Alla ricerca di Tom Ballard

L'avvincente racconto della vita del figlio di Alison Hargreaves a due anni dalla scomparsa sul Nanga Parbat 1/2

Tom Ballard al rifugio Leschaux prima dell'invernale sulla Nord delle Grandes Jorasses © Rugero Arena

Il collegamento si era interrotto all’improvviso, ma Alex Txikon non aveva alcun dubbio: il video che stava guardando mostrava due corpi senza vita; non c’era stato il tempo di scattare una foto, prima che il drone smettesse di trasmettere, ma l’immagine di quei due corpi si era impressa nella sua mente. «Ho riconosciuto i loro zaini, i guanti, i berretti che indossavano e anche la forma dei loro corpi» racconterà dopo. I due corpi, legati alla stessa corda, distanti non più di tre metri l’uno dall’altro, si trovavano a circa 5.800 metri, in un labirinto di rocce e neve. Il primo, ancora appeso alla corda, penzolava all’interno e fuori dall’inquadratura del drone; il secondo, anch’esso attaccato alla corda, giaceva riverso su una roccia, qualche metro al di sotto del suo compagno. Si trattava dei due alpinisti Daniele Nardi e Tom Ballard, di 42 e 30 anni; arrivati in Pakistan alla fine di dicembre del 2018 per tentare la terza salita invernale del Nanga Parbat (8.126 metri) attraverso il leggendario e incompiuto Sperone Mummery. 

La morte di Nardi e Ballard ha avuto un’incredibile eco su quotidiani e riviste di tutto il mondo, anche a causa delle nobili origini alpinistiche di Tom, figlio d’arte di Alison Hargreaves, definita da Reinhold Messner come la più forte fra le alpiniste donne. Hargreaves, dopo essere arrivata vicinissima all’obiettivo di salire per prima, in una singola stagione, le sei grandi pareti Nord delle Alpi, morì nel 1995, insieme ai sei compagni di spedizione, durante la discesa dal K2, in uno degli episodi più drammatici della storia dell’alpinismo, anch’esso protagonista sui quotidiani di tutto il mondo. Tom, che all’epoca della morte della madre era solo un bambino, cresciuto aveva poi ripercorso le tappe della carriera alpinistica di Alison, prima impegnandosi sulle pareti Nord delle Alpi, poi avventurandosi sulle montagne più alte del Pianeta e, proprio come la madre, era conosciuto e apprezzato nell’ambiente alpinistico per le sue imprese in solitaria. Il Nanga rappresentava per Tom il grande salto, forse addirittura troppo grande. Nardi aveva ripetutamente tentato lo Sperone Mummery negli anni precedenti, sviluppando un’autentica ossessione per quella via: la sua decisione di tornare in Pakistan per provare nuovamente la salita non aveva suscitato stupore nell’ambiente alpinistico, a differenza della partecipazione di Ballard. Affrontare per la prima volta un Ottomila, senza essersi mai cimentati su montagne al di sopra dei 6.000 metri, per di più durante la stagione invernale, periodo in cui le temperature diventano rigidissime e le montagne vengono spazzate da venti a 160 chilometri all’ora, significava forse alzare troppo l’asticella. 

Ma per comprendere appieno il livello della sfida portata avanti da Nardi e Ballard occorre considerare non solo le difficoltà dell’alpinismo invernale himalayano (la maggior parte dei 14 Ottomila sono stati saliti in invernale una sola volta), ma anche il fatto che la via scelta per la salita presenta un elevatissimo rischio di valanghe. Lo Sperone Mummery è infatti una costola rocciosa che sale, come la spina dorsale di un drago, dritta verso vetta, dalla parte bassa fino al plateau, che si trova al di sotto della piramide sommitale; una bellissima linea, indubbia- mente, ma estremamente rischiosa. Reinhold Messner e suo fratello Günther sono gli unici ad averla percorsa, prima di Nardi, Ballard ed Elisabeth Revol, la compagna di Nardi nel tentativo di salita del 2013. Nel 1970 i due fratelli Messner dovettero tentare la discesa lungo lo Sperone Mummery, poiché Günther presentava i sintomi del mal di montagna e non sarebbe sopravvissuto a un altro bivacco. 

