Sci-volare con lo ski savage

Sci e contaminazioni nella Valtellina più selvaggia

© Giacomo Meneghello

* Ski Sauvage è il titolo di un libro di François Labande degli anni Ottanta. In copertina abbiamo riportato il termine in francese, in questo articolo lasciamo spazio alla licenza poetica dell’autore. E poi così l’assonanza con ravanage è proprio perfetta.

Scende un fiocco di neve, è lì, sospeso che volteggia leggero senza aver toccato ancora terra. Già da un bel pezzo si sente nell’aria l’odore di neve. Subito vengo sbalzato, catapultato indietro nel tempo, quando, piccolo, scivolavo sul manto soffice e bianco col mio amico del cuore Marco. Avevamo la slitta, il bob, gli sci, la tavola, a volte solo le scarpe. Non importava, noi scivolavamo. Non sapevamo ancora che la neve venisse chiamata polvere, crosta, firn, beton. Non ci importava, la chiamavamo semplicemente neve e noi scivolavamo. Quello sci-volare è rimasto aggrappato nel mio animo insieme al bambino che non voglio che se ne vada mai via. O, forse, è quel bambino che non voglio che se ne vada mai via a voler rimanere aggrappato a quel dolce e magico sci-volare. Questo non lo capirò mai, ma non mi importa finché ci sarà un altro inverno e scenderà quel fiocco di neve.

Radici

Avevo poco più di vent’anni quando decisi di voler diventare una Guida alpina. Per farlo dovevo accedere a una selezione che comprendeva la prova di sci. Dovevo imparare la tecnica nuova, quella della conduzione, ma anche allenarmi sul piano fisico, quindi pensai che il modo migliore fosse quello di iniziare a fare le gare di scialpinismo. All’epoca nessuno dei bormini voleva fare coppia con me, non ero capace di sciare, nessuno mi voleva in squadra. Ho imparato a sciare quando avevo circa cinque anni, ma a poco più di dieci ho abbandonato gli sci per fare il tavolaro, come venivamo definiti negli anni ’90. In quegli anni a Bormio era vietato fare snowboard. Sembra impossibile, ma era così e tra il 2000 e il 2010 era vietato anche fare fuoripista, insomma sono sempre stato un sovversivo. Il freeride non mi è quindi arrivato addosso come sorpresa o intuizione. Ero uno snowboarder, conoscevo bene quella sensazione di libertà, di galleggiare su un pendio vergine. L’ho semplicemente trasferita sugli sci. Mentre lo scialpinismo in Alta Valtellina è sempre stato molto sentito, soprattutto dal punto di vista delle gare, il freeride invece non era ancora un fenomeno di massa. Quindi all’inizio le tracce larghe erano solo dei soliti quattro gatti sovversivi. Le nostre e basta. I primi anni è stato un mondo tutto da scoprire. Poi il fenomeno piano piano è dilagato per finire con l’esplodere anche qui. Adesso già durante una nevicata gli itinerari più famosi vengono subito tracciati. Quell’angolo paradisiaco che avevamo conosciuto alle origini è svanito. Quindi chi ha iniziato dieci, quindici anni fa, ha cominciato a spostarsi un po’ più in là per ritrovare angoli nascosti, prima camminando, poi mettendo le pelli per brevi tratti e infine per lunghe gite. Dal freeride siamo passati al freetouring e quelli più longevi hanno iniziato (o meglio, ricominciato) a fare scialpinismo vero e proprio. Tutto questo grazie anche all’evoluzione dell’attrezzatura: sci larghi come quelli da freeride ma leggeri come quelli da scialpinismo.

