Skialper 134, a different winter
Non poteva essere più diverso l’inverno che stiamo vivendo, con tanta neve come non se ne vedeva da anni, anche a bassa quota, e la montagna (almeno quella turistica di massa) chiusa a causa della pandemia. Così, per lanciare il restyling di Skialper curato della nostra art director Greta Bizzotto di Heartfelt Studio, ecco un numero particolare. Non spaventatevi, siamo sempre noi, nel solco della tradizione della rivista, non è cambiato il tono, non è cambiato lo staff che ogni giorno lavora con passione per creare contenuti di qualità, ma abbiamo deciso di fare qualche cambiamento nel nostro guardaroba. E, per la prima volta nella nostra storia, la copertina di Skialper 134 di febbraio-marzo, in distribuzione a partire dalla prossima settimana, non è una fotografia, ma un disegno. A introdurre alle 176 pagine, un artwork di John Fellows (non lo conoscete? Andate a sbirciare il suo account IG @Jfellows56), artista del Colorado, dal titolo in tema: Good thing of lost. Rappresenta il bello di quando ci si perde in montagna e si scopre qualcosa di nuovo. Un po’ come dire, parafrasando, il bello di quando ci sentiamo persi per i lockdown e troviamo l’Alaska dietro casa, come nelle scorse settimane in molte parti d’Italia. Fellows ha anche firmato le cinque copertine delle sezioni interne di Skialper, altra novità del nuovo corso del magazine.
Finché c’è neve c’è Speranza
Abbiamo scelto la penna di Franco Faggiani, autore di romanzi premiati e tradotti in tutto il mondo (ma anche ex ufficio stampa del Tor des Géants) per l’incipit, l’articolo che apre la sezione Stories, quella con gli articoli più sostanziosi. Faggiani affronta con tono simpatico i suoi primi passi con sci e pelli, con una sottile ironia che nasconde i dubbi di tanti di noi quando hanno iniziato: l’attrezzatura, i costi, lo stile di discesa…
La fine è il mio inizio
Limone Piemonte, una delle località simbolo dello sci in pista, frequentata anche dai vip in arrivo dalla vicina Montecarlo. Ma anche una delle località simbolo della difficile situazione che sta affrontando il turismo alpino: non solo tanta neve e impianti chiusi, ma anche i danni dell’alluvione autunnale. Chiara Guglielmina, insieme al fotografo Daniele Molineris e a un manipolo di Guide alpine e Maestri di sci local, è salita con sci e pelli nel comprensorio nella prima giornata di sole dopo le abbondanti nevicate di inizio stagione. Per esplorare, galleggiare nella polvere e incontrare altri local. E c’è anche un cameo di Nino Viale. Vi dice qualcosa?

48 ore al massimo
Carpe diem. Come con l’onda giusta nel surf, che magari la aspetti per anni, bisogna sapere cogliere l’attimo ed essere pronti a sfruttarlo. È quello che ha fatto Bruno Compagnet a inizio dicembre, scappando da una Chamonix molto bianca per sperimentare le gioie di una sciata appenninica accanto alle piste del Monte Cusna. Da leggere e da guardare.

Cronache da un inverno inimmaginabile
Scialpinismo solo con la Guida, spostamenti vietati, allenamenti concessi, piste chiuse alle pelli e alle tutine, campionati annullati. La cronistoria di questi folli ultimi due mesi.
It’s the end of the world as we know it?
Madonna di Campiglio, 13 dicembre. Neve in abbondanza, alberi carichi, panorami da Canada. Ma anche impianti chiusi, rifugi desolatamente sprangati e vuoti. Marta Manzoni, insieme alla fotografa Alice Russolo, ha pellato al cospetto delle Dolomiti di Brenta. Anche lei incontrando operatori e semplici avventori. Per riflettere su questo strano inverno, ma anche guardare al futuro in modo propositivo, sul sottile filo delle citazioni musicali, come avrete capitolo dal titolo.

Trail food
Rifugi chiusi, che si fa? Si riscopre il piacere di prepararsi spuntini e pasti a casa, con la tecnica dell’essiccazione. Che poi è anche un modo per produrre meno rifiuti durante le nostre escursioni…
Gruppo vacanze Sellaronda
La trilogia dei comprensori chiusi da esplorare con sci e pelli si chiude nel carosello simbolo dello sci di massa, il Sellaronda. Un articolo, quello scritto e documentato con le fotografie di Federico Ravassard, dal sapore leggermente diverso. Il Sellaronda è il trampolino di lancio per andare a cercare canali e discese freeride che solitamente non sono meno affollate delle piste. Ma soprattutto una scusa per fare con Guide, Maestri e albergatori locali quello che è il loro passatempo preferito, cioè sciare. Perché di solito, nel cuore dell’alta stagione, di tempo per sciare veramente come piace a loro non ne hanno.

Maître Vivian
Mai sopra le righe, mai oltre gli 88 millimetri al centro, uno stile sul ripido impeccabile, un’esperienza enorme. E tanta disarmante semplicità. Vivian Bruchez è lo sciatore che non passa mai di moda. O no?

Esperienza ZeroG
D’accordo, il set scarpone più sci Tecnica-Blizzard è uno di quelli di maggiore successo commerciale, ma perché? Come è nato e per intercettare quali sciatori? La cosa più semplice per capirlo è prendere progettisti e Guide alpine dalla cui mente è nato e portarli a sciare in Tofana. Detto, fatto.
Domani è già arrivato
In un capannone del Vicentino si producono parti di elicotteri e di… scarponi da scialpinismo e scarpe da alpinismo. Siamo stati in Xenia Materials, azienda leader nella produzione di materiali plastici caricati con fibre. E abbiamo scoperto che il futuro dei nostri amati sport potrebbe essere rivoluzionario.
Must have
Qualche novità per le nostre pagine dei desideri. Abbiamo preso dei veri outdoor addicted, li abbiamo portati sulla neve della località dove hanno scelto di vivere (Gressoney in questo caso) e li abbiamo vestiti e attrezzati. Poi, in studio, abbiamo creato delle vetrine monotematiche per altre categorie di prodotti.
Futuro no problem
Per il 2022 gli sciatori chiedono semplicità e prestazioni. E le aziende rispondono con scarponi intuitivi e solidi. Ne parliamo nel preview materiali dell’inverno 2021/22
Antologia bianca
Il gioco è semplice (a parole): vi abbiamo chiesto di mandarci dei racconti di massimo 3.500 battute, naturalmente a tema con gli argomenti della rivista, e il primo verrà premiato con un bello zaino da scialpinismo Ferrino Rutor 25. Ci avete scritto in tanti, tantissimi, con storie molto belle. Le prime le trovate pubblicate nelle quattro pagine dedicate all’iniziativa, ma si replica su ogni numero, quindi… fatevi avanti!
Photo gallery
Una magnifica galleria fotografica con scatti che documentano l’inizio d’inverno: seggiovie ferme e con le seggiole piene di neve, vigneti trasformati in perfette linee di discesa, vette quasi mai in condizione ricoperte di neve.

Pensieri, outro…
Lo scialpinismo local di chi è abituato a godere soprattutto della dimensione di raid del nostro sport, ma anche lo scialpinismo immaginario e immaginato di chi è fermo ai box per un infortunio. Abbiamo chiesto a Giorgio Daidola di scrivere per la rubrica pensieri e ad Andrea Benesso un pensiero (scusate il gioco di parole) per l’outro.
Waffle, powder e wilderness
È come muoversi in una tazza di latte. Il vento soffia, nevica di traverso e ho freddo. Non vedo molto, le croci rosse che segnano il percorso sono l’unico indizio che mi indica dove andare e a volte scompaiono del tutto nella desolazione bianca e infinita. Forse non è stata una buona idea fare un giro con gli sci oggi, ma dopo il lungo viaggio fino a Björkliden, nella Lapponia svedese, 195 chilometri a Nord del Circolo Polare Artico, volevamo sgranchirci le gambe e prendere un po’ d’aria fresca. Presto ci pentiamo della nostra decisione, mentre ci spostiamo in cerchio per ritrovare la strada di ritorno al Låktatjåkka Mountain Lodge, una casa di legno nero circondata da enormi muraglie di neve a 1.228 metri sul livello del mare. Questo è il rifugio più alto della Svezia e, per la cronaca, bisogna sapere che la montagna più alta del Paese, il Kebnekaise, è di soli 2.097 metri. Alla fine ritroviamo la strada del ritorno. Qualche croce rossa ci riporta sulla traccia e così eccoci sciare nella polvere fino al rifugio.
La nostra breve avventura rende i deliziosi waffle - la specialità del rifugio - ancora più graditi durante il tè del pomeriggio. Låktatjåkka è una base perfetta per spettacolari escursioni scialpinistiche nella Lapponia svedese. Låktatjåkkastugan, come lo chiama la gente del posto, si trova a circa 100 chilometri dalla città di Kiruna e 9 chilometri a Sud-Ovest della stazione sciistica per famiglie di Björkliden. È una baita isolata tra i monti Loktacohkka (1.404 m) e Bajip Gohpácohkka (1.410 m), ma lo standard è sorprendentemente alto. Prima del Covid-19 Låktatjåkkastugan poteva ospitare 18 persone, una capienza ora ridotta a 11. Il ristorante serve ogni sera una cena con tre portate e in un angolo si sviluppa quello che definiscono come il bar più alto della Svezia. C’è anche una sauna, un accogliente soggiorno con una piccola biblioteca e uno speciale menu di waffle. Ma l’aspetto più importante è che si respira un’atmosfera molto genuina.

La storia di Björkliden, Låktatjåkka e dintorni è iniziata quando alla fine dell’Ottocento è stato trovato il ferro a Kiruna e Gällivare. La regione montuosa tra Kiruna e il confine norvegese era molto selvaggia, non c’erano strade e pochissimi la attraversavano. Per trasportare il minerale dalle miniere al porto di Narvik i governi di Svezia e Norvegia decisero di costruire una ferrovia e i lavori iniziarono nel 1898: solo quattro anni più tardi fu inaugurata la Ofoten Railway. Il percorso tra la stazione ferroviaria di Låktatjåkka, attraverso il passo di Låktatjåkka e fino a Björkliden, divenne popolare per gli escursionisti e gli sciatori, però le condizioni meteo da queste parti sono spesso avverse, così è nata l’idea di costruire una baita al passo. Le porte del Låktajåkko Mountain Lodge si aprirono nel 1939. La guerra fermò il tempo, ma quando finì il rifugio divenne una meta popolare per gli scialpinisti svedesi. L’apice arrivò negli anni ’70 e ’80 quando le vittorie di Ingemar Stenmark fecero decollare l’interesse per lo sci diverso da quello nordico.