Alison Hargreaves con Tom e Kate © Murdo MacLeod

Nei giorni del battage mediatico seguito alla scomparsa di Nardi e Ballard, proprio Messner parlerà con la stampa dello Sperone Mummery, definendolo la via più perico- losa sul Nanga Parbat e una scelta obbligata per lui e Günther, poi travolto e ucciso da una slavina nel corso della discesa; una via che, dalle sue stesse dichiarazioni, Messner mai avrebbe tentato in salita, in particolare in inverno, a causa dell’elevatissimo rischio costituito dalle valanghe e dai blocchi di ghiaccio che cadono dai tre seracchi sovrastanti lo Sperone.  Simone Moro, autore della prima salita invernale del Nanga Parbat nel 2016, e unico ad aver salito quattro Ottomila in inverno, ha definito l’impresa in maniera ancor più funesta, sottolineando come tentare lo Sperone Mummery fosse come partecipare a una roulette russa. 

Lo stesso Moro esprimerà in diverse interviste le sue perplessità sulla scelta compiuta da Ballard, evidenziando come la decisione di affrontare per la prima volta un Ottomila in invernale, lungo una via nuova e con il livello di pericolosità dello Sperone Mummery, non fosse proprio la strada maestra per l’inizio di una carriera sulle montagne più alte della Terra. Il tentativo di salita dello Sperone Mummery ha inizio per Nardi e Ballard nel mese di gennaio 2019; i due alpinisti trascorrono la maggior parte dei primi giorni battendo traccia in mezzo alla neve e tentando di non congelarsi. Tom, in un post scritto per il blog dello sponsor Montane, definisce la temperatura talmente rigida da consentirgli, all’interno della tenda, di leggere a malapena il capitolo di un libro, prima che le dita diventino troppo fredde per girare le pagine. Nell’attesa di condizioni meteo più favorevoli, i due alpinisti rimangono al campo base, dove cercano di mantenere la forma fisica con scalate in dry-tooling su qualche masso; l’arrivo di una finestra di alta pressione permette a Nardi e Ballard di piazzare Campo I, Campo II e infine Campo III, a quota 5.700 metri; da un post di Tom sappiamo che il Campo III, anche se ricavato all’interno di un crepaccio, è spazzato da un vento incessante e molto forte. Nei giorni seguenti le incursioni di Tom e Daniele al Campo II e III vengono sempre ostacolate da cattive condizioni meteo: 

«La costante minaccia delle valanghe non ci ha permesso di trascorrere la notte ai Campi II e III» scrive Ballard. A ogni successiva risalita ai campi le tende devono essere estratte da cumuli di neve portata dalle valanghe: «Il timore che il Campo I venisse sommerso ha fatto sì che rientrassimo al campo base: l’enorme valanga che ha travolto, poco dopo, la nostra linea di discesa ci ha confermato la bontà della decisione». Il pomeriggio del 24 febbraio 2019 Daniele Nardi chiama con il telefono satellitare uno dei suoi sponsor in Italia; i dati ricavati da quella chiamata GPS collocano Nardi e Ballard a 6.300 metri di quota. Durante la telefonata Daniele comunica la loro decisione di scendere al Campo IV, a quota 6.000 metri, in modo da potersi rifugiare all’interno della portaledge precedente- mente piazzata, per ripararsi dalla tempesta che sta investendo la montagna. Alle 18.30 l’ultima chiamata di Daniele alla moglie e quella successiva al Campo Base per comunicare la decisione di tentare di abbassarsi ancora di quota, fino al Campo III a 5.700 metri. Dopo quest’ultimo contatto il silenzio cala su Tom e Daniele e viene approntata una squadra per un tentativo di soccorso in quota. La prima settimana trascorre senza possibilità di agire a causa sia delle avverse condizioni meteo che delle tensioni politiche al confine fra India e Pakistan; il 3 marzo Alex Txikon e alcuni compagni di spedizione lasciano il campo base del K2 (dove erano impegnati negli stessi giorni nel tentativo di prima salita invernale) e vengono trasportati in elicottero al campo base del Nanga Parbat nella speranza di identificare la posizione di Nardi e Ballard sulla montagna. 

