Modello Valle Maira

Più conosciuta all’estero che in Italia, la valle cuneese è stata abbandonata a se stessa per quasi un secolo, prima di tornare a fiorire grazie all’intuizione di una coppia di escursionisti tedeschi e al turismo lento e sostenibile. E al tempo della pandemia si propone come prototipo del nuovo turismo alpino. In estate come in inverno

© Daniele Molineris

L’estate 2020 è stata, per molti italiani, quella in cui si è riscoperta la bellezza del proprio paese e del turismo della porta accanto, che ti fa pensare perché non fossi mai andato in quella valle non così lontana da casa. Qua e là, tra Alpi e Appennino, esistono una miriade di piccoli borghi dove negli ultimi anni per resistere allo spopolamento si è scelto di puntare su modelli slow, dove l’esclusività non è data tanto da listini fuori misura, quanto dall’isolamento (parola ormai sdoganata, ma fino a pochi mesi fa realmente apprezzata solo da pochi) e dal numero limitato di strutture ricettive, in controtendenza ai modelli mordi-e-fuggi in cui tutto, dal prezzo della camera ai metri quadrati liberi in spiaggia, viene tirato al minimo. Una scelta spesso premiata, a conferma che sarà pure un’offerta di nicchia, ma si tratta di una nicchia molto forte.

Nelle Alpi del Cuneese esiste una valle in cui tutto questo è avvenuto non in tempi recenti, ma parte da molto più lontano, da un momento in cui il turismo montano era ancora quello delle località pettinate raccontate nei film dei Vanzina: la Valle Maira. Situata nel cuore delle valli occitane, la Val Maira è stata per molto tempo isolata a causa della morfologia del territorio, tanto che fino al ‘900 le comunicazioni e gli spostamenti avvenivano perlopiù tra i colli che la collegano alla Val Varaita, alla Valle Stura e alla Francia anziché lungo gli oltre 40 chilometri necessari ad arrivare in pianura. Situata alla testata della valle, si trova Chiappera, che dai 300 abitanti di un tempo si è progressivamente svuotata durante il XX secolo, quando le Americhe e le grandi città industriali attraevano a sé i valligiani come le sirene con i marinai. Tutto questo avveniva in contemporanea al boom improvviso delle località alpine, grazie agli impianti sciistici, un fatto che, per quanto dannoso in quel momento, cinquant’anni più tardi si sarebbe rivelato autentica fortuna. A conferma del definitivo svuotamento del paese ci fu la chiusura della scuola nel 1972 a causa della mancanza di studenti, che già prima la frequentavano in classi uniche per tutto l’esiguo ciclo di studi. Spesso capitava che, in procinto di terminare le elementari, gli insegnanti bocciassero di proposito i loro allievi a più riprese, fino al raggiungimento dell’età minima per iniziare a lavorare.

Alla fine degli anni ‘80 Chiappera era una frazione ormai diroccata, frequentata solo dai pochi alpinisti che bazzicavano fra Torre Castello e la Rocca Provenzale. La svolta arrivò in modo fortuito con una coppia di escursionisti tedeschi, giunti qui senza un ben precisato motivo, che si innamorarono all’istante di queste montagne deserte. Andrea e Maria Schneider persero la testa al punto di decidere di aprire la prima struttura per turisti dopo decenni di abbandono, con l’idea di iniziare a promuovere un turismo basato su numeri piccoli, valorizzazione del territorio e della cucina locale. Le loro idee, quasi strampalate per l’epoca, vennero appoggiate dagli operatori locali che cominciarono a guardarsi intorno in cerca di ispirazione: i paesi del Queyras francese erano quanto più simile a ciò in cui avrebbero voluto trasformare una valle abbandonata a se stessa. Nel 1992 venne istituita la rete dei Sentieri Occitani, basandosi sui percorsi che durante il Medioevo collegavano i centri dell’Occitania, un’area estesa dai Pirenei al cuneese in cui, secoli prima dell’Unione Europea, popoli diversi tra loro erano uniti da una lingua e una cultura comune. L’obiettivo non era tanto quello di creare un trekking come altri, da rifugio a rifugio attraversi passi di alta montagna, ma quello di muoversi a quote di media valle, da paese a paese, lungo un itinerario che puntava a far scoprire tradizioni e gastronomia locali. Sempre per favorire l’accessibilità venne attivato il servizio di sherpa bus con il quale trasportare i bagagli e poter viaggiare leggeri durante il giorno.

