturba, anzi. Probabilmente per la sua tranquillità: questa non è una valle di passaggio, seguendo la statale fino in fondo non si arriva da nessuna parte. Certo, il fatto di essere in zona rossa (ops, non volevo parlare di pandemie e decreti) aiuta a ovattare la situazione, ma da queste parti mantenere una certa distanza dagli altri non è che venga particolarmente difficile. I miei due compagni di gita sembrano fare parte dello stesso pacchetto: vanno in montagna insieme da così tanto tempo che fanno pure fatica a ricordarlo; non solo io non ero ancora nato, ma probabilmente i miei genitori erano due perfetti sconosciuti tra loro. Una volta in cima, Alfons si siede a pochi passi dalla croce di vetta, guardando per l’ennesima volta il panorama circostante. Qui le montagne non sono altissime, i nomi non particolarmente blasonati. Quelli che per alcuni sciatori possono essere difetti, per altri diventano pregi: magari si farà qualche curva in meno, ma con molto meno stress. A posteriori, l’atmosfera selvaggia di Fanes e quella rilassata della Val Ridanna sembrano aver fatto da anticamera per prepararmi alla prossima tappa del mio viaggio, dove troverò il meglio delle due. 

In Val Martello ci arrivo nel pomeriggio, quando la luce del sole ti permette di guardarti intorno durante il tragitto. Se c’è una cosa che mi spiace dell’inverno è il dover spesso guidare col buio, potendo solo immaginare come sia il panorama fuori dai finestrini. Come tanti altri luoghi in cui sono stato in questi giorni, nella mia mente era un nome e poco più, sentito spesso riferito alla gara di scialpinismo nota come Trofeo Marmotta. Guardando una cartina, però, le idee sono più chiare: mi sono avvicinato alla Lombardia, ma soprattutto, a separarci, c’è il gruppo Ortles-Cevedale, cime simbolo di questa parte di Alpi e del Parco Nazionale dello Stelvio. Poi beh, ci sarebbero le fragole, che la rendono famosa al di fuori del nostro ambiente, tanto da essere conosciuta anche come Valle delle Fragole, rese particolarmente dolci grazie alla maturazione lenta data dalle giornate calde e notti fresche tipiche delle quote a cui crescono. Quando vengono raccolte qui, a oltre 1.500 metri di altitudine, nel resto d’Europa la stagione è già finita. 

© Federico Ravassard

Oltre alle fragole, c’è un’altra caratteristica che può far gola a chi decidesse di buttare il naso da queste parti: in tutta la valle, infatti, non esistono impianti sciistici. Un fattore penalizzante in passato ma che, in alcune località, si è poi rivelato determinante per un’offerta turistica di nicchia, assolutamente non in termini economici quanto di interessi. Il paragone inevitabile è con la piemontese Valle Maira, nota ormai da anni come località simbolo dello slow-tourism montano. E, proprio come in Valle Maira, in Val Martello si fanno molto bene due cose in particolare: sciare e mangiare. A ospitarmi sono Alexander ed Hermann Mair nel loro albergo di famiglia, il Waldheim. Trent’anni fa è stato proprio Hermann a rilevare la vecchia locanda e a trasformarla, lavorando parallela- mente allo sviluppo di una delle principali attrazioni locali, la pista da fondo e biathlon, di cui sono entrambi Maestri.

A cena conosco Hubert Wegmann, la Guida con la quale mi trastullerò in giro il giorno successivo. Nei nostri piatti c’è la trota affumicata cucinata direttamente da Hermann, che oltre a essere il gestore del Waldheim ne è anche il cuoco. Mi raccontano della passione che in valle nutrono per lo scialpinismo agonistico, che si sublima annualmente il giorno del Trofeo Marmotta, vinto quest’anno da Matteo Eydallin. La perizia con cui il percorso viene preparato è tale che, per minimizzare l’impatto sull’ambiente, ogni materiale viene trasportato a mano, facendo a meno dell’uso dell’elicottero. Il giorno dopo, come mettiamo gli sci, capisco perché gli occhi di Alexander e Hubert avevano quella strana luce parlando delle loro montagne: sopra il Rifugio Corsi, infatti, la vista si apre sulla mole del Cevedale e del Gran Zebrù, circondati da una serie infinita di pendii che sembrano in letargo, in attesa della primavera e delle grandi sciate in quota. Dal Corsi noi puntiamo a nord, verso la Punta Marmotta. L’ambiente è totalmente diverso da quello in cui mi sono mosso negli scorsi giorni: siamo in alto, a oltre 3.000 metri, e qua e là si intuisce la presenza di un ghiacciaio sotto i nostri piedi. Certo, Alto Adige significa Dolomiti, ma oltre a esse c’è ben altro, quell’altro che qualche ora più tardi contemplo con Hubert e Alexander mentre togliamo le pelli da sotto gli sci, affacciati sopra la Val di Pejo. Vicino a dove siamo partiti, mille e qualcosa metri più sotto, ci sarebbe un’altra chicca – se così possiamo definirla – per gli amanti del genere: l’imponente struttura razionalista dell’Hotel Paradiso, costruito nel 1935 dal maestro Gio Ponti come meta di villeggiatura per l’alta società fascista. Dal 1955 è rimasto sempre abbandonato, visitato occasionalmente da studenti di architettura e pochi altri. Nessuno, compresi i proprietari, ha mai pensato di trasformarlo in qualcos’altro, come se fosse un gesto inconscio della valle per rimanere pura il più a lungo possibile da un turismo fatto di grandi numeri e rumore di motori. Quel rumore che in questi giorni ho sentito poche volte. 

Per informazioni sullo scialpinismo in Alto Adige 

www.suedtirol.info/it/esperienze/inverno/sci-alpinismo 


Modello Valle Maira

L’estate 2020 è stata, per molti italiani, quella in cui si è riscoperta la bellezza del proprio paese e del turismo della porta accanto, che ti fa pensare perché non fossi mai andato in quella valle non così lontana da casa. Qua e là, tra Alpi e Appennino, esistono una miriade di piccoli borghi dove negli ultimi anni per resistere allo spopolamento si è scelto di puntare su modelli slow, dove l’esclusività non è data tanto da listini fuori misura, quanto dall’isolamento (parola ormai sdoganata, ma fino a pochi mesi fa realmente apprezzata solo da pochi) e dal numero limitato di strutture ricettive, in controtendenza ai modelli mordi-e-fuggi in cui tutto, dal prezzo della camera ai metri quadrati liberi in spiaggia, viene tirato al minimo. Una scelta spesso premiata, a conferma che sarà pure un’offerta di nicchia, ma si tratta di una nicchia molto forte.

Nelle Alpi del Cuneese esiste una valle in cui tutto questo è avvenuto non in tempi recenti, ma parte da molto più lontano, da un momento in cui il turismo montano era ancora quello delle località pettinate raccontate nei film dei Vanzina: la Valle Maira. Situata nel cuore delle valli occitane, la Val Maira è stata per molto tempo isolata a causa della morfologia del territorio, tanto che fino al ‘900 le comunicazioni e gli spostamenti avvenivano perlopiù tra i colli che la collegano alla Val Varaita, alla Valle Stura e alla Francia anziché lungo gli oltre 40 chilometri necessari ad arrivare in pianura. Situata alla testata della valle, si trova Chiappera, che dai 300 abitanti di un tempo si è progressivamente svuotata durante il XX secolo, quando le Americhe e le grandi città industriali attraevano a sé i valligiani come le sirene con i marinai. Tutto questo avveniva in contemporanea al boom improvviso delle località alpine, grazie agli impianti sciistici, un fatto che, per quanto dannoso in quel momento, cinquant’anni più tardi si sarebbe rivelato autentica fortuna. A conferma del definitivo svuotamento del paese ci fu la chiusura della scuola nel 1972 a causa della mancanza di studenti, che già prima la frequentavano in classi uniche per tutto l’esiguo ciclo di studi. Spesso capitava che, in procinto di terminare le elementari, gli insegnanti bocciassero di proposito i loro allievi a più riprese, fino al raggiungimento dell’età minima per iniziare a lavorare.

Alla fine degli anni ‘80 Chiappera era una frazione ormai diroccata, frequentata solo dai pochi alpinisti che bazzicavano fra Torre Castello e la Rocca Provenzale. La svolta arrivò in modo fortuito con una coppia di escursionisti tedeschi, giunti qui senza un ben precisato motivo, che si innamorarono all’istante di queste montagne deserte. Andrea e Maria Schneider persero la testa al punto di decidere di aprire la prima struttura per turisti dopo decenni di abbandono, con l’idea di iniziare a promuovere un turismo basato su numeri piccoli, valorizzazione del territorio e della cucina locale. Le loro idee, quasi strampalate per l’epoca, vennero appoggiate dagli operatori locali che cominciarono a guardarsi intorno in cerca di ispirazione: i paesi del Queyras francese erano quanto più simile a ciò in cui avrebbero voluto trasformare una valle abbandonata a se stessa. Nel 1992 venne istituita la rete dei Sentieri Occitani, basandosi sui percorsi che durante il Medioevo collegavano i centri dell’Occitania, un’area estesa dai Pirenei al cuneese in cui, secoli prima dell’Unione Europea, popoli diversi tra loro erano uniti da una lingua e una cultura comune. L’obiettivo non era tanto quello di creare un trekking come altri, da rifugio a rifugio attraversi passi di alta montagna, ma quello di muoversi a quote di media valle, da paese a paese, lungo un itinerario che puntava a far scoprire tradizioni e gastronomia locali. Sempre per favorire l’accessibilità venne attivato il servizio di sherpa bus con il quale trasportare i bagagli e poter viaggiare leggeri durante il giorno.

© Federico Ravassard

La promozione di Chiappera, della vicina Acceglio e di tutta la Valle Maira – perché, come ci tengono a precisare gli abitanti, ha più senso parlare di una valle intera piuttosto che di singoli paesi – è avvenuta inizialmente nei mercati di lingua tedesca, proprio grazie al lavoro di Maria Schneider, per poi estendersi alla Svizzera, alla Francia e in seguito anche a Inghilterra e Scandinavia. I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi l’uno con l’altro perfettamente, in barba agli italici stereotipi. Le amministrazioni comunali non intervengono nelle scelte degli operatori turistici, i malgari possono servire i loro prodotti sulle tavole dei ristoranti grazie a una filiera diretta, le strutture ricettive, tutte di piccole dimensioni, si spartiscono i clienti senza invidie e attriti: quando si chiede in giro come sia possibile tutto questo, la risposta è spesso la stessa. «L’importante è che il turista venga in valle e si senta coccolato, tutto il resto viene dopo». A illustrarmi il piccolo miracolo della Valle Maira in un giorno di settembre è Stefano Busso che, innamorato da sempre di questi luoghi, ha deciso di (ri)dare vita alla vecchia scuola di Chiappera, trasformandola in un albergo diffuso con annesso ristorante. Le aule, completamente smantellate, sono diventate stanze per gli ospiti, così come alcuni fienili e baite nei paraggi. La Scuola (sì, l’ha chiamata proprio così) è la sintesi delle idee che hanno reso unica questa valle, a partire dal numero di stanze, limitato ad appena dieci, che la rendono la struttura più grande (ma sarebbe più corretto dire meno piccola) di Chiappera. Questa limitazione è dovuta anche a vincoli regionali istituiti nel 1973 che proibiscono tuttora nuove costruzioni a favore del ripristino degli edifici storici, congelando il borgo a com’era mezzo secolo fa, fatta eccezione per i pascoli ormai riconquistati dai boschi.

Sebbene quest’estate il 95% dei clienti fosse italiano, in periodi normali il rapporto è pressoché invertito, favorito anche dal fatto che i turisti stranieri tendono più spesso a organizzare le vacanze da un anno all’altro, elemento determinante per una località dove le richieste di pernotto sono il triplo dei posti disponibili. Quando chiedo a Stefano come si immagina il futuro di questi luoghi, lui fa spallucce: semplicemente me lo immagino così. Sì, perché gli abitanti della Valle Maira, in anticipo sui tempi, hanno già capito che la qualità - di vita, di lavoro, di servizi offerti e ricevuti - ha un prezzo, che è quello della crescita sostenibile e organica, in contrapposizione a quella pompata da grandi flussi di denaro e campagne marketing che da un anno all’altro ti portano migliaia di turisti in più su sentieri che comunque rimangono stretti come sempre. Certo, non bisogna immaginarsela come una sorta di piccolo eden in cui si parla occitano: le vie di comunicazione sono scomode, i ragazzi devono fare chilometri di pullman per andare al liceo e l’inverno, per quanto riempito dai gruppi di scialpinisti, rimane una stagione faticosa, tanto piena di spese quanto di incognite. Ma nel caso in cui si dovesse stilare un modello per un turismo alpino distante dalle masse che affollano il lago di Sorapis e i sentieri di Chamonix, un salto in Val Maira sarebbe doveroso farlo. Magari con gli sci, anche a costo di doversi probabilmente battere la traccia in mezzo al nulla senza sapere dove si finirà, che in fondo è quello che ha fatto trent’anni fa Maria Schneider.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132

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Argentera Reloaded

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

Argentera è sempre stato il posto di cui non bisognava parlare. Troppo bella, troppo poco affollata per essere data in pasto agli affamati di polvere, specialmente quando lì se ne trovava mediamente più che nel resto dell’arco alpino. Protetta dalla massa anche grazie al suo isolamento: dalla pianura del cuneese bisogna sciropparsi cinquanta chilometri di curve, spesso intasati dai tir diretti verso la Francia attraverso il Colle della Maddalena. Da Milano ci vogliono quattro ore, da Torino poco più di due: forse troppi per una stazione che ha da offrire una seggiovia e uno ski-lift. Ciononostante il mito di Arge è cresciuto negli anni, senza tuttavia riuscire mai a diventare un fenomeno mainstream come è successo ad altre località simili – per rimanere in Piemonte – Prali, forse anche a causa del fatto che i suoi frequentatori hanno preferito mantenerla per sé, per fare in modo che nei giorni di polvere in coda agli impianti ci si potesse contare nell’ordine di un paio di decine di sciatori. Oggi Argentera è un comune che deve fare i conti con un dissesto finanziario che sfiora il milione di euro e l’incapacità di garantire un’apertura continua degli impianti, un servizio dal quale dipendono pressoché tutte le altre attività economiche del posto: per diventare un paese fantasma il passo è paurosamente breve, un futuro reso ancora più triste dal brillante esempio dei vicini di casa. Situata immediatamente più a monte, infatti, luccica la Val Maira, divenuta nel corso degli ultimi anni un esempio da manuale di come riconvertire in ottica turistico-sportiva una valle destinata all’oblio. Com’è possibile che due luoghi apparentemente simili abbiano conosciuto destini tanto diversi?

All’inizio degli anni ’80 c’era gran fermento, mi racconta Vince Ravaschietto, Maestro di sci e Guida alpina, quando ci incontriamo in un bar di Borgo San Dalmazzo. Lui arrivò ad Argentera dopo essere stato Direttore della scuola di sci di Limonetto e l’idea della dirigenza era proprio quella di creare in Valle Stura una stazione superiore alla Riserva Bianca di Limone. Il gestore della stazione sarebbe stato Carlo Marchisio, che aveva già lavorato a Gressoney e Pontechianale. Si partì però con un grosso handicap, quello dell’inverno 1980/81, quando l’assenza di nevicate fece esodare i facoltosi turisti scandinavi verso la più rassicurante Val d’Aosta. Nonostante ciò i progetti erano pronti: lo ski-lift Andelplan, servito dalla seggiovia biposto Pie del Beu, avrebbe collegato la piccola stazione con il Vallone di Ferriere, allo sbocco del quale era in costruzione il Villaggio Primavera; il vallone, ricco di campi aperti, sarebbe stato perfetto per ospitare numerosi altri impianti di risalita. Sull’altro lato della valle, invece, il pezzo forte sarebbe stato il Villaggio Roi Soleil, comodamente raggiungibile con un breve ski-lift appositamente costruito. La morte del dirigente di allora e la conseguente mancanza di una figura di riferimento fece sì che tutte le possibili idee rimasero tali, e il decollo di Argentera si trasformò in una rincorsa continua senza mai arrivare al momento di stacco, con qualche occasionale interessamento da parte di imprenditori che si concludeva poi in un nulla di fatto. Vince mi racconta anche di quando, a metà del decennio, accompagnò in un sopralluogo alcuni tecnici venuti lì per conto di un grande costruttore lombardo, tale Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, però, oltre alle chiacchiere non ci fu molto altro. La mancanza di una leadership e una progettualità costante negli anni fece sì che Argentera rimanesse la piccola stazione che era in origine. Lo ski-lift del Roi Soleil venne riconvertito in baby e i cantieri rimasero tali, senza che nessuno, nel corso degli anni, abbia avuto il coraggio di metterci le mani sopra.

© Federico Ravassard

La seconda vita di Arge comincia dopo gli anni 2000, quando anche in Italia esplode la moda del freeride e dello snowboard. Il potenziale di quelle montagne di colpo diventa chiaro a tutti e poco alla volta la voce comincia a girare nell’ambiente, senza mai diventare troppo forte. Una specie di segreto massonico che serpeggia tra gli appassionati piemontesi, che la frequentano silenziosamente durante l’inverno, quando in settimana si ritrovano a girare sulla biposto. Tra loro c’è anche Daniele Molineris, inconsapevole del fatto che in quei boschi la sua vita sarebbe cambiata e sarebbe diventato in pochi anni uno dei più affermati fotografi outdoor italiani. «Io e i miei amici abbiamo sempre girato ad Arge, per noi era la stazione dietro casa. Non ci siamo mai resi conto davvero di quanto quei pendii fossero unici» mi racconta quando vado a trovarlo nel suo studio di Boves, ai piedi delle montagne. Nelle foto che mi mostra compare con le ciaspole nei piedi e la tavola sulle spalle. A quell’epoca lavorava ancora come grafico e la fotografia era poco più che un passatempo. Nel 2012 le cose hanno preso una piega inaspettata, grazie a un lavoretto apparentemente innocuo: ad Argentera viene organizzato il Norrona Day con il supporto di un negozio di Borgo San Dalmazzo e Daniele si offre come fotografo per l’iniziativa. Gira con Giuliano Bordoni, ambassador del marchio, e quelle immagini lo lanceranno nell’ambiente. Nello stesso inverno fa un altro incontro cruciale per la sua carriera. «A un certo punto vedo una coppia di sciatori, due figurini vestiti di tutto punto da The North Face. Riconosco in uno dei due il volto conosciuto di uno dei fotografi più quotati nell’ambiente: era Damiano Levati insieme alla compagna. All’epoca non lo conoscevo di persona, sono state proprio le discese di quel giorno a far sì che entrassi in contatto con lui. Qualche tempo dopo mi sono licenziato e ho iniziato la mia strada di fotografo freelance».

In quel periodo Arge comincia a essere leggermente più conosciuta, la voce che esista un paradiso della powder in basso Piemonte inizia a girare tra gli addetti ai lavori, disposti a percorrere centinaia di chilometri per verificare la realtà dei fatti. «Mi ricordo che una volta Giuliano e Paolo Marazzi sono venuti in giornata dalla Lombardia, lo stesso hanno iniziato a fare anche gli sciatori dell’Appennino». A Daniele sembrava folle l’idea di venire fin là per, letteralmente, un paio di impianti, ma a quanto pare l’unicità del posto sembrava veramente attrarre sciatori da ogni dove. Nel 2013 sbarcano anche le star del freeride Kaj Zackrisson, Henrik Windstedt e Mike Douglas con la troupe di Salomon TV e anche il loro feedback è decisamente positivo. Tuttavia le pubblicazioni rimangono più contenute, come se i local non volessero parlare apertamente del loro gioco preferito. «Quando penso alle difficoltà economiche di Arge, mi sento un po’ in colpa» ammette Daniele. «Forse abbiamo una responsabilità anche noi se la stazione non è mai veramente esplosa, causando uno stallo economico che ne ha di fatto bloccato lo sviluppo. Allo stesso tempo però ci piaceva l’atmosfera intima, non è mai stata una Chamonix o una Gressoney: in coda agli impianti ci si salutava tutti tra amici». Dalle parole di Daniele mi rendo conto quanto, in questo luogo, sia forte l’egoistico paradosso della polvere: siamo tutti amici, ma guai se tracci il pendio prima di me. Una specie di morbo nascosto da tutti, me e voi compresi: da un lato siamo fieri di fare parte di una comunità, dall’altro non vogliamo assolutamente condividere certi luoghi per conservare il privilegio della prima traccia.