Nei giorni seguenti, come Daniele e Tom, la squadra di soccorso guidata da Alex Txikon deve più volte scendere al campo base per l’elevatissimo rischio di valanghe, che continuamente investono i campi più alti della via sullo Sperone; gli alpinisti trovano riparo rifugiandosi dentro i crepacci, ma il terreno estremamente instabile rende impossibile proseguire nella salita. Per questa ragione vengono utilizzati i droni per sorvolare lo Sperone e il 5 marzo Txikon avvista i corpi senza vita di Daniele e Tom. Sui media in quei giorni una serie di domande si rincorrono senza sosta. Perché Ballard aveva scelto una via così pericolosa e forse al di fuori della sua portata in termini di esperienza? Che cosa lo aveva indotto a continuare, nonostante avesse potuto sperimentare in prima persona quanto l’impresa fosse rischiosa? Quali ragioni lo avevano spinto a proseguire in un’impresa che sembrava così lontana dalle sue inclinazioni? Tom viene descritto dai suoi compagni di cordata come un alpinista perfettamente consapevole dei rischi e sempre molto attento alla sicurezza; uno di loro, Marco Berti, racconterà in seguito come Ballard fosse solito, sulle vie lunghe in Europa, piazzare chiodi anche su pareti di terzo grado. Ma pure il Ballard delle imprese in solitaria, che scalava con regolarità vie di grado fino al 5.12c (N.d.T.: 7b/7b+) senza corda – una su tutte Master of Disaster a San Nicolò in Trentino – si era sempre mantenuto all’interno di un limite per lui accettabile di sicurezza. Per rispondere a queste domande occorre fare un passo indietro, tornando non solo alle esperienze di Ballard sulle montagne, ma alla storia alpinistica di sua madre. Comprendere le motivazioni di uno dei più prolifici esponenti del free solo del suo tempo e forse anche degli anni precedenti, non è un compito semplice, soprattutto se consideriamo che Ballard ha sempre portato avanti le sue imprese in maniera silenziosa, lontano dal clamore mediatico. Da un lato alcune affermazioni di Tom possono far pensare che l’eredità alpinistica della madre non fosse il principale motore per le sue imprese: 

«Penso che molte persone ritengano che scalando cerchi di avvicinarmi maggiormente a mia madre» aveva sottolineato durante un’intervista, «ma non è così. Io lo faccio solo per me stesso». 

Alison Hargreaves nel 1986 sul Kangtega © Mark Twight

Tuttavia gli obiettivi perseguiti e raggiunti da entrambi durante la loro carriera come alpinisti e il parallelo shakespeariano fra la vita di Tom e quella di sua madre confutano nei fatti le sue affermazioni. È proprio nel tentativo di seguire il percorso della madre, ma al tempo stesso di non esserne in toto definito, che risiede il germe della tragedia consumatasi sullo Sperone Mummery. Con il passare degli anni Tom assomigliava sempre di più a sua madre: le guance rotonde, spesso arrossate dal vento, il collo solido erano indubbiamente quelli di Alison Hargreaves, solo gli occhi azzurro ghiaccio non erano quelli della madre. A vent’anni Tom portava i capelli lunghi fino alle spalle, dopo si fece crescere un sottile pizzetto sul mento. Stefania Pederiva, sua fidanzata per cinque anni, parla di Tom come di un ragazzo dotato in qualsiasi cosa facesse, dall’arrampicata allo sci, ma anche nella scultura e nella fotografia.  Aveva letto e poi riletto dozzine di volte il suo libro preferito, I sette pilastri della saggezza di T.E. Lawrence, da cui era stato tratto il film Lawrence d’Arabia; strabordante di epica, a metà fra l’autobiografia e il romanzo, con un’epigrafe infarcita di misticismo, il libro di Lawrence racconta la sua esperienza di vita come emissario del governo inglese durante la rivolta araba contro l’impero ottomano nella Prima Guerra Mondiale. Stefania racconta di aver più volte tentato di terminare la lettura del voluminoso tomo, di oltre 600 pagine, senza esserci mai riuscita: «Credo che a Tom piacesse perché si ritrovava in quella storia, che rispecchiava il suo modo di vivere lontano dalla società». Ed è forse in una frase del libro di Lawrence, che Tom tanto amava, che possiamo trovare un collegamento con le sue imprese alpinistiche: «Quelli che di notte sognano nei polverosi angoli della propria mente scoprono, di giorno, che era solo vanità; ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perché può darsi che recitino il loro sogno a occhi aperti, per attuarlo». 