© Federico Ravassard

La promozione di Chiappera, della vicina Acceglio e di tutta la Valle Maira – perché, come ci tengono a precisare gli abitanti, ha più senso parlare di una valle intera piuttosto che di singoli paesi – è avvenuta inizialmente nei mercati di lingua tedesca, proprio grazie al lavoro di Maria Schneider, per poi estendersi alla Svizzera, alla Francia e in seguito anche a Inghilterra e Scandinavia. I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi l’uno con l’altro perfettamente, in barba agli italici stereotipi. Le amministrazioni comunali non intervengono nelle scelte degli operatori turistici, i malgari possono servire i loro prodotti sulle tavole dei ristoranti grazie a una filiera diretta, le strutture ricettive, tutte di piccole dimensioni, si spartiscono i clienti senza invidie e attriti: quando si chiede in giro come sia possibile tutto questo, la risposta è spesso la stessa. «L’importante è che il turista venga in valle e si senta coccolato, tutto il resto viene dopo». A illustrarmi il piccolo miracolo della Valle Maira in un giorno di settembre è Stefano Busso che, innamorato da sempre di questi luoghi, ha deciso di (ri)dare vita alla vecchia scuola di Chiappera, trasformandola in un albergo diffuso con annesso ristorante. Le aule, completamente smantellate, sono diventate stanze per gli ospiti, così come alcuni fienili e baite nei paraggi. La Scuola (sì, l’ha chiamata proprio così) è la sintesi delle idee che hanno reso unica questa valle, a partire dal numero di stanze, limitato ad appena dieci, che la rendono la struttura più grande (ma sarebbe più corretto dire meno piccola) di Chiappera. Questa limitazione è dovuta anche a vincoli regionali istituiti nel 1973 che proibiscono tuttora nuove costruzioni a favore del ripristino degli edifici storici, congelando il borgo a com’era mezzo secolo fa, fatta eccezione per i pascoli ormai riconquistati dai boschi.

Sebbene quest’estate il 95% dei clienti fosse italiano, in periodi normali il rapporto è pressoché invertito, favorito anche dal fatto che i turisti stranieri tendono più spesso a organizzare le vacanze da un anno all’altro, elemento determinante per una località dove le richieste di pernotto sono il triplo dei posti disponibili. Quando chiedo a Stefano come si immagina il futuro di questi luoghi, lui fa spallucce: semplicemente me lo immagino così. Sì, perché gli abitanti della Valle Maira, in anticipo sui tempi, hanno già capito che la qualità – di vita, di lavoro, di servizi offerti e ricevuti – ha un prezzo, che è quello della crescita sostenibile e organica, in contrapposizione a quella pompata da grandi flussi di denaro e campagne marketing che da un anno all’altro ti portano migliaia di turisti in più su sentieri che comunque rimangono stretti come sempre. Certo, non bisogna immaginarsela come una sorta di piccolo eden in cui si parla occitano: le vie di comunicazione sono scomode, i ragazzi devono fare chilometri di pullman per andare al liceo e l’inverno, per quanto riempito dai gruppi di scialpinisti, rimane una stagione faticosa, tanto piena di spese quanto di incognite. Ma nel caso in cui si dovesse stilare un modello per un turismo alpino distante dalle masse che affollano il lago di Sorapis e i sentieri di Chamonix, un salto in Val Maira sarebbe doveroso farlo. Magari con gli sci, anche a costo di doversi probabilmente battere la traccia in mezzo al nulla senza sapere dove si finirà, che in fondo è quello che ha fatto trent’anni fa Maria Schneider.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132

© Federico Ravassard

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