La mattina dopo ci svegliamo con tanta neve fresca e i fiocchi cadono ancora abbondanti dal cielo. Ispirati dai rifugisti, usciamo decisi a fare qualche curva veloce sui pendii vicino al rifugio. C’è già la traccia nella neve e la nostra gitarella a Bijip Gohpacohkka è veloce. Quando inizio la discesa una vibrazione attraversa tutto il mio corpo. La neve è leggerissima, sembra di nuotare in una ciotola di cotone idrofilo. Non è certo una tipica giornata di sci svedese! Spesso qui le nevicate abbondanti sono accompagnate da forti venti che rendono la neve dura come la roccia. La gita è corta, ma il pendio ripido, quasi 50 gradi nella parte più esposta. In qualche modo la neve sembra ancora stabile, molto probabilmente perché la tempesta è arrivata dall’Atlantico, con molta umidità. Siamo a soli 40 chilometri in linea d’aria dal mare, sul versante norvegese.
Dopo una pausa e un pranzo veloce a base di waffle, ci avviamo verso Loktachohkka, sul versante opposto rispetto al rifugio. Individuiamo il percorso da seguire nella bufera e togliamo le pelli in cima, in prossimità del tipico omino di pietre. Non ha smesso di nevicare un attimo e il vento ha trasportato molta neve, per questo affrontiamo con molta prudenza la discesa verso Kopparåsen, una sciata di mille metri secchi di dislivello, fino alla strada tra Kiruna e Narvik. Il terreno è ripido, aritmico ed esposto, quindi il pericolo è molto maggiore su questo versante della montagna. Completamente soli, là fuori ci sentiamo abbastanza piccoli e di conseguenza le nostre scelte di percorso sono conservative. Il vento ulula, ma all’improvviso il cielo si apre e usciamo dal mare di nuvole. I restanti 600 metri di dislivello sono magici, soprattutto l’ultimo tratto fino alla stazione ferroviaria di Kopparåsen. Siamo a metà aprile, ma qui, nell’Artico, sono condizioni da pieno inverno.
La discesa ci ha ricaricato e ora c’è un gruppo di sciatori felici di pellare fino al Låktatjåkka Mountain Lodge quando il giorno volge al termine. Il vantaggio di soggiornare in questo rifugio è che si trova in quota e permette un rapido accesso al terreno al mattino. È un mondo al contrario per gli scialpinisti, con poco dislivello per raggiungere le discese e poi la risalita nel pomeriggio. Qualcosa di insolito in Svezia, ma molto redditizio. Stare al rifugio trasmette un senso di intimità. Gli ospiti e il personale la sera si incontrano nel soggiorno e nel bar per leggere e parlare. Si arriva a conoscersi tutti, soprattutto perché non c’è internet e gli smartphone non hanno praticamente campo. Invece ci sono un sacco di buoni libri e una selezione sorprendentemente di birra, vino e whisky di qualità. La cucina è di livello e si possono provare i piatti svedesi, a partire dalla carne di renna e alce.
Colazione anticipata e rotta verso Ovest per il nostro ultimo giorno al Låktatjåkka Mountain Lodge. C’è silenzio assoluto, l’unico suono proviene dagli sci e dalle pelli che scivolano sulla neve fredda. Copriamo una discreta distanza per raggiungere la cima del Gearggecorru (1.419 m). Il panorama è da wow: grandi vette tutto intorno e le montagne norvegesi a Ovest. Il terreno è selvaggio e impressionante. Non sembra di essere in Svezia, ma piuttosto sulle Alpi o in Norvegia. Non c’è una sola persona oltre a noi, anche se siamo relativamente vicini alla civiltà, a molte cime e località sciistiche famose. Sotto le punte dei nostri sci ci sono pendii che non avevo mai visto in Svezia. Ci dirigiamo verso Rissajaure, il lago più limpido del Nord Europa, e mi godo ogni secondo della discesa, fino alla stazione ferroviaria di Låktatjåkko. E vorrei schiacciare il tasto rewind.

IN BREVE
Låktatjåkka Mountain Lodge si trova a 1.228 metri di quota e a 9 chilometri dalla stazione sciistica di Björkliden, raggiungibile in auto o in treno (ci sono diretti da Stoccolma, la capitale della Svezia - sj.se per orari e prezzi). L’aeroporto più vicino è a Kiruna, a un’ora e mezza di auto. La stagione invernale del Låktatjåkka Mountain Lodge va da febbraio a metà maggio. Aprile è un’ottima scelta perché la neve è ancora fredda, ma le ore di luce maggiori e il bel tempo più frequente. Le gite sono abbastanza lunghe per gli standard svedesi, soprattutto quelle che finiscono alla stazione della ferrovia e richiedono di ripellare per salire al rifugio. La particolarità del Låktatjåkka Mountain Lodge è proprio questa: si dorme in quota e si raggiungono le cime velocemente, ma poi bisogna mettere in conto la pellata più lunga alla fine. Alcuni pendii intorno al lodge sono facili e non comportano rischi eccessivi, mentre altri sono l’opposto. È consigliabile affidarsi a una Guida alpina locale, anche perché ci si trova in ambienti molto selvaggi e con condizioni meteo estremamente variabili. Su sbo.nu ci sono i contatti di tutte le Guide alpine svedesi.
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Scialpinismo fuori dal comune? Sì, ma…
In queste settimane, in questi mesi, siamo stati sommersi dalle vostre domande sulla possibilità o meno di spostarsi per andare a praticare il nostro amato sport. Una domanda alla quale non è mai stato facile rispondere e alla quale i chiarimenti sui vari siti istituzionali non davano una risposta precisa ma che veniva collegata direttamente al divieto di spostamento per turismo, salve le eccezioni per i centri sono i 5.000 abitanti. Nella complicata questione dell’interpretazione dei decreti Covid, ora ci sono alcune risposte dirette che aprono alla pratica dello scialpinismo all’interno delle regioni classificate gialle e arancioni.
La più esplicita è quella della Regione Veneto che nomina espressamente lo scialpinismo nelle faq al dpcm del 14 gennaio: «In primo luogo, lo spostamento è possibile dentro la Regione se si risiede in località dove non può essere svolta la pratica di sci alpinismo. In secondo luogo, il pernottamento in loco è possibile perché l’attività alberghiera è aperta e il pernottamento è funzionale alla pratica sciistica. Non ci si può invece spostare verso l’albergo fuori comune per turismo o fare attività motoria che si può svolgere nel comune di residenza».
Deve dunque intendersi che non si può andare a camminare fuori dal comune, in quanto è attività motoria che si può fare nel proprio comune, ma che, nelle regioni arancioni come il Veneto, si può uscire dal comune per praticare scialpinismo se la pratica sportiva non è possibile dove si risiede. Ovunque? Non ci sono risposte certe ma, secondo i colleghi di Veronasera, in base a una circolare interpretativa inviata a novembre ai prefetti, dovrebbe intendersi il comune più vicino dove sia possibile praticare scialpinismo e, naturalmente, all’interno della regione. Viene da chiedersi in primo luogo se questa interpretazione valga solo in Veneto o anche nelle altre regioni dello stesso colore o con situazione pandemica migliore (si suppone di sì, essendo un decreto nazionale e non regionale, anche se l’interpretazione è della regione Veneto).
Ecco allora cosa dicono le faq sul sito del Governo per le regioni arancioni: «È possibile recarsi in un altro Comune, dalle 5.00 alle 22.00, per fare attività sportiva solo qualora questa non sia disponibile nel proprio Comune (per esempio, nel caso in cui non ci siano campi da tennis), purché si trovi nella stessa Regione o Provincia autonoma. Inoltre è possibile, nello svolgimento di un’attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bicicletta), entrare in un altro Comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all’attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il Comune di partenza. Si ricorda inoltre che, ai sensi del Dpcm, per i comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti è equiparata al territorio comunale la fascia territoriale circostante, fino a una distanza di 30 km dai relativi confini. Si ricorda che, durante lo svolgimento dell’attività sportiva, è sempre necessario mantenere la distanza di almeno 2 metri dalle altre persone». Il Governo dunque sembrerebbe chiarire che ci si può spostare anche oltre il comune più vicino. Per le regioni gialle l’interpretazione vale anche per la semplice attività motoria: «È possibile recarsi in un altro Comune, dalle 5.00 alle 22.00, per fare attività motoria o sportiva in quella località, purché si trovi nella stessa Regione o Provincia autonoma (quest’ultima limitazione è prevista fino al 15 febbraio 2021)». Per le regioni rosse, invece, attività sportiva solo «nell’ambito del territorio del proprio Comune, dalle 5.00 alle 22.00, in forma individuale e all'aperto, mantenendo la distanza interpersonale di due metri. È tuttavia possibile, nello svolgimento di un’attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bicicletta), entrare in un altro Comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all’attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il Comune di partenza».
Sicurezza e valanghe: il monito di Arianna Tricomi
Il titolo è esplicito: Very important message. «Di solito non parlo davanti allo smartphone, ma questo volta ho pensato che ne valesse la pena perché voglio condividere una storia con voi» esordisce così Arianna Tricomi nel video che ha pubblicato sul suo account Instagram @ari_tricomi, su IGTV. La tre volte vincitrice del Freeride World Tour ha raccontato di essere andata a sciare con degli amici, in Tirolo, anche se quel giorno avrebbe voluto riposarsi perché le condizioni non erano buone, ma di essere stata convinta da una storia sui social a esplorare un versante. All’arrivo la scoperta che le condizioni non erano quelle viste sullo smartphone, con la montagna spazzata dal vento, e che la temperatura stava salendo velocemente. Così con gli amici, dopo qualche curva tranquilla, la decisione di smettere di sciare perché troppo pericoloso in quelle condizioni. Mentre Arianna si trovava nella cabinovia, una nuvola di polvere ha avvolto il pendio. C’era un po’ di gente sulla montagna e un ragazzo di 15 anni è rimasto sotto la valanga. «Siamo attrezzati, sappiamo come comportarci, ma trovarsi veramente in una valanga è qualcosa di diverso» dice Arianna nel video. Per fortuna c’erano diverse persone esperte e il corpo del giovane freerider è stato liberato abbastanza velocemente. «Qualcuno ha iniziato a rianimarlo, abbiamo cercato di prenderci cura di lui, ho perso la cognizione del tempo, non so quanti minuti sono passati, questa esperienza è qualcosa che mi ha colpito più profondamente della maggior parte delle cose che ho visto in montagna: purtroppo non ce l’ha fatta, è stato trasportato in ospedale, ma è morto il giorno dopo». Nel video di Arianna c’è anche una riflessione sul ruolo dei social media e dei freerider. «Abbiamo una grande responsabilità, soprattutto verso i ragazzi: su Instagram e sui social media si vedono le emozioni e gli exploit di una discesa, ma non passa il messaggio del perché l’abbiamo scelta e magari cinque, dieci altre volte no, abbiamo rinunciato. Per me è importante avere sempre una via di fuga se succede qualcosa, ma ho pensato che non ne ho mai parlato sui social media. Da ragazzina ho fatto tante stupidate, ma non eravamo influenzati dal vedere qualcuno sui social media, solo dalla natura e dai noi stessi. Chiedo ai genitori, agli atleti, ai ragazzi: pensate che dobbiamo fare vedere di più cosa c’è dietro a una discesa invece di mettere solo belle immagini di sci? Non dimenticherò quando tenevo la mano a quel ragazzino, è veramente difficile parlarne, ma questa esperienza mi ha aperto gli occhi e non potevo stare zitta».
