Skialp Gran San Bernardo, nuovi orizzonti per il turismo

Promuovere lo scialpinismo, facendo scoprire il territorio a cavallo tra l’Italia e la Svizzera e incrementando ancor di più il legame tra le due vallate di confine. Questo il progetto Skialp@GSB, finanziato dal Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale e rientrante all’interno del programma Interreg ormai giunto alla conclusione. Ieri, venerdì 24 giugno, all’ospizio del Gran San Bernardo, è stato organizzato il convegno ‘Skialp Gran San Bernardo: nuovi orizzonti per il turismo’, occasione utile per guardare al domani e per riepilogare tutte le azioni messe in campo in questi anni. «Con questo progetto il Comune di Saint-Rhémy-en-Bosses ha inteso promuovere lo scialpinismo e il conseguente sviluppo territoriale – ha spiegato il Sindaco Alberto Ciabattoni – candidandosi a diventare un polo di riferimento per gli scialpinisti, che qui possono trovare fantastici itinerari accompagnati da servizi e strutture adatte alle loro esigenze. Diversificare l’offerta valorizzando attività alternative e sostenibili significa guardare al futuro verso un turismo basato su scale territoriali piccole con un approccio di scoperta dei territori basato sulla sostenibilità ambientale, sociale ed economica: il progetto Skialp@GSB ha offerto ai nostri territori una grande occasione per ripartire in questo senso con una nuova rinascita». 

Sono stati mappati 31 itinerari sul territorio italiano, dieci su quello elvetico, è stata creata una app con tutte le informazioni utili, attivati diversi canali di comunicazione e installato il bivacco di Crevacol, definito dal Sindaco «una chicca, un vero atout turistico». Ed è per questo motivo che tra pochissimo ne verrà posizionato un altro, questa volta al Col Fourchon, intitolato alla memoria di due grandi appassionati di scialpinismo e di freeride, Alfredo Canavari e Alessandro Letey, che hanno perso la vita in un incidente in montagna nella primavera 2021. 

L’evento è servito anche per mettere a confronto alcune realtà nazionali e internazionali. Curioso l’esempio della Valle Maira, una località che non presenta impianti di risalita e che ha rischiato di vivere il fenomeno dello spopolamento. Oggi si contano invece tra gli 80 e i 100 mila passaggi turistici annui, in una valle che conta all’incirca 12.000 abitanti. «L’esperienza della Valle Maira - ha raccontato il Presidente di Uncem Piemonte Roberto Colombero, già presidente dell’Unione Montana Valle Maira - è nata 25 anni fa dall’intuizione di due turisti austriaci: in prima battuta si è trattato di un turismo estivo, legato ai percorsi occitani a piedi, che hanno attirato nella nostra valle soprattutto turisti stranieri. In seguito, a completare l’offerta, è arrivato lo scialpinismo che ha consentito di sviluppare ulteriormente questo tipo di turismo, che oggi, anche grazie agli investimenti degli abitanti, fa registrare numeri davvero importanti». Corrado Jordan, oggi consigliere regionale e ideatore di questo progetto, ha spiegato come «Skialp Gran San Bernardo sia diventato a tutti gli effetti un prodotto turistico che si è integrato con il territorio e ha trovato pronta risposta dalle imprese ricettive e commerciali, che hanno saputo cogliere l’opportunità adattando i loro servizi a questo tipo di attività». Ora si guarda al futuro, le Valli del Gran San Bernardo auspicano il bis, con un nuovo progetto già presentato. 


La Sportiva Lavaredo Ultra Trail by UTMB, è iniziato il conto alla rovescia

Finisci che vorresti già ripartire. Dopo il non la farò mai più, tagli il traguardo che sei già sul sito, pronto a effettuare la preiscrizione per il prossimo anno. Le emozioni ti travolgono, per 365 giorni rivivi quei passaggi, quelle salite, quelle montagne. Le Dolomiti ti entrano nell’anima. Ti prepari al meglio per quei 120 chilometri che ti porteranno nuovamente a tagliare il traguardo in Corso Italia a Cortina D’Ampezzo. Questa è la Lavaredo Ultra Trail, unica gara italiana a rientrare nel neonato circuito UTMB World Series e che ogni anno richiama atleti da tutto il mondo, pronti a darsi battaglia fino all’ultimo metro corribile. È tutto pronto per la tradizionale partenza in Corso Italia, in programma venerdì 24 giugno alle 23.

Il tedesco Hannes Namberger, Team Dynafit, è pronto a difendere il titolo e il record del percorso 2021. Dopo un sesto posto all’UTMB e un inizio brillante con il primo posto a Penyagolosa, darà tutto per mantenere quanto ottenuto l’anno prima.
Andreas Reiterer, Team Asics, arriva da un inizio di stagione molto positivo, dopo la conquista del suo terzo titolo italiano consecutivo. Per lui, la LUT, un conto in sospeso. L’anno scorso, dominando per 85 km, si è dovuto ritirare a causa di forti dolori allo stomaco. Ora ha voglia di rifarsi. Lo spagnolo Pau Capell ha grandi aspettative e ha messo la gara tra i suoi obiettivi di stagione. Anche per lui, inizio brillante con la vittoria di Patagonia Run. L’atleta del Team The North Face dovrà tenere d’occhio il connazionale Pere Aurell Bove, incognita che potrebbe rivelarsi un uomo da battere. Riflettori puntati anche sugli atleti cinesi, assenti da due anni, che hanno visto esplodere il trail nel loro paese e stanno scalando il ranking mondiale della specialità. Tra gli italiani, occhi puntati su Roberto Mastrotto, Georg Piazza, Francesco Cucco e Riccardo Borgialli, alla prima volta su questa distanza.

In campo femminile grande attesa per la sfida Mimmi Kotka e Ragna Debats. La spagnola del team Merrell  ha iniziato il 2022 centrando quattro vittorie su quattro, dominando la Transgrancanaria e Istria 100 miglia. Per l’atleta del Team La Sportiva, un avvio di stagione tranquillo con un secondo posto alla MaxiRace Marathon di Annecy. Non ha esagerato e sembra avere un’ottima condizione fisica e mentale. Dopo il terzo posto nel 2021, punta sicuramente al gradino più alto. Attenzione anche ad Alessandra Boifava. Silenziosa e riservata, ha dominato Ultrabericus 100 mettendo in luce la sua grande forma fisica attuale. Sarà lei la terza incomoda?

120 Km, 5.800 m D+, 2.450 metri di quota alla Forcella Lavaredo, la lunga salita in Val Travenanzes… È tutto pronto.


Zegama, the king Kilian is back

Dopo la quattordicesima Champions del Real Madrid, ecco la decima vittoria di Kilian Jornet a Zegama, la prima con ai piedi le nuove Nnormal al posto delle Salomon con le quali ha scritto la storia della gara basca. Passano gli anni, ma Kilian non molla. «Sono passati 16 anni da quando sono venuto qui per la prima volta e tornare a vedere gli organizzatori e gli spettatori è stata per me la vittoria più grande. Questa decima vittoria dimostra anche che ho continuato a migliorare e che il mio livello non è sceso, è quello che mi interessa di più! Dimostra anche che posso ancora correre con i giovani ed essere competitivo». Giornata insolitamente soleggiata e senza fango oggi a Zegama, primo appuntamento con le Golden Trail World Series e primo appuntamento per la gara mito dello skyrunning dopo lo stop imposto dalla pandemia. Kilian Jornet vince in 3h36’40’’, battendo il record di 3h45’ di Stian Angermud del 2017, ma sulla salita di Sancti Spiritu, tra le urla di 30.000 spettatori, lascia la testa a un indiavolato Davide Magnini. Però poi sulla lunga discesa, la tecnica del campione catalano rimette la classifica nell’ordine giusto. Per Davide Magnini l’onere o l’onore di essere il portabandiera del team Salomon con un crono di 3h39’31’’ che gli vale il secondo posto davanti a Manuel Merillas (team SCARPA), terzo in 3h45’43’’. «Non ho mai pensato di poterlo battere, è troppo forte, soprattutto sulle discese tecniche, ma correre insieme sulla salita, con tutti quei tifosi, è stata un’esperienza folle» ha detto Magnini. Tra le donne vittoria e record della gara per l’olandese Nienke Brinkman (team Nike), 4h16:43’’ sulla svizzera del team Salomon Maude Mathys (4h26’03’’) e sulla basca Sara Alonso (Salomon, 4h26’40’’). Quinta Fabiola Conti (Salomon, 4h36’43’’).


