Alla ricerca di Tom Ballard

Il collegamento si era interrotto all’improvviso, ma Alex Txikon non aveva alcun dubbio: il video che stava guardando mostrava due corpi senza vita; non c’era stato il tempo di scattare una foto, prima che il drone smettesse di trasmettere, ma l’immagine di quei due corpi si era impressa nella sua mente. «Ho riconosciuto i loro zaini, i guanti, i berretti che indossavano e anche la forma dei loro corpi» racconterà dopo. I due corpi, legati alla stessa corda, distanti non più di tre metri l’uno dall’altro, si trovavano a circa 5.800 metri, in un labirinto di rocce e neve. Il primo, ancora appeso alla corda, penzolava all’interno e fuori dall’inquadratura del drone; il secondo, anch’esso attaccato alla corda, giaceva riverso su una roccia, qualche metro al di sotto del suo compagno. Si trattava dei due alpinisti Daniele Nardi e Tom Ballard, di 42 e 30 anni; arrivati in Pakistan alla fine di dicembre del 2018 per tentare la terza salita invernale del Nanga Parbat (8.126 metri) attraverso il leggendario e incompiuto Sperone Mummery. 

La morte di Nardi e Ballard ha avuto un’incredibile eco su quotidiani e riviste di tutto il mondo, anche a causa delle nobili origini alpinistiche di Tom, figlio d’arte di Alison Hargreaves, definita da Reinhold Messner come la più forte fra le alpiniste donne. Hargreaves, dopo essere arrivata vicinissima all’obiettivo di salire per prima, in una singola stagione, le sei grandi pareti Nord delle Alpi, morì nel 1995, insieme ai sei compagni di spedizione, durante la discesa dal K2, in uno degli episodi più drammatici della storia dell’alpinismo, anch’esso protagonista sui quotidiani di tutto il mondo. Tom, che all’epoca della morte della madre era solo un bambino, cresciuto aveva poi ripercorso le tappe della carriera alpinistica di Alison, prima impegnandosi sulle pareti Nord delle Alpi, poi avventurandosi sulle montagne più alte del Pianeta e, proprio come la madre, era conosciuto e apprezzato nell’ambiente alpinistico per le sue imprese in solitaria. Il Nanga rappresentava per Tom il grande salto, forse addirittura troppo grande. Nardi aveva ripetutamente tentato lo Sperone Mummery negli anni precedenti, sviluppando un’autentica ossessione per quella via: la sua decisione di tornare in Pakistan per provare nuovamente la salita non aveva suscitato stupore nell’ambiente alpinistico, a differenza della partecipazione di Ballard. Affrontare per la prima volta un Ottomila, senza essersi mai cimentati su montagne al di sopra dei 6.000 metri, per di più durante la stagione invernale, periodo in cui le temperature diventano rigidissime e le montagne vengono spazzate da venti a 160 chilometri all’ora, significava forse alzare troppo l’asticella. 

Ma per comprendere appieno il livello della sfida portata avanti da Nardi e Ballard occorre considerare non solo le difficoltà dell’alpinismo invernale himalayano (la maggior parte dei 14 Ottomila sono stati saliti in invernale una sola volta), ma anche il fatto che la via scelta per la salita presenta un elevatissimo rischio di valanghe. Lo Sperone Mummery è infatti una costola rocciosa che sale, come la spina dorsale di un drago, dritta verso vetta, dalla parte bassa fino al plateau, che si trova al di sotto della piramide sommitale; una bellissima linea, indubbia- mente, ma estremamente rischiosa. Reinhold Messner e suo fratello Günther sono gli unici ad averla percorsa, prima di Nardi, Ballard ed Elisabeth Revol, la compagna di Nardi nel tentativo di salita del 2013. Nel 1970 i due fratelli Messner dovettero tentare la discesa lungo lo Sperone Mummery, poiché Günther presentava i sintomi del mal di montagna e non sarebbe sopravvissuto a un altro bivacco. 

Alison Hargreaves con Tom e Kate © Murdo MacLeod

Nei giorni del battage mediatico seguito alla scomparsa di Nardi e Ballard, proprio Messner parlerà con la stampa dello Sperone Mummery, definendolo la via più perico- losa sul Nanga Parbat e una scelta obbligata per lui e Günther, poi travolto e ucciso da una slavina nel corso della discesa; una via che, dalle sue stesse dichiarazioni, Messner mai avrebbe tentato in salita, in particolare in inverno, a causa dell’elevatissimo rischio costituito dalle valanghe e dai blocchi di ghiaccio che cadono dai tre seracchi sovrastanti lo Sperone.  Simone Moro, autore della prima salita invernale del Nanga Parbat nel 2016, e unico ad aver salito quattro Ottomila in inverno, ha definito l’impresa in maniera ancor più funesta, sottolineando come tentare lo Sperone Mummery fosse come partecipare a una roulette russa. 

Lo stesso Moro esprimerà in diverse interviste le sue perplessità sulla scelta compiuta da Ballard, evidenziando come la decisione di affrontare per la prima volta un Ottomila in invernale, lungo una via nuova e con il livello di pericolosità dello Sperone Mummery, non fosse proprio la strada maestra per l’inizio di una carriera sulle montagne più alte della Terra. Il tentativo di salita dello Sperone Mummery ha inizio per Nardi e Ballard nel mese di gennaio 2019; i due alpinisti trascorrono la maggior parte dei primi giorni battendo traccia in mezzo alla neve e tentando di non congelarsi. Tom, in un post scritto per il blog dello sponsor Montane, definisce la temperatura talmente rigida da consentirgli, all’interno della tenda, di leggere a malapena il capitolo di un libro, prima che le dita diventino troppo fredde per girare le pagine. Nell’attesa di condizioni meteo più favorevoli, i due alpinisti rimangono al campo base, dove cercano di mantenere la forma fisica con scalate in dry-tooling su qualche masso; l’arrivo di una finestra di alta pressione permette a Nardi e Ballard di piazzare Campo I, Campo II e infine Campo III, a quota 5.700 metri; da un post di Tom sappiamo che il Campo III, anche se ricavato all’interno di un crepaccio, è spazzato da un vento incessante e molto forte. Nei giorni seguenti le incursioni di Tom e Daniele al Campo II e III vengono sempre ostacolate da cattive condizioni meteo: 

«La costante minaccia delle valanghe non ci ha permesso di trascorrere la notte ai Campi II e III» scrive Ballard. A ogni successiva risalita ai campi le tende devono essere estratte da cumuli di neve portata dalle valanghe: «Il timore che il Campo I venisse sommerso ha fatto sì che rientrassimo al campo base: l’enorme valanga che ha travolto, poco dopo, la nostra linea di discesa ci ha confermato la bontà della decisione». Il pomeriggio del 24 febbraio 2019 Daniele Nardi chiama con il telefono satellitare uno dei suoi sponsor in Italia; i dati ricavati da quella chiamata GPS collocano Nardi e Ballard a 6.300 metri di quota. Durante la telefonata Daniele comunica la loro decisione di scendere al Campo IV, a quota 6.000 metri, in modo da potersi rifugiare all’interno della portaledge precedente- mente piazzata, per ripararsi dalla tempesta che sta investendo la montagna. Alle 18.30 l’ultima chiamata di Daniele alla moglie e quella successiva al Campo Base per comunicare la decisione di tentare di abbassarsi ancora di quota, fino al Campo III a 5.700 metri. Dopo quest’ultimo contatto il silenzio cala su Tom e Daniele e viene approntata una squadra per un tentativo di soccorso in quota. La prima settimana trascorre senza possibilità di agire a causa sia delle avverse condizioni meteo che delle tensioni politiche al confine fra India e Pakistan; il 3 marzo Alex Txikon e alcuni compagni di spedizione lasciano il campo base del K2 (dove erano impegnati negli stessi giorni nel tentativo di prima salita invernale) e vengono trasportati in elicottero al campo base del Nanga Parbat nella speranza di identificare la posizione di Nardi e Ballard sulla montagna. 

Nei giorni seguenti, come Daniele e Tom, la squadra di soccorso guidata da Alex Txikon deve più volte scendere al campo base per l’elevatissimo rischio di valanghe, che continuamente investono i campi più alti della via sullo Sperone; gli alpinisti trovano riparo rifugiandosi dentro i crepacci, ma il terreno estremamente instabile rende impossibile proseguire nella salita. Per questa ragione vengono utilizzati i droni per sorvolare lo Sperone e il 5 marzo Txikon avvista i corpi senza vita di Daniele e Tom. Sui media in quei giorni una serie di domande si rincorrono senza sosta. Perché Ballard aveva scelto una via così pericolosa e forse al di fuori della sua portata in termini di esperienza? Che cosa lo aveva indotto a continuare, nonostante avesse potuto sperimentare in prima persona quanto l’impresa fosse rischiosa? Quali ragioni lo avevano spinto a proseguire in un’impresa che sembrava così lontana dalle sue inclinazioni? Tom viene descritto dai suoi compagni di cordata come un alpinista perfettamente consapevole dei rischi e sempre molto attento alla sicurezza; uno di loro, Marco Berti, racconterà in seguito come Ballard fosse solito, sulle vie lunghe in Europa, piazzare chiodi anche su pareti di terzo grado. Ma pure il Ballard delle imprese in solitaria, che scalava con regolarità vie di grado fino al 5.12c (N.d.T.: 7b/7b+) senza corda - una su tutte Master of Disaster a San Nicolò in Trentino - si era sempre mantenuto all’interno di un limite per lui accettabile di sicurezza. Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro, tornando non solo alle esperienze di Ballard sulle montagne, ma alla storia alpinistica di sua madre. Comprendere le motivazioni di uno dei più prolifici esponenti del free solo del suo tempo e forse anche degli anni precedenti, non è un compito semplice, soprattutto se consideriamo che Ballard ha sempre portato avanti le sue imprese in maniera silenziosa, lontano dal clamore mediatico. Da un lato alcune affermazioni di Tom possono far pensare che l’eredità alpinistica della madre non fosse il principale motore per le sue imprese: 

«Penso che molte persone ritengano che scalando cerchi di avvicinarmi maggiormente a mia madre» aveva sottolineato durante un’intervista, «ma non è così. Io lo faccio solo per me stesso». 

