Federico Nicolini: Cima Tosa andata e ritorno in 3h4'50''

Ha sfidato la sorte per stabilire il nuovo fastest known time da Molveno a Cima Tosa scegliendo venerdì 17 per il tentativo. Ieri Federico Nicolini ha chiuso il giro di circa 30 km e con circa 2.300 m D+ in 3h4'50''. Partenza da quota 850 m e arrivo in vetta alla punta più alta del Brenta, Cima Tosa (3.173 m) per lo scialpinista figlio di Franco, gestore del rifugio Pedrotti. E proprio dal Pedrotti è passati Kikko, dopo essere partito alle 9 e avere seguito la Val delle Seghe. «Raggiungere la vetta sopra casa, nel minor tempo possibile è il sogno di ogni atleta - ha detto Kikko prima della partenza - Se poi la cima è anche la più alta del Gruppo di Brenta che con i suoi 3173 mt. domina tutta la valle l’adrenalina sale ancora di più. La Cima Tosa è una montagna simbolo per noi di Molveno e dell’altopiano Paganella...
Se poi vivi più di 3 mesi l’anno ai suoi piedi al Rifugio Tosa Pedrotti la sentì ancora di più tua».

© Alice Russolo

Simone Eydallin da record nell'everesting

Dieci ore e 6 minuti. In questa estate così strana e così ricca di exploit personali, senza pettorale, ieri è arrivato un nuovo record, anche se è ancora in attesa di omologazione. Simone Eydallin ha fermato il cronometro sul miglior tempo dell’everesting, vale a dire 8.848 m D+ di corsa. Il precedente crono con lo stesso stile è di 11 ore e undici minuti. Perché esistono diverse opzioni, oltre a naturalmente alla più famosa in bici. L’atleta Dynafit ha scelto di scendere in mountain bike, su un percorso parallelo. La partenza ieri alle cinque di mattina in punto, nella sua Sauze d’Oulx, per risalire 12 volte e mezza una pista di sci di 715 metri di dislivello, lunga 3,3 km e con una pendenza media del 24%. «È una salita aritmica che uso spesso per allenarmi e per testarmi» ha detto Simone. Un record costruito con meticolosità, con un team, tra ristori, assistenza e lepri, di una decina di persone. «L’idea dell’everesting è nata più per allenamento e per dare un senso all’estate senza gare, ma inizialmente non pensavo al record, poi quando ho fatto una prova su un dislivello di circa la metà ho capito che avevo delle possibilità». La tattica di Simone è stata spavalda: spingere nelle prime cinque salite, per avere poi margine per gestire gli ultimi giri. «La prima salita l’ho chiusa in 33 minuti, forse un po’ troppo veloce, poi sono stato su una media di 35-36 minuti e l’obiettivo da metà era di potermi gestire 43 minuti di media, però all’ottavo e nono giro ho avuto un black-out durissimo. Il problema non era il fisico, ma la testa, non ce la facevo più a mangiare, a vedere le stesse persone, sono stato a un punto dal ritiro». Qualche curiosità: le scarpe usate sono state Feline Up, Simone aveva con sé anche un paio di bastoni pieghevoli, che non ha usato solo nelle prime due salite, ha consumato circa 12.000 calorie, 4,5 litri di bevande e percorso in totale 84 km con una media di 150 battiti al minuto. «Ogni 30 minuti prendevo un gel di carboidrati, poi all’arrivo sali o carboidrati liquidi e dopo circa metà delle salite ho aggiunto dei tramezzini con miele e marmellata, non ho mai avuto cali di zuccheri ma lo stomaco ne ha risentito un po’». Anche a metà percorso c’era un punto ristoro. Un altro aiuto è venuto dalle lepri, non tanto nelle prime salite, ma nelle ultime, nelle quali sono state importanti nell’impostare e mantenere il ritmo. Però l’atleta Dynafit non ha mai fatto portare nulla ai compagni, né i bastoni, né il flask. Well done Simone. 