Makalu, Adrian Ballinger e la prima discesa con gli sci del Gigante Nero

Una data che entra nella storia dello sci himalayano quella del 9 di maggio 2022, giorno in cui Adrian Ballinger ha portato a termine la prima discesa integrale del Makalu, quota 8463 m.

Makalu, Il Gigante Nero, di neve e roccia, la cui cresta sommitale demarca il confine tra il Nepal e il Tibet, il tutto a meno di 20 km dall’Everest. La quinta montagna più alta del mondo, considerata dagli alpinisti uno degli ottomila più difficili da salire per la complessa logistica ed il per nulla semplice avvicinamento. Un obiettivo ambizioso per Adrian Ballinger, Guida alpina e sciatore di alto livello con all'attivo diverse imprese nella catena himalayana, che già nel 2012 e nel 2015 aveva tentato la discesa senza però ottenere successo a causa delle cattive condizioni.

https://www.youtube.com/watch?v=cKKU2S93C7g&t=277s

Il tentativo di discesa di Emily Harrington e Adrian Ballinger nel 2015

Il team composto da Ballinger, Dorji Sonam Sherpa e Pasang Sherpa è stato il primo a raggiungere la vetta nel 2022, lunedì mattina alle ore 9.00 in pieno whiteout. «Prima di parlare della discesa con gli sci...parliamo di chi l'ha resa possibile» scrive l'alpinista sui suoi canali social, ringraziando infinitamente i compagni senza i quali raggiungere la cima sarebbe stato impossibile. «Dai 7900 metri in su abbiamo battuto traccia, loro due trasportando 300 metri di corde fisse. Quando abbiamo raggiunto la cresta sommitale Dorji ha preso il comando su un terreno tecnico, difficile e poco proteggibile. Infine, si sono offerti di portare giù parte della mia attrezzatura in modo da consentirmi di sciare per tutti gli oltre 2400 metri di dislivello senza avere sulle spalle uno zaino enorme» continua Ballinger, ricordando come Dorji Sonam Sherpa fosse con lui anche nella spedizione al Manaslu nel 2011.

Adrian Ballinger, Dorji Sonam Sherpa e Pasang Sherpa

«Lo sci è sempre stata una delle mie più profonde passioni fin da quando ero bambino. La carriera da alpinista di alta quota mi ha poi portato a scalare diversi 8'000, fondere insieme sci e alpinismo è stato un processo naturale». Adrian è Guida IFMGA e CEO fondatore di Alpenglowe Expeditions, gruppo di Guide certificate che organizza spedizioni in tutto il globo e che utilizza tecniche avanzate di workout in camere iperbariche per ottimizzare le tempistiche di acclimatamento.

«La discesa è stata quasi completamente verticale e su terreno duro. Le curve buone erano su neve, quelle brutte su ghiaccio e roccia» racconta lo sciatore estremo, che confessa anche di aver dato fondo a tutti i «trucchi e stratagemmi» imparati negli anni di esperienza. Ballinger sottolinea, rivolto a «chi ci tiene e per chi vorrà fare una discesa migliore e più pulita in futuro», di avere iniziato la discesa 15 metri sotto la vetta, scelta dettata dalle «scarse condizioni di visibilità e dalla presenza di altri alpinisti». L'alpinista dichiara di aver tolto gli sci una sola volta per calarsi con una doppia di 60 metri lungo il French Couloir, a quota 8070m, e di aver utilizzato corde fisse come supporto nei tratti più critici e pericolosi. «È stato divertente sciare di fronte alle facce incredule degli oltre 25 sherpa e scalatori che risalivano le fisse mentre io scendevo, nei loro occhi si leggeva un'espressione del tipo 'questo è pazzo'!». 

In qualsiasi caso, 15 metri sotto la vetta, con l'ausilio di corde dove necessario, lo zaino leggero e chi più ne ha più ne metta, Ballinger è riuscito in un'impresa unica nel suo genere che non può ricevere altro se non rispetto ed ammirazione: «It wasn't good skiing, but it was a great skiing», conclude Adrian, e noi non aggiungiamo altro.

@Adrian Ballinger
@Adrian Ballinger
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Con il successo sul Makalu rimane una sola vetta tra i 14 ottomila ancora inviolata dalle lamine di uno sci: gli 8'586 metri del Kanchenjunga. Chissà se le nuove tecnologie, gli allenamenti mirati ed il continuo spostamento dell'asticella oltre il limite permetteranno a qualcuno di portare a termine l'impresa.

 


Ragni di Lecco e Scarpa insieme al Museo della Montagna di Torino

Lunedì scorso, 11 aprile, i Ragni di Lecco sono stati ospiti e protagonisti della serata organizzata da Scarpa presso il Museo della Montagna di Torino a suggellare una collaborazione iniziata nel 2018.  Il luogo, carico di significato e di romanticismo, si è trasformato nel teatro perfetto in cui raccontare le ultime realizzazioni dei Ragni, che anche quest’anno, come di consueto, hanno lasciato la loro firma nell’albo della storia dell’arrampicata e dell’alpinismo.

© Michele Guarneri

Protagonisti principali dell’evento Luca Schiera (presidente del Gruppo) e Paolino Marazzi, che nell’arco della serata hanno raccontato la loro recente avventura patagonica alla scoperta del Campo De Hielo Norte, una zona poco conosciuta a nord di El Chalten, dove si sono cimentati in un’esperienza unica alla ricerca di quel raro sapore di esplorazione dell’ignoto che è sempre più raro. Qui hanno percorso diversi chilometri in un territorio complesso e pieno di insidie, con l’obiettivo di raggiungere un’ombra nel mezzo del ghiacciaio, scoperta per caso osservando le immagini dal satellite. Poteva essere tranquillamente un errore di elaborazione dell’immagine fotografica. Poteva essere dello sporco sull’obiettivo delle fotocamere. Poteva essere qualsiasi cosa, ma per chi ha scelto di crederci, era la cima da conquistare, quell’obiettivo che avrebbe implicato un’avventura unica ed indimenticabile.

Per la spedizione (in realtà è stato il loro secondo tentativo dopo un primo approccio di acclimatamento nel 2018)  avevano la necessità di muoversi agili e veloci su un terreno glaciale, senza però caricarsi di troppo peso non necessario. Per questo motivo hanno collaborato con Scarpa nell’upgrade scialpinistico del Phantom 6000, scarpone da alpinismo e alta montagna di punta del marchio di Asolo al quale hanno fatto aggiungere degli inserti pin per poterlo utilizzare come scarpone unico anche sugli sci. 

