Nuovo record mondiale di hike&fly per Aaron Durogati
Per gli appassionati di volo libero il suo nome è noto da anni. Pilota di parapendio tra i più forti al mondo, vincitore della prestigiosa Red Bull X-Alps nel 2025 e protagonista di numerose competizioni internazionali di hike & fly, Durogati ha costruito la propria carriera muovendosi costantemente tra cielo e montagna. Ma prima ancora dei risultati è il suo approccio a renderlo un atleta particolare: per lui camminare, correre, salire e volare non sono attività separate, bensì parti di un unico movimento.
Negli anni ha affinato una preparazione che combina le qualità di un ultrarunner con quelle di un pilota d'élite. Lunghe giornate in quota, migliaia di metri di dislivello, allenamenti di resistenza e una profonda conoscenza dell'ambiente alpino gli hanno permesso di diventare uno dei riferimenti mondiali dell'hike&fly, disciplina che unisce la salita a piedi o di corsa alla discesa in parapendio.


Una preparazione che ha trovato la sua espressione più estrema nel nuovo record mondiale stabilito sulle montagne sopra casa, tra la Val d'Adige e le Dolomiti.
L'obiettivo era semplice solo sulla carta: accumulare il maggior dislivello positivo possibile in 24 ore utilizzando esclusivamente le proprie gambe per salire e il parapendio per tornare a valle.
Alla fine della sfida, Durogati ha totalizzato 19.424 metri di dislivello positivo in 23 ore e 42 minuti, superando nettamente il precedente record mondiale. Una quota che equivale a scalare quasi due volte l'Everest partendo dal livello del mare e che supera di oltre 200 metri la somma delle altezze dell'Everest e del K2.
Per riuscirci ha ripetuto più volte lo stesso anello sul Monte Slogen a Skylstad, in Norvegia, sfruttando una salita di circa 1.000 metri di dislivello e utilizzando il parapendio per tornare rapidamente al punto di partenza. Un meccanismo apparentemente semplice che però richiede una perfetta combinazione di capacità fisiche, condizioni meteorologiche favorevoli e abilità di volo. Ogni ciclo prevedeva una lunga salita a ritmo sostenuto, seguita da pochi minuti di preparazione del parapendio e da una discesa in volo. Quindi di nuovo da capo. Per quasi un giorno intero.
Dietro il record c'è un livello di allenamento impressionante. Durante la prova Durogati ha mantenuto una frequenza cardiaca media di circa 118 battiti al minuto, un dato che può sembrare moderato ma che assume tutt'altro significato se mantenuto per quasi ventiquattro ore consecutive. Significa rimanere costantemente in una zona aerobica efficiente, evitando i picchi che avrebbero compromesso la durata dello sforzo.
Ancora più impressionante è il bilancio energetico. Secondo i dati raccolti durante il tentativo, il consumo complessivo ha superato le 10.000 chilocalorie, un valore che corrisponde a circa sei-sette giorni del fabbisogno energetico di una persona media. Per sostenere uno sforzo simile è stata necessaria una strategia alimentare continua, con assunzione costante di carboidrati e liquidi durante tutta la giornata e la notte.


L'hike & fly è una disciplina difficile da definire. Non è trail running, non è alpinismo, non è semplicemente parapendio. Richiede infatti la capacità di essere competitivi in ciascuna di queste attività senza potersi specializzare completamente in nessuna. Per questo atleti come Durogati devono possedere il motore aerobico di un ultrarunner, la resistenza mentale di chi affronta gare di lunga durata e la sensibilità tecnica necessaria per leggere l'aria, valutare le condizioni meteorologiche e prendere decisioni corrette quando si trovano sospesi nel vuoto.
Un record che guarda oltre i numeri, i 19.424 metri di dislivello resteranno negli annali della disciplina. Ma il significato dell'impresa va oltre il semplice dato statistico. Negli ultimi anni l'outdoor ha visto crescere l'interesse verso attività ibride, capaci di unire diverse competenze e diversi modi di vivere la montagna. L'hike&fly è probabilmente una delle espressioni più complete di questa tendenza: un modo di muoversi che elimina i confini tra salita e discesa, tra terra e aria.
Con il suo nuovo record mondiale, Aaron Durogati ha dimostrato ancora una volta di essere uno degli interpreti più avanzati di questa filosofia. Un atleta che non si limita a percorrere la montagna, ma la attraversa in tutte le sue dimensioni.
© foto Daniele Molineris/Red Bull Content Pool
Janja Garnbret entra nella storia: sua la prima salita femminile di Bibliographie 9b+
Ci sono atlete che dominano il proprio sport. E poi ci sono quelle che finiscono per ridefinirne i confini. Janja Garnbret appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
A soli 27 anni la slovena aveva già costruito un palmarès che, per molti, sarebbe bastato a una carriera intera: decine di vittorie in Coppa del Mondo, numerosi titoli mondiali e soprattutto due ori olimpici, conquistati a Tokyo 2020 e Parigi 2024. Per anni è stata semplicemente imbattibile nelle competizioni, al punto da trasformare ogni gara in una lotta per il secondo posto.
Eppure, negli ultimi anni, Garnbret ha progressivamente spostato parte delle proprie energie verso la roccia. Una scelta naturale per chi, dopo aver vinto tutto nelle competizioni indoor, cercava nuove motivazioni e nuove domande. La risposta è arrivata a Céüse, una delle pareti simbolo dell'arrampicata sportiva mondiale.
