Free republic of La Grave

Una cabinovia di 40 anni fa dal future incerto, 25 Guide alpine su 500 abitanti, negozianti che chiudono ‘causa powder’, ski bum in arrivo da tutto il mondo e nessuna pista battuta. Chi non vorrebbe vivere ai piedi della Meije?

© Federico Ravassard

Seduti sul divano, sogniamo nuove avventure. E allora, per iniziare a programmarle queste avventure, vi riproponiamo il nostro storico reportage su La Grave.

La Grave. Poco più di 500 abitanti, una manciata di hotel, due pub, una telecabina vecchia quasi quarant’anni e uno ski-lift sul ghiacciaio per salire da 1.400 a 3.600 metri, poco più o poco meno. Chilometri di piste battute: zero. Definire La Grave una normale stazione sciistica, almeno secondo i nostri canoni, sarebbe quantomeno inappropriato: qui si viene per sciare liberi, il più possibile. Nelle strade del paese non ci sono negozi di moda, non incontri signore con pelliccia e chihuahua al guinzaglio e i fighetti del freeride, quelli con tutoni colorati perfettamente puliti e sci da 130 mm al centro senza neanche una riga. In compenso conosci Guide in pensione che al mattino suonano il sax e bevono Pastis, ragazzi svedesi che passano qui la stagione con l’unico obiettivo di sciare e sciare ancora e americani che sfoggiano orgogliosi i portasci appartenuti a Glen Plake sulla loro auto. Ci si può innamorare di una manciata di case annidate ai piedi di un ghiacciaio? A noi, nei cinque giorni passati lì, è successo. L’esperienza dello sci in questo villaggio fuori dal tempo e dalle regole comincia con la sua telecabina. Trenta cabine, divise a gruppi di cinque, lente e scricchiolanti. Ci sali sopra sapendo che potresti anche rimanere lì per tre quarti d’ora, si può dire che il loro ritmo rispecchi quello degli abitanti, lento, rilassato e assolutamente noncurante di ciò che succede nel mondo esterno, al di là del Col du Lautaret. Arrivati in cima, quello che ti si para davanti non ha paragoni in nessun altro comprensorio sciistico: qui non lo si può neanche chiamare sci fuoripista, perché, di fatto, la pista non esiste. Neanche un chilometro di neve battuta. Solo itinerari liberi, su tutti i versanti e di tutti i tipi. Larghi valloni di facile accesso, canali con avvicinamenti alpinistici, tour di più giorni attraverso i ghiacciai, boschetti verticali cosparsi di cliff. E nel caso non si fosse sazi, sul versante opposto si trovano ancora altre discese, da cui si rientra poi sfruttando gli impianti di Les 2 Alpes, poiché il ghiacciaio sommitale è lo stesso. Le alternative sono letteralmente infinite, si possono mettere le pelli per arrivare all’imbocco di un canale polveroso, per poi continuare giù per ampi pendii in neve trasformata e scendere in paese rimbalzando su gobbe ghiacciate tra gli alberi. Il tutto ripetuto più volte dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, che tanto del pranzo se ne può anche fare a meno.

© Federico Ravassard

IL SINDACO GUIDA E LA COMMISSIONE Non esiste una località sciistica al mondo gestita come La Grave. Il sindaco, Jean-Pierre Sevrez, con un passato da Guida alpina (anche questa una notizia non comune…), risponde alle autorità nazionali in caso d‘incidente sulle montagne e per questo ha le sue responsabilità in un comprensorio dove si può scendere praticamente ovunque. Responsabilità delle quali si fa carico con l’aiuto della ‘Commissione’, un gruppo di volontari che si riunisce dopo le nevicate o quando c’è brutto tempo per valutare le condizioni della montagna. La TGM (Télépherique des Glaciers de la Meije), società che gestisce la telecabina, si occupa esclusivamente di portare in quota le persone. La decisione ultima sull’apertura o chiusura però spetta al sindaco. Un sistema che finora ha funzionato, con qualche scricchiolio. Nella scorsa estate lo skilift sul ghiacciaio, che garantiva l’apertura per lo sci estivo, non ha girato. Problema di responsabilità. Secondo Denis Creissels, presidente della TGM, non spettava alla TGM garantire la sicurezza. In passato le piste aprivano con l’avallo degli allenatori degli sci club che si allenavano ma per questa estate la società che gestisce l’impianto non se l’è sentita di accollarsi ancora la responsabilità.

L’ATMOSFERA: IL COVO DEGLI SKI-BUM Lo ski-bum è un tipo di individuo caratterizzato da un’età variabile dai 18 ai 99 anni e un’unica, dannatamente importante, priorità: sciare il più possibile. Per farlo, tutto il resto è secondario: basta guadagnare il minimo necessario facendo il lavapiatti alla sera, fare del riscaldamento in casa un optional costoso e della birra con genepì la principale fonte di nutrimento. L’aria che si respira a La Grave è unica. Sciatori di tutte le nazionalità, tantissimi nordici e americani e ovunque facce che ti sorridono, pronte a condividere una discesa o una cena insieme. Certamente nei giorni di powder nessuno è amico di nessuno, ma non c’è quella tensione permanente che si respira nelle località come Chamonix: qui è tutto più rilassato e i local sono i primi a volere essere ospitali. Un esempio? L’avere dormito due notti a casa di un barista conosciuto la sera prima.