© Michele Guarneri

/Col·la·bo·rà·re/, dal dizionario Treccani, “Partecipare attivamente insieme con altri a un lavoro per lo più intellettuale, o alla realizzazione di un’impresa, di un’iniziativa, a una produzione”.  Il significato del termine in questo caso va ben oltre a quello puramente letterale. Collaborare vuol dire costruire insieme un percorso che punta all’innovazione, sviluppare un rapporto basato sulla fiducia, animare dei progetti alimentati dalla motivazione con l’obiettivo di essere di supporto l’uno all’altro nel raggiungimento della propria cumbre, per quanto folle o lontana essa sia. 

La serata è terminata con una cena che sotto molti punti di vista ha ricordato un’adunata di alpini, tra racconti di spedizioni scialpinistiche in Russia ai tempi della guerra fredda, ricordi degli obiettivi raggiunti dai Ragni nel 2021 (trovate tutto sul loro nuovo annuario) e qualche birretta fresca a mantenere alto l’umore del gruppo. 

© Michele Guarneri

Passione

Se dovessi descrivere la passione, direi con certezza che per me ha l’aspetto di un volto stropicciato e l’odore di sonno. Sonno rubato al confortante tepore del proprio letto, a un sacco a pelo buttato da qualche parte al lato della strada o nel baule di un’auto corazzata di ghiaccio. Niente numeri, tempi, record o calorie consumate. L’amore per la montagna e per l’inverno si misura solo con i cinque sensi, nelle aree più profonde e antiche della corteccia cerebrale. L’olfatto appunto, quello inebriato del primitivo raggomitolarsi in un bozzolo di calore, che si converte poi nel profumo del caffè senza orari precisi. L’udito, disturbato dal suono di una moderna sveglia digitale e successivamente rigenerato dal silenzio della notte, nei passi felpati per uscire di casa o nel regalare qualche minuto ai compagni che ancora riposano. La vista, che appena desti può essere traditrice. Per quanto ci sforziamo, non siamo più animali da foresta e nel buio andiamo facilmente a sbattere da qualche parte. 

Il gusto, smorzato dalla bocca impastata di primo mattino ed esaltato da una buona colazione in via di partire, che rende un lusso anche il giaciglio più scomodo e improvvisato. Infine, il tatto: bruscamente messo all’opera dal repentino cambio di temperatura, è forse il senso più importante in questa fase. Ci si muove a tentoni nell’ora antelucana, le mani sono ancora tiepide mentre allacciano gli scarponi e chiudono lo zaino, i gesti sono consuetudine ormai, basta toccare gli sci per sapere cosa fare. Probabilmente si tratta di un compendio di sensazioni, una si lega all’altra, dando vita a un momento armonico che in qualche modo caratterizza sempre i preparativi per una salita. Ovunque essa sia. 

Ma la passione ha anche un altro aspetto. Quello dei momenti che gli altri ci donano nelle settimane, che scorrono sempre più veloci. Il ritmo scandito dal metronomo è al massimo ogni giorno: sveglia, colazione, bimbi a scuola, lavoro, riunioni, allenamenti, spesa, incombenze domestiche, di nuovo lavoro, giochi, impegni dei bimbi, contrattempi e ancora lavoro. Negli anni da bradipo del liceo e dell’università credevo che avessimo tutto il tempo del mondo, invece ci ritroviamo a vivere in apnea, arrancando nell’impossibilità di afferrare tutte le occasioni possibili. E soprattutto di non trascurare qualcuno. I bambini capiscono subito che domani andrò in montagna, non c’è bisogno che glielo dica. In giro per casa sono parecchi gli aggeggi strampalati con cui giocano sotto lo sguardo sospettoso del papà, e ancor di più i suoni onomatopeici verso i quali ormai hanno familiarità.
Il tintinnio dei moschettoni, lo strappo delle pelli incollate, il clac più o meno pronunciato di agganci vari. Ma solo le cerniere dello zaino sanciscono definitivamente il programma del giorno dopo, in una tacita comunicazione alla piccola tribù. Essere figli di un appassionato alpinista e sciatore è un destino che, come altri, non si può scegliere, ma forse più di tanti influenza enormemente la propria vita, spesso – io credo – in positivo. Pur non essendo unica nel suo genere, la montagna è una passione assoluta- mente totalizzante, che richiede uno sforzo intenso e costante per essere perseguita. In primis, vi è il benestare e il benessere di coniuge e figli, faccenda tutt’altro che scontata, considerato che per diversi motivi le uscite possono essere programmate in anticipo solo fino a un certo punto. Subito dopo, i doveri quotidiani: alcuni si possono anche rimandare, altri, come il lavoro, invece devono trovare il giusto incastro. 

A seguire, lo studio scrupoloso del meteo e delle condizioni ambientali, che sia neve, ghiaccio o roccia. Eccezionalmente si può anche azzardare, magari sulle montagne di casa delle quali conosciamo i capricci e le abitudini, però solitamente io tendo a sconfinare nell’eccessiva prudenza. Ultimo ma non meno importante dettaglio è la ricerca di compagnia. A volte, si rivela necessario fare un giro da soli, con ritmi conosciuti e in compagnia unicamente dei propri grovigli mentali. Più spesso, è fondamentale avere almeno un compagno, con cui smezzare fatiche, dubbi e quell’indescrivibile senso di liberazione nell’aver raggiunto un obiettivo a lungo sognato. La maggior parte delle volte, appunto, si rivela più complicato organizzare l’uscita che effettuare la salita stessa, nonostante l’ingaggio tecnico del terreno o la somma di sforzi richiesti sul campo. 

Per nostra fortuna, ogni tanto arriva il momento: le contingenze sono favorevoli, non abbiamo ancora deciso dove andare, ma a nessuno importa troppo, di progetti in testa ne abbiamo a volontà. L’ennesima notte persa è quella che dà più soddisfazione, mentre chiudo la porta cercando di fare più piano che posso. Le montagne di casa sono ancora carenti di neve, qui l’inverno è dispettoso: ci sono annate in cui tentenna e altre che butta giù carichi sproporzionati di neve, da dicembre a marzo. Oggi andiamo 300 chilometri a Nord, verso le amate Alpi, e in men che non si dica eccoci teletrasportati dal buio verso l’alba: siamo in un altro contesto meteo, una nuova stagione. Secondo caffè al volo e via a scaldare le gambe in salita, avidi di fatica, in debito di gelida aria pura. Le giornate trascorse sulla neve al freddo sono le più belle, impagabili nella loro semplicità. Il vento, il ghiaccio, le cornici sporgenti, le rocce scivolose, la barba incrostata, le dita doloranti, l’immobile e sconfinato panorama di vetta... Adoro elencare a voce alta i nomi di ogni rilievo attorno a me, stupefatto ancora una volta che sia proprio lì, dove dicevano le mappe.

Tutto è così meraviglioso tra le montagne, tutto è passione. 


Marco Confortola, obiettivo Kangchenjunga e Nanga Parbat

Marco Confortola è partito venerdì scorso per il Nepal. Obiettivo Kangchenjunga, la terza montagna più elevata della terra, con i suoi 8586 m s.l.m., e poi Nanga Parbat (8.125 m), in Pakistan, la nona vetta più alta del pianeta. Se le salite avranno successo, saranno rispettivamente il dodicesimo e tredicesimo ottomila per il valtellinese che è salito su Everest, Shisha Pangma, Annapurna, Cho yOu, Broad Peak, K2, Manaslu, Lhotse, Makalu, Dhaulagiri e Gasherbrum II. Al Kangchenjunga sarà la terza volta, dopo i tentativi del 2014 e 2018 e la spedizione durerà circa tre mesi. A supportare il valtellinese, lo sponsor tecnico Ferrino.