Alison Hargreaves nel 1986 sul Kangtega © Mark Twight

Tuttavia gli obiettivi perseguiti e raggiunti da entrambi durante la loro carriera come alpinisti e il parallelo shakespeariano fra la vita di Tom e quella di sua madre confutano nei fatti le sue affermazioni. È proprio nel tentativo di seguire il percorso della madre, ma al tempo stesso di non esserne in toto definito, che risiede il germe della tragedia consumatasi sullo Sperone Mummery. Con il passare degli anni Tom assomigliava sempre di più a sua madre: le guance rotonde, spesso arrossate dal vento, il collo solido erano indubbiamente quelli di Alison Hargreaves, solo gli occhi azzurro ghiaccio non erano quelli della madre. A vent’anni Tom portava i capelli lunghi fino alle spalle, dopo si fece crescere un sottile pizzetto sul mento. Stefania Pederiva, sua fidanzata per cinque anni, parla di Tom come di un ragazzo dotato in qualsiasi cosa facesse, dall’arrampicata allo sci, ma anche nella scultura e nella fotografia.  Aveva letto e poi riletto dozzine di volte il suo libro preferito, I sette pilastri della saggezza di T.E. Lawrence, da cui era stato tratto il film Lawrence d’Arabia; strabordante di epica, a metà fra l’autobiografia e il romanzo, con un’epigrafe infarcita di misticismo, il libro di Lawrence racconta la sua esperienza di vita come emissario del governo inglese durante la rivolta araba contro l’impero ottomano nella Prima Guerra Mondiale. Stefania racconta di aver più volte tentato di terminare la lettura del voluminoso tomo, di oltre 600 pagine, senza esserci mai riuscita: «Credo che a Tom piacesse perché si ritrovava in quella storia, che rispecchiava il suo modo di vivere lontano dalla società». Ed è forse in una frase del libro di Lawrence, che Tom tanto amava, che possiamo trovare un collegamento con le sue imprese alpinistiche: «Quelli che di notte sognano nei polverosi angoli della propria mente scoprono, di giorno, che era solo vanità; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno a occhi aperti, per attuarlo». 

Forse questa frase per Tom rappresentava la grandiosità dei sogni che aveva concepito per se stesso sulle montagne, sogni da custodire, senza parlarne con alcuno. Nei dieci anni precedenti la sua morte, Tom trasformò alcuni dei suoi sogni in realtà. Per molti dei suoi conoscenti Ballard rappresentava un talento cristallino nel mondo dell’alpinismo, nonostante il Piccolo Principe delle montagne, come lo aveva ribattezzato Stefania, fosse per lo più sconosciuto nel mondo dell’alpinismo di alto livello. Graham Zimmerman, amico e compagno di cordata di Tom, è convinto che la sua morte possa cambiare la situazione, rendendolo oggi famoso per le sue imprese nell’alpinismo: «In America ci sono molti climber che non conoscono Tom, ma penso che negli anni a venire, quando le imprese di Tom verranno rese note, diventerà molto più conosciuto all’interno della comunità alpinistica: le imprese che ha compiuto e i traguardi che ha raggiunto nella sua breve carriera sono incredibili». 

L’arrampicata nel sangue 

Uno dei ritornelli che si sentono più di frequente abbinati al nome di Tom Ballard è quello relativo al fatto che avesse salito l’Eiger già prima di nascere, infatti nell’estate del 1988, al quinto mese e mezzo di gravidanza, l’allora ventiseienne Alison Hargreaves aveva scalato la parete Nord dell’Eiger. Pochi mesi dopo, come raccontano Ed Douglas e David Rose in Le ragioni del cuore. Storia di Alison Hargreaves, Alison, intenta a fare sicurezza al marito Jim Ballard nella falesia locale di Cromford Black Rocks, aveva avvertito le prime contrazioni, che avevano portato alla nascita di Tom il giorno successivo. Due anni più tardi, Alison e Jim – lui stesso appassionato climber e gestore di un negozio d’arrampicata a partire dagli anni ’70 fino all’inizio degli anni ’90 – diedero il benvenuto alla sorella minore di Tom, Kate, portando così il clan dei Ballard a quattro membri. Alison era una climber emergente fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ma la nascita di Tom coincise con lo spostamento dei suoi interessi verso le grandi montagne himalayane, un terreno di gioco che si rivelò essere quello più adatto alle sue qualità. Durante la sua prima spedizione himalayana, nel 1986, mise a segno diverse ripetizioni e nuove linee sul Kangtega e sul Lobuche East in Nepal come parte di una squadra che comprendeva anche gli americani Jeff Lowe, Mark Twight e Tom Frost. Anche dopo la nascita di Tom e Kate, Hargreaves continuò la sua carriera di alpinista; viveva con la famiglia nel Derbyshire, in Inghilterra: un territorio prevalente- mente collinare interrotto solo dalle alture del Peak District. Tom frequentava la scuola locale, dove «faceva le esperienze tipiche dei bambini della sua età», racconta Jim; ma il normale scorrere della sua esistenza, fatta di giochi con i coetanei e d’inverno di scivolate con lo slittino sulla neve, veniva a volte interrotto da periodi, che potevano durare anche mesi, in cui tutta la famiglia si metteva in viaggio per assistere Alison durante le sue imprese sulle Alpi. 

Nell’estate del 1993, quando Tom aveva quattro anni e Kate due, Alison volle diventare la prima persona ad aver salito in solitaria le sei grandi pareti Nord delle Alpi (Eiger, Pizzo Badile, Grandes Jorasses, Petit Dru, Cima Grande di Lavaredo e Cervino) in una sola stagione. Tutta la famiglia la seguì, vivendo fra la Svizzera, la Francia e l’Italia.
Il progetto di Alison rappresentava una nuova interpretazione del traguardo raggiunto da Gaston Rébuffat negli anni ’50, il primo ad aver salito le sei grandi pareti Nord delle Alpi. Rébuffat, concluso il progetto, nel 1954 aveva raccolto in un libro, dal titolo Étoiles et Tempêtes (pubblicato in inglese con il titolo Starlight and Storm e in italiano con Stelle e tempeste) il resoconto dell’impresa. Al termine del progetto Hargreaves probabilmente spinta nella ricerca di notorietà dal marito manager, decise a sua volta di pubblicare un libro con il resoconto dell’impresa (A Hard Day’s Summer), ma il risultato fu molto diverso dalle aspettative, forse anche a causa del fatto che il progetto non fosse in realtà stato realizzato nella sua interezza. Alison infatti non aveva salito la parete Nord dell’Eiger, ma quella Nord-Est, attraverso la meno impegnativa via Lauper; nonostante questa discrepanza, sia all’epoca che oggi, molte fonti la definiscono come la prima persona ad aver salito in solitaria le sei grandi pareti Nord delle Alpi. 

Il libro contiene anche il racconto di un macabro ritrova- mento avvenuto durante la discesa dalla vetta dell’Eiger; lungo la via infatti Alison si era imbattuta in svariati pezzi di equipaggiamento: una vite da ghiaccio, una piccozza, un guanto e altri piccoli frammenti non perfettamente riconoscibili e alla fine dei detriti aveva identificato il corpo senza vita di un alpinista. Si trattava di un alpinista spagnolo che aveva tentato la salita ed era morto cadendo, una specie di monito agli occhi di Alison sulla pericolosità e i rischi della sua vocazione. Nel corso della sua vita la Hargreaves venne spesso criticata ed etichettata come una madre irresponsabile per le sue imprese alpinistiche, portate avanti anche dopo la nascita dei due figli: un chiaro esempio di discriminazione femminile, dato che raramente lo stesso tipo di accusa viene rivolta ad alpinisti maschi con figli piccoli. L’impresa, quasi riuscita, di scalare in solitaria in una sola stagione le sei grandi pareti Nord delle Alpi rappresentò per Alison un grosso passo avanti in termini di notorietà nel mondo dell’alpinismo; la famiglia si trasferì in Scozia, stabilendosi a Fort William, vicino alla montagna più alta delle isole britanniche: Ben Nevis. Sullo slancio di quell’estate, Alison decise di portare la sfida a un livello più alto: avrebbe tentato la salita all’Everest senza ossigeno supplementare, impresa che era riuscita prima a una sola donna, Lydia Bradley. Esattamente come Tom, 24 anni dopo, Hargreaves non aveva alcuna esperienza al di sopra degli 8.000 metri e neppure dei 7.000, ma con l’intera famiglia appresso, nell’estate del 1994, partì per il Nepal. Tentò la vetta tre volte, arrivando nel secondo tentativo a circa 8.400 metri, ma tornò indietro per la paura di morire congelata. 

