Argentera Reloaded

Mai decollata veramente come stazione sciistica, la località piemontese è uno dei migliori segreti delle Alpi per discese nella polvere profonda. Ma la chiusura degli impianti obbliga a riavvolgere il nastro e disegnare un nuovo futuro

© Federico Ravassard

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

Argentera è sempre stato il posto di cui non bisognava parlare. Troppo bella, troppo poco affollata per essere data in pasto agli affamati di polvere, specialmente quando lì se ne trovava mediamente più che nel resto dell’arco alpino. Protetta dalla massa anche grazie al suo isolamento: dalla pianura del cuneese bisogna sciropparsi cinquanta chilometri di curve, spesso intasati dai tir diretti verso la Francia attraverso il Colle della Maddalena. Da Milano ci vogliono quattro ore, da Torino poco più di due: forse troppi per una stazione che ha da offrire una seggiovia e uno ski-lift. Ciononostante il mito di Arge è cresciuto negli anni, senza tuttavia riuscire mai a diventare un fenomeno mainstream come è successo ad altre località simili – per rimanere in Piemonte – Prali, forse anche a causa del fatto che i suoi frequentatori hanno preferito mantenerla per sé, per fare in modo che nei giorni di polvere in coda agli impianti ci si potesse contare nell’ordine di un paio di decine di sciatori. Oggi Argentera è un comune che deve fare i conti con un dissesto finanziario che sfiora il milione di euro e l’incapacità di garantire un’apertura continua degli impianti, un servizio dal quale dipendono pressoché tutte le altre attività economiche del posto: per diventare un paese fantasma il passo è paurosamente breve, un futuro reso ancora più triste dal brillante esempio dei vicini di casa. Situata immediatamente più a monte, infatti, luccica la Val Maira, divenuta nel corso degli ultimi anni un esempio da manuale di come riconvertire in ottica turistico-sportiva una valle destinata all’oblio. Com’è possibile che due luoghi apparentemente simili abbiano conosciuto destini tanto diversi?

All’inizio degli anni ’80 c’era gran fermento, mi racconta Vince Ravaschietto, Maestro di sci e Guida alpina, quando ci incontriamo in un bar di Borgo San Dalmazzo. Lui arrivò ad Argentera dopo essere stato Direttore della scuola di sci di Limonetto e l’idea della dirigenza era proprio quella di creare in Valle Stura una stazione superiore alla Riserva Bianca di Limone. Il gestore della stazione sarebbe stato Carlo Marchisio, che aveva già lavorato a Gressoney e Pontechianale. Si partì però con un grosso handicap, quello dell’inverno 1980/81, quando l’assenza di nevicate fece esodare i facoltosi turisti scandinavi verso la più rassicurante Val d’Aosta. Nonostante ciò i progetti erano pronti: lo ski-lift Andelplan, servito dalla seggiovia biposto Pie del Beu, avrebbe collegato la piccola stazione con il Vallone di Ferriere, allo sbocco del quale era in costruzione il Villaggio Primavera; il vallone, ricco di campi aperti, sarebbe stato perfetto per ospitare numerosi altri impianti di risalita. Sull’altro lato della valle, invece, il pezzo forte sarebbe stato il Villaggio Roi Soleil, comodamente raggiungibile con un breve ski-lift appositamente costruito. La morte del dirigente di allora e la conseguente mancanza di una figura di riferimento fece sì che tutte le possibili idee rimasero tali, e il decollo di Argentera si trasformò in una rincorsa continua senza mai arrivare al momento di stacco, con qualche occasionale interessamento da parte di imprenditori che si concludeva poi in un nulla di fatto. Vince mi racconta anche di quando, a metà del decennio, accompagnò in un sopralluogo alcuni tecnici venuti lì per conto di un grande costruttore lombardo, tale Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, però, oltre alle chiacchiere non ci fu molto altro. La mancanza di una leadership e una progettualità costante negli anni fece sì che Argentera rimanesse la piccola stazione che era in origine. Lo ski-lift del Roi Soleil venne riconvertito in baby e i cantieri rimasero tali, senza che nessuno, nel corso degli anni, abbia avuto il coraggio di metterci le mani sopra.

