Valanghe, quanto è pericolosa la nostra mente?

Senza quasi accorgersene, capita di gestire alcune situazioni tipiche dello skialp e dello sci lontano dalle piste battute secondo procedimenti euristici, cioè attraverso metodi di approccio alla soluzione dei problemi che non seguono un percorso rigoroso ma, piuttosto, affidandoci all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze. Così facendo, siamo portati a prevedere un risultato che tuttavia resta da convalidare. Ovvero la certezza di essere al riparo da una situazione di distacco di valanga non ce l’abbiamo, anzi, con questi comportamenti quasi la escludiamo. Incappiamo appunto nelle cosiddette trappole euristiche. Entrando nello specifico, Igor Chiambretti e Anselmo Cagnati, nell’ambito dei corsi per osservatore nivologico dell’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe), hanno cercato di classificare i profili psicologici di scialpinisti e freerider e quei meccanismi che inducono anche i più esperti a esporsi a un eccessivo rischio di essere travolti da una valanga. Per semplicità, ecco le più comuni trappole euristiche: 

familiarità: 

siamo sempre passati di qui, è già tracciato. Invece di cercare le scelte e i comportamenti più adatti alla situazione del momento, si tende a ripercorrere scelte precedenti; 

eccesso di determinazione: 

ormai siamo arrivati fin qui, dai che ci siamo, la cima è li sopra. Una volta presa una decisione, le altre devono essere conseguenti a essa perché ormai sembrano più ovvie; 

euforia: 

mamma che polvere che c’è oggi! Giù a cannone!; consenso sociale: 

chi sono io per dire qualcosa, poi passo da sfigato. Si è generalmente più disponibili al rischio in presenza di persone, specie se le stimiamo e ammiriamo, ritenendole più esperte di noi; 

competitività sociale: 

dal francese celodurismo; 

aura dell’esperto: 

sa sciare bene, va sempre in montagna, quindi saprà valutare dov’è il pericolo, fidatevi di me, l’ho già fatta 100 volte; 

istinto gregario – potere del gruppo: 

non so bene chi prende le decisioni, ma siamo in gruppo, se è effettivamente pericoloso qualcuno lo dirà. Più è grande il gruppo, tanto maggiore è il rischio. Oltre al fatto oggettivo dell’au- mento della probabilità di incidente derivante dal numero, aumentano le possibilità di comportamenti indisciplinati e al contempo si riduce molto la percezione del pericolo; 

effetto dell’apprendimento negativo: 

non diamo per scontata la riuscita di una gita anche quando tutto è andato bene poiché non si sa con certezza quanto in realtà si è andati vicini al pericolo; 

sindrome del cavallo: 

ho poco tempo, oggi ho fretta di tornare indietro; 

sindrome dell’orso: 

per chi va da solo. 

Ingannati dal fatto che a volte nella vita quotidiana l’euristica è conveniente, dobbiamo considerare che non va bene in un contesto di alta montagna, con rischio reale e presente. E i numeri dicono che questo vale anche per chi ha una certa esperienza. In quasi tutti gli incidenti da valanga che hanno coinvolto anche vittime educate alle valanghe i malcapitati sono generalmente incorsi in una di queste tre situazioni: 

  1. non sono riusciti a notare indizi evidenti di instabilità;
  2. hanno sovrastimato la loro capacità di affrontare il rischio;
  3. si sono resi conto del pericolo, ma hanno continuato comunque.

Trovare la chiave per risolvere l’enigma decisionale non è certo così immediato. Per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con qualcuno che di montagna ne macina, e parecchia, che sia d’estate o d’inverno. Un professionista del settore che in quota ci lavora, sia nel campo dell’accompagnamento, che della formazione e del soccorso. Insomma, uno che ha una visione a 360°, completa, perché nei suoi lavori spesso vede i due lati della stessa medaglia. 

Daniele Fiorelli vive in Valmasino, nel regno del granito, dove è nato e cresciuto come alpinista e come professionista proseguendo la tradizione di famiglia. È Guida alpina e Istruttore nazionale delle Guide alpine Italiane, membro del CNSAS con le qualifiche di Istruttore nazionale e tecnico di elisoccorso. Svolge la sua attività su tutto l’arco alpino e all’estero: arrampicata su roccia, ghiaccio, scialpinismo e freeride. Daniele ha recentemente ritenuto che questi argomenti dovessero essere trattati anche nell’ambito della formazione del corso per Aspiranti Guida alpina della Regione Lombardia, di cui è responsabile. Ed eccoci a fare due chiacchiere, con la schiettezza che lo contraddistingue. 

Avvicinandosi l’inizio della stagione abbiamo pensato che fornire agli appassionati di sport sulla neve un piccolo focus sul meccanismo delle trappole euristiche potesse essere utile per tentare di accendere qualche lampadina e far riflettere un po’ su questi meccanismi comportamentali. L’intento, non esaustivo, di aprire un piccolo spunto di riflessione in merito a situazioni in cui tutti ci troviamo. Sei d’accordo col dire nessuno escluso? 

«Certo. Nei meccanismi delle trappole euristiche ci saltan dentro tutti. I neofiti, gli esperti e a volte i professionisti stessi. Nessuno escluso. Permettimi la franchezza, per quanto riguarda le valanghe, specie nello scialpinismo, è meno difficile di quanto si pensi mettere il culo nelle pedate». 

Puoi raccontarci qualche episodio significativo dove l’errore commesso и stato uno dei meccanismi che abbiamo elencato? 

«Sinceramente ne avrei diversi, specie di interventi su cui mi è capitato di lavorare in ambito di Soccorso. Purtroppo non sono episodi belli da raccontare per via di esiti spesso fatali. Preferisco quindi non entrare nei dettagli, ma un esempio che ti posso fare risale a un incidente che ha visto coinvolti due local sulla classica montagna che si fa dopo una nevicata sul lato valtellinese delle Orobie. I due conoscevano bene il percorso. Era un itinerario che percorrevano più volte in stagione, praticamente con qualsiasi condizione di neve. Quando c’è stata la valanga, avevano scelto di percorrere il pendio classico di discesa leggermente più a destra rispetto al solito, la variazione di pendenza non era quasi significativa, eppure... Nel corso del mio lavoro ho visto una marea di casi simili purtroppo. E non solo con persone inesperte, anzi». 

La percezione del rischio passa attraverso diversi aspetti: la conoscenza del rischio stesso, la propensione soggettiva allo stesso di ciascun individuo, le influenze esterne, le valutazioni di probabilità. È un meccanismo estremamente complesso, specie per chi si avvicina allo scialpinismo ed è alle prime armi. Quali sono le trappole euristiche che ritieni piщ frequenti? 