Le riflessioni di Arianna sono quanto mai attuali, in giornate con interi settori interessati dal vento. Un invito - ancora di più in questo strano inverno con le piste di sci chiuse e tanti frequentatori della montagna aperta - a prestare attenzione agli aspetti della sicurezza e a saper rinunciare. Un invito alla prudenza nel momento in cui i volontari del soccorso combattono sul fronte della pandemia.
Nei giorni scorsi un altro episodio del quale è stato protagonista Roberto Munarin, che abbiamo intervistato sul numero di Skialper dello scorso febbraio. Munarin, esperto conoscitore delle montagne del Biellese, ricordando quanto accaduto, dice: «Fuma tansiun». Facciamo attenzione.
«Siamo quasi in punta al Bric Paglie, versante S/O, è il 23 gennaio e la salita dall’Alpone deve essere gestita con cautela, conosco bene la zona, così scegliamo la via più sicura - dice Munarin -. Arriviamo alla base dell’ultimo anfiteatro e non mi piace, la mia esperienza mi dice che è pericoloso, così ci fermiamo, in sicurezza, nei pressi di un pietrone dove ci prepariamo per la discesa. Inizia a tirare un forte vento e il cielo è terso, pochi minuti dopo un tonfo sordo: l’ho sentito altre volte e non ha mai portato belle notizie. Alzo gli occhi e il pendio collassa fino ai nostri piedi. Sono lastroni e il punto del distacco è di poco inferiore al metro per un fronte di 40/50 metri. Per fortuna non abbiamo riportato nessuna conseguenza tranne i miei sci, che avevo lasciato sul pendio, sotterrati sotto un metro di neve ma ritrovati. Mi raccomando, facciamo attenzione, le condizioni attuali, a causa del forte vento, devono essere valutate attentamente! La nostra esperienza, il nostro istinto ci vengono sempre in aiuto, ma ascoltare i segnali che ci invia la montagna è fondamentale» conclude Munarin che ha parlato della sua gita su Facebook, pubblicando foto e un post per sensibilizzare gli altri attraverso la propria esperienza. Quegli stessi social media (e ogni canale di comunicazione) che influenzano le nostre scelte, nel bene o nel male. In fin dei conti sono dei mezzi, come dice il termine, e sta a ognuno di noi utilizzarli nel modo più appropriato.

Lontano dalle tracce
Un autunno pieno di promesse e di sogni. È quello che mi ero detto al volante del mio vecchio van che arrivava dal Nord della Spagna. Non avevo mai visto i Pirenei così bianchi l’8 novembre, una situazione eccezionale di cui non avevamo potuto approfittare perché eravamo senza sci. Poi ricordo il battesimo della stagione, il 7 dicembre, tutto solo sulla prima cabina della funivia della Rosetta, a San Martino di Castrozza, a brindare con qualche discesa nella neve soffice e fredda di questo incredibile spot reso famoso dal King of Dolomites. E invece è arrivato gennaio e non ha mantenuto le promesse: vento, un anticiclone mostruoso su tutta l’Europa come un brutto foruncolo appeso al fianco di una bestia malata. Siamo tornati sulle Dolomiti, che non avevo mai trovato in condizioni così brutte da quando ho iniziato a sciarle regolarmente negli ultimi vent’anni. Nonostante tutto, a Chamonix, grazie alla quota, alla buona conoscenza del terreno e alla varietà offerta dal massiccio del Monte Bianco, siamo riusciti a sciare bene senza fare nulla di eccezionale. Ma non sono un golfista che può divertirsi a ripetere più volte il suo percorso a 18 buche, sono uno sciatore e mi piace scoprire, esplorare, viaggiare sugli sci. Perché è più di un semplice sport, ma un’esperienza e un’immersione completa in un ambiente che amo e di cui ho bisogno per sentirmi bene, lontano dalla frenesia della nostra vita quotidiana. Così, quando François, un amico sciatore di Chamonix, ci ha suggerito di unirci al loro gruppo per un rapido tour sciistico nelle valli occitane, non ci ho pensato due volte e, insieme a Layla, abbiamo caricato il van con tutta la nostra attrezzatura. Per noi è stato un ritorno, perché due anni fa avevamo già sciato da queste parti e ci eravamo promessi di tornarci. Su queste montagne selvagge lontane dai comprensori sciistici ci sono così tante possibilità e sono stranamente poco frequentate pur essendo vicine a Torino e non in Norvegia.

Questi ragazzi sono hard core
Il raid degli amici ha iniziato a fare capolino nella mente di François qualche inverno fa, così un gruppo di persone si riunisce ogni anno per qualche giorno per sciare e scoprire un massiccio. È un’esperienza per uomini, non ci sono ragazze e Layla è l’unica donna a essere accettata perché sa sciare, bere vino e raccontare stronzate o fare battute pesanti come i ragazzi. Ma il raid degli amici non è solo scherzi e vino, si scia molto anche se il biglietto d’ingresso è una magnum di rosso o champagne nello zaino. Qui niente barrette energetiche e bevande vitaminiche, è come una versione hard core della Sentinelle. I protagonisti sono per lo più Guide alpine, cercatori di cristalli, alpinisti, medici del Soccorso alpino. Insomma, il livello atletico e sciistico è alto. Basti pensare che a volte del gruppo ha fatto parte anche Hélias Millerioux…
A Sud di Torino
In fondo alla Valle Varaita il piccolo paese di Chiazale, a 1.700 metri, va in letargo. Spingo la porta dell’agriturismo Lou Saret. Ottavio è lì, legge il giornale, il fuoco è acceso, l’accoglienza è semplice e calorosa. Sono passati due inverni, ma né il luogo né il proprietario sono cambiati. Si parla del piacere di rivedersi, si parla di tutto e di niente, del tempo che passa e che sembra essere impazzito come questo vento noioso che non smette mai di soffiare sui nostri inverni e spazza via i sogni di neve fresca e profonda. Ma non importa, in questo momento è il lato umano che prevale e come nella vita di tutti i giorni è intorno a un tavolo, a condividere una buona cena, che ci sentiamo bene. La raccolta delle patate è stata buona e la stagione estiva è andata bene. La vita in questo ambiente di montagna farà sognare gli spiriti romantici, ma la realtà sociale ed economica è molto diversa e sono sinceramente felice di vedere che le cose si stanno mettendo bene per il mio oste. Una buona notte su un materasso comodo e sotto una spessa trapunta e poi niente di meglio che aspettare i nostri amici impegnati in una serie di coffee tour dopo una notte di abbuffate a Torino, seguite da qualche brutta ora di sonno nelle auto che hanno ritrovato a fatica. François e la sua banda amano andare all’avventura, senza necessariamente aver preparato l’uscita e per questa prima giornata di sci togliamo l’attrezzatura dalle auto, attraversiamo il ponticello sotto l’agriturismo e risaliamo una bella valle verso il Bric Rutund. È un pendio facile e bello e c’è poca gente. Il piccolo strato di neve fresca motiva i più stanchi e presto il Monviso appare in lontananza. Lo guardo con attenzione perché lì avevo in programma di organizzare la Sentinelle l’inverno scorso, ma poi è saltata per la mancanza di neve. Quest’anno le condizioni, senza essere incredibili, mi sembrano migliori.
Il giorno dopo il meteo è piuttosto brutto, tutti hanno dormito bene e si sono ripresi. Abbiamo organizzato i nostri zaini con il materiale, le macchine fotografiche, le magnum di rosso e champagne e tutto ha trovato il suo posto. Fuori il vento soffia e fa volteggiare alcuni fiocchi di neve nelle tortuose strade del villaggio. Le previsioni indicano aperture all’inizio e alla fine del pomeriggio. Parcheggiamo le auto davanti al rifugio Melezè ed eccoci qui, per niente disturbati dal tempo grigio e cupo. Passiamo davanti alla chiesa di Sant’Anna e, nonostante la scarsa visibilità, riusciamo a vedere una montagna rocciosa che domina l’itinerario, Rocca Senghi. La salita al Colle di Bellino (2.800 m) è lunga, ma è un percorso facile, che offre molte possibilità per scoprire le gioie dello sci di montagna. Poco prima del passo il vento aumenta, così scappiamo via e ci rifugiamo in una grotta sotto una piccola falesia, rifugio dei militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Il luogo ideale per ripararsi e sciabolare un magnum di champagne, lontano dal mondo. Grazie a una veloce schiarita, la Valle Maira si svela subito in tutta la sua bellezza e ricchezza. Queste montagne delle valli occitane sono un invito allo sci ripido. La disciplina ha avuto un forte impulso a partire dagli anni ‘80 grazie a un gruppo di forti sciatori locali tra cui Nino Viale, Igor Napoli, Bruno Terzolo, i fratelli Bottari: anche il grande maestro del ripido, Stefano De Benedetti, veniva da queste parti almeno una volta all’anno. Ora stiamo scivolando sulla neve soffice, condividendo il piacere di sciare in gruppo. Poi ci fermiamo in mezzo al nulla per un momento di formazione alla ricerca in valanga organizzato da Laurent, una delle Guide. C’è tanta teoria e pratica, ma soprattutto la possibilità di condividere le proprie esperienze. È sorprendente quello che possiamo imparare in questo modo. Raggiungiamo Chiappera con un lungo sentiero in leggera salita sulla sinistra orografica e arriviamo al rifugio Campo Base (vecchio accampamento militare) poco prima del tramonto. È un bel posto per mangiare e la terrazza soleggiata invita a bere qualche birra mentre nella nostra mente riviviamo i momenti più belli della giornata sugli sci. Il giorno dopo partiamo presto e ce la prendiamo con calma, perché il bel tempo dovrebbe durare per tutto il pomeriggio, mentre l’indomani ci sarà il vento e la tempesta di neve. Stiamo serpeggiando tra gli alberi e, quando mi giro per aspettare Layla, vedo il taglio molto estetico della Rocca Provenzale. Ora si risale un bel pendio sulla destra, tra Chiappera e Saretto. E quello che scopriamo mentre saliamo fa da scintilla al nostro entusiasmo: tante linee di discesa che per la seconda volta dovrò sciare nella mia immaginazione, prendendo come punto di riferimento questo piccolo punto rosso del bivacco Danilo Sartore che mi sembra in una posizione ideale per una prossima avventura. Il vento comincia a soffiare e a poco a poco il cielo inizia a coprirsi. Al Passo della Cavalla i ragazzi tirano fuori dagli zaini due ottime bottiglie, oltre ai salumi e ai formaggi per accompagnare la degustazione. Poi più tardi scivoliamo dolcemente verso il bivacco Bonelli che per la seconda volta riesco a individuare nonostante le condizioni meteo terribili. Ma è ancora presto e nel primo pomeriggio decidiamo di risalire i pendii di fronte a noi, tagliati da piccoli canali che sono super facili e piacevoli da sciare con questa neve. Il bivacco Bonelli è piccolo ma accogliente, c’è il gas e una vecchia moka Bialetti che ci permette di bere un buon caffè.