© Damiano Benedetto

Maguet da record sul Gran Paradiso

Un crono che resisteva dal 1995. L’ennesimo record sulle vette più alte d’Italia che cade in questa estate senza gare. È successo questa mattina sul Gran Paradiso. Una sfida per due. I due alpini in forza al Centro Sportivo Esercito, Nadir Maguet e Daniel Antonioli, hanno attaccato lo storico primato di Ettore Champrétavy. A spuntarla in 2h02'32" (1h29 in vetta), con il nuovo record di salita e discesa è stato Nadir Maguet. L'altro alpino ha invece stoppato il cronometro sul tempo di 2h10'32". I due sono partiti dalla frazione Pont di Valsavarenche (1960 mslm), hanno risalito sentieri, pietraie, ripide pareti e la parte sommitale di ghiacciaio, fino a toccare i 4.061 m della vetta. Da lì, giù a rotta di collo in una e vera corsa contro il tempo.

Il precedente storico primato di 2h21’36” (1h43’22” il tempo di ascesa) del 1995 era di Ettore Champrétavy che a sua volta aveva invece battuto quello di Valerio Bertoglio, guardaparco di Ceresole Reale con un passato da atleta, che il 6 agosto 1991 fermò il cronometro sul tempo di 2h32’6” (1h50’il tempo di salita).

Dopo essersi confrontati con Ettore Champrétavy, che non ha lesinato loro preziosi consigli, alle prime luci dell’alba i due alpini sono partiti da Valsavarenche per attaccare i 2.101 metri di tecnicissima ascesa. Lo stesso Champrétavy, si è unito al personale della Sezione Militare di Alta Montagna e ad altro personale tecnico del Centro Sportivo Esercito e dell’ambiente, per creare una cornice di sicurezza lungo il percorso permettendo agli atleti di compiere l’ascesa e la discesa in completa autonomia e in piena sicurezza seppur con limitato materiale alpinistico al seguito. Un record certificato del sistema GPS Live Tracking di Wedosport e dal cronometraggio classico della Federazione Italiana Skyrunning.


L’incredibile storia dell’attacchino che fa impazzire il mondo

È un quadrilatero che ha come estremi Bad Haring, in Tirolo, Graz, in Stiria, il Monte Bianco e la Valtellina. Non c’è dubbio però che il caso abbia voluto che il Monte Bianco, il luogo che apparentemente c’entra meno con questa storia, sia stato determinante. Siamo agli inizi degli anni Ottanta. Uno studente di ingegneria di ritorno da una vacanza con un amico per arrampicare nelle Calanques passa da Chamonix. Guarda il Monte Bianco e, con quell’incoscienza tipica dei ventenni, non ci pensa due volte: perché non proviamo ad arrivare in vetta? I due scelgono di traversare dall’Aiguille du Midi, poi Tacul e Mont Maudit. Alla fine in vetta ci arrivano, ma devono battere traccia e quell’attrezzatura pesante – sci da due metri e attacchi da skialp con telaio – li distrugge più dell’intera vacanza nelle Calanques.

Passano meno di dieci anni, siamo alla fine degli anni Ottanta, più precisamente nel 1988. Nella valle di Chamonix si corre il Rallye du Mont Blanc. Tra i concorrenti la coppia Fabio Meraldi-Adriano Greco. Mentre stanno salendo con sci e pelli, il primo giorno, vengono entrambi fulminati da una visione. Stanno zitti, il fiato è poco e c’è da fare il tempo. Poi al termine della prova si guardano fissi negli occhi. Hai visto anche tu quello che ho visto io? Lungo il percorso hanno incontrato uno scialpinista senza attacchi. Senza attacchi, sì, giusto un puntalino piccolo piccolo e la talloniera ancora di più. In fin dei conti è quello che frulla nella loro testa da un po’ di tempo, bisogna separare il puntale dalla talloniera, ma come? Il primo anno alla Pierra Menta hanno usato il Silvretta 300 togliendo la talloniera e sostituendola con quella del rampone, ma la sicurezza? Dobbiamo assolutamente trovarlo si dicono, ma in una località come Chamonix è come cercare l’ago nel pagliaio. Il giorno dopo, durante la gara, incrociano ancora quello scialpinista. Nessuno dei tre parla una parola d’inglese, gesticolano, si fanno ampi cenni per ritrovarsi dopo la gara. E si ritrovano. Lo scialpinista è un austriaco, si chiama Fritz Barthel ed è quell’ingegnere che quando studiava era salito sul Monte Bianco, di ritorno dalle Calanques. È a Chamonix per incontrare un giornalista francese incuriosito dal suo attacco-non attacco. Fabio e Adriano rientrano in Valtellina e il giorno successivo partono subito in auto per il Tirolo, destinazione Bad Haring. Lì Fritz regala loro un paio di attacchini e uno scarpone Dynafit, un altro attacchino se lo comprano.