Blogger Contest: ecco i vincitori

La decima edizione del Blogger Contest chiedeva a scrittori, blogger, podcaster e illustratori di raccontare una storia unica e inclassificabile come Il Monte Analogo dello scrittore e poeta francese René Daumal. La giuria di selezione, composta da Simonetta Radice, Lara Cesati, Giulia Ficicchia, Livia Olivelli, Nicola Carpene e Piero Carniel, ha ritenuto di ammettere tutte le 74 unità multimediali alla fase finale. Dal mese di febbraio a marzo 2022 la giuria di premiazione, composta dalla presidente Luisa Mandrino (autrice e sceneggiatrice), Leonardo Bizzaro (giornalista e giurato del Premio Itas del Libro di Montagna), Marzia Coronati (giornalista radiofonica e audio documentarista), Nadia Bordonali (editrice e curatrice di mostre ed eventi culturali dedicati al fumetto), Simona Righetti (direttrice della nostra casa editrice), Luciano Caminati (vincitore del Blogger Contest 2020), ha esaminato le 74 opere finaliste, applicando i criteri di giudizio indicati nel regolamento, e ha decretato vincitori della 10a edizione del Blogger Contest:

Alessandra Cella, Giacomo Revelli e Irene Borgna sono i vincitori della sezione racconti brevi; Silvia Benetollo, Raffaele Negri e Sara Filippi Plotegher vincono nella sezione web comics; Vincenzo Picone, Aronne Pel e Francesca Camilla D’Amico sono i vincitori della sezione audio storie.

Oltre ai vincitori il regolamento stabilisce che la giuria può segnalare anche le opere di alcuni autori meritevoli di menzione, ai quali viene attribuito un premio speciale offerto da un’azienda partner del Blogger Contest. In questa edizione vengono assegnati sette premi speciali. Gli autori premiati con una esperienza o viaggio outdoor, avranno la qualifica di inviato speciale di altitudini con il compito di raccontare la loro esperienza.

A Marco Rossignoli il premio PalaRonda, ad Alessandro Carletti il premio Alta Via Dolomiti Bellunesi, ad Angelo Ramaglia il premio il Giro del Confinale, a Giulio Carcani il premio Unione Valdostana Guide Alta Montagna, a Sara Invernizzi il premio Carnet de Voyage di Rene Daumal, a Francesco Cestari il premio Mulatero Editore, a Marina Consolaro il premio MonteRosa Edizioni.

La premiazione avverrà in occasione della Réunion di altitudini, incontro aperto a chi ama le belle storie e i luoghi fuori traccia. Si svolgerà ad inizio giugno nelle Dolomiti Bellunesi, tra le montagne dove dieci anni fa è nato altitudini e il Blogger Contest. A breve verrà pubblicata la data e il programma.

Qui tutti i vincitori e i premiati: www.altitudini.it/vincitori-premiatidel-bc2021


Kilian con Camper per creare il marchio di scarpe NNormal

I rumour tra i ben informati giravano già da qualche mese, ora è ufficiale: Kilian Jornet ha dato vita a un nuovo marchio di scarpe, abbigliamento e accessori per il trail running e l’hiking. Si chiama NNormal - The Normal Company ed è stato creato in collaborazione con il noto marchio di scarpe Camper. Kilian ha annunciato la nascita di NNormal con un post sui suoi canali social nel quale chiedeva ai follower se volessero sapere che cosa ci fosse dietro ai pixel degli ultimi mesi, abbinato a una foto pixelata di lui che corre e dando appuntamento sul suo blog per oggi.

NNormal sta per NORvegia e MALlorca, perché scarpe, abbigliamento e accessori sono stati studiato a Maiorca e testati in Norvegia. La mission del marchio è soprattutto ecologica.«Condividere gli stessi valori è stata una forte motivazione per iniziare questo progetto. Abbiamo concordato che abbiamo bisogno di un nuovo modo di pensare e di agire in relazione al nostro ambiente e alle attività all’aperto - ha detto Kilian Jornet - Vogliamo essere molto onesti su come produciamo le attrezzature e sul ruolo che l'azienda vuole svolgere per la società e l'ambiente. Questo significa trasparenza e lavorare per evitare il consumo eccessivo, costruendo prodotti che siano durevoli. Per avere un impatto minore sull'ambiente, dobbiamo lavorare con vari materiali ed esplorare diversi design. È un percorso lungo e difficile, ma è ciò che motiva me e il team a iniziare questo progetto». La prima collezione NNormal verrà lanciata in autunno, per i mercati europeo e nordamericano e sullo shop online di nnormal.com  
I prodotti sono ancora top secret, ma, a giudicare dalla foto che pubblichiamo qui sotto, i battistrada saranno Vibram.

© Jaime de Diego

Titlis Rundtour XL

Simone si ferma, si gira e aspetta di vedere la mia reazione. Il sole se n’è appena andato e l’ombra della notte si sta lentamente insinuando intorno a noi. A ovest le montagne formano sagome scure contro l’orizzonte arancione. Il cielo assume una tonalità blu metallico. Il freddo ci entra nelle ossa e morde le guance. Le ombre delle bizzarre sculture di neve create dal vento sono lunghe, ma si dissolvono velocemente. Il giorno sta finendo. Siamo nel cuore dell’Europa, le luci delle strade brillano in lontananza. La civiltà è dietro l’angolo, sotto la montagna, ma la sensazione di essere in balìa degli elementi, del vento, delle montagne e delle nostre decisioni apre un buco nello stomaco. La parete sud-est del Titlis (3.238 m) si erge davanti a noi molto più maestosa di quanto abbia mai immaginato nei giorni scorsi, quando sciavamo nel comprensorio che si sviluppa sul versante opposto. È la prima volta che affronto il lato B del Titlis, quello meno turistico della montagna simbolo di Engelberg, in Svizzera. Simone riceve un messaggio affermativo dalla radio e risponde urlando di gioia, come solo lei sa fare; e come segno distintivo della sua anima eternamente giovane. È una ragazza che nell’adolescenza ha trovato uno snowboard, poi uno split, ovvero un’anima che ha trovato il suo avatar. Una cotta che, a dirla tutta, durerà finché morte non le separi. Via radio faccio sapere a Simone che probabilmente sono riuscito a immortalare alcune delle ultime curve della giornata, proprio come volevamo. Insieme percorriamo al buio l’ultimo tratto di discesa dalla cima di Grassen (2.946 m) verso il Biwak di Grassen (2.647 m), appagati per aver vissuto la magia di un altro tramonto in montagna. All’interno del bivacco incontriamo la Guida alpina Sämi Speck e il suo cliente che hanno appena cenato. Sämi maneggia un sacchetto di tabacco e finisce una tazza di caffè. Il bivacco è affollato anche se siamo solo in quattro. Mentre mi tolgo con fatica gli scarponi da sci duri come le pietre per il freddo, facendo attenzione a non urtare e a non far cadere nulla, Simone cucina uno stufato di lenticchie che sarà la nostra cena. Il pernottamento nel bivacco deve essere prenotato con una telefonata al signor Hurschler e pagato con una transazione su un conto svizzero. 