Tuttavia il fallimento del 1994 non la scoraggiò, anzi la indusse a tornare in Nepal l’anno seguente - da sola, senza la famiglia - con un progetto ancor più ambizioso: salire l’Everest da sola, senza ossigeno supplementare e senza alcun tipo di supporto: nessun aiuto esterno, nessuna possibilità di utilizzare corde fisse, né le tende di altri alpinisti. L’unico alpinista, fino a quel momento, in grado di compiere un’impresa del genere era stato l’ineguagliabile Reinhold Messner, che fu anche il primo al mondo a scalare tutte le 14 vette degli Ottomila. Ma Alison riuscì nell’impresa, arrivando al punto di rifiutare anche una tazza di tè, come scrisse Alison Osius, editor della rivista Climbing. Hargreaves voleva neutralizzare ogni possibilità di attacco alla sua impresa, per evitare il ripetersi della polemica nata dopo il progetto sulle grandi pareti Nord delle Alpi, e ci riuscì. Più tardi, durante l’estate del 1995, decise di prendere parte a una spedizione per la conquista del K2; all’arrivo della finestra per il tentativo di vetta, la situazione della montagna venne ritenuta eccessivamente pericolosa dagli alpinisti della squadra di Alison e dalle altre spedizioni presenti. Alison vacillò lungamente fra il desiderio di tentare e quello di abbandonare; alla fine, nel pomeriggio del 13 agosto, prese la decisione di portare l’attacco alla vetta, che raggiunse alle 18.45, troppo tardi per trovarsi così in alto sulla montagna. Quello stesso giorno il neozelandese Peter Hillary, dopo aver visto sopraggiungere all’orizzonte nubi inquietanti, aveva rinunciato alla salita; le stesse nubi che avvolsero la montagna nel momento in cui Alison raggiunse la vetta. Durante la discesa la Hargreaves e sei altri alpinisti persero la vita nella terribile bufera che investì la montagna; fra essi anche l’americano Rob Slater, famoso per il suo motto La vetta o la morte, in ogni caso vinco. 

Alison fu strappata dalla montagna da un vento a oltre 160 chilometri all’ora; il corpo identificato a 7.400 metri di quota si presume appartenesse a lei, sebbene la conferma ufficiale non sia mai arrivata. Alison Hargreaves aveva 33 anni. 

A causa della difficoltà di reperire informazioni in tempo reale, Jim Ballard chiamò la redazione della rivista Climbing, nella speranza di ricevere gli ultimi aggiorna- menti sulle condizioni della moglie. Nel lungo servizio pubblicato sulla rivista, Alison Osius racconterà quella telefonata di Jim Ballard, descrivendola in questo modo: «Ballard parlava a voce bassa, come se non volesse farsi sentire dai bambini, che canticchiavano in sottofondo». Kate aveva 4 anni e Tom 6. Cosa ricordano la maggior parte delle persone di quando avevano sei anni? Il momento in cui hanno imparato ad andare in bicicletta per la prima volta? Il profumo della mamma o dell’acqua di colonia del papà? I giochi con gli amici nel cortile della scuola? A Tom rimasero solo immagini sfocate: in un’intervista al giornalista Robert Chalmers nel 2015 disse di «non ricordare quasi nulla della madre» se non che fosse una persona gentile e generosa, anche se fortemente determinata. Sulla scia della morte di Alison infuriò, sui quotidiani britannici, lo stesso dibattito che era seguito alla sua impresa sull’Eiger durante la gravidanza. La domanda ricorrente era se fosse moralmente giusto per la madre di due bambini piccoli tentare la salita al K2. Il Sunday Times pubblicò un articolo dal titolo Il K2 non è per le madri, il Daily Express un altro: La coraggiosa Alison era una buona madre?. Ma Tom non provò mai alcun rancore o risenti- mento verso la madre per aver scelto la via pericolosa della montagna e non essere tornata indietro. «Perché la capisco - spiegò a Chalmers - comprendo perfettamente perché lo facesse. Preferisco che sia morta inseguendo la sua passione che in un altro modo». 


Sopra, Alison Hargreaves
© Mark Twight. A destra, Tom con il padre Jim © Rugero Arena

I pilastri della saggezza 

Quattordici anni dopo, nell’inverno del 2009, Ballard, all’epoca ventenne, affrontò per la seconda volta la parete Nord dell’Eiger, dopo averla salita mentre si trovava ancora nella pancia della madre. Aveva deciso di tentare la ripetizione di Scottish Pillars (5.10 – A3), una via aperta nel 1970 nella zona sinistra della stessa parete. In Scozia Ballard aveva sviluppato una vera passione per le imprese in solo, con o senza corda, sia su roccia che su ghiaccio in inverno. Durante quella stagione, vivendo con il padre e la sorella in un granaio ad Alpiglen, Grindelwald, vicino alla base della montagna, Tom riuscì a risolvere l’inizio della via, ma il cattivo tempo ne limitò di molto i progressi; tuttavia i costanti avanzamenti lo portarono nella tarda primavera a completare la ripetizione. Con quella realizzazione, Tom maturò la consapevolezza di essere in grado di scalare in libera Scottish Pillars, ma anche che c’era il potenziale per l’apertura di una nuova via di fianco a essa; prima che l’estate fosse terminata, aveva raggiunto entrambi gli obiettivi. Battezzò la variante di Scottish Pillars, aperta in libera, Solitaire e aprì la nuova via, in solitaria - con la protezione della sola corda - che chiamò Seven Pillars of Wisdom (ED 5.12b - N.d.T: 7b/7b+). 

Ma più che un semplice gioco di parole, il nome scelto per il battesimo della nuova via rappresentava un chiaro rimando al libro preferito di Tom e un’autentica dichiarazione di intenti: avrebbe realizzato i suoi sogni, ma con lucidità e tenendo gli occhi ben aperti. Nel corso dei sette anni successivi, Jim mantenne fede alla promessa fatta ad Alison: «Qualunque cosa dovesse accadere a uno di noi, non impedirà all’altro di far condurre ai bambini una vita avventurosa»; girando l’Europa, come casa un Volkswagen bianco, Jim e Tom andavano alla ricerca di buone condizioni sulle Alpi. Conducevano una vita modesta: facendosi il tè con una tecnica appresa dagli sherpa in Nepal, giocando a carte, aggiustando l’attrezzatura rotta, sonnecchiando o leggendo e arrampicando; arrampicando in continuazione. 

*Michael Levy è redattore di Rock and Ice

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Continuano i webinar gratuiti sulla prevenzione e la sicurezza

Non sapete cosa fare questa sera? Niente paura, un buon consiglio ve lo diamo noi, soprattutto se avete iniziato ad avvicinarvi allo scialpinismo e alla montagna aperta in questa stagione invernale: un webinar sulla prevenzione e sicurezza negli sport di montagna. Naturalmente gratuito. L’appuntamento - il primo di una serie di quattro - è per questa sera alle 20,30. Organizzato da Mmove, in collaborazione con Ortovox e Garmin, il progetto Safety First riunisce Guide alpine, nivologi e aziende di riferimento per creare una cultura della sicurezza in un momento in cui la frequentazione della montagna, a causa della chiusura degli impianti, è aumentata esponenzialmente. 

Nel menù di questa sera ci sono gli ‘strumenti e le conoscenze per la prevenzione sulla neve’. Interverranno Mauro Girardi di Mmove, il nivologo Gianluca Tognoni (prevenzione su terreno innevato), Giovanni Pagnoncelli di Ortovox (preparazione dello zaino, Luca Sannazzari di Garmin (sicurezza digitale, dispositivo inreach). 

Il 26 febbraio di prevenzione nella salita, per scialpinisti e snowboarder, sempre alle 20,30, il 2 marzo si parla di prevenzione per la discesa, il 5 marzo di come muoversi su terreno innevato senza sci. 

È possibile iscriversi al primo seminario a questo link, mentre per informazioni sugli altri appuntamenti info@mmove.it


Valanghe, quanto è pericolosa la nostra mente?

Senza quasi accorgersene, capita di gestire alcune situazioni tipiche dello skialp e dello sci lontano dalle piste battute secondo procedimenti euristici, cioè attraverso metodi di approccio alla soluzione dei problemi che non seguono un percorso rigoroso ma, piuttosto, affidandoci all’intuito e allo stato temporaneo delle circostanze. Così facendo, siamo portati a prevedere un risultato che tuttavia resta da convalidare. Ovvero la certezza di essere al riparo da una situazione di distacco di valanga non ce l’abbiamo, anzi, con questi comportamenti quasi la escludiamo. Incappiamo appunto nelle cosiddette trappole euristiche. Entrando nello specifico, Igor Chiambretti e Anselmo Cagnati, nell’ambito dei corsi per osservatore nivologico dell’AINEVA (Associazione Interregionale Neve e Valanghe), hanno cercato di classificare i profili psicologici di scialpinisti e freerider e quei meccanismi che inducono anche i più esperti a esporsi a un eccessivo rischio di essere travolti da una valanga. Per semplicità, ecco le più comuni trappole euristiche: 

familiarità: 

siamo sempre passati di qui, è già tracciato. Invece di cercare le scelte e i comportamenti più adatti alla situazione del momento, si tende a ripercorrere scelte precedenti; 

eccesso di determinazione: 

ormai siamo arrivati fin qui, dai che ci siamo, la cima è li sopra. Una volta presa una decisione, le altre devono essere conseguenti a essa perché ormai sembrano più ovvie; 

euforia: 

mamma che polvere che c’è oggi! Giù a cannone!; consenso sociale: 

chi sono io per dire qualcosa, poi passo da sfigato. Si è generalmente più disponibili al rischio in presenza di persone, specie se le stimiamo e ammiriamo, ritenendole più esperte di noi; 

competitività sociale: 

dal francese celodurismo; 

aura dell’esperto: 

sa sciare bene, va sempre in montagna, quindi saprà valutare dov’è il pericolo, fidatevi di me, l’ho già fatta 100 volte; 

istinto gregario – potere del gruppo: 

non so bene chi prende le decisioni, ma siamo in gruppo, se è effettivamente pericoloso qualcuno lo dirà. Più è grande il gruppo, tanto maggiore è il rischio. Oltre al fatto oggettivo dell’au- mento della probabilità di incidente derivante dal numero, aumentano le possibilità di comportamenti indisciplinati e al contempo si riduce molto la percezione del pericolo; 

effetto dell’apprendimento negativo: 

non diamo per scontata la riuscita di una gita anche quando tutto è andato bene poiché non si sa con certezza quanto in realtà si è andati vicini al pericolo; 

sindrome del cavallo: 

ho poco tempo, oggi ho fretta di tornare indietro; 

sindrome dell’orso: 

per chi va da solo. 