Nel 1989 Meraldi e Greco si presentano alla Pierra Menta con quell’attacchino con due pin per rendere solidale il puntale con lo scarpone e due spine alla talloniera. Ma i due valtellinesi fanno molto di più che usare quello strano aggeggio: danno consigli, vengono visti dagli altri agonisti italiani, la voce si sparge. In gara lo vogliono tutti. Centro Sport di Sondrio, di Gianni Rovedatti, inizia a distribuire il modello in Italia, che diventa uno dei mercati più importanti. I valtellinesi provano anche ad alleggerirlo ulteriormente andando da una guardia giurata del carcere di Tirano che si diletta con lavoretti di tornitura e ne realizza un esemplare in ergal. La talloniera è ok, ma il puntale si rompe... «Tra gli ingegneri meccanici esiste uno scioglilingua: se conosci la plastica, usa l’alluminio e se conosci l’alluminio, usa l’acciaio. Non volendo aggiungere materiale, ho usato l’acciaio.» dice Barthel. Il sodalizio con il mondo degli atleti italiani funziona. «Non sapevo quanto fosse grande il mondo delle gare in Italia e poi voi siete più aperti alle novità. È buffo, ma comunque lo provo mi dicevano in Italia, mentre in Austria la risposta era categorica: non funzionerà mai. Così una volta mi sono ritrovato a passare otto ore alla dogana di Vipiteno per esportare sei paia di scarponi» aggiunge Barthel.

Flashbak, 1984. Nella cantina di Bad Haring quel testardo studente d’ingegneria lavora senza sosta per realizzare la sua idea: un attacco da scialpinismo leggero, senza telaio, separando puntale e talloniera.
Fa vari tentativi. Capisce che deve contare su un intero sistema scarpone-attacco, più che sul solo attacchino. L’università dove studia è a Graz e lì - guardacaso - c’è anche una fabbrica della Dynafit, che produce scarponi da skialp. Per realizzare i fori che alloggiano i pin anteriori le prova tutte, ma rovina irrimediabilmente i suoi scarponi. Un giorno prende la bici e va in Dynafit. Riesce a farsi dare qualche scafo degli scarponi Tour Lite per i suoi esperimenti. Arriva perfino a scollare le suole, ma niente, capisce che bisognerebbe creare quella modanatura nella fase di iniezione del materiale plastico. Ecco allora che in questa storia interviene il quarto uomo, il padre di Fritz. È uno scialpinista, grazie ai primi prototipi riesce a stare al passo dei suoi amici più giovani. Un giorno si spinge fino a dire al figlio che quell’attacchino lo ha ringiovanito di 15 anni. E così mette mano al portafoglio per fare modificare lo stampo, e non sono pochi soldi. E in quel 1984 viene depositato il primo brevetto. Manca solo il nome. È l’epoca dei personal computer e dell’high tech, quel prodotto che toglie, più che mettere, e che fa della semplicità la sua arma vincente non può che chiamarsi Low Tech.