Le notti nei bivacchi sono quello che sono e il tempo passa tra la preparazione del cibo, qualche bicchiere di rosso e di bianco e tante chiacchiere. Prima di andare a dormire ripenso al mio ultimo soggiorno qui, è stato nel marzo del 2018 con Ville Narinen, Layla e Simone Ghiazza: eravamo partiti da Pian della Regina. Un meraviglioso tour sciistico, ma avevamo anche dovuto combattere con il maltempo a partire dalla Valle Maira per arrenderci definitivamente in Valle Stura. Nel mio mezzo sonno ho pensato all’intensità di quegli ultimi due giorni a partire dal bivacco Bonelli, che avevamo trovato solo grazie al GPS. Poi avevamo superato il Colle di Enchiausa ed eravamo scesi nel bel villaggio di Chialvetta, alla Locanda. Ricordo un’atmosfera piovosa, la neve che si appiccicava al suolo e le nebbie che si aggrappavano alle cime, svelando il villaggio di pietra solo all’ultimo momento. Eravamo fradici, affamati e troppo felici di trovare rifugio in una bella casa davanti a un fuoco che bruciava dal mattino. Il giorno dopo il tempo grigio e il vento avevano fatto svanire la nostra motivazione e, dopo aver attraversato il Passo della Gardetta e poi il Colle Oserot, eravamo scesi in Valle Stura. Come previsto, la tempesta è arrivata in piena notte e le raffiche di vento hanno fatto ballare a intervalli regolari il nostro piccolo rifugio. Al mattino presto abbiamo deciso di tornare a valle a sciare i pendii nei dintorni del lago d’Apsoi.
Alla fine abbiamo solo sfiorato queste valli e potuto vedere con i nostri occhi una quantità spaventosa di linee per sciare alla grande. Fa parte del gioco e dobbiamo accettarlo. Ho letto da qualche parte che le cose che si ottengono facilmente non hanno lo stesso sapore di quelle per cui lottiamo e perseveriamo. Il successo avrebbe lo stesso sapore se fosse garantito ogni volta? La Valle Maira e le valli occitane meritano molto di più di una visita veloce. No, non è stato un fallimento, queste due esperienze ci hanno fatto venire voglia di tornare presto e finire di scrivere le pagine della nostra avventura.
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Il Mezzalama si arrende alla pandemia, appuntamento nel 2023
Era la notizia che nessuno avrebbe voluto dare: la XXIII edizione del Trofeo Mezzalama, in programma a fine aprile, è stata annullata. La Fondazione Trofeo Mezzalama, dopo la nomina a nuovo presidente di Alex Brunod, sindaco di Ayas, si è voluta prendere qualche giorno prima di riunirsi per decidere sul prossimo futuro della Maratona dei Ghiacciai. «Essere stato appena eletto - ha detto Alex Brunod - e prendere, insieme agli altri membri questa decisione non è stato semplice. Purtroppo non avevamo molte altre scelte, quindi siamo stati obbligati ad annullare la XXIII edizione a causa della situazione attuale della pandemia».
«Confermare la data in questo frangente - ha continuato Brunod - sarebbe stato un azzardo nei confronti sia degli atleti, sia di tutte quelle persone che lavorano con passione per il Trofeo Mezzalama. Avremmo continuato a lavorare senza sapere a che cosa si andava incontro. Inoltre, immaginare di applicare tutte le restrizioni previste e riuscire a garantire il distanziamento non creando assembramenti, è pressoché impossibile».
«Siamo molto dispiaciuti - ha concluso il presidente della Fondazione - ma convinti di aver fatto la scelta migliore, perché ora le nostre energie saranno proiettate in positivo verso il futuro. È il concetto di resilienza che lo sport e lo scialpinismo ci insegnano. Nell'immediato penseremo ai giovani, con l'idea di organizzare un evento estivo appena la situazione lo permetterà, certi che nel 2023 il Trofeo Mezzalama tornerà con un'edizione straordinaria».
Anche il direttore tecnico Adriano Favre, è dispiaciuto per la decisione presa: «In queste ultime 12 edizioni del Trofeo Mezzalama - ha raccontato Favre - ci siamo confrontati con le condizioni meteo avverse, il freddo, la neve, il vento, i rinvii, ma non ci siamo mai fermati. Purtroppo questa situazione non possiamo controllarla. Prendere una decisione ora, senza ulteriori attese, era un atto dovuto. Guardiamo al futuro - ha detto Favre - rivolgendo le nostre attenzioni a eventi di qualità. Prima della prossima edizione del Trofeo Mezzalama i nostri sforzi organizzativi, anche grazie alla collaudata collaborazione con Dynafit, saranno rivolti alle giovani leve dello scialpinismo internazionale».
Modello Valle Maira
L’estate 2020 è stata, per molti italiani, quella in cui si è riscoperta la bellezza del proprio paese e del turismo della porta accanto, che ti fa pensare perché non fossi mai andato in quella valle non così lontana da casa. Qua e là, tra Alpi e Appennino, esistono una miriade di piccoli borghi dove negli ultimi anni per resistere allo spopolamento si è scelto di puntare su modelli slow, dove l’esclusività non è data tanto da listini fuori misura, quanto dall’isolamento (parola ormai sdoganata, ma fino a pochi mesi fa realmente apprezzata solo da pochi) e dal numero limitato di strutture ricettive, in controtendenza ai modelli mordi-e-fuggi in cui tutto, dal prezzo della camera ai metri quadrati liberi in spiaggia, viene tirato al minimo. Una scelta spesso premiata, a conferma che sarà pure un’offerta di nicchia, ma si tratta di una nicchia molto forte.
Nelle Alpi del Cuneese esiste una valle in cui tutto questo è avvenuto non in tempi recenti, ma parte da molto più lontano, da un momento in cui il turismo montano era ancora quello delle località pettinate raccontate nei film dei Vanzina: la Valle Maira. Situata nel cuore delle valli occitane, la Val Maira è stata per molto tempo isolata a causa della morfologia del territorio, tanto che fino al ‘900 le comunicazioni e gli spostamenti avvenivano perlopiù tra i colli che la collegano alla Val Varaita, alla Valle Stura e alla Francia anziché lungo gli oltre 40 chilometri necessari ad arrivare in pianura. Situata alla testata della valle, si trova Chiappera, che dai 300 abitanti di un tempo si è progressivamente svuotata durante il XX secolo, quando le Americhe e le grandi città industriali attraevano a sé i valligiani come le sirene con i marinai. Tutto questo avveniva in contemporanea al boom improvviso delle località alpine, grazie agli impianti sciistici, un fatto che, per quanto dannoso in quel momento, cinquant’anni più tardi si sarebbe rivelato autentica fortuna. A conferma del definitivo svuotamento del paese ci fu la chiusura della scuola nel 1972 a causa della mancanza di studenti, che già prima la frequentavano in classi uniche per tutto l’esiguo ciclo di studi. Spesso capitava che, in procinto di terminare le elementari, gli insegnanti bocciassero di proposito i loro allievi a più riprese, fino al raggiungimento dell’età minima per iniziare a lavorare.
Alla fine degli anni ‘80 Chiappera era una frazione ormai diroccata, frequentata solo dai pochi alpinisti che bazzicavano fra Torre Castello e la Rocca Provenzale. La svolta arrivò in modo fortuito con una coppia di escursionisti tedeschi, giunti qui senza un ben precisato motivo, che si innamorarono all’istante di queste montagne deserte. Andrea e Maria Schneider persero la testa al punto di decidere di aprire la prima struttura per turisti dopo decenni di abbandono, con l’idea di iniziare a promuovere un turismo basato su numeri piccoli, valorizzazione del territorio e della cucina locale. Le loro idee, quasi strampalate per l’epoca, vennero appoggiate dagli operatori locali che cominciarono a guardarsi intorno in cerca di ispirazione: i paesi del Queyras francese erano quanto più simile a ciò in cui avrebbero voluto trasformare una valle abbandonata a se stessa. Nel 1992 venne istituita la rete dei Sentieri Occitani, basandosi sui percorsi che durante il Medioevo collegavano i centri dell’Occitania, un’area estesa dai Pirenei al cuneese in cui, secoli prima dell’Unione Europea, popoli diversi tra loro erano uniti da una lingua e una cultura comune. L’obiettivo non era tanto quello di creare un trekking come altri, da rifugio a rifugio attraversi passi di alta montagna, ma quello di muoversi a quote di media valle, da paese a paese, lungo un itinerario che puntava a far scoprire tradizioni e gastronomia locali. Sempre per favorire l’accessibilità venne attivato il servizio di sherpa bus con il quale trasportare i bagagli e poter viaggiare leggeri durante il giorno.

La promozione di Chiappera, della vicina Acceglio e di tutta la Valle Maira – perché, come ci tengono a precisare gli abitanti, ha più senso parlare di una valle intera piuttosto che di singoli paesi – è avvenuta inizialmente nei mercati di lingua tedesca, proprio grazie al lavoro di Maria Schneider, per poi estendersi alla Svizzera, alla Francia e in seguito anche a Inghilterra e Scandinavia. I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi l’uno con l’altro perfettamente, in barba agli italici stereotipi. Le amministrazioni comunali non intervengono nelle scelte degli operatori turistici, i malgari possono servire i loro prodotti sulle tavole dei ristoranti grazie a una filiera diretta, le strutture ricettive, tutte di piccole dimensioni, si spartiscono i clienti senza invidie e attriti: quando si chiede in giro come sia possibile tutto questo, la risposta è spesso la stessa. «L’importante è che il turista venga in valle e si senta coccolato, tutto il resto viene dopo». A illustrarmi il piccolo miracolo della Valle Maira in un giorno di settembre è Stefano Busso che, innamorato da sempre di questi luoghi, ha deciso di (ri)dare vita alla vecchia scuola di Chiappera, trasformandola in un albergo diffuso con annesso ristorante. Le aule, completamente smantellate, sono diventate stanze per gli ospiti, così come alcuni fienili e baite nei paraggi. La Scuola (sì, l’ha chiamata proprio così) è la sintesi delle idee che hanno reso unica questa valle, a partire dal numero di stanze, limitato ad appena dieci, che la rendono la struttura più grande (ma sarebbe più corretto dire meno piccola) di Chiappera. Questa limitazione è dovuta anche a vincoli regionali istituiti nel 1973 che proibiscono tuttora nuove costruzioni a favore del ripristino degli edifici storici, congelando il borgo a com’era mezzo secolo fa, fatta eccezione per i pascoli ormai riconquistati dai boschi.