Ingannati dal fatto che a volte nella vita quotidiana l’euristica è conveniente, dobbiamo considerare che non va bene in un contesto di alta montagna, con rischio reale e presente. E i numeri dicono che questo vale anche per chi ha una certa esperienza. In quasi tutti gli incidenti da valanga che hanno coinvolto anche vittime educate alle valanghe i malcapitati sono generalmente incorsi in una di queste tre situazioni: 

  1. non sono riusciti a notare indizi evidenti di instabilità;
  2. hanno sovrastimato la loro capacità di affrontare il rischio;
  3. si sono resi conto del pericolo, ma hanno continuato comunque.

Trovare la chiave per risolvere l’enigma decisionale non è certo così immediato. Per questo abbiamo deciso di fare due chiacchiere con qualcuno che di montagna ne macina, e parecchia, che sia d’estate o d’inverno. Un professionista del settore che in quota ci lavora, sia nel campo dell’accompagnamento, che della formazione e del soccorso. Insomma, uno che ha una visione a 360°, completa, perché nei suoi lavori spesso vede i due lati della stessa medaglia. 

Daniele Fiorelli vive in Valmasino, nel regno del granito, dove è nato e cresciuto come alpinista e come professionista proseguendo la tradizione di famiglia. È Guida alpina e Istruttore nazionale delle Guide alpine Italiane, membro del CNSAS con le qualifiche di Istruttore nazionale e tecnico di elisoccorso. Svolge la sua attività su tutto l’arco alpino e all’estero: arrampicata su roccia, ghiaccio, scialpinismo e freeride. Daniele ha recentemente ritenuto che questi argomenti dovessero essere trattati anche nell’ambito della formazione del corso per Aspiranti Guida alpina della Regione Lombardia, di cui è responsabile. Ed eccoci a fare due chiacchiere, con la schiettezza che lo contraddistingue. 

Avvicinandosi l’inizio della stagione abbiamo pensato che fornire agli appassionati di sport sulla neve un piccolo focus sul meccanismo delle trappole euristiche potesse essere utile per tentare di accendere qualche lampadina e far riflettere un po’ su questi meccanismi comportamentali. L’intento, non esaustivo, di aprire un piccolo spunto di riflessione in merito a situazioni in cui tutti ci troviamo. Sei d’accordo col dire nessuno escluso? 

«Certo. Nei meccanismi delle trappole euristiche ci saltan dentro tutti. I neofiti, gli esperti e a volte i professionisti stessi. Nessuno escluso. Permettimi la franchezza, per quanto riguarda le valanghe, specie nello scialpinismo, è meno difficile di quanto si pensi mettere il culo nelle pedate». 

Puoi raccontarci qualche episodio significativo dove l’errore commesso и stato uno dei meccanismi che abbiamo elencato? 

«Sinceramente ne avrei diversi, specie di interventi su cui mi è capitato di lavorare in ambito di Soccorso. Purtroppo non sono episodi belli da raccontare per via di esiti spesso fatali. Preferisco quindi non entrare nei dettagli, ma un esempio che ti posso fare risale a un incidente che ha visto coinvolti due local sulla classica montagna che si fa dopo una nevicata sul lato valtellinese delle Orobie. I due conoscevano bene il percorso. Era un itinerario che percorrevano più volte in stagione, praticamente con qualsiasi condizione di neve. Quando c’è stata la valanga, avevano scelto di percorrere il pendio classico di discesa leggermente più a destra rispetto al solito, la variazione di pendenza non era quasi significativa, eppure... Nel corso del mio lavoro ho visto una marea di casi simili purtroppo. E non solo con persone inesperte, anzi». 

La percezione del rischio passa attraverso diversi aspetti: la conoscenza del rischio stesso, la propensione soggettiva allo stesso di ciascun individuo, le influenze esterne, le valutazioni di probabilità. È un meccanismo estremamente complesso, specie per chi si avvicina allo scialpinismo ed è alle prime armi. Quali sono le trappole euristiche che ritieni piщ frequenti? 

«A mio avviso sono quelle legate alla familiarità perché è assolutamente trasversale, quasi democratica. Tocca tutti, dai meno esperti, ai garisti, ai professionisti. Capita che in montagna, specie su itinerari conosciuti, ci si muova con i paraocchi. Sono stato qui due giorni fa, la conosco come le mie tasche, faccio sempre questo fuoripista dopo le nevicate. Sono tutti ragionamenti che ciascuno di noi fa quasi inconsciamente, ma sono pericolosi. L’abitudine ci porta a pensare meno, ad abbassare il livello di attenzione tralasciando tutto un processo decisionale di scelte che invece va sempre affrontato. In montagna devo sempre ricordarmi di pensare. Altrimenti ci si ritrova sull’altra trappola, l’effetto gregge: riguarda spesso persone meno esperte, vedono tanta gente alla partenza di un itinerario, bella giornata, bella neve, e vanno dietro, seguono la traccia. Questo non ci mette assolutamente al riparo dai pericoli e dai rischi che potrebbero innescare le scelte sbagliate di chi è davanti. Magari il primo gruppo sta proseguendo perché è confortato dalla vostra presenza sull’itinerario! E non mi riferisco solo alle carovane di scialpinisti viste dopo la prima nevicata in Marmolada quest’anno. Anche se poi le condizioni di stabilità permettessero di muoversi su certi terreni in piccoli gruppi, trovarsi in molti su un pendio (inducendo quindi forti sovraccarichi) potrebbe generare spiacevoli sorprese». 

Lo scialpinista deve sempre pensare con la sua testa quindi? 

«Certamente. E se un membro del gruppo ha dei dubbi, anche se non è il più esperto, è utile che li esterni agli altri. Nella trappola che viene definita del consenso sociale il meccanismo che si innesca è quello che a uno o più componenti inizia magari a sorgere un dubbio sulla neve o sull’itinerario. Però sta zitto, non voglio mica passare da sfigato, da primo che si tira indietro. Posto che non bisogna arrivare a questo punto, occorre ragionare con la propria testa e confrontarsi nel gruppo, perché è quando si è con altri che si innesca questa trappola. 

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© Andrea Bormida

Sci-volare con lo ski savage

* Ski Sauvage è il titolo di un libro di François Labande degli anni Ottanta. In copertina abbiamo riportato il termine in francese, in questo articolo lasciamo spazio alla licenza poetica dell'autore. E poi così l'assonanza con ravanage è proprio perfetta.

Scende un fiocco di neve, è lì, sospeso che volteggia leggero senza aver toccato ancora terra. Già da un bel pezzo si sente nell’aria l’odore di neve. Subito vengo sbalzato, catapultato indietro nel tempo, quando, piccolo, scivolavo sul manto soffice e bianco col mio amico del cuore Marco. Avevamo la slitta, il bob, gli sci, la tavola, a volte solo le scarpe. Non importava, noi scivolavamo. Non sapevamo ancora che la neve venisse chiamata polvere, crosta, firn, beton. Non ci importava, la chiamavamo semplicemente neve e noi scivolavamo. Quello sci-volare è rimasto aggrappato nel mio animo insieme al bambino che non voglio che se ne vada mai via. O, forse, è quel bambino che non voglio che se ne vada mai via a voler rimanere aggrappato a quel dolce e magico sci-volare. Questo non lo capirò mai, ma non mi importa finché ci sarà un altro inverno e scenderà quel fiocco di neve.

Radici

Avevo poco più di vent’anni quando decisi di voler diventare una Guida alpina. Per farlo dovevo accedere a una selezione che comprendeva la prova di sci. Dovevo imparare la tecnica nuova, quella della conduzione, ma anche allenarmi sul piano fisico, quindi pensai che il modo migliore fosse quello di iniziare a fare le gare di scialpinismo. All’epoca nessuno dei bormini voleva fare coppia con me, non ero capace di sciare, nessuno mi voleva in squadra. Ho imparato a sciare quando avevo circa cinque anni, ma a poco più di dieci ho abbandonato gli sci per fare il tavolaro, come venivamo definiti negli anni ’90. In quegli anni a Bormio era vietato fare snowboard. Sembra impossibile, ma era così e tra il 2000 e il 2010 era vietato anche fare fuoripista, insomma sono sempre stato un sovversivo. Il freeride non mi è quindi arrivato addosso come sorpresa o intuizione. Ero uno snowboarder, conoscevo bene quella sensazione di libertà, di galleggiare su un pendio vergine. L’ho semplicemente trasferita sugli sci. Mentre lo scialpinismo in Alta Valtellina è sempre stato molto sentito, soprattutto dal punto di vista delle gare, il freeride invece non era ancora un fenomeno di massa. Quindi all’inizio le tracce larghe erano solo dei soliti quattro gatti sovversivi. Le nostre e basta. I primi anni è stato un mondo tutto da scoprire. Poi il fenomeno piano piano è dilagato per finire con l’esplodere anche qui. Adesso già durante una nevicata gli itinerari più famosi vengono subito tracciati. Quell’angolo paradisiaco che avevamo conosciuto alle origini è svanito. Quindi chi ha iniziato dieci, quindici anni fa, ha cominciato a spostarsi un po’ più in là per ritrovare angoli nascosti, prima camminando, poi mettendo le pelli per brevi tratti e infine per lunghe gite. Dal freeride siamo passati al freetouring e quelli più longevi hanno iniziato (o meglio, ricominciato) a fare scialpinismo vero e proprio. Tutto questo grazie anche all’evoluzione dell’attrezzatura: sci larghi come quelli da freeride ma leggeri come quelli da scialpinismo.

