No Fall Lines vince il Premio ITAS 2026, un omaggio alla cultura dello sci ripido
C’è un modo di raccontare la montagna che va oltre l’impresa, oltre la cronaca, oltre persino la tecnica. È quello che sa intrecciare storia, passione e cultura, restituendo a una disciplina il suo significato più profondo. È anche per questo che No Fall Lines di Giorgio Daidola si è aggiudicato il Premio ITAS del Libro di Montagna 2026 per la sezione Alpinismo e sport di montagna, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della letteratura alpina.
Nato nel 1971 per iniziativa di ITAS Mutua, il Premio ITAS celebra ogni anno le opere capaci di raccontare la montagna in tutte le sue dimensioni: esplorazione, ambiente, cultura, avventura e memoria. Un premio che, nel tempo, è diventato un punto di riferimento per chi vede nelle terre alte non solo un luogo da vivere, ma anche da comprendere e narrare.

Con No Fall Lines, Daidola firma un’opera destinata a lasciare il segno. Un viaggio nella storia dello sci ripido, disciplina che accompagna l’evoluzione stessa dello sci alpino sin dalle sue origini. «La passione per lo sci ripido è sempre esistita», ha ricordato durante la cerimonia di premiazione, facendo risalire le radici di questa pratica alla fine dell’Ottocento, quando il racconto della traversata della Groenlandia di Fridtjof Nansen contribuì a diffondere la cultura dello sci sulle Alpi.
Daidola ripercorre oltre un secolo di storia, individuando tre grandi epoche. La stagione pionieristica della prima metà del Novecento, segnata dai primi manuali, dall’introduzione delle lamine e dalle guide di itinerari di figure come Ettore Castiglioni. Poi l’epopea dello sci estremo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando una ristretta élite di fuoriclasse portò gli sci sulle grandi pareti delle Alpi, trasformando l’impossibile in realtà. Infine, l’era contemporanea, quella della diffusione di massa, favorita dall’evoluzione di materiali e tecniche che hanno reso il ripido più accessibile, senza però cancellarne il fascino né le insidie.
Nel suo discorso durante la premiazione, Daidola ha sottolineato proprio questo doppio volto della modernità: da un lato una pratica più democratica, dall’altro un cambiamento stilistico e culturale. Se un tempo ogni sciatore esprimeva sul ripido una personalità unica, oggi la tecnica tende a uniformare i gesti. Eppure, la scintilla originaria resta intatta. Come scrisse Stefano De Benedetti, uno dei protagonisti del libro, «l’antica scintilla del ripido è diventata un incendio».
A lui, autore della prefazione e prezioso compagno di viaggio nella realizzazione del volume, Daidola ha rivolto un ringraziamento speciale. De Benedetti ha inoltre arricchito il libro con un racconto inedito dedicato alla sua ultima grande discesa: quella dell’Innominata, sul versante sud del Monte Bianco, nel giugno del 1986. Una linea che, ancora oggi, conserva un’aura quasi mitica.
Ma No Fall Lines non è soltanto un libro per specialisti. È un’opera che parla a tutti coloro che nella neve vedono qualcosa di più di una semplice superficie da attraversare. È il racconto di una passione che unisce generazioni, di un dialogo continuo tra uomo, tecnica e montagna. E, soprattutto, è un invito a non perdere il gusto della vera neve dei grandi spazi bianchi, quella che la montagna continua a offrire, anche in tempi più complessi.
Con questo riconoscimento, il Premio ITAS celebra non solo un libro, ma un intero patrimonio culturale: quello dello sci ripido, delle sue storie, dei suoi protagonisti e della sua inesauribile capacità di ispirare.

Equy e Jacquemoud riscrivono il limite
Ci sono record che durano anni, e altri che sembrano esistere solo per essere superati. Sul Monte Bianco, oggi, il tempo scorre più veloce che mai. Samuel Equy e Mathéo Jacquemoud (ebbene sì, ci ritroviamo per l'ennesima volt in questa primavera a parlare di lui) hanno fermato il cronometro a 4h41’24”, nuovo riferimento assoluto come tempo di andata e ritorno con gli sci tra il sagrato della chiesa di Chamonix e la vetta più alta delle Alpi.
Un numero che impressiona già da solo. Ancora di più se si pensa a cosa rappresenta: 31 chilometri di sviluppo e circa 3.800 metri di dislivello positivo. Un itinerario che per molti richiede due giorni, e che loro hanno trasformato in meno di cinque ore di movimento continuo.

Il precedente record, stabilito appena un anno fa dall’italiano William Boffelli in 4h43’24”, è durato poco. E non è un caso che a riuscirci siano stati due atleti nel pieno della forma: Equy, reduce dalla vittoria alla Patrouille des Glaciers, e Jacquemoud, che di record e grandi traversate continua a fare una vera arte.
Partiti alle 6:56 da Chamonix, i due francesi hanno affrontato una salita resa complessa dalle condizioni della Jonction, sempre uno dei punti chiave dell’itinerario. Equy ha raggiunto la vetta in 3h41’, Jacquemoud appena un minuto più tardi. Poi, una discesa velocissima ma tutt’altro che semplice, su neve dura e in un ambiente che non concede distrazioni, tra seracchi, ghiaccio e la costante necessità di scegliere la linea giusta.