Qui, il 6 giugno, Janja ha scritto una nuova pagina di storia diventando la prima donna a scalare Bibliographie, una delle vie più difficili del pianeta, valutata 9b+.
Ma per capire davvero il valore dell'impresa bisogna parlare della via. Bibliographie si sviluppa attraverso circa 35 metri sul celebre calcare di Céüse attraverso oltre 80 movimenti estremamente impegnativi. Una linea che richiede forza, resistenza e una precisione quasi assoluta. La storia della via inizia nel 2009, quando viene attrezzata dall'americano Ethan Pringle. Per oltre dieci anni resta però un progetto irrisolto, quasi una leggenda moderna dell'arrampicata sportiva. A risolvere l'enigma è nel 2020 il tedesco Alexander Megos, che dopo anni di tentativi propone addirittura il grado 9c, il livello più alto mai immaginato nell'arrampicata sportiva. Sarebbe stata soltanto la seconda via al mondo dopo Silence di Adam Ondra a ricevere una valutazione simile. L'anno successivo arriva però la ripetizione di Stefano Ghisolfi, che trova una diversa sequenza di movimenti e suggerisce il declassamento a 9b+, valutazione poi accettata dallo stesso Megos e diventata il riferimento attuale.
Da allora Bibliographie è rimasta uno dei grandi testpiece mondiali. Prima di Janja erano riusciti a salirla soltanto cinque climbers: Alex Megos, Stefano Ghisolfi, Sean Bailey, Sébastien Bouin e Jorge Díaz-Rullo. Un elenco ristretto che racconta meglio di qualsiasi numero la difficoltà della linea.
Per Garnbret il successo assume un significato particolare anche perché arriva lontano dalle luci delle competizioni. Negli ultimi due anni la slovena ha dedicato sempre più tempo alla roccia, affrontando il processo lento e spesso frustrante del lavoro su una via estrema: studio dei movimenti, condizioni meteo perfette, tentativi falliti e ritorni continui. Un terreno molto diverso da quello delle gare, dove il risultato si misura in pochi minuti.

L'impressione è che questo non sia un punto di arrivo, ma una nuova partenza. Per anni Janja Garnbret è stata considerata la più forte atleta da competizione della sua generazione. Oggi sta dimostrando di poter lasciare un segno altrettanto profondo anche sulla roccia.
E forse è proprio questo l'aspetto più interessante della sua salita: non il fatto che sia la prima donna ad aver scalato Bibliographie, ma il fatto che una delle vie più difficili del mondo non venga più raccontata come un'impresa maschile o femminile. Semplicemente, come una delle più grandi prestazioni di arrampicata degli ultimi anni.
Qui il video di Janja Garnbret su Bibliographie.
© foto Jessica Glassberg/Red Bull Content Pool
Hervé Barmasse e il viaggio lungo la spina dorsale d'Italia
In un'epoca in cui l'avventura sembra spesso coincidere con la ricerca di luoghi lontani e montagne dall'altra parte del mondo, Hervé Barmasse continua a percorrere una strada diversa. Da anni l'alpinista valdostano dimostra che l'esplorazione non dipende necessariamente dalla distanza, ma dallo sguardo con cui si osserva ciò che ci circonda.
Guida alpina del Cervino da quattro generazioni, autore, regista e protagonista di alcune delle più significative ascensioni delle Alpi e dell'Himalaya, Barmasse ha sempre cercato un alpinismo capace di raccontare qualcosa che andasse oltre la prestazione. Dalle nuove vie sulla Gran Becca alle traversate integrali del Gran Sasso, fino alle spedizioni himalayane in stile alpino, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: l'avventura esiste ancora, anche vicino a casa.
Forse è proprio da questa convinzione che nasce Endurance Italia, il suo nuovo progetto partito oggi, giovedì 4 giugno. L'obiettivo è semplice da spiegare e difficilissimo da realizzare: raggiungere e salire la vetta più alta di ciascuna delle venti regioni italiane, collegando ogni montagna alla successiva esclusivamente con le proprie forze. Niente auto, niente trasferimenti motorizzati. Solo bicicletta, cammino, corsa, alpinismo e, quando il mare lo renderà necessario, la vela. Un approccio che gli anglosassoni definiscono by fair means: affidarsi alle proprie energie per compiere un viaggio nella sua interezza.
I numeri aiutano a comprenderne la portata: oltre 6.000 chilometri di percorso, più di 90.000 metri di dislivello positivo e appena trenta giorni a disposizione. Per collegare isole e continente, Barmasse potrà contare sulla collaborazione di Giovanni Soldini, compagno di viaggio nei trasferimenti a vela tra Sardegna, Sicilia e penisola.
Ma sarebbe riduttivo leggere Endurance Italia soltanto attraverso i numeri. La particolarità del progetto è che molte delle montagne che Barmasse andrà a cercare sono sconosciute al grande pubblico. Alcune si trovano sulle Alpi più frequentate, altre emergono dagli Appennini, altre ancora dominano territori che raramente associamo all'alpinismo. Non tutte sono cime iconiche. Non tutte compaiono nei sogni degli alpinisti. E forse è proprio questo il loro valore.
Perché il viaggio di Barmasse sembra voler raccontare un'altra geografia dell'Italia. Una geografia fatta di dorsali, crinali, altipiani, vallate e montagne che spesso osserviamo soltanto dal finestrino di un'automobile. Luoghi che esistono ai margini delle nostre mappe mentali e che raramente diventano destinazione.