© Giacomo Meneghello

Dietro casa

L’Alta Valtellina è una zona così ampia e con numerose valli limitrofe che è ancora difficile trovare la ressa sugli itinerari. Tolti quei dieci classici e quindi le aree più conosciute come i Forni o la Val Viola, quando in primavera aprono le relative strade, il resto rimane poco o per nulla battuto. Chi non ha le competenze si muove solo sui percorsi conosciuti e già battuti; chi invece ha un po’ di esperienza non lo vedi in giro perché va a cercare posti poco frequentati. Certo, poi va messo in conto che tante valli sono difficili da raggiungere, ma le prospettive sono cambiate grazie all’uso della bicicletta a pedalata assistita con cui d’inverno puoi arrivare dove in primavera arriveresti in macchina con la strada pulita dalla neve. Questo tipo di scialpinismo è ancora di nicchia, ma si sta espandendo. In un raggio di 20 chilometri ci sono montagne e scenari, fauna e flora così diversi tra loro che sulle Alpi è difficile trovare tanta varietà in un’area relativamente piccola.

Non smettere mai di divertirti

Ci sono persone che nascono per andare a ripetere e altre che nascono con l’indole indomabile della curiosità e sono alla ricerca di qualcosa di nuovo. Che poi quel qualcosa di nuovo non deve essere obbligatoriamente nuovo, deve essere semplicemente nuovo ai loro occhi. Quello che a me piace tanto dello sci è un’interpretazione che chiamo ski savage, che ha dentro, non solo nella rima, un po’ di ravanage, ma rimane sempre e comunque scialpinismo nella sua forma originale, quella appunto di alpinismo con gli sci su terreno d’avventura. Prendi lo zaino, ci metti dentro un po’ di materiale alpinistico, la tecnica e l’esperienza acquisita negli anni sia in campo sciistico che in quello verticale dell’alpinismo e tanta, tanta curiosità. Ogni tanto ti capita di ravanare di più, altre meno e qui sta il bello: sapersi sempre stupire di fronte al risultato finale. Questo concetto arriva da lontano, arriva da tutte le contaminazioni nel corso degli anni, contaminazioni nate da incontri con amici sciatori, ma anche che arrivano da altre discipline: lo snowboard, lo sci ripido, le cascate di ghiaccio, l’arrampicata. Certo, devi avere un livello tecnico abbastanza alto su tutti i fronti. Perché quello che è ancora vergine magari è piuttosto ripido o devi calarti in doppia o ancora arrampicare su tratti di misto con i ramponi. C’è ancora tanto spazio qui per questo stile e quelli che fanno ski savage nel Bormiese si contano sulle dita delle mani. In inverno quello che voglio trasmettere alle persone che accompagno è racchiuso nella frase di Doug Coombs: il più bravo sciatore è quello che si diverte di più.

Mi piacerebbe vedere i bambini meno impegnati tra i pali e più leggeri sugli sci, mi piacerebbe vedere gli allenatori, ma soprattutto i genitori di quei bambini, gioire della gioia che lo sci può dare e non gioire per dei numeri che appaiono su un cronometro. Chi arriva dal mondo race delle tutine probabilmente si stufa di far gare, ma fortunatamente ha conosciuto il mondo della montagna del quale non riuscirà più a fare a meno. Chi si approccia allo scialpinismo vive ancora lo sci nel modo più semplice e puro per cui è nato: quello di sci-volare. Puoi sciare cent’anni e non avere ancora imparato a sciare, perché lo sci non è altro che la ricerca di quella frazione di secondo in cui sei in equilibrio; magari lo raggiungi una volta ogni cento curve. Sci-volare è un momento in cui non sei né in cielo né in terra, sei lì, nel limbo, e quello è il momento di leggerezza che ricerchi.

E guarda caso quella leggerezza è il tuo punto di equilibrio. Alla fine vai a ricercare qualcosa di primordiale che sentivi quando eri bambino e a quel punto non importa più nulla. Non conta dove scii o su che neve stai sciando. Non esiste più la polvere o la crosta, esiste solo quell’azione di sci-volare e tornare bambino. La neve è sempre bella e sta a te adattarti alla situazione del momento. E quando raggiungi questo grado di consapevolezza inizierai a sciare sempre, in tutte le condizioni. E non smetterai più di divertirti!

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 132

© Giacomo Meneghello

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