«A mio avviso sono quelle legate alla familiarità perché è assolutamente trasversale, quasi democratica. Tocca tutti, dai meno esperti, ai garisti, ai professionisti. Capita che in montagna, specie su itinerari conosciuti, ci si muova con i paraocchi. Sono stato qui due giorni fa, la conosco come le mie tasche, faccio sempre questo fuoripista dopo le nevicate. Sono tutti ragionamenti che ciascuno di noi fa quasi inconsciamente, ma sono pericolosi. L’abitudine ci porta a pensare meno, ad abbassare il livello di attenzione tralasciando tutto un processo decisionale di scelte che invece va sempre affrontato. In montagna devo sempre ricordarmi di pensare. Altrimenti ci si ritrova sull’altra trappola, l’effetto gregge: riguarda spesso persone meno esperte, vedono tanta gente alla partenza di un itinerario, bella giornata, bella neve, e vanno dietro, seguono la traccia. Questo non ci mette assolutamente al riparo dai pericoli e dai rischi che potrebbero innescare le scelte sbagliate di chi è davanti. Magari il primo gruppo sta proseguendo perché è confortato dalla vostra presenza sull’itinerario! E non mi riferisco solo alle carovane di scialpinisti viste dopo la prima nevicata in Marmolada quest’anno. Anche se poi le condizioni di stabilità permettessero di muoversi su certi terreni in piccoli gruppi, trovarsi in molti su un pendio (inducendo quindi forti sovraccarichi) potrebbe generare spiacevoli sorprese». 

Lo scialpinista deve sempre pensare con la sua testa quindi? 

«Certamente. E se un membro del gruppo ha dei dubbi, anche se non è il più esperto, è utile che li esterni agli altri. Nella trappola che viene definita del consenso sociale il meccanismo che si innesca è quello che a uno o più componenti inizia magari a sorgere un dubbio sulla neve o sull’itinerario. Però sta zitto, non voglio mica passare da sfigato, da primo che si tira indietro. Posto che non bisogna arrivare a questo punto, occorre ragionare con la propria testa e confrontarsi nel gruppo, perché è quando si è con altri che si innesca questa trappola. 

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© Andrea Bormida

Sci-volare con lo ski savage

* Ski Sauvage è il titolo di un libro di François Labande degli anni Ottanta. In copertina abbiamo riportato il termine in francese, in questo articolo lasciamo spazio alla licenza poetica dell'autore. E poi così l'assonanza con ravanage è proprio perfetta.

Scende un fiocco di neve, è lì, sospeso che volteggia leggero senza aver toccato ancora terra. Già da un bel pezzo si sente nell’aria l’odore di neve. Subito vengo sbalzato, catapultato indietro nel tempo, quando, piccolo, scivolavo sul manto soffice e bianco col mio amico del cuore Marco. Avevamo la slitta, il bob, gli sci, la tavola, a volte solo le scarpe. Non importava, noi scivolavamo. Non sapevamo ancora che la neve venisse chiamata polvere, crosta, firn, beton. Non ci importava, la chiamavamo semplicemente neve e noi scivolavamo. Quello sci-volare è rimasto aggrappato nel mio animo insieme al bambino che non voglio che se ne vada mai via. O, forse, è quel bambino che non voglio che se ne vada mai via a voler rimanere aggrappato a quel dolce e magico sci-volare. Questo non lo capirò mai, ma non mi importa finché ci sarà un altro inverno e scenderà quel fiocco di neve.

Radici

Avevo poco più di vent’anni quando decisi di voler diventare una Guida alpina. Per farlo dovevo accedere a una selezione che comprendeva la prova di sci. Dovevo imparare la tecnica nuova, quella della conduzione, ma anche allenarmi sul piano fisico, quindi pensai che il modo migliore fosse quello di iniziare a fare le gare di scialpinismo. All’epoca nessuno dei bormini voleva fare coppia con me, non ero capace di sciare, nessuno mi voleva in squadra. Ho imparato a sciare quando avevo circa cinque anni, ma a poco più di dieci ho abbandonato gli sci per fare il tavolaro, come venivamo definiti negli anni ’90. In quegli anni a Bormio era vietato fare snowboard. Sembra impossibile, ma era così e tra il 2000 e il 2010 era vietato anche fare fuoripista, insomma sono sempre stato un sovversivo. Il freeride non mi è quindi arrivato addosso come sorpresa o intuizione. Ero uno snowboarder, conoscevo bene quella sensazione di libertà, di galleggiare su un pendio vergine. L’ho semplicemente trasferita sugli sci. Mentre lo scialpinismo in Alta Valtellina è sempre stato molto sentito, soprattutto dal punto di vista delle gare, il freeride invece non era ancora un fenomeno di massa. Quindi all’inizio le tracce larghe erano solo dei soliti quattro gatti sovversivi. Le nostre e basta. I primi anni è stato un mondo tutto da scoprire. Poi il fenomeno piano piano è dilagato per finire con l’esplodere anche qui. Adesso già durante una nevicata gli itinerari più famosi vengono subito tracciati. Quell’angolo paradisiaco che avevamo conosciuto alle origini è svanito. Quindi chi ha iniziato dieci, quindici anni fa, ha cominciato a spostarsi un po’ più in là per ritrovare angoli nascosti, prima camminando, poi mettendo le pelli per brevi tratti e infine per lunghe gite. Dal freeride siamo passati al freetouring e quelli più longevi hanno iniziato (o meglio, ricominciato) a fare scialpinismo vero e proprio. Tutto questo grazie anche all’evoluzione dell’attrezzatura: sci larghi come quelli da freeride ma leggeri come quelli da scialpinismo.

© Giacomo Meneghello

Dietro casa

L’Alta Valtellina è una zona così ampia e con numerose valli limitrofe che è ancora difficile trovare la ressa sugli itinerari. Tolti quei dieci classici e quindi le aree più conosciute come i Forni o la Val Viola, quando in primavera aprono le relative strade, il resto rimane poco o per nulla battuto. Chi non ha le competenze si muove solo sui percorsi conosciuti e già battuti; chi invece ha un po’ di esperienza non lo vedi in giro perché va a cercare posti poco frequentati. Certo, poi va messo in conto che tante valli sono difficili da raggiungere, ma le prospettive sono cambiate grazie all’uso della bicicletta a pedalata assistita con cui d’inverno puoi arrivare dove in primavera arriveresti in macchina con la strada pulita dalla neve. Questo tipo di scialpinismo è ancora di nicchia, ma si sta espandendo. In un raggio di 20 chilometri ci sono montagne e scenari, fauna e flora così diversi tra loro che sulle Alpi è difficile trovare tanta varietà in un’area relativamente piccola.

Non smettere mai di divertirti

Ci sono persone che nascono per andare a ripetere e altre che nascono con l’indole indomabile della curiosità e sono alla ricerca di qualcosa di nuovo. Che poi quel qualcosa di nuovo non deve essere obbligatoriamente nuovo, deve essere semplicemente nuovo ai loro occhi. Quello che a me piace tanto dello sci è un’interpretazione che chiamo ski savage, che ha dentro, non solo nella rima, un po’ di ravanage, ma rimane sempre e comunque scialpinismo nella sua forma originale, quella appunto di alpinismo con gli sci su terreno d’avventura. Prendi lo zaino, ci metti dentro un po’ di materiale alpinistico, la tecnica e l’esperienza acquisita negli anni sia in campo sciistico che in quello verticale dell’alpinismo e tanta, tanta curiosità. Ogni tanto ti capita di ravanare di più, altre meno e qui sta il bello: sapersi sempre stupire di fronte al risultato finale. Questo concetto arriva da lontano, arriva da tutte le contaminazioni nel corso degli anni, contaminazioni nate da incontri con amici sciatori, ma anche che arrivano da altre discipline: lo snowboard, lo sci ripido, le cascate di ghiaccio, l’arrampicata. Certo, devi avere un livello tecnico abbastanza alto su tutti i fronti. Perché quello che è ancora vergine magari è piuttosto ripido o devi calarti in doppia o ancora arrampicare su tratti di misto con i ramponi. C’è ancora tanto spazio qui per questo stile e quelli che fanno ski savage nel Bormiese si contano sulle dita delle mani. In inverno quello che voglio trasmettere alle persone che accompagno è racchiuso nella frase di Doug Coombs: il più bravo sciatore è quello che si diverte di più.