L'Italia viene raccontata attraverso le città d'arte, le coste e i monumenti. Molto meno attraverso le montagne che la attraversano da nord a sud. Eppure, come ha spiegato lo stesso Barmasse, è proprio la montagna a rappresentare la vera spina dorsale del Paese, un filo continuo che unisce culture, paesaggi e biodiversità profondamente differenti tra loro.
Le difficoltà non mancheranno. Ci saranno le lunghe giornate in sella alla bici, i trasferimenti infiniti, il caldo di giugno sugli Appennini meridionali, i temporali estivi, le eventuali nevicate residue alle quote più alte delle Alpi. Ci sarà soprattutto la gestione della stanchezza, quella che si accumula giorno dopo giorno e che non si misura con un altimetro o un GPS.
Ma forse il vero ostacolo sarà un altro: mantenere viva la curiosità per un mese intero. Continuare a osservare ogni montagna come fosse la prima, ogni vallata come un luogo da scoprire e non semplicemente da attraversare.
Per questo Endurance Italia appare più come una grande esplorazione che come una sfida sportiva. Un viaggio che attraversa un Paese che crediamo di conoscere e che invece continua a nascondere spazi, storie e orizzonti inattesi.
In fondo, le montagne non servono soltanto a raggiungere una vetta. A volte sono il modo migliore per attraversare un territorio. E altre volte, come sembra suggerire il progetto di Hervé Barmasse, diventano il pretesto per riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi senza fermarci davvero a guardarlo.

© foto Instagram Hervé Barmasse
Tyler Andrews, dal trai running al record dell'Everest
Per anni l’Everest è stato il regno degli alpinisti. Oggi, sempre più spesso, è diventato anche il terreno di gioco di atleti provenienti da un altro mondo: quello della corsa in montagna. Uomini capaci di trasformare una salita di migliaia di metri di dislivello in un problema di resistenza, velocità e gestione dello sforzo. Tra loro c’è Tyler Andrews, ultrarunner statunitense che a fine maggio ha firmato una delle imprese più impressionanti degli ultimi anni: la salita più veloce mai registrata dal campo base alla vetta dell’Everest.
Classe 1989, originario del Massachusetts e residente da anni a Flagstaff, in Arizona, Andrews non è un nome nuovo nel mondo dell’endurance. Prima di dedicarsi alle grandi montagne aveva già ottenuto la qualificazione agli Olympic Trials statunitensi di maratona con un personale di 2h15’52”, per poi spostare progressivamente il proprio interesse verso l’ultra running e soprattutto verso le prestazioni in quota.
Negli ultimi anni ha costruito una carriera particolare, a metà tra il trail runner e il velocista d’alta quota. Ha collezionato FKT (fastest known times) sulle grandi montagne del Sud America, stabilendo record di salita su cime come Aconcagua, Manaslu e Kilimangiaro, e nel dicembre 2025 ha persino realizzato un Everesting su tapis roulant in 8 ore, 17 minuti e 9 secondi, nuovo record mondiale della disciplina.
L’Everest rappresentava però il progetto definitivo. Un’ossessione coltivata per quasi sei anni e attraverso numerosi tentativi. Inizialmente Andrews puntava a una salita senza ossigeno supplementare, ma le condizioni della montagna e le difficoltà incontrate nelle precedenti spedizioni lo hanno portato a cambiare strategia.
Per capire il valore della sua prestazione bisogna fare un passo indietro. I record di velocità sull’Everest hanno sempre occupato una zona grigia tra alpinismo, atletica e sfida personale. Nel 2003 lo sherpa nepalese Lhakpa Gelu raggiunse la vetta dal Campo Base sud in 10 ore e 56 minuti, un tempo che per oltre vent’anni è sembrato quasi intoccabile.Ancora più controversi sono i record senza ossigeno. Nel 1998 Kazi Sherpa dichiarò una salita in poco più di 20 ore dal Campo Base alla vetta, una prestazione spesso citata ma mai completamente accettata come riferimento universale. Da allora numerosi atleti hanno provato a ridefinire il concetto di velocità sulla montagna più alta del mondo, portando sull’Everest approcci sempre più vicini a quelli del mountain running.
Negli anni più recenti, però, anche atleti con un background nel trail running hanno tentato di portare l’Everest nel campo della velocità. Nel 2017, Kilian Jornet, l’icona del trail e dell’ultrarunning, tentò la salita più veloce senza ossigeno, raggiungendo la vetta in 17 ore e 14 minuti, un’impresa che, seppur non battendo il record dal campo base alla cima, ha segnato uno spartiacque nel modo in cui si concepisce la velocità in alta quota. Anche Nirmal Purja, alpinista nepalese e celebre per il suo progetto 14 Peaks, ha stabilito un nuovo standard di velocità, salendo l’Everest, insieme al Lhotse, in meno di 24 ore, segnando un nuovo livello di performance estrema.
È in questo contesto che si inserisce Andrews. Partito dal Campo Base sul versante nepalese, ha raggiunto la cima dell’Everest a 8848 metri in 9 ore, 55 minuti e 43 secondi, abbattendo di oltre un’ora il record di Lhakpa Gelu Sherpa e diventando il primo uomo a scendere sotto la barriera delle dieci ore. Successivamente è rientrato al Campo Base fermando il cronometro a 16 ore e 32 minuti complessivi, stabilendo anche il miglior tempo andata e ritorno.