Fritz Barthel in un'immagine di qualche anno fa

Barthel prende la sua creatura e inizia a bussare alla porta dei grandi marchi dello sci. Per il suo brevetto chiede l’equivalente di 2.000 euro, ma nessuno vuole metterci quei pochi soldi per un prodotto che nella migliore delle ipotesi potrebbe interessare l’uno per cento del mercato. Così inizia a produrlo e commercializzarlo lui. Il primo anno ne vende uno, poi dieci, poi 40. Tra il 1986 e il 1990 arriva a quota mille, tutti stipati in casa. Un giorno bussano alla porta. È un acquirente, ma non di un singolo attacco. Arrivano dalla Dynafit e si garantiscono i diritti esclusivi sull’attacchino, lasciando a Fritz il brevetto. «Ho sempre pensato che l’attacchino fosse per pochi pazzi, ma non sapevo che fossero così tanti, però i primi proprietari di Dynafit a credere nel Low Tech sono stati quelli di Salewa, il successo è legato ad alcune persone in particolare, Heini, Reiner, Beni (Oberrauch, Gerstner e Böhm, ndr) e pochi altri che hanno reso lo scialpinismo cool». Da allora l’attacchino è diventato lo standard, ben oltre le gare, ed è arrivato sulle vette più alte del mondo, scendendo dai pendii più ripidi. «Credo che i pin resisteranno ancora, ma la storia dice che i sistemi vengono sostituiti da altri sistemi migliori e dubito che sarò io a fare il prossimo passo, non è giusto che lo faccia un vecchio testardo: giovani, fatevi avanti!». È proprio vero, tutto questo non sarebbe stato possibile senza la testardaggine di quell’ingegnere austriaco, due garisti valtellinesi, un’azienda austriaca (che poi sarebbe diventata di proprietà italiana, guardacaso). E al Monte Bianco.

Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 129.

 


Robert Antonioli e Andrea Prandi abbassano di un'ora il record delle 13 cime

Non è durato neanche una settimana il fastest known time sul percorso da Santa Caterina Valfurva alle 13 cime nel gruppo del Cevedale e ritorno, fatto registrare da William Boffelli e Gil Pintarelli nella notte tra martedì e mercoledì scorso. La scorsa notte, alle 3 in punto, come annunciato, Robert Antonioli e Andrea Prandi sono partiti dalla località valtellinese dove sono arrivati questa mattina poco prima delle 10, fermando il cronometro sul tempo di 6h52'56''. Sullo stesso percorso nel 2018 Antonioli e Stefano Confortola avevano fatto registrare un tempo di 9h52', mentre il best time di Boffelli-Pintarelli era di 7h50'. Il percorso tocca 13 cime oltre i 3.000 metri del gruppo Ortles-Cevedale, con il gran premio della montagna a quota 3.769 metri del Cevedale. Oltre al Cevedale si passa per Pedranzini, Dosegù, San Matteo, Giumella, Cadini, Rocca Santa Caterina, Pejo, Taviela, Linke, Vioz, Palon de la Mare, Rosole.


L'arte del confino

«Faceva più freddo di quanto mi aspettassi. Il sole non aveva raggiunto ancora il fondo del ghiacciaio e una leggera brezza catabatica scendeva dalla testa della conca, penetrando sotto le giacche a vento. Di tanto in tanto il silenzio veniva interrotto. Bastavano pochi minuti e il sole del mattino allentava i vincoli che tenevano legate le pietre, facendone cadere qualcuna. In assenza di altri suoni, si sentiva il rumore di ogni singola pietra che scendeva dalle pareti a diversi chilometri di distanza. Poi la pace veniva cancellata dal ruggito di un seracco che crollava sopra il canale del Cordier sull'Aiguille Verte. Le settimane chiuso in casa avevano dato una spinta fortissima alla mia sensazione di stupore per la bellezza di queste masse di roccia e ghiaccio, ma ero frastornato da un'accozzaglia di emozioni contrastanti. Stare lassù non aveva quel sapore di libertà che mi aspettavo, ma mi sembrava un piacere illecito che potevo solamente sorseggiare per paura di ubriacarmi».