Mi piacerebbe vedere i bambini meno impegnati tra i pali e più leggeri sugli sci, mi piacerebbe vedere gli allenatori, ma soprattutto i genitori di quei bambini, gioire della gioia che lo sci può dare e non gioire per dei numeri che appaiono su un cronometro. Chi arriva dal mondo race delle tutine probabilmente si stufa di far gare, ma fortunatamente ha conosciuto il mondo della montagna del quale non riuscirà più a fare a meno. Chi si approccia allo scialpinismo vive ancora lo sci nel modo più semplice e puro per cui è nato: quello di sci-volare. Puoi sciare cent’anni e non avere ancora imparato a sciare, perché lo sci non è altro che la ricerca di quella frazione di secondo in cui sei in equilibrio; magari lo raggiungi una volta ogni cento curve. Sci-volare è un momento in cui non sei né in cielo né in terra, sei lì, nel limbo, e quello è il momento di leggerezza che ricerchi.

E guarda caso quella leggerezza è il tuo punto di equilibrio. Alla fine vai a ricercare qualcosa di primordiale che sentivi quando eri bambino e a quel punto non importa più nulla. Non conta dove scii o su che neve stai sciando. Non esiste più la polvere o la crosta, esiste solo quell’azione di sci-volare e tornare bambino. La neve è sempre bella e sta a te adattarti alla situazione del momento. E quando raggiungi questo grado di consapevolezza inizierai a sciare sempre, in tutte le condizioni. E non smetterai più di divertirti!

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© Giacomo Meneghello

La stagione delle strade

Arrivare

Quando siamo arrivati a Santa Caterina per trasferirci nella casa che avevamo visto solamente in fotografia era già notte. Edoardo aveva guidato senza tregua e io avevo le gambe addormentate per aver tenuto Ombra in braccio per tutto il tempo del viaggio. Nella Fiestina eravamo riusciti a far entrare tutte le nostre cose. Abbiamo dovuto rinunciare a un paio di sci, a due chitarre e a uno spazio sul sedile posteriore per far stendere Ombra. Di certo non era considerabile fra le cose utili ma non indispensabili che ci avrebbero potuto portare più avanti. Era anche per lui che avevo deciso di andare a vivere lì. Sulla strada provinciale che da Bormio porta a Santa Caterina - strada che spesso d’estate viene chiusa per via della frana del Ruinon, isolando così i 200 abitanti del paese - una volta superato Sant’Antonio si inizia ad entrare nell’area più selvaggia della Valfurva. Non c’è più nessuna luce ad illuminare il cammino, se non quella delle stelle che risplendono in lontananza, nel fazzoletto di cielo che i fitti boschi di conifere che vestono entrambi i lati della valle non riescono a coprire. Se si abbassano i finestrini e si mette la faccia fuori nell’aria fredda della notte, l’unico rumore che si sente è il sibilo del fiume che scorre nella direzione opposta. Bisogna guidare piano in questo tratto, pronti a frenare in caso che un cervo attraversi la strada prima di sparire nello stesso buio dal quale è arrivato. Dopo qualche chilometro il cielo si riprende il suo spazio e di fronte agli occhi di chi guida prende forma un’enorme piramide bianca da cui non si riesce più a staccare lo sguardo: è il Pizzo Tresero, la vetta che domina e protegge la valle e che ha la stessa sagoma che tracciamo sul foglio da bambini quando ci viene chiesto di disegnare una montagna. La notte in cui siamo arrivati in Valfurva la luna era già sorta e rifletteva tutta la sua luce sull’immensa parete che ci trovavamo davanti. È strano guidare per centinaia di chilometri fra nebbia e asfalto e poi ritrovarsi di fronte a qualcosa di così grande e vivo. Abbiamo proseguito fino all’indirizzo che ci avevano dato senza riuscire a dire una sola parola; la bocca tirata nel sorriso di chi sente di essere finalmente nel posto giusto.

Quando Edoardo e io abbiamo deciso di passare l’inverno insieme a sciare il più possibile non avevamo idea di dove andare; abbiamo scritto su un foglio di carta il nome di cinque località che, almeno a una prima apparenza, avevano le caratteristiche che secondo noi dovesse avere il posto in cui volevamo trascorrere la stagione. Per prima cosa, volevamo trovarci in un posto dove almeno la quota promettesse neve al momento dell’arrivo di ogni precipitazione. Poi ci interessava stare lontani dal turismo di massa e pagare un affitto ragionevole. Cercavamo un inverno più lungo possibile in cui sciare fino a non poterne più sopportare nemmeno l’idea. Non so perché - forse perché avevamo usato l’ordine alfabetico - ma Santa Caterina era l’ultima della lista. Abbiamo trovato casa quando ormai avevamo perso ogni speranza e, per quanto fosse difficile accorgersene nel caldo di Roma, l’inverno stava già bussando alla porta. Indossavamo ancora i pantaloncini quando abbiamo caricato la macchina di borsoni e speranze e ci siamo messi in viaggio verso Nord. Verso l’inverno. Non avevamo la minima idea di quello verso cui stavamo andando incontro a testa bassa, e senza guardarci indietro.

© Eva Toschi

Scoprire

Nonostante sapessimo che l’inverno ci aveva preceduti di qualche settimana, vederlo e soprattutto sentirlo era tutta un’altra faccenda. Tutto, dalle cime, ai boschi, ai prati per la pastura, era ricoperto di neve. Non avevamo idea di cosa ci fosse sotto quel velo; e a dire la verità nemmeno ci importava. Ci è bastato un giorno per capire che per qualche mese il sole non sarebbe riuscito a superare le montagne di 3.000 e più metri che sovrastano il fondovalle, lasciandoci tra ombra e ghiaccio la maggior parte della giornata. Per cercare il sole, bisognava salire, ma non sapevamo bene dove. Lo scialpinismo in inverno, almeno qui, non è molto considerato. Sarà il freddo, le giornate corte, le crepe del ghiacciaio coperte da uno strato di neve ancora troppo sottile, ma le uniche tracce di salita che si vedono in giro per la valle sono quelle strette e veloci di chi si allena per le gare. Tra queste, abbiamo imparato a riconoscere le tracce di discesa dritte e sicure di Robert Antonioli. Abbiamo scoperto un mondo fatto di risalite in fresca e di discese in pista. Ma non lo abbiamo capito. Così come non abbiamo capito perché nessuno andasse a cercare discese vergini nascoste in quale angolo della valle, lontane dal - seppur relativo - caos del resort. Per noi andare a sciare in quei posti non solo era un desiderio, ma una necessità. Avevo deciso di non prendere gli impianti per tutto l’inverno, per cui se avessi voluto sciare avrei dovuto faticare. Ma a me andava bene, così come a Edoardo e, soprattutto, a Ombra, che nonostante avesse visto la neve per la prima volta, sembrava essere nato per venire insieme a noi in 30 centimetri di neve fresca. E poi per cercare qualche raggio di sole dovevamo salire. La prima volta che abbiamo messo le pelli non avevamo idea di dove andare, così siamo saliti sulle piste ancora chiuse seguendo i piloni della funivia. Quel giorno ho visto un ermellino bianco sbucare dalla neve e correre via. Quando è iniziata la stagione e il selvaggio è diventato battuto non ne ho più visto uno.