Candide Thovex ad Argentera © Enrico Turnaturi

Negli stessi anni un altro local girava quasi indisturbato in Valle Stura. Paolo Pernigotti stava diventando Guida alpina e, insieme a pochi altri adepti, quando il tracciabile era stato tracciato era tra i pochi in zona a fare scialpinismo con la chiara idea di divertirsi il più possibile in discesa. Nel cuneese, terra di gare e materiali light, gli sci fat con cui pellava insieme alla cricca del Nowork Team erano visti come oggetti alieni. «Arge era un mondo a sé stante, a partire da chi ci lavorava. Il luogo di ritrovo era il Polar, un hangar alla partenza della biposto riadattato a bar. Lo gestiva l’Emi, che ora si è trasferito in Spagna. Emi aveva aperto anche un piccolo chalet in alto e quando capitavi lì ti offriva un Cuba Libre tra una run e l’altra. Si grigliava e si sparava musica dalle casse tutto il giorno. Ogni tanto comparivano snowboarder stranieri, che scavavano kicker ovunque, roba che ti sparava in aria per metri». È Pallo che mi racconta poi dei problemi degli ultimi anni, quando le difficoltà crescenti si sono trasformate nell’apertura a singhiozzo della seggiovia: spesso non venivano venduti abbastanza skipass per compensare le ore di lavoro degli impiantisti. Nel 2017 Arge ha iniziato ad aprire solo nei fine settimana, concentrando la folla in pochi giorni e intaccando di fatto la magia di tracciare in solitudine. Proprio in quell’inverno però Pallo ha fatto le sue sciate migliori. «Erano i giorni del Burian, ogni notte nevicava mezzo metro. Quell’anno era cominciato sotto tono e in tanti avevano accantonato l’idea di sciare lì. Ci siamo ritrovati a girare in due, io e Matti (al secolo Mattia Tosello, Maestro di sci di Limone) per quattro giorni. Ora se penso all’ipotesi concreta che chiudano definitivamente gli impianti vado fuori di testa».

Esattamente, è proprio così: a dirmelo era stato lo stesso Pallo qualche settimana prima, quando ci eravamo incrociati a Finale. Negli ultimi autunni l’apertura è rimasta incerta fino all’ultimo per poi sbloccarsi, ma quest’anno i fatti sembrano virare più verso il no, con tutto ciò che comporterebbe per la situazione già critica del Comune. Qualche giorno dopo contatto l’ex gestore, che schietto mi conferma la non apertura, perché l’impianto è arrivato alla scadenza tecnica e mancano tempo e risorse economiche per ammodernarlo. Altre voci, però, sembrano smentirlo: qualcuno dice che alla fine apriranno, altri no. Il destino di Argentera continua a essere avvolto nel mistero, nella mancanza di certezze, e il passato recente non fa che confermare questa tendenza. Nel 2016 il sindaco di allora, Armando Giavelli, venne accusato di turbativa d’asta, peculato e abuso d’ufficio nell’ambito della gestione di fondi dell’Unione Europea per i piccoli comuni e dovette scontare sei mesi di arresti domiciliari e dimettersi dalla carica. Nell’ottobre del 2019 Giavelli è stato assolto: il fatto non sussiste, dirà il Tribunale di Cuneo. Nel frattempo il declino di Argentera è continuato inesorabilmente e la patata bollente è passata a Monica Ciaburro, sindaca dal 2017. Quando la chiamo al telefono mi risponde da Roma, dove è membro della Camera dei Deputati per Fratelli d’Italia. Mi racconta di come il Comune, proprietario degli impianti, sia stato tagliato fuori dai fondi per le comunità montane per il suo dissesto di oltre 800.000 euro: a causa dei debiti e dei 13 mutui aperti dal ’94 a oggi, si ritrova nell’impossibilità di accedere a possibili aiuti economici per dire stop alla catena di eventi che ne hanno caratterizzato la discesa verso il baratro negli ultimi quarant’anni. La presenza di numerosi creditori nelle liste dei fornitori non fa altro che peggiorare la situazione, perché numerose ditte specializzate rifiutano di lavorare con le strutture comunali senza un pagamento anticipato.

In un contesto di lento abbandono tuttavia c’è chi, mosso dai sentimenti prima ancora che dai calcoli, ha deciso di provarci ancora: conosco così Alessandro Vola, che insieme alla compagna Franca è rimasto uno dei pochi a gestire un’attività commerciale nella zona di Argentera. D’estate gestisce il rifugio Prati del Vallone, mentre in inverno si sposta esattamente nel cuore di Bersezio, la borgata nella quale arrivano molti itinerari fuoripista del vallone di Ferrere. Qui da un anno ha aperto il bar Base Prati del Vallone, cercando di dare ad Argentera quello che da qualche anno mancava: un punto di riferimento per i freerider e gli scialpinisti. Con la collaborazione delle Guide alpine di Global Mountain, tra cui Paolo Pernigotti e Vincenzo Ravaschietto, ha creato un centro dove, oltre al servizio di ristorazione, fosse possibile noleggiare materiale da skialp e freeride e tenere lezioni teoriche per i corsi di scialpinismo, oltre a preparare un campo artva per le esercitazioni. Quando ci vediamo per pranzo è una nebbiosa mattinata di metà novembre. Nei giorni precedenti qualcuno ha già sciato riferendo di condizioni invernali, Alle invece ha ancora da fare per preparare gli chalet che affitta per la stagione. Qui ci è arrivato nel 2001, dopo aver lavorato come impiantista in altri comprensori, tra cui la Vialattea. Mi racconta che ormai quassù sono rimasti in pochi: oltre a lui ci sono una pasticceria, un negozio di alimentari, un paio di alberghi e poco altro. Gli under 40 sono pressoché scomparsi e tra i giovani la più anziana ha 16 anni ed è difficile immaginare che rimarrà qui finito il liceo. Quando discutiamo della possibile non apertura degli impianti, Alle scuote la testa preoccupato: a differenza della Val Maira, qui il turismo in settimana è piuttosto limitato, a causa anche della mancanza dei servizi turistici essenziali e con il solo pubblico degli scialpinisti del weekend sarebbe romantico ma molto complicato tirare avanti. Dopo pranzo ci tiene a farmi visitare il suo campo base dove accoglierà i clienti nel corso dell’inverno. Sulla stufa nella sala centrale campeggia un autografo conosciuto: Candide Thovex. «Ha sciato qui l’anno scorso, ha avuto la fortuna di capitare nella giornata giusta e con gli impianti aperti - mi racconta - La stufa l’ho scelta bianca apposta perché vorrei che diventasse una sorta di libro degli ospiti, poco alla volta». Parlando di futuro, Alle sa che il destino della località è nelle mani dei pochi che hanno ancora il coraggio di investirci dei soldi, lui compreso. Oltre che della bontà delle stagioni: il bene primario di Argentera, nel caso non lo si fosse capito, è proprio la qualità della neve, spesso superiore a quella di vallate ben più famose, ma ciò non è bastato a garantirne la sopravvivenza fino ad ora.

© Maurizio Fasano

Per trovare uno sportello bancomat bisogna percorrere una decina di chilometri e arrivare a Pietraporzio. Poco più a valle si trova Sambuco, diventata un’eccellenza locale grazie al ristorante e all’albergo Della Pace gestiti dalla famiglia Bartolo, spesso affollati di turisti stranieri. Un successo che stride invece con la situazione ammorbata di Argentera, dove decenni di cattiva gestione e mancanza di figure centrali hanno fatto sì che i danni si accumulassero fino a ricadere su chi, ora, ha deciso di restare. L’ennesima dimostrazione risale a questo autunno, quando è stato rimosso il ponte sulla Stura che permetteva di partire con le pelli direttamente dalla partenza degli impianti: si trattava di un abuso edilizio sul quale si è soprasseduto per anni, fino a che non è stato necessario fare qualcosa. Nelle sue condizioni economiche Argentera deve rigare dritto e nei concorsi pubblici, là dove le era ancora consentito partecipare, risultava spesso penalizzata, come nell’aggiudicarsi i fondi destinati alle stazioni sciistiche piemontesi. Un bando nel quale non veniva fatta distinzione in base alle dimensioni e al fatturato, portando piccole realtà a dovere giocarsela con le garanzie offerta da colossi come la Riserva Bianca di Limone o la Vialattea. Dopo l’incontro con Alle rimango a farmi un giro a piedi in paese. La nebbia e la leggera nevicata in corso ne accentuano la crisi. Nel piazzale degli impianti l’accumulo di neve supera già il metro ed è stata pulita solo una striminzita traccia che però non arriva alla porta della segretaria. La frazione di Argentera, poco più a monte, è angosciosamente deserta. Sui marciapiedi non si vedono impronte e anche i depositi davanti alle porte sono ancora freschi, come se nessuno li calpestasse da giorni, e probabilmente è davvero così. Qua e là si scorgono dei cartelli di vendita, alcuni già sbiaditi dal tempo. A pochi giorni dall’ormai improbabile apertura per la stagione 2019/20 si indice una nuova assemblea tra gli abitanti del paese per capire se esiste la possibilità di un salvataggio in corner: purtroppo, l’esito è negativo. Rimane una possibilità per garantire almeno il funzionamento del baby, per permettere l’accoglienza delle famiglie, ma si tratta di un palliativo che poco può contro la sconfitta morale ed economica di una località il cui potenziale è rimasto inespresso a causa di una catena di eventi che dalla sua apertura si è prorogata fino a oggi.

Penso ad Alle e ai pochi che rimarranno su a presidiare il fortino contro l’abbandono: la speranza è che un inverno di fermo degli impianti possa far esplodere l’alta Valle Stura come mecca dello scialpinismo sia invernale che primaverile, e allo stesso tempo dare la giusta scossa da cui ripartire. Le premesse, in fondo, ci sono sempre state, sotto forma di un innevamento spesso oltre la media per quantità e qualità, e a differenza del precedente questo inverno è partito in pompa magna. Quella che invece è mancata è stata una direzione comune nella quale procedere, mettendo da parte attriti fra i singoli elementi che potrebbero cambiare le sorti di una valle a pochi passi dal baratro. E allo stesso tempo cercare di uscire da quell’aura di mistero e di non detto che ne ha in parte frenato l’ascesa: qualcuno sussurra che il rischio è che nelle giornate giuste si intasi come ormai succede a Prali, una località che ha saputo rilanciarsi (e salvarsi) in pochi anni grazie alla sua fama di stazione freeride-oriented. Tuttavia, dall’essere un secret spot al diventare un insieme di piloni arrugginiti e baite abbandonate dimenticato il passo è purtroppo breve ed è proprio Argentera a insegnarcelo. Ovunque, nelle Alpi, esistono luoghi che rischiano di morire e che proprio per questo possono avere un fascino particolare, oltre che l’assenza di altri pretendenti per la prima traccia, con le pelli o con gli impianti: piccole borgate che meritano di essere salvate attraverso la loro frequentazione, perché raccontano e custodiscono il passato e il futuro delle Alpi al pari di località più blasonate. Probabilmente poter dire di aver sciato l’Incianao immacolato fa meno figo di aver vibrato su un Toula coperto di gobbe, ma è proprio da qui che bisognerà ripartire.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

© Federico Ravassard

 


Alla fiera dell’Est

*Crack: termine usato nel giornalismo sportivo americano per definire i giocatori, solitamente nel basket e nel football, che rompono gli equilibri con elementi di novità

«Vattene all’Est da Mosetti e guarda un po’ cosa ci trovi». L’ordine, dalla redazione, era più o meno questo. L’anno scorso ce n’eravamo andati al Sud, quest’anno tocca dirigersi all’Est, quindi, verso le Alpi Giulie. Io, per inciso, abito all’Ovest, a Torino. Vado a sciare su cime alte più di tremila metri, a volte quattromila, molto spesso poi finisco in Francia dove bene o male mi ci ritrovo; al massimo il caffè fa un po’ schifo, ma le montagne hanno sempre la stessa forma. All’Est, invece, non mi ci ero mai fermato d’inverno e come tanti avevo la convinzione che l’Italia finisse a Venezia. Le montagne lì sono basse, squadrate e cattive, come i pugili che se le danno nel retro dei bar di periferia. La maggior parte di esse non arriva neanche a 2000 metri, per dare un’idea. Però proprio in mezzo a queste montagne è cresciuto uno degli scialpinisti italiani più fighi (si può usare il termine figo? Non mi vengono molte altre parole per descriverlo) del momento, Enrico Mosetti, detto il Mose. Classe 1989, sponsorizzato da quel marchio molto hipster di Chamonix che ne riflette in pieno l’immagine, quattro spedizioni all’attivo e discese pazzesche su giganti di cinque o seimila metri in Perù, Georgia e Nuova Zelanda, più un tentativo al Laila Peak in Pakistan, ovvero una delle più belle montagne del mondo. Tutto questo per dire che, insomma, se uno così impara a sciare da queste parti, allora le Alpi Giulie devono avere un qualcosa dentro di selvaggio. Oppure selvaggio lo è chi viene qua a scivolare sulla neve, chissà. Dopotutto è questo ciò che cerco, domande a cui trovare una risposta. Chi è quello lì. Cosa c’è dietro quella cresta. Credo che uno quando viaggia debba andare incontro a dei quesiti, a delle incertezze, altrimenti il tutto si riduce al trascorrere una settimana bianca in un posto diverso da dove si va ogni weekend.

© Federico Ravassard

A Sella Nevea, dove abita Enrico, ci arrivo alla sera. I fari illuminano a malapena il cartello bilingue che spunta dalla nebbia, la stessa che oggi ha fatto perdere Mose e compagni sul versante sloveno del comprensorio, alla ricerca di una linea teoricamente accessibile con una pellata dagli impianti. Dico teoricamente perché il pomeriggio l’hanno passato a vagare tra boschi e salti di roccia alla ricerca di un segno di civiltà sotto forma di traccia nella neve. Li incontro davanti allo Julia, un rifugio in centro al paese. Le loro facce suonate e gli scarponi ancora nei piedi a quest’ora testimoniano che effettivamente è stata una lunga giornata. L’appartamento del mio ospite è in linea con la sua persona. Il termosifone è scomparso sotto una catasta di piccozze appese, sopra la stufa ci sono pelli e scarpette ad asciugare mentre in balcone la rastrelliera comprende sci che vanno dai 70 ai 115 millimetri al centro; in un angolino, a tradire le origini pistaiole, ci sono anche delle aste da gigante. Enrico mette sul fuoco una minestra, si chiacchiera del più e del meno, di viaggi e di persone. Sin dall’inizio capisco che appartiene a quella piccola categoria di persone che hanno messo seriamente lo sci in una posizione piuttosto alta nella lista delle priorità della loro vita. Il curriculum alpinistico ce l’ha scritto sul corpo, sotto forma di tatuaggi. Una trota dell’Isonzo sul braccio, a testimonianza delle origini goriziane, città spaccata in due dal fiume e dalle carte della burocrazia. Due colibrì sul petto a rappresentare l’Artesonraju e il Tocllaraju, le due cime di seimila metri della Cordillera Blanca che ha sciato in solitaria in Perù. Dei cristalli di neve sul collo, questa non bisogna neanche spiegarla. E poi ci sono montagne, alberi, numeri a ricordare i viaggi in Pakistan e in Nuova Zelanda e persone che hanno lasciato un segno sulla sua persona.

DIVAGAZIONI CARNICHE

Il mattino seguente ci tocca svegliarci presto. Abbiamo appuntamento con Marco per andare verso la Carnia, dove lui ed Enrico devono fare un rilievo nivologico per l’AINEVA, l’ente che si occupa di monitorare le condizioni del manto nevoso e il conseguente pericolo valanghe. Io invece ho come obiettivo la cima del Monte Coglians, la più alta della zona, qualche centinaio di metri sopra il sito scelto dai due per i test. Non è che faccia proprio bello oggi, anzi. Alla nostra destra si trova il Crostis, un panettone con una salita che sarebbe dovuta essere teatro di un tappone del Giro d’Italia, in seguito annullata a causa della pericolosità della discesa. A poche valli da noi svetta invece il sacro Zoncolan, considerato dai ciclisti una delle salite più dure d’Europa: sei chilometri con una pendenza media del 15% e punte sopra il 20%, praticamente una lunghissima rampa di garage. L’avevo salito durante una vacanza pedalatoria qualche anno fa, mi ricordo che in alcuni punti la ruota anteriore impennava e qualcuno, dopo aver dovuto mettere il piede a terra, non era più riuscito a ripartire. Saluto i due mentre iniziano a scavare e continuo per i fatti miei, ma dopo un’oretta di lotta con il vento decido che forse ne ho abbastanza. Mi sento come il sacchetto di plastica di American Beauty, le raffiche a cento chilometri orari mi fanno perdere continuamente l’equilibrio. Non sono l’unico, almeno: raggiunti gli altri, il bollettino di guerra parla di uno sci volato a valle e vari oggetti che hanno tentato il decollo, tra cui uno zaino e la bilancia per la neve. Finito il rilievo e recuperati i dispersi torniamo giù, leggermente infreddoliti. Ci rifacciamo sulla strada del ritorno verso Sella Nevea, alla Rosticceria Buon Arrivo, conosciuta come Il Polletto: un’istituzione locale in fatto di grassi saturi e birra artigianale. Quando si tratta di cibo, da queste parti, non si va troppo per il sottile: la cena dell’indomani la facciamo da Surc, un ristorante poco oltre il confine sloveno dove la tartare di carne, che io da bravo piemontese sono abituato a vedere servita con giusto un filo d’olio, qui la servono con burro, cipolle crude, olive, peperoncini e cetrioli. Rende l’idea, no?

© Federico Ravassard

L’IMPORTANTE È SCIARE

Il mattino seguente l’appuntamento è al bar dello Julia con Beatrice, la fidanzata di Enrico, e i suoi amici. Lei, Nicole, Andrea e Samuele hanno tra i 21 e i 22 anni e nella vita, oltre a studiare, sono maestri di sci. Non sono molti i ragazzi della zona che vanno in giro con le pelli, mi confessa Bea. A dire il vero, continua, ci sono praticamente solo loro: la zona di Tarvisio, infatti, ha una solida tradizione di sciatori alpini, alimentata dalla presenza del liceo sportivo Bachmann, da cui escono continuamente atleti di altissimo livello nelle gare su pista, come l’azzurro Mattia Casse. Saliamo al sole sui pendii che portano alla Forcella dei Disteis, sotto la parete simbolo di Sella Nevea, quella del Montasio. Nei piedi i miei compagni hanno tutti assi e scarponi di una certa massa, si capisce che prima ancora di essere alpinisti loro sono sciatori. Prima di partire abbiamo incrociato un amico comune, più esperto, che ha voluto rassicurarsi delle loro intenzioni: non è da molto che salgono con le pelli fuori dalle piste battute, quindi - parole sue - a vederli andare via da soli oggi si è sentito un po’ come una mamma chioccia di fronte ai suoi pulcini. Saliamo con calma, il vento non dà fastidio e sarebbe meglio che la neve dura mollasse un po’, ma non mi importa più di tanto: sono qui per conoscere persone e guardarmi intorno, più che per sciare. La muraglia del Montasio si alza dritta sopra di noi, apparentemente insciabile. Con molta più neve su queste pareti scendono linee di sci ripido che si snodano attraverso cenge e canali. Anche le gite facili, qui, non sono da sottovalutare: a causa della morfologia dolomitica infatti i pendii fuori dai boschi cominciano da pendenze medie e spesso terminano in canali che si infilano in mezzo a muri di centinaia di metri, come l’Huda Paliza, la discesa simbolo delle Giulie. Arriviamo in cima e, dopo aver spellato al volo, Nicole e Beatrice partono davanti a me. Porca miseria se sciano secco! Mi arrabatto dietro di loro in qualche modo con i denti che vibrano per la neve che evidentemente non ha mollato e l’unica pausa che facciamo è per scattare qualche foto. Questi ragazzi sono l’esempio più chiaro di quello che sta succedendo ora allo scialpinismo, al quale si stanno approcciando sempre più sciatori di altissimo livello che hanno voglia di vedere posti nuovi, di tirare curve su pendii che non hanno mai visto la fresa di un gatto. L’importante per loro è questo, essere sciatori prima di tutto il resto. Quello che viene dopo sono dettagli, il dove e come lo si fa è un aspetto secondario, perché una curva è bella sempre, che sia fatta in un metro di polvere o sul ghiaccio barrato di un gigante. E infatti nella birra post-gita l’argomento di cui si discute è chiaro: chi viene martedì prossimo a vedere lo slalom di Coppa del Mondo a Schladming?