Al di là del cronometro, questa prestazione racconta bene l’evoluzione dello scialpinismo contemporaneo: sempre più veloce, sempre più preciso, sempre più vicino a un equilibrio sottile tra performance atletica, tecnica alpinistica e conoscenza profonda della montagna. Sul Bianco, come altrove, non basta andare forte. Bisogna sapere esattamente dove, quando e come farlo.
E forse è proprio questo il dato più impressionante: non solo aver abbassato il record, ma averlo fatto su un terreno dove ogni minuto guadagnato è il risultato di esperienza, strategia e capacità di leggere una montagna che cambia continuamente.
La prossima frontiera? Qual'è il limite attuale per questo itinerario? Difficile dirlo oggi, un po’ come accaduto con il muro delle due ore in maratona: per anni un simbolo, quasi un limite fisiologico, prima di trasformarsi in un obiettivo concreto. Anche sul Monte Bianco, ciò che ieri appariva irraggiungibile oggi è diventato semplicemente il prossimo traguardo.
© foto Noa Barrau / Victor Barcus
Patrouille des Glaciers, dominio francese
La Patrouille des Glaciers non è semplicemente una gara, nata come prova militare tra Zermatt e Verbier, è diventata negli anni una delle competizioni più iconiche e dure al mondo, un viaggio in quota da affrontare in cordata, dove resistenza, strategia e spirito di squadra contano quanto la gamba.
Nel 2026, questa tradizione si è rinnovata con un’edizione spettacolare, capace di numeri importanti, oltre 4.000 partecipanti tra Zermatt e Arolla con prestazioni di altissimo livello. Ma soprattutto, è stata l’edizione del dominio francese: per la prima volta nella storia, la Francia ha conquistato entrambe le classifiche principali, uomini e donne.
UOMINI: FRANCIA AL COMANDO
La gara maschile ha confermato il livello sempre più alto della competizione. Su un percorso che supera i 50 chilometri e attraversa ghiacciai, creste e lunghi tratti tecnici, la differenza non la fanno solo i watt, ma la capacità di gestione. La vittoria è andata alla squadra francese composta da Xavier Gachet, Samuel Equy e William Bon Mardion, che ha imposto ritmo e controllo lungo tutta la traversata completandola in 5 ore e 43 minuti, a pochi minuti dal record. Alle loro spalle il team svizzero, a 5 minuti e 18 secondi, le squadre svizzere hanno comunque confermato profondità e competitività, riuscendo a piazzarsi sul podio e a mantenere alta la tradizione di casa, senza però riuscire a contrastare davvero il dominio transalpino. È una gara che non lascia spazio all’improvvisazione: qui più che altrove emerge la dimensione collettiva dello sci alpinismo, si parte in tre e si arriva in tre, legati fisicamente e simbolicamente lungo tutto il percorso.
DONNE: RECORD E PRESTAZIONE STORICA
Se la gara maschile ha confermato i valori in campo, quella femminile ha scritto una nuova pagina. Il team francese composto da Axelle Gachet Mollaret, Margot Ravinel e Célia Perrillat Pessey ha firmato una prestazione straordinaria, vincendo e stabilendo il nuovo record della gara in 7h04’41’’. Un tempo che abbassa significativamente il precedente record e che racconta l’evoluzione tecnica e atletica dello sci alpinismo femminile. Non più solo resistenza, ma velocità, precisione e gestione perfetta della gara. Alle loro spalle, il team guidato dalla campionessa olimpica Marianne Fatton, pagando circa venti minuti ma mantenendo comunque un livello altissimo. Terzo posto per il trio composto da Caroline Ulrich, Alessandra Schmid e Thibe Deseyn.
Il dato più significativo, però, va oltre il podio: è la qualità complessiva della prestazione. Il record non è solo un numero, ma il segnale di una disciplina che continua a evolversi, spingendo sempre più in alto il limite.
UNA GARA CHE RESTA UNICA
La Patrouille des Glaciers resta una gara diversa da tutte le altre, paragonabile forse solo al Trofeo Mezzalama, non solo per la durezza del percorso o per la quota, ma per ciò che rappresenta: una sintesi tra alpinismo e competizione, tra strategia e resistenza, tra individuo e squadra.
In un’epoca in cui lo sci alpinismo si avvicina sempre più al formato olimpico e alle dinamiche dello sport moderno, la PDG conserva una dimensione più ampia. Qui il tempo conta, ma conta anche come ci arrivi. E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordare che, anche nel contesto della performance, la montagna resta un ambiente da attraversare prima ancora che da vincere.

© foto Patrouille des Glaciers
La nuova linea è adattarsi
C’è un filo sottile che attraversa le ultime stagioni dello sci alpinismo: è la sensazione che qualcosa, rispetto al passato, non torni più con la stessa regolarità. Non è solo una questione di neve o di quota, ma di ritmo complessivo. Le finestre buone si accorciano, le condizioni cambiano più in fretta, gli equilibri tra esposizione, temperatura e trasformazione diventano meno leggibili basandosi sulla memoria. E questo costringe a un cambio di postura mentale.