© Federico Ravassard

La seconda vita di Arge comincia dopo gli anni 2000, quando anche in Italia esplode la moda del freeride e dello snowboard. Il potenziale di quelle montagne di colpo diventa chiaro a tutti e poco alla volta la voce comincia a girare nell’ambiente, senza mai diventare troppo forte. Una specie di segreto massonico che serpeggia tra gli appassionati piemontesi, che la frequentano silenziosamente durante l’inverno, quando in settimana si ritrovano a girare sulla biposto. Tra loro c’è anche Daniele Molineris, inconsapevole del fatto che in quei boschi la sua vita sarebbe cambiata e sarebbe diventato in pochi anni uno dei più affermati fotografi outdoor italiani. «Io e i miei amici abbiamo sempre girato ad Arge, per noi era la stazione dietro casa. Non ci siamo mai resi conto davvero di quanto quei pendii fossero unici» mi racconta quando vado a trovarlo nel suo studio di Boves, ai piedi delle montagne. Nelle foto che mi mostra compare con le ciaspole nei piedi e la tavola sulle spalle. A quell’epoca lavorava ancora come grafico e la fotografia era poco più che un passatempo. Nel 2012 le cose hanno preso una piega inaspettata, grazie a un lavoretto apparentemente innocuo: ad Argentera viene organizzato il Norrona Day con il supporto di un negozio di Borgo San Dalmazzo e Daniele si offre come fotografo per l’iniziativa. Gira con Giuliano Bordoni, ambassador del marchio, e quelle immagini lo lanceranno nell’ambiente. Nello stesso inverno fa un altro incontro cruciale per la sua carriera. «A un certo punto vedo una coppia di sciatori, due figurini vestiti di tutto punto da The North Face. Riconosco in uno dei due il volto conosciuto di uno dei fotografi più quotati nell’ambiente: era Damiano Levati insieme alla compagna. All’epoca non lo conoscevo di persona, sono state proprio le discese di quel giorno a far sì che entrassi in contatto con lui. Qualche tempo dopo mi sono licenziato e ho iniziato la mia strada di fotografo freelance».

In quel periodo Arge comincia a essere leggermente più conosciuta, la voce che esista un paradiso della powder in basso Piemonte inizia a girare tra gli addetti ai lavori, disposti a percorrere centinaia di chilometri per verificare la realtà dei fatti. «Mi ricordo che una volta Giuliano e Paolo Marazzi sono venuti in giornata dalla Lombardia, lo stesso hanno iniziato a fare anche gli sciatori dell’Appennino». A Daniele sembrava folle l’idea di venire fin là per, letteralmente, un paio di impianti, ma a quanto pare l’unicità del posto sembrava veramente attrarre sciatori da ogni dove. Nel 2013 sbarcano anche le star del freeride Kaj Zackrisson, Henrik Windstedt e Mike Douglas con la troupe di Salomon TV e anche il loro feedback è decisamente positivo. Tuttavia le pubblicazioni rimangono più contenute, come se i local non volessero parlare apertamente del loro gioco preferito. «Quando penso alle difficoltà economiche di Arge, mi sento un po’ in colpa» ammette Daniele. «Forse abbiamo una responsabilità anche noi se la stazione non è mai veramente esplosa, causando uno stallo economico che ne ha di fatto bloccato lo sviluppo. Allo stesso tempo però ci piaceva l’atmosfera intima, non è mai stata una Chamonix o una Gressoney: in coda agli impianti ci si salutava tutti tra amici». Dalle parole di Daniele mi rendo conto quanto, in questo luogo, sia forte l’egoistico paradosso della polvere: siamo tutti amici, ma guai se tracci il pendio prima di me. Una specie di morbo nascosto da tutti, me e voi compresi: da un lato siamo fieri di fare parte di una comunità, dall’altro non vogliamo assolutamente condividere certi luoghi per conservare il privilegio della prima traccia.