Non riuscendo a reperire un granché di informazioni su gite fattibili in inverno, abbiamo iniziato a seguire i nostri occhi e il nostro naso. Andavamo alla scoperta, indicando un punto e dicendo all’altro che ne dici se saliamo di qua?. Ci sono state volte in cui i nostri occhi ci hanno tradito; altre in cui abbiamo sciato la neve che avevamo annusato dal basso, altre ancora in cui, una volta arrivati dove volevamo, abbiamo scoperto che dietro l’angolo era ancora più bello. Il posto che in assoluto ci ha regalato le discese più belle di inizio inverno è stato il Dosso Tresero: il colle sotto la cima che ci aveva fatto sognare la notte in cui siamo arrivati e, prendendo gli ultimi raggi di sole, ci ha fatto scoprire cosa significa sciare la luce. Certo, non direi che è fra le perle nascoste della valle, ma il Dosso è stata la nostra ancora di salvezza nelle giornate in cui era troppo pericoloso andare da qualche altra parte, o nei pomeriggi in cui siamo riusciti a rubare qualche ora al lavoro.

Spesso per fare una pellatina siamo partiti da casa con gli sci ai piedi e abbiamo risalito la strada che porta al Ghiacciaio dei Forni, che rimane chiusa l’inverno. Poi ha smesso di nevicare per diverse settimane e la strada è tornata a essere d’asfalto e se volevamo andare su, dovevamo camminare quattro chilometri con gli sci in spalla. L’inverno in Valfurva è un po’ la stagione delle strade - per fortuna chiuse e innevate - perché prima di trovare una parete da sciare devi accollarti chilometri di strada in leggera salita in cui prendi quota lentamente. Noiosamente. Forse è anche questo il motivo per cui raramente abbiamo incontrato qualcuno; perché non tutti hanno voglia - e tempo - di pellare per ore e per chilometri per poi godersi quattro, cinque, nei casi fortunati seicento metri di discesa. Per quanto bella, e polverosa, sia.

Quando la strada dei Forni era asciutta, abbiamo risalito il Gavia, alla ricerca prima di discese sicure e assolate sul versante meridionale, poi di quelle più ripide e buie sul versante Nord. Man mano che le settimane passavano, lo sci è diventato non solo uno strumento di piacere, ma un mezzo per scoprire il posto sconosciuto che stava diventando casa. Sciando siamo entrati dentro lo sconosciuto, e lo abbiamo fatto nostro. E poi si sa, nelle valli strette e ripide solo quando si sale in alto ci si rende conto di dove si è, quasi casualmente, arrivati.

© Eva Toschi

Condividere

In poco tempo Labbaita (come la chiamiamo noi romani) dove siamo andati ad abitare è passata dall’essere la nostra nuova casa a essere uno spazio condiviso con vecchi amici e nuove conoscenze. Il brutto del vivere in un posto così isolato è il dover dimenticare ogni socialità per qualche mese; il bello che tutti gli amici finiscono col venire a trovarti. Alcuni fine settimana eravamo talmente tanti in casa che non si riusciva a trovar posto sopra la stufa per asciugare le pelli e l’aria era talmente umida e calda rispetto all’esterno da appannare i doppi vetri delle finestre. Labbaita ha creato intorno a sé un gruppo eclettico di scialpinisti invernali che per qualche mese ha girato indisturbato per le montagne della valle incontrando solamente branchi di cervi, o di camosci. Con i nostri amici abbiamo continuato a immaginare, creare, a esplorare.

E proprio il non conoscere, il non avere l’occhio allenato, ci ha permesso di fare cose che l’esperienza non ci avrebbe fatto considerare. Abbiamo salito il Canalino San Giacomo mentre nevicava e non si vedeva un accidenti; abbiamo sciato la neve più bella della stagione sulla Ovest della Dorsale dei Forni poco prima del tramonto. Abbiamo mangiato i pizzoccheri allo Stella Alpina alle quattro del pomeriggio e poi siamo scesi brilli sulla strada ghiacciata fidandoci della sola luce delle nostre frontali. Eravamo i local di un posto che conoscevamo appena, ma non per diritto di nascita o per merito: semplicemente perché eravamo gli unici.

Il primo giorno che hanno aperto al traffico la strada dei Forni ero felice di non dover più salire con le pelli fino al rifugio. Dopo un inverno di risalite la conoscevo a memoria e ne avevo la nausea.

Quando sono arrivata al parcheggio e l’ho trovato pieno di macchine, lo stupore iniziale si è presto trasformato in fastidio, poi in rabbia. Non ho provato la stizza umana del non essere più l’unica, ma la rabbia della montagna che viene amata quando è più seducente e abbordabile, abbandonata quando il rapporto con essa richiede un certo impegno. Mi sono abituata ad avere persone in giro e a raggiungere le vette delle montagne dove ci sono croci e macerie. Mi è anche piaciuto. Ma è quell’inverno di ricerca lenta e solitaria, a volte infame e inconcludente, che, alla fine, mi fa restare qui. 

© Elena Adorni

Riscoprire

Labbaita diventa il punto di ritrovo degli amici lontani. Quando è arrivato il secondo inverno che passavo a Santa Caterina ho avuto paura che l’aver perso lo sguardo innocente di chi entra in un posto la prima volta mi avrebbe tolto il piacere delle nostre uscite invernali. Ma non è successo. Lo sguardo si è fatto più aguzzo, il fiuto più fine e i chilometri di risalita inutile che avevamo macinato l’anno scorso ci hanno permesso di andare più lontano, di guardare con più attenzione e scoprire linee che non eravamo riusciti a vedere. Qualcuna l’abbiamo sciata non sapendo se siamo stati i primi, oppure gli ultimi; altre restano sogni e progetti per gli inverni a venire.