L’impresa è stata resa possibile da una preparazione quasi maniacale: acclimatazione specifica, monitoraggio fisiologico, conoscenza dettagliata della via e utilizzo di ossigeno supplementare a partire dal Campo 2. Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito tra gli appassionati. Molti osservatori hanno sottolineato come il confronto con salite senza ossigeno sia impossibile, mentre altri evidenziano che, indipendentemente dai mezzi utilizzati, coprire il percorso dal Campo Base alla cima dell’Everest in meno di dieci ore resta qualcosa di straordinario.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante della storia di Andrews. Non tanto il numero scritto sul cronometro, quanto il modo in cui sta cambiando il profilo degli atleti che si confrontano con l’alta quota. Corridori abituati a muoversi veloci, a leggere il terreno e a gestire la fatica per decine di ore stanno portando una nuova idea di prestazione sulle grandi montagne.
L’Everest rimane una montagna e non una pista di atletica. Ma sempre più spesso i protagonisti delle sue sfide arrivano dal mondo del trail running. E Tyler Andrews, con il suo record sotto le dieci ore, è probabilmente il simbolo più evidente di questa trasformazione.
© foto Tyler Andrews - Chris Fisher
Kilian Jornet e Julbo: una storia di montagna
Ci sono collaborazioni che nascono in una sala riunioni e altre che sembrano semplicemente il naturale punto di arrivo di una storia iniziata molto tempo prima. Quella tra Kilian Jornet e Julbo appartiene chiaramente alla seconda categoria.
Perché prima ancora dei record, delle UTMB vinte, degli Everest saliti in stile alpino o dei concatenamenti impossibili, c’era un bambino cresciuto tra le montagne dei Pirenei catalani, in un rifugio d’alta quota gestito dai suoi genitori. Un bambino che passava più tempo sugli sci o sui sentieri che altrove e che imparava molto presto una cosa fondamentale: in montagna l’attrezzatura non è un dettaglio estetico, ma uno strumento per muoversi meglio, più leggeri e più sicuri.
In quel mondo fatto di neve, vento e ghiacciai, gli occhiali Julbo erano già parte del paesaggio. Del resto il brand francese, nato nel 1888 nel Giura, ha costruito la propria identità proprio accanto agli alpinisti e alle guide di alta montagna, sviluppando alcuni dei primi occhiali da ghiacciaio pensati per affrontare la luce riflessa da ghiaccio e neve.
Molto prima che la partnership diventasse ufficiale, Kilian utilizzava già prodotti Julbo. Una scelta coerente con la sua filosofia del fast & light, quella stessa idea di movimento essenziale che negli anni ha cambiato il modo di interpretare lo sci alpinismo e il trail running moderno. Nel 2011, durante gli anni delle competizioni con la FEDME (l'equivalente del nostro CAI), Jornet sceglieva già le Aerolite, tra le prime montature monolente fotocromatiche sviluppate dal marchio francese: leggere, minimali, funzionali. Esattamente ciò che cercava.
Ma ridurre Kilian Jornet al solo concetto di performance sarebbe limitante. Perché la sua traiettoria sportiva è sempre sembrata andare oltre il cronometro. Certo, ci sono i numeri impressionanti: quattro vittorie all’UTMB, cinque Hardrock 100, sette titoli mondiali di skyrunning e quattro nello sci alpinismo. Ma quello che continua a renderlo una figura unica è forse il modo in cui ha trasformato la montagna in uno spazio di esplorazione personale prima ancora che agonistica.
Negli ultimi anni i suoi progetti hanno raccontato proprio questo. Dall'Alpine Connections, il concatenamento di tutti gli 82 Quattromila delle Alpi in soli 19 giorni, fino al recente States of Elevation, probabilmente una delle sue avventure più radicali. Un viaggio di 31 giorni attraverso gli Stati Uniti, collegando le 72 cime oltre i 14.000 piedi esclusivamente a piedi e in bicicletta: oltre 5.000 chilometri e più di 123.000 metri di dislivello. Non una semplice impresa sportiva, ma un modo diverso di attraversare il territorio, rallentando, osservando e cercando una connessione più profonda con l’ambiente.
Ed è forse qui che il percorso di Julbo e quello di Kilian finiscono davvero per incontrarsi. Non solo nella ricerca della performance, ma in una visione comune della montagna: un luogo fragile da vivere con rispetto, dove innovazione e sostenibilità devono procedere insieme.
Per questo l’ufficializzazione della partnership, arrivata nel 2026, appare quasi come una formalità. Una storia che esisteva già da anni e che oggi prende forma anche in una nuova collezione di occhiali firmata Kilian Jornet Series. Una linea sviluppata insieme all’atleta catalano, pensata per chi vive la montagna e il trail con la stessa idea di essenzialità, protezione e libertà di movimento che da sempre caratterizza il suo approccio.
Più che una semplice operazione commerciale, il tentativo di trasformare in prodotto una filosofia maturata in migliaia di ore passate tra sentieri, ghiacciai e creste alpine.