L’edificio, che ricorda nella forma un modulo lunare, può ospitare fino a 18 persone, almeno secondo quanto riportato sul sito web. Un’affermazione che, dopo averci passato una notte, metto seriamente in dubbio. È possibile che 18 persone entrino nei tre piani di letti che occupano metà dell’interno, ma quattro sono sufficienti per riempire lo spazio vitale. Senza che me ne accorga, c’è uno stufato di lenticchie fumante davanti a me. Simone apre una delle bottiglie della cantina, una minuscola botola che nasconde una piccola scorta di etichette. Il pagamento viene effettuato sullo stesso conto del pernottamento e tutto si basa sulla libertà, che viene dopo la responsabilità. Un concetto che vale sia per la possibilità di bere alcolici che per il pagamento. La fiducia nell’individuo e nelle sue capacità è maggiore qui che altrove. La libertà non crea problemi, al contrario, rende l’esistenza piacevole. Mentre Simone stappa la bottiglia, scambia qualche battuta con Sämi, che ora si è infilato nel letto. Il tedesco parlato da uno svizzero è diverso dalla lingua che ho studiato a scuola. Capisco un po’ di quello che viene detto, ma non certo grazie ai miei studi, piuttosto grazie alle ore passate in montagna con gli amici svizzeri che mi hanno permesso, giorno dopo giorno, di capire il senso dei discorsi di questo dialetto che cambia di villaggio in villaggio. Parlano della giornata di Sämi. Lui racconta di aver portato il suo cliente in cima al Fünffingerstöck (2.994 m), una deviazione di circa tre ore dal percorso normale verso il bivacco Grassen. Domani si alzeranno presto, molto presto, e si dirigeranno verso il Gross Spannort (3.198 m), una delle cime più caratteristiche, ben visibile da Engelberg. Prima di spegnere la lampada frontale, Sämi ci racconta della sua scorta segreta di caffè nel bivacco. Fuori dalla porta, la neve soffice, riscaldata dal sole, ora è ghiacciata. Il cielo limpido è rischiarato dalla luna piena. Il Titlis al tramonto non è niente in confronto alle sensazioni che trasmette la ripida parete di roccia al chiaro di luna. L’esistenza nasconde molte sorprese e le più belle sono spesso quelle più inaspettate. 

© Axel Adolfsson

Sämi e il suo cliente sono lontani quando Simone e io ci svegliamo. Il caffè è proprio dove la Guida ce l’aveva promesso, e accanto c’è una moka. La mattinata è lenta ed è già tardi prima che chiudiamo la porta a chiave e iniziamo a scendere dal passo in direzione di Engelberg. Il terreno è collinoso e perde quota quel tanto che basta per disegnare grandi curve sui piccoli dossi. Il paesaggio ondulato aggiunge varietà alle virate. Le possibilità sono quasi infinite: quarter pipe naturali, rollover e piccole spine. Più giù, nel bosco, a Simone viene un’idea. Nella sua mente balena una scintilla di creatività, quella creatività che è alla base del lavoro di grafico. Le piacerebbe andare al Fünffingerstöck durante il prossimo Titlis Rundtour. Così, finita la discesa, inizio a chiedere informazioni, anche sulla salita al Gross Spannort, e su quanto sia difficile fare quello che Sämi ha fatto in giornata. In risposta, mi viene detto che lì il terreno è impegnativo, glaciale e rischioso. Che una scelta sbagliata della linea può portare a problemi dai quali solo un elicottero può tirarti fuori. Ci vuole tanta esperienza e Simone non se la sente di andare noi due da soli. È così che nasce l’ipotesi di un Titlis Rundtour XL: il nostro gruppo di due persone dovrà allargarsi per raggiungere in sicurezza la vetta del Fünffingerstöck e poi continuare verso Spannort. Inizio a pensare alle soluzioni e intanto l’inverno diventa primavera e marzo, aprile. 

Il tempo sta per scadere quando me lo trovo davanti in abiti dalle tonalità fosfò. Sto parlando di Ryan Colley, che conosce l’itinerario e vorrebbe tornare a sciarlo. Nel gelo che arriva veloce, mentre il sole tramonta sul party dell’annuale giornata in stile anni ’80, abbozziamo il nostro piano. Intanto 150 persone vestite come se venissero direttamente dal set di un film di sci dei favolosi eighties ci circondano ammiccanti. Ryan indossa una tuta del decennio giusto, ma gli stivali sono troppo moderni. Originario della Nuova Zelanda, da qualche anno vive in Svizzera per dare sfogo alla sua passione per la montagna, con il sogno di diventare Guida alpina. Alla torrefazione locale, quando la sbornia inizia a scemare, ragioniamo più seriamente sull’idea. Vengono proposti diversi percorsi. Simone vuole ancora andare al Fünffingerstöck, io scendere sul retro, in un’altra valle, e passare una notte alla Sustlihütte. Ryan boccia l’idea di salire al Gross Spannort, ma vuole portarci alla Secret Line, una discesa che inizia da qualche parte tra Grassen Biwak e Gross Spannort. Oscar, che gestisce la torrefazione con sua sorella, si illumina quando menzioniamo la Secret Line. Però ci corregge: non è un segreto, ma va tenuto segreto. Poi sorride ancora e ci lascia. La sua smorfia mi convince: se a Oscar, un local con ottima reputazione, piace l’idea, è un buon piano. 

L’appuntamento con Simone e Ryan è alla funivia, per prendere la prima corsa fino in vetta al Titlis. Percorriamo un paio di centinaia di metri fino a Steinberg prima di girare a sinistra e traversare al sole per Never, dove ci togliamo gli sci e la split e proseguiamo lungo la cresta che porta all’ancoraggio per la prima calata, quella che dà inizio al Titlis Rundtour. Il Rundtour è un classico locale, il percorso normale è una gita di un giorno: due calate in doppia e una lunga salita con le pelli fino al passo dove si trova il bivacco, poi inizia la discesa per Engelberg. Alla prima calata ci ritroviamo in coda, e qui non è inusuale in alta stagione. Mentre si chiacchiera con gli altri sciatori, qualcuno dice che qualche giorno prima una donna anziana ha dovuto essere recuperata in elicottero a causa di un ancoraggio che ha ceduto mentre scendeva. Un altro promemoria di quanto velocemente e inaspettatamente le cose possano andare male in montagna. In un attimo il miglior momento della tua vita può trasformarsi nel peggior momento. Mentre lascio scivolare i miei sci all’indietro facendo affidamento sull’imbrago e la corda fissa, sento il vuoto nello stomaco. Alla seconda calata, qualche centinaio di metri più in basso, la primavera si è manifestata, mostrando rocce che di solito sono coperte di neve. Qui, come nella prima calata, di solito si tengono gli sci ai piedi, ma questa volta, per salvare le lamine e le solette, li leghiamo ai nostri zaini. Quando raggiungiamo la cima del Fünffingerstöck dopo una lunga pellata, le nuvole si avvicinano. Simone scatta un’ultima foto, Ryan è eccitato come lo è stato dalla prima volta che ci siamo incontrati al party anni ’80. Ora è ancora più su di giri: la montagna occupa una parte importante nella sua anima e nel suo cuore. Le prime curve nella Meiental, la valle dove si trova la Sustlihütte, sono belle. La neve è così indulgente e calda in primavera: sorbetto sopra e ghiaccio duro sotto che trasmette stabilità e sicurezza. La pendenza è giusta per disegnare grandi otto, il pendio ampio e non difficile, lievemente ondulato. Le nuvole scure che nascondono le cime aggiungono mistero al momento. Più in basso, più ci avviciniamo alla Sustlihütte, più la neve diventa pappa. 