© Federico Ravassard

LA COLONIZZAZIONE DI DOUG COOMBS Tra i personaggi che hanno il merito di avere reso La Grave quella che è, non si può non fare il nome di Doug Coombs (avete presente i K2 Coomback?). Famoso per avere vinto il primo World Extreme Skiing Championship nel 1991 a Valdez, Alaska, e avere dato anche il via all’heliski nella stessa zona, Coombs iniziò a organizzare camp di sci ripido a Jackson Hole dopo l’incontro con Patrick Vallençant, che aveva già avviato attività simili a Chamonix. Dopo pochi anni scoprì La Grave, dove si trasferì e spostò i suoi corsi, facendola conoscere al pubblico d’oltreoceano. Come una calamita, diversi sciatori decisero poi di seguirlo, tra cui Pelle Lang e Joe Vallone, che hanno raccolto l’eredità di Doug, scomparso nel 2006 insieme a Chad Vander Ham in un incidente nel Couloir Polichinelle, sulla montagna che lo aveva adottato. La figura di Doug è ormai entrata a fare parte della storia di La Grave: ovunque viene esposta la sua attrezzatura (ad esempio, una custodia per gli occhiali utilizzata come ancoraggio per una sosta, visibile allo Skiers Lodge). Oppure basti pensare alla grafica degli attuali Coomback, realizzata utilizzando una cartina topografica della zona da un’idea di Pelle per commemorare l’amico.

JOE VALLONE, FROM USA TO LA GRAVE Joe l’abbiamo conosciuto quasi per caso, una mattina al bar. La sua storia è pazzesca: newyorkese di nascita, negli anni ’80 si spostò in Colorado per iniziare una carriera in quello che era il freeski delle origini, fatto di gobbe e tute dai colori fluo. Poi la scoperta della montagna, quella vera, ad opera dell’amico e mentore Doug Coombs, che lo convinse a spostarsi in Francia e a diventare Guida alpina, finendo infine per prendere la residenza fissa a La Grave. Joe è stato protagonista di una delle migliori discese fatte durante il nostro soggiorno. La sera prima ci aveva chiesto se avessimo già programmi per l’indomani. «Not really» la nostra risposta. Così, quasi per caso, io e Margherita ci siamo ritrovati catapultati in un sogno, a sciare il Couloir La Voute in compagnia di Joe, Micah e Zahan, in un clima che non si sarebbe respirato da nessun’altra parte.

PELLE LANG E LO SKIERS LODGE Assieme a Joe, Coombs ha fatto arrivare a La Grave un altro ski-bum: Pelle Lang, Guida alpina svedese dai modi pacati, da annoverare fra coloro che hanno reso conosciuta all’estero La Grave. Nel 2003 Pelle mise le mani su un vecchio hotel che restaurò in gran parte da solo, dando forma a quello che oggi si chiama Skiers Lodge. Una struttura unica nel suo genere, poiché oltre ai servizi alberghieri può contare su uno staff di 15 Guide alpine di tutte le nazionalità che ogni giorno accompagnano gli ospiti dell’albergo. Durante la nostra cena una domanda ha fatto brillare gli occhi a Pelle. Quando gli ho chiesto se La Grave fosse cambiata dal suo arrivo negli anni ’90, lui ha risposto con un sorriso e una parola: «No».

LA GRAVE BY NIGHT Quando finisci di sciare, qui sei solo a metà dell’opera. Subito, con ancora gli scarponi ai piedi, dall’arrivo della funivia attraversi la strada ed entri al bar dell’Hotel Castillon, dove ritrovi tutti quelli con cui hai sciato nell’arco della giornata. Tutti con il sorriso stampato sulla faccia, dallo svedese che si è preso una pausa dal Freeride World Tour, alla signora austriaca di mezza età che una pausa l’ha presa dal suo lavoro come manager. Dopo cena le scelte non sono molte, ma non ne faranno rimpiangere altre. Il Bois des Fées si spartisce la piazza (e i fegati degli abitanti) con il K2 Pub. Quando trovate uno dei due chiuso, è perché i suoi baristi sono a fare festa nell’altro. La sera del nostro arrivo un prestigiatore stava segando una donna in tre al Bois des Fées, mentre Lambert, barista del K2, spillava birre al genepì dietro il bancone dei ‘concorrenti’. Qualcuno, non ricordo più chi, mi ha avvertito di non prendere il punch perché, a quanto pare, era corretto con LSD.

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© Federico Ravassard

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