MONTE SART, UN ATTIMO DI INFINITO

Ci diamo appuntamento con Dade, al secolo Davide Limongi, alla partenza degli impianti. Dade è uno dei compagni di merenda di Enrico, nella vita fa il finanziere qui a Sella Nevea. L’idea di oggi è andare a sciare la parete sud del Monte Sart, una pala a pendenza costante che si vede anche dalla statale che va a Tarvisio. Non abbiamo fretta, anzi, nei nostri piani l’idea è di scenderlo al tramonto. Nello zaino abbiamo infilato anche un paio di scarpe comode perché non sappiamo bene fin dove arriveremo con gli sci. Prima tappa, colazione al Rifugio Gilberti, dove Mose lavora abitualmente insieme a Irene e Fabio, il cuoco. Fabio Tschurwald, soprannominato Tschurwi, è uno dei custodi di questi luoghi ed è lui a farmi una visita guidata del rifugio, tappezzato di foto e cimeli d’epoca. Molte stampe ritraggono scene di speleologia, una pratica che nelle Giulie trova uno dei parchi giochi più belli al mondo grazie alla natura carsica del terreno. In ogni momento dell’anno qui arrivano speleologi da tutto il mondo, soprattutto dall’Est Europa, che scendono per centinaia di metri nelle grotte di cui sono crivellate queste montagne, in qualsiasi stagione. Anzi, dice Tschurwi che d’inverno le condizioni sono ottime perché i flussi d’acqua sono assenti. C’è solo un piccolo problema da risolvere: prima di iniziare le calate bisogna spalare la neve dagli ingressi, e a volte ci vogliono giorni interi a causa dello spessore del manto: la quantità media di precipitazioni, qui, arriva ai 16 metri all’anno nonostante la bassa quota. Su una parete invece troneggia il ritratto di Ignazio Piussi, pioniere dell’alpinismo friulano e, a detta di Messner, il più forte alpinista degli anni Sessanta. Piussi firmò alcune ascese incredibili per quei tempi, come quelle sul vicino Mangart e sul Civetta in Dolomiti, e tentò per ben tredici volte la parete Nord dell’Eiger. Sono montanari cocciuti, i friulani. Usciamo dal Gilberti mentre il cielo comincia a coprirsi e mentre saliamo verso la Sella Ursic ci immergiamo inesorabilmente nella nebbia. Saliamo a testa bassa, devo tenere lo sguardo puntato sulle punte degli sci per non farmi venire la nausea a causa del white-out. Arriviamo al bivacco Marussich e decidiamo di aspettare lì che il tempo migliori. Mose fa sfoggio di grettezza slava tirando fuori dallo zaino gli avanzi della sera prima e, noncurante della temperatura sotto zero, banchetta allegramente con patate congelate e una fetta di Lubianska, una variante slava del cord-bleu. Momento di giubilo, nel cibo lasciato dai visitatori del bivacco troviamo anche un barattolo di senape: il Grand Hotel Nevea è qui. Ripartiamo mal volentieri, fuori continuano a esserci vento e nebbia. Ci portiamo sotto un canale che conduce alla cresta del Sart e calziamo i ramponi, sferzati dalla neve che, noncurante della gravità, sale dal basso verso l’alto a cause delle raffiche. Sbuchiamo proprio mentre sta succedendo qualcosa di maestoso: le nuvole si stanno diradando, lasciando spazio alla luce dorata del pomeriggio. Sembra di essere nella scena chiave di un film della Red Bull, noi siamo quei tre puntini che battono traccia su una cresta baciata dal sole da un lato e che sul versante opposto precipita in una parete sulla quale Emilio Comici aveva aperto nei primi anni del Novecento una via folle di più di 900 metri. È un momento magico, proprio quel tipo di momento per cui uno dovrebbe iniziare a fare scialpinismo e in cui i secondi si dilatano come polmoni. Le rocce delle montagne intorno a noi sono diventate coralli stuccati da meringhe di neve, mentre il fondovalle, duemila metri sotto di noi, sembra un paesaggio della Terra di Mezzo di Tolkien. La neve marmorea del mattino è stata addolcita dal calore del sole e pennelliamo curve che vorremmo non finissero mai. Come entriamo nei primi arbusti Mose tira fuori il gps: dobbiamo aggirare i salti di roccia che circondano la parte inferiore del pendio. Sento odore di ravanata, ma dopo il delirio di luce che abbiamo appena vissuto siamo tutti ben disposti a farci una scammellata a piedi per tornare a casa. Dade, che ha lasciato le scarpe in auto, accoglie con meno gioia il portage, ma rifiuta stoicamente la nostra offerta di vendergli le nostre comodissime scarpe. Un’ora più tardi veniamo salvati da Beatrice, partita da casa per darci uno strappo fino a un meritato spritz a Campo Rosso, in compagnia di un certo Tadei.

© Federico Ravassard

TADEI, CHE VA SU VELOCE

Dalle Alpi Giulie non nascono solo scialpinisti forti in discesa: ce ne sono altri che il vento sulla faccia lo sentono anche in salita. Uno di questi è Tadei Pivk, residente a Camporosso, che zitto zitto negli anni si è portato a casa per ben due volte la maglia di campione del mondo di skyrunning senza essere un professionista. Di origini slovene, dopo un passato agonistico nel salto con gli sci, Tadei ha iniziato a correre per caso, dopo che degli amici lo avevano coinvolto nella staffetta del Lussari, una gara locale. In settimana lavora come impiantista sulle piste di Tarvisio e alla sera si allena sul Sentiero del Pellegrino, 900 metri di strada forestale che d’inverno sono l’unica pista consentita agli scialpinisti. Tra un sorso e l’altro Tadei mi spiega, un po’ rassegnato, la situazione da queste parti: la risalita a bordo impianti non è assolutamente tollerata e generalmente quello che oggi chiamiamo ski fitness qui è ancora un concetto sconosciuto. Completamente l’opposto di quello che succede pochi chilometri più in là, nel comprensorio austriaco del Dreiländereck (letteralmente, angolo dei tre paesi). Qui, dove Austria, Italia e Slovenia si toccano, l’apertura serale del giovedì si è rivelata un successo. Tadei mi racconta che la settimana prima a risalire le piste erano almeno in 400, con relative consumazioni nelle attività locali a far girare il tutto, la prova del nove che lo scialpinismo da resort è una forma di turismo che può effettivamente funzionare. Mose chiede a Tadei se quest’anno si schiererà in partenza alla Scialpinistica del Canin, la gara che viene organizzata a Sella Nevea. Lui sorride senza dare una risposta chiara, ma si vede che un pensierino lo sta facendo. E non è l’unico: Mose, divertito, confessa che quasi quasi correrà anche lui, perché alla fine, come abbiamo detto, l’importante è sciare.

© Federico Ravassard

WE ARE ALL SKIMOUNTAINEERS

Nel weekend Enrico mi invita ad aggiungermi al gruppo che con lui sta facendo un corso base di scialpinismo e con il quale ha programmato di andare due giorni in Carinzia, al confine tra Austria e Slovenia. È una banda eterogenea, che va dallo studente all’imprenditore. Tutti entusiasti di praticare questo giochino del salire in cima a una montagna per poi sciarla. La meta per la notte è la Klagenfurter Hütte, un rifugio frequentatissimo dagli scialpinisti locali, che spesso salgono qui senza andare oltre, una passeggiata in versione invernale con sci e pelli al seguito. Puro plaisir, come direbbero in Francia. Nonostante ciò, noto come il setup medio degli austriaci sia diverso da quello a cui siamo abituati, decisamente più improntato sulla sicurezza. Una buona metà di loro, infatti, utilizza ancora vecchi attacchi Diamir o comunque attacchini con sgancio certificato, e tantissimi sulle spalle hanno zaini airbag nonostante percorrano tranquilli itinerari di fondovalle. Passiamo due giorni di corsi tranquilli, a fare campi Artva e a chiacchierare alla sera davanti (ahimé) a un flusso ininterrotto di boccali di birra. Alla fine tra una Guida come Mose, abituato a sciare su pendii a 50°, e un principiante che sta imparando a fare le inversioni in salita non c’è poi così tanta differenza: il motivo per cui escono al mattino con gli scarponi nei piedi è lo stesso. Entrambi vogliono spostare un po’ più in là i propri limiti con le capacità che hanno a disposizione e quelle che sono disposti ad acquisire. Provare quel pizzico di brivido e di leggerezza, che non dipende da quanto è ripida la parete che stai sciando, ma da quello che ti senti dentro tu. In questi stessi luoghi cominciò a frequentare la montagna anche Steve House, uno dei più forti alpinisti al mondo, vincitore di un Piolet d’Or grazie alla salita della parete Rupal sul Nanga Parbat. Dall’America Steve arrivò in Slovenia per un programma di scambio con la sua università e poco dopo comincio a frequentare il Club Alpino Sloveno, iniziando così a maneggiare picche e ramponi. Da allora torna a scalare periodicamente sulle Giulie, come l’anno scorso quando Mose e Dade lo incontrarono alla base di una cascata di ghiaccio. Manco a dirlo, in quel periodo Dade stava leggendo proprio la sua biografia!

© Federico Ravassard

TAKE A WALK ON THE WILD SIDE

Visitare il versante sloveno di Sella Nevea è un’esperienza che trascende dai vincoli del tempo e dello spazio. Noi ci arriviamo sciando il Krnica, un classico fuoripista che in mille metri di dislivello attraversa un ampio vallone e un bosco di faggi. La stazione intermedia della funivia che sale da Bovec sembra essere uscita da Blade Runner. Fuori dal piazzale è parcheggiata una berlina che ci chiediamo come abbia fatto ad arrivare fin lì. Poco più in là, in bella mostra, container e rottami arrugginiti ci accolgono mentre saliamo le scale che ci portano all’interno della stazione, il cui pavimento è ancora di legno. L’ovetto nel quale entriamo è poco più grande di un box doccia e sotto di noi vediamo scorrere il versante assolato, crivellato di cavità carsiche a poche decine di metri dalle piste. Mose mi spiega che è un po’ come sciare in ghiacciaio: alcune grotte sono enormi e ben visibili, ma altre, più piccole, possono essere coperte dalla neve e già più di una volta degli sciatori sono stati recuperati dopo esserci caduti dentro. Verso la fine passiamo a fianco del pendio dove fino a poco tempo fa veniva disputata una gara di freeride. Pendio per modo di dire, sarebbe più corretto definirla una specie di Rupe Tarpea, la scarpata dalla quale venivano gettati i bambini spartani: un centinaio di metri di dislivello di cui una buona parte è composta da barre rocciose. Praticamente il vincitore era colui chi arrivava al fondo sulle proprie gambe, o almeno con il minor numero di fratture. Nel fondovalle luccica l’acqua azzurra dell’Isonzo, la stessa che un secolo fa era tinta dal rosso del sangue dei ragazzi mandati a difendere il fronte dalle truppe austroungariche. La Prima Guerra Mondiale qui c’è stata per davvero: basti pensare che uno degli elementi decisivi della disfatta di Caporetto fu un tunnel poco sotto di Sella Nevea che gli austriaci utilizzarono per spostare armi e uomini senza farsi vedere dagli italiani appostati al colle. Più lontano, invece, a brillare è il Golfo di Trieste, anche lui testimone di storie di confine e di guerra. Penso per un attimo a quanto sia cambiato questo angolo di Alpi, dove una volta ci si sparava letteralmente addosso, e ora si passa da un Paese all’altro camminando con i ramponi su di una cresta.

© Federico Ravassard

I RIGATONI AL SALTO DI ROBERTO

L’ultima sera andiamo a cena all’Alte Hütte a Campo Rosso. Con noi c’è la famiglia Cecon: Sandro, Daniela e il figlio Zeno. Zeno è stato un compagno di spedizione di Mose in Pakistan e normalmente fa il maestro a Tarvisio, dove ha fondato la scuola di sci Evolution3Lands nella quale insegna anche Beatrice. Qualche anno fa si è fermato a un soffio dall’élite mondiale del freeride arrivando sesto al circuito del Freeride World Qualifier. Suo padre Sandro è, in poche parole, un pioniere dello scialpinismo qui nelle Giulie, con più di quarant’anni di esperienza: basti pensare che i primi rilievi li ha fatti nel 1975. Poco dopo al tavolo ci raggiunge Roberto Del Negro, proprietario e cuoco del ristorante, che ci fa ordinare i suoi rigatoni al salto. Intorno a questa ricetta scorre buona parte della storia alpinistica della valle. Prima dell’Alte Hütte, infatti, Roberto gestiva una taverna che era di fatto un punto di riferimento fisso per i giovani scapestrati come Sandro che si divertivano ad andare su e giù dai monti con mezzi e tecniche a dir poco rudimentali, come degli sci lunghi mezzo metro importati dall’Austria con i quali cercavano di scendere nei canali sopravvivendo in qualche modo fino al fondo. Lo stesso Roberto era uno dei capisaldi della piccola ma agguerrita tribù, essendo presidente del CAI locale. I rigatoni al salto, con panna e ragù, sono la ricetta che si era inventato allora da cucinare alla sera, quando i novelli alpinisti rientravano alla base affamati come lupi, e più di una volta erano obbligati a dargli una mano ai fornelli data l’affluenza. I rigatoni di Sandro si raffreddano mentre lui non smette di parlare di quei tempi pionieristici: nei suoi racconti scorrono aneddoti sui mitici attacchi Zermatt, compagni di gita che lavoravano in segreto per lo spionaggio sovietico, sciatori sloveni che, anziché usare le pelli di foca, salivano a piedi con gli Elan RC da 2,10 sullo zaino. Alcuni dettagli mi fanno capire quanto all’epoca andare in montagna fosse un connubio perfetto tra spirito pratico e attrezzatura approssimativa; ad esempio, per aumentare la tenuta degli sci da fondo, che loro utilizzavano per gite scialpinistche, si usava riempire la soletta di puntine da disegno, una sorta di squama di pesce ante litteram degli attuali sci. Le pareti dell’Alte Hütte sono di per sè un pezzo di storia: nelle fotografie sono ritratti volti noti come Messner, Casarotto e Kukuckza, in mezzo a una miriade di altri ragazzi barbuti con occhiali da ghiacciaio, camicie a quadretti e volti sorridenti dopo l’ennesima giornata di esplorazione in montagna. Ripenso ai ragazzi con i quali ho sciato in questi giorni, negli stessi luoghi, perdendoci nel fare cose nuove esattamente come quarant’anni fa. Sorrido da solo, mentre davanti a me due generazioni di sciatori si raccontano storie di neve e di tracce che finiscono chissà dove. Lunga vita allo sci selvaggio.

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Andrea Gallo, il futuro ha un cuore antico

Ho conosciuto Andrea Gallo di persona l’anno scorso, sciando insieme a Gressoney. Dico di persona, perché se uno è torinese e va un po’ in montagna, il suo nome di sicuro l’ha già letto da qualche parte, probabilmente sulle guide Finale 8.0 o Polvere Rosa. Oppure sulle relazioni di falesie storiche come Striature Nere o l’Orrido di Chianocco, spauracchio dei climber sabaudi chiamati a confrontarsi con gradi e stili di una volta, quelli su cui si è espresso Andrea come scalatore e chiodatore. O ancora, per chi avesse qualche anno in più del sottoscritto, l’ha trovato sulle pagine della defunta rivista Alp, della quale è stato collaboratore e fotografo per anni. È stato anche l’artefice, insieme ad altri, della creazione della Finale Ligure che conosciamo oggi, un modello di turismo outdoor che ha fatto scuola e che permette agli sciatori tristi di sopravvivere all’autunno e di risvegliarsi in primavera. Insomma, da attore prima e narratore poi, Andrea Gallo è sul pezzo da trent’anni e, anche ora che lavora nei video musicali (il binomio video maker outdoor - musica trap è qualcosa di assurdo e romantico allo stesso tempo) continua a martellare sugli argomenti a lui cari da sempre, quando non è occupato in cose più serie, ad esempio andare in skate o sciare a Punta Indren. Con la scusa di andare ad accaparrarmi una copia della nuova guida Finale 51, sono andato a trovarlo a Gressoney Saint-Jean per capire cosa ci fosse dietro a un nome scritto sulla copertina di un libro.

DOMANDA SEMPLICE E COMPLICATA ALLO STESSO TEMPO: CHE STRADA HAI PERCORSO FINO A OGGI?

«Ho cominciato a scalare nel 1981, prima ho praticato la scherma, lo sci agonistico e lo skateboard, sempre col mio modo di fare le cose, ovvero tuffandomici dentro. Sono uno che si infogna e, anche quando ero piccolo, se mi appassionavo a qualcosa, mi allenavo sei giorni a settimana. Sono migliorato abbastanza in fretta, a quell’epoca si scalava al Palavela a Torino ed eravamo la prima generazione che si allenava con un’ottica sportiva. Insieme ad altri ho avuto la fortuna di ritrovarmi al centro dell’azione, ho partecipato alla storica Sportroccia a Bardonecchia nell’85 e parallelamente ho cominciato a collaborare con la neonata rivista Alp, per la quale tenevo la cronaca della libera. Ho avuto la fortuna di vivere in un periodo molto bello che è durato fino alla fine del decennio, almeno per quello che riguarda le gare di arrampicata. La magia si è interrotta quando è stata creata una nazionale vera e propria, e di colpo sono spuntati dal nulla stemmini e allenatori mai visti in giro prima: ciò che prima era spontaneo, iniziava di colpo a venire incanalato, analogamente a quanto è successo nello snowboard qualche anno dopo. Nel ’92 ho smesso con le gare e ho scalato ad alto livello su roccia fino al ’97, l’anno in cui la fotografia, che prima era un passatempo da falesia, è diventata qualcosa di più serio. Il primo viaggio ufficiale da fotografo di arrampicata è stato in Sardegna, per scattare l’apertura di Hotel Supramonte con Rolando Larcher. Avevo già avuto qualche esperienza con il ciclismo, a un certo punto all’inizio degli anni ’90 correvo nel cross-country: dopo aver vinto il campionato ligure mi hanno spostato negli élite e lì mi sono ritrovato in mezzo a una mandria di bufali inferociti. Ero passato dal vincere le gare della domenica a gareggiare con gente che aveva corso il Tour de France. La prima guida di Finale invece è uscita a fine anni ’80, edita da Alessandro Gogna, poi ho continuato fondando una mia piccola casa editrice. Nel ’97 è uscita Polvere Rosa, che ai tempi è stata la prima guida italiana prettamente di freeride, ispirandoci a un volume su Chamonix. Tolti gli anni in cui ho scalato ad alto livello, ho sempre sciato, con qualche parentesi su snowboard e monosci. Il primo decennio del 2000 lo ricordo come il periodo più figo per la fotografia di arrampicata, perché avevo modo di girare con gli interpreti di ogni specialità: Mauro Calibani e Marzio Nardi sul bouldering, Rolando Larcher sulle vie lunghe, Anna Torretta e Bubu Bole sul ghiaccio e misto e tutto quello che passava nel mezzo».