© Ben Tibbetts

Descrive così il sapore della libertà dopo il lockdown Ben Tibbetts su Skialper 130 di giugno-luglio in un bell’articolo sul senso dello stare chiusi tra quattro pareti quando vivi ai piedi del Monte Bianco. L’inglese, autore del bel libro Alpenglow, sui quattromila delle Alpi, ha firmato per Skialper un racconto tra ricordi di quelle lunghe settimane, nelle quali ha avuto la fortuna di potere salire in montagna per lavoro, disegni delle grandi pareti Nord delle Alpi e riflessioni sul mestiere di Guida ai tempi del Covid-19 e il futuro. «Oggi siamo 1.500 guide. È probabile, e credo anche auspicabile, che si possa diversificare, se possibile, in vari settori - ha detto a Tibbetts Philippe Collet, un istruttore dell'ENSA (il centro francese di formazione delle Guide alpine) In ogni caso, data la forza dello choc economico, credo che sia ormai certo che il numero di Guide che potranno vivere di questo lavoro diminuirà notevolmente. Ho la sensazione che la nostra professione si stia muovendo verso qualcosa di più diffuso, che possa interessare un pubblico più ampio rivisitando il concetto di avventure local. Il rapporto con il viaggio e con l’idea di andare lontano per appagare la nostra passione diventerà un argomento di seria riflessione».

L’articolo completo è su Skialper 130 di giugno-luglio, ora in edicola e prenotabile anche nel nostro online-shop


Davide Magnini abbassa il tempo di De Gasperi sull'Ortles

Buona la seconda. Dopo il tentativo di record, sfumato per pochi secondi sul finale, sulla salita da Bormio al Passo dello Stelvio, Davide Magnini mette la firma su un FKT prestigioso e sul terreno a lui più congeniale, quello off road e dell’alta montagna. Poco più di un’ora fa ha abbassato di circa 18 minuti il record di Marco De Gasperi del 2015 da Solda all’Ortles (3.905 m), andata e ritorno. 2h18’15’’ (2h36’ De Gasperi) il crono del trentino, che in salita ha fermato il tempo a 1h35’18’’ ( 1h45’30’’ De Gasperi). Condizioni perfette per Davide che è partito dalla chiesa di Solda intorno alle sette di questa mattina. «Si può fare, non ci credo neanche io, nuovo record» è stata la sua prima affermazione appena arrivato, tra gli applausi dello staff e degli amici. Il percorso misurato dal suo Suunto (il record di De Gasperi è stato certificato dalla International Skyrunning Federation, quello di Davide sembra essere a tutti gli effetti un fastest known time) è di 17,1 km con dislivello positivo di 2.147 metri. Che dire… si può fare.

 


Premiata ditta Boffelli-Pintarelli da record sulle 13 cime

L’idea è venuta a Gil Pintarelli, che ha coinvolto William Boffelli: provare a chiudere l’anello delle 13 cime, in Valfurva, battendo il fastest known time di Robert Antonioli e Stefano Confortola del 2018, di 9h52’’. Era da un paio di settimane che i due atleti del team Crazy ci stavano pensando e un primo sopralluogo settimana scorsa li aveva fatti desistere. «Ci abbiamo impiegato 13 ore, si sprofondava nella neve perché non c’era stato rigelo - dice William Boffelli - Così ci eravamo decisi ad aspettare agosto». Poi l’arrivo di aria più fresca e il tentativo nella notte tra martedì e mercoledì, con partenza dalla piazza di Santa Caterina Valfurva all’una e 22 minuti.

