Lettera da Sauris

© Luciano Gaudenzo/Photofvg

Sono arrivata quassù forse per destino. Avevo un paio di ore di buco per un’intervista saltata durante una trasferta a Sauris e la voglia di scoprire quella frazione che non avevo mai visto. Era un’occasione da sfruttare anche perché nella valle del Lumiei, dove la Carnia si spinge verso il Cadore, bisogna venirci apposta. Era inizio marzo, c’erano il sole e la neve. Sono salita a Lateis senza davvero sapere cosa aspettarmi. Ho trovato un silenzio tangibile, una cinquantina di case con in mezzo una chiesetta e, intorno, una natura potente. I prati, chiusi da boschi di faggio e di abeti, e poi le montagne, più rocciose e potenti a Sud, più morbide verso Nord. Arrivata in cima, alla borgata Ameikelan, ho notato uno stavolo, una vecchia stalla con il suo fienile, in posizione strategica: non solo davanti al Tinisa, la montagna che protegge Lateis, ma affacciato sul Bivera. Il Bivera si distingue dalle altre Alpi Carniche per la forma svettante, per il tratto di cengia orientale rossa di ammoniti.

In sintesi, per la sua bellezza. Da quello stavolo, la vista sul Bivera era indubbiamente perfetta. Sono passati quattro anni e il Bivera ora lo ammiro praticamente da ogni finestra di casa, dallo stavolo scoperto in quella luminosa giornata di marzo. Al mattino, quando sollevo gli oscuranti dell’abbaino, mi dà il buon giorno. Spesso esco ad ammirarlo la sera, al buio: non c’è inquinamento luminoso e nelle giornate di luna piena, con la neve, il manto bianco riflette la luce del cielo. Lo vedo dal salotto, quando lavoro e cerco ispirazione. Anche quando mangio ci scrutiamo. Occhi negli occhi. Lui ed io. È la vetta più famosa della zona, ma non certo l’unica. E si risale con gli sci. Da Casera Razzo, volendo fare le cose facili, si segue la forestale per Casera Mediana, riscaldandosi con calma, girando poi verso Chiansaveit, quindi su per il vallone tra Bivera e Clapsavon. Puntando prima alla forcella e poi alla spalla Sud della montagna. È una classica primaverile. In cima il panorama è fantastico: il Lago di Sauris, le Dolomiti, la Marmolada, ma anche i Tauri e il Grossglockner, se la giornata è limpida. E la discesa è bella ampia, super divertente. Si scia anche sin sulla cima, piatta, del Clapsavon: si spinge sempre da Razzo a Chiansaveit e poi, lasciata la casera sulla sinistra, si inizia a salire, verso la sella alla sinistra della vetta. Per entrambi si può partire sci ai piedi anche da Sauris, aggiungendo metri di dislivello, anche perché la strada che collega Sauris di Sopra alla Sella di Razzo in inverno è chiusa. Oppure si possono scegliere varianti più impegnative, discese più ripide.

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Di sciate, qui, se ne fanno parecchie. Anche perché si parte dai paesi già a una buona quota: 1.240 metri per Lateis, 1.212 per Sauris di Sotto, 1.398 per Sauris di Sopra. Il distanziamento fisico è garantito: gli abitanti sono meno di 400, c’è turismo, sì, ma non è certo opprimente. Puoi salire e scendere senza incontrare nessuno. Il problema, spesso, è che ti tocca batter traccia. Però si scende su un manto intonso. Il bello di questa zona è che puoi guardarti intorno, scegliere una cima e provare a salirla. Soprattutto sul versante delle malghe, quello che si spinge verso la Val Pesarina, ci sono per lo più gite facili, mai troppo ripide, mai troppo lunghe. Torondon, Novarza, Gerona, Pieltinis, Morgenlait, Olbe. Ma non solo. Dall’altra parte, verso il passo Pura, Nauleni, Colmaier, Cavallo di Cervia, Tinisa per i più bravi. Più avanti, verso il Veneto, ci sono Bivera e Clapsavon, ma anche Col Marende, Col Sarende e poi i Brentoni. Punti una vetta, attendi le condizioni giuste e provi a salire, con un mix di fantasia e testardaggine se è un itinerario nuovo o inusuale. Partendo da casa a piedi o con gli sci. Se manca la neve, e le distanze sono lunghe, magari in bici. Qui a Sauris i maestri di questo sport green e di totale immersione nella natura sono Francesca Domini e Marco Stefanuto. Salgono a Sella di Razzo in bicicletta, partendo da casa, lungo il lago. Non vogliono portarsi dietro troppo peso, pedalano con gli scarponi da sci ai piedi. Sono 16 chilometri, tutti di salita, circa 700 metri di dislivello. Se la meta è la zona di Passo Pura, quindi oltre la diga del lago, verso Ampezzo, si pedala ancora. «Oltre il coronamento della diga e il tunnel, sino alla quota neve» spiega Francesca. «Ma si può passare di là anche con il kayak. E sino a qualche anno fa, quando faceva più freddo, sfruttavamo il lago ghiacciaio, per camminarci sopra» aggiunge. Così una gita di scialpinismo, a due passi da casa, diventa una vera esperienza, quasi un’avventura. Francesca ci si è abituata da ragazzina, vivendo la natura. Poi per la laurea, in scienze forestali, ha cercato e frequentato le arene di canto dei galli cedroni, zone di corteggiamento segretissime. Rimanendo in appostamento, nascosta nel bosco, in attesa delle parate, dei richiami, dei combattimenti che precedono gli accoppiamenti. Immergersi nel bosco non le fa certo paura. Gestiscono un’azienda agricola, Bianco Sauris, che crea formaggi di capra. Lo fanno da una decina d’anni, con una passione immensa: per l’ambiente, le capre, la vita rustica, sincera, in natura. Si sono sposati nel maggio del 2011 quasi in sella al Bivera. «Partimmo con il buio da casa, noi due con don Piller, il parroco sciatore di Sauris, e il suo cane, Fox. Era sereno, poi arrivarono la pioggia, la grandine, quindi la neve, il vento. A 50 metri dalla croce di vetta dovemmo rinunciare. Ci scambiammo le fedi e poi via, una meravigliosa discesa nella polvere» ricorda Francesca. Il viaggio di nozze fu una corsa sino alla Lesachtal, la vallata carinziana da cui arrivarono, nel medioevo, i saurani. Circa 60 chilometri su e giù tra monti e vallate.