E POI A UN CERTO PUNTO SEI PASSATO AI VIDEO.

«Sì, merito delle prime reflex che potevano anche registrare filmati. Mentre scattavi, iniziavi a girare qualche secondo, che poi un pezzetto alla volta si sono trasformati in video veri e propri. È diventato un lavoro quando, un po’ per caso, sono finito a fare il location manager per un video di Tony Hadley - l’ex frontman degli Spandau Ballet - che voleva filmare un paesaggio innevato nel Vallone di Loo. In quell’occasione avevo con me uno dei primi droni consumer in commercio all’epoca e, in modo un po’ naïf, abbiamo fatto qualche ripresa con quello. È piaciuto un sacco, e la settimana dopo mi sono ritrovato a filmare J-Ax con un drone più serio che avevamo praticamente spacchettato il giorno prima, bluffando sulle mie effettive capacità di pilotarlo. Morale, mi sono ritrovato da un giorno all’altro a passare dagli scalatori al mondo del rap italiano, con ragazzi spesso poco più che ventenni: Gué Pequeno, Marracash, Nesli e altri. Sono dei fighi che lavorano tutto il giorno, e per me entrare in quel mondo è stata una rivoluzione, una contaminazione con altri linguaggi e culture. Nella musica ogni volta si lavora su un’idea nuova, mentre nel mondo dell’arrampicata spesso ci si chiude al mondo esterno, impostando la narrazione unicamente sulla performance. Ad esempio, lo skate è influenzato costantemente dal mondo dell’arte e della musica, le cose si fondono assieme, mentre l’arrampicata è rimasta autocelebrativa e autoreferenziale».

COME CAMBIA LA PRATICA E LA NARRAZIONE DELLE DIVERSE ATTIVITÀ CHE TI APPASSIONANO? ESISTONO PUNTI IN COMUNE?

«L’arrampicata, appunto, la trovo tanto chiusa. Se pensi ai siti d’informazione di riferimento, siamo ancora lì a pubblicare il compitino dello scalatore, chiamato a scrivere di se stesso: da un lato è bello, dall’altro appiattisce i livelli, a questo punto siamo tutti bravi, non c’è mai stata una reale valutazione giornalistica delle imprese. Immagina come possa un mondo di questo tipo, non ancora capace di creare un sito realmente giornalistico, aprirsi ad altre culture. Così come il filone delirante delle autobiografie di alpinisti, quelle di cui ci si ricorda sono ben poche: Twight, qualche inglese e poco altro. Invece lo skate è aperto a tante cose, lo sci è su una linea di mezzo. Ad esempio il freeride permette a un atleta di essere professionista anche senza partecipare alle competizioni, come accade anche nel surf. Nella scalata, a parte Sharma, Favresse, Villanueva e pochi altri, i professionisti sono quasi sempre agonisti omologati tra loro. Ce la meniamo sulla performance, e il più forte diventa anche il più figo, senza accennare allo stile. Nello sci invece abbiamo figure come Bruno Compagnet che, anche senza ormai essere al top, lo vedi sciare e pensi questo non sbaglia una curva. Lo stesso avevo pensato guardando Piergiorgio Vidi: quello è sciare. Poi mi piace anche il ragazzino che fa 100 giri in aria, anche se non è il mio mondo. Nell’arrampicata invece è tutto sul grado, lo vedi anche nella pratica: vai in falesia e sono tutti appesi cercando di provare qualcosa di più duro, anziché puntare a muoversi bene su un 6c. Purtroppo anche il freeride sta deviando su questo: una volta il World Tour era interpretare una linea su una montagna, ora è saltare meglio degli altri. Serve l’idea del vecchio surfista, quello che gira a sessant’anni col longboard e si muove in un modo che fa girare tutti gli altri in line-up. Manca anche il culto dell’attrezzo, uno come Mariacher dovrebbe essere riverito come Takayama (uno storico shaper hawaiiano). Lo stesso vale per lo sci, a parte qualche eccezione, con degli sci di dieci anni fa ci si fa solo ridere dietro, mentre nel surf certe tavole sono eterne. Tra tutte, l’arrampicata mi sembra l’attività meno creativa. Una possibilità stava nascendo con il moderno boulder indoor, simile al parkour, ma una cosa del genere non doveva finire nelle gare, ma diventare una specialità a sé. Nella pratica, però, i punti di incontro ci sono solo perché i praticanti sono gli stessi. Ma se uno scala e scia, quest’ultima per lui sarà la ricreazione. Su roccia devi per forza andare a metterti alla prova, perché vuoi trovare lungo. Bisognerebbe recuperare l’idea di farsi piacere, un po’ come sugli sci. La corsa al grado e il mettersi in discussione - a tutti i livelli, principianti compresi - non fa crescere l’arrampicata».

Andrea Gallo su Hyaena

C’È UNA RICERCA COMUNE NEGLI SPORT CHE PRATICHI O CHE HAI PRATICATO?

«Lo sci è la mia religione, l’attività che mi fa stare meglio. I ricordi più belli sono legati al piacere fisico di un dato momento, il colore e la portanza della neve, la sensazione della curva, e via così. Quello che cerco sono le condizioni ideali, anche per limitare i rischi. Nella scalata, passato il periodo della corsa al grado, quello che cercavo era la fluidità nei movimenti su tiri più facili, fino a renderla quasi un’attività aerobica: ad esempio salire un 7a in modo continuo, senza fermarsi e senza tentennare. La ricerca nello skate invece è legata alla struttura: su certe rampe magari provo dei trick, nelle pool più grosse invece mi limito a percorrere linee e godo lo stesso. Un minimo comune denominatore può essere il movimento inteso come flusso continuo, che magari cercavo anche quando, andando a correre, mi sforzavo per mantenere un passo costante. Nello sci di sicuro questa sensazione è più facile da trovare».

SECONDO TE COSA SI È GUADAGNATO NEL TEMPO? E COSA SI È PERSO?

«Si è guadagnata una maggiore comunicazione. Prima era tutto lasciato al sentito dire, adesso le informazioni girano e il racconto delle azioni avviene in tempo quasi reale. Magari nello scialpinismo si è persa l’attenzione al capire dove sei e cosa stai facendo, affidandosi solo a ciò che si legge o si sente. Poco fa due ottimi sciatori hanno sciato la Nord del Lyskamm, e qualcuno li ha seguiti a distanza di qualche giorno senza avere realmente idea delle condizioni, basandosi unicamente su qualche storia di Instagram. A metà parete hanno tolto gli sci. Ecco, bisogna stare attenti a non lasciare che il virtuale prevalga sulla propria esperienza. A livello di pratica, però, le sensazioni che si provano sono le stesse di venti o trent’anni fa, non bisogna lasciarsi influenzare dalla quantità di informazioni a disposizione. È come avere un’edicola con tanti giornali, non dobbiamo per forza leggerli tutti. Però è bello avere una scelta così ampia a disposizione, no? Quello che si è perso, al massimo, è la voglia di conoscere la storia dei propri sport, chi erano gli scalatori e gli sciatori venuti prima di noi. Ma capisco che sono argomenti di nicchia, e forse se non ci interessano è anche un po’ colpa delle riviste del settore, mentre, ad esempio, su Surfer ci sono continuamente articoli sugli shaper del passato».

IL MODELLO OUTDOOR DI FINALE È RIPRODUCIBILE IN ALTRE LOCALITÀ?

«Finale è il risultato di una congiunzione di più fattori. Il luogo è unico, neanche il Garda si avvicina: c’è il mare, il clima giusto per andarci in inverno, le pareti che non possono essere create dal nulla. C’è la macchia mediterranea, riesci a scalare in luoghi che sono davvero selvaggi, mentre ad esempio ad Arco ci sono i meleti e le case sempre in vista. Questo ha fatto si che negli anni ’80 un gruppo di persone venisse attratto dal Finalese, forse perché scappavamo tutti da qualcosa e volevamo trovare riparo in quell’angolo magico. Il volerlo mantenere selvaggio non è stato un atto di snobismo, ma di rispetto. Per lo stesso motivo non si sono scavati appigli, soprattutto in quel periodo che è stato veramente dannoso per altre località. Qualche caratteristica di Finale è esportabile, ma la sua anima è unica. E la sua ascesa non è stata nemmeno casuale, perché abbiamo sempre remato per farla conoscere al pubblico di tutto il mondo, anche perché i nostri business giravano su quello. E poi, questo è importante, va detto che tutto è partito da persone mosse prima dalla passione e poi dall’aspetto commerciale. Se si procede con l’ordine inverso, le cose non funzionano. È una serie di tasselli che si sono incastrati fra loro, aiutati dal fascino unico di Finale: anche se vai a scalare ad Albenga, alla sera poi ti sposti a Finalborgo, che una volta, all’inizio, chiamavamo Finalbronx per le condizioni in cui era ridotto. Mi auguro che nascano altre Finali, perché sarebbe un bene per tutti, ma solo Finale ha quel qualcosa che ti attira, e tanti ci cascano. Si sono creati almeno 300 o 400 posti di lavoro e, facendo due conti, conosco una cinquantina di persone che hanno comprato casa lì. Alcune peculiarità sono spiegabili, altre sono legate al fascino intrinseco, lo stesso vale per le differenze fra Chamonix e Courmayeur: una è la città degli alpinisti, l’altra quella delle pellicce. È stata una botta di culo che certe persone si siano ritrovate lì al momento giusto arrivando da fuori, come Alessandro Grillo, scalatore, e Fulvio Balbi, che ha creato dal nulla i sentieri per la mountain bike, e magari gli imprenditori alberghieri che li supportavano. Negli ultimi anni sono di sicuro arrivati i problemi legati al flusso di visitatori, ma è compito di chi c’è ora trovare le soluzioni, prima ancora di porre divieti. Non siamo arrivati allo scontro con l’amministrazione, ma al punto degli attriti, e sarebbe un peccato arrivare a rompere il gioco».

È USCITA LA TUA NUOVA GUIDA CARTACEA DI FINALE. COME LO VEDI IL FUTURO DI QUESTO TIPO DI PUBBLICAZIONI, SOPRATTUTTO SE RAPPORTATO AL DIGITALE?

«Io avevo immaginato un passaggio al digitale già parecchi anni fa, pensando di sostituire l’edizione 2011 con un’applicazione, anche per una questione di sostenibilità. Però poi creare un libro di carta significa rendere reale un sogno, la fotografia stampata su una doppia pagina vive in un altro modo. L’app esiste già, collegata alla guida, ma non ha riscosso molto successo. Mi sono mosso nello stesso modo anche per il volume sui sentieri mtb, presagendo gli stessi risultati, e sono stato disatteso: il ciclista non vuole il libro, non gliene frega nulla. Lui vuole unicamente la traccia gps, incredibile. Lo stesso vale per Polvere Rosa, l’unico modo per venderla è farla su carta. In quel caso preferisco non inserire alcun riferimento gps, perché poi uno si fida ciecamente e magari passa su una placca a vento con i risultati del caso. Probabilmente ai ciclisti non importa avere una guida cartacea perché hanno una mentalità più sportiva: non vogliono sapere chi abbia tracciato quel trail, mentre invece sulla roccia e sulla neve i nomi degli apritori - e quindi chi gli ha dato una dignità - sono fondamentali. Probabilmente è un pubblico più preparato, se hai scelto di andare a scalare o a sciare hai già fatto una scelta enorme, mentre la bici è alla portata di tutti sin da bambini. Spesso chi pedala ha una minore attenzione per l’ambiente e per la sua salvaguardia, e non tende a legarsi a una determinata località al punto da trasferirsi. Sono meno sognatori, se vogliamo dirlo. Per la nuova guida ho lavorato anche con le ultime generazioni di scalatori finalesi, neo-maggiorenni, una serie di ragazzi fighissimi: conoscono la storia, utilizzano i social ma non ne sono dipendenti, fanno esperienze lavorative all’estero, insomma, sono sicuramente più aperti di chi c’è stato prima. Ecco, loro, che vivono i social con serenità, allo stesso tempo apprezzano le cose scritte, e vedendoli penso: lunga vita alla carta. Forse, poi, una guida cartacea diventa anche un’alternativa a un mondo dove tutto va consumato in fretta e furia. Era molto attesa, anche perché è una celebrazione di un gruppo di persone che hanno contribuito allo sviluppo di Finale. A parte qualche riga di introduzione, non volevo assolutamente parlare di me, ma degli altri, perché dev’essere una guida di tutti. C’è stata un’ottima collaborazione anche con Tomassini, che redige l’altra guida del Finalese, perché le informazioni di entrambi combaciassero, ad esempio sui nomi dei tiri o i loro gradi».

PARLIAMO DEI MALEDETTI E SANTI GRADI: I TUOI SONO CONOSCIUTI PER ESSERE PIÙ DURI DELLA MEDIA.

«Quando si è cominciato a gradare a Finale abbiamo preso come riferimento la Francia, con le valutazioni di allora. Se andavi a scalare in Verdon o a Buoux i gradi erano quelli, e noi li abbiamo semplicemente importati. Poi, in un preciso momento storico, in Spagna hanno cominciato ad ammorbidire i gradi e quando scalatori italiani hanno iniziano a valutare allo stesso modo le nuove falesie la gradazione è esplosa. Qualcuno ha voluto accorciare il metro per correre più veloce, a dirla tutta. Ora, anche a Finale, ci sono falesie storiche gradate in un certo modo e altre, più recenti, in un altro. Quello che io definisco grado in euro o in lire. La colpa è di chi ha gradato prima o di chi l’ha fatto dopo? Ci sono scalatori della mia generazione che fanno l’8c ora, e magari non lo facevano venticinque anni fa. La cosa figa di quegli anni lì è che scalavamo forte senza sapere quanto, e ce ne siamo accorti solo dopo, perché all’epoca non ci interessava così tanto. Quando ho chiodato Hyaena (8b) all’epoca scalavo sul 7c o poco più, ma avevo visto degli appigli e in qualche modo di lì si passava. Abbiamo cominciato a interessarci ai gradi quando è arrivata la concezione di onsight, che misurava effettivamente il valore dello scalatore: se uno il tiro ce l’ha dietro casa può provarlo quanto vuole, se ci si fa un solo giro sopra si capisce quanto è forte effettivamente. Sono molto competitivo, ed effettivamente sapere se quello su cui ti stai sfidando è un 7c, un 7c+ o un 8a ha una certa importanza. Poi forse avremmo potuto fare di più, ma cercavamo l’unicità delle sensazioni, piuttosto che la loro ripetizione. Siamo stati influenzati un casino da Marco Bernardi, uno che, arrivato all’apice dell’alpinismo, ha smesso, poi è arrivato a essere uno dei climber più forti del suo periodo e ha smesso anche lì... perché per lui ciò che contava era l’esperienza, la prima volta. L’importante è avere gradi uniformi nella stessa falesia, che poi questa sia più o meno dura di altre è un valore aggiunto e una forma di rispetto della storia. Un giorno a Finale dei ragazzi di un corso Guide scalavano su un 6c con facilità, mentre sul 6c+ di fianco non arrivavano in catena: uno dei due aveva qualcosa che non andava, evidentemente».

QUALI SONO I MIGLIORI RICORDI DA FOTOGRAFO E DA SCALATORE CHE HAI, SU ROCCIA E SU NEVE?

«Mi ricordo il giorno in cui ho fotografato Mauro Bubu Bole su Bellavista, alla Cima Ovest di Lavaredo. Ero salito sulla statica che pendeva dal bordo del tetto per 200 metri nel vuoto, staccata per una settantina di metri dalla parete, una cosa agghiacciante. Quando Bubu è arrivato al tiro del tetto (8c su chiodi, ndr) la scena era spettacolare, mi vengono i brividi ancora adesso. Aveva fatto una leggera nevicata la notte, la neve diffondeva la luce del sole ed ero con un gruppetto di fedeli di Mauro che l’aveva seguito fin lì. In quel momento, scattando, ho pensato che era proprio quello che volevo fare nella vita. Sulla neve ne ho tanti, se proprio dovessi isolare un momento mi viene in mente una linea al Colle Ranzola, più che un momento, mi vengono in mente due curve fatte in quel punto lì, sulla neve giusta, farina fredda che porta bene, zucchero. Da scalatore, anche perché all’epoca ero infognato di cose mentali, mi ricordo perfettamente il giorno in cui ho fatto Hyaena dal mattino alla sera, così come una volta in cui ho gareggiato contro Jerry Moffatt a Vienna. Due anni prima ero affacciato sul bordo del Verdon ad ammirarlo su Papy Onsight, e ora stavo scalando contro di lui. Rimpianti non ne ho, perché credo che qualsiasi cosa succeda, è perché in quel momento hai preso la decisione che ti sembrava più giusta».

ULTIMA DOMANDA. UNA COLONNA SONORA RAP E TRAP PER UN VIDEO DI MONTAGNA?

«Senza Dio di Gué Pequeno, con cui ho collaborato per il video, mi piace. Mi piace anche Nonostante tutto di Gemitaiz e qualcosa di Sferaebbasta. Di quelli attuali userei qualcosa di Salmo e di Clementino, e poi ci sono i pilastri, Gué, i Club Dogo, Marracash. In un film che sto realizzando sulla storia di Finale, invece, vorrei utilizzare la musica originaria dell’epoca -Hyaena è un album dei Siouxsie and the Banshees - per raccontare anche un po’ com’erano quegli anni, perché, ecco, di lì alla fine è passata anche un po’ la vita, la mia e quella di altri».

Avrei continuato a parlare per ore con Andrea, ma già così probabilmente ho fatto passare brutti momenti a Claudio, il direttore, e Greta, l’art director, obbligati a impaginare un’intervista fiume pochi giorni prima di andare in stampa. Beh, il succo è questo: Andrea, come altri, è una figura che chi va in montagna deve conoscere, perché è tra coloro che hanno creato e raccontato la storia di ciò che ci piace fare e magari in cui crediamo per provare a essere persone migliori. Insomma, bisogna conoscere la storia di ciò che c’è stato prima di noi, sulla roccia, sulla neve, ma anche in tutto il resto, perché è l’unico modo per capire il presente e sapere dove andare in futuro.

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© Federico Ravassard

Avevamo tutto e non lo sapevamo

Sono partito da Torino poco più di un’ora fa, diretto verso le Alpi Marittime. Quando mi fermo per un caffè ad Andonno rimango un attimo sorpreso dalla barista che, a disagio, mi avverte che non potrò berlo al bancone.
È il 9 marzo, il giorno prima la Lombardia è stata dichiarata zona rossa e anche da queste parti si teme che sia solo questione di giorni prima che i divieti di circolazione si estendano anche al resto del Paese. L’appuntamento a Valdieri è con Paolo e Mattia, il primo Guida alpina, il secondo Maestro di sci, ma prima di tutto amici e fini conoscitori della Valle Gesso, in provincia di Cuneo. Siamo stati invitati da un altro amico comune, Cis, a trascorrere un paio di giorni al Valasco e realizzare un reportage che in un anno normale sarebbe servito a promuovere la zona del Parco Naturale Alpi Marittime in vista della stagione dello scialpinismo primaverile. La settimana precedente in tutta Italia le attività commerciali hanno cominciato a chiudere per evitare situazioni di assembramento, qua invece non c’è stato molto lavoro da fare: da queste parti l’isolamento sociale è una normalità, special- mente in questo periodo dell’anno.