© Giacomo Meneghello

Dietro casa

L’Alta Valtellina è una zona così ampia e con numerose valli limitrofe che è ancora difficile trovare la ressa sugli itinerari. Tolti quei dieci classici e quindi le aree più conosciute come i Forni o la Val Viola, quando in primavera aprono le relative strade, il resto rimane poco o per nulla battuto. Chi non ha le competenze si muove solo sui percorsi conosciuti e già battuti; chi invece ha un po’ di esperienza non lo vedi in giro perché va a cercare posti poco frequentati. Certo, poi va messo in conto che tante valli sono difficili da raggiungere, ma le prospettive sono cambiate grazie all’uso della bicicletta a pedalata assistita con cui d’inverno puoi arrivare dove in primavera arriveresti in macchina con la strada pulita dalla neve. Questo tipo di scialpinismo è ancora di nicchia, ma si sta espandendo. In un raggio di 20 chilometri ci sono montagne e scenari, fauna e flora così diversi tra loro che sulle Alpi è difficile trovare tanta varietà in un’area relativamente piccola.

Non smettere mai di divertirti

Ci sono persone che nascono per andare a ripetere e altre che nascono con l’indole indomabile della curiosità e sono alla ricerca di qualcosa di nuovo. Che poi quel qualcosa di nuovo non deve essere obbligatoriamente nuovo, deve essere semplicemente nuovo ai loro occhi. Quello che a me piace tanto dello sci è un’interpretazione che chiamo ski savage, che ha dentro, non solo nella rima, un po’ di ravanage, ma rimane sempre e comunque scialpinismo nella sua forma originale, quella appunto di alpinismo con gli sci su terreno d’avventura. Prendi lo zaino, ci metti dentro un po’ di materiale alpinistico, la tecnica e l’esperienza acquisita negli anni sia in campo sciistico che in quello verticale dell’alpinismo e tanta, tanta curiosità. Ogni tanto ti capita di ravanare di più, altre meno e qui sta il bello: sapersi sempre stupire di fronte al risultato finale. Questo concetto arriva da lontano, arriva da tutte le contaminazioni nel corso degli anni, contaminazioni nate da incontri con amici sciatori, ma anche che arrivano da altre discipline: lo snowboard, lo sci ripido, le cascate di ghiaccio, l’arrampicata. Certo, devi avere un livello tecnico abbastanza alto su tutti i fronti. Perché quello che è ancora vergine magari è piuttosto ripido o devi calarti in doppia o ancora arrampicare su tratti di misto con i ramponi. C’è ancora tanto spazio qui per questo stile e quelli che fanno ski savage nel Bormiese si contano sulle dita delle mani. In inverno quello che voglio trasmettere alle persone che accompagno è racchiuso nella frase di Doug Coombs: il più bravo sciatore è quello che si diverte di più.

Mi piacerebbe vedere i bambini meno impegnati tra i pali e più leggeri sugli sci, mi piacerebbe vedere gli allenatori, ma soprattutto i genitori di quei bambini, gioire della gioia che lo sci può dare e non gioire per dei numeri che appaiono su un cronometro. Chi arriva dal mondo race delle tutine probabilmente si stufa di far gare, ma fortunatamente ha conosciuto il mondo della montagna del quale non riuscirà più a fare a meno. Chi si approccia allo scialpinismo vive ancora lo sci nel modo più semplice e puro per cui è nato: quello di sci-volare. Puoi sciare cent’anni e non avere ancora imparato a sciare, perché lo sci non è altro che la ricerca di quella frazione di secondo in cui sei in equilibrio; magari lo raggiungi una volta ogni cento curve. Sci-volare è un momento in cui non sei né in cielo né in terra, sei lì, nel limbo, e quello è il momento di leggerezza che ricerchi.

E guarda caso quella leggerezza è il tuo punto di equilibrio. Alla fine vai a ricercare qualcosa di primordiale che sentivi quando eri bambino e a quel punto non importa più nulla. Non conta dove scii o su che neve stai sciando. Non esiste più la polvere o la crosta, esiste solo quell’azione di sci-volare e tornare bambino. La neve è sempre bella e sta a te adattarti alla situazione del momento. E quando raggiungi questo grado di consapevolezza inizierai a sciare sempre, in tutte le condizioni. E non smetterai più di divertirti!

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© Giacomo Meneghello

La stagione delle strade

Arrivare

Quando siamo arrivati a Santa Caterina per trasferirci nella casa che avevamo visto solamente in fotografia era già notte. Edoardo aveva guidato senza tregua e io avevo le gambe addormentate per aver tenuto Ombra in braccio per tutto il tempo del viaggio. Nella Fiestina eravamo riusciti a far entrare tutte le nostre cose. Abbiamo dovuto rinunciare a un paio di sci, a due chitarre e a uno spazio sul sedile posteriore per far stendere Ombra. Di certo non era considerabile fra le cose utili ma non indispensabili che ci avrebbero potuto portare più avanti. Era anche per lui che avevo deciso di andare a vivere lì. Sulla strada provinciale che da Bormio porta a Santa Caterina - strada che spesso d’estate viene chiusa per via della frana del Ruinon, isolando così i 200 abitanti del paese - una volta superato Sant’Antonio si inizia ad entrare nell’area più selvaggia della Valfurva. Non c’è più nessuna luce ad illuminare il cammino, se non quella delle stelle che risplendono in lontananza, nel fazzoletto di cielo che i fitti boschi di conifere che vestono entrambi i lati della valle non riescono a coprire. Se si abbassano i finestrini e si mette la faccia fuori nell’aria fredda della notte, l’unico rumore che si sente è il sibilo del fiume che scorre nella direzione opposta. Bisogna guidare piano in questo tratto, pronti a frenare in caso che un cervo attraversi la strada prima di sparire nello stesso buio dal quale è arrivato. Dopo qualche chilometro il cielo si riprende il suo spazio e di fronte agli occhi di chi guida prende forma un’enorme piramide bianca da cui non si riesce più a staccare lo sguardo: è il Pizzo Tresero, la vetta che domina e protegge la valle e che ha la stessa sagoma che tracciamo sul foglio da bambini quando ci viene chiesto di disegnare una montagna. La notte in cui siamo arrivati in Valfurva la luna era già sorta e rifletteva tutta la sua luce sull’immensa parete che ci trovavamo davanti. È strano guidare per centinaia di chilometri fra nebbia e asfalto e poi ritrovarsi di fronte a qualcosa di così grande e vivo. Abbiamo proseguito fino all’indirizzo che ci avevano dato senza riuscire a dire una sola parola; la bocca tirata nel sorriso di chi sente di essere finalmente nel posto giusto.

Quando Edoardo e io abbiamo deciso di passare l’inverno insieme a sciare il più possibile non avevamo idea di dove andare; abbiamo scritto su un foglio di carta il nome di cinque località che, almeno a una prima apparenza, avevano le caratteristiche che secondo noi dovesse avere il posto in cui volevamo trascorrere la stagione. Per prima cosa, volevamo trovarci in un posto dove almeno la quota promettesse neve al momento dell’arrivo di ogni precipitazione. Poi ci interessava stare lontani dal turismo di massa e pagare un affitto ragionevole. Cercavamo un inverno più lungo possibile in cui sciare fino a non poterne più sopportare nemmeno l’idea. Non so perché - forse perché avevamo usato l’ordine alfabetico - ma Santa Caterina era l’ultima della lista. Abbiamo trovato casa quando ormai avevamo perso ogni speranza e, per quanto fosse difficile accorgersene nel caldo di Roma, l’inverno stava già bussando alla porta. Indossavamo ancora i pantaloncini quando abbiamo caricato la macchina di borsoni e speranze e ci siamo messi in viaggio verso Nord. Verso l’inverno. Non avevamo la minima idea di quello verso cui stavamo andando incontro a testa bassa, e senza guardarci indietro.

© Eva Toschi

Scoprire

Nonostante sapessimo che l’inverno ci aveva preceduti di qualche settimana, vederlo e soprattutto sentirlo era tutta un’altra faccenda. Tutto, dalle cime, ai boschi, ai prati per la pastura, era ricoperto di neve. Non avevamo idea di cosa ci fosse sotto quel velo; e a dire la verità nemmeno ci importava. Ci è bastato un giorno per capire che per qualche mese il sole non sarebbe riuscito a superare le montagne di 3.000 e più metri che sovrastano il fondovalle, lasciandoci tra ombra e ghiaccio la maggior parte della giornata. Per cercare il sole, bisognava salire, ma non sapevamo bene dove. Lo scialpinismo in inverno, almeno qui, non è molto considerato. Sarà il freddo, le giornate corte, le crepe del ghiacciaio coperte da uno strato di neve ancora troppo sottile, ma le uniche tracce di salita che si vedono in giro per la valle sono quelle strette e veloci di chi si allena per le gare. Tra queste, abbiamo imparato a riconoscere le tracce di discesa dritte e sicure di Robert Antonioli. Abbiamo scoperto un mondo fatto di risalite in fresca e di discese in pista. Ma non lo abbiamo capito. Così come non abbiamo capito perché nessuno andasse a cercare discese vergini nascoste in quale angolo della valle, lontane dal - seppur relativo - caos del resort. Per noi andare a sciare in quei posti non solo era un desiderio, ma una necessità. Avevo deciso di non prendere gli impianti per tutto l’inverno, per cui se avessi voluto sciare avrei dovuto faticare. Ma a me andava bene, così come a Edoardo e, soprattutto, a Ombra, che nonostante avesse visto la neve per la prima volta, sembrava essere nato per venire insieme a noi in 30 centimetri di neve fresca. E poi per cercare qualche raggio di sole dovevamo salire. La prima volta che abbiamo messo le pelli non avevamo idea di dove andare, così siamo saliti sulle piste ancora chiuse seguendo i piloni della funivia. Quel giorno ho visto un ermellino bianco sbucare dalla neve e correre via. Quando è iniziata la stagione e il selvaggio è diventato battuto non ne ho più visto uno.