Prima che scoppiasse la pandemia abbiamo inaugurato la stagione di scialpinismo primaverile salendo qualche cima dei Forni, non sapendo se eravamo stati i primi, ma scoprendo poi con amarezza che sicuramente eravamo stati gli ultimi. Adesso stiamo occupando il tempo in attesa di un nuovo inverno fra le vecchie cime. Nuovi angoli che si svelano andando un po’ più in là, lontano dallo sguardo di chi guarda in alto con i piedi piantati a fondovalle. Aspettiamo vecchi amici e nuove conoscenze con le quali continuare a osservare le cime con lo sguardo di chi vede casa, per la prima volta.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132


La fine è il mio inizio

«Come l’antica arte giapponese del Kintsugi che ripara con polvere d’oro oggetti rotti là dove hanno le crepe più profonde, così la polvere bianca a Limone ha coperto con eleganza i suoi crepacci terrosi. Osservo questa forza silenziosa e non posso non citare che lui: «Il mondo ci spezza tutti quanti, ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati». Ernest Hemingway (il mio preferito)».

© Daniele Molineris

L’oro bianco, caduto davvero in abbondanza in questo strano inverno su Limone Piemonte, ha davvero coperto le terribili ferite dall’alluvione autunnale, anche se non ha potuto fare nulla contro i lockdown e la pandemia. Per vedere da vicino una Limone diversa Chiara Guglielmina e il fotografo Daniele Molineris hanno messo sci e pelli e radunato una schiera di local nel comprensorio sciistico quanto mai silenzioso. Una gita per entrare nel genius loci, per parlare con i protagonisti, per guardare avanti senza arrendersi. A fare compagnia a Chiara e Daniele la Maestra di sci Sara Tammaro, Andrea Cis Cismondi che, oltre a gestire due rifugi in zona è anche uno dei più apprezzati testatori della nostra Buyer’s Guide, la Guida alpina Alessio Cerrina, Nino Viale, indimenticato autore della prima discesa sul Coolidge al Monviso e gestore dello Chalet Le Marmotte. «Occhi pacati che celano un passato pazzesco gestiscono ora quello Chalet avvolto nel gelo - scrive Chiara -; ma Nino resta ottimista. D’altronde, sto parlando con lo stesso uomo che quando gli dissero, senza indugi, che la sua idea di discesa non era possibile ribatté: «Le cose impossibili si possono anche fare. Altrimenti saranno tali per sempre».

© Daniele Molineris

All’altezza dello Chalet delle Marmotte un piacevole fuori programma. «Non faccio in tempo a capire i fatti che, mentre nella mente ripeto Rocca dell’Abisso... Rocca... Abisso.... appagando anche il mio lato nerd, Cis ha già tolto le pelli e sta serrando con foga i ganci degli scarponi pronto a sverginare quella meraviglia. Macchiando per primo il lenzuolo. Per sua sfortuna noi altri siamo altrettanto rapidi e d’un tratto siamo tutti e quattro pronti: i bastoni impugnati, la mascherina (quella bella) calata. Ooh! Woosh! Wow Pow! Pow! Yeah! sono i suoni che emettiamo: come bestie, sciamo facendo versi. Un vociare disarmonico contrasta le linee eleganti che tracciamo con i piedi e, nel complesso, lo spettacolo è unico. Come con tante delle cose più belle, il piacere tanto atteso è consumato in fretta, ma il ricordo resta. Dopo quindici curve scarse di pura estasi, incolliamo le pelli alle solette finalmente appagate e risaliamo da dove siamo scesi».

Su Skialper 134 di febbraio-marzo un reportage di 19 pagine su Limone Piemonte. Da non perdere. 

© Daniele Molineris

It's the end of the world as we know it?

«Era l’inverno del lontano 2020 e le Dolomiti di Brenta sembravano avvolte da un incantesimo. Dopo giorni di incredibili nevicate finalmente era sbucato il sole. Così, domenica 13 dicembre, non avevamo avuto dubbi sul da farsi. Messe le pelli, eravamo partiti con destinazione quota 2.069 metri. Ricordo le impronte dei camosci confondersi con la mia traccia. Tutto intorno il manto nevoso immacolato illuminava le montagne. Le condizioni erano davvero eccezionali, favolose. Sarebbe stato tutto nella norma se non fosse che stavamo facendo scialpinismo sulla pista Cinque Laghi, che di solito in quel periodo era piena zeppa di sciatori che sfrecciavano a folle velocità verso valle. Accanto a noi, le seggiovie coperte di neve sembravano un reperto d’altri tempi e incutevano una certa tristezza. Madonna di Campiglio era semi deserta. Da allora nulla è stato più come prima. Tutti noi siamo cambiati». 

© Alice Russolo

Inizia così l’articolo It’s the end of the world as we know it di Marta Manzoni, con le stupende fotografie di Alice Russolo che pubblichiamo su Skialper 134 di febbraio-marzo. Una provocazione sul filo sottile delle citazioni musicali per partire alla scoperta di una Madonna di Campiglio irriconoscibile, naturalmente con sci e pelli, ma anche per immaginare come potrebbe cambiare l’offerta turistica della montagna dopo questo inverno inimmaginabile e irripetibile. «Questa situazione porterà un cambiamento. Dobbiamo rallentare. La giostra del su e giù con gli impianti è troppo frenetica, come la nostra vita. In questi giorni per salire in cima ti devi prendere la giornata, te la godi, assapori ogni momento – racconta Martina Marcora, proprietaria del Rifugio 5 Laghi – Mi piace la relazione con le persone e per questo soffro i momenti di alta affluenza, quando il rapporto umano viene meno. Bisogna diluire l’afflusso di turisti su tutto l’arco dell’anno».

«Siamo arrivati a un punto di svolta: la parabola del turismo dello sci alpino è sempre cresciuta e ora improvvisamente ci troviamo in una caduta verticale - dice Bruno Felicetti, direttore delle Funivie Madonna di Campiglio - Le varie forme di outdoor sulla neve non possono più essere considerate in competizione con gli impianti, la logica, al contrario, dev’essere quella dell’integrazione: si potrebbe offrire non più lo ski pass ma un winter pass, una tessera outdoor ricaricabile, per permettere a ognuno di scegliere l’esperienza che preferisce vivere. Questa situazione ha messo in evidenza i limiti della monocultura dell’offerta invernale. La normalità non sarà più quella di prima e su questo dobbiamo interrogarci».

Tante altre voci e idee dalle piste chiuse di Madonna di Campiglio su Skialper 134 di febbraio-marzo.

© Alice Russolo

48 ore al massimo. O la storia di una rapina in Appennino

«La luce è splendida e illumina un sorprendente paesaggio invernale, il bianco candido delle cime spunta in mezzo a un oceano di foresta. In lontananza, le piste da sci di una stazione sciistica chiusa, forse per sempre, attirano la mia attenzione e mi ricordano il Vermontì e gli Stati Uniti. Usciamo dal bosco delle Veline per guadagnare la morbidezza e le curve dolci dei pendii che brillano al sole, l’aria rimane relativamente fresca e non c’è un filo di vento. Questa salita è una pura meraviglia, Layla, che aveva avuto qualche dubbio a lasciare l’abbondante nevicata di Chamonix, ora è in paradiso. C’è molta gente intorno alla croce artisticamente incrostata di ghiaccio in cima al Monte Cusna; è il punto più alto della provincia di Reggio Emilia, a 2.121 metri sul livello del mare, e attira una folla variopinta venuta a festeggiare la gioia dell’inverno e della neve fresca».