Per anni lo sci alpinismo è stato anche un esercizio di fiducia nel tempo: la fiducia che certe regole si ripetessero, che le stagioni avessero una progressione affidabile, che l’esperienza accumulata bastasse a orientarsi con una certa sicurezza. Oggi questa fiducia non sparisce, ma si frammenta. E al suo posto entra qualcosa di più instabile: la necessità di leggere ogni giornata come un caso a sé.
È qui che il cambiamento climatico smette di essere un concetto generale e diventa una pratica quotidiana. Non si manifesta solo nelle grandi anomalie, ma nelle piccole incoerenze: un versante sud che si trasforma troppo presto, uno a nord che si rovina dopo pochi passaggi, un fondo che non consolida come ci si aspetterebbe, una finestra sicura che dura meno del previsto. Di fronte a questo scenario, il rischio più grande non è tecnico ma mentale: continuare a cercare la montagna di prima dentro una montagna che è già cambiata.

E invece lo sci alpinismo, oggi, richiede soprattutto un’altra competenza: l’adattamento. Non quello passivo, ma quello attivo e consapevole. Adattarsi significa cambiare orari senza nostalgia, scegliere itinerari meno iconici ma più coerenti con le condizioni reali, accettare che la linea desiderata non è sempre la linea giusta. Significa anche accettare che la rinuncia non è una perdita, ma una forma di precisione.
In questo senso, alcune voci che arrivano direttamente dalla montagna sono particolarmente chiare proprio perché non cercano di semplificare. Dal Rifugio Valasco, in Valle Gesso, ad esempio arriva un messaggio che va dritto al punto: non serve continuare a raccontarsi che una volta era meglio o che le condizioni sarebbero dovute essere diverse, serve piuttosto rimettere al centro la lettura del presente. La simpatica nota del team del rifugio lo dice in modo quasi brutale nella sua semplicità, non ha senso lamentarsi che a Capanna Margherita probabilmente ci sarebbe stata farina e in Valle Gesso no, o se a sud alle 14 la neve sfonda, o se un canale non è scorrevole per il fondo irregolare, o se un pendio nord è già tritato dai passaggi. Non perché queste osservazioni siano sbagliate, ma perché rischiano di restare dentro una grammatica vecchia, quella in cui la montagna doveva sempre rispettare le aspettative, invece la montagna non si adegua a noi.
A questo punto il ragionamento si sposta, non si tratta più di giudicare la qualità della neve in termini assoluti, ma di scegliere in funzione delle condizioni reali, nel tempo reale. È un cambio sottile ma radicale, perché sposta il centro della pratica dallo standard alla lettura.
Lo sci alpinismo classico, forse, sta diventando meno una disciplina di ripetizione e più una disciplina di interpretazione, dove non basta più sapere come si fa una gita, ma serve capire che gita ha senso fare oggi. Questo implica anche una forma di umiltà diversa, saper accettare che non esiste una neve ideale indipendente dal contesto, e che spesso ciò che chiamiamo neve brutta è semplicemente neve fuori tempo rispetto al nostro programma.
Da questo punto di vista, la frase finale del post del Rifugio Valasco è quasi una chiave di lettura: Non esistono nevi brutte, ma solo sciatori mediocri. Perché la qualità dell’esperienza non dipende solo da ciò che troviamo, ma da come lo interpretiamo.
In un mondo che cambia così velocemente, la vera competenza non è più riconoscere la condizione perfetta, ma saper lavorare con la condizione imperfetta. Non inseguire la montagna che ricordiamo, ma vivere quella che abbiamo davanti.
© foto Rifugio Valasco
Stessa linea, nuovo record
Sulla Chamonix–Zermatt il record femminile diventa il racconto di un cambiamento
Ci sono itinerari che sembrano immutabili, linee tracciate sulla carta e nella testa di chi va in montagna, che restano lì, uguali a se stesse, stagione dopo stagione.
La Chamonix–Zermatt è una di queste. O almeno lo era. Perché negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Non la traccia, non i ghiacciai, non le salite. Ma il modo di attraversarla.
Il 12 aprile 2026, Marie Pollet-Villard e Laurie Renoton hanno fermato il cronometro a 20 ore e 34 minuti. Una traversata completa, senza interruzioni, lungo circa 100 chilometri e oltre 8.000 metri di dislivello che separano Chamonix da Zermatt. Un tempo che fino a poco fa sembrava lontano, quasi teorico e invece è diventato reale.
Per capire davvero cosa significa, bisogna fare un passo indietro. Nel 2021, Hillary Gerardi e Valentine Fabre avevano aperto la strada con un primo riferimento: 26 ore e 21 minuti. Non solo un record, ma un punto di partenza. Poi, negli anni successivi, qualcosa ha iniziato ad accelerare, i tentativi si sono moltiplicati, i tempi hanno iniziato a scendere, e nell’arco di pochi giorni quel limite è stato abbassato più volte. Come se la linea non fosse più un traguardo, ma un passaggio intermedio. Fino ad arrivare a quel 20h34’ che oggi rappresenta il nuovo riferimento femminile. Ma che, a guardare la traiettoria, sembra già destinato a non durare troppo a lungo.

Cambia il modo, non la montagna
La cosa interessante è che la Haute Route, in sé, non è cambiata. Resta un itinerario che, nella sua versione classica, si percorre in 5 o 6 giorni, tra rifugi, pause, gestione del tempo e del meteo. Un viaggio, prima ancora che una prestazione. Condensare tutto questo in meno di 24 ore significa ribaltare completamente il paradigma, non è più solo questione di resistenza, ma di equilibrio: trovare il ritmo giusto, muoversi in modo continuo, gestire la fatica senza mai fermarsi davvero.