Non riuscendo a reperire un granché di informazioni su gite fattibili in inverno, abbiamo iniziato a seguire i nostri occhi e il nostro naso. Andavamo alla scoperta, indicando un punto e dicendo all’altro che ne dici se saliamo di qua?. Ci sono state volte in cui i nostri occhi ci hanno tradito; altre in cui abbiamo sciato la neve che avevamo annusato dal basso, altre ancora in cui, una volta arrivati dove volevamo, abbiamo scoperto che dietro l’angolo era ancora più bello. Il posto che in assoluto ci ha regalato le discese più belle di inizio inverno è stato il Dosso Tresero: il colle sotto la cima che ci aveva fatto sognare la notte in cui siamo arrivati e, prendendo gli ultimi raggi di sole, ci ha fatto scoprire cosa significa sciare la luce. Certo, non direi che è fra le perle nascoste della valle, ma il Dosso è stata la nostra ancora di salvezza nelle giornate in cui era troppo pericoloso andare da qualche altra parte, o nei pomeriggi in cui siamo riusciti a rubare qualche ora al lavoro.

Spesso per fare una pellatina siamo partiti da casa con gli sci ai piedi e abbiamo risalito la strada che porta al Ghiacciaio dei Forni, che rimane chiusa l’inverno. Poi ha smesso di nevicare per diverse settimane e la strada è tornata a essere d’asfalto e se volevamo andare su, dovevamo camminare quattro chilometri con gli sci in spalla. L’inverno in Valfurva è un po’ la stagione delle strade - per fortuna chiuse e innevate - perché prima di trovare una parete da sciare devi accollarti chilometri di strada in leggera salita in cui prendi quota lentamente. Noiosamente. Forse è anche questo il motivo per cui raramente abbiamo incontrato qualcuno; perché non tutti hanno voglia - e tempo - di pellare per ore e per chilometri per poi godersi quattro, cinque, nei casi fortunati seicento metri di discesa. Per quanto bella, e polverosa, sia.

Quando la strada dei Forni era asciutta, abbiamo risalito il Gavia, alla ricerca prima di discese sicure e assolate sul versante meridionale, poi di quelle più ripide e buie sul versante Nord. Man mano che le settimane passavano, lo sci è diventato non solo uno strumento di piacere, ma un mezzo per scoprire il posto sconosciuto che stava diventando casa. Sciando siamo entrati dentro lo sconosciuto, e lo abbiamo fatto nostro. E poi si sa, nelle valli strette e ripide solo quando si sale in alto ci si rende conto di dove si è, quasi casualmente, arrivati.

© Eva Toschi

Condividere

In poco tempo Labbaita (come la chiamiamo noi romani) dove siamo andati ad abitare è passata dall’essere la nostra nuova casa a essere uno spazio condiviso con vecchi amici e nuove conoscenze. Il brutto del vivere in un posto così isolato è il dover dimenticare ogni socialità per qualche mese; il bello che tutti gli amici finiscono col venire a trovarti. Alcuni fine settimana eravamo talmente tanti in casa che non si riusciva a trovar posto sopra la stufa per asciugare le pelli e l’aria era talmente umida e calda rispetto all’esterno da appannare i doppi vetri delle finestre. Labbaita ha creato intorno a sé un gruppo eclettico di scialpinisti invernali che per qualche mese ha girato indisturbato per le montagne della valle incontrando solamente branchi di cervi, o di camosci. Con i nostri amici abbiamo continuato a immaginare, creare, a esplorare.

E proprio il non conoscere, il non avere l’occhio allenato, ci ha permesso di fare cose che l’esperienza non ci avrebbe fatto considerare. Abbiamo salito il Canalino San Giacomo mentre nevicava e non si vedeva un accidenti; abbiamo sciato la neve più bella della stagione sulla Ovest della Dorsale dei Forni poco prima del tramonto. Abbiamo mangiato i pizzoccheri allo Stella Alpina alle quattro del pomeriggio e poi siamo scesi brilli sulla strada ghiacciata fidandoci della sola luce delle nostre frontali. Eravamo i local di un posto che conoscevamo appena, ma non per diritto di nascita o per merito: semplicemente perché eravamo gli unici.

Il primo giorno che hanno aperto al traffico la strada dei Forni ero felice di non dover più salire con le pelli fino al rifugio. Dopo un inverno di risalite la conoscevo a memoria e ne avevo la nausea.

Quando sono arrivata al parcheggio e l’ho trovato pieno di macchine, lo stupore iniziale si è presto trasformato in fastidio, poi in rabbia. Non ho provato la stizza umana del non essere più l’unica, ma la rabbia della montagna che viene amata quando è più seducente e abbordabile, abbandonata quando il rapporto con essa richiede un certo impegno. Mi sono abituata ad avere persone in giro e a raggiungere le vette delle montagne dove ci sono croci e macerie. Mi è anche piaciuto. Ma è quell’inverno di ricerca lenta e solitaria, a volte infame e inconcludente, che, alla fine, mi fa restare qui. 

© Elena Adorni

Riscoprire

Labbaita diventa il punto di ritrovo degli amici lontani. Quando è arrivato il secondo inverno che passavo a Santa Caterina ho avuto paura che l’aver perso lo sguardo innocente di chi entra in un posto la prima volta mi avrebbe tolto il piacere delle nostre uscite invernali. Ma non è successo. Lo sguardo si è fatto più aguzzo, il fiuto più fine e i chilometri di risalita inutile che avevamo macinato l’anno scorso ci hanno permesso di andare più lontano, di guardare con più attenzione e scoprire linee che non eravamo riusciti a vedere. Qualcuna l’abbiamo sciata non sapendo se siamo stati i primi, oppure gli ultimi; altre restano sogni e progetti per gli inverni a venire.

Prima che scoppiasse la pandemia abbiamo inaugurato la stagione di scialpinismo primaverile salendo qualche cima dei Forni, non sapendo se eravamo stati i primi, ma scoprendo poi con amarezza che sicuramente eravamo stati gli ultimi. Adesso stiamo occupando il tempo in attesa di un nuovo inverno fra le vecchie cime. Nuovi angoli che si svelano andando un po’ più in là, lontano dallo sguardo di chi guarda in alto con i piedi piantati a fondovalle. Aspettiamo vecchi amici e nuove conoscenze con le quali continuare a osservare le cime con lo sguardo di chi vede casa, per la prima volta.

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La fine è il mio inizio

«Come l’antica arte giapponese del Kintsugi che ripara con polvere d’oro oggetti rotti là dove hanno le crepe più profonde, così la polvere bianca a Limone ha coperto con eleganza i suoi crepacci terrosi. Osservo questa forza silenziosa e non posso non citare che lui: «Il mondo ci spezza tutti quanti, ma solo alcuni diventano più forti là dove sono stati spezzati». Ernest Hemingway (il mio preferito)».

© Daniele Molineris

L’oro bianco, caduto davvero in abbondanza in questo strano inverno su Limone Piemonte, ha davvero coperto le terribili ferite dall’alluvione autunnale, anche se non ha potuto fare nulla contro i lockdown e la pandemia. Per vedere da vicino una Limone diversa Chiara Guglielmina e il fotografo Daniele Molineris hanno messo sci e pelli e radunato una schiera di local nel comprensorio sciistico quanto mai silenzioso. Una gita per entrare nel genius loci, per parlare con i protagonisti, per guardare avanti senza arrendersi. A fare compagnia a Chiara e Daniele la Maestra di sci Sara Tammaro, Andrea Cis Cismondi che, oltre a gestire due rifugi in zona è anche uno dei più apprezzati testatori della nostra Buyer’s Guide, la Guida alpina Alessio Cerrina, Nino Viale, indimenticato autore della prima discesa sul Coolidge al Monviso e gestore dello Chalet Le Marmotte. «Occhi pacati che celano un passato pazzesco gestiscono ora quello Chalet avvolto nel gelo - scrive Chiara -; ma Nino resta ottimista. D’altronde, sto parlando con lo stesso uomo che quando gli dissero, senza indugi, che la sua idea di discesa non era possibile ribatté: «Le cose impossibili si possono anche fare. Altrimenti saranno tali per sempre».

© Daniele Molineris

All’altezza dello Chalet delle Marmotte un piacevole fuori programma. «Non faccio in tempo a capire i fatti che, mentre nella mente ripeto Rocca dell’Abisso... Rocca... Abisso.... appagando anche il mio lato nerd, Cis ha già tolto le pelli e sta serrando con foga i ganci degli scarponi pronto a sverginare quella meraviglia. Macchiando per primo il lenzuolo. Per sua sfortuna noi altri siamo altrettanto rapidi e d’un tratto siamo tutti e quattro pronti: i bastoni impugnati, la mascherina (quella bella) calata. Ooh! Woosh! Wow Pow! Pow! Yeah! sono i suoni che emettiamo: come bestie, sciamo facendo versi. Un vociare disarmonico contrasta le linee eleganti che tracciamo con i piedi e, nel complesso, lo spettacolo è unico. Come con tante delle cose più belle, il piacere tanto atteso è consumato in fretta, ma il ricordo resta. Dopo quindici curve scarse di pura estasi, incolliamo le pelli alle solette finalmente appagate e risaliamo da dove siamo scesi».

Su Skialper 134 di febbraio-marzo un reportage di 19 pagine su Limone Piemonte. Da non perdere. 

© Daniele Molineris

It's the end of the world as we know it?

«Era l’inverno del lontano 2020 e le Dolomiti di Brenta sembravano avvolte da un incantesimo. Dopo giorni di incredibili nevicate finalmente era sbucato il sole. Così, domenica 13 dicembre, non avevamo avuto dubbi sul da farsi. Messe le pelli, eravamo partiti con destinazione quota 2.069 metri. Ricordo le impronte dei camosci confondersi con la mia traccia. Tutto intorno il manto nevoso immacolato illuminava le montagne. Le condizioni erano davvero eccezionali, favolose. Sarebbe stato tutto nella norma se non fosse che stavamo facendo scialpinismo sulla pista Cinque Laghi, che di solito in quel periodo era piena zeppa di sciatori che sfrecciavano a folle velocità verso valle. Accanto a noi, le seggiovie coperte di neve sembravano un reperto d’altri tempi e incutevano una certa tristezza. Madonna di Campiglio era semi deserta. Da allora nulla è stato più come prima. Tutti noi siamo cambiati». 