© foto Julbo
Ghiacciai alpini sempre più fragili: il caldo record di maggio preoccupa già l'estate
Mentre sull’Europa centro-occidentale è in corso una delle più intense e durature ondate di calore mai registrate nel mese di maggio, i ghiacciai alpini si preparano ad affrontare l’estate in condizioni sempre più delicate. E i dati che arrivano dalla Svizzera non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Secondo il nuovo report della rete di monitoraggio GLAMOS, al 30 aprile 2026 l’equivalente idrico della neve accumulata sui ghiacciai Svizzeri risultava inferiore del 25% rispetto alla media. In circa vent’anni di osservazioni, soltanto il 2010, il 2011 e soprattutto il 2022 avevano fatto registrare valori peggiori. Un inverno povero di precipitazioni nevose, seguito da un aprile eccezionalmente mite, ha lasciato i ghiacciai con riserve già ridotte prima ancora dell’inizio della stagione calda.

E il caldo, appunto, è arrivato in anticipo. In questi giorni l’isoterma di 0 °C sulle Alpi si mantiene attorno ai 4000 metri, quote normalmente associate al cuore dell’estate. La Società Meteorologica Italiana parla apertamente di un evento tra i più intensi, lunghi ed estesi mai registrati a scala secolare in maggio sul continente europeo. Un anticiclone subtropicale disteso dal Marocco all’Europa centrale sta infatti portando temperature eccezionali in gran parte del continente.
Anche il Nord Italia sta vivendo giornate fuori scala. A Moncalieri, nell’osservatorio storico del Collegio Carlo Alberto attivo dal 1865, sono stati registrati 37,6 °C: nuovo record assoluto di temperatura massima per maggio. Record battuti anche a Torino-Caselle, Novara-Cameri, Milano-Malpensa e Dobbiaco, con anomalie che in alcune località hanno raggiunto i 10 °C sopra la media del periodo. Situazioni simili si stanno verificando in Francia, Spagna e perfino nel Regno Unito, dove i Kew Gardens di Londra hanno superato i 35 °C, demolendo i precedenti record nazionali di maggio.

Per i ghiacciai alpini significa una cosa molto semplice: la fusione sta accelerando con settimane di anticipo. E considerando la scarsità di neve residua accumulata durante l’inverno, il rischio è quello di assistere a nuove e marcate perdite di massa glaciale già nei prossimi mesi.
Un fenomeno che chi frequenta la montagna percepisce sempre più chiaramente. Crepacci che si aprono prima, ghiacciai sempre più sottili, accessi che cambiano anno dopo anno. Dall’Oberland Bernese al Monte Rosa, passando per Adamello e Ortles-Cevedale, il paesaggio alpino sta entrando in una fase di trasformazione rapida, dove quello che un tempo sembrava eterno oggi appare fragile e temporaneo.
© foto GLAMOS e Società Meteorologica Italiana
La doppia linea himalayana di Bartek Ziemski
Nel grande alpinismo himalayano contemporaneo, sempre più spesso dominato da spedizioni commerciali, corde fisse e logistica mastodontica, ogni tanto emerge ancora qualcuno capace di riportare tutto all’essenziale. Salire da soli, con il minimo indispensabile, e scendere seguendo una linea che sembra pensata più per un sogno che per la realtà.
Bartek Ziemski, trentunenne polacco, ha appena scritto una pagina destinata a rimanere nella storia dello sci alpinismo d’alta quota: nella stessa stagione ha completato la discesa con gli sci sia dell’Everest sia del Lhotse, senza ossigeno supplementare e senza supporto personale di sherpa sopra i campi alti.
Un’impresa enorme non soltanto per la quota, 8849 metri dell’Everest e 8516 del Lhotse, ma soprattutto per lo stile scelto. In un Himalaya dove spesso l’obiettivo è semplicemente raggiungere la cima, Ziemski ha cercato qualcosa di diverso: una continuità tra salita e discesa, tra alpinismo e sci ripido, tra esposizione e fluidità.
La prima grande tappa è arrivata il 12 maggio sul Lhotse. Dopo aver raggiunto la vetta in autonomia e senza ossigeno, il polacco ha infilato gli sci sulla cima della quarta montagna più alta della Terra e si è lanciato lungo il ripidissimo couloir occidentale, una linea che solo in pochissimi avevano osato immaginare. Condizioni difficili, neve dura, tratti ghiacciati e un’esposizione costante sopra uno dei versanti più impressionanti dell’Himalaya.
Pochi giorni più tardi Ziemski è tornato sull’Everest, completando una nuova discesa con gli sci dalla montagna più alta del pianeta. Anche in questo caso senza bombole e senza supporto dedicato, affrontando da solo la lunga discesa fino al campo base attraverso il caos del Khumbu Icefall.
L’impresa assume ancora più peso se inserita nel contesto storico dello sci sugli Ottomila. Solo una manciata di atleti è riuscita davvero a trasformare le grandi montagne himalayane in linee sciabili complete, e ancora meno lo hanno fatto senza ossigeno supplementare. Il connazionale Andrzej Bargiel aveva aperto una nuova frontiera sull’Everest nel 2025, Ziemski ora porta quella visione ancora oltre, concatenando Everest e Lhotse in pochi giorni e confermandosi come uno dei più forti interpreti dello sci d’alta quota contemporaneo.
C’è poi un altro aspetto che colpisce. Le immagini diffuse dal Khumbu mostrano uno sci essenziale, quasi fragile rispetto all’enormità dell’ambiente circostante. Curve brevi, ghiaccio vivo, passaggi tra seracchi e scale sospese sulle crepacciate. Non è lo sci estetico delle grandi pareti alpine, ma qualcosa di diverso: una forma estrema di adattamento alla montagna. Con queste discese Ziemski sale a nove Ottomila sciati senza ossigeno. Numeri che iniziano a collocarlo in una dimensione storica dello ski mountaineering himalayano. Ma forse la cosa più impressionante è un’altra: il modo silenzioso con cui sta costruendo il proprio percorso, lontano dai riflettori e vicino a un’idea di alpinismo che sembrava appartenere a un’altra epoca.