È il racconto di Bruno Compagnet, arrivato in fretta da Chamonix per trovare le giuste condizioni sull’Appennino Emiliano, come si fa per l’onda giusta nel surf, quell’onda che aspetti per anni, a raccontare la meraviglia dello scialpinismo al Monte Cusna a dicembre, dopo le nevicate record di inizio stagione. In prossimità delle piste di sci chiuse, accanto a ciaspolatori e curiosi. Due giorni di sci intenso, di sci-scoperta. Un reportage alla ricerca dell’essenza di sci e pelli in questo momento così particolare della nostra esistenza. Non solo una descrizione dei luoghi, ma una riflessione sulla bellezza di scivolare nella neve fresca, di conquistarsi ogni curva, di respirare aria pura a pieni polmoni.

© Layla Kerley

«Ci sono i vecchi con l’attrezzatura collaudata, esausta e a volte anche un po’ obsoleta, e poi ci sono i giovani, i nuovi, quelli che leggono le riviste specializzate di sci, che sono attivi su Instagram, e quelli che se ne fregano. Oppure quelli che fuggono dall’atmosfera soffocante delle città. C’è tanta gente e io sono diventato un vecchio solitario, ma per una volta sono felice di vedere persone entusiaste di uscire a prendere un po’ d’aria fresca, senza mascherine, di vedere e sentire tutto questo parlare, toccare, sorridere. Non importa se con gli sci o le ciaspole, ecco che dai vari tracciati e dalla pista diversi gruppi invadono la salita».

E poi… ci sono le splendide fotografie di Layla Kerley a documentare una sciata con lo sguardo che corre dal mare al Monte Rosa. L’articolo completo è su Skialper 134 di febbraio-marzo. 

© Layla Kerley

Gruppo vacanze Sellaronda

«Arrivo a Canazei alle dieci di sera di una sera qualunque di dicembre, le poche luci accese sono quelle delle insegne. Dopo l’uscita dall’autostrada avrò incontrato sì e no una decina di auto: più che nel cuore del Dolomiti Superski, sembra di essere in una di quelle valli un po’ decadute, frequentate solo da scialpinisti e scalatori. Il mio è uno dei pochi alberghi aperti, ci sono un paio di turisti e pochi altri ospiti che sono lì per lavoro. Una volpe attraversa la strada mentre scarico le valigie, fa freddo».

Comincia così l’articolo Gruppo Vacanze Sellaronda di Federico Ravassard, autore anche delle fotografie, su Skialper 134 di febbraio-marzo. Un racconto del Sellaronda desolatamente vuoto, di una delle massime espressioni del turismo invernale di massa trasformata in ritrovo per qualche scialpinista. «Nella sola Val di Fassa, ad esempio, tra alberghi, appartamenti e seconde case si contano oltre 56.000 posti letto disponibili, a fronte di una popolazione che non arriva ai 10.000 abitanti. Nella vicina Val Gardena le presenze annue superano il milione, distribuite in più di 700 strutture ricettive. Più di metà degli arrivi sono stranieri, un terzo del totale è di origine tedesca. Nella stagione invernale metà del fatturato viene prodotto nei mesi di gennaio e febbraio, il resto si sparpaglia, fra dicembre, marzo ed aprile. Questo significa avere un modello economico, quello del turismo invernale, basato sul fare grandissimi numeri ma in un periodo di tempo brevissimo, e a quel periodo dedicare – o sacrificare, dipende dai punti di vista – tutto il resto, dalle risorse naturali a quelle umane. È come se un negozio decidesse di aprire solo per un paio di mesi all’anno, vendendo pochissimi prodotti: certamente può funzionare, e la prova sono i pop-up store che vendono capi di moda in edizione limitatissima. Ma, proprio come nel mondo del fashion, basta poco perché un prodotto rimanga invenduto e per mandare tutto all’aria: questione di trend e di collezioni, oppure di pandemie».

Le 20 pagine di reportage che dedichiamo al Sellaronda, ma anche al fuoripista della Val Mezdì, non sono solo il racconto di un inverno diverso, ma la voce di chi di solito quell’inverno non ha tempo di viverlo, cioè di quei professionisti della montagna, Guide, Maestri, albergatori, che proprio nel periodo che amano di più si trova costretti a fare gli straordinari. E invece per un anno si sono goduti il loro parco giochi privato. Non senza leccarsi le ferite, perché quel parco giochi è anche la loro fonte di reddito. «Chiudere gli impianti da sci non significa levare un giochino del weekend a borghesi annoiati, ma di fatto tagliare alla base una catena che tiene in vita indirettamente una miriade di piccole attività e lavoratori stagionali, all’incirca 400.000 persone in tutta la penisola». Per fortuna rimane il fatto che «non è detto che sciare sia un’attività funzionale a risolvere qualsiasi tipo di problema, ma di sicuro ti pone nella condizioni di guardarlo in un modo più leggero».

© Federico Ravassard

Sci e pelli, la filosofia di Livigno

Se ne può discutere all’infinito: è scialpinismo salire accanto alle piste e scendere in pista? Non etimologicamente parlando, piuttosto ski fitness o se vogliamo ski touring, che non ha nella terminologia la parola alpinismo. Non c’è dubbio però che, a maggior ragione in una stagione come questa, con impianti finora chiusi e tanti appassionati che hanno acquistato o affittato l’attrezzatura da scialpinismo, una strategia di avvicinamento dolce sia diventata ancora di più un’esigenza. Per permettere a chi non lo ha mai fatto di provare in tutta sicurezza sci e pelli e poi magari fare un ulteriore passo nella montagna aperta.

Da diversi anni Livigno propone una filosofia di avvicinamento al freeride e allo scialpinismo con percorsi di risalita segnalati e battuti. Un progetto, quello della località valtellinese, che non si limita agli itinerari ma cerca di trasmettere anche una cultura della sicurezza. Per questa strana stagione l’offerta legata a sci e pelli prevede quattro itinerari di risalita segnalati, battuti e monitorati con dislivelli da 460 ai 620 metri che permettono di raggiungere le piste di sci per la discesa, oppure per una sciata in neve fresca seguendo le tracce della salite. Il consiglio è comunque quello di avere sempre con sé il set sonda-pala-artva nel caso si opti per la discesa fuoripista. Inoltre vengono sempre evidenziate le sei regole d’oro della sicurezza: bollettino valanghe, set di autosoccorso, prudenza, utilizzo del casco e uscita con almeno un compagno, rivolgersi alle Guide alpine se non ci si sente sicuri e prestare soccorso e chiamare immediatamente il 112 in caso di incidente. Un’offerta, quella legata a sci e pelli, che è stata potenziata in questa stagione e ha visto un’alta adesione, segno che una porta d’entrata ‘dolce’ al mondo dello scialpinismo è un’esigenza reale. 


Finché c'è neve c'è Speranza

«In montagna ho fatto più o meno tutto, più o meno bene: salite invernali, arrampicate in falesia d’estate, trekking, corse in quota, ciaspolate a non finire, sci su pista e sci da fondo. In quest’ultimo settore ho partecipato pure a qualche gara e ad almeno una dozzina di Marcialonghe, a partire dalla prima, quella del remoto 1971. Solo per farvi intendere l’età che ho accumulato. Mi mancava dunque lo scialpinismo. È un po’ che ce l’avevo in mente ma per smuovermi davvero ci volevano due cose indispensabili: l’occasione e la compagnia giusta. Adesso l’occasione l’ho trovata: la quarantena nella casa di montagna».