Forse questa frase per Tom rappresentava la grandiosità dei sogni che aveva concepito per se stesso sulle montagne, sogni da custodire, senza parlarne con alcuno. Nei dieci anni precedenti la sua morte, Tom trasformò alcuni dei suoi sogni in realtà. Per molti dei suoi conoscenti Ballard rappresentava un talento cristallino nel mondo dell’alpinismo, nonostante il Piccolo Principe delle montagne, come lo aveva ribattezzato Stefania, fosse per lo più sconosciuto nel mondo dell’alpinismo di alto livello. Graham Zimmerman, amico e compagno di cordata di Tom, è convinto che la sua morte possa cambiare la situazione, rendendolo oggi famoso per le sue imprese nell’alpinismo: «In America ci sono molti climber che non conoscono Tom, ma penso che negli anni a venire, quando le imprese di Tom verranno rese note, diventerà molto più conosciuto all’interno della comunità alpinistica: le imprese che ha compiuto e i traguardi che ha raggiunto nella sua breve carriera sono incredibili». 

L’arrampicata nel sangue 

Uno dei ritornelli che si sentono più di frequente abbinati al nome di Tom Ballard è quello relativo al fatto che avesse salito l’Eiger già prima di nascere, infatti nell’estate del 1988, al quinto mese e mezzo di gravidanza, l’allora ventiseienne Alison Hargreaves aveva scalato la parete Nord dell’Eiger. Pochi mesi dopo, come raccontano Ed Douglas e David Rose in Le ragioni del cuore. Storia di Alison Hargreaves, Alison, intenta a fare sicurezza al marito Jim Ballard nella falesia locale di Cromford Black Rocks, aveva avvertito le prime contrazioni, che avevano portato alla nascita di Tom il giorno successivo. Due anni più tardi, Alison e Jim – lui stesso appassionato climber e gestore di un negozio d’arrampicata a partire dagli anni ’70 fino all’inizio degli anni ’90 – diedero il benvenuto alla sorella minore di Tom, Kate, portando così il clan dei Ballard a quattro membri. Alison era una climber emergente fra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ma la nascita di Tom coincise con lo spostamento dei suoi interessi verso le grandi montagne himalayane, un terreno di gioco che si rivelò essere quello più adatto alle sue qualità. Durante la sua prima spedizione himalayana, nel 1986, mise a segno diverse ripetizioni e nuove linee sul Kangtega e sul Lobuche East in Nepal come parte di una squadra che comprendeva anche gli americani Jeff Lowe, Mark Twight e Tom Frost. Anche dopo la nascita di Tom e Kate, Hargreaves continuò la sua carriera di alpinista; viveva con la famiglia nel Derbyshire, in Inghilterra: un territorio prevalente- mente collinare interrotto solo dalle alture del Peak District. Tom frequentava la scuola locale, dove «faceva le esperienze tipiche dei bambini della sua età», racconta Jim; ma il normale scorrere della sua esistenza, fatta di giochi con i coetanei e d’inverno di scivolate con lo slittino sulla neve, veniva a volte interrotto da periodi, che potevano durare anche mesi, in cui tutta la famiglia si metteva in viaggio per assistere Alison durante le sue imprese sulle Alpi. 

Nell’estate del 1993, quando Tom aveva quattro anni e Kate due, Alison volle diventare la prima persona ad aver salito in solitaria le sei grandi pareti Nord delle Alpi (Eiger, Pizzo Badile, Grandes Jorasses, Petit Dru, Cima Grande di Lavaredo e Cervino) in una sola stagione. Tutta la famiglia la seguì, vivendo fra la Svizzera, la Francia e l’Italia.
Il progetto di Alison rappresentava una nuova interpretazione del traguardo raggiunto da Gaston Rébuffat negli anni ’50, il primo ad aver salito le sei grandi pareti Nord delle Alpi. Rébuffat, concluso il progetto, nel 1954 aveva raccolto in un libro, dal titolo Étoiles et Tempêtes (pubblicato in inglese con il titolo Starlight and Storm e in italiano con Stelle e tempeste) il resoconto dell’impresa. Al termine del progetto Hargreaves probabilmente spinta nella ricerca di notorietà dal marito manager, decise a sua volta di pubblicare un libro con il resoconto dell’impresa (A Hard Day’s Summer), ma il risultato fu molto diverso dalle aspettative, forse anche a causa del fatto che il progetto non fosse in realtà stato realizzato nella sua interezza. Alison infatti non aveva salito la parete Nord dell’Eiger, ma quella Nord-Est, attraverso la meno impegnativa via Lauper; nonostante questa discrepanza, sia all’epoca che oggi, molte fonti la definiscono come la prima persona ad aver salito in solitaria le sei grandi pareti Nord delle Alpi. 