È un altro modo di stare in montagna. Più veloce, certo. Ma anche più essenziale.
Dentro questo cambiamento c’è anche l’evoluzione del livello femminile, sempre più evidente. Non si tratta solo di andare forte, ma di farlo con metodo. Le atlete che oggi si confrontano su queste linee arrivano da esperienze diverse, portano con sé competenze trasversali e una capacità di gestione sempre più raffinata. Il risultato si vede nei numeri, ma soprattutto nella continuità delle prestazioni e il record scende, sì, ma lo fa in modo strutturato, quasi inevitabile.
Eppure, mentre i tempi si abbassano, c’è qualcosa che resta immobile. La notte sui ghiacciai, il vento in quota, la necessità di scegliere, ogni volta, la direzione giusta.
La montagna non si accorcia, anche se il tempo per attraversarla sì, e forse è proprio questo il punto più interessante: più la linea si velocizza, più diventa evidente che la vera sfida non è solo il cronometro, è riuscire a tenere insieme tutto: velocità, lucidità, ambiente, perché quei 20 ore e 34 minuti non sono solo un record, sono il segno di un cambiamento.
© foto Simon Gerard Instagram
Mai così tanti soccorsi
I numeri del 2025 raccontano una montagna sempre più frequentata (e fragile)
Ci sono numeri che non lasciano molto spazio all’interpretazione.
Nel 2025 il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha registrato 13.037 missioni di soccorso, il dato più alto di sempre, con un incremento dell’8% rispetto al 2024. Non è un picco isolato, ma la conferma di una pressione crescente e costante sul sistema di soccorso in montagna.
Dietro a questi numeri ci sono quasi 205.000 ore di lavoro e oltre 46.000 soccorritori coinvolti. Un impegno enorme, che racconta quanto la montagna sia oggi frequentata, attraversata, vissuta.
INCIDENTI: LA CADUTA RESTA IL PROBLEMA PRINCIPALE
Se si guarda alle cause, il quadro è chiaro:
- Cadute o scivolate: 45%
- Malori: 14,1%
- Incapacità durante l’attività: 8,1%
Quasi un intervento su due nasce quindi da una perdita di equilibrio, da un errore di movimento, da una sottovalutazione del terreno. È un dato che pesa, perché indica come il problema non sia tanto l’evento eccezionale, quanto la gestione dell’ordinario.
ESCURSIONISMO IN TESTA
Anche le attività coinvolte raccontano molto:
Escursionismo: 43,6%
Mountain bike: 7,6%
Sci: 7,4%
Alpinismo: 5,2%
La montagna facile, quella accessibile, è oggi quella che genera più incidenti.
Non è più solo questione di alpinismo o di attività tecniche: è l’outdoor diffuso, praticato da un numero sempre maggiore di persone, spesso con livelli di esperienza molto diversi.
UN DATO CHE COLPISCE: 528 MORTI
Il numero più duro resta quello delle vittime: 528 persone decedute nel 2025, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.
Accanto a questo:
- 9.624 feriti
- 4.231 illesi
- 140 dispersi
Non solo interventi, quindi, ma conseguenze spesso gravi, quel +13% segna un’inversione di tendenza, interrompendo il leggero miglioramento degli anni precedenti.

CHI È LA PERSONA SOCCORSA
L’identikit resta stabile: prevalentemente uomo (69,5%), italiano (81,1%), con età più frequente tra i 50 e i 60 anni, spesso escursionista, spesso coinvolto in cadute o difficoltà legate al terreno. Ancora una volta: non l’estremo, ma il quotidiano.
L’ESTATE, LA STAGIONE PIÙ CRITICA
Quasi la metà degli interventi si concentra nei mesi estivi:
- Agosto: 17,9%
- Luglio: 13,6%
- Settembre: 11,4%
Il periodo di massimo afflusso coincide con il momento di massimo rischio, più persone in montagna significa inevitabilmente più incidenti, ma anche più esposizione per chi non è sempre preparato.
TECNOLOGIA E SOCCORSO
Cresce anche il ruolo della tecnologia, con l’app GeoResQ: 354 eventi gestiti e 55.000 nuovi utenti (256.000 totali). Uno strumento che migliora la rapidità degli interventi, ma che non sostituisce la prevenzione.
PREVENZIONE: IL VERO PUNTO
Il report lo dice chiaramente: serve più formazione, sensibilizzazione e consapevolezza, perché i numeri raccontano una realtà semplice: gli incidenti non nascono solo da condizioni estreme, ma da errori comuni, ripetuti, spesso evitabili. Cadute, difficoltà, sottovalutazione, la montagna resta quella di sempre ma il modo in cui la frequentiamo è cambiato.
E allora la sicurezza non è un tema accessorio, ma parte integrante dell’esperienza, sapere quando fermarsi, scegliere un itinerario adeguato, leggere il terreno: oggi, più che mai, è lì che si gioca la differenza.