© Axel Adolfsson

Lo strato di sorbetto assume consistenza e quello di ghiaccio che sta sotto cala. Lo sci primaverile nella sua forma più infida, subdola e imprevedibile. Una curva troppo forte nel posto sbagliato può innescare un fiume di neve pesante e bagnata che scivola giù per la montagna. E potrebbe anche trascinarti insieme alla colata. Arriviamo alla Sustlihütte poco prima di cena. Ryan è già stato qui all’inizio della stagione quando, come in buona parte dei rifugi dello Schweizer Alpen-Club, era aperto solo il locale invernale. Ora, a stagione inoltrata, alla Sustlihütte c’è il gestore e servizio di albergo. Il prezzo per un pernottamento include la mezza pensione, con prima colazione e cena. Pasti semplici per riempire lo stomaco. Dopo la zuppa, Ryan descrive il piano per il giorno dopo. La giornata inizierà con una lunga salita con gli sci in direzione di Stössensattel, poi una breve discesa sopra la zona conosciuta come Herrengrassen e una ripellata per raggiungere l’inizio della Secret Line, sul lato occidentale del ghiacciaio di Spannort. Da lì sono 1.500 metri di dislivello fino a Engelberg. 

Il terreno intorno all’Herrengrassen è molto vasto, a volte ripido e impegnativo, tra rocce e morene glaciali. Quella che all’inizio sembra una linea interessante, può finire bruscamente in un precipizio. La conoscenza del luogo e l’esperienza di Ryan sono fondamentali. «L’ultima parte dovrebbe essere la più spettacolare» promette. È un couloir con alte pareti coperte di ghiaccio blu, un progetto personale di Ryan, una linea che ha individuato la scorsa estate. Un problema da risolvere, un’idea fissa che deve essere chiusa per mettersi l’anima in pace. O un vuoto da colmare nel suo cuore, sulla strada verso la felicità. Il dessert lascia presto spazio all’alcol. L’arredamento della sala da pranzo non sembra avere molti anni alle spalle. Anche se le strutture sono semplici, la Sustlihütte è come un piccolo castello di montagna, con muri di pietra
e servizi più che adeguati per uno sciatore. Un gruppo di ospiti finlandesi si siede al tavolo accanto al nostro: la loro compagnia scala velocemente la classifica del tavolo più piacevole del rifugio. La mattina dopo, i miei occhi assonnati li vedono mettere le pelli agli sci. Nel frattempo, il sole sta colorando di rosso le cime intorno alla Sustlihütte, fuori dalla finestra della camera dove abbiamo dormito. Sono lontani quando Ryan, Simone e io cominciamo a salire verso Stössensattel. Il couloir Alpenrösli, il canalone che Ryan ha in mente da quasi un anno, è stata l’ultima cosa che ho sciato in questa stagione. Un finale dal sapore agrodolce. C’è la gioia dei giorni trascorsi in compagnia di un’amica di lunga data e di un amico ritrovato, ma alla fine di quel fantastico couloir una sensazione di euforia si è mischiata a un crescente senso di ansia. Le prossime sciate saranno insignificanti in confronto a quello che ho appena vissuto? La stessa ansia che provi quando la persona per la quale batte il tuo cuore ti striscia tra le braccia. In quel momento tutto è magico, ma sapere che il resto dell’esistenza potrebbe non essere mai più così sorprendente è una farfalla che cresce nel mio stomaco. 

DA SAPERE 

Per farsi accompagnare lungo il Titlis Rundtour ci sono
le Guide alpine di Engelberg
engelbergmountainguide.ch 

Rifugio e bivacco di riferimento per gli itinerari proposti
sono il Grassen Biwak
sac-engelberg.ch/grassenbiwak
e la Sustlihütte sustlihuette.ch 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 138 DI OTTOBRE 2021


Skialper Archive / Sesso, droga e la curva perfetta

«Sciare nella neve fresca è la massima essenza dello sci. Significa libertà, con un’enfasi non su come lo si fa, ma sul farlo di più... è al di là dell’attrezzatura, della forma, della tecnica. Forse la cosa più importante è che lo sci nella polvere significa allontanarsi dalla folla in un posto dove non ci sono tracce, impianti, recinti, altri corpi. Solo neve. È un altro mondo». 

Dall’editoriale del primo numero della rivista Powder, 1972

 

C’è tutta una filosofia e un’economia dietro al concetto di essenza – o di anima – degli sport all’aria aperta: chi ce l’ha veramente, dove la si trova e perché. Naturalmente ci sono sport che da sempre rivendicano un’anima che è diventata argomento di promozione e di commercializzazione, nei video e nelle pubblicità: il surf, l’arrampicata e lo sci sono ai primi posti di questa lista.
Ma l’anima può essere sia effimera che onnipresente, più evidente in certe sotto-discipline all’interno della sfera più ampia di qualsiasi attività. Negli sport invernali, è un soffio che avvolge tutto il mondo della neve fresca: powder, poudre, pulverschnee, nieve polvo. Proprio come getting barreled (surfare nel tubo all’interno dell’onda) è l’esperienza più mistica nel surf, così un face shot, uno spruzzo di polvere, è il Santo Graal dello sci. 

Naturalmente l’anima dello sci è un mix perfetto che mette insieme anche i luoghi speciali dove andiamo a caccia di polvere e le persone con cui condividiamo l’esperienza: la formula è semplice: persone + luogo + polvere. Ed è quello che ha attirato e attira sempre di più nella montagna aperta molti di noi, annoiati dall’ambiente artificiale delle località sciistiche. O forse è lo spettro del cambiamento climatico e la preoccupazione che non ci resti molto tempo per godere del fenomeno della neve fresca. Oppure, come recita un cliché un po’ démodé, la polvere è come una droga potente – una volta che l’hai provata, puoi solo desiderarne di più. Qualunque sia la ragione, We want powder è il nuovo We want fast lifts nell’industria degli sport invernali. 

 

«Il vero sciatore non segue gli altri. Non si limita a una pista. È un artista che ricama un bel disegno nella neve vergine e incorrotta. La cresta coperta di neve polverosa per il vero sciatore è come il marmo per lo scultore. La neve la cui bellezza è stata distrutta da migliaia di sciatori sulla pista non registra il passaggio di un altro sciatore. Solo la neve soffice registra i movimenti dei singoli sciatori, ed è unicamente nella neve soffice che il vero artista può esprimersi». 

Arnold Lunn, Le montagne della gioventù, 1925

© Mattias Fredriksson

Ci sono molte attrazioni nella neve fresca. È naturale, per prima cosa. Fresca. Pulita. Brillante. E non fa male quando si cade. Ma i veri aficionados sanno che è molto di più. C’è una certa trascendenza nel galleggiare sulla powder che va al cuore dell’intera esperienza sciistica, qualcosa che non può essere adeguatamente descritto, ma che deve essere sperimentato per essere compreso appieno. C’è chi ha detto che spiegare lo sci nella polvere a un neofita è come spiegare il sesso a una vergine. Banale ma vero, però cercherò di dirlo diversamente. Lo sci nella polvere è una questione di parole e di incapacità di parlare. Di raccontare, ma non riuscire a descrivere. Riguarda il silenzio che ti circonda, ma anche come quella quiete in qualche modo amplifichi il battito del tuo cuore, l’ansimare del tuo respiro, il vento tra gli alberi. Si tratta di grugniti involontari di sforzo e strilli inconsci di gioia. Si tratta di ispirazione. Disperazione. Matrimoni falliti. Cattiva poesia. Sorrisi. Sciocchezze. Dita dei piedi congelate e mal di testa
da gelato. Prime tracce e sci persi. La magica sensazione di affondare seguita da una momentanea assenza di peso. Di arrancare, navigare e surfare, attraverso e sopra a crosta, sastrugi, pappa, cemento e ogni sorta di brutta neve, solo per arrivare alla roba buona. È un modo di sentire. Un modo di pensare. Un modo di vivere. Un modo di condividere. 