© foto Bartek Ziemski
Zegama, il mito continua: tra fango, folla e il ritorno di Kilian
Ci sono gare che assegnano una vittoria e gare che, invece, definiscono un immaginario. La Zegama-Aizkorri appartiene alla seconda categoria. Da oltre vent’anni la maratona basca è molto più di una semplice tappa del calendario internazionale: è una delle gare simbolo del trail running europeo, dove il pubblico trasforma i sentieri in uno stadio a cielo aperto e dove il fango, quasi ogni anno, diventa parte integrante della leggenda.
Nata nel 2002 nel piccolo paese di Zegama, nei Paesi Baschi, la corsa attraversa il massiccio dell’Aizkorri lungo 42 chilometri e oltre 5.000 metri di dislivello. Numeri importanti, certo, ma ciò che rende unica questa gara è l’atmosfera: migliaia di persone assiepate sui prati di Sancti Spiritu, campanacci, urla, nebbia e pioggia che spesso trasformano il percorso in una lunga lotta contro il terreno.

Negli anni Zegama è diventata il riferimento assoluto per il trail tecnico e alpino. E inevitabilmente il suo nome si è legato a quello di Kilian Jornet. Il catalano qui ha costruito una parte fondamentale della propria leggenda: undici vittorie in dodici partecipazioni, un dominio probabilmente irripetibile.
Per questo il suo ritorno nel 2026 era uno degli elementi più attesi dell’edizione del venticinquesimo anniversario. Dopo un periodo dedicato soprattutto ai suoi progetti personali tra Alpi, Pirenei e Stati Uniti, Kilian si è ripresentato sulla linea di partenza della gara che più di ogni altra sembra appartenergli.
Ma Zegama, anche per i più grandi, non regala nulla. L’edizione 2026 si è corsa in condizioni durissime, tra pioggia e fango, in pieno stile basco. Kilian è partito nelle prime posizioni, sostenuto da un pubblico che lo ha accolto come una leggenda vivente, ma nel corso della gara ha dovuto rallentare a causa di problemi fisici alla gamba sinistra. Ha comunque concluso la prova, chiudendo lontano dalle posizioni di vertice ma ricevendo lungo tutto il percorso l’omaggio della folla.
Davanti, invece, è stata la giornata di Elhousine Elazzaoui, capace di vincere per il secondo anno consecutivo, impresa riuscita prima soltanto a Kilian. Alle sue spalle grande prova dell’azzurro Daniel Pattis, autore di una gara solidissima che gli è valsa un prestigioso secondo posto.
Al femminile, invece, la protagonista assoluta è stata Tove Alexandersson. La svedese ha dominato all’esordio a Zegama firmando anche il nuovo record della gara con una prestazione impressionante nonostante le condizioni proibitive.
Zegama-Aizkorri 2026 – podio uomini
Elhousine Elazzaoui – 3h45’07”
Daniel Pattis – 3h45’27”
Taylor Stack – 3h52’17”
Zegama-Aizkorri 2026 – podio donne
Tove Alexandersson – 4h08’09”
Malen Osa – 4h23’56”
Sara Alonso – 4h25'51"
© foto iRunFar/Meghan Hicks
Una nuova linea sul Breithorn Orientale
Cazzanelli e compagni aprono Alla Ricerca del Drago.
Ci sono linee che nascono da un’idea improvvisa e altre che rimangono lì per anni, osservate da lontano, immaginate, lasciate sedimentare nella testa fino al momento giusto. La nuova via aperta da François Cazzanelli insieme a Etienne Janin e Stefano Stradelli appartiene probabilmente alla seconda categoria.
Sul versante italiano del Breithorn Orientale 4.141 m, il gruppo ha aperto Alla Ricerca del Drago, una nuova linea di misto e ghiaccio che sale per circa 800 metri con 14 tiri lungo un settore severo e poco frequentato della montagna. Una salita moderna nello stile e nell’approccio, ma profondamente legata all’alpinismo classico: osservazione, pazienza, finestra giusta e capacità di leggere la montagna.
Nei racconti condivisi sui social da Cazzanelli emerge soprattutto questo: non tanto la ricerca della difficoltà estrema fine a sé stessa, quanto quella di una linea logica, elegante, capace di attraversare la parete seguendo debolezze e intuizioni mai scontate. Una salita affrontata in più giorni di tentativi, studio delle condizioni e lavoro collettivo.
Il nome scelto, Alla Ricerca del Drago, riprende il drago che è il simbolo che Reinhold Messner utilizzò nel suo celebre articolo L’assassinio dell’impossibile per rappresentare quell’idea di avventura e di impossibile che l’alpinismo deve continuare a custodire. I tre, nel loro piccolo, su questa parete lo hanno cercato a modo loro, vivendo qualcosa di unico e autentico.
Ed è forse anche questo uno degli aspetti più interessanti della salita. In anni in cui molte grandi pareti delle Alpi sembrano ormai conosciute, l’impressione è che esista ancora spazio per l’esplorazione, a patto di cambiare prospettiva: cercare le finestre giuste, adattarsi a un ambiente che evolve e accettare un’alpinismo più effimero, legato alle condizioni del momento. Cazzanelli negli ultimi anni ha costruito gran parte del proprio percorso proprio su questa idea di alpinismo veloce, tecnico e contemporaneo, spesso sul Monte Bianco e sul Cervino, dove velocità e leggerezza non significano semplificazione, ma maggiore esposizione e necessità di precisione assoluta.