© Alice Russolo

Inizia così l’articolo It’s the end of the world as we know it di Marta Manzoni, con le stupende fotografie di Alice Russolo che pubblichiamo su Skialper 134 di febbraio-marzo. Una provocazione sul filo sottile delle citazioni musicali per partire alla scoperta di una Madonna di Campiglio irriconoscibile, naturalmente con sci e pelli, ma anche per immaginare come potrebbe cambiare l’offerta turistica della montagna dopo questo inverno inimmaginabile e irripetibile. «Questa situazione porterà un cambiamento. Dobbiamo rallentare. La giostra del su e giù con gli impianti è troppo frenetica, come la nostra vita. In questi giorni per salire in cima ti devi prendere la giornata, te la godi, assapori ogni momento – racconta Martina Marcora, proprietaria del Rifugio 5 Laghi – Mi piace la relazione con le persone e per questo soffro i momenti di alta affluenza, quando il rapporto umano viene meno. Bisogna diluire l’afflusso di turisti su tutto l’arco dell’anno».

«Siamo arrivati a un punto di svolta: la parabola del turismo dello sci alpino è sempre cresciuta e ora improvvisamente ci troviamo in una caduta verticale - dice Bruno Felicetti, direttore delle Funivie Madonna di Campiglio - Le varie forme di outdoor sulla neve non possono più essere considerate in competizione con gli impianti, la logica, al contrario, dev’essere quella dell’integrazione: si potrebbe offrire non più lo ski pass ma un winter pass, una tessera outdoor ricaricabile, per permettere a ognuno di scegliere l’esperienza che preferisce vivere. Questa situazione ha messo in evidenza i limiti della monocultura dell’offerta invernale. La normalità non sarà più quella di prima e su questo dobbiamo interrogarci».

Tante altre voci e idee dalle piste chiuse di Madonna di Campiglio su Skialper 134 di febbraio-marzo.

© Alice Russolo

48 ore al massimo. O la storia di una rapina in Appennino

«La luce è splendida e illumina un sorprendente paesaggio invernale, il bianco candido delle cime spunta in mezzo a un oceano di foresta. In lontananza, le piste da sci di una stazione sciistica chiusa, forse per sempre, attirano la mia attenzione e mi ricordano il Vermontì e gli Stati Uniti. Usciamo dal bosco delle Veline per guadagnare la morbidezza e le curve dolci dei pendii che brillano al sole, l’aria rimane relativamente fresca e non c’è un filo di vento. Questa salita è una pura meraviglia, Layla, che aveva avuto qualche dubbio a lasciare l’abbondante nevicata di Chamonix, ora è in paradiso. C’è molta gente intorno alla croce artisticamente incrostata di ghiaccio in cima al Monte Cusna; è il punto più alto della provincia di Reggio Emilia, a 2.121 metri sul livello del mare, e attira una folla variopinta venuta a festeggiare la gioia dell’inverno e della neve fresca».

È il racconto di Bruno Compagnet, arrivato in fretta da Chamonix per trovare le giuste condizioni sull’Appennino Emiliano, come si fa per l’onda giusta nel surf, quell’onda che aspetti per anni, a raccontare la meraviglia dello scialpinismo al Monte Cusna a dicembre, dopo le nevicate record di inizio stagione. In prossimità delle piste di sci chiuse, accanto a ciaspolatori e curiosi. Due giorni di sci intenso, di sci-scoperta. Un reportage alla ricerca dell’essenza di sci e pelli in questo momento così particolare della nostra esistenza. Non solo una descrizione dei luoghi, ma una riflessione sulla bellezza di scivolare nella neve fresca, di conquistarsi ogni curva, di respirare aria pura a pieni polmoni.

© Layla Kerley

«Ci sono i vecchi con l’attrezzatura collaudata, esausta e a volte anche un po’ obsoleta, e poi ci sono i giovani, i nuovi, quelli che leggono le riviste specializzate di sci, che sono attivi su Instagram, e quelli che se ne fregano. Oppure quelli che fuggono dall’atmosfera soffocante delle città. C’è tanta gente e io sono diventato un vecchio solitario, ma per una volta sono felice di vedere persone entusiaste di uscire a prendere un po’ d’aria fresca, senza mascherine, di vedere e sentire tutto questo parlare, toccare, sorridere. Non importa se con gli sci o le ciaspole, ecco che dai vari tracciati e dalla pista diversi gruppi invadono la salita».

E poi… ci sono le splendide fotografie di Layla Kerley a documentare una sciata con lo sguardo che corre dal mare al Monte Rosa. L’articolo completo è su Skialper 134 di febbraio-marzo. 

© Layla Kerley

Gruppo vacanze Sellaronda

«Arrivo a Canazei alle dieci di sera di una sera qualunque di dicembre, le poche luci accese sono quelle delle insegne. Dopo l’uscita dall’autostrada avrò incontrato sì e no una decina di auto: più che nel cuore del Dolomiti Superski, sembra di essere in una di quelle valli un po’ decadute, frequentate solo da scialpinisti e scalatori. Il mio è uno dei pochi alberghi aperti, ci sono un paio di turisti e pochi altri ospiti che sono lì per lavoro. Una volpe attraversa la strada mentre scarico le valigie, fa freddo».

Comincia così l’articolo Gruppo Vacanze Sellaronda di Federico Ravassard, autore anche delle fotografie, su Skialper 134 di febbraio-marzo. Un racconto del Sellaronda desolatamente vuoto, di una delle massime espressioni del turismo invernale di massa trasformata in ritrovo per qualche scialpinista. «Nella sola Val di Fassa, ad esempio, tra alberghi, appartamenti e seconde case si contano oltre 56.000 posti letto disponibili, a fronte di una popolazione che non arriva ai 10.000 abitanti. Nella vicina Val Gardena le presenze annue superano il milione, distribuite in più di 700 strutture ricettive. Più di metà degli arrivi sono stranieri, un terzo del totale è di origine tedesca. Nella stagione invernale metà del fatturato viene prodotto nei mesi di gennaio e febbraio, il resto si sparpaglia, fra dicembre, marzo ed aprile. Questo significa avere un modello economico, quello del turismo invernale, basato sul fare grandissimi numeri ma in un periodo di tempo brevissimo, e a quel periodo dedicare – o sacrificare, dipende dai punti di vista – tutto il resto, dalle risorse naturali a quelle umane. È come se un negozio decidesse di aprire solo per un paio di mesi all’anno, vendendo pochissimi prodotti: certamente può funzionare, e la prova sono i pop-up store che vendono capi di moda in edizione limitatissima. Ma, proprio come nel mondo del fashion, basta poco perché un prodotto rimanga invenduto e per mandare tutto all’aria: questione di trend e di collezioni, oppure di pandemie».

Le 20 pagine di reportage che dedichiamo al Sellaronda, ma anche al fuoripista della Val Mezdì, non sono solo il racconto di un inverno diverso, ma la voce di chi di solito quell’inverno non ha tempo di viverlo, cioè di quei professionisti della montagna, Guide, Maestri, albergatori, che proprio nel periodo che amano di più si trova costretti a fare gli straordinari. E invece per un anno si sono goduti il loro parco giochi privato. Non senza leccarsi le ferite, perché quel parco giochi è anche la loro fonte di reddito. «Chiudere gli impianti da sci non significa levare un giochino del weekend a borghesi annoiati, ma di fatto tagliare alla base una catena che tiene in vita indirettamente una miriade di piccole attività e lavoratori stagionali, all’incirca 400.000 persone in tutta la penisola». Per fortuna rimane il fatto che «non è detto che sciare sia un’attività funzionale a risolvere qualsiasi tipo di problema, ma di sicuro ti pone nella condizioni di guardarlo in un modo più leggero».

© Federico Ravassard

Sci e pelli, la filosofia di Livigno

Se ne può discutere all’infinito: è scialpinismo salire accanto alle piste e scendere in pista? Non etimologicamente parlando, piuttosto ski fitness o se vogliamo ski touring, che non ha nella terminologia la parola alpinismo. Non c’è dubbio però che, a maggior ragione in una stagione come questa, con impianti finora chiusi e tanti appassionati che hanno acquistato o affittato l’attrezzatura da scialpinismo, una strategia di avvicinamento dolce sia diventata ancora di più un’esigenza. Per permettere a chi non lo ha mai fatto di provare in tutta sicurezza sci e pelli e poi magari fare un ulteriore passo nella montagna aperta.

Da diversi anni Livigno propone una filosofia di avvicinamento al freeride e allo scialpinismo con percorsi di risalita segnalati e battuti. Un progetto, quello della località valtellinese, che non si limita agli itinerari ma cerca di trasmettere anche una cultura della sicurezza. Per questa strana stagione l’offerta legata a sci e pelli prevede quattro itinerari di risalita segnalati, battuti e monitorati con dislivelli da 460 ai 620 metri che permettono di raggiungere le piste di sci per la discesa, oppure per una sciata in neve fresca seguendo le tracce della salite. Il consiglio è comunque quello di avere sempre con sé il set sonda-pala-artva nel caso si opti per la discesa fuoripista. Inoltre vengono sempre evidenziate le sei regole d’oro della sicurezza: bollettino valanghe, set di autosoccorso, prudenza, utilizzo del casco e uscita con almeno un compagno, rivolgersi alle Guide alpine se non ci si sente sicuri e prestare soccorso e chiamare immediatamente il 112 in caso di incidente. Un’offerta, quella legata a sci e pelli, che è stata potenziata in questa stagione e ha visto un’alta adesione, segno che una porta d’entrata ‘dolce’ al mondo dello scialpinismo è un’esigenza reale. 