Il giro, per un totale di 37,5 km e 4.172 m D+ tocca 13 cime oltre i 3.000 metri del gruppo Ortles-Cevedale, con il gran premio della montagna a quota 3.769 metri del Cevedale. Oltre al Cevedale si passa per Pedranzini, Dosegù, San Matteo, Giumella, Cadini, Rocca Santa Caterina, Pejo, Taviela, Linke, Vioz, Palon de la Mare, Rosole. Pintarelli-Boffelli hanno fermato il cronometro su 7h50’. «Penso che si possa scendere ancora anche perché in discesa dal Cevedale non abbiamo trovato il percorso più diretto e sicuramente l’abbiamo allungata un po’» aggiunge William. Rimane la soddisfazione per aver portato a termine un giro tra i più classici dello skyrunning. «Alla partenza c’erano nebbia e nuvole basse e abbiamo avuto il dubbio di rimandare, poi d’improvviso, poco oltre i duemila metri, abbiamo lasciato sotto di noi un mare di nuvole e il clima si è fatto più fresco, è stato uno spettacolo. Il momento più duro? Direi sul Cevedale, quando a un certo punto la corda era bella tesa, ma in generale siamo stati una coppia ben affiatata». L’assetto di William e Gil era da fast & light puro con scarpe da skyrunning, ramponcini, picca, imbrago, corda, un litro e mezzo di acqua e qualche barretta. Quanto durerà il loro FKT? Già da settimane si sente dire di un tentativo di Antonioli con Andrea Prandi. C’è come la sensazione che sentiremo parlare ancora di 13 cime…


Fabian Buhl, il tuttofare discreto

«La prima volta che ho sentito parlare di Fabian Buhl è stata quando, nel 2016, ha aperto la via Ganesha con uno stile purissimo: dal basso, in solitaria, autoassicurandosi, con appena quattro spit su sette tiri. Per spiegarla meglio, significa porsi prima di partire dei paletti etici molto forti e complicarsi enormemente la vita, sia sul piano mentale che pratico: vuol dire accettare l’idea di poter fare potenzialmente dei voli lunghissimi, o finire in un punto cieco dal quale non sarebbe più stato possibile continuare verso l’alto, magari dopo giorni o settimane di lavoro. E tutto ciò da soli, senza avere qualcuno su cui contare o semplicemente con cui dividersi la fatica». Inizia così l’intervista di Federico Ravassard a Fabian Buhl su Skialper 130 di giugno-luglio.

© Stephan Schumpf

A sorprendere ancora di più è il background di Fabian, ovvero quello di anni di bouldering, spinto ai massimi livelli e poi messo da parte a causa dei troppi infortuni in seguito ad atterraggi violenti. Certo, passare dallo scalare massi alle aperture su grandi pareti in solitaria per evitare di farsi male può sembrare un filo irrazionale, ma se si va a guardare il suo curriculum non bisogna soffermarsi troppo su questi dettagli, anzi, con una visione macroscopica si capisce bene quale sia l’idea di evoluzione di un personaggio così poliedrico. Fabian fa di tutto, e lo fa bene: dai monotiri trad alle spedizioni extraeuropee, dalle vie lunghe sul calcare compatto del Rätikon come Déjà, fino a imprese come quella, più recente, che l’ha visto decollare dalla cima del Cerro Torre in parapendio, con una manovra che lui stesso ha definito piuttosto fortunata.

«Prima di darmi all’arrampicata ho praticato lo sci alpino a livello agonistico fino a 16 anni, poi ho smesso perché non mi piaceva più la pressione di gare e allenamenti. Il contatto con la roccia è quindi avvenuto su uscite tranquille in falesia o su multipitch, senza passare dalle competizioni indoor, poi mi sono focalizzato maggiormente sul bouldering dove ho alzato il livello fino a quando, dopo diverse fratture alle caviglie, mi è stato consigliato di evitare ulteriori impatti forti come quelli che avvengono quando si scala sui blocchi. Da quel momento ho ricominciato a scalare con la corda, ma interessandomi maggiormente all’arrampicata trad o comunque più alpinistica, fino ad arrivare alle spedizioni extraeuropee. Contemporaneamente mi stimolano anche le multipitch dure come Déja, che sono più semplici logisticamente, ma richiedono il massimo dalla condizione fisica».