Alla Ricerca del Drago si inserisce perfettamente in questa filosofia: una linea che probabilmente non diventerà classica nel senso tradizionale del termine, ma che rappresenta bene una certa evoluzione dell’alpinismo moderno sulle Alpi.

© foto Instagram François Cazzanelli
Rachel Entrekin riscrive il trail: vince la Cocodona 250 davanti a tutti
Per anni è rimasta una specie di confine invisibile dell’ultrarunning: una donna può davvero vincere una delle grandi ultra moderne battendo anche gli uomini? Non una gara minore o una prova locale, ma un evento tra i più estremi e competitivi del calendario internazionale.
Ora quella risposta esiste. E porta il nome di Rachel Entrekin.
Alla Cocodona 250, una delle ultramaratone più estreme al mondo, l’americana ha fatto qualcosa che fino a oggi, ad altissimo livello, non era mai successo: ha vinto la classifica assoluta, uomini compresi. E non lo ha fatto per caso, o approfittando di una start list ridotta. Lo ha fatto dominando.
La Cocodona è una gara fuori scala anche per gli standard dell’ultrarunning: 253 miglia (oltre 400 chilometri) attraverso l’Arizona, quasi 12.000 metri di dislivello positivo, tre giorni di corsa tra deserto, rocce rosse, foreste e alte quote, con sonno, nutrizione e gestione mentale che contano quanto le gambe.


Entrekin ha chiuso in 56h09’48”, demolendo il record del percorso e diventando la prima donna nella storia della gara a vincere overall. Dietro di lei, il primo uomo, Kilian Korth, ha tagliato il traguardo in 57h28’36”: oltre un’ora e diciotto minuti di distacco.
In un mondo, quello dell’endurance estremo, dove le differenze fisiologiche tendono ad assottigliarsi con l’aumentare delle distanze, il risultato ha immediatamente assunto una dimensione simbolica. Non solo perché una donna ha battuto gli uomini, ma perché lo ha fatto in una gara che rappresenta una delle nuove frontiere dell’ultra contemporanea.
Eppure, per chi segue da vicino questo mondo, il nome di Rachel Entrekin non arriva dal nulla. Classe 1991, originaria dell’Alabama, dottoressa in exercise science e fisioterapista, Entrekin ha costruito la propria carriera lontano dai riflettori tradizionali del trail. Prima gli FKT sulle grandi linee americane, poi le ultra da 100 miglia e infine le gare monster da 200+.
La Cocodona era già casa sua: aveva vinto anche nel 2024 e nel 2025, abbassando ogni volta il record femminile. Ma quest’anno il salto è stato enorme. Oltre sette ore più veloce rispetto al suo tempo dell’anno scorso e più di due ore sotto il precedente record assoluto della gara. E tutto questo in un’edizione dal livello altissimo, con atlete come Courtney Dauwalter, Megan Eckert e Heather Jackson al via. Dauwalter, probabilmente il volto più iconico dell’ultrarunning moderno, ha chiuso seconda donna e sesta assoluta.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante: la sensazione che il trail stia entrando in una nuova fase. Nelle ultra più lunghe, dove il ritmo si mescola alla gestione della fatica, del sonno e della lucidità mentale, il margine tra uomini e donne sembra sempre più sottile.
La vittoria di Entrekin non cancella le differenze fisiologiche, ma dimostra ancora una volta che sulle distanze estreme il concetto di prestazione cambia profondamente. Conta la resistenza, certo, ma anche la capacità di rimanere efficienti per giorni, di alimentarsi, di soffrire senza crollare, di continuare a muoversi quando il corpo smette di essere razionale.
E forse è proprio per questo che la sua vittoria ha avuto un impatto così forte: non solo perché storica, ma perché sembra raccontare qualcosa del futuro dell’ultrarunning.
© foto Norda / Somer Kreisman
Salomon Adaptive: ridurre i costi, allargare l'accesso
Nato dall’incontro tra Airbus e Salomon, il progetto Adaptive punta a rendere più accessibili le protesi per gli sport outdoor, affrontando uno dei limiti più concreti: il costo.
L’idea prende forma grazie a Jérôme Bernard che, dopo aver perso due gambe e un braccio da bambino, decide di cercare una soluzione concreta. Vivendo vicino agli stabilimenti Airbus, propone di riutilizzare materiali compositi e fibra di carbonio dell’A350 per creare una protesi da corsa. Da quel primo passo, il progetto si amplia grazie al coinvolgimento di studenti e, successivamente, di Salomon, entrando nel mondo degli sport di montagna.
Oggi Adaptive guarda a un panorama ampio: trail running, scialpinismo, snowboard, trekking. Discipline diverse, unite da un problema comune. I costi delle protesi sportive restano infatti proibitivi: una protesi da running parte mediamente da 6.000–8.000 euro, mentre per sci o snowboard si possono superare facilmente i 10.000 euro. Spese che spesso non vengono rimborsate, perché considerate legate al tempo libero e non alla necessità quotidiana.