L’ultima parte è importante perché la relazione della polvere con gli amici con cui la vivi è difficile da descrivere. Ma farò un tentativo anche per questo. Dolores LaChapelle ha scritto che, se la gioia è la risposta di un amante che riceve ciò che ama, è anche la sensazione che proviamo quando sciamo nella neve polverosa con gli amici. Una gratitudine traboccante che produce i sorrisi assolutamente assurdi che illuminano i nostri volti alla fine di una discesa. Non vedi mai questo tipo di mimiche facciali; non sulle facce di chi lascia un campo da tennis, un campo da golf o una pista di hockey; non su quelle di chi scende da un podio dopo un grande discorso o lascia un club dopo una favolosa serata di ballo. Nient’altro si avvicina al significato dei sorrisi condivisi nella polvere: sono un riflesso della vita pienamente vissuta, insieme, in un tripudio di realtà. 

 

«Non ci si può mai annoiare a sciare nella neve polverosa perché è un dono speciale della relazione tra terra e cielo. Arriva in quantità sufficiente solo in determinati luoghi e in alcuni momenti su questa terra; dura solo un tempo limitato prima che il sole o il vento la trasformino. Le persone le dedicano la loro vita per il piacere di essere così semplicemente in balìa della gravità e della neve». 

Dolores LaChapelle, Earth Wisdom, 1978 

© Mattias Fredriksson

Molti di noi sono così estasiati dai sentimenti generati dalla neve polverosa che girano il mondo per inseguirli nel maggior numero possibile di posti diversi. Quando si parte per un pellegrinaggio in un Paese lontano, su montagne sconosciute, alla ricerca della neve, in realtà si sta cercando qualcosa di più di una semplice scivolata esotica. Ciò che si desidera veramente è cogliere l’attimo e  gli amici del giorno, poi mescolarli insieme. Un nuovo esperimento nel laboratorio dell’inverno. Che si tratti di Europa, Alaska, Canada, Scandinavia, Nuova Zelanda o Giappone, gli ingredienti di base sono gli stessi: roccia, ghiaccio, cime, discese, neve. Eppure tutti sono anche deliziosamente diversi: una nuova latitudine, una luce unica, strane foreste, curiose formazioni di neve. 

Scoprire l’anima dello sci vuol dire seguirne le linee sui fazzoletti di neve di tutto il mondo e i comprensori sciistici hanno giocato con questo desiderio per creare un mercato internazionale. Però i veri top player nella corsa alla polvere profonda si sono tenuti a lungo in disparte, sussurrando i migliori segreti tra di loro nelle code degli impianti di risalita e passandosi la versione beta tra fratelli. Ma, con l’aumento della domanda, questa situazione non poteva durare. Mentre gli operatori turistici soddisfano il crescente appetito del pubblico per le destinazioni uniche, la natura selvaggia e la polvere non tracciata, angoli del mondo tradizionalmente sonnolenti come il Giappone settentrionale, la Turchia e la Bulgaria ospitano un numero sempre maggiore di sciatori in arrivo da tutto il mondo. Diversi comprensori americani ed europei hanno aperto interi settori per il freeride e l’esplosione dello scialpinismo è senza precedenti. Che sia human powered o no, il business della polvere è in piena salute. 

Basti pensare che nella sola British Columbia, in Canada, la capacità dell’industria dello sci backcountry (con una grossa fetta rappresentata da eliski e cat skiing, vale a dire la risalita con mezzi cingolati, ma anche una crescente popolarità dello skialp, che può contare ogni anno su nuovi lodge e itinerari segnalati) è più che raddoppiata nell’ultimo decennio e la domanda supera ancora l’offerta. Confrontate questa ricerca della powder con l’attuale sovrabbondanza globale di spa e terme. Non sono un venditore, ma direi che potrebbe essere una buona pubblicità: i benefici di uno schiaffo in faccia con la neve fredda potrebbero effettivamente superare quelli dell’aromaterapia o della stone therapy lungo la schiena. 

 

«C’è un’esperienza del niente quando si scia nella neve fresca. Ma l’idea del nulla nella nostra cultura è spaventosa e non abbiamo parole per descriverla. Invece nel pensiero taoista è chiamata la pienezza del vuoto da cui provengono tutte le cose. Le mie esperienze con la neve polverosa mi hanno dato i primi barlumi delle infinite potenzialità della mente». 

Dolores LaChapelle, Polvere Profonda Neve, 1993

 

Quest’ultima citazione potrebbe essere un po’ troppo zen per alcuni, ma LaChapelle ha ragione. Quando si arriva al dunque, surfare la neve fresca non riguarda l’esperienza esteriore, ma quella interiore. Riguarda quell’intersezione cruciale di mente e corpo, dove pensiero e sentimento non possono essere separati. Fermarsi in fondo a un pendio e guardare indietro verso una linea che sei convinto sia stata la migliore discesa della tua vita, appoggiandoti alla fettuccia dei bastoncini e sorseggiando l’aria attraverso un sorriso, non appartiene solo a te, ma a tutti quelli che sono stati per qualche minuto in piedi con le gambe che tremano così tanto e hanno vissuto quella stessa esperienza. E non importa quanto sia stata lunga la discesa o quanto ti senta pieno di dolori, importa che sei consapevole che, se anche non dovessi sciare più, andrebbe bene così. Però una discesa nella powder scatena quel tipo di reazione chimica che fa sì che il tuo cervello ne voglia sempre di più, che ti fa pensare di non averne mai abbastanza, e che la prossima volta sarà sempre meglio.
Forse tutte quelle analogie sul sesso e... non erano poi così banali. 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 138 DI OTTOBRE 2021

© Mattias Fredriksson

Chantel Astorga, la donna forte

A Chantel non piace far rumore, forse è proprio per questo che a volte ricerca la solitudine nel suo modo di andare in verticale. Confesso che il suo nome per me era legato alla recente prima solitaria femminile della Cassin Ridge al Denali con uno stile a dir poco fantastico: minimale e sci per avvicinamento e discesa. Un numero come questo del Denali del giugno 2021 però non è alla portata di tutti: avevo capito che Chantel non era soltanto una forte alpinista, ma prima di tutto una donna, una donna forte. Una donna preparata e appassionata per la quale la molla dell’avventura prima di tutto nasce dal piacere di stare  – in modo totalizzante – in montagna. 

Chantel Astorga, atleta del Team The North Face USA, è americana, classe 1985: un’antenata di origine italiana e una vita da vera montanara. Oltre che una delle migliori alpiniste al mondo. Nel curriculum un elenco di salite dall’Alaska all’Himalaya e allo Yosemite che si distinguono non solo per la difficoltà, ma anche per lo stile e il livello di impegno. Non solo sciatrice, ma soprattutto una delle alpiniste top sulla scena mondiale: arrampicata su ogni terreno, dal ghiaccio e misto tecnico in quota alle grandi big wall dello Yosemite. Esattamente dieci anni fa, nel settembre del 2011, insieme a Libby Sauter, a soli 26 anni, ha stabilito un nuovo record di velocità femminile sul Nose a El Capitan, nello Yosemite, salendo la via in 10 ore e 40 minuti. 

Solitamente quando si parla di velocità su The Nose, si pensa ai fantasmagorici record maschili in simul climbing, ma anche queste ragazze avevano voluto dire la loro, polverizzando il record precedente del 2004. Quelli che la conoscono e i suoi partner tecnici dicono che Chantel è sempre rilassata e naturale, quasi non sembra che si stia impegnando molto: la puoi vedere salire su tiri di ghiaccio strapiombanti, attraversare difficili creste incorniciate al buio e arrampicare per oltre 30 ore con un sorriso sul viso. Ed è così che ci ha accolto, con un bel sorriso. Genuino.