Inizia così l’articolo Finché c’è neve c’è Speranza, di Franco Faggiani, affermato e premiato autore di romanzi (La Manutenzione dei Sensi, Il Guardiano della collina dei ciliegi, Non esistono posti lontani), oltre che ex responsabile dell’ufficio stampa del Tor des Géants, su Skialper 134 di febbraio-marzo. Un racconto giocato sul filo di un’intelligente ironia per raccontare le domande e le emozioni di fronte alle quali si sono trovati in molti in questa stagione invernale che ha fatto muovere i primi passi con sci e pelli a tanti sciatori. Speranza Vigliani è l’amica milanese di Faggiani che lo accompagna nella prima, semplice, escursione di scialpinismo. 

«Posizione centrale - dice Speranza Vigliani - niente uso degli spigoli, movimenti accentuati di flessione-distensione e appoggio dei bastoncini, che danno il ritmo. Fluidità, scioltezza, naturalezza. Niente lunghi diagonali, per non rallentare e rendere difficili le curve. Tutto qui». E Faggiani pensa, tra sé e sé, «Certo, tutto qui. Ora che mi concentro su ogni singolo elemento viene Natale 2021 ma in questo caso bisogna fare tutto insieme, contemporaneamente». 

Esilarante anche il racconto della tecnica di salita e di tutto l’abbigliamento ficcato nello zaino. «Decenni di passo alternato nello sci da fondo mi aiutano a coordinare i movimenti, ma un conto è andare in piano tra i binari ben tracciati delle vicine piste olimpiche di Pragelato, un conto è salire, salire, salire e cercare di stare dietro a Speranza che sembra andare con una lentezza esasperante e invece guadagna centimetri ad ogni scivolata. Lei scivola, io zampetto, qui sta la differenza. C’è anche da aggiungere che il sottoscritto, da neofita, ha portato nello zaino tutto quel che serve per proteggersi dal blizzard, dalla nevicata del secolo, dall’invasione delle locuste, dall’arrivo del vento dal Sahara, dall’alluvione e da ogni altra avversità dovuta ai cambiamenti climatici, sempre più imprevedibili. Speranza, che aveva controllato di nuovo le previsioni meteo, solo quel che serve davvero in una giornata di sole tiepido che fa rintanare il freddo del mattino nelle zone ombrose di fondovalle». Il racconto di Faggiani è illustrato da una serie di fotografie evocative di Mattias Fredriksson, in bianco e nero. 

© Mattias Fredriksson

Scala del pericolo e incidenti da valanga

La notizia dei recenti incidenti avvenuti in Valle Maira il 31 gennaio mi ha raggiunto proprio il giorno precedente ad una mia deposizione, in veste di perito, presso il Tribunale di Aosta, che deve pronunciarsi in merito alle possibili responsabilità degli organizzatori dell’escursione durante la quale il distacco di una valanga ha provocato la morte di due partecipanti. Nella mia perizia ho fatto anche riferimento al Supporto Interpretativo prodotto dal ben conosciuto IFNV (Istituto Federale Neve e Valanghe) di Davos.

In queste note voglio riportare alcune nozioni che ho prelevato proprio dal Supporto interpretativo, nozioni che dovrebbero essere ben conosciute dai praticanti dello sci al di fuori delle aeree controllate, ma che qui richiamo perché, a volte, lo stesso pensiero può essere reso più chiaro semplicemente mutando la forma espressiva. Ecco, con altro carattere, i passaggi che ritengo interessanti; ho aggiunto solo alcune sottolineature per richiamare l’attenzione sui punti che ritengo più significativi.

Il pericolo delle valanghe

Le valanghe sono un pericolo naturale del tutto particolare: diversamente da un maremoto o terremoto, il processo pericolosodella valanga può essere innescato dall’uomo. Quando qualcuno attraversa un pendio pericoloso, il suo sovraccarico può provocare il distacco di una valanga. Oltre il 90% degli appassionati di sport invernali sepolti hanno causato personalmente la propria valanga oppure a provocarla è stato un altro membro della stessa comitiva.

Le varie sfaccettature del pericolo di valanghe

Il grado di pericolo è una misura che indica quanto è alto il pericolo di valanghe anche in presenza di situazioni valanghive meno tipiche. Qui di seguito vengono descritte le varie sfaccettature del pericolo di valanghe e la loro valutazione da parte del servizio di avviso valanghe. Dal momento che si tratta di situazioni atipiche, l’elenco non potrà mai essere completo. In situazioni atipiche sono indispensabili scostamenti dalla definizione del grado di pericolo. Questi vengono descritti nel miglior modo possibile nella descrizione del pericolo contenuta nel bollettino delle valanghe.

Gradi di pericolo: un quadro semplificato della realtà

Il pericolo di valanghe non aumenta in modo lineare da un grado all’altro, ma in maniera sproporzionata. In questo caso:

  • la stabilità del manto nevoso e con lei anche il sovraccarico necessario per provocare il distacco di una valanga diminuiscono, causando un aumento della probabilità di distacco di valanghe.
  • la diffusione dei punti pericolosi aumenta, cioè i punti in cui le valanghe possono subire un distacco spontaneo o provocato sono più numerosi e le dimensioni delle valanghe aumentano.

Nei giorni in cui sono avvenuti gli incidenti il livello di pericolo annunciato dal Bollettino Valanghe per la zona interessata era 3 – marcato. Sui dizionari della lingua italiana il vocabolo marcato è definito: Ben avvertibile, chiaramente evidente, accentuato, spiccato.

Per questo livello di rischio, il Supporto Interpretativo fornisce le precisazioni riportate a seguire:

Situazione valanghiva critica: I rumori di whum e le fessure sono tipici. Le valanghe possono facilmente essere staccate, soprattutto sui pendii ripidi alle esposizioni e alle quote indicate nel bollettino delle valanghe. Possibili valanghe spontanee e distacchi a distanza.

Raccomandazioni per le persone che praticano attività fuoripista: questa è la situazione più critica per gli appassionati di sport invernali! Sono necessarie una scelta ottimale dell’itinerario e l’adozione di misure atte a ridurre il rischio. Evitare i pendii molto ripidi alle esposizioni e alle quote indicate nel bollettino delle valanghe. Persone inesperte dovrebbero rimanere sulle discese e sugli itinerari aperti.

Ma in quei giorni soffiava vento e quindi erano possibili oscillazioni del livello di pericolo verso 4 – forte. Ancora un’ultima citazione dal Supporto interpretativo, un avvertimento che deve sempre essere tenuto presente quando ci si muove in condizioni di variabilità meteorologica.

Il pericolo di valanghe cambia nel tempo e all’interno del periodo di validità del bollettino valanghe può passare da un grado di pericolo a quello precedente o successivo. Normalmente l’aumento del pericolo, causato ad es. da una nevicata o dal vento, avviene in modo nettamente più veloce che la sua diminuzione.