Il progetto lavora proprio per cambiare questa prospettiva. Le prime soluzioni sviluppate, anche grazie a un team di para-atleti coinvolti nei test, puntano a ridurre drasticamente i prezzi senza compromettere funzionalità e sicurezza. Una protesi da scialpinismo ha oggi un costo di produzione intorno ai 2.500 euro, con l’obiettivo di scendere sotto i 1.000 sul mercato. Per il running, si parte da circa 2.000 euro, ma con margini di ulteriore riduzione grazie all’utilizzo combinato di materiali come legno, fibra di vetro e carbonio.


Parallelamente, il progetto cresce anche sul piano esperienziale: test in ambiente reale, uscite in montagna, obiettivi condivisi. Non solo sviluppo tecnico, ma anche visione. Far vedere cosa è possibile fare, creare un immaginario diverso, più inclusivo.
Adaptive non è solo un progetto di innovazione, ma un cambio di prospettiva. Perché rendere accessibile lo sport significa allargare davvero i confini della montagna. E, in fondo, ricordare che i limiti più difficili da superare non sono sempre quelli fisici, ma quelli legati alle opportunità.
© foto Michele Guarneri
Bivacchi: tra essenza e attrazione, la ricerca di un nuovo equilibrio
C’è stato un tempo in cui il bivacco era poco più di una scatola nel vuoto. Lamiera, legno, qualche branda, il minimo indispensabile per resistere. Un luogo pensato per l’urgenza, per il temporaneo, per chi era già dentro la montagna e aveva bisogno di una pausa, di un riparo, di una possibilità. Non una meta, ma una risposta. Non un’esperienza da cercare, ma una presenza da trovare, se necessario.
Oggi, sempre più spesso, i bivacchi sono anche altro. Architetture curate, linee moderne, materiali innovativi. Alcuni sono diventati veri e propri oggetti di design in quota: belli, iconici, fotografati. Raggiungerli è diventato un obiettivo in sé, un piccolo viaggio accessibile, raccontabile, condivisibile. In certi casi, quasi un simbolo.
È un cambiamento evidente, figlio di una montagna che negli ultimi anni si è aperta a nuovi sguardi e nuove frequentazioni. La curiosità è aumentata, il desiderio di vivere un’esperienza diversa anche. Dormire in bivacco, per molti, non è più una necessità ma una scelta, un modo per avvicinarsi all’alta quota senza affrontare itinerari complessi. E in questo non c’è nulla di sbagliato.

Anzi, è un segnale positivo. Significa che la montagna continua ad attrarre, a generare interesse, a costruire relazioni. Significa che c’è una nuova generazione che si avvicina, magari partendo da un bivacco prima di spingersi oltre.
Il punto, semmai, è trovare un equilibrio. Perché il bivacco non nasce come meta, ma come mezzo. Non è un punto di arrivo, ma un luogo di passaggio. È stato pensato per chi attraversa la montagna su più giorni, per chi affronta itinerari lunghi e impegnativi, per chi ha bisogno di una sicurezza in più in ambienti dove il margine di errore è ridotto. La sua funzione primaria resta quella di rifugio di emergenza o di appoggio essenziale, spesso in contesti isolati, lontani da qualsiasi altra infrastruttura.
La sua forza, da sempre, sta proprio nell’essenzialità. Nel fatto di esserci, senza chiedere nulla in cambio. Senza prenotazioni, senza servizi, senza mediazioni.
E proprio qui nasce la sfida contemporanea: come preservare questa natura in un contesto in cui la frequentazione cambia?
Non si tratta di opporsi a chi sale per curiosità o per il semplice piacere di vivere una notte in quota. Sarebbe miope. Piuttosto, si tratta di accompagnare questa evoluzione, dandole forma e senso.
Alcune soluzioni stanno già emergendo, o potrebbero farlo. In contesti particolarmente frequentati, si può immaginare un sistema di prenotazione leggero, magari digitale e flessibile (come già accaduto per i rifugi CAI), che non trasformi il bivacco in un rifugio ma aiuti a gestire i flussi nei periodi di maggiore affluenza. Non una regola rigida, ma uno strumento.

Accanto a questo, diventa fondamentale la comunicazione: spiegare cosa è un bivacco, a cosa serve, quali sono le priorità. Rendere chiaro, anche a chi si avvicina per la prima volta, che quello spazio non è pensato per il comfort ma per la sicurezza. Che lasciare posto, condividere, adattarsi fa parte dell’esperienza stessa.
Un altro aspetto riguarda proprio il progetto. Se è vero che i nuovi bivacchi sono spesso più belli e accoglienti, è altrettanto importante che non perdano la loro identità. Funzionalità, resistenza, semplicità devono restare centrali, anche quando il linguaggio architettonico si evolve. Perché il rischio non è tanto che i bivacchi diventino mete, questo è già accaduto, ma che smettano di essere ciò per cui sono nati.
La montagna, però, ha sempre avuto la capacità di riequilibrare. E chi la frequenta, prima o poi, impara. Impara che un bivacco non è un rifugio, che non sempre c’è posto, che l’imprevisto fa parte del gioco. Impara che condividere uno spazio minimo con altri è parte dell’esperienza, non un limite.
Forse il futuro dei bivacchi sta proprio qui: nel restare luoghi aperti, accessibili, ma anche riconosciuti per quello che sono. Non solo scenari, non solo esperienze da collezionare, ma presidi silenziosi, pensati per chi in montagna cerca qualcosa che va oltre la meta.
Un equilibrio sottile, come una cresta. Ma, proprio per questo, necessario.
© foto Ben Tibbetts