Il Rifugio Valasco è conosciuto per la sua architettura bizzarra, che ne racconta anche la storia. Nato come reale casa di caccia per la famiglia Savoia alla fine dell’800, venne riconvertito a caserma durante le due Guerre Mondiali, per poi essere ceduto dalla principessa Iolanda di Savoia a privati che lo convertirono ad alpeggio, fino a che un incendio negli anni ’90 non lo distrusse parzialmente. Dopo un decennio di abbandono, il suo restauro ne permise la riapertura al pubblico nel 2008, creando una base logistica perfetta per spezzare i lunghi trasferi- menti richiesti per sciare in Valle Gesso. A vederla da una cartina l’area compresa tra la Valle Stura e la Valle Vermenagna non sembra particolarmente estesa: a complicare la vita, però, ci pensa una fittissima rete di valli laterali e creste decisamente lontane dal fondovalle, oltre che strade spesso chiuse fino a primavera inoltrata a causa della neve. Per farla breve, per divertirsi con gli sci in Valle Gesso bisogna camminare parecchie ore, ma sono proprio quelle ore a garantire la solitudine che in altre zone è ormai una chimera. Tanto per smentire quanto è stato appena scritto, l’occasione per divertirci è decisamente comoda: proprio di fronte al rifugio si snoda infatti un canale non ancora sciato e Cis aspettava solo un po’ di compagnia per andare a metterci il naso. Dopo un caffè partiamo dal Valasco portandoci dietro un asse di legno, ci servirà ad attraversare un ruscello senza dover allungare inutilmente fino al ponte situato in fondo alla piana. Il canale è stretto, ma mai ripido. Si snoda attraverso pareti di granito rossastro che sono una delle caratteristiche della zona, ben riassunte dalla Cresta Savoia che si snoda qualche chilometro più a monte. Trecento metri, poco più o poco meno. Pochi per essere l’obiettivo di una giornata, ma abbastanza per rientrare in una concezione di scialpinismo che in Italia stenta ancora ad avere seguito: anziché voler programmare la gita in funzione di una cima precisa, in alcune aree ha più senso fare l’avvicinamento iniziale e solo dopo decidere dove puntare gli sci, in base all’appetito e al menù del giorno. Come, ad esempio, la valle del Valasco, dove sono presenti pendii di qualsiasi esposizione e inclinazione.

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Scendiamo uno alla volta, dandoci il cambio alla guida del gruppo. Le pareti che ci circondano sono alte, si potrebbe credere di essere ben altrove. Anche se poi, a pensarci bene, le Marittime hanno ben poco da invidiare ad altri massicci, qui la quota relativamente modesta viene compensata dalle abbondanti nevicate, merito proprio della vicinanza con il Mediterraneo, e la morfologia complicata sembra essere studiata apposta per soddisfare desideri di pornografia scivolatoria. Rientriamo al Valasco per l’ora di pranzo, qualcuno nel frattempo dà un’occhiata alle news per capire l’evolvere della situazione nel resto del mondo, ovvero tutto ciò che è situato a valle delle Terme di Valdieri. Matti, al secolo Mattia Tosello, storce il naso: da oggi chiudono le stazioni di sci, di fatto la stagione lavorativa per lui finisce qui. Ex agonista nel centro sportivo dell’Esercito, Mattia ha passato una vita a masticare porte e neve barrata, prima come atleta e poi come allenatore, per poi decidere di cambiare aria, esasperato dall’agonismo vissuto male, quello fatto di genitori ossessionati dai risultati dei figli. Nel 2012 ha messo in piedi uno dei primi corsi di freeski rivolto esclusivamente a quei ragazzi in cerca di alternative
al classico sci club, diventando in seguito anche istruttore nazionale di telemark. Poco prima vederlo scendere nel canale è stata una gioia per gli occhi: il peso si spostava veloce da una lamina all’altra, il busto e le gambe in assorbimento e pronti a correggere la direzione con un’esplosività che solo chi ha sciato ad alti livelli in pista può avere. A scacciare le preoccupazioni ci pensa Cis, stappando una bottiglia di prosecco. Anche lui, Andrea Cismondi, da qualche parte conserva una giacca con la patacca da allenatore, ma da anni ha deciso di voltare pagina lavorando prima al vicino Rifugio Morelli e poi, ottenuta la gestione del Valasco, decidendo per la prima volta di tenerlo aperto anche nella stagione invernale, nonostante i disagi che questo comportava. Prima di tutto una continua vigilanza sulla sicurezza dell’accesso: la mulattiera creata per gli spostamenti dei Savoia si snoda sotto il tiro delle valanghe che con grandi nevicate scendono spontaneamente dai fianchi del Monte Matto, una delle vette più alte delle Marittime. Da un paio d’anni nella gestione è affiancato da Luca Rabbia e insieme hanno dato il via all’avventura di Casa Savoia, un altro rifugio situato alle Terme di Valdieri, qualche chilometro più a valle, solitamente utilizzato come punto di partenza nei mesi centrali dell’inverno. A queste due attività Cis e Luca dedicano anima e corpo, coccolando gli ospiti con vini scelti nelle cantine di mezzo Piemonte e Jacuzzi tatticamente riempite di acqua calda per il post-gita.

Dopo una cena sontuosa con arrosto innaffiato da Dolcetto e Barolo, Paolo apre una cartina per capire dove andare il giorno dopo, lasciandosi aiutare nella scelta dell’itinerario dalla selezione di zuccherini del rifugio. Su, giù, di qua, di nuovo su. L’idea è di compiere una traversata per concatenare alcune delle mete più classiche della zona, portandoci nella valle parallela alla nostra, sotto l’ombra dell’Argentera e arrivare sci ai piedi a Casa Savoia, dove passeremo la notte. Proviamo a calcolare i chilometri e ci viene da ridere, pensando alle ore che staremo in giro. Cis nel frattempo controlla nervoso il telefono, fino a quando arriva la notizia che cambierà il corso della nostra primavera, e per nostra si intende quella dell’intero Paese: in conferenza stampa il premier Conte ha appena dichiarato lo stato di lockdown in tutta Italia in risposta all’aggravarsi dell’epidemia. Ci guardiamo negli occhi consci che ora la situazione si farà parecchio complicata, per dirla con un eufemismo. In altre parole: siamo tutti fottuti. Decidiamo che rimarremo fuori fino a mercoledì, come avevamo già pianificato, in modo da terminare il lavoro sulla Valle Gesso e dare un senso all’essere venuti fino a qui grazie alla collaborazione tra il rifugio e l’ente del Parco delle Marittime. Per un po’ ci arrovelliamo scherzosamente per capire se la quarantena possa essere effettuata legalmente al Valasco: dopotutto, avremmo cibo e vino per un paio di mesi. Il buonsenso e le disposizioni del Soccorso Alpino - di cui, tra l’altro, fanno parte sia Cis che Pallo - ci fanno comunque capire che la giornata di domani ce la dovremo godere in ogni suo minuto perché non ne capiteranno di simili a breve. Gli unici altri ospiti del Valasco oltre a noi sono dei belgi con una Guida di Chamonix. La maggior parte dei passaggi qui, mi racconta Cis, è di sciatori francesi in traversata dalla stazione di Isola 2000, vicino al Colle della Lombarda. La disposizione dei rifugi e degli impianti si presta particolarmente a questo tipo di itinerario e anche noi, volendo, potremmo rimanere in giro per una settimana senza mai dormire nello stesso posto, tenendo conto di strutture aperte e bivacchi. Prima o poi, magari.

© Federico Ravassard

Martedì 10 marzo partiamo presto, ripetiamo il giochetto dell’asse di legno sul ruscello e puntiamo verso la Val Morta, che risaliremo fino al Colletto di Valasco. Mi guardo intorno, di qua ci ero già passato qualche anno fa, ma ora mi sembra di guardare tutto con un altro sguardo, più curioso. Andrea mi racconta che buona parte delle cime intorno a noi sono ancora da esplorare in chiave sciistica: solo dalla piana del rifugio, infatti, partono una quindicina di gite classiche, senza contare poi le discese di ripido che fanno gola a molti quando si verificano buone condizioni in primavera: il Tablasses, la Testa del Claus, la Testa di Bresses sono solo alcuni dei nomi che Pallo e Mattia mi sciorinano parlando delle discese che piacciono a loro: ripide, ma allo stesso tempo sciabili, non pareti esposte su cui salvare la pelle una curva saltata dopo l’altra. Le discese su cui aprire il gas, per intenderci. Passato il colle ci fermiamo per una pausa. Da qui ci separeremo: Luca e Cis, visto lo stato delle cose, devono riassettare il rifugio e sistemare alcune cose per i prossimi mesi in cui rimarrà chiuso. Noi continuiamo per il Colle di Fremamorta, seguendo una traccia vecchia di chissà quanti giorni. Di fronte a noi l’orizzonte è occupato dalla mole dell’Argentera, vicino a lui si stagliano il Corno Stella e la Catena della Madre di Dio. Nomi che a qualcuno possono dire poco, ma se si possiede un briciolo di cultura alpini- stica si sa bene che, nonostante la loro quota passi di poco i tremila metri, su queste cime si può trovare lungo, molto lungo. In fondo si srotola la gorgia della Ghiliè, da cui scenderemo fra qualche ora, una delle cime su cui si ammassano gli scialpinisti a maggio, lasciando campo libero su tutto il resto. Cambio assetto, panino, crema solare, giacca e via. La discesa dura troppo poco, specialmente quando si tratta di stare dietro a due amici che condividono parecchie passioni, tra cui quella per le curve a raggio ampio. Ripelliamo, direzione Vallone Ciriegia. Siamo soli, soli davvero, il telefono non prende e in giro non si vedono tracce, men che meno altri esseri umani. Se fossimo già su una delle cime di fronte a noi - come la Nasta, o il Mercantour laggiù in fondo - potremmo vedere l’acqua del Golfo di Nizza luccicare sotto il sole di mezzogiorno che ci sta cuocendo a fuoco lento. Credo che la testa fumi anche per altri motivi, che hanno a che fare con la cosa che affronteremo nei prossimi mesi, letteralmente chiusi in casa mentre negli ospedali i posti letto non saranno mai abbastanza.

© Federico Ravassard

Dalla cima del Ciriegia scendiamo di poco, l’acquolina di trovare neve migliore sul costone che sovrasta la gorgia della Ghiliè ci fa rimettere le pelli per la terza volta da quando siamo partiti. Spelliamo al sole, l’aria ora è tiepida. Parlare di isolamento sociale in questo momento, lontani chilometri da tutti e da tutto, sembra una presa in giro. La discesa è una danza con le contropendenze, la neve è bruttina ma in fondo quegli etti in più che ci portiamo su sci e scarponi servono proprio a questo. Al Piano della Casa ci fermiamo a goderci ancora un po’ di sole, prima di parecchi chilometri nel fondovalle all’ombra. Riempiamo le borracce nel torrente e ci fumiamo una sigaretta. Vogliamo sentirci liberi ancora per un po’. A Casa Savoia ci arriviamo non molto prima del tramonto. L’ultima serata libera ce la godiamo in una tinozza di acqua calda, che qui sgorga naturalmente. Si parla di sciate passate e di quelle future, perché in fondo gli sciatori sono, prima di tutto, amanti dei piccoli sogni che si concretizzano in qualche centinaio di metri di neve appiccicati a una montagna. Mercoledì mattina prepariamo gli zaini a malincuore. Abbiamo un’ultima cosa da fare prima di rinchiuderci in casa per le prossime settimane: andare a salutare il Lourousa, la linea simbolo delle Marittime. Risaliamo il Gias delle Mosche in silenzio, conosciamo già questo luogo. Quando arriviamo al Gias Lagarot ci fermiamo a un masso sul quale ci sdraiamo a crogiolarci al sole per un po’, prima di tornare giù a valle, verso la vita reale e i suoi problemi. Forse sullo stesso masso si era fermato anche Heini Holzer nel 1973, dopo aver risalito il Lourousa con gli sci sulle spalle e aver firmato così una storica prima. Dall’altra parte della valle la caotica parete sud del Monte Matto sembra essere stata disegnata apposta per esaltare l’estetica pura del Canalone. Cervellotica e solare la prima, razionale e ombroso il secondo. Una ti intima di fare curve strette e controllate, l’altro ti chiede di aprire il gas se ti senti all’altezza.

Qualche ora più tardi sono a Torino. La via di casa è deserta, scarico sci e scarponi mentre il termometro dell’auto dice che ci sono 25 gradi. Nel frattempo, intorno a me, il mondo si sta fermando per ricominciare a vivere. A distanza di un mese, vorrei poter bussare sulla spalla del mio me indaffarato e un po’ triste che apre il portone tenendo gli scarponi con due dita infilate nelle scarpette. Vorrei dirgli di stare molto attento a quello che succederà nei prossimi giorni, a non lasciare che l’atmosfera malsana creata dal virus lo contamini. Intorno a lui le persone si comporteranno nei modi più assurdi, c’è chi diventerà molto buono e chi molto cattivo. Ci guarderemo dalle rispettive finestre e pretenderemo di sapere tutto dell’altro. Perderemo un po’ di muscoli, ma soprattutto impareremo a conoscerci meglio, o semplicemente in un altro modo. Ci mancheranno gli amici. Poi, se tutto andrà nel verso giusto, miglioreremo come persone. E quindi come sciatori.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 129 DI APRILE 2020

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Effetto Albedo, il cuore oltre la linea

Una volta - che poi sarebbe solo qualche anno fa - gli sciatori frequentavano forum e siti su cui postare le proprie uscite e confrontarsi su temi più o meno seri nascosti sotto nickname improbabili tipo Powder_Boy o Marietto82. Poi il mostro di Zuckerberg ha fagocitato anche loro e tutti, o quasi, hanno cominciato a utilizzare Facebook anche per sapere chi avesse sciato cosa, quando, su che neve. Ai ragazzi di Effetto Albedo ci sono arrivato così, vedendo amici o amici di amici che venivano taggati nelle loro uscite. Non nascondo di averli guardati all’inizio con un certo scetticismo, sembravano l’ennesimo gruppo di amatori presi bene, tutti powder e GoPro. Poi le cose si sono fatte più chiare: questa è gente che scia un sacco e scia pure bene. Per sciare bene intendo dire la capacità di sapere scegliere le linee, andando a posare i propri sci e le proprie split in montagne poco o per nulla frequentate e su neve spesso più bella di quella che trovano gli altri. Insomma, ho dovuto ammettere a me stesso che la mia disistima altro non era che una malcelata forma di invidia e ammirazione. Probabilmente perché in montagna viene più facile storcere il naso che battere le mani. Nel frattempo loro continuavano a martellare una linea dopo l’altra, spesso su cime dai nomi sconosciuti e tuttavia dietro l’angolo, situate tra l’alto Piemonte e la Val d’Aosta: postacci in cui solo chi aveva voglia di fare fatica andava a infilarsi. E già questo spezzava una lancia a loro favore, perché se nel variopinto mondo dei social network ci sono quelli che parlano e quelli che camminano, con le loro uscite esplorative stavano dimostrando di appartenere alla seconda categoria.

L’occasione per conoscerci di persona è arrivata quest’anno, durante un ciclo snervante di alta pressione che ha colpito pressoché tutto l’arco alpino. Quei periodi in cui chi può si dedica ad altro, va ad arrampicare o a pedalare. O, come nel caso di Effetto Albedo, si continua imperterriti a cercare linee, magari spostandosi sui versanti sud alla ricerca di neve primaverile nonostante il calendario indichi che siamo a metà gennaio. L’appuntamento è anche lui disallineato con la stagione: ore 4.30 al parcheggio di Ivrea. Mi incontro con Flavio e Paolo, più tardi ci raggiungeranno Francesco e Stefano, rinvigoriti da ben mezz’ora di sonno in più. La direzione è la Valpelline, la meta è stata scelta con lo stesso criterio delle precedenti, che grossomodo può essere riassunto con un abbiamo visto un bel canale di cui non si sa nulla sul versante Sud del Monte Berrio. Mi fanno vedere le foto, bello sembra bello. È quello che lo precede che mi preoccupa un po’. Due numeri: quota di partenza, 1.342 metri; vetta, 3.077 metri; quota neve, 1.900 metri circa sui pendii a Sud, chiaramente quelli su cui dobbiamo salire oggi. Cercando di non farmi notare al parcheggio tiro fuori dal bagagliaio sci e scarponi leggeri mentre faccio qualche battutina sulla splitboard di Flavio. Iniziamo a camminare nel bosco, la luna piena ci illumina nelle poche radure che incontriamo. È ripido, il sentiero è poco più che una traccia e ne avremo per ancora un bel po’. Portage asburgico, lo chiamano. Dopo un’ora sento prudere la schiena: la maglia termica è piena di aghi di larice. Chiacchieriamo, iniziamo a conoscerci. Il gruppo si è formato perché qualcuno cercava soci con cui assistere al Mezzalama e ha pensato di utilizzare la chat di Gulliver. Probabilmente è una prima anche questa, non pensavo che qualcuno utilizzasse davvero quella sezione del sito. Qualcuno lavora, qualcun altro studia ancora. Flavio quest’anno è il più attivo, complice anche il fatto che in questo momento ha l’occupazione più ambita dagli scialpinisti: ha cambiato lavoro e deve stare a casa per qualche mese.

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Mi spiegano l’origine del nome: l’albedo è, in soldoni, il potere riflettente di una superficie nei confronti della luce. E, guarda caso, nella neve l’albedo massima è quella che caratterizza la polvere, la stessa che tutti gli sciatori - specialmente loro - vanno bramando. Ad accomunarli è anche altro. La provenienza, ad esempio: fatte un paio di eccezioni, il grosso del gruppo vive nel Canavese, sparsi intorno a Ivrea e a montagne che se a qualcuno non dicono un granché, ad altri fanno scintillare gli occhi, come il Mombarone e la catena della Bella Dormiente, con le punte Quinzeina e Verzel. Quest’ultima è impossibile non notarla, parandosi di fronte a chiunque entri in Val d’Aosta dalla Pianura Padana.

Sbuchiamo dal bosco mentre il sole fa capolino dalle cime di fronte a noi. Abbiamo messo gli sci da un po’ ma tra rami e crosta non stiamo mantenendo una media particolarmente veloce. Le uniche tracce presenti oltre a quelle dei camosci sono quelle che hanno lasciato loro stessi tre settimane prima: fa sorridere pensare che nessuno sia passato di qua, eppure non siamo così in fondo al mondo. Lo si potrebbe chiamare scialpinismo esplorativo della porta accanto, e in Valpelline, così come nelle Prealpi, è un giochino che riesce bene. L’idea che smuove questi ragazzi non ha a che fare con l’ansia da primati e gradi impossibili: piuttosto, amano andare a infilarsi in posti di cui si sa poco o nulla, su discese che attraggono prima di tutto per la loro estetica. Se poi ci scappa una prima discesa - che loro ci tengono sempre a specificare come probabile - tanto meglio. In ogni caso una birra la si stappa comunque. Con le dovute proporzioni, sulle Alpi si può fare un paragone con i 6.000 dell’Himalaya: mentre a quote inferiori si affollano i turisti e sulle cime più alte le poche linee non ancora salite rimangono appannaggio di pochissimi e fortissimi, nel mezzo esiste un mare di possibilità per continuare a sognare.

Tra una chiacchiera e l’altra ci alziamo di quota mentre qualche centinaio di metri sotto di noi spuntano due puntini, anche loro in splitboard: Francesco e Stefano. Aspettandoli ne approfittiamo per una pausa; fa insolitamente caldo per il periodo e crogiolarsi al sole, per quanto strano, è piacevole. Siamo nella conca che separa il Berrio dalla Punta Gorret, dove poco fa hanno firmato una probabile prima. Le tracce sono ancora visibili a distanza di settimane, sono le curve larghe e regolari di chi si è divertito su bella neve.