La loro vita è scandita dalle esigenze delle capre Nere di Verzasca. Animali vivaci, resistenti al freddo, amanti della vita in alta quota. Ce ne sono ancora poche e resistono. Come Francesca, come Marco, come Selva, il loro cane: forse per questo le hanno volute con loro. «È un lavoro impegnativo e coinvolgente, ma puoi trovare i tuoi tempi. Anche se ci sono i capretti piccoli, tra gennaio e febbraio, quelle tre o quattro ore per una sciata, tra una poppata e l’altra, si trovano» spiega Marco sorridendo. Francesca ha imparato a sciare da ragazzina, seguendo Sergio, «il suo secondo papà», quando andava sulle creste, sopra le malghe, a controllare il livello della neve per l’Enel, che gestiva la diga del lago di Sauris. Usava sci militari, lunghi e pesanti. Soprattutto per una piccolina come lei, che nei periodi di magra, quando è più stanca, non arriva neanche a 40 chili. Marco, nato e cresciuto a Portogruaro, in pianura, qui ci è arrivato dopo. «Ho imparato a fare scialpinismo con gli amici di Timau, di Malga Pramosio, andavamo spesso sui Tauri» racconta. Entrati entrambi nel Soccorso Alpino, sezione di Forni di Sopra, ne sono usciti qualche anno fa. Perché l’impegno con le capre li fagocita. Non possono allontanarsi per le esercitazioni, pensando magari di star fuori più giorni. E ovviamente neanche pensare a vacanze, a viaggi su altre montagne. Ma a loro non pesa. Anzi. «Abbiamo scelto ciò che facciamo e lo amiamo. Ci mettiamo tempo, impegno, entusiasmo perché ci crediamo. Intorno abbiamo montagne che in pochi conoscono, dove possiamo ancora scoprire un versante per noi inesplorato, una discesa che non avevamo considerato» spiega Marco. C’è il vantaggio indubbio di essere dei local. Conosci i pendii pericolosi, sai dove scarica, sai quando la neve si trasforma e se c’è già fondo e inizia a nevicare ti cambi e sei pronto per partire. In genere non trovi i pendii solcati, affollamento. E in tempi di Covid-19 è semplicemente perfetto.

Marco mi porge Let my people go surfing, il libro che racconta la filosofia di Yvon Chouinard, il fondatore del brand Patagonia. «Amare i luoghi incontaminati significa partecipare alla lotta per salvarli, impegnandosi per ridurre l’impatto ambientale. Senza sprecare, limitando il consumo» commenta. Sembra scritto per loro. Vivono in modo semplice, consapevoli e contenti di farlo. Per questo sono arrivati a Sauris, dieci anni fa. Francesca ci era cresciuta, sì, poi con la scuola e il lavoro se ne era allontanata. «Volevamo proteggere la montagna. Chi la protegge è chi ci lavora amandola, chi la gestisce» mi spiega. Lo scialpinismo, la neve, sono una passione, ma il loro progetto è più ambizioso, immensamente più impegnativo: essere montanari moderni, numi tutelari del territorio. Aiutare la montagna, almeno la loro montagna, a rimanere se stessa.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132

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