© foto CNSAS
Appennino bianco ad aprile: numeri di una nevicata fuori stagione
L’inverno, quando sembrava ormai chiuso, è tornato con forza sull’Appennino. Tra fine marzo e i primi giorni di aprile 2026, il Centro e Sud Italia sono stati investiti dalla tempesta Erminio, un ciclone mediterraneo capace di riportare condizioni pienamente invernali, in alcuni casi eccezionali, su gran parte della dorsale appenninica.
Non si è trattato di una semplice perturbazione tardiva, ma di un evento che, per estensione, intensità e accumuli, entra di diritto tra i più significativi degli ultimi anni.
I numeri: metri di neve e piogge torrenziali
I dati raccolti tra Abruzzo, Molise e Puglia restituiscono un quadro netto:
- Fino a 300 cm di neve al suolo sul Gran Sasso, con valori registrati al Pilone di Mezzo (1753 m)
- 175 cm a Prati di Tivo (1380 m) e oltre 150 cm sopra i 1800 metri
- Majella con punte tra 210 e 240 cm nell’area di Passolanciano
Numeri che, letti insieme, parlano di un manto nevoso paragonabile a quello di pieno inverno, ma costruito in pochi giorni, tra il 31 marzo e il 3 aprile.
Accanto alla neve, la componente liquida è stata altrettanto estrema:
- oltre 150 mm di pioggia in 24 ore tra Molise, Puglia e basso Adriatico
- picchi che localmente hanno superato i 200 mm complessivi durante l’evento
- 14 fiumi esondati tra Abruzzo, Molise e Basilicata
Un doppio carico (neve in quota, acqua a valle) che ha saturato i suoli e aumentato in modo significativo il rischio idrogeologico.
Quote neve e intensità: perché è stato un evento anomalo
Uno degli elementi più interessanti è stato il comportamento della quota neve.
Durante le fasi più intense:
- la neve è scesa stabilmente intorno ai 900 metri,
- con episodi fino a 600–700 metri, soprattutto nelle ore notturne
In un contesto di inizio aprile, si tratta di valori decisamente bassi. In molte aree dell’Appennino centrale, infatti, le nevicate primaverili tendono a essere episodiche e limitate alle quote medio-alte. La dinamica è stata quella classica delle grandi irruzioni adriatiche: aria artica fredda in ingresso da nord-est, scorrimento sul mare relativamente più caldo e intensificazione delle precipitazioni. Il risultato è stato un accumulo rapido, continuo e distribuito su più giorni, la combinazione più efficace per costruire grandi spessori.
Vento e instabilità: una tempesta completa
Non solo neve e pioggia. La tempesta ha portato anche:
- raffiche di vento oltre i 100 km/h lungo il medio Adriatico
- temperature pienamente invernali in quota
- condizioni diffuse di pericolo valanghe forte (grado 4) su diversi settori appenninici
Sono state segnalate valanghe spontanee anche di grandi dimensioni, conseguenza diretta di un manto nevoso cresciuto rapidamente su strati preesistenti instabili.
Un evento raro, ma non unico
Nevicate tardive sull’Appennino non sono una novità assoluta. Episodi simili si sono verificati anche in passato, ad esempio nell’aprile 2015 o in eventi storici come il 1995, con neve fino a quote basse e accumuli significativi
Tuttavia, ciò che distingue questo episodio è la combinazione di fattori:
- durata (più giorni consecutivi)
- estensione geografica (dall’Abruzzo alla Puglia)
- intensità simultanea di neve e pioggia
Un mix che lo rende particolarmente impattante, sia dal punto di vista nivologico sia da quello idrogeologico.
La montagna che cambia (anche in primavera)
Nel giro di pochi giorni, l’Appennino si è ritrovato con un volto completamente diverso: pendii carichi, linee nuovamente sciabili, ma anche instabilità diffusa e gestione complessa del rischio.
È il paradosso della primavera: mentre a valle si parla già di caldo e stagione finita, in quota si possono accumulare metri di neve in poche ore.
Eventi come questo ricordano quanto la montagna, soprattutto quella appenninica, sia ancora capace di sorprendere. Anche quando sembra troppo tardi per l’inverno.
© foto Il Fatto Quotidiano / CNSAS
Due nuovi record sulla Chamonix–Zermatt
Boffelli e Jacquemoud riscrivono la traversata
Ci sono linee che non sono solo itinerari, ma veri racconti incisi nella geografia alpina. La Chamonix–Zermatt è una di queste: un filo che unisce due capitali dell’alpinismo attraversando il cuore più glaciale e severo delle Alpi. Un viaggio che per generazioni ha significato lentezza, rifugi, meteo da interpretare. Oggi, sempre più spesso, diventa anche terreno di velocità.
A spingere ancora più in là questo confine sono stati William Boffelli e Mathéo Jacquemoud, capaci di completare la traversata in 13 ore e 27 minuti. Un tempo che non è solo un numero, ma una dichiarazione: la Haute Route può essere percorsa in un’unica tirata, trasformando un viaggio di più giorni in una lunga, continua accelerazione.
La loro partenza è avvenuta nel cuore della notte, da Chamonix, con l’obiettivo di attraversare oltre 100 chilometri e più di 8000 metri di dislivello positivo fino a Zermatt, senza soste. Un gesto che ribalta la natura stessa dell’itinerario, normalmente suddiviso in tappe tra rifugi, pause e adattamenti alle condizioni.