Sebbene quest’estate il 95% dei clienti fosse italiano, in periodi normali il rapporto è pressoché invertito, favorito anche dal fatto che i turisti stranieri tendono più spesso a organizzare le vacanze da un anno all’altro, elemento determinante per una località dove le richieste di pernotto sono il triplo dei posti disponibili. Quando chiedo a Stefano come si immagina il futuro di questi luoghi, lui fa spallucce: semplicemente me lo immagino così. Sì, perché gli abitanti della Valle Maira, in anticipo sui tempi, hanno già capito che la qualità - di vita, di lavoro, di servizi offerti e ricevuti - ha un prezzo, che è quello della crescita sostenibile e organica, in contrapposizione a quella pompata da grandi flussi di denaro e campagne marketing che da un anno all’altro ti portano migliaia di turisti in più su sentieri che comunque rimangono stretti come sempre. Certo, non bisogna immaginarsela come una sorta di piccolo eden in cui si parla occitano: le vie di comunicazione sono scomode, i ragazzi devono fare chilometri di pullman per andare al liceo e l’inverno, per quanto riempito dai gruppi di scialpinisti, rimane una stagione faticosa, tanto piena di spese quanto di incognite. Ma nel caso in cui si dovesse stilare un modello per un turismo alpino distante dalle masse che affollano il lago di Sorapis e i sentieri di Chamonix, un salto in Val Maira sarebbe doveroso farlo. Magari con gli sci, anche a costo di doversi probabilmente battere la traccia in mezzo al nulla senza sapere dove si finirà, che in fondo è quello che ha fatto trent’anni fa Maria Schneider.
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Lettera dalla Nuova Zelanda
Se state pianificando un viaggio sciistico nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, allora probabilmente state pensando di atterrare a Christchurch, saltare in auto/van/bus e dirigervi a Sud verso le località sciistiche dei laghi meridionali di Wanaka e Queenstown. Lì si scia a The Remarkables e Treble Cone e poi si fa festa fino a farsi venire male alla testa. Ma il punto è proprio questo: perché salire su quell’auto/van/bus e guidare verso Sud vedendo svanire velocemente attraverso il finestrino il migliore sci della Nuova Zelanda? Con 12 ski field, la regione di Canterbury ha più posti per sciare di tutte le altre. Molti di questi ski field sono in realtà dei club field gestiti in maniera comunitaria e no profit, il che significa che sono delle specie di comunità sciistiche socialiste.
Nei club field non troverete molte piste battute, né seggiovie, qui gli impianti di risalita sono manovie in stile anni ‘40, un modo semplice, terrificante ed efficace per salire in montagna. L’assenza di discoteche nel raggio di 100 chilometri fa sì che la scelta migliore per l’après-ski sia quella di pernottare in uno dei lodge dei club field e bere quello che vi siete portati, oppure andare in un pub di campagna ad ascoltare le storie di caccia di contadini dall’aspetto rude o a guardare una partita di rugby (in Nuova Zelanda una vera e propria religione) in tv.
Gli scialpinisti che vogliono provare qualcosa di diverso da quello che potrebbero trovare sulle Alpi o in Nord America saranno accontentati dai letti dei fiumi, dalle foreste e dai ghiacciai delle Alpi di Canterbury. Le cime glaciali del Parco Nazionale Aoraki Mt Cook sono una calamita naturale per gli skialper, ma ci sono molte altre destinazioni meno impegnative ideali per l’esplorazione. Con oltre 900 rifugi situati in tutto il backcountry neozelandese, trovare un posto dove passare la notte in montagna non è mai difficile, ma non dimenticate di portare le scarpe da trekking e le calze di ricambio per i guadi dei fiumi e le lunghe passeggiate nei fitti boschi per rientrare all’auto.
Gli inverni kiwi possono essere più imprevedibili dei tweet di Donald Trump. Alcune bufere fanno diventare bianca l’intera Isola del Sud, ma altri inverni vi vedranno sciare un sacco sul tussock (erba di montagna). La cosa buona è che se la brutta neve vi butta giù, potrete sempre abbandonare gli sci e dirigervi verso uno dei tanti surf break lungo la East Coast: l’acqua sarà gelida ma non c’è niente che una calda muta, una hot steak pie (piatto nazionale) e un flat white coffee (il cappuccino local) non possano risolvere.
Se vi concentrate solo sulla qualità della neve e sulla vita notturna, potreste rimanere delusi da un giro nella piccola e vecchia Nuova Zelanda, ma se siete disposti a superare gli ostacoli, a guadagnare ogni curva e a scambiare la vostra giacca in Gore-Tex con una muta da surf, allora l’avventura sarà difficile da dimenticare. Che poi è lo spirito giusto dopo tutto quello che è successo negli ultimi mesi. Nell’ultima stagione la mancanza di neve ha impedito l’apertura di alcuni club field, lasciando tanti sciatori senza possibilità di scelta se non quella di scambiare gli sci con mute spesse o mountain bike. Aspettiamo con fiducia qualche nuova bufera, dopo tutto quello che il 2020 ci ha gettato addosso, una giornata intera nella powder sarebbe la ricompensa minima.
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Scialpinismo e Covid-19: anche in Valle d'Aosta escursioni senza Guida alpina
Dell’ordinanza n. 552 dell’11 dicembre 2020 della Regione Valle d’Aosta che vieta la pratica dello scialpinismo se non accompagnati dalle Guide alpine abbiamo già parlato diffusamente in un post sul nostro account Facebook, che riproponiamo in fondo a questo articolo. L’ordinanza firmata dal presidente della Valle d’Aosta in pratica autorizza la pratica dello skialp previo accompagnamento delle Guide Alpine, mentre lascia libera quella delle ciaspole su sentieri e percorsi tracciati. A parte la limitata validità temporale, costituisce un precedente inquietante e segna una linea di tendenza che vede concentrarsi sempre più veti e divieti su uno dei pochi sport invernali che garantiscono il distanziamento. Se non sono le zone arancioni e rosse a frenare lo skialp, potrebbero esserlo le ordinanze locali. E l’inverno 2020/21 potrebbe diventare una delle più grandi occasioni perse per la montagna italiana. Ecco perché abbiamo pensato di aggiornare quotidianamente questo articolo/dossier nel quale inserire notizie e novità sulla regolamentazione dello skialp in questo strano inverno che trovate a seguire, in ordine di attualità.
17 gennaio - anche in Valle d’Aosta scialpinismo senza Guida alpina
Dopo numerose proroghe, la nuova ordinanza firmata dal presidente della regione Erik Lavevaz consente, da oggi fino a fine mese, lo scialpinismo su tutto il territorio regionale senza l’accompagnamento delle Guide alpine. Per quanto attiene le attività sportive e motorie all’aperto, viene scritto in una nota della Regione, «è possibile svolgerle purché nel rispetto della distanza di sicurezza personale: tra le attività consentite figurano anche lo sci alpinismo e le ciaspolate».
16 gennaio - Soccorso alpino: sì allo sport in montagna, ma quest'anno prima la prudenza
«Scegliete un’altra montagna: meno rischiosa, ma non meno coinvolgente». È l’appello diramato dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), nel pieno della stagione invernale, condizionata da una sanità messa a dura prova. Il Soccorso Alpino, con un video-appello diffuso tramite i social e i media, quest’anno chiede a tutti gli appassionati di sport invernali una particolare prudenza. «Serve una grande responsabilità e scelte conseguenti – chiede Maurizio Dellantonio, il presidente nazionale del CNSAS – Ogni incidente in montagna aggrava la mole di lavoro per l’intera sanità, impegnata nel fronteggiare l’emergenza Covid-19: è per questo che lanciamo questo video per chiedere che gli sport a rischio in montagna siano per una volta messi in secondo piano nelle scelte degli appassionati. Le alternative non mancano e potrebbero essere occasione per scoprire attività, percorsi e località meno note». Negli anni passati le missioni di soccorso, per il CNSAS, erano state oltre 4mila per ogni inverno.
13 gennaio - la Valle d'Aosta valuta l'apertura delle piste di sci agli scialpinisti
«Nel momento in cui ci dovesse essere il divieto o l'impossibilità di apertura delle piste per l'attività di sci da discesa si sta ipotizzando di autorizzare lo scialpinismo, almeno su alcuni impianti» questo quanto ha dichiarato il presidente della Valle d'Aosta, Erik Lavevaz, all'ANSA. L'apertura potrebbe «dare una mano alle attività economiche che sono sulle piste, anche se lo scialpinismo non porta certo i flussi dello sci alpino» ha aggiunto il numero uno della regione. Qualche considerazione anche sullo skialp con obbligo di accompagnamento delle Guide alpine: «Su queste limitazioni faremo delle considerazioni nei prossimi giorni».
8 gennaio - una petizione contro le ordinanze della Valle d'Aosta
Su Change.org è stata pubblicata una petizione online per chiedere al Presidente della Regione Valle d'Aosta Erik Lavevaz di consentire la pratica dello scialpinismo anche senza Guida alpina. La petizione ha già superato le 700 firme, tra le quali, secondo quanto riportato da AostaSera, anche quella dell'ex vice-sindaca di Aosta Antonella Marcoz. «Si tratta di un provvedimento che, ferma la generale possibilità di svolgere sport e attività motorie, va a penalizzare espressamente un'attività che, tra le forme di frequentazione della montagna invernale, è certamente tra le più note ed identitarie. Le motivazioni sanitarie, per non gravare sul sistema ospedaliero, potrebbero essere comprensibili, ma ciò che è difficile spiegare è il fatto che la stessa attenzione non è stata rivolta ad altre attività, come ad esempio le escursioni con racchette, che si svolgono in ambiente innevato e che - certamente - sono soggette almeno agli stessi rischi» si legge nella petizione. Infine si chiede «di rimuovere, pur nel rispetto dei protocolli sanitari in essere, qualsiasi limitazione alla pratica dello scialpinismo in Valle d'Aosta, così come avviene per le altre attività invernali in montagna che non richiedono l'uso di impianti di risalita (es. sci di fondo e racchette da neve).»