Concludo con una mia osservazione:

  • Una nevicata fa aumentare il pericolo in modo progressivo e regolare su tutto il territorio, in proporzione all’entità della precipitazione ed all’inclinazione dei versanti interessati.
  • Il vento agisce in funzione della direzione e velocità, ma subisce le infinite variazioni di velocità e direzione imposte dalla morfologia dell’ambiente, per cui i processi di erosione, trasporto e ridistribuzione del manto nevoso sono raramente ben localizzabili e, talvolta, tragicamente sorprendenti.

La fotografia in apertura di questo articolo della zona in cui è mosso il Tenente Filippo Calandri lo dimostra chiaramente: il canalone è stato disceso senza difficoltà; poco lontano, appena oltre il traverso a destra, era celato il trabocchetto preparato dal vento.

INTEGRAZIONE:

Il NUCLEO RILEVAMENTO DEL 1° REGGIMENTO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA ha effettuato una ricerca sulle cause del distacco del 31 gennaio sul pendio della Cima Cobre ed ha condotto una prova penetrometrica il cui risultato è riprodotto nel profilo conclusivo della relazione.

Partendo dall’alto, si possono riconoscere:

  1. Quattro sottili strati, per uno spessore complessivo di ≈ 35 cm, di neve recente per precipitazione o trasportata dal vento (simbolo linea tratteggiata), tutti a debole coesione.
  2. Questi strati, ricoprono un lastrone, abbastanza resistente, spesso ≈25 cm (il simbolo a lato indica particelle rotonde sfaccettate).
  3. Sotto al lastrone si trova uno strato di ≈ 25 cm di cristalli sfaccettati (simbolo quadretto); la resistenza dello strato è molto bassa, come mostra chiaramente il rientro della linea di profilo.
  4. Infine uno strato di fondo di policristalli (grumi di granuli ghiacciati) di buona resistenza.

Lo spessore degli strati di superficie non è stato sufficiente a smorzare gli incrementi di pressione che lo sciatore in discesa esercitava sul manto nevoso; ne è conseguito che queste sollecitazioni hanno potuto raggiungere il lastrone e lo strato debole sottostante, provocando la frattura di quest’ultimo. Il lastrone, privato del sostegno al letto, è rimasto “aggrappato” agli ancoraggi periferici, ma questi erano sottili e, inoltre, l’ancoraggio a monte, come si vede bene nell’immagine n° 2, era interrotto dai due grandi massi che affiorano dalla neve. In queste condizioni non era possibile aspettarsi altro che la frattura ed il distacco del lastrone.

© Elisabetta Caserini
© Elisabetta Caserini

 

 


Trail-food

Molte delle comodità a cui eravamo abituati non saranno disponibili, ma questo significa anche che potrebbero presentarsi piacevoli scenari inaspettati se saremo pronti a coglierli. In fondo, per quanti sarà davvero un deterrente l’idea di non trovare un rifugio o un bar aperto a fine gita? Era bello fermarsi con gli amici a bere una birra dopo una sciata, certo. Per non parlare della comodità di poter pernottare in quota e raggiungere la cima dopo una colazione al caldo. Ma non era ciò che ci motivava a partire e non lo sarà neanche adesso. Anzi, in alcuni casi il rifugio o l’impianto in funzione erano addirittura motivo per cambiare destinazione: il rischio di ritrovarsi in un luogo troppo affollato ha sempre fatto desistere chi dalla montagna si aspetta esperienze di stampo più esplorativo. Perché non riorganizzare questa stagione invernale anomala e ripartire dalle basi, ricordandosi che in fondo tutto quello che serve è un paio di sci ai piedi? Anzi, un paio di sci ai piedi e un pranzo al sacco.

Ed è per questo che su Skialper 134 di febbraio-marzo parliamo di trail-food. Una pratica che nasce tra backpacker e thru-hiker d’oltreoceano dove, a differenza di quanto accade normalmente nei territori alpini, i punti per rifornirsi lungo i più famosi cammini di lunga percorrenza distano normalmente parecchi giorni l’uno dall’altro. Più che di scienza culinaria si tratta di una vera e propria cultura dell’arrangiarsi nella wilderness. E di un modo per produrre meno rifiuti e fare una scelta più consapevole e amica dell’ambiente. Come si fa? Basta avere un essiccatore, ma anche un forno ventilato, con alcune accortezze, può funzionare. Abbiamo chiesto a Elisa Bessega, che si produce il cibo per le sue avventure nella natura, di darci qualche dritta e di consigliarci qualche ricetta. Per esempio quadretti energetici al cioccolato, cous cous e infuso di zenzero e limone. Non resta che comprare Skialper e provare le ricette. 


Maître Vivian

Mai sopra le righe, mai oltre gli 88 millimetri al centro, uno stile sul ripido impeccabile, un’esperienza enorme. E tanta disarmante semplicità. Vivian Bruchez è lo sciatore che non passa mai di moda. Ed è anche per questo che il nostro Andrea Bormida l’ha intervistato per il numero 134 di Skialper, di febbraio-marzo, in edicola a partire da questa settimana. «Uno sci di montagna il suo, puro e semplice, fatto di ricerca di nuovi itinerari, di esplorazione delle pieghe della roccia una volta che la neve ha fatto il suo lavoro - scrive Bormida nell’introduzione dell’intervista - Uno sci d’avventura su pendenze sostenute, estreme ma non per necessità od ostentazione. Per vivere la montagna perdendosi nelle sue rughe, comprendendo la bellezza di essere piccoli davanti alla sua mole. Vivian negli anni ha imparato a fare conoscere questo stile inconfondibile, anche nel modo di sciare. Non capita spesso di ricordare uno sciatore per la sua tecnica eccelsa: sci vicini, compostezza, fluidità, mai una sbavatura, dosando velocità e curve, seguendo quanto la montagna e il pendio ci impone. Nessun largone sotto al piede, 88 millimetri possono bastare, eccome. È lo sciatore che fa la differenza, non gli assi. Il piede».

Chamonix e il Monte Bianco, il momento particolare che stiamo vivendo, l’affollamento delle discese più famose, i progetti, le discese con i giovani, l’amicizia con Kilian e Jacquemoud, l’evoluzione dei materiali. È un dialogo a 360 gradi quello di Andrea e Vivian. Qualche anticipazione? Meglio essere buoni sciatori o buoni alpinisti? «Idealmente direi entrambe le cose, d’altra parte se devo scegliere dico un buon alpinista, semplicemente perché l’alpinista legge meglio la montagna e capire e analizzare le condizioni è fondamentale. Come anche saper adattare il proprio percorso a seconda delle situazioni, prendere le decisioni giuste in un determinato momento». Per il seguito… c’è Skialper 134 di febbraio-marzo. E l’attrezzatura? «Ci sono sempre novità, anche solo piccole modifiche: mi piace molto lavorare sull’attrezzatura nel garage, faccio delle prove e vedo se l’idea è buona. Per me l’attrezzatura migliore è quella con cui puoi fare tutto. Credo fermamente nella versatilità dei prodotti, in generale preferisco un buon trattore ben oliato e con un motore rodato a una macchina da corsa». 

© David Machet

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