Eppure, per capire davvero questo record, bisogna guardare indietro. La Haute Route nasce all’inizio del Novecento come evoluzione dello spirito esplorativo alpino: collegare due vallate simbolo attraverso ghiacciai allora poco conosciuti, passando per luoghi come il bacino dell’Argentière, i grandi altipiani dell’Otemma, Arolla e il Col de Valpelline. Un itinerario che ha sempre avuto qualcosa di iniziatico, più simile a una spedizione che a una semplice gita.
Il record firmato da Boffelli e Jacquemoud si inserisce in una trasformazione più ampia dello sci alpinismo contemporaneo, dove le grandi classiche diventano terreno di confronto fast and light. Il loro tempo abbatte sensibilmente i riferimenti precedenti e racconta non solo una prestazione fisica, ma anche un’evoluzione culturale della disciplina. Eppure, in mezzo a questa corsa contro il tempo, resta qualcosa di profondamente tradizionale: la cordata. Non una sfida individuale, ma un movimento condiviso, un ritmo comune costruito per ore sugli stessi passi. È forse questo il punto di contatto tra passato e presente: la velocità cambia, ma la montagna continua a chiedere relazione.
Il record femminile, poche ore dopo

Quasi in risposta diretta, a distanza di poche ore, anche la traccia al femminile della Haute Route è stata riscritta. A firmarla sono state Hillary Gerardi e Valentine Fabre, che hanno riportato il record nelle loro mani chiudendo la traversata in poco più di 22 ore, migliorando nettamente il riferimento precedente.
La loro non è una storia nuova su questa linea. Già nel 2021 erano state le prime a completare la Chamonix–Zermatt in un’unica spinta tutta al femminile, aprendo di fatto una nuova prospettiva su quello che era possibile fare su questo itinerario
Negli anni successivi il record era stato abbassato, segno che anche nel mondo femminile le Haute Route stanno diventando terreno di confronto sempre più competitivo. Ma questa nuova prestazione rappresenta qualcosa di più di una semplice restituzione: è la conferma di una maturità atletica e tecnica che permette di affrontare oltre 100 chilometri di ghiacciai e dislivelli in meno di un giorno.
Anche in questo caso, la partenza notturna e la progressione continua raccontano un approccio identico a quello visto tra gli uomini: ritmo costante, transizioni ridotte al minimo, capacità di adattarsi a un terreno che cambia continuamente tra salite, creste e lunghe sezioni su ghiacciaio.
© foto Noa Barrau / Adrien Colleur
Matheo Jacquemod completa l’Intégrale des Alpes
20 giorni tra sci e bici attraverso 4 paesi
Matheo Jacquemod ce l’ha fatta ancora. Dopo anni di competizioni ad altissimo livello e esperienze come guida alpina, il campione francese ha portato a termine un progetto eccezionale: la traversata completa delle Alpi, da Vienna a Nizza, combinando sci e bicicletta.
Un’avventura di 20 giorni, lunga 2.189 km e con 86.000 metri di dislivello accumulato, di cui 60.000 a sci e 26.000 in sella alla bici, attraversando 19 massicci e superando cime iconiche come il Monte Bianco. La media giornaliera parla da sola: circa 12 ore di attività e 4.300 metri di dislivello positivo al giorno.


Ma al di là dei numeri impressionanti, Jacquemod sottolinea la vera essenza di questa traversata: un’esperienza umana, sportiva e montanara. “Ho goduto ogni giornata senza mai forzare, senza subire, semplicemente al mio ritmo”, racconta. “Ho apprezzato tanto i momenti di solitudine quanto quelli di condivisione con gli amici che sono venuti a trovarmi lungo il percorso”.
L’Intégrale des Alpes è stata possibile grazie a una perfetta combinazione di abilità atletica e conoscenza della montagna. Le esperienze in competizione hanno forgiato l’atleta, quelle come Guida hanno plasmato il montagnard. E per questo progetto, serviva essere entrambi.
Un ringraziamento speciale va al suo team: Champi, Nico, Noa Barrau e Thibaut Marot, che hanno reso possibile questa traversata straordinaria, supportando Matheo in ogni fase dell’impresa.
Questo progetto conferma ancora una volta quanto la passione per la montagna e lo spirito d’avventura possano spingere i limiti personali, trasformando un’impresa fisica in un viaggio umano indimenticabile.
© foto Noa Barrau / Thibaut Marot
Tour du Rutor 2026
Spettacolo e duelli in alta quota, successi per Magnini–Palzer e Mollaret–De Silvestro
Sulle creste innevate della Valle d’Aosta si è concluso un altro capitolo dello scialpinismo internazionale: la 22ª edizione del Millet Tour du Rutor Extrême, gara di punta del circuito La Grande Course. Due giornate intense tra La Thuile, Valgrisenche e Planaval che hanno messo alla prova forza, tecnica e decisione di quasi trecento squadre giunte da tutto il mondo.
Cronaca delle due frazioni
La sfida è partita sabato 28 marzo con una frazione durissima che ha costretto gli atleti a confrontarsi con salite ripide, pendenze impegnative e condizioni meteorologiche rigide ad alta quota, sul tracciato di oltre 24 km con quasi 3.500 metri di dislivello, tra ghiacciai e pendii ripidi dove il vento ha spesso dominato la scena.