7 gennaio - vittima del Covid anche la nuova località sciistica senza impianti del Colorado
Ne abbiamo parlato su Skialper 133 di dicembre-gennaio, in un ampio reportage. A dicembre, tra le montagne del Colorado, ha aperto Bluebird Backcountry, a tutti gli effetti un comprensorio sciistico, con noleggi, ristoranti e piste classificate secondo la difficoltà ma… senza impianti di risalita e battitura delle piste. In pratica un resort per avvicinarsi allo scialpinismo. E una panacea in tempo di Covid, con sole poche centinaia di skialper ammessi e distanziamento garantito. Ora arriva la notizia che proprio Bluebird non aprirà il prossimo fine settimana perché è stato riscontrato un caso di positività tra gli ospiti del resort nello scorso weekend. La policy prevede di avvisare tutti gli ospiti che possono essere entrati in contatto con il positivo, mettere in quarantena i dipendenti e sottoporli a tampone regolarmente. La riapertura è prevista il 14 gennaio. Agli ospiti che hanno prenotato per il prossimo fine settimana verrà proposto di spostare la loro sciata in un altro periodo, di ottenere un credito per acquistare uno dei servizi offerti da Bluebird, per esempio i corsi di scialpinismo, oppure il rimborso completo del costo dello skipass.
2 gennaio - risalita delle piste, in arrivo una nuova legge che potrebbe in parte risolvere il problema
Mentre si discute sui divieti di risalire le piste di sci chiuse (e di ridiscenderle), attività che, di fatto, in Italia risulta proibita in quanto i gestori dei comprensori sono responsabili della sicurezza anche quando i tracciati sono chiusi (e spesso si trasformano in cantieri, con mezzi battipista e i temibili verricelli tesi), una legge, oltre le tante polemiche, potrebbe risolvere velocemente il problema. Alla base dei divieti c’è soprattutto una questione di responsabilità. La legge, infatti, dice che chi gestisce i comprensori sciistici è responsabile per l’incolumità di chi transita sulle piste, indipendentemente da orari e apertura o chiusura delle stesse. Queste determina che l’eventuale apertura, per esempio notturna, comporta la presenza di personale di soccorso. Con l’atto del Governo sottoposto a parere parlamentare (che dovrebbe essere espresso entro metà gennaio) n. 229, si interverrà nuovamente in materia. L’articolo 22, al comma 4, prevede che «La risalita della pista con gli sci ai piedi e l’utilizzo delle racchette da neve, o con qualsiasi altro mezzo, sono normalmente vietati. Le risalite possono essere ammesse previa autorizzazione del gestore dell’area sciabile attrezzata e devono comunque avvenire mantenendosi il più possibile vicini alla palinatura che delimita la pista avendo cura di evitare rischi per la sicurezza degli sciatori e rispettando le prescrizioni di cui al presente decreto, nonché quelle adottate dal gestore dell’area sciabile attrezzata». Un intervento che da una parte rappresenta un’apertura, un passo importante verso il riconoscimento dello ‘scialpistismo’, però non modifica la disciplina della responsabilità, che all’articolo 9 ricade sui gestori e del servizio di soccorso, previsto dall’articolo 12. Probabilmente basterebbe prevedere delle esclusioni di responsabilità per la condotta e l’istituzione del servizio di soccorso fuori dai normali orari di apertua per permettere la transitabilità di alcuni tracciati in determinati giorni o orari, quando sulle piste non ci sono lavori. Sarebbe una soluzione non sgradita agli impiantisti, ma bisogna che qualcuno se ne faccia portavoce. Questo, naturalmente, non esclude la possibilità di aprire parti dei comprensori alla pratica dello scialpinismo garantendo invece un servizio di soccorso, come potrebbe per esempio avvenire in questi giorni di chiusura forzata, con o senza il pagamento di una quota. Però, con un atto semplice e veloce, si potrebbe porre fine normativamente a una responsabilità che spesso è alla base del problema.
2 gennaio -fino al 6 gennaio aperto per lo skialp parte del comprensorio di Bardonecchia
Colomion Spa ha comunicato che fino al prossimo 6 gennaio saranno aperti alcuni tracciati per la risalita e alcune discese per gli scialpinisti. Nel comprensorio dello Jafferau si potrà salire sulla pista Ripert dalle ore 9 alle 17 con partenza da Fregiusia e arrivo in prossimità della partenza seggiovia Ban, il rientro dovrà avvenire obbligatoriamente sulle piste Plateau e Primavera. Nel comprensorio del Melezet la salita dovrà avvenire lateralmente alla pista Guglia rossa (seguendo l’itinerario segnalato a partire da Melezet) per proseguire sulla pista Thabor, con discesa sulle piste segnalate, dalle ore 9 alle 17. Si raccomanda a tutti i fruitori dell’area sciabile di prestare sempre la massima attenzione lungo la risalita e soprattutto durante la discesa. La società precisa che: «L’itinerario intrattenuto e segnalato, potrebbe presentarsi non fresato dal passaggio dei mezzi battipista (sia per alcuni tratti che per la sua interezza) e, quindi, potrebbe presentare degli ostacoli come mucchi di neve o lastre di ghiaccio». Iper quanto riguarda sicurezza e soccorsi: «Chi praticherà lo sci alpinismo durante gli orari e nei tratti di pista concordati si assume ogni responsabilità sulla valutazione della condotta da tenere in salita e in discesa in funzione del manto nevoso, sollevando la Società Colomion S.p.A. e la A.S.D. Colomion S.r.l. da qualsiasi responsabilità civile e penale, anche oggettiva, in conseguenza di infortuni cagionati a sé o a terzi ed a malori verificatisi all’interno della suddetta area. Si ricorda, inoltre, che lungo gli itinerari le squadre di soccorso, essendoci gli impianti di risalita chiusi per disposizione DPCM del 03/12/2020 e 20/12/2020, potrebbero avvenire con tempi maggiori. Il numero da contattare in caso di incidente è il 112. I mezzi battipista entreranno in azione nelle piste sopracitate a partire dalle ore 17.15 del pomeriggio».
28 dicembre - dall'Aprica a Tignes, i comprensori si trasformano per gli scialpinisti
Non ci sono solo divieti nel Natale pandemico con gli impianti e le piste chiuse. Due esempi incoraggianti arrivano dall'Aprica, in provincia di Sondrio, e da Tignes, in Francia. Nella località valtellinese hanno deciso di aprire la pista con illuminazione notturna più lunga d'Europa (5,5 km) per sci e pelli. Il prossimo appuntamento è il 30 dicembre, dalle 17,15 alle 21 (5 euro - 50 euro lo stagionale). Si replica il 2 e 4 gennaio e poi dall'8 gennaio tutti i venerdì. In Francia, a Tignes, mega-comprensorio e paese nati dal nulla in funzione dello sci, la chiusura forzata degli impianti ha fatto decidere per la creazione di una quindicina di chilometri di percorsi sulle piste, da quota 2.000 a 2.700 metri.
24 dicembre - la lettera del presidente FISI Roda corregge in parte le indicazioni sugli allenamenti fornite dalla federazione con l'ultima nota
Con una lettera il presidente della FISI Roda torna sulla nota federale del 22 dicembre per interpretare in maniera meno restrittiva il decreto Natale:
«Preme anzitutto chiarire che la predetta nota federale del 22 dicembre u.s. (il cui contenuto era stato condiviso con il Consiglio Federale), non era volta a fornire l’interpretazione data dalla Federazione alle disposizioni dettate dal Decreto Legge 18 dicembre 2020 in materia di esercizio dell’attività sportivo-agonistica. In tale circostanza la Federazione si limitava invece a riportare, a beneficio di tutta la base associativa federale, le indicazioni che la Federazione medesima aveva mutuato dalle comunicazioni delle competenti istituzioni.
Peraltro, è stata poi pubblicata solamente nella serata di ieri, 22 dicembre, una nuova circolare del Ministero dell’Interno che, fornendo delle ulteriori interpretazioni circa il dettato normativo del D.L. 18 dicembre, sembra rivedere in senso più ampio la possibilità di proseguire nell’esercizio della attività sportivo-agonistiche anche nel periodo intercorrente tra il 24 dicembre 2020 ed il 6 gennaio 2021, fermo restando in tal caso il rispetto delle prescrizioni derivanti dal DPCM 3 dicembre 2020.
In particolare, detta circolare ministeriale, al quarto capoverso di pagina 3, espressamente stabilisce che: “Nel rinviare, pertanto, alle indicazioni già fornite con le precedenti circolari illustrative e di commento, si richiama quanto sottolineato in merito alla circostanza che sia le limitazioni alla mobilità previste per i territori in area arancione, sia quelle stabilite per i territori in area rossa non si riflettono sull’esercizio di attività non espressamente oggetto di restrizioni in forza di specifiche disposizioni».
A questo link è possibile consultare la nota del 3 dicembre citata da Roda nella lettera.
23 dicembre - scialpinismo e attività agonistica durante le vacanze, i chiarimenti della FISI
Con una nota del presidente la Federazione Italiana Sport Invernali ha interpretato l'ultimo decreto relativamente alle attività agonistiche dei suoi associati, con precisazioni soprattutto per le giornate nelle quali l'Italia sarà zona rossa. Nella pratica la federazione in questi giorni ritiene lecita solo l'attività sportiva e l'allenamento degli atleti delle squadre nazionali, anche se, all'interno del proprio comune, è consentita l'attività sportiva in forma individuale e all'aperto, che è però cosa diversa dall'allenamento di gruppo di un club, magari in un comune diverso da quello di residenza degli atleti. A seguire riportiamo le indicazioni della FISI:
1) nei giorni 24, 25, 26, 27 e 31 dicembre 2020 nonché nei giorni 1, 2, 3, 5 e 6 gennaio 2021 “Zona Rossa” può essere svolta: (i) attività sportiva in forma individuale e all'aperto; (ii) attività sportivo-agonistica, e relativi allenamenti, solamente da parte degli atleti di Squadra Nazionale per i quali lo svolgimento di tali attività sia di fatto assimilabile a motivo di lavoro;
2) nei giorni 28, 29, 30 dicembre 2020 e 4 gennaio 2021 “Zona Arancione”, in considerazione del fatto che da tale Decreto-Legge risultano consentiti gli spostamenti all'interno dei propri Comuni, è altresì consentito lo svolgimento dell'attività sportivo-agonistica, e delle relative attività di allenamento, da parte degli atleti di interesse nazionale (secondo la definizione data ai sensi della nota della Federazione di interpretazione del DPCM 3 dicembre 2020 e cioè gli atleti la cui attività sia finalizzata alla partecipazione ad allenamenti o manifestazioni di preminente interesse nazionale), solo all'interno del Comune o nel rispetto delle eccezioni previste nel Decreto-Legge summenzionato (ai sensi delle quali sono consentiti gli spostamenti dai Comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, quindi eventualmente anche in un’altra Regione, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia).