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Parecchie - cinque, forse sei, forse di più - ore dopo essere partiti arriviamo al colle che ci separa di pochi metri dalla cima del Berrio. Probabilmente siamo i primi a passare di qua da parecchio tempo, la Valpelline è ben lontana dall’iperfrequentazione di altre valli. Qualcuno (pochi, a dire il vero) si avventura nelle altre stagioni nella traversata della Catena del Morion, la vetta di fianco alla nostra: un itinerario alpinistico selvaggio, di cui si sa poco o nulla, e che dall’anno scorso si può tentare appoggiandosi al nuovo, spettacolare, bivacco Pasqualetti, appollaiato su una cengia nel mezzo del nulla. La vista dalla cima del Berrio, a dispetto della sua quota modesta, è incredibile, grazie al fatto di affacciarsi quasi direttamente sopra la Val d’Aosta. I più vicini sono il Mont Vélan e il Grand Combin, conosciuti da qualsiasi amante del ripido degno di questo nome. Di fronte a noi ci sono le vette del Gran Paradiso e gli impianti di Pila, in lontananza svetta il Monte Bianco, alla sua destra la mole della parete Est delle Grandes Jorasses fa ancora più impressione che da sotto. Sotto un palo che fa le veci della croce di vetta si snoda il nostro canale.

Non è estremo, ma non siamo qui per quello. Probabilmente nessuno però ci ha ancora sciato dentro, e questo ci rende entusiasti e curiosi, anche perché non l’abbiamo risalito. Panino, abbracci, Flavio fa partire un drone mentre Stefano si allaccia la tavola ed entra per primo, seguito a ruota dagli altri. Io aspetto Flavio, vedo gli altri giù in fondo divertirsi parecchio. La discesa è bella, la neve pure, e lo sarà per più di 600 metri, dopodiché iniziamo a traversare per riportarci verso i boschi dai quali siamo spuntati questa mattina. Beh, se aveste tempo e voglia di leggere potrei scrivere pagine sulla battaglia che abbiamo poi condotto in mezzo ai larici. Di sicuro è stata una delle peggiori sciate boschive che io abbia mai fatto, prevalentemente su crosta non portante tendente a sfondare su una base di sassi e radici. Ma anche questo, in fondo, fa parte del gioco: effettivamente se nessuno passa mai di qua un motivo ci sarà. Quando mancano 400 metri di dislivello ci arrendiamo definitivamente: è ora di togliere gli sci e finire il giro come era iniziato, camminando. Alle auto ci arriviamo un po’ più di dieci ore dopo averle lasciate, mentre sopra di noi le montagne si tingono con i colori del tramonto. Per tutta l’ultima ora Paolo e Francesco hanno sbavato osservando un altro canale sul versante opposto, cercando di capire come e quando andare a curiosarci. Gli riconosco un entusiasmo e una voglia di mettersi in gioco che spesso alla maggior parte degli altri sciatori manca, sostituite dalla confortante sicurezza di seguire la massa in base a relazioni online e resoconti del weekend sui social network. Non che sia tutto rose e fiori, anzi: già più di una volta si è dovuti tornare a casa a bocca asciutta o con le mutande piene per aver sbagliato nel valutare un itinerario o le condizioni del manto nevoso, ma anche quello, fino a un certo punto, fa parte del gioco.

Qualche sera dopo ci rivediamo a Torino, al Monte dei Cappuccini, dove sono ospiti per una serata nella sede del CAI. Stanno per presentare The Backyard, un video autoprodotto nelle passate stagioni e in cui raccontano la propria visione dell’andare in montagna tra amici. Il pubblico è variopinto, ci sono i vecchietti caiani e giovani splitboarder, ammassati dentro una sala che trasuda l’austerità e la storia di certi ambienti. Il fatto stesso di essere tutti qui, a parlare di ripido e di polvere (sacrilegio!) però è la dimostrazione che in fondo tutte queste chiusure mentali di cui si parla forse esistono solo nella nostra mente. The Backyard è un piccolo inno all’essere degli amatori, in tutte le sfaccettature del termine: chi ama e prova trasposto verso una determinata azione; chi pratica uno sport non per professione, ma per piacere proprio. Alla platea raccontano - un po’ imbarazzati e cercando di stare defilati rispetto al palco - di come passino le serate tra webcam, dati delle centraline meteo e scrollate infinite su Google Earth e in parecchi ci si ritrova a sorridere, perché si capisce che alla fine siamo tutti parte di qualcosa. La differenza fra loro e noi è che a loro, appunto, viene voglia di raccontare delle loro uscite, della loro passione, senza fare i preziosi o le prime donne. Tornando a casa penso che forse al nostro mondo più momenti così non potrebbero che fare del gran bene, e per momenti così intendo dare il proprio contributo a sviluppare una cultura di massa che nel mondo dello scialpinismo ancora latitata; spesso perché si è troppo gelosi della propria attività (o semplicemente spocchiosi) per essere interessati a condividerla con altri, come se fosse una cosa importante, ma che in fondo conta solo per coccolare il nostro ego e sentirci in qualche modo speciali senza esserlo veramente. I ragazzi di Effetto Albedo invece hanno capito che di speciale non c’è tanto quello che si fa, ma soprattutto il cuore che ci si mette, e in quello sono amatori da dieci e lode. Uè, grazie, e alla prossima, che nelle nostre montagne sfigate c’è ancora un sacco di roba da fare.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128

© Federico Ravassard

Monsieur Mezzalama

Certe persone, più di altre, hanno la capacità di complicarsi meravigliosamente la vita, portando avanti progetti che, presi singolarmente, basterebbero già a riempirti la giornata. Adriano Favre è una di queste: Guida alpina, tecnico e responsabile del Soccorso Alpino, viaggiatore, alpinista himalayano, organizzatore del Mezzalama e una delle menti dietro al successo de La Grande Course, rifugista. Probabilmente da piccolo doveva essere uno di quei bambini iperattivi con le ginocchia perennemente sbucciate. Per intervistarlo sono andato a intercettarlo direttamente sulle montagne di casa, a Champoluc.

Ciao Adriano, come sei diventato Guida Alpina?

«Sono diventato Guida 45 anni fa, il primo della mia famiglia ma di sicuro non l’ultimo, visto che mio nipote Emrik è aspirante in questo momento. Gli anni passano, certo, ma la passione rimane forte lo stesso. A quell’epoca ci si arrivava quasi unicamente dall’alpinismo, anche se io ho avuto la fortuna di avere Giorgio Colli come mentore, che già allora praticava molto lo scialpinismo».

Quando hai cominciato a organizzare spedizioni?

«La prima è stata nel 1980 sul Churen Himal, per cercare di completare una via tentata da una spedizione di Paolo Consiglio una ventina di anni prima. Tornammo a casa senza la vetta, dopo aver provato a salire la via normale. Per completarla ci sono poi tornato nel 1993 e nel 2012: è stata una lunga storia! La prima spedizione su un Ottomila, invece, è stata al Kanchenjunga nel 1995, e la prima vetta il Manaslu nel 1996. Poi ne sono seguite altre, non sempre arrivando in cima: K2, Shisha Pangma, Dhaulagiri, Annapurna e per finire l’Everest, nel 2005. Dopo ho continuato a vivere l’Himalaya in modo più tranquillo, portando i clienti a fare trekking o alpinismo a quote inferiori. Ho cominciato a lavorare con i viaggi organizzati in Nepal nel 1988 e oggi posso considerarla una seconda casa. Ora ho terminato il mio mandato da direttore del Soccorso Alpino Valdostano, ma continuo ad occuparmi del coordinamento di alcuni settori a livello nazionale, tra cui quello cinofilo».

Ci sono margini di miglioramento nell’attività del Soccorso Alpino?

«Sì. Per esempio nell’applicazione delle tecnologie di geolocalizzazione: si può migliorare ulteriormente nonostante i grandi progressi di questi anni. Come elicotteri e macchine l’Italia è a un livello altissimo, mentre invece stiamo lavorando molto su quelli che chiamiamo non-technical skills, vale a dire l’allenamento mentale e la capacità di fare squadra, che sono di grande aiuto in missione, per evitare ad esempio che si verifichi una delle peggiori circostanze in assoluto: l’incidente ai soccorritori. Come dicono i francesi, bisogna essere malin: svegli, attenti. Nel corso degli anni abbiamo poi gestito la formazione di squadre di soccorso estere, tra cui i peruviani e i nepalesi».

Hai ancora un’altra anima, quella del rifugista, vero?

«Sì, ho cominciato nel 1987 con la co-gestione del Rifugio Quintino Sella al Felik e anche lì ho vissuto i cambiamenti in prima persona. Sono aumentate le esigenze dei frequentatori (non li chiamerei mai clienti), i quali sono sempre più spesso stranieri. Proprio al Quintino è nato il progetto Highlab di Ferrino, più di 25 anni fa. Collaboravamo già grazie alle spedizioni ed è venuto spontaneo venirci incontro nel momento in cui cercavano un luogo dove poter testare veramente i loro prototipi: un campo allestito per tutta la stagione estiva, ad esempio, subisce la stessa usura di una spedizione alpinistica. Vedere una tenda sbriciolarsi o resistere a 150 chilometri all’ora di vento costituisce un test importante. Inoltre insieme abbiamo portato avanti diversi progetti, perlopiù legati alla sicurezza: lo zaino Airsafe è uno di questi».

E poi, come se non bastasse, è arrivato il Mezzalama.

«Sì, quella è un’avventura cominciata nel 1995. La prima edizione organizzata da noi è stata nel 1997, dopo quelle tenutesi fra il 1933-39 e quelle del 1972-78. L’idea del Mezzalama moderno fu del consorzio turistico del Monte Rosa e all’epoca, lavorando per Monterosa Ski, venni incaricato della questione. Non ero assolutamente pratico di quel mondo e mi sono fatto le ossa poco alla volta. Sono state determinanti la conoscenza di queste montagne e - diciamolo - un pizzico di fortuna per arrivare a far correre la gara anche con condizioni avverse. Fin dalla prima edizione, poi, è stata fondamentale la collaborazione con il meteorologo Luca Mercalli, capace di prevedere le finestre meteo giuste nelle quali far correre gli atleti. L’edizione 2015, ad esempio, si è disputata in un intervallo di nove ore tra le perturbazioni, basti pensare che gli atleti di testa indossavano il piumino anche in salita. Nel 2003, invece, abbiamo dovuto evacuare degli atleti in ipotermia e da quel momento abbiamo introdotto regole più severe per l’attrezzatura».

Cosa è cambiato nel corso delle varie edizioni?

«I partecipanti, ora, sono più preparati tecnicamente, sia perché è evoluto lo scialpinismo, sia perché la voce si è sparsa e ormai tutti hanno bene in mente quali siano le difficoltà aggiuntive del Mezzalama che ne fanno una gara unica: non è assolutamente sufficiente avere il motore e basta. Sono cambiate anche le condizioni della montagna, un fatto che si è palesato nell’edizione 2015, quella corsa in senso inverso da Cervinia a Gressoney; molte discese, a causa dello scioglimento dei ghiacciai, presentavano tratti tecnici con ghiaccio vivo e dubito che si ripeterà l’esperimento, a meno che non ci sia un’inversione di tendenza».

Qual è il focus principale del Soccorso Alpino nel giorno della gara?

«L’attenzione dei soccorritori è rivolta principalmente a ciò che potrebbe succedere in ghiacciaio, quindi nel tratto dal Colle del Breithorn fino ai rifugi Gnifetti e Mantova. La traccia viene balisata nei giorni precedenti, ma ciò non vuol dire che sia sicura al cento per cento: si sono già verificati crolli di ponti nelle ore successive al passaggio degli atleti, quindi il procedere in cordata non è una questione di folklore, ma una reale necessità. Noi come organizzatori ce la mettiamo tutta, ma l’ultima parola spetta sempre alla montagna. Ho introdotto due delfini, ai quali presto passerò la responsabilità, perché comunque non sono più un ragazzino: François Cazzanelli ed Emrik Favre. Con loro spero di migliorare ulteriormente l’organizzazione della gara e seguire anche l’evoluzione dello scialpinismo e dell’ambiente».

Quali sono gli obiettivi comuni de La Grande Course?

«Con gli altri organizzatori stiamo cercando di creare e seguire una traccia unica per tutti, collaborando per uniformare regolamenti e standard di gara, ma anche, ad esempio, la logistica, con una piattaforma unica di iscrizione. Ci si confronta e ognuno assiste alle gare dell’altro. Vogliamo anche riavvicinarci alla ISMF, per armonizzare i calendari e non penalizzare gli atleti. Credo che il formato delle gare di Coppa del Mondo sia complementare a quelle de La Grande Course, anche perché sarebbe l’unico tipo di evento replicabile in un possibile calendario olimpico. Sono anche favorevole allo scialpinismo alle Olimpiadi, tutto ciò che fa bene allo sport è sempre ben accetto. L’ingresso dell’arrampicata sportiva è un ottimo stimolo per noi. Gli atleti a livello da Coppa del Mondo sono un centinaio, quelli de La Grande Course sono 5.000: bisogna favorire il ricambio generazionale e la diffusione dell’attività agonistica fra i giovani».

Quali sono i momenti più emozionanti del Mezzalama?

«Il momento più bello è quando ci si vede tutti all’arrivo. Quello più emozionante, invece, è la partenza, durante la quale i mesi di preparativi giungono a una concretizzazione e sai che da lì devi stare sull’attenti. Ci sono stati episodi di tensione fortissima, come nel 2005 quando al momento della partenza il vento in quota non voleva attenuarsi e abbiamo dovuto ritracciare parte del percorso, posticipando il via di un paio d’ore. Contemporaneamente dovevamo anche gestire l’evacuazione di un gruppo coinvolto in una valanga al Castore la sera prima. O nel 2019, quando abbiamo dovuto cambiare il percorso abbassandolo di quota la mattina stessa, ritracciando e bonificando i pendii all’alba. Tra Guide, medici e volontari ci sono 120 persone sul percorso: credo che anche per un professionista sia un’esperienza formativa, perché si è tutti dentro una grande macchina e ognuno deve fare la sua parte».

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 129

© Federico Ravassard

Free republic of La Grave

Seduti sul divano, sogniamo nuove avventure. E allora, per iniziare a programmarle queste avventure, vi riproponiamo il nostro storico reportage su La Grave.

La Grave. Poco più di 500 abitanti, una manciata di hotel, due pub, una telecabina vecchia quasi quarant’anni e uno ski-lift sul ghiacciaio per salire da 1.400 a 3.600 metri, poco più o poco meno. Chilometri di piste battute: zero. Definire La Grave una normale stazione sciistica, almeno secondo i nostri canoni, sarebbe quantomeno inappropriato: qui si viene per sciare liberi, il più possibile. Nelle strade del paese non ci sono negozi di moda, non incontri signore con pelliccia e chihuahua al guinzaglio e i fighetti del freeride, quelli con tutoni colorati perfettamente puliti e sci da 130 mm al centro senza neanche una riga. In compenso conosci Guide in pensione che al mattino suonano il sax e bevono Pastis, ragazzi svedesi che passano qui la stagione con l’unico obiettivo di sciare e sciare ancora e americani che sfoggiano orgogliosi i portasci appartenuti a Glen Plake sulla loro auto. Ci si può innamorare di una manciata di case annidate ai piedi di un ghiacciaio? A noi, nei cinque giorni passati lì, è successo. L’esperienza dello sci in questo villaggio fuori dal tempo e dalle regole comincia con la sua telecabina. Trenta cabine, divise a gruppi di cinque, lente e scricchiolanti. Ci sali sopra sapendo che potresti anche rimanere lì per tre quarti d’ora, si può dire che il loro ritmo rispecchi quello degli abitanti, lento, rilassato e assolutamente noncurante di ciò che succede nel mondo esterno, al di là del Col du Lautaret. Arrivati in cima, quello che ti si para davanti non ha paragoni in nessun altro comprensorio sciistico: qui non lo si può neanche chiamare sci fuoripista, perché, di fatto, la pista non esiste. Neanche un chilometro di neve battuta. Solo itinerari liberi, su tutti i versanti e di tutti i tipi. Larghi valloni di facile accesso, canali con avvicinamenti alpinistici, tour di più giorni attraverso i ghiacciai, boschetti verticali cosparsi di cliff. E nel caso non si fosse sazi, sul versante opposto si trovano ancora altre discese, da cui si rientra poi sfruttando gli impianti di Les 2 Alpes, poiché il ghiacciaio sommitale è lo stesso. Le alternative sono letteralmente infinite, si possono mettere le pelli per arrivare all’imbocco di un canale polveroso, per poi continuare giù per ampi pendii in neve trasformata e scendere in paese rimbalzando su gobbe ghiacciate tra gli alberi. Il tutto ripetuto più volte dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, che tanto del pranzo se ne può anche fare a meno.

© Federico Ravassard

IL SINDACO GUIDA E LA COMMISSIONE Non esiste una località sciistica al mondo gestita come La Grave. Il sindaco, Jean-Pierre Sevrez, con un passato da Guida alpina (anche questa una notizia non comune…), risponde alle autorità nazionali in caso d‘incidente sulle montagne e per questo ha le sue responsabilità in un comprensorio dove si può scendere praticamente ovunque. Responsabilità delle quali si fa carico con l’aiuto della ‘Commissione’, un gruppo di volontari che si riunisce dopo le nevicate o quando c’è brutto tempo per valutare le condizioni della montagna. La TGM (Télépherique des Glaciers de la Meije), società che gestisce la telecabina, si occupa esclusivamente di portare in quota le persone. La decisione ultima sull’apertura o chiusura però spetta al sindaco. Un sistema che finora ha funzionato, con qualche scricchiolio. Nella scorsa estate lo skilift sul ghiacciaio, che garantiva l’apertura per lo sci estivo, non ha girato. Problema di responsabilità. Secondo Denis Creissels, presidente della TGM, non spettava alla TGM garantire la sicurezza. In passato le piste aprivano con l’avallo degli allenatori degli sci club che si allenavano ma per questa estate la società che gestisce l’impianto non se l’è sentita di accollarsi ancora la responsabilità.

L’ATMOSFERA: IL COVO DEGLI SKI-BUM Lo ski-bum è un tipo di individuo caratterizzato da un’età variabile dai 18 ai 99 anni e un’unica, dannatamente importante, priorità: sciare il più possibile. Per farlo, tutto il resto è secondario: basta guadagnare il minimo necessario facendo il lavapiatti alla sera, fare del riscaldamento in casa un optional costoso e della birra con genepì la principale fonte di nutrimento. L’aria che si respira a La Grave è unica. Sciatori di tutte le nazionalità, tantissimi nordici e americani e ovunque facce che ti sorridono, pronte a condividere una discesa o una cena insieme. Certamente nei giorni di powder nessuno è amico di nessuno, ma non c’è quella tensione permanente che si respira nelle località come Chamonix: qui è tutto più rilassato e i local sono i primi a volere essere ospitali. Un esempio? L’avere dormito due notti a casa di un barista conosciuto la sera prima.

© Federico Ravassard

LA COLONIZZAZIONE DI DOUG COOMBS Tra i personaggi che hanno il merito di avere reso La Grave quella che è, non si può non fare il nome di Doug Coombs (avete presente i K2 Coomback?). Famoso per avere vinto il primo World Extreme Skiing Championship nel 1991 a Valdez, Alaska, e avere dato anche il via all’heliski nella stessa zona, Coombs iniziò a organizzare camp di sci ripido a Jackson Hole dopo l’incontro con Patrick Vallençant, che aveva già avviato attività simili a Chamonix. Dopo pochi anni scoprì La Grave, dove si trasferì e spostò i suoi corsi, facendola conoscere al pubblico d’oltreoceano. Come una calamita, diversi sciatori decisero poi di seguirlo, tra cui Pelle Lang e Joe Vallone, che hanno raccolto l’eredità di Doug, scomparso nel 2006 insieme a Chad Vander Ham in un incidente nel Couloir Polichinelle, sulla montagna che lo aveva adottato. La figura di Doug è ormai entrata a fare parte della storia di La Grave: ovunque viene esposta la sua attrezzatura (ad esempio, una custodia per gli occhiali utilizzata come ancoraggio per una sosta, visibile allo Skiers Lodge). Oppure basti pensare alla grafica degli attuali Coomback, realizzata utilizzando una cartina topografica della zona da un’idea di Pelle per commemorare l’amico.