Ci sono tutti i presupposti per una lettura interessante… L’articolo completo è su Skialper 130 di giugno-luglio, ora in edicola e prenotabile anche nel nostro online-shop

© Sean Villanueva

Mondiali ad Andorra, lunghe distanze alla Pierra Menta e cinque tappe di Coppa del Mondo: definito il calendario internazionale ISMF 2020/21

Nonostante l’incertezza legata alla pandemia e la crisi economica, la ISMF ha comunicato oggi il calendario internazionale dello scialpinismo per la prossima stagione invernale. Naturalmente è suscettibile di modifiche in funzione della situazione sanitaria, ma è già un bel punto fermo. L’appuntamento con i Mondiali è dal 26 febbraio al 3 marzo a La Massana, Andorra, mentre la Pierra Menta, dal 10 al 13 marzo, ospiterà la novità Mondiali Long Distance, evento in collaborazione con La Grande Course. Tre appuntamenti in Italia per la Coppa del Mondo: opening a Pontedilegno-Tonale il 19 e 20 dicembre con sprint e vertical, poi si replica il 20 e 21 febbraio al Marmotta Trophy, in Val Martello, con sprint e individual e finali a Madonna di Campiglio dal 25 al 28 marzo con tutte le specialità. Il 29, 30 e 31 gennaio la Svizzera Val de Bagnes ospiterà vertical e individual, ma è da confermare la tappa di Courchevel, in Francia, del 3-6 febbraio con vertical, individual e sprint. World Winter Games militari CISM dal 24 al 27 marzo a Berchtesgaden-Ruhpolding, in Germania. Infine i Mondiali Masters saranno a La Grande Trace, a Superdevoluy, in Francia, l’11, 12 e 13 febbraio, con vertical e team race.


Steve House, l’alpinismo come arte e allenamento

«4100 metri di parete. 5 viti da ghiaccio, 9 chiodi, 6 nut, 3 friend, 50 metri di corda dinamica. 6 giorni di salita, 2 di discesa. I numeri sono freddi e sterili, ma se si è in grado di leggerli raccontano tantissimo anche da soli. Quando nel 2005 Steve House e Vince Anderson hanno scalato la parete Rupal sul Nanga Parbat, l’impresa è risuonata come uno sparo nell’ambiente alpinistico a causa della purezza dello stile, oltre che per l'audacia. Aprire una via del genere in stile alpino, scalando veloci e leggeri, richiede tantissima dedizione. Richiede però anche una forma fisica di ottimo livello, per riuscire a scalare tutte quelle ore (scriverei ‘giorni’ ma si perderebbe il senso di continuità dello sforzo) rimando lucidi ed efficienti». Inizia così l’intervista di Alessandro Monaci a Steve House.

L’alpinismo, da fuori ma anche da dentro, è visto come un’avventura, come un'attività che mette in gioco la testa delle persone. Questo è vero, ed è quello che lo differenzia da uno sport agonistico di resistenza, per quanto duro e lungo sia quest’ultimo: durante una salita come quella di House e Anderson non ci si può ritirare all'improvviso (anche scendere vuol dire comunque fare alpinismo ed essere impegnati in modo non dissimile dalla salita) e lo sforzo, più che un esprimere al meglio le potenzialità dei muscoli, diventa un raschiare il fondo del barile del proprio corpo, cercando di sopravvivere. Questo ha fatto troppo spesso mettere in secondo piano le capacità atletiche di alcuni alpinisti. Se un profano guardando un video di Steck che scala una grande parete nord in circa due ore pensa «che folle!», un alpinista osservando lo stesso filmato dovrebbe chiedersi: «Come si è allenato per essere così veloce?».

È proprio per questo che House ha scritto Allenarsi per un nuovo alpinismo, da poco pubblicato in italiano dalla nostra casa editrice, evidenziando gli errori e le soluzioni nell’allenamento che lo hanno portato a essere uno degli alpinisti di punta degli ultimi anni. Le tecniche e i principi di base non sono nuovi e sono ben spiegati da Johnston, allenatore della nazionale di fondo USA. A Steve è toccato il compito di adattarli all'alpinismo e testarli.

