Made in Bangladesh

Su Skialper di agosto-settembre un reportage sul Bangladesh e sullo stabilimento dove viene prodotto l'abbigliamento di un noto marchio outdoor

© Giacomo Frison e Glorija Blazinsek / Altripiani.org

«Clacson, polvere, smog, tosse, lacrime, occhi di donne stanche, bambini dallo sguardo adulto, piedi scalzi e cumuli di ciabatte di plastica abbandonate. Bus sovraffollati, bus da rottamare in perenne sorpasso su una pista di terra battuta, bus molleggiati con sospensioni finite e sedili consumati, autisti che si scagliano nel traffico dove sembra che chi frena perda il rispetto degli altri conducenti. Correre in auto contromano per evitare un ingorgo. Imbottigliamenti pazzeschi creati da un paio di risciò e alcuni CNG (taxi motorizzati a tre ruote, delle specie di Ape Piaggio) per una mancata precedenza. Ancora clacson! Treni che si annunciano nelle stazioni spezzando il silenzio notturno mentre l’ansia sale nel sonno pensando alle tante persone che camminano per i binari bui come fossero sentieri sicuri nella foresta. Il muezzin che annuncia l’alba e quello che precede il tramonto. Cartelloni pubblicitari che pubblicizzano grandi infrastrutture del futuro. Grandi scritte che recitano safety first come fossero enormi prese in giro. Canne di bamboo che sorreggono palazzi in costruzione. Tra le palme e vicino agli argini sbucano moltissime ciminiere e camini neri che lasciano nubi grigie in cielo con file di mattoni alla loro base: famiglie intere accovacciate sulle ginocchia vivono grazie a queste fabbriche di polvere rossa, fanghi e liquami».

© Giacomo Frison e Glorija Blazinsek / Altripiani.org

Da dove arriva e come viene prodotta la giacca che usiamo quando andiamo a fare skialp, o il fleece che mettiamo sotto? Giacomo Frison e Glorija Blazinsek sono andati alla fonte, a vedere lo stabilimento dove vengono prodotti alcuni capi di uno dei marchi più noti, Salewa. Un viaggio non certo dei sogni, in Bangladesh, uno dei Paesi più sfortunati del mondo, dove 169 milioni di persone rischiano di vedere scomparire la loro casa tra le acque e lottano ogni giorno per conquistare i diritti più elementari, a partire dal cibo. «Lo sforzo più grande in Bangladesh è stato evitare di ragionare secondo le nostre regole e provare a interpretare continuamente questa logica della non logicadettata quasi sempre da un’esigenza di sopravvivenza» scrivono Giacomo e Glorija. Però a Comilla la musica cambia. Le regole non sono più quelle del traffico di Dhaka e di tutto il resto del Paese, qui non vince il più forte o chi suona con più intensità il clacson. Qui è un’oasi organizzata. Ci si rispetta, ci sono ruoli definiti: sarti, tagliatori, supervisori e manager, si hanno tutte quelle garanzie per nulla scontate in un Paese così sfortunato. Acqua potabile prima di tutto, un pasto garantito, i bagni e le docce, l’aria più fresca e l’assistenza medica con il dottore e l’ottico. Poi il sussidio di maternità e l’asilo per l’infanzia, ma soprattutto la donna che lavora riesce a ottenere più stima e diritti, creandosi un ruolo importante anche in famiglia ed evitando matrimoni combinati in giovane età. Ne parliamo su Skialper 131 di agosto-settembre.

© Giacomo Frison e Glorija Blazinsek / Altripiani.org

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