Il libro contiene anche il racconto di un macabro ritrova- mento avvenuto durante la discesa dalla vetta dell’Eiger; lungo la via infatti Alison si era imbattuta in svariati pezzi di equipaggiamento: una vite da ghiaccio, una piccozza, un guanto e altri piccoli frammenti non perfettamente riconoscibili e alla fine dei detriti aveva identificato il corpo senza vita di un alpinista. Si trattava di un alpinista spagnolo che aveva tentato la salita ed era morto cadendo, una specie di monito agli occhi di Alison sulla pericolosità e i rischi della sua vocazione. Nel corso della sua vita la Hargreaves venne spesso criticata ed etichettata come una madre irresponsabile per le sue imprese alpinistiche, portate avanti anche dopo la nascita dei due figli: un chiaro esempio di discriminazione femminile, dato che raramente lo stesso tipo di accusa viene rivolta ad alpinisti maschi con figli piccoli. L’impresa, quasi riuscita, di scalare in solitaria in una sola stagione le sei grandi pareti Nord delle Alpi rappresentò per Alison un grosso passo avanti in termini di notorietà nel mondo dell’alpinismo; la famiglia si trasferì in Scozia, stabilendosi a Fort William, vicino alla montagna più alta delle isole britanniche: Ben Nevis. Sullo slancio di quell’estate, Alison decise di portare la sfida a un livello più alto: avrebbe tentato la salita all’Everest senza ossigeno supplementare, impresa che era riuscita prima a una sola donna, Lydia Bradley. Esattamente come Tom, 24 anni dopo, Hargreaves non aveva alcuna esperienza al di sopra degli 8.000 metri e neppure dei 7.000, ma con l’intera famiglia appresso, nell’estate del 1994, partì per il Nepal. Tentò la vetta tre volte, arrivando nel secondo tentativo a circa 8.400 metri, ma tornò indietro per la paura di morire congelata. 

Tuttavia il fallimento del 1994 non la scoraggiò, anzi la indusse a tornare in Nepal l’anno seguente – da sola, senza la famiglia – con un progetto ancor più ambizioso: salire l’Everest da sola, senza ossigeno supplementare e senza alcun tipo di supporto: nessun aiuto esterno, nessuna possibilità di utilizzare corde fisse, né le tende di altri alpinisti. L’unico alpinista, fino a quel momento, in grado di compiere un’impresa del genere era stato l’ineguagliabile Reinhold Messner, che fu anche il primo al mondo a scalare tutte le 14 vette degli Ottomila. Ma Alison riuscì nell’impresa, arrivando al punto di rifiutare anche una tazza di tè, come scrisse Alison Osius, editor della rivista Climbing. Hargreaves voleva neutralizzare ogni possibilità di attacco alla sua impresa, per evitare il ripetersi della polemica nata dopo il progetto sulle grandi pareti Nord delle Alpi, e ci riuscì. Più tardi, durante l’estate del 1995, decise di prendere parte a una spedizione per la conquista del K2; all’arrivo della finestra per il tentativo di vetta, la situazione della montagna venne ritenuta eccessivamente pericolosa dagli alpinisti della squadra di Alison e dalle altre spedizioni presenti. Alison vacillò lungamente fra il desiderio di tentare e quello di abbandonare; alla fine, nel pomeriggio del 13 agosto, prese la decisione di portare l’attacco alla vetta, che raggiunse alle 18.45, troppo tardi per trovarsi così in alto sulla montagna. Quello stesso giorno il neozelandese Peter Hillary, dopo aver visto sopraggiungere all’orizzonte nubi inquietanti, aveva rinunciato alla salita; le stesse nubi che avvolsero la montagna nel momento in cui Alison raggiunse la vetta. Durante la discesa la Hargreaves e sei altri alpinisti persero la vita nella terribile bufera che investì la montagna; fra essi anche l’americano Rob Slater, famoso per il suo motto La vetta o la morte, in ogni caso vinco. 

Alison fu strappata dalla montagna da un vento a oltre 160 chilometri all’ora; il corpo identificato a 7.400 metri di quota si presume appartenesse a lei, sebbene la conferma ufficiale non sia mai arrivata. Alison Hargreaves aveva 33 anni. 