Per quanto concerne invece le attività sportivo-agonistiche (e relative sessioni di allenamento) svolte dal 21 al 23 dicembre 2020 ed a partire dal 7 gennaio 2021, fatte salve eventuali ulteriori disposizioni normative o regolamentari che nel frattempo dovessero essere emanate, si conferma la piena applicazione delle precedenti disposizioni (vedasi nota di interpretazione della Federazione al DPCM 3 dicembre 2020).
La federazione aveva individuato le categorie di riferimento per gli atleti di interessa nazionale in una precedente nota e specificato che «la qualifica di “atleta di interesse” da sola non è autorizzativa allo svolgimento dell’attività permessa da DPCM ma è subordinata alla partecipazione alle manifestazioni indicate nel sito CONI e approvate con delibera n. 371 del 17 novembre». La federazione precisa inoltre che « ogni decisione relativa all'effettiva partecipazione degli "atleti di interesse nazionale" alle manifestazioni agonistiche e agli allenamenti di cui sopra rimane subordinata alle opportune valutazioni e decisioni in merito da parte delle società, delle associazioni sportive e dei Gruppi Sportivi Militari Nazionali e di Stato di appartenenza». Nella pratica, per quanto riguarda lo scialpinismo, la prassi è quella di avere una convocazione scritta del proprio sci club o gruppo sportivo e di seguire un piano di allenamento di un allenatore federale.
22 dicembre - annullati i Campionati italiani
Doveva essere una prima assoluta, ma il decreto di Natale, interpretato dalla Federazione Italiana Sport Invernali, ha costretto gli organizzatori dello Sci club Brenta Team a fermarsi ai blocchi di partenza. I campionati italiani di scialpinismo, programmati per domenica 27, lunedì 28 e martedì 29 dicembre, nella nuova location di Andalo, grazie alla disponibilità del consorzio Paganella Ski, per il momento sono annullati.
Le restrizioni legate ai limiti di spostamento non consentono dunque il regolare svolgimento dell’evento che prevedeva l’assegnazione dei titoli tricolori sprint, staffetta e vertical race.
L’obiettivo è quello di recuperare l’appuntamento nei prossimi mesi, però toccherà alla commissione FISI di skialp decidere l’eventuale data disponibile in un calendario già ricco di appuntamenti. Dovremo aspettare il mese di gennaio per avere notizie certe in merito”.
Sia il consorzio Paganella Ski, sia lo sci club Brenta Team sono comunque pronti a rimettersi in gioco appena arriverà il semaforo verde.
21 dicembre - Decreto Natale e skialp, cosa si può fare?
Premesso che non è facile muoversi all'interno di norme e deroghe (e le FAQ del Ministero dell'Interno non chiariscono fino in fondo tutti i punti), che cosa prevedono le nuove norme in termini di attività sportiva? Fino al 23 dicembre compreso, essendo possibile spostarsi all'interno dei confini delle regioni classificate 'gialle', l'attività sportiva e motoria in questo territori è consentita tra le 5 e le 22 e rispettando le norme di buon senso di distanziamento e dispositivi di protezione personale. Non è consentito lo spostamento fuori regione per motivi turistici. Lo spostamento in auto di persone non conviventi è consentito nel numero massimo di due per fila di sedili posteriori e con mascherina. Nei giorni festivi e prefestivi, nei quali tutte le regioni diventeranno 'rosse', la norma diventa meno chiara (e la voce 'attività motoria o sportiva' delle FAQ non aiuta). Si deduce che lo scialpinismo rientri nella voce 'è consentito svolgere all’aperto e a livello individuale i relativi allenamenti e le attività individuate con il suddetto decreto del ministro dello sport del 13 ottobre 2020, nonché gli allenamenti per sport di squadra, che potranno svolgersi in forma individuale, all’aperto e nel rispetto del distanziamento'. Rimane però il divieto di uscire dal comune. Nella pratica, secondo quanto riportato da diversi organi di stampa, è consentito fare sport all’aperto senza mascherina e in forma individuale, mantenendo i 2 metri di distanza, ma senza uscire dal proprio comune di residenza o domicilio. L'attività motoria invece 'è consentita solo se è svolta individualmente e in prossimità della propria abitazione. È obbligatorio rispettare la distanza di almeno un metro da ogni altra persona e indossare dispositivi di protezione individuale. Sono sempre vietati gli assembramenti'. Nei giorni compresi tra il 24 dicembre e il 6 gennaio in cui le regioni saranno classificate arancioni, non ci sono grandi differenze perché è comunque vietato spostarsi dal proprio comune, con due differenze però: per l'attività motoria sparisce l'indicazione 'in prossimità della propria abitazione' e, se si abita in un comune con meno di 5.000 abitanti ci si può muovere nel raggio di 30 km, ma non verso un capoluogo di provincia. Si deduce dunque che lo scialpinismo in questo caso sia consentito rispettando la prescrizione della norma. Va inoltre ricordato che le regioni possono emettere ordinanze più restrittive, come nel caso della Valle d'Aosta, dove fino al 23 dicembre lo skialp è ammesso solo con Guida.
20 dicembre - Nuova ordinanza della Valle d'Aosta valida fino al 23 dicembre: sempre vietato lo skialp senza Guide
La Valle d'Aosta ha emanato una nuova ordinanza valida fino al 23 dicembre, quando entreranno in vigore le misure più stringenti a livello nazionale. «Rimangono sostanzialmente inalterate le disposizioni dell'ordinanza precedente, tra le quali il contestato obbligo di accompagnamento da parte di una guida alpina o di un maestro di sci per la pratica dello scialpinismo» scrive l'agenzia stampa ANSA.
18 dicembre - Scialpinismo sulle piste chiuse, il parere dell'avvocato
Ordinanze, divieti, comprensori sciistici chiusi, croce e delizia degli scialpinisti. Ma cosa dice la legge? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Flavio Saltarelli, già docente a diversi corsi federali di istruttori di scialpinismo e referente normativo della Commissione Gare della Fisky
Si possono risalire le piste chiuse?
«Dipende dal gestore, infatti la L. 363/2003 attribuisce ai gestori delle piste da sci e delle cosiddette aree sciabili il potere di regolamentarne l’uso e dunque se esistono specifici divieti anche a piste chiuse sono perfettamente legittimi. Poi ci si augura che il buon senso prevalga, e pertanto non si vieti la risalita nei momenti in cui le piste medesime non sono soggette a manutenzione. Nelle zone, invece, non occupate dalle piste, l’attività scialpinistica è completamente libera, salvo in Val d’Aosta dove è soggetta - per la recente e per me assai discutibile ordinanza n. 552 del 11 dicembre scorso - solo con l’accompagnamento, che definirei sarcasticamente ‘coattivo’, delle Guide. Fanno, a mio avviso, eccezione gli atleti di interesse nazionale in allenamento e coloro che praticano skialp all’interno dei comprensori, cioè sulle piste allo skialp dedicate quando saranno aperte (ad esempio a Cervinia, Champoluc e Gressoney). Questa ordinanza pare però, stante le norme richiamate e presupposte, essere valida solo nel periodo d’emergenza Covid 19. Dico ‘pare’ in quanto in materia legislativa questo periodo sarà certamente ricordato come un’epoca buia del diritto e conseguentemente i dubbi interpretativi fioccano sempre su ogni disposizione».
Oltre ai provvedimenti nazionali, le autorità locali possono vietare l’attività scialpinistica?
«Il nostro ordinamento attribuisce la facoltà alle autorità amministrative di emanare ordinanze contingibili ed urgenti che possono interdire o limitare certe libertà dei cittadini per finalità volte alla tutela dell’incolumità pubblica. Con tali provvedimenti possono, pertanto, interdire una zona soggetta alla loro autorità alla pratica scialpinistica purché sussistano i presupposti di legittimità previsti dalla legge:
- ricorrenza di situazioni di oggettivo e temporaneo pericolo per la privata e/o pubblica incolumità;
- impossibilità, data l’urgenza, di ricorrere ad altro mezzo giuridico.
Ciò significa che i sindaci, ad esempio, possono interdire un’area allo skialp in modo legittimo solo qualora vi sia un pericolo contingibile (cioè momentaneo e circoscritto) e che, per l’urgenza dell’intervento, non sia possibile ottenere in breve tempo un altro provvedimento normativo (ad es. legge regionale) da parte di un’autorità con potere legiferante generale. Da quanto appena detto - e le sentenze del Consiglio di Stato lo confermano pienamente - i sindaci, dunque, non possono vietare per tutta la stagione invernale l’attività scialpinistica in una determinata e generalizzata area comunale. Sarà, invece, legittimo un divieto sindacale per qualche giorno, stante una particolare situazione di pericolo momentanea e transitoria, magari in conseguenza di una forte nevicata o di un rilevante rialzo termico o, per stare all’attualità, l’esistenza di un focolaio Covid 19».
17 dicembre - A Courmayeur gite gratuite con le Guide per i residenti
Accompagnamento delle Guide sì, ma gratuito. È quello che propone, in risposta all'ordinanza della Regione Valle d'Aosta, la Compagnia delle Guide di Courmayeur ai residenti in Valdigne. Le giornate a scelta sono quelle di questa settimana, fino al 19 dicembre. Durante l'escursione si affronteranno anche i temi della tecnica scialpinistica, della gestione del rischio e dell'autosoccorso. Per le prenotazioni: 0165.842064.
17 dicembre - Si dimettono Pietro Giglio, presidente dell'Unione Valdostana Guide di Alta Montagna, e il vice Mario Ogliengo.
16 dicembre – ARTVA, pala e sonda anche per chi va con le ciaspole?
«Per praticare le attività escursionistiche in ambienti innevati, anche mediante le racchette da neve, sarà obbligatorio munirsi di ‘sistemi elettronici di segnalazione e ricerca (Artva), pala e sonda da neve omologati’. In assenza di tali strumenti di ricerca è prevista una sanzione pecuniaria da 100 euro a 150 euro.Questo è quanto emerge dal testo dell’articolo 24 dello schema di decreto legislativo (in attuazione della legge delega n. 86 del 2019 di riforma delle sport) sulla sicurezza nelle discipline sportive invernali (Atto n. 229), che il Governo ha trasmesso al Parlamento per il parere delle Commissioni Cultura». Lo scrive il sito de Lo Scarpone, che riporta un commento critico di Gian Paolo Boscariol, Responsabile della Delegazione romana della Presidenza nazionale del CAI.