Domenica, con partenza e arrivo nella conca di Planaval, i concorrenti hanno trovato un percorso ad anello di circa 21 km con altri 2 500 metri di dislivello. È stata proprio questa seconda giornata a decidere le sorti della classifica maschile: i leader iniziali hanno subito un imprevisto tecnico che ha cambiato l’ordine d’arrivo e ha aperto la strada alla rimonta dei nuovi protagonisti.
Lotta maschile e ribaltone finale
Con una prova aggressiva nella parte conclusiva dell’ultima frazione, la coppia composta dall’italiano Davide Magnini e dal tedesco Anton Palzer ha saputo sorprendere tutti, conquistando non solo il successo nella tappa decisiva ma anche il titolo assoluto della competizione. Alle loro spalle si sono piazzati i francesi William Bon Mardion e Xavier Gachet, stretti in una volata serrata fino agli ultimi metri.
Dominio femminile senza discussioni
In campo femminile, la gara non ha avuto momenti di suspense: Axelle Mollaret e Alba De Silvestro hanno condotto dall’inizio alla fine, imponendo il loro ritmo su entrambe le giornate e chiudendo con autorità davanti alle altre coppie in gara. La loro vittoria è stata netta, suggellata da una prestazione solida e costante dal primo all’ultimo metro.
Oltre i vincitori: giovani al centro della scena
Oltre alla gara senior, il Tour du Rutor ha dedicato spazio anche alle categorie giovanili, con percorsi studiati per avvicinare i più giovani allo skialp agonistico. Atleti under 20 e cadetti hanno animato le prove giovanili, dimostrando che il movimento prosegue con entusiasmo e qualità.
Numeri che raccontano uno sport in salute
L’edizione 2026 ha registrato 278 squadre al via provenienti da 19 nazioni, pareggiando i record di partecipazione degli anni migliori. La partecipazione internazionale e la qualità delle prestazioni confermano l’importanza di questa gara nel panorama mondiale dello scialpinismo, capace di unire tradizione, tecnica e un ambiente spettacolare.
© foto Mathis Decroux
UTMB World Series potenzia il supporto alla genitorialità nel trail running
L’arrivo di un figlio è un momento unico nella vita di ogni famiglia, e UTMB® World Series ha deciso di riflettere questa realtà anche nel mondo del trail running. Dopo aver introdotto nel 2023 una politica pionieristica dedicata alla gravidanza, l’organizzazione rafforza ora il proprio impegno verso l’inclusione evolvendo la politica di supporto alla genitorialità.
Sviluppata in collaborazione con la Pro Trail Runners Association (PTRA), questa iniziativa si applica a tutti i runner del circuito UTMB World Series, dai professionisti élite agli amatori, rispondendo alle esigenze specifiche legate alla genitorialità in tutte le sue forme.
Accogliere la genitorialità in tutte le sue forme
Dal lancio della politica sulla gravidanza, oltre 400 atlete e atleti hanno potuto rinviare la propria iscrizione o ottenere un rimborso. La nuova politica amplia oggi il supporto includendo:
- Gravidanza
- Percorsi di procreazione medicalmente assistita (PMA, inclusa la fecondazione in vitro)
- Adozione
- Gestazione per altri
Questa misura si applica a tutti i genitori, indipendentemente dal loro livello di partecipazione o dalla situazione familiare, garantendo equità sportiva e rispetto per i percorsi personali degli atleti.
“Vogliamo che ogni atleta, indipendentemente dal proprio status, possa vivere pienamente la genitorialità senza dover rinunciare alla propria passione per il trail running. Questa politica mira a supportare gli atleti e a favorire un cambiamento culturale verso uno sport più equo e inclusivo.” Nicolas Lagrange, CSR Manager, UTMB World Series.

Cosa prevede la nuova politica
Per entrambi i genitori, la politica offre diverse opzioni:
- Rimborso completo della quota di iscrizione
- Possibilità di rinviare l’iscrizione
- Per le gare con sorteggio, rimborso e accesso prioritario a un’edizione futura
Inoltre, per le top élite femminili, l’UTMB Index viene congelato per un periodo massimo di cinque anni, preservando la posizione in classifica durante il percorso verso la genitorialità.
“Nel 2024 ero completamente focalizzata sull’UTMB. Tutto era già organizzato: amici e familiari pronti a sostenermi a Chamonix. Quando ho scoperto di essere incinta, il mio primo pensiero è stato: ‘Va bene, correrò comunque l’UTMB’. Poi ho capito che non sarebbe stato ragionevole. Grazie a questa politica ho potuto rinviare la mia iscrizione al 2026. Oggi non corro più solo per me: sapere che mio figlio mi aspetta a un ristoro o al traguardo moltiplica la mia forza.” – Ella Peyrard, atleta amatoriale
Un passo avanti per lo sport e la maternità
Con la crescita e la professionalizzazione del trail running, UTMB World Series mira a garantire che maternità e percorso verso la genitorialità non diventino ostacoli alla carriera sportiva. Il congelamento dell’UTMB Index permette agli élite impegnati in un percorso di genitorialità di mantenere lo status acquisito prima della pausa, tornando a competere senza penalizzazioni.