A causa della difficoltà di reperire informazioni in tempo reale, Jim Ballard chiamò la redazione della rivista Climbing, nella speranza di ricevere gli ultimi aggiorna- menti sulle condizioni della moglie. Nel lungo servizio pubblicato sulla rivista, Alison Osius racconterà quella telefonata di Jim Ballard, descrivendola in questo modo: «Ballard parlava a voce bassa, come se non volesse farsi sentire dai bambini, che canticchiavano in sottofondo». Kate aveva 4 anni e Tom 6. Cosa ricordano la maggior parte delle persone di quando avevano sei anni? Il momento in cui hanno imparato ad andare in bicicletta per la prima volta? Il profumo della mamma o dell’acqua di colonia del papà? I giochi con gli amici nel cortile della scuola? A Tom rimasero solo immagini sfocate: in un’intervista al giornalista Robert Chalmers nel 2015 disse di «non ricordare quasi nulla della madre» se non che fosse una persona gentile e generosa, anche se fortemente determinata. Sulla scia della morte di Alison infuriò, sui quotidiani britannici, lo stesso dibattito che era seguito alla sua impresa sull’Eiger durante la gravidanza. La domanda ricorrente era se fosse moralmente giusto per la madre di due bambini piccoli tentare la salita al K2. Il Sunday Times pubblicò un articolo dal titolo Il K2 non è per le madri, il Daily Express un altro: La coraggiosa Alison era una buona madre?. Ma Tom non provò mai alcun rancore o risenti- mento verso la madre per aver scelto la via pericolosa della montagna e non essere tornata indietro. «Perché la capisco – spiegò a Chalmers – comprendo perfettamente perché lo facesse. Preferisco che sia morta inseguendo la sua passione che in un altro modo». 


Sopra, Alison Hargreaves
© Mark Twight. A destra, Tom con il padre Jim © Rugero Arena

I pilastri della saggezza 

Quattordici anni dopo, nell’inverno del 2009, Ballard, all’epoca ventenne, affrontò per la seconda volta la parete Nord dell’Eiger, dopo averla salita mentre si trovava ancora nella pancia della madre. Aveva deciso di tentare la ripetizione di Scottish Pillars (5.10 – A3), una via aperta nel 1970 nella zona sinistra della stessa parete. In Scozia Ballard aveva sviluppato una vera passione per le imprese in solo, con o senza corda, sia su roccia che su ghiaccio in inverno. Durante quella stagione, vivendo con il padre e la sorella in un granaio ad Alpiglen, Grindelwald, vicino alla base della montagna, Tom riuscì a risolvere l’inizio della via, ma il cattivo tempo ne limitò di molto i progressi; tuttavia i costanti avanzamenti lo portarono nella tarda primavera a completare la ripetizione. Con quella realizzazione, Tom maturò la consapevolezza di essere in grado di scalare in libera Scottish Pillars, ma anche che c’era il potenziale per l’apertura di una nuova via di fianco a essa; prima che l’estate fosse terminata, aveva raggiunto entrambi gli obiettivi. Battezzò la variante di Scottish Pillars, aperta in libera, Solitaire e aprì la nuova via, in solitaria – con la protezione della sola corda – che chiamò Seven Pillars of Wisdom (ED 5.12b – N.d.T: 7b/7b+). 

Ma più che un semplice gioco di parole, il nome scelto per il battesimo della nuova via rappresentava un chiaro rimando al libro preferito di Tom e un’autentica dichiarazione di intenti: avrebbe realizzato i suoi sogni, ma con lucidità e tenendo gli occhi ben aperti. Nel corso dei sette anni successivi, Jim mantenne fede alla promessa fatta ad Alison: «Qualunque cosa dovesse accadere a uno di noi, non impedirà all’altro di far condurre ai bambini una vita avventurosa»; girando l’Europa, come casa un Volkswagen bianco, Jim e Tom andavano alla ricerca di buone condizioni sulle Alpi. Conducevano una vita modesta: facendosi il tè con una tecnica appresa dagli sherpa in Nepal, giocando a carte, aggiustando l’attrezzatura rotta, sonnecchiando o leggendo e arrampicando; arrampicando in continuazione. 

*Michael Levy è redattore di Rock and Ice

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