Ciao Chantel, prima di parlare dei tuoi più recenti exploit, ci piacerebbe far scoprire ai nostri lettori chi è la Chantel di tutti i giorni; insomma, cosa fai, come vivi la montagna nella tua quotidianità, come è nata la Chantel alpinista di punta che stiamo imparando a conoscere. 

«Beh ecco, la montagna è una presenza di tutti i giorni. Vivo in Idaho, nel nord-ovest degli Stati Uniti, dove lavoro come previsore valanghe per la rete autostradale (e questo la dice lunga sulla quantità di neve che cade in quelle zone, ndr) e per il dipartimento dei trasporti locale. L’autostrada è importante per le comunità rurali, è un passaggio che consente di raggiungere la città, per esigenze anche primarie. Questo lavoro mi permette di trascorrere molte giornate in montagna e sugli sci. Però sono molto attratta dalla scalata in ambiente e mi sono dedicata molto all’arrampicata in velocità, specie nello Yosemite. È pericoloso, ma fa parte della cultura del posto. Nel 2014 ho portato a termine la salita solitaria del Nose in poco più di 24 ore, per la precisione 24 e 39 minuti. Sempre in valle, ho anche chiuso il primo concatenamento femminile in giornata del Nose a El Capitan e della North West Regular Route dell’Half Dome». 

La tua passione è un affare di famiglia o personale? 

«Penso che l’approccio qui sia diverso che in Europa, proprio da un punto di vista culturale. Personalmente non sono nata come climber, ma con i miei genitori praticavo solo escursioni e vita all’aria aperta, fino a quando, da adolescente, mio padre mi portò in Alaska, non lontano dal Denali. Lì l’emozione fu grande, qualcosa cambiò. Iniziai a interessarmi, andavo a comprare libri per documentarmi. Dai 18 anni ho iniziato a trascorrere la maggior parte del mio tempo in montagna, prima lo scialpinismo, poi le salite su ghiaccio in autosicura. C’è un incontro che è stato fondamentale per la mia evoluzione alpinistica, quello con i fratelli gemelli Damian e Willie Benegas. Sono due alpinisti con una grande esperienza in Patagonia e Himalaya e hanno salito un numero incredibile di vette in tutto il mondo. La loro curiosità per l’arrampicata è stata innescata dal padre, Rafael Benegas, che, durante i lunghi e freddi inverni argentini, li intratteneva con le foto e i racconti delle sue avventure in Patagonia. Loro sono stati i miei mentori, mi hanno aiutato a essere meno approssimativa, specie con il materiale. Mi ricordo che quando avevo 19 anni giravo con scarpette da arrampicata non esattamente del mio numero: pensa che a quell’età mi ero messa in testa di sciare il Denali e lo volevo fare con scarponi che erano due numeri più grandi del mio!». 

Dunque quella per la montagna è una passione allround... 

«Esattamente, prima lo sci e poi l’alpinismo e via via terreni sempre più tecnici. Ma l’importante è sempre stato l’essere in montagna». 

Come scegli i tuoi obiettivi, soprattutto quelli più importanti? 

«Principalmente per la loro estetica, per qualcosa che mi colpisce della linea, della montagna, meglio se hanno il fascino del non ancora percorso. Per esempio, per quanto riguarda il Denali, ci avevo trascorso e speso già un sacco di tempo negli anni passati. Gli obiettivi magari se ne stanno nella testa per tanto tempo». 

Come ti prepari per questi obiettivi? 

«Ritengo che gran parte della preparazione risieda in realtà nella visualizzazione dell’obiettivo stesso. Trovo ispirazione dalla sfida mentale di una scalata alpina, dall’arrampicata veloce su big wall, dall’ignoto, dalla ricerca di target che non sono sicura che siano alla mia portata. Da un punto di vista tecnico, la preparazione consiste nel muoversi in montagna, trascorrere il più tempo possibile fuori». 

Quali sono gli spot preferiti per il tuo alpinismo? Visto che ci sei stata molte volte, mi sbaglio se dico Alaska? 

«No, assolutamente! L’Alaska è una delle mie destinazioni preferite. Ci sono spazi enormi, grandi ghiacciai, l’Alaska è spettacolarmente selvaggia. Sono molto affezionata anche alle montagne in cui vivo, in Idaho, il Sawtooth Range. È casa mia e ci passo un sacco di tempo ad allenarmi». 

Abbiamo parlato di Alaska e non posso non chiederti della tua ultima avventura solitaria sulla Cassin Ridge al Denali dello scorso giugno. Da dove è nata questa idea? Un sogno di lunga data? 

«In questi ultimi anni ho passato tanto tempo sola in montagna e non mi dispiace stare con me stessa. Lo faccio arrampicando e soprattutto sugli sci durante l’inverno. Ho iniziato a cercare un obiettivo che mi permettesse questo stile e che mi ingaggiasse allo stesso tempo, con un terreno tecnico e su una grande montagna. Volevo provare, capire come mi sarei sentita. La Cassin è una linea ultra classica, estremamente bella ed estetica.Ho pensato di usare gli sci per l’avvicinamento perché mi avrebbero permesso di essere più veloce e pertanto più sicura. Ci avevo già provato qualche anno fa, ma le condizioni meteo erano orribili. Poi altri obiettivi mi hanno allontanato dall’idea per qualche tempo». 

Come hai scalato, con gli scarponi da sci? Come hai gestito il materiale? 

«Ho scalato con gli scarponi da scialpinismo, degli Atomic leggermente modificati per renderli più rigidi e più caldi. Non ho usato la corda per autosicura, ho scalato tutta la via in free solo. Naturalmente avevo uno spezzone da 30-35 metri per eventuali emergenze e due viti da ghiaccio just in case, ma fortunata- mente non ho usato nulla. A quel punto è stato logico portare il materiale lungo la cresta e continuare fino in cima per poi usare gli sci in discesa. La parte alta della montagna era in pessime condizioni e il mio piano originale di scendere su una main line l’ho subito scartato e ho sciato sulla West Rib, che conoscevo e avevo anche già salito da sola». 

Il momento che porterai con te di questa salita? 

«I momenti clou sono stati l’avvicina- mento, la sciata dalla West Rib e dalla Seattle Ramp, una discesa in una seraccata decisamente complessa di circa 900 metri. Ho aspettato le 11 del mattino per avere neve morbida e infatti era perfetta, ma faceva caldo; ero un po’ impaurita, e in quel momento ho visto un’aquila enorme. È stato magico». 

Cosa ti spinge a salire in solitaria? 

«Mi piace la sensazione di poter essere leggera e voglio capire fin dove mi posso spingere come individuo, quanto posso salire di grado. Così arrivo a conoscermi meglio». 

Pensi che utilizzare gli sci per questo genere di salite o in alta quota porti dei vantaggi? 

«Ritengo che sia un bello stile. Figo! Non certo per terreni tecnici, ma rappresentano un buon compromesso quando ci si deve muovere su pendii o negli avvicinamenti. Mi piace l’alta quota, ci sono stata già due volte, su terreno tecnico, come nel 2017 sulla parete sud-ovest del Nilkantha, nel Garhwal centrale, in India. Vorrei tornare in Himalaya». 

Domanda secca: tre cose che cerchi in un’avventura in montagna. 

«Estetica. Stile. Partnership, che è un po’ strano per una che fa salite solitarie». 

Ultima. Prossimi obiettivi? 

«Preferisco non... ho origini italiane!».