Candide Thovex ad Argentera © Enrico Turnaturi

Negli stessi anni un altro local girava quasi indisturbato in Valle Stura. Paolo Pernigotti stava diventando Guida alpina e, insieme a pochi altri adepti, quando il tracciabile era stato tracciato era tra i pochi in zona a fare scialpinismo con la chiara idea di divertirsi il più possibile in discesa. Nel cuneese, terra di gare e materiali light, gli sci fat con cui pellava insieme alla cricca del Nowork Team erano visti come oggetti alieni. «Arge era un mondo a sé stante, a partire da chi ci lavorava. Il luogo di ritrovo era il Polar, un hangar alla partenza della biposto riadattato a bar. Lo gestiva l’Emi, che ora si è trasferito in Spagna. Emi aveva aperto anche un piccolo chalet in alto e quando capitavi lì ti offriva un Cuba Libre tra una run e l’altra. Si grigliava e si sparava musica dalle casse tutto il giorno. Ogni tanto comparivano snowboarder stranieri, che scavavano kicker ovunque, roba che ti sparava in aria per metri». È Pallo che mi racconta poi dei problemi degli ultimi anni, quando le difficoltà crescenti si sono trasformate nell’apertura a singhiozzo della seggiovia: spesso non venivano venduti abbastanza skipass per compensare le ore di lavoro degli impiantisti. Nel 2017 Arge ha iniziato ad aprire solo nei fine settimana, concentrando la folla in pochi giorni e intaccando di fatto la magia di tracciare in solitudine. Proprio in quell’inverno però Pallo ha fatto le sue sciate migliori. «Erano i giorni del Burian, ogni notte nevicava mezzo metro. Quell’anno era cominciato sotto tono e in tanti avevano accantonato l’idea di sciare lì. Ci siamo ritrovati a girare in due, io e Matti (al secolo Mattia Tosello, Maestro di sci di Limone) per quattro giorni. Ora se penso all’ipotesi concreta che chiudano definitivamente gli impianti vado fuori di testa».

Esattamente, è proprio così: a dirmelo era stato lo stesso Pallo qualche settimana prima, quando ci eravamo incrociati a Finale. Negli ultimi autunni l’apertura è rimasta incerta fino all’ultimo per poi sbloccarsi, ma quest’anno i fatti sembrano virare più verso il no, con tutto ciò che comporterebbe per la situazione già critica del Comune. Qualche giorno dopo contatto l’ex gestore, che schietto mi conferma la non apertura, perché l’impianto è arrivato alla scadenza tecnica e mancano tempo e risorse economiche per ammodernarlo. Altre voci, però, sembrano smentirlo: qualcuno dice che alla fine apriranno, altri no. Il destino di Argentera continua a essere avvolto nel mistero, nella mancanza di certezze, e il passato recente non fa che confermare questa tendenza. Nel 2016 il sindaco di allora, Armando Giavelli, venne accusato di turbativa d’asta, peculato e abuso d’ufficio nell’ambito della gestione di fondi dell’Unione Europea per i piccoli comuni e dovette scontare sei mesi di arresti domiciliari e dimettersi dalla carica. Nell’ottobre del 2019 Giavelli è stato assolto: il fatto non sussiste, dirà il Tribunale di Cuneo. Nel frattempo il declino di Argentera è continuato inesorabilmente e la patata bollente è passata a Monica Ciaburro, sindaca dal 2017. Quando la chiamo al telefono mi risponde da Roma, dove è membro della Camera dei Deputati per Fratelli d’Italia. Mi racconta di come il Comune, proprietario degli impianti, sia stato tagliato fuori dai fondi per le comunità montane per il suo dissesto di oltre 800.000 euro: a causa dei debiti e dei 13 mutui aperti dal ’94 a oggi, si ritrova nell’impossibilità di accedere a possibili aiuti economici per dire stop alla catena di eventi che ne hanno caratterizzato la discesa verso il baratro negli ultimi quarant’anni. La presenza di numerosi creditori nelle liste dei fornitori non fa altro che peggiorare la situazione, perché numerose ditte specializzate rifiutano di lavorare con le strutture comunali senza un pagamento anticipato.