Su Skialper 130 di giugno-luglio Alessandro Monaci ha intervistato l'alpinista statunitense per approfondire la sua idea di allenamento e di alpinismo di alto livello. «Poiché l'alpinismo non è competitivo, la durata della carriera di un alpinista è molto più lunga rispetto, per esempio, al ciclismo - ha detto House - Penso che una carriera atletica di 20 anni di alto livello sia possibile per un arrampicatore, anche se solo 5-10 di questi saranno al culmine assoluto».

Interessanti anche le sue considerazioni su alpinismo e professionismo. «Io non ho deciso di essere un alpinista professionista. Infatti, in senso stretto, lo sono stato solo per i pochi anni in cui non ho realmente lavorato. L’idea di essere un arrampicatore di professione mi ha sempre fatto sentire a disagio. Penso sia necessario creare qualcosa di utile nel mondo e non vedo come un alpinista possa creare niente oltre ai propri risultati. Per questo motivo, io ho sempre lavorato. Prima come guida alpina, poi come autore e adesso come allenatore e imprenditore, aiutando gli atleti di sport di montagna ad allenarsi con le migliori conoscenze e pratiche».

Skialper 130 di giugno-luglio, ora in edicola, è prenotabile anche nel nostro online-shop


Scontro per una prima ascensione

«Di rado vie dolomitiche di massima difficoltà si trovano così concentrate su una montagna come sul Civetta. Da decenni la sua bastionata nord-occidentale, lunga sei chilometri e alta fino a 1.200 metri, affascina magicamente l’élite arrampicatoria. Qui già nel 1925 fu scritto un capitolo importante della storia dell’alpinismo, quando con la loro via di VI grado Emil Solleder e Gustav Lettenbauer inaugurarono una nuova epoca dell’arrampicata su roccia. In seguito alpinisti come Philipp, Flamm, Buhl, Aste, Mazeaud, Maestri, Comici, Cassin ed Egger, mediante vie nuove o tempi di percorrenza veloci, hanno letteralmente scritto i propri nomi sulla parete delle pareti. Con le sette vie che portano alla cima principale del Civetta, a metà degli anni Sessanta le possibilità di ascensione non sono però ancora del tutto esaurite. Sembra esserci un problema ancora aperto: una direttissima tra la Philipp-Flamm e la Solleder». Così scrive Markus Larcher nel libro Heini Holzer – La mia traccia la mia vita pubblicato dalla nostra casa editrice nel 2018.

Ed è così che nel luglio del ’67 Heini Holzer con Sepp Mayerl, Reinhold Messner e Renato Reali apre la Via degli Amici in un clima di competizione alpinistica. «Sono un po’ più avanti degli altri, e quando apro la porta del rifugio mi imbatto in Heinz Steinkötter, un alpinista estremo tedesco che ha piantato le tende in Italia. Ci conosciamo. Il mio saluto cordiale incontra una faccia scura, e quando appaiono i miei tre compagni sembra come paralizzato, ammutolisce, è senza parole. Nell’aria dev’esserci qualcosa di scottante» racconta SeppMayerl. Assieme a Steinkötter ci sono altri noti alpinisti: Dietrich Hasse, Jörg Lehne e Hans Heinrich. Hasse e Lehne quasi dieci anni prima avevano compiuto la prima ascensione della diretta sulla parete Nord della Cima Grande e della parete Sud-Ovest della Roda di Vaèl. «Ben presto i nuovi arrivati fiutano l’aria (Mayerl), sebbene Steinkötter mantenga un ostinato silenzio sui possibili obiettivi. L’aria sa di prima ascensione. Senza indugio e in segreto Holzer e compagni cambiano piani. La possibilità, nel frattempo sempre più rara, di una prima ascensione non è cosa che ci si vuole lasciar sfuggire a cuor leggero. Alla fine, con sconcerto degli altri, i quattro annunciano che si cimenteranno con la direttissima.

Su Skialper 130 di giugno-luglio, ora in edicola e prenotabile nel nostro online-shop il racconto della prima ascensione sulla Via degli Amici al Civetta.

Il libro Heini Holzer – La mia traccia la mia vita è acquistabile qui.


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