“Il Women’s Equality Working Group della PTRA ha contribuito in modo significativo a questa politica. Il nostro obiettivo è collaborare con organizzazioni come UTMB Group per creare le condizioni affinché le atlete possano esprimere pienamente il loro potenziale, valorizzando la maternità e facilitando la costruzione di una famiglia senza sacrificare la carriera sportiva.” – Eszter Csillag, atleta élite e membro del consiglio della PTRA
UTMB World Series invita tutti i runner interessati a fare riferimento a questa politica secondo le proprie esigenze. Tutti i dettagli e le condizioni sono disponibili su: utmb.world/inclusion
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© foto UTMB
Da St. Moritz al Gran Paradiso - prosegue la traversata di Matheo Jacquemoud
Dalle nevi della Bernina al cuore delle Alpi occidentali, il progetto di Jacquemoud prosegue con forza, sfidando condizioni meteo avverse e terreni tecnici, tra lunghe giornate di ski‑touring, pedalate e imprese alpine di grande impegno.
Dalle Alpi Retiche verso il Ticino e oltre
Dopo la partenza da Bernina, Matheo ha dovuto fare i conti con tempeste persistenti, neve abbondante e meteo instabile che hanno complicato ogni passo. Da St. Moritz ha raggiunto il Lago di Como, per poi attraversare le Alpi del Ticino in lunghe tappe impegnative. Una notte sotto le stelle, con l’amico Noa Barrau, lo ha visto superare il Nufenenpass in Valais, e il giorno successivo ha proseguito verso Saas‑Fee scendendo e risalendo valloni e colli innevati.
Questa prima parte della traversata ha messo alla prova adattamento e resistenza, richiedendo più volte un cambio di piano per rispondere alle condizioni in montagna.
La tappa successiva doveva portarlo verso Zermatt, ma una nuova perturbazione ha bloccato il cammino: insieme a Clément Parisse, Matheo ha tentato più volte di superare l’Adlerpass, senza riuscirvi, e ha dovuto fare marcia indietro fino a Saas‑Fee. In ogni difficoltà, però, cresce la determinazione di proseguire verso nord‑ovest, verso la meta finale.


Sulla Route della Patrouille des Glaciers e oltre
La seconda parte del viaggio è iniziata da Zermatt, dove Matheo è partito nelle prime ore della notte con Juste LaBorne e Clément Parisse, seguendo l’itinerario storico della Patrouille des Glaciers, una delle gare di scialpinismo più iconiche delle Alpi. Dopo 9 ore di impegno continuo e con il sostegno di amici come Vivian Bruchez, Antoine Socquet ed Eliot Retulli, il gruppo ha raggiunto Verbier intorno a mezzogiorno. Da qui Matheo ha cavalcato in bicicletta fino a Champex‑Lac, dove ha ripreso gli sci e ha portato l’avventura fino alla stazione de Le Tour, ai piedi di Chamonix (Francia), prima di concludere la giornata dopo oltre 16 ore di sforzo totale.
Il giorno successivo lo ha visto affrontare il Monte Bianco (4.810 m). Nonostante il forte vento in quota al risveglio, Matheo è partito con l’idea di sfruttare un miglioramento nel pomeriggio. Con la via classica dei Grands Mulets impraticabile, ha scelto di salire lungo la normale estiva in condizioni invernali. Oltre i 3.600 m, la neve dura, tracce assenti e ice traverse sull’arête des Bosses hanno rallentato la progressione, ma alla fine Matheo è riuscito a raggiungere la cima in solitaria alle 14:00, affrontando condizioni difficili e tecniche.
Scendendo verso Chamonix, dopo una breve notte, Matheo ha proseguito verso il meraviglioso Mer de Glace e ha risalito la Vallée Blanche fino al Col de Toula, per poi valicare il confine verso l’Italia lungo il percorso dello Skyway Mont Blanc. Non si è fermato, anzi: ha preso ancora la bicicletta fino al Gran Paradiso (4.061 m), dove ha è salito in cima, raggiunta in circa 3h30 nel fitto della nebbia, prima di ridiscendere e chiudere un raid di oltre 40 ore consecutive di sforzo.


Verso le grandi traversate delle Alpi
La rotta di Matheo segue, in parte, le tracce della celebre Haute Route Chamonix–Zermatt, considerata una delle traversate scialpinistiche più iconiche, che da sempre collega due capitali dell’alpinismo, passando tra panorami glaciali, colli oltre i 3.000 m e scenari mozzafiato tra Monte Bianco e Cervino.
Questo tipo di itinerario non è solo un viaggio: rappresenta un dialogo profondo con la montagna, dove ogni passo, curva e salita richiede esperienza, resistenza e capacità di gestione delle condizioni alpine. Per chi ama lo scialpinismo e le traversate di alta montagna, è un sogno carico di significati e di sfide.
L’eredità e la passione oltre i numeri
Il progetto di Matheo non è semplicemente una serie di tappe: è un invito continuo a vivere la montagna con cuore, rispetto e capacità di adattamento. In ogni condizione, dalla tempesta alla neve instabile, l’unica costante è stata la volontà di superare ogni ostacolo, di proseguire con passo deciso verso ciò che rimane di questa grande traversata.
© foto Noa Barrau e Thibaut Marot