In un contesto di lento abbandono tuttavia c’è chi, mosso dai sentimenti prima ancora che dai calcoli, ha deciso di provarci ancora: conosco così Alessandro Vola, che insieme alla compagna Franca è rimasto uno dei pochi a gestire un’attività commerciale nella zona di Argentera. D’estate gestisce il rifugio Prati del Vallone, mentre in inverno si sposta esattamente nel cuore di Bersezio, la borgata nella quale arrivano molti itinerari fuoripista del vallone di Ferrere. Qui da un anno ha aperto il bar Base Prati del Vallone, cercando di dare ad Argentera quello che da qualche anno mancava: un punto di riferimento per i freerider e gli scialpinisti. Con la collaborazione delle Guide alpine di Global Mountain, tra cui Paolo Pernigotti e Vincenzo Ravaschietto, ha creato un centro dove, oltre al servizio di ristorazione, fosse possibile noleggiare materiale da skialp e freeride e tenere lezioni teoriche per i corsi di scialpinismo, oltre a preparare un campo artva per le esercitazioni. Quando ci vediamo per pranzo è una nebbiosa mattinata di metà novembre. Nei giorni precedenti qualcuno ha già sciato riferendo di condizioni invernali, Alle invece ha ancora da fare per preparare gli chalet che affitta per la stagione. Qui ci è arrivato nel 2001, dopo aver lavorato come impiantista in altri comprensori, tra cui la Vialattea. Mi racconta che ormai quassù sono rimasti in pochi: oltre a lui ci sono una pasticceria, un negozio di alimentari, un paio di alberghi e poco altro. Gli under 40 sono pressoché scomparsi e tra i giovani la più anziana ha 16 anni ed è difficile immaginare che rimarrà qui finito il liceo. Quando discutiamo della possibile non apertura degli impianti, Alle scuote la testa preoccupato: a differenza della Val Maira, qui il turismo in settimana è piuttosto limitato, a causa anche della mancanza dei servizi turistici essenziali e con il solo pubblico degli scialpinisti del weekend sarebbe romantico ma molto complicato tirare avanti. Dopo pranzo ci tiene a farmi visitare il suo campo base dove accoglierà i clienti nel corso dell’inverno. Sulla stufa nella sala centrale campeggia un autografo conosciuto: Candide Thovex. «Ha sciato qui l’anno scorso, ha avuto la fortuna di capitare nella giornata giusta e con gli impianti aperti – mi racconta – La stufa l’ho scelta bianca apposta perché vorrei che diventasse una sorta di libro degli ospiti, poco alla volta». Parlando di futuro, Alle sa che il destino della località è nelle mani dei pochi che hanno ancora il coraggio di investirci dei soldi, lui compreso. Oltre che della bontà delle stagioni: il bene primario di Argentera, nel caso non lo si fosse capito, è proprio la qualità della neve, spesso superiore a quella di vallate ben più famose, ma ciò non è bastato a garantirne la sopravvivenza fino ad ora.

