L'importanza delle cose semplici

Ci sono nella vita quelle persone che ti scombinano la testa. Certo è che mai avrei pensato di trovarle quassù. Si attribuisce sempre troppa importanza alle cose complesse quando invece, a metterci davvero in crisi, sono quelle più semplici. Per le cose complesse spesso si possono studiare e imparare degli schemi da ripetere con precisione aritmetica. Si può fare un passo indietro dalle cose intricate senza il timore di essere giudicati codardi o di sentirsi tali. Più che altro, la verità è che dalle cose complesse si accetta di lasciarsi confondere. Più difficile è accettare che sia il piacere di un’alba, con i suoi primi raggi di calore, a crearci confusione.

Dopo una notte fredda e umida trascorsa in tenda, com’è facile trovarne qui in Valsesia, il semplice sorgere di un nuovo giorno risveglia un appagamento tale da mettere in discussione la nostra percezione del comfort e, per diretta conseguenza, il nostro modo di sentire le cose della vita. Questo io ho amato del Checco di Otro. E per questo io lo ringrazio: per il modo in cui è capace di sentire le cose della vita. Per come sa farmi dubitare del modo comune di viverla.

In una realtà così tremendamente occidentale, trovare un uomo tanto essenziale nella sua scelta è disarmante. Conversare con lui, ogni volta, mi fa mettere in discussione quel poco che nei miei 26 anni so delle cose. Francesco Enzio, conosciuto come il Checco di Weng, è una ex Guida alpina, Maestro di sci di fondo, Soccorritore e Tecnico di elisoccorso, fedele da sempre al Monte Rosa. Vive dal 2014 a Weng, una minuscola frazione della Val d’Otro, in una modesta baita Walser. Pochi lussi, tanti sacrifici, e un asino di nome Libero. Sei lettere che da sole basterebbero a descrivere il mondo del Checco. È un uomo che ascolta. Non solo quello che hai da dire, ascolta la vita in questa valle impossibilmente verde, ascolta chi sei prima delle parole che dici.

Dopo molte stagioni da rifugista sul tetto d’Europa, alla Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, diventa Guida alpina esercitando la professione più come stile di vita che come lavoro. Non ama parlare di sé perché ha capito presto, e questo ve lo dico io che l’ho guardato negli occhi, che ogni volta che ci si concentra sul proprio ego piuttosto che offrirsi agli altri, si perde una preziosa occasione di crescita. Ad ogni modo qualcosa di lui mi ha detto, con e senza parole.

Immaginare la Val d’Otro se non ci si è mai stati è una di quelle cose complesse di cui vi ho parlato all’inizio. A Ovest della gente di Alagna, in Valsesia, un ripido ma accessibile sentiero porta a prati verdi, radi come tappeti appena tessuti e decorati da modeste abitazioni in legno e pietra che incantano gli uomini già dal XIII secolo. Un bel dipinto incorniciato da roccia, ghiaccio e larici. Gli oltre 3.000 metri di roccia del Corno Bianco sono i primi a essere svegliati dal sole del mattino e sorvegliano dall’alto l’interna vallata e i suoi villaggi Walser. Vivere di montagna è un’espressione che oggi si usa perlopiù per intendere qualcuno che, grazie alla mansione che in montagna svolge, guadagna abbastanza da garantirsi un mantenimento. A sufficienza per tirare a campare, come diremmo noi montanari. A Otro il vivere di montagna ha un significato nuovo. Un uomo che impara a vivere con le cose che la natura gli dà, a non pensare a quello che potrebbe fare con le cose che non ha. Dimenticandosi proprio di quelle cose.

Linda è una delle tre figlie di Checco, quella di mezzo. Occhi colore del ghiaccio e lo sguardo di una donna in rinascita. Con quegli occhi dice È stata dura ma ce l’ho fatta. E ce la farò sempre. T’investe di positività, ma di quella conquistata con i denti, a botte di sorrisi. Non è spensierata perché senza pensiero, è spensierata perché anche lei, quassù, ha imparato a sentire le cose della vita. Linda ama suo padre, profondamente. Per lei è il minimo partire da Alagna (500 metri di dislivello più in basso) con ciaspole, sci, o scarponcini, per portare la spesa al papà. Un rapporto ammirevole, figlio dell’educazione delle loro montagne. Ma torniamo a quello che davvero confonde. A quella complessa semplicità che spiazza. Alla gente non importa sapere che cos’è la vita, vogliono solo sapere come attraversarla mentre la vivono. Questo luogo, queste persone, lo suggeriscono senza dire nulla. Si impara molto di più quassù, in montagna, sul sentire le cose, che da tutti gli psicologi, sociologi e antropologi del mondo. In sintesi la Val d’Otro è vento che culla i pensieri, sole che scalda la pelle, picchi e creste che abbracciano e belle persone con cui ridere, ballare, bere e mangiare. Davvero ci serve molto altro? Mi sono sempre chiesta perché siano stati creati luoghi e cuori così semplicemente belli, se gli uomini possono essere tanto complicati.

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