JOE VALLONE, FROM USA TO LA GRAVE Joe l’abbiamo conosciuto quasi per caso, una mattina al bar. La sua storia è pazzesca: newyorkese di nascita, negli anni ’80 si spostò in Colorado per iniziare una carriera in quello che era il freeski delle origini, fatto di gobbe e tute dai colori fluo. Poi la scoperta della montagna, quella vera, ad opera dell’amico e mentore Doug Coombs, che lo convinse a spostarsi in Francia e a diventare Guida alpina, finendo infine per prendere la residenza fissa a La Grave. Joe è stato protagonista di una delle migliori discese fatte durante il nostro soggiorno. La sera prima ci aveva chiesto se avessimo già programmi per l’indomani. «Not really» la nostra risposta. Così, quasi per caso, io e Margherita ci siamo ritrovati catapultati in un sogno, a sciare il Couloir La Voute in compagnia di Joe, Micah e Zahan, in un clima che non si sarebbe respirato da nessun’altra parte.

PELLE LANG E LO SKIERS LODGE Assieme a Joe, Coombs ha fatto arrivare a La Grave un altro ski-bum: Pelle Lang, Guida alpina svedese dai modi pacati, da annoverare fra coloro che hanno reso conosciuta all’estero La Grave. Nel 2003 Pelle mise le mani su un vecchio hotel che restaurò in gran parte da solo, dando forma a quello che oggi si chiama Skiers Lodge. Una struttura unica nel suo genere, poiché oltre ai servizi alberghieri può contare su uno staff di 15 Guide alpine di tutte le nazionalità che ogni giorno accompagnano gli ospiti dell’albergo. Durante la nostra cena una domanda ha fatto brillare gli occhi a Pelle. Quando gli ho chiesto se La Grave fosse cambiata dal suo arrivo negli anni ’90, lui ha risposto con un sorriso e una parola: «No».

LA GRAVE BY NIGHT Quando finisci di sciare, qui sei solo a metà dell’opera. Subito, con ancora gli scarponi ai piedi, dall’arrivo della funivia attraversi la strada ed entri al bar dell’Hotel Castillon, dove ritrovi tutti quelli con cui hai sciato nell’arco della giornata. Tutti con il sorriso stampato sulla faccia, dallo svedese che si è preso una pausa dal Freeride World Tour, alla signora austriaca di mezza età che una pausa l’ha presa dal suo lavoro come manager. Dopo cena le scelte non sono molte, ma non ne faranno rimpiangere altre. Il Bois des Fées si spartisce la piazza (e i fegati degli abitanti) con il K2 Pub. Quando trovate uno dei due chiuso, è perché i suoi baristi sono a fare festa nell’altro. La sera del nostro arrivo un prestigiatore stava segando una donna in tre al Bois des Fées, mentre Lambert, barista del K2, spillava birre al genepì dietro il bancone dei ‘concorrenti’. Qualcuno, non ricordo più chi, mi ha avvertito di non prendere il punch perché, a quanto pare, era corretto con LSD.

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© Federico Ravassard

Suffer fest Ice & Palms

Continuiamo a pubblicare i racconti più belli apparsi su Skialper per ricordare quanto è bello viaggiare e usare gli sci come mezzo di trasporto. E per sognare nuove avventure.

*suffer fest: neologismo di origine anglosassone, indica un’attività sportiva di endurance nella quale è previsto che buona parte (se non tutti) dei partecipanti siano costretti a una fatica prolungata con annessa sofferenza fisica e mentale.

Il Baden-Württemberg è uno dei principali land della Germania. La sua capitale è Stoccarda, conosciuta nel resto del mondo come la patria dell’automobile (Mercedes-Benz, Porsche, Bosch hanno sede qui, ad esempio), e l’economia dell’intera regione si basa largamente sull’industria. Confina con la Francia a Est e con la Svizzera a Sud, mentre i principali rilievi sono rappresentati dalla Foresta Nera, la catena dello Giura e le Prealpi del Lago di Costanza. Il Baden-Württemberg sembra un buon posto dove vivere, se non fosse per un piccolo dettaglio: il mare, specialmente quello caldo, è lontano, parecchio lontano. E di conseguenza, se un paio di amici si dovessero inventare di voler andare al mare in bicicletta, le cose si complicherebbero parecchio, specialmente se lungo l’itinerario ci si volesse portare dietro anche degli sci e decidere di utilizzarli nel miglior modo possibile.

I due amici sono Jochen Mesle e Max Kroneck che, oltre alla passione per lo sci scoprono di condividere anche quella per le pedalate, specialmente quelle lunghe e faticose, e per la fotografia, in particolar modo quella che ti impone di utilizzare apparecchi pesanti e scomodi. L’idea che partoriscono insieme ha le caratteristiche comuni di ogni suffer fest* che si rispetti: dev’essere lunga, fisicamente estenuante, particolarmente ricca di incognite e problematiche di varia natura, originare vesciche in vari punti del corpo e apparire insensata agli occhi delle persone normali. Et voilà, ecco il progetto Ice & Palms: Jochen e Max vogliono partire da casa loro a Dürbheim, nel Baden-Württemberg, raggiungere l’Austria e da lì attraverso i principali valichi alpini arrivare fino al lungomare di Nizza, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura. Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto. Sacca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo. Peso totale, cinquanta chili, grossomodo: vista l’agilità, più che destrieri li si potrebbe definire dei ronzini un po’ sovrappeso. Quello della partenza, nella primavera del 2018, è un momento strano, Jochen e Max sembrano fuori posto: un po’ come quei modelli da catalogo, ritratti in ambiente ma con abbigliamento e attrezzatura perfettamente in ordine e puliti. Ci vorranno un paio di giorni per cominciare a stropicciarsi il giusto e toccare la neve dopo più di 100 chilometri di distanza percorsa. Non è poi così male, tutto sommato, poter acclimatarsi in modo soft prima di arrivare sulle montagne vere. Viaggiare con bicicletta e sci al seguito significa perdere continuamente tempo a fare e disfare i bagagli, che richiedono un ordine maniacale, in perfetta antitesi con la natura degli sciatori. Ogni pezzo dev’essere nel posto giusto per essere trovato nel momento giusto: Mark Twight diceva che in montagna ci vuole un accendino in ogni tasca, per non impazzire quando si tratta di accedere il fornello in bivacco, e in bike packing non cambia più di tanto.
Al quarto giorno sono nell’Arlberg, da lì si dirigono verso la Svizzera. Di neve qui non sembra essercene molta, ma bisognava pur trovare un compromesso per poter beneficiare dell’apertura di quasi (tutti) i valichi. Sono le classiche condizioni in cui, una volta - come dicono i vecchi -  cominciava la stagione dello scialpinismo. A St. Anton un avventore in un bar chiede loro cosa faranno quando, una volta arrivati a Nizza, non troveranno più neve da sciare. «Ci siamo portati dietro anche il costume da bagno» la risposta perentoria.

Dopo nove giorni e 500 chilometri si comincia a fare sul serio. La coppia di ciclo-sciatori si avvicina al massiccio del Bernina e dalle sacche sulle ruote spuntano fuori piccozze e corde, ingredienti necessari per il menù dei giorni a seguire: Piz Bernina e Cima di Rosso, itinerari grandiosi che strizzano l’occhiolino alle pendenze sopra i 45°. Si muovono bene, dopo le prime tappe in cui hanno patito entrambi le conseguenze di infortuni occorsi durante la stagione invernale. Strano ma vero, le centinaia di chilometri in bicicletta hanno fatto da terapia e ora si avvicinano alla metà della distanza che separa la Germania dal Mediterraneo. Dopo due settimane di viaggio arrivano al Furkapass, che collega le Alpi Lepontine a quelle Bernesi. Su questi tornanti, negli anni ’60, Sean Connery sfrecciava sulla sua Aston Martin durante le riprese di Agente 007 - Missione Goldfinger, ma quando Jochen e Max arrivano alla sbarra del fondovalle capiscono in poco tempo che per loro il valico sarà tutt’altro che velocità e adrenalina: la parte alta non è ancora stata ripulita dalla neve ed è, in poche parole, chiusa al traffico. Non rimane altra scelta che accettare la sfida e caricarsi le biciclette letteralmente sugli zaini, tirare fuori le pelli e proseguire carichi come sherpa lungo i pendii innevati, sotto una leggera nevicata che non fa altro che rincarare la dose di sofferenza. I due viandanti procedono barcollanti sotto i loro carichi monumentali e, un passo alla volta, cominciano a salire verso i 2.436 metri del passo. La discesa è una scena surreale, fatta di curve molto controllate e allo stesso tempo storte come un quadro cubista, fino a quando, esausti, possono finalmente rimettere le ruote sull’asfalto, mentre il nevischio ora tramutato in pioggia fa apprezzare ancora di più la mutevolezza del meteo primaverile.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Sono passati ventun giorni dalla loro partenza e con 960 chilometri nelle gambe il Vallese si apre davanti a loro. Mentre a pochi chilometri i turisti gozzovigliano nei ristoranti di Zermatt, i nostri due eroi puntano gli sci verso mete sicuramente più di nicchia. «È bello ritrovarsi completamente soli in montagna e sapere di avercela fatta con le proprie forze» commentano, salendo verso il rifugio da cui partiranno il giorno successivo. Il Bishorn lo sciano nella nebbia, non senza qualche spavento. Le valanghe si fanno sentire ma non si fanno vedere, mentre a quattromila metri, immersi nel white-out, aspettano una finestra di cielo pulito per scendere il più velocemente possibile. Sul Brunegghorn, due giorni più tardi, vengono premiati dagli dei della montagna con una discesa memorabile, in una di quelle giornate in cui lo scialpinismo primaverile si manifesta in tutta la sua bellezza. Cielo azzurro, polvere fredda e, duemila metri più sotto, il verde dei pascoli a fare da quinta. La parete Nord è una pratica che viene liquidata in una decina di curve che giustificano pienamente lo sforzo supplementare di utilizzare assi da freeride al posto di perline da scialpinismo light: entrambi, infatti, hanno deciso di portarsi dietro sci oltre i 100 millimetri al centro e scarponi a quattro ganci da freetouring. L’attenzione della coppia, ormai innamorata del Vallese, si sposta a questo punto su un altro monumento del ripido, che risponde al nome di Grand Combin de Valsorey. Lo scivolo Nord-Ovest, che culmina a 4.184 metri, viene descritto da Max come una scala di Giacobbe, facendo riferimento all’affresco di Raffaello in cui il profeta biblico sogna una scalinata da cui gli angeli possano muoversi fra la Terra e il Cielo. Lo stesso scivolo in cui, nel film La Liste, Jérémie Heitz perdeva uno sci, riuscendo incredibilmente a salvarsi la pelle dopo una caduta a 50° di pendenza. Per i due la giornata si rivela fortunatamente meno adrenalinica, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire. Proprio quel giorno avrebbero dovuto riposare, ma passare sotto a quella rampa senza sciarla non sarebbe stata un’azione da fedeli devoti alla causa dello sci.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Al trentesimo giorno, nei pressi del Gran San Bernardo, iniziano a manifestarsi i primi indizi che indicano che ormai è solo questione di pochi giorni prima di potersi spaparanzare in spiaggia. Nizza 323 km, recita un cartello nei pressi del tunnel. Pochi chilometri più in là, a Donnas, delle palme appaiono a bordo statale come oasi nel deserto. Come i barbari alla fine dell’Impero Romano, i due germanici continuano a calare verso Sud a bordo dei loro ronzini meccanici, nutrendosi unicamente di pizza, pasta e carboidrati vari per onorare la cultura del turismo tedesco in Italia. Valle di Susa, poi il Monginevro: il prossimo obiettivo sarà la Barre des Écrins, il quattromila più meridionale dell’arco alpino, e sarà anche l’ultima vetta in programma prima di dirigersi verso il Col du Vars e le spiagge francesi.
Quella sulla Barre è un’altra giornata memorabile. Si filmano a vicenda all’alba, mentre si dirigono, sci ai piedi, verso la terminale della parete Nord, che per l’occasione si è presentata con il vestito dei giorni di festa. Solitamente è un muro ghiacciato e non sempre la neve la ricopre in modo sufficiente per poter essere sciata. Solitamente non vuol dire sempre, e per i due l’ultima discesa del loro viaggio può cominciare direttamente dalla croce sommitale, dalla quale si può vedere tanto il Monte Bianco quanto il Golfo di Nizza. Chi ha già sciato nelle Alpi del Sud sa bene l’emozione che si prova a vedere il Mediterraneo scintillare in lontananza, la stessa che provano Jochen e Max mentre gli attacchi fanno clack.

Il Col du Vars è una formalità che viene sbrigata in fretta, aspettando l’ultimo ostacolo: il Col de la Bonnette, che con i suoi 2.715 metri è, insieme allo Stelvio, all’Iseran e all’Agnello, tra i più alti valichi asfaltati delle Alpi. Nel 2016 il Giro d’Italia era passato di qua in una tappa memorabile, la penultima: in soli 134 chilometri erano stati concentrati 4.100 metri di dislivello, con le salite al Vars, alla Bonnette e alla Lombarda per poi terminare sui tornanti che conducono al Santuario di Sant’Anna di Vinadio. Proprio qui, sul finale, Vincenzo Nibali aveva attaccato sul diretto concorrente Esteban Chaves, che si era visto sfilare la maglia rosa a meno di 24 ore dalla fine del Giro. Quel giorno, all’arrivo, i genitori di Esteban si erano resi protagonisti di una scena di sport indimenticabile, andando ad abbracciare il siciliano sul traguardo e complimentandosi con lui per la vittoria. Uno sgambetto è stato riservato anche a Max, che riesce a forare a meno di 30 km da Nizza, dopo 42 giorni e 1.800 chilometri di strade di montagna. L’arrivo sul lungomare è uno shock: dopo sei settimane in cui le uniche priorità erano state sciare, pedalare e più generalmente sopravvivere, il senso di smarrimento è totale. «Cosa faremo ora?», si chiedono i due, confusi al punto che pure scegliere dove andare a cenare rappresenta una sfida al pari della traversata del Furkapass innevato. Succede così che il capitolo finale del loro viaggio viene scritto in un ristorante messicano nel sud della Francia, un’idea assurda e apparentemente incomprensibile quanto voler partire dalla Germania per arrivare al Mediterraneo sciando e pedalando. Cosa ci insegnano Max e Jochen? Beh, di sicuro potrebbero illuminarci sulla loro gestione del tempo libero, ma è limitante dire che per intraprendere un progetto come Ice & Palms sia sufficiente trovare 40 giorni di ferie, anche perché, in un certo senso, loro in quel momento stavano lavorando, in quanto freeskier professionisti. No, Jochen e Max ci insegnano che le avventure più belle possono essere vissute anche dietro casa, che non è necessario viaggiare dall’altra parte del mondo per ritrovarsi in balia dell’incognito. E che l’incognito - o inesplorato, che fa più figo - può avere moltissime forme diverse: dalle condizioni della neve sul Grand Combin a quelle della strada sul Furkapass, fino a quelle fisiche di Max quando, nel trasferimento dalla Val d’Aosta alla Francia, si ritrova a macinare duemila metri di dislivello con 39 gradi di febbre. E ci insegnano anche in cosa consiste la creatività, ovvero su come prendendo due o più concetti e fondendoli insieme si possano creare infinite nuove idee. Tipo andare in bici e sciare, o sciare e andare al mare. Oppure, andare al mare pedalando e sciando. Insomma, ci siamo capiti. Un’ultima lezione potrebbero darcela sulla gestione della biancheria in sei settimane di ambienti umidi e freddi, ma quella è tutta un’altra storia.

Ice & Palms è un cortometraggio di 32 minuti prodotto da El Flamingo Films e diretto da Jochen Mesle, Max Kroneck, Philipp Becker e Johannes Müller. 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124

https://youtu.be/AzyK5qr-WC0

https://vimeo.com/elflamingo/iceandpalms


C’era una volta il west

Monaco di Baviera, Ispo 2018. Ormai da qualche anno, se vai all’Ispo, vedi freeride ovunque. Non c’è marchio, non c’è padiglione in cui almeno una delle foto utilizzate negli stand non ritragga uno sciatore immerso nella polvere con un completo colorato addosso. Qua e là product manager impacciati che parlano di rocker e sci larghi a clienti che li ascoltano annuendo, ignorando il fatto che fino a ieri per loro lo sciatore di riferimento era Alberto Tomba, mica Shane McConkey. I più ribelli, al massimo, tifavano Bode Miller.

Nei comprensori la scena non cambia molto: appena nevica spuntano sciatori che in settimana si fanno la barba ogni mattina prima di andare in ufficio e che nel weekend, da un paio di stagioni, girano a bordo pista con le braghe larghe e i twin tip rubati ai figli ululando steep and deep, ma alla fine le tracce che lasciano sono le stesse serpentine che si facevano già negli ’80. Tutti che fanno i freerider, ma pochi in fondo accetterebbero di esserlo per davvero. A tanti, invece, del destino del freeride frega poco o niente, il suo spirito può essere sacrificato in nome di qualche like sui social.

SCKREEECH. Freniamo tutti un attimo, per favore. Consumatori, brand, addetti ai lavori, anche noi giornali. Intendo proprio tutti. Che se si continua così il freeride muore per davvero. Abbiamo perso la bussola, ci siamo dimenticati quali sono le cose che contano quando si va a sciare. Abbiamo cominciato a preoccuparci più degli abbinamenti tra gusci e pantaloni piuttosto che di come arrivare a quel pendio rimasto vergine dopo l’ultima nevicata. O a imparare a memoria le geometrie degli sci che usciranno fra cinque anni, scordandoci che quelli dell’anno scorso vanno ancora benissimo e un paio nuovo costa almeno quanto lo skipass stagionale di una qualunque località. Tranquilli, ci sono anche io tra di voi, ci si fa compagnia nello smarrimento causato dalle insidie del marketing e dall’ansia da follower su Instagram, che se alla domenica sera non si pubblica una foto di deep powder abbiamo sprecato il weekend e potevamo anche starcene a casa.

A fine febbraio ho deciso di curarmi. La meta del mio rehab era una valle nell’Ovest, dove il freeride esiste da più di vent’anni e non è stato inventato ieri da un marketing manager di una multinazionale, dove lo sci libero non lo si pratica, lo si vive in tutti i suoi eccessi e i sacrifici che ti richiede. Dove tra l’essere e l’apparire si sceglie lo sciare, e se la neve è bella magari al lavoro ci si va un’altra volta, pazienza se il conto in banca a fine mese piange. Così sono andato a disintossicarmi a Gressoney da Zeo e i suoi amici, alla Baitella.

The Baitella State of Mind

La storia della Baitella è legata strettamente a quella di Zeo, che a Ondro Lommato, la frazione nella quale si trova, ci arrivò nel 1994. All’epoca frequentatore dell’ambiente dei centri sociali, il milanese Zeo si innamorò del posto e assieme agli amici cominciò poco alla volta a trasformarla in una specie di casa comune, dove trascorrere l’inverno e ospitare chi passava di qua per sciare. È impossibile tenere la conta di chi ha soggiornato nel corso degli anni, magari risvegliandosi con la testa che rimbombava dopo una serata di bisboccia. La leggenda della Baitella si è accresciuta quando il proprietario, inconsapevolmente, si è ritrovato a ricoprire anche il ruolo di local di riferimento dei rider stranieri che venivano a filmare ski movie sul Monte Rosa, innamorandosi a loro volta della Valle del Lys. Appena dopo la porta di ingresso c’è un muro sul quale gli ospiti lasciano una dedica, seria quanto basta. In alto a destra ci sono quelle di Chris Bentchetler, di Sean e Callum Pettit (ski you later, ha scritto), quella di Eric Pollard che ha anche disegnato uno dei suoi alberi, gli stessi presenti sulle serigrafie dei Line Skis, quando era stato qui per alcune scene di After the Sky Fall. E poi ci sono quelle della troupe di DPS, che qui ha filmato il cortometraggio Reverie in condizioni nevose da antologia. Gli amici italiani, poco più in là sullo stucco bianco, gli hanno detto ciano firmandosi come Riders de noartri.