© Maurizio Fasano

Per trovare uno sportello bancomat bisogna percorrere una decina di chilometri e arrivare a Pietraporzio. Poco più a valle si trova Sambuco, diventata un’eccellenza locale grazie al ristorante e all’albergo Della Pace gestiti dalla famiglia Bartolo, spesso affollati di turisti stranieri. Un successo che stride invece con la situazione ammorbata di Argentera, dove decenni di cattiva gestione e mancanza di figure centrali hanno fatto sì che i danni si accumulassero fino a ricadere su chi, ora, ha deciso di restare. L’ennesima dimostrazione risale a questo autunno, quando è stato rimosso il ponte sulla Stura che permetteva di partire con le pelli direttamente dalla partenza degli impianti: si trattava di un abuso edilizio sul quale si è soprasseduto per anni, fino a che non è stato necessario fare qualcosa. Nelle sue condizioni economiche Argentera deve rigare dritto e nei concorsi pubblici, là dove le era ancora consentito partecipare, risultava spesso penalizzata, come nell’aggiudicarsi i fondi destinati alle stazioni sciistiche piemontesi. Un bando nel quale non veniva fatta distinzione in base alle dimensioni e al fatturato, portando piccole realtà a dovere giocarsela con le garanzie offerta da colossi come la Riserva Bianca di Limone o la Vialattea. Dopo l’incontro con Alle rimango a farmi un giro a piedi in paese. La nebbia e la leggera nevicata in corso ne accentuano la crisi. Nel piazzale degli impianti l’accumulo di neve supera già il metro ed è stata pulita solo una striminzita traccia che però non arriva alla porta della segretaria. La frazione di Argentera, poco più a monte, è angosciosamente deserta. Sui marciapiedi non si vedono impronte e anche i depositi davanti alle porte sono ancora freschi, come se nessuno li calpestasse da giorni, e probabilmente è davvero così. Qua e là si scorgono dei cartelli di vendita, alcuni già sbiaditi dal tempo. A pochi giorni dall’ormai improbabile apertura per la stagione 2019/20 si indice una nuova assemblea tra gli abitanti del paese per capire se esiste la possibilità di un salvataggio in corner: purtroppo, l’esito è negativo. Rimane una possibilità per garantire almeno il funzionamento del baby, per permettere l’accoglienza delle famiglie, ma si tratta di un palliativo che poco può contro la sconfitta morale ed economica di una località il cui potenziale è rimasto inespresso a causa di una catena di eventi che dalla sua apertura si è prorogata fino a oggi.

Penso ad Alle e ai pochi che rimarranno su a presidiare il fortino contro l’abbandono: la speranza è che un inverno di fermo degli impianti possa far esplodere l’alta Valle Stura come mecca dello scialpinismo sia invernale che primaverile, e allo stesso tempo dare la giusta scossa da cui ripartire. Le premesse, in fondo, ci sono sempre state, sotto forma di un innevamento spesso oltre la media per quantità e qualità, e a differenza del precedente questo inverno è partito in pompa magna. Quella che invece è mancata è stata una direzione comune nella quale procedere, mettendo da parte attriti fra i singoli elementi che potrebbero cambiare le sorti di una valle a pochi passi dal baratro. E allo stesso tempo cercare di uscire da quell’aura di mistero e di non detto che ne ha in parte frenato l’ascesa: qualcuno sussurra che il rischio è che nelle giornate giuste si intasi come ormai succede a Prali, una località che ha saputo rilanciarsi (e salvarsi) in pochi anni grazie alla sua fama di stazione freeride-oriented. Tuttavia, dall’essere un secret spot al diventare un insieme di piloni arrugginiti e baite abbandonate dimenticato il passo è purtroppo breve ed è proprio Argentera a insegnarcelo. Ovunque, nelle Alpi, esistono luoghi che rischiano di morire e che proprio per questo possono avere un fascino particolare, oltre che l’assenza di altri pretendenti per la prima traccia, con le pelli o con gli impianti: piccole borgate che meritano di essere salvate attraverso la loro frequentazione, perché raccontano e custodiscono il passato e il futuro delle Alpi al pari di località più blasonate. Probabilmente poter dire di aver sciato l’Incianao immacolato fa meno figo di aver vibrato su un Toula coperto di gobbe, ma è proprio da qui che bisognerà ripartire.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

© Federico Ravassard

 

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