Finché c'è neve c'è Speranza

«In montagna ho fatto più o meno tutto, più o meno bene: salite invernali, arrampicate in falesia d’estate, trekking, corse in quota, ciaspolate a non finire, sci su pista e sci da fondo. In quest’ultimo settore ho partecipato pure a qualche gara e ad almeno una dozzina di Marcialonghe, a partire dalla prima, quella del remoto 1971. Solo per farvi intendere l’età che ho accumulato. Mi mancava dunque lo scialpinismo. È un po’ che ce l’avevo in mente ma per smuovermi davvero ci volevano due cose indispensabili: l’occasione e la compagnia giusta. Adesso l’occasione l’ho trovata: la quarantena nella casa di montagna».

Inizia così l’articolo Finché c’è neve c’è Speranza, di Franco Faggiani, affermato e premiato autore di romanzi (La Manutenzione dei Sensi, Il Guardiano della collina dei ciliegi, Non esistono posti lontani), oltre che ex responsabile dell’ufficio stampa del Tor des Géants, su Skialper 134 di febbraio-marzo. Un racconto giocato sul filo di un’intelligente ironia per raccontare le domande e le emozioni di fronte alle quali si sono trovati in molti in questa stagione invernale che ha fatto muovere i primi passi con sci e pelli a tanti sciatori. Speranza Vigliani è l’amica milanese di Faggiani che lo accompagna nella prima, semplice, escursione di scialpinismo. 

«Posizione centrale - dice Speranza Vigliani - niente uso degli spigoli, movimenti accentuati di flessione-distensione e appoggio dei bastoncini, che danno il ritmo. Fluidità, scioltezza, naturalezza. Niente lunghi diagonali, per non rallentare e rendere difficili le curve. Tutto qui». E Faggiani pensa, tra sé e sé, «Certo, tutto qui. Ora che mi concentro su ogni singolo elemento viene Natale 2021 ma in questo caso bisogna fare tutto insieme, contemporaneamente». 

Esilarante anche il racconto della tecnica di salita e di tutto l’abbigliamento ficcato nello zaino. «Decenni di passo alternato nello sci da fondo mi aiutano a coordinare i movimenti, ma un conto è andare in piano tra i binari ben tracciati delle vicine piste olimpiche di Pragelato, un conto è salire, salire, salire e cercare di stare dietro a Speranza che sembra andare con una lentezza esasperante e invece guadagna centimetri ad ogni scivolata. Lei scivola, io zampetto, qui sta la differenza. C’è anche da aggiungere che il sottoscritto, da neofita, ha portato nello zaino tutto quel che serve per proteggersi dal blizzard, dalla nevicata del secolo, dall’invasione delle locuste, dall’arrivo del vento dal Sahara, dall’alluvione e da ogni altra avversità dovuta ai cambiamenti climatici, sempre più imprevedibili. Speranza, che aveva controllato di nuovo le previsioni meteo, solo quel che serve davvero in una giornata di sole tiepido che fa rintanare il freddo del mattino nelle zone ombrose di fondovalle». Il racconto di Faggiani è illustrato da una serie di fotografie evocative di Mattias Fredriksson, in bianco e nero. 

© Mattias Fredriksson

Scala del pericolo e incidenti da valanga

La notizia dei recenti incidenti avvenuti in Valle Maira il 31 gennaio mi ha raggiunto proprio il giorno precedente ad una mia deposizione, in veste di perito, presso il Tribunale di Aosta, che deve pronunciarsi in merito alle possibili responsabilità degli organizzatori dell’escursione durante la quale il distacco di una valanga ha provocato la morte di due partecipanti. Nella mia perizia ho fatto anche riferimento al Supporto Interpretativo prodotto dal ben conosciuto IFNV (Istituto Federale Neve e Valanghe) di Davos.

In queste note voglio riportare alcune nozioni che ho prelevato proprio dal Supporto interpretativo, nozioni che dovrebbero essere ben conosciute dai praticanti dello sci al di fuori delle aeree controllate, ma che qui richiamo perché, a volte, lo stesso pensiero può essere reso più chiaro semplicemente mutando la forma espressiva. Ecco, con altro carattere, i passaggi che ritengo interessanti; ho aggiunto solo alcune sottolineature per richiamare l’attenzione sui punti che ritengo più significativi.

Il pericolo delle valanghe

Le valanghe sono un pericolo naturale del tutto particolare: diversamente da un maremoto o terremoto, il processo pericolosodella valanga può essere innescato dall’uomo. Quando qualcuno attraversa un pendio pericoloso, il suo sovraccarico può provocare il distacco di una valanga. Oltre il 90% degli appassionati di sport invernali sepolti hanno causato personalmente la propria valanga oppure a provocarla è stato un altro membro della stessa comitiva.

Le varie sfaccettature del pericolo di valanghe

Il grado di pericolo è una misura che indica quanto è alto il pericolo di valanghe anche in presenza di situazioni valanghive meno tipiche. Qui di seguito vengono descritte le varie sfaccettature del pericolo di valanghe e la loro valutazione da parte del servizio di avviso valanghe. Dal momento che si tratta di situazioni atipiche, l’elenco non potrà mai essere completo. In situazioni atipiche sono indispensabili scostamenti dalla definizione del grado di pericolo. Questi vengono descritti nel miglior modo possibile nella descrizione del pericolo contenuta nel bollettino delle valanghe.

Gradi di pericolo: un quadro semplificato della realtà

Il pericolo di valanghe non aumenta in modo lineare da un grado all’altro, ma in maniera sproporzionata. In questo caso:

  • la stabilità del manto nevoso e con lei anche il sovraccarico necessario per provocare il distacco di una valanga diminuiscono, causando un aumento della probabilità di distacco di valanghe.
  • la diffusione dei punti pericolosi aumenta, cioè i punti in cui le valanghe possono subire un distacco spontaneo o provocato sono più numerosi e le dimensioni delle valanghe aumentano.

Nei giorni in cui sono avvenuti gli incidenti il livello di pericolo annunciato dal Bollettino Valanghe per la zona interessata era 3 – marcato. Sui dizionari della lingua italiana il vocabolo marcato è definito: Ben avvertibile, chiaramente evidente, accentuato, spiccato.

Per questo livello di rischio, il Supporto Interpretativo fornisce le precisazioni riportate a seguire:

Situazione valanghiva critica: I rumori di whum e le fessure sono tipici. Le valanghe possono facilmente essere staccate, soprattutto sui pendii ripidi alle esposizioni e alle quote indicate nel bollettino delle valanghe. Possibili valanghe spontanee e distacchi a distanza.

Raccomandazioni per le persone che praticano attività fuoripista: questa è la situazione più critica per gli appassionati di sport invernali! Sono necessarie una scelta ottimale dell’itinerario e l’adozione di misure atte a ridurre il rischio. Evitare i pendii molto ripidi alle esposizioni e alle quote indicate nel bollettino delle valanghe. Persone inesperte dovrebbero rimanere sulle discese e sugli itinerari aperti.

Ma in quei giorni soffiava vento e quindi erano possibili oscillazioni del livello di pericolo verso 4 – forte. Ancora un’ultima citazione dal Supporto interpretativo, un avvertimento che deve sempre essere tenuto presente quando ci si muove in condizioni di variabilità meteorologica.

Il pericolo di valanghe cambia nel tempo e all’interno del periodo di validità del bollettino valanghe può passare da un grado di pericolo a quello precedente o successivo. Normalmente l’aumento del pericolo, causato ad es. da una nevicata o dal vento, avviene in modo nettamente più veloce che la sua diminuzione.

Concludo con una mia osservazione:

  • Una nevicata fa aumentare il pericolo in modo progressivo e regolare su tutto il territorio, in proporzione all’entità della precipitazione ed all’inclinazione dei versanti interessati.
  • Il vento agisce in funzione della direzione e velocità, ma subisce le infinite variazioni di velocità e direzione imposte dalla morfologia dell’ambiente, per cui i processi di erosione, trasporto e ridistribuzione del manto nevoso sono raramente ben localizzabili e, talvolta, tragicamente sorprendenti.

La fotografia in apertura di questo articolo della zona in cui è mosso il Tenente Filippo Calandri lo dimostra chiaramente: il canalone è stato disceso senza difficoltà; poco lontano, appena oltre il traverso a destra, era celato il trabocchetto preparato dal vento.

INTEGRAZIONE:

Il NUCLEO RILEVAMENTO DEL 1° REGGIMENTO ARTIGLIERIA DA MONTAGNA ha effettuato una ricerca sulle cause del distacco del 31 gennaio sul pendio della Cima Cobre ed ha condotto una prova penetrometrica il cui risultato è riprodotto nel profilo conclusivo della relazione.

Partendo dall’alto, si possono riconoscere:

  1. Quattro sottili strati, per uno spessore complessivo di ≈ 35 cm, di neve recente per precipitazione o trasportata dal vento (simbolo linea tratteggiata), tutti a debole coesione.
  2. Questi strati, ricoprono un lastrone, abbastanza resistente, spesso ≈25 cm (il simbolo a lato indica particelle rotonde sfaccettate).
  3. Sotto al lastrone si trova uno strato di ≈ 25 cm di cristalli sfaccettati (simbolo quadretto); la resistenza dello strato è molto bassa, come mostra chiaramente il rientro della linea di profilo.
  4. Infine uno strato di fondo di policristalli (grumi di granuli ghiacciati) di buona resistenza.

Lo spessore degli strati di superficie non è stato sufficiente a smorzare gli incrementi di pressione che lo sciatore in discesa esercitava sul manto nevoso; ne è conseguito che queste sollecitazioni hanno potuto raggiungere il lastrone e lo strato debole sottostante, provocando la frattura di quest’ultimo. Il lastrone, privato del sostegno al letto, è rimasto “aggrappato” agli ancoraggi periferici, ma questi erano sottili e, inoltre, l’ancoraggio a monte, come si vede bene nell’immagine n° 2, era interrotto dai due grandi massi che affiorano dalla neve. In queste condizioni non era possibile aspettarsi altro che la frattura ed il distacco del lastrone.

© Elisabetta Caserini
© Elisabetta Caserini

 

 


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