14 dicembre – Valle d’Aosta, la posizione del Collegio Guide Alpine Lombardia
In un comunicato le Guide della Lombardia prendono le distanze daIl’ordinanza della Regione Valle d'Aosta:
Il Collegio Guide alpine Lombardia si fa portavoce della posizione di molti suoi iscritti in merito a limitazioni alla frequentazione della montagna che riguardino gli amatori non accompagnati da professionisti. Il caso scatenante è probabilmente noto a molti, quello sollevato dall’ordinanza valdostana dell’11/12/2020, che stabilisce che è possibile praticare lo sci alpinismo anche nei comuni vicini a quello di residenza ma solo con l’accompagnamento di Guida alpina, in questa fase in cui la Valle d’Aosta è arancione.
L’ordinanza non ci tocca direttamente come Collegio lombardo, in quanto la nostra regione non ha mai emanato provvedimenti di questo tipo, e anzi le Guide alpine lombarde non hanno avuto libertà maggiori delle altre persone in questi mesi di lockdown totali o parziali.
Tuttavia nell’ordinanza valdostana è contenuto un principio che non ci appartiene, molti nostri iscritti ci hanno chiesto di intervenire poiché non hanno condiviso il provvedimento, giudicato invece grave quanto inopportuno, con conseguenze ideologiche che travalicano i limiti regionali.
Vogliamo allora sottolineare che:
– La montagna è un luogo libero, in cui nessuno ha più diritto di un altro di stare.
– Partecipare ad uscite o corsi tenuti dai professionisti della montagna deve rimanere una scelta e non un obbligo.
– Le Guide alpine, tra gli altri compiti, hanno quello di formare le persone che accompagnano per essere consapevoli e riconoscere i pericoli, e, anche se grazie alle competenze che abbiamo riusciamo ad avvicinarci molto, il rischio zero non esiste, per il semplice e splendido fatto che tutte le nostre attività sono svolte in un ambiente naturale non controllato e gestito.
13 dicembre – Il Club Alpino Accademico prende una dura posizione contro il provvedimento della Regione Valle d’Aosta.
Lo fa con un articolo pubblicato sul sito clubalpinoaccademico.it dall’inequivocabile titolo: L'INACCETTABILE PROVVEDIMENTO LIBERTICIDA DELLA REGIONE VALLE D’AOSTA SULLO SCIALPINISMO
«Se la finalità è quella di limitare le potenziali necessità di interventi di soccorso e sanitari in questo momento delicato, la decisione appare incomprensibile sulla base dei dati statistici: le valanghe, anche di recente e anche proprio in Vda, hanno colpito sia praticanti privati sia gruppi accompagnati da professionisti – si legge - Se viceversa la finalità, comunque non dichiarata, è quella di supportare una categoria professionale che sicuramente soffre disagi in questa situazione, la decisione appare arbitraria, discriminatoria e persino autolesionista in prospettiva futura. Possiamo infatti immaginare che anche una volta riaperta la Regione i turisti, nel dubbio o per presa di posizione, possano indirizzarsi a zone diverse, dove la libertà di movimento in montagna non ha subito queste limitazioni». L’articolo chiama poi a una presa di responsabilità del mondo della montagna: «Il rischio si limita con politiche che promuovano attivamente la conoscenza, la cultura, la formazione e l’autoresponsabilità, riassegnando ai singoli la responsabilità delle loro scelte e l’assunzione delle conseguenze che ne derivano.
Questo non toglie, naturalmente, che i singoli comportamenti dettati da colpevole incoscienza o incapacità, da chiunque posti in essere, possano, e anzi debbano, essere sanzionati sotto tutti i profili. Solo l’opposizione attiva, dura e senza sconti dell’intero mondo alpinistico a questo pericolosissimo precedente di limitazione arbitraria alla libertà delle persone potrà garantire per il futuro il mantenimento di quella libertà di accesso alla montagna che è presupposto non negoziabile di ogni esperienza alpinistica».
13 dicembre – Il CAI contro l’ordinanza della Regione Valle d’Aosta
Il Club Alpino Italiano prende posizione contro l’ordinanza regionale valdostana con un comunicato stampa:
Proprio nel momento in cui, causa il fermo degli impianti di sci, si apre la possibilità di promuovere attività alternative, ben distribuite nel territorio e tali da evitare assembramenti di sorta, non invasive e supportate solo dalla neve vera, quella che non richiede cannoni e drenaggi di immani quantità d’acqua, in Valle d’Aosta ci si confronta con l’ordinanza 552 dell’11 dicembre del Presidente della Regione.
Si tratta di un provvedimento che, pur di breve durata (ma potrebbe essere reiterato!) e ferma la generale possibilità di svolgere sport e attività motorie, va a penalizzare espressamente lo scialpinismo, che tra le forme di frequentazione della montagna invernale è certamente tra le più note ed identitarie, limitandone l’esercizio solo "con l’accompagnamento di guida alpina o maestro di sci", così vietandolo anche ai valligiani di comprovata capacità ed esperienza, e sono i più, che di essere accompagnati non necessitano affatto.
«A nostro avviso - osserva il Presidente generale del Club alpino italiano Vincenzo Torti - pur rispettandosi le intuibili motivazioni sottese a provvedimenti a tutela della salute pubblica, non si riesce assolutamente a cogliere qualsiasi ragionevolezza nel criterio discriminatorio adottato, peraltro di dubbia utilità per gli stessi professionisti che, notoriamente, non è nell’ambito territoriale che attingono la loro clientela».
«Del resto - prosegue Torti - lungi dal sentirsi favorite da questa scelta, non poche Guide alpine e non solo valdostane hanno espresso disagio e disappunto per questo provvedimento che desta un diffuso allarme per quanto potrebbe comportare in tema di libertà di accesso alla montagna».
Da qui «l’auspicio che questa scelta, che si confida venga contenuta nell’attuale previsione temporale, non venga reiterata negli stessi termini: se si teme che un eventuale incidente possa avere ripercussioni su una sanità sottoposta a stress, non è discriminando tra i potenziali frequentatori che si ottiene il risultato di escluderne l’eventualità».
Lettera da Valdez
Saluti dall’Alaska. Sono Gabriella, marinaia e freerider di 26 anni e vivo sulla mia barca a vela di 25 piedi nel posto più magico del mondo. È una vivace giornata di settembre, la neve ha già imbiancato le cime più alte e stiamo perdendo quasi sei minuti di luce al giorno. L’inverno si avvicina. È stato proprio l’inverno ad attirarmi qui. Sono arrivata nel febbraio del 2018 per un lavoro di tre mesi in una compagnia di heliski. Nei primi tre giorni non sono nemmeno riuscita a vedere le montagne da quanto nevicava. Ma quando finalmente le nuvole si sono aperte e il sole ha illuminato questa piccola città dell’Alaska alla fine della strada, ho capito che avevo trovato casa. Casa e abitazione sono due cose diverse e l’abitazione è arrivata in forma fluttuante. Il vecchio e logoro veliero di nome Whisper è entrato nella mia vita grazie a un meccanico dai capelli unti e dal cuore gentile. Mi ha offerto la nave come rifugio temporaneo e ho finito per viverci per un anno e mezzo. La semplicità, l’intimità, la magia racchiusa tra le pareti di vetroresina che custodiscono le storie di una manciata di altre anime che avevano occupato quello spazio galleggiante prima di me mi hanno attirato e hanno cambiato la mia vita. Sentendomi per metà sicura della scelta, per l’altra metà pazza, ho comprato la mia barca a vela, più funzionale, lo scorso settembre. Si chiama Zephyr ed è da qui che ho la grande fortuna di scrivere.
Mi considero una delle persone più felici al mondo e quando la pandemia ha fatto precipitare la Terra nel caos e nell’isolamento allo stesso tempo, mi sono ritrovata rintanata nel mio accogliente santuario di barche nella grande terra della distanza sociale. Ero nel comprensorio sciistico di Alyeska quando il Covid ha iniziato a diffondersi negli Stati Uniti. La funivia è passata dalla mezza capienza in una giornata di powder alla chiusura. Le immagini degli americani che facevano provviste per la toilette riempivano il mio news feed e la tensione mista a panico e preoccupazione riempiva l’aria fredda di montagna. Era ora di fare scorta di provviste (entro i limiti del ragionevole) e tornare a casa. E poi le cose si sono messe male. Un nuovo virus in un mondo moderno ha fatto sì che tutti noi potessimo vedere, in tempo reale, il caos che si abbatteva sui nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo. Rannicchiata da sola nella mia barchetta ho guardato con orrore i filmati degli ospedali italiani sovraffollati e ho sentito nel cuore l’angoscia e l’umanità dei concerti e degli applausi che ogni giorno, dai balconi, riempivano le strade. Sapevo che era solo questione di tempo perché il vostro dolore fosse il nostro dolore e mi sono preparata al peggio.
Sono abituata a stare da sola. Mi considero un membro abbastanza indipendente della specie umana, so apprezzare la solitudine, ma ho anche fiducia nella comunità. Improvvisamente mi sono ritrovata a vivere in solitudine non solo per scelta, ma anche perché costretta. Tutto a un tratto ho provato il terrore puro e il vero senso della solitudine, ma anche quello della libertà e della liberazione. Ero pre occupata per la mia famiglia, a più di 4.000 miglia di distanza, e pensavo a quando li avrei rivisti. Avevo paura per i miei amici e vicini più anziani e per quelli che lavorano nella sanità. Ho lasciato che le onde del dolore e dell’incertezza si infrangessero. Mi sono seduta immobile. E poi ho capito che il mondo non si aspettava più nulla da me. Non aveva bisogno che io fossi da nessuna parte. Ero libera. Beh, più o meno. Come conduttrice delle news della radio pubblica locale ero considerata una lavoratrice essenziale e dovevo comunque andare a lavorare. Una vera fortuna in un momento di collasso economico. Così mi sveglio ancora oggi, come allora, alle cinque e mezza del mattino e passo le prime ore a guardare il telegiornale. Dalle storie internazionali alle leggi locali, tutto è cambiato in modo così rapido e drammatico che è stato abbastanza travolgente.
Il conteggio dei morti e dei danni economici sono diventati la triste normalità. Ma era bello continuare a parlare con la comunità, con i vicini, con gli amici, con gli estranei di quelle 48.000 miglia quadrate raggiunte dalle frequenze radio quando eravamo tutti bloccati a casa. Separati, ma collegati attraverso l’etere. E una volta lasciato lo studio alla fine delle mie trasmissioni quotidiane, mi sono disconnessa. Nella maggior parte degli Stati Uniti chiudevano i sentieri, le spiagge e i parchi. In Alaska non si può chiudere la natura