© Federico Ravassard

La Baitella è stata per me il posto giusto da cui ricominciare la disintossicazione. Se dovessi pensare a quali sono i valori del freeride, ammesso che li si possa definire tali, beh, tanti di questi li ritrovo in Zeo. La condivisione, prima di tutto: condividere con qualcuno le proprie idee e i propri luoghi. Portare i nuovi amici nei propri secret spot, sperando che poi l’ubicazione di questi ultimi venga divulgata solo ai più meritevoli (a proposito: in questo reportage non troverete i nomi delle discese fotografate, sarebbe troppo facile leggerle su un giornale e andare a ripeterle dopo una nevicata. Mi spiace, ma i local mi hanno detto che sanno dove abita la mia famiglia…). Ma anche la consapevolezza dell’ambiente che ci circonda, l’essere consci che le Alpi non sono messe bene, e che tutti dovremmo impegnarci un pochetto per preservarle. Perlomeno per permettere ai nostri figli di provare l’ebbrezza della powder nei boschi sotto i 2.000 metri, ecco. E, soprattutto, l’essere presi bene. Che è una forma più forte dell’essere entusiasti, senza sfociare tuttavia nell’essere ossessionati. Essere presi bene significa fare l’ultima pellata partendo alle cinque del pomeriggio, per il semplice godere della luce e della neve, e non perché bisogna accumulare dislivello a tutti i costi. E poi magari, i giorni in cui fa brutto, starsene a poltrire a casa senza sentirsi in colpa, lasciando gli ossessionati a perdersi nella nebbia al posto nostro.

Ho poi conosciuto l’ecosistema di Gressoney del quale Zeo fa parte: una tribù eterogenea di indigeni della Valle del Lys della quale fanno parte Maestri, Guide, aspiranti Guide, fotografi di montagna, ma anche amatori che nella vita fanno tutt’altro. Età indefinita, dai venti agli over sessanta. Se li vedi da fuori non lo diresti neanche che passano le giornate a sciare insieme: qualcuno gira con padelloni da 120 millimetri sotto il piede, altri con degli assi che avranno sì e no quindici anni e oggi andrebbero bene per le gare. Abbigliamento, idem: si va da un estremo all’altro, dal tutone alla tutina. Ad accomunarli, però, sono le scelte che hanno fatto per arrivare fin qui, tutte mirate al poter trascorrere il maggior tempo possibile in montagna, rinunciando magari ai lussi di una vita e di un lavoro normali in cambio del potersi svegliare col Monte Rosa fuori dalla finestra. Era qui che volevo arrivare: il freeride non è una pratica e nemmeno un modo di vestirsi o di sciare. Il freeride è un percorso di vita.

  1. Weissmatten

Spesso trascurata a favore degli impianti di Gressoney La Trinité, quest’area dispone di una sola seggiovia biposto e, apparentemente. di pochi pendii accessibili dalla cima. Ma basta aver voglia di mettere le pelli anche solo per pochi minuti che si sblocca un mondo fatto di ripidi lariceti, riparati dalla folla che gira a Punta Jolanda, decisamente più frequentata. Prima regola del freeride, cercare sempre il pendio vergine, giusto?

© Federico Ravassard
  1. Il trasformista Andrea Gallo

Climber, fotografo, pioniere giornalista, sciatore-autore, videomaker della scena rap italiana: Andrea Gallo è stato ed è tutto questo. Negli anni ’80 Andrea fu uno dei più forti arrampicatori italiani, autore delle prime salite di pietre miliari del freeclimbing sparse tra Piemonte e Liguria. Basti pensare che la sua Hyaena, gradata solo 8b+, fa notizia ancora adesso quando viene ripetuta. Fu poi uno dei primi a credere nel paradiso outdoor di Finale Ligure, contribuendo attivamente al suo sviluppo e aprendo il primo negozio di attrezzatura da montagna in quella che era una cittadina della riviera ligure. Poi tornò su nelle montagne di casa, a Gressoney, dove partecipò alla stesura della prima guida di freeride della zona, Polvere Rosa. Come il serpente dell’Eden, Andrea continuò a tentare il resto del mondo rompendo gli schemi. Intramontabile lo speciale Freerider che curò per la rivista Alp nel 1999, dove scrisse delle attività libere dagli schemi che in futuro sarebbero state catalizzatrici dello stantio mondo della montagna: in quel numero si parlava di bouldering, di skibum a Chamonix, di drytooling e, ovviamente, di Gressoney.

© Federico Ravassard
  1. Una Malfatta ben fatta

Il Vallone della Malfatta è una delle discese più conosciute che da Punta Indren scendono sul lato valsesiano del Monte Rosa. Solitamente vi si accede tramite un canale che richiede una calata, o perlomeno di essere disarrampicato. Solitamente. Con Zeo e il Camicia l’abbiamo sciato in tutto il suo splendore, accedendoci sci ai piedi e lasciando le nostre firme nello zucchero, in una giornata in cui il cielo era quello che gli americani - che hanno un neologismo cool per qualsiasi cosa - definirebbero bluebird. Discese classiche come questa in queste condizioni richiedono essenzialmente un requisito: essere lì, in settimana, dopo una nevicata e alla prima funivia… tutto il resto sono chiacchiere da bar.

© Federico Ravassard
  1. Il Circo Barnum al Lago del Gabiet

Più si è, meglio è. Un giorno ci siamo ritrovati a pellare dalla diga del Gabiet in undici, in una bolgia colorata con poche idee in testa ma molto chiare: trovare abbastanza pendii immacolati per tutti. In testa il solitario Camicia, che non solo voleva battere tutta la traccia da solo, ma respingeva anche chi si offriva di dare il cambio a questo intagliatore che un giorno, da solo e per sfizio, aveva pellato per 5.100 metri di dislivello. Dietro, a seguire, il carrozzone del Circo Barnum: il più giovane era il ventunenne rasta Mattia, che per l’occasione aveva un paio di Dynafit al posto dei twin-tip da park; il più, ehm, saggio era Paolo, ormai in pensione. Gente che aveva fatto il Mezzalama mischiata ad altri che in salita facevano le pause a suon di sigarette e vin brulé, mischiata ad altri ancora che le pause non le facevano proprio perché erano i giorni di Burian e la temperatura a dir poco tonica. Chiedetelo a Zeo, che si è dovuto far prestare un phon al bar per scaldare le pelli ghiacciate.

© Federico Ravassard
  1. Sciare la luce

È successo anche di partire per l’ultima pellata all’ora in cui il sole stava per scomparire, salendo con il filo dell’ombra che seguiva poco più a valle. Faceva così freddo che i cristalli di neve non si legavano l’uno all’altro, ma rimanevano lì, sospesi nell’aria a luccicare come polvere d’oro. Davanti a me a battere la traccia c’erano il Camicia e i fratelli Thedy, dietro Zeo e Mattia. Con me era rimasto Francio, che saliva con calma trascinandosi dietro scarponi da pista e sci da 124 mm al centro. Abbiamo spellato proprio mentre il sole stava calando, il primo a danzare nella luce è stato il Camicia, mentre Francio si gustava una sigaretta rollata a meno venti.

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© Federico Ravassard

Suffer fest Ice & Palms

*suffer fest: neologismo di origine anglosassone, indica un’attività sportiva di endurance nella quale è previsto che buona parte (se non tutti) dei partecipanti siano costretti a una fatica prolungata con annessa sofferenza fisica e mentale.

Il Baden-Württemberg è uno dei principali land della Germania. La sua capitale è Stoccarda, conosciuta nel resto del mondo come la patria dell’automobile (Mercedes-Benz, Porsche, Bosch hanno sede qui, ad esempio), e l’economia dell’intera regione si basa largamente sull’industria. Confina con la Francia a Est e con la Svizzera a Sud, mentre i principali rilievi sono rappresentati dalla Foresta Nera, la catena dello Giura e le Prealpi del Lago di Costanza. Il Baden-Württemberg sembra un buon posto dove vivere, se non fosse per un piccolo dettaglio: il mare, specialmente quello caldo, è lontano, parecchio lontano. E di conseguenza, se un paio di amici si dovessero inventare di voler andare al mare in bicicletta, le cose si complicherebbero parecchio, specialmente se lungo l’itinerario ci si volesse portare dietro anche degli sci e decidere di utilizzarli nel miglior modo possibile.

I due amici sono Jochen Mesle e Max Kroneck che, oltre alla passione per lo sci scoprono di condividere anche quella per le pedalate, specialmente quelle lunghe e faticose, e per la fotografia, in particolar modo quella che ti impone di utilizzare apparecchi pesanti e scomodi. L’idea che partoriscono insieme ha le caratteristiche comuni di ogni suffer fest* che si rispetti: dev’essere lunga, fisicamente estenuante, particolarmente ricca di incognite e problematiche di varia natura, originare vesciche in vari punti del corpo e apparire insensata agli occhi delle persone normali. Et voilà, ecco il progetto Ice & Palms: Jochen e Max vogliono partire da casa loro a Dürbheim, nel Baden-Württemberg, raggiungere l’Austria e da lì attraverso i principali valichi alpini arrivare fino al lungomare di Nizza, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura. Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto. Sacca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo. Peso totale, cinquanta chili, grossomodo: vista l’agilità, più che destrieri li si potrebbe definire dei ronzini un po’ sovrappeso. Quello della partenza, nella primavera del 2018, è un momento strano, Jochen e Max sembrano fuori posto: un po’ come quei modelli da catalogo, ritratti in ambiente ma con abbigliamento e attrezzatura perfettamente in ordine e puliti. Ci vorranno un paio di giorni per cominciare a stropicciarsi il giusto e toccare la neve dopo più di 100 chilometri di distanza percorsa. Non è poi così male, tutto sommato, poter acclimatarsi in modo soft prima di arrivare sulle montagne vere. Viaggiare con bicicletta e sci al seguito significa perdere continuamente tempo a fare e disfare i bagagli, che richiedono un ordine maniacale, in perfetta antitesi con la natura degli sciatori. Ogni pezzo dev’essere nel posto giusto per essere trovato nel momento giusto: Mark Twight diceva che in montagna ci vuole un accendino in ogni tasca, per non impazzire quando si tratta di accedere il fornello in bivacco, e in bike packing non cambia più di tanto.
Al quarto giorno sono nell’Arlberg, da lì si dirigono verso la Svizzera. Di neve qui non sembra essercene molta, ma bisognava pur trovare un compromesso per poter beneficiare dell’apertura di quasi (tutti) i valichi. Sono le classiche condizioni in cui, una volta - come dicono i vecchi -  cominciava la stagione dello scialpinismo. A St. Anton un avventore in un bar chiede loro cosa faranno quando, una volta arrivati a Nizza, non troveranno più neve da sciare. «Ci siamo portati dietro anche il costume da bagno» la risposta perentoria.

Dopo nove giorni e 500 chilometri si comincia a fare sul serio. La coppia di ciclo-sciatori si avvicina al massiccio del Bernina e dalle sacche sulle ruote spuntano fuori piccozze e corde, ingredienti necessari per il menù dei giorni a seguire: Piz Bernina e Cima di Rosso, itinerari grandiosi che strizzano l’occhiolino alle pendenze sopra i 45°. Si muovono bene, dopo le prime tappe in cui hanno patito entrambi le conseguenze di infortuni occorsi durante la stagione invernale. Strano ma vero, le centinaia di chilometri in bicicletta hanno fatto da terapia e ora si avvicinano alla metà della distanza che separa la Germania dal Mediterraneo. Dopo due settimane di viaggio arrivano al Furkapass, che collega le Alpi Lepontine a quelle Bernesi. Su questi tornanti, negli anni ’60, Sean Connery sfrecciava sulla sua Aston Martin durante le riprese di Agente 007 - Missione Goldfinger, ma quando Jochen e Max arrivano alla sbarra del fondovalle capiscono in poco tempo che per loro il valico sarà tutt’altro che velocità e adrenalina: la parte alta non è ancora stata ripulita dalla neve ed è, in poche parole, chiusa al traffico. Non rimane altra scelta che accettare la sfida e caricarsi le biciclette letteralmente sugli zaini, tirare fuori le pelli e proseguire carichi come sherpa lungo i pendii innevati, sotto una leggera nevicata che non fa altro che rincarare la dose di sofferenza. I due viandanti procedono barcollanti sotto i loro carichi monumentali e, un passo alla volta, cominciano a salire verso i 2.436 metri del passo. La discesa è una scena surreale, fatta di curve molto controllate e allo stesso tempo storte come un quadro cubista, fino a quando, esausti, possono finalmente rimettere le ruote sull’asfalto, mentre il nevischio ora tramutato in pioggia fa apprezzare ancora di più la mutevolezza del meteo primaverile.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Sono passati ventun giorni dalla loro partenza e con 960 chilometri nelle gambe il Vallese si apre davanti a loro. Mentre a pochi chilometri i turisti gozzovigliano nei ristoranti di Zermatt, i nostri due eroi puntano gli sci verso mete sicuramente più di nicchia. «È bello ritrovarsi completamente soli in montagna e sapere di avercela fatta con le proprie forze» commentano, salendo verso il rifugio da cui partiranno il giorno successivo. Il Bishorn lo sciano nella nebbia, non senza qualche spavento. Le valanghe si fanno sentire ma non si fanno vedere, mentre a quattromila metri, immersi nel white-out, aspettano una finestra di cielo pulito per scendere il più velocemente possibile. Sul Brunegghorn, due giorni più tardi, vengono premiati dagli dei della montagna con una discesa memorabile, in una di quelle giornate in cui lo scialpinismo primaverile si manifesta in tutta la sua bellezza. Cielo azzurro, polvere fredda e, duemila metri più sotto, il verde dei pascoli a fare da quinta. La parete Nord è una pratica che viene liquidata in una decina di curve che giustificano pienamente lo sforzo supplementare di utilizzare assi da freeride al posto di perline da scialpinismo light: entrambi, infatti, hanno deciso di portarsi dietro sci oltre i 100 millimetri al centro e scarponi a quattro ganci da freetouring. L’attenzione della coppia, ormai innamorata del Vallese, si sposta a questo punto su un altro monumento del ripido, che risponde al nome di Grand Combin de Valsorey. Lo scivolo Nord-Ovest, che culmina a 4.184 metri, viene descritto da Max come una scala di Giacobbe, facendo riferimento all’affresco di Raffaello in cui il profeta biblico sogna una scalinata da cui gli angeli possano muoversi fra la Terra e il Cielo. Lo stesso scivolo in cui, nel film La Liste, Jérémie Heitz perdeva uno sci, riuscendo incredibilmente a salvarsi la pelle dopo una caduta a 50° di pendenza. Per i due la giornata si rivela fortunatamente meno adrenalinica, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire. Proprio quel giorno avrebbero dovuto riposare, ma passare sotto a quella rampa senza sciarla non sarebbe stata un’azione da fedeli devoti alla causa dello sci.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Al trentesimo giorno, nei pressi del Gran San Bernardo, iniziano a manifestarsi i primi indizi che indicano che ormai è solo questione di pochi giorni prima di potersi spaparanzare in spiaggia. Nizza 323 km, recita un cartello nei pressi del tunnel. Pochi chilometri più in là, a Donnas, delle palme appaiono a bordo statale come oasi nel deserto. Come i barbari alla fine dell’Impero Romano, i due germanici continuano a calare verso Sud a bordo dei loro ronzini meccanici, nutrendosi unicamente di pizza, pasta e carboidrati vari per onorare la cultura del turismo tedesco in Italia. Valle di Susa, poi il Monginevro: il prossimo obiettivo sarà la Barre des Écrins, il quattromila più meridionale dell’arco alpino, e sarà anche l’ultima vetta in programma prima di dirigersi verso il Col du Vars e le spiagge francesi.
Quella sulla Barre è un’altra giornata memorabile. Si filmano a vicenda all’alba, mentre si dirigono, sci ai piedi, verso la terminale della parete Nord, che per l’occasione si è presentata con il vestito dei giorni di festa. Solitamente è un muro ghiacciato e non sempre la neve la ricopre in modo sufficiente per poter essere sciata. Solitamente non vuol dire sempre, e per i due l’ultima discesa del loro viaggio può cominciare direttamente dalla croce sommitale, dalla quale si può vedere tanto il Monte Bianco quanto il Golfo di Nizza. Chi ha già sciato nelle Alpi del Sud sa bene l’emozione che si prova a vedere il Mediterraneo scintillare in lontananza, la stessa che provano Jochen e Max mentre gli attacchi fanno clack.

Il Col du Vars è una formalità che viene sbrigata in fretta, aspettando l’ultimo ostacolo: il Col de la Bonnette, che con i suoi 2.715 metri è, insieme allo Stelvio, all’Iseran e all’Agnello, tra i più alti valichi asfaltati delle Alpi. Nel 2016 il Giro d’Italia era passato di qua in una tappa memorabile, la penultima: in soli 134 chilometri erano stati concentrati 4.100 metri di dislivello, con le salite al Vars, alla Bonnette e alla Lombarda per poi terminare sui tornanti che conducono al Santuario di Sant’Anna di Vinadio. Proprio qui, sul finale, Vincenzo Nibali aveva attaccato sul diretto concorrente Esteban Chaves, che si era visto sfilare la maglia rosa a meno di 24 ore dalla fine del Giro. Quel giorno, all’arrivo, i genitori di Esteban si erano resi protagonisti di una scena di sport indimenticabile, andando ad abbracciare il siciliano sul traguardo e complimentandosi con lui per la vittoria. Uno sgambetto è stato riservato anche a Max, che riesce a forare a meno di 30 km da Nizza, dopo 42 giorni e 1.800 chilometri di strade di montagna. L’arrivo sul lungomare è uno shock: dopo sei settimane in cui le uniche priorità erano state sciare, pedalare e più generalmente sopravvivere, il senso di smarrimento è totale. «Cosa faremo ora?», si chiedono i due, confusi al punto che pure scegliere dove andare a cenare rappresenta una sfida al pari della traversata del Furkapass innevato. Succede così che il capitolo finale del loro viaggio viene scritto in un ristorante messicano nel sud della Francia, un’idea assurda e apparentemente incomprensibile quanto voler partire dalla Germania per arrivare al Mediterraneo sciando e pedalando. Cosa ci insegnano Max e Jochen? Beh, di sicuro potrebbero illuminarci sulla loro gestione del tempo libero, ma è limitante dire che per intraprendere un progetto come Ice & Palms sia sufficiente trovare 40 giorni di ferie, anche perché, in un certo senso, loro in quel momento stavano lavorando, in quanto freeskier professionisti. No, Jochen e Max ci insegnano che le avventure più belle possono essere vissute anche dietro casa, che non è necessario viaggiare dall’altra parte del mondo per ritrovarsi in balia dell’incognito. E che l’incognito - o inesplorato, che fa più figo - può avere moltissime forme diverse: dalle condizioni della neve sul Grand Combin a quelle della strada sul Furkapass, fino a quelle fisiche di Max quando, nel trasferimento dalla Val d’Aosta alla Francia, si ritrova a macinare duemila metri di dislivello con 39 gradi di febbre. E ci insegnano anche in cosa consiste la creatività, ovvero su come prendendo due o più concetti e fondendoli insieme si possano creare infinite nuove idee. Tipo andare in bici e sciare, o sciare e andare al mare. Oppure, andare al mare pedalando e sciando. Insomma, ci siamo capiti. Un’ultima lezione potrebbero darcela sulla gestione della biancheria in sei settimane di ambienti umidi e freddi, ma quella è tutta un’altra storia.

Ice & Palms è un cortometraggio di 32 minuti prodotto da El Flamingo Films e diretto da Jochen Mesle, Max Kroneck, Philipp Becker e Johannes Müller. 

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https://youtu.be/AzyK5qr-WC0

https://vimeo.com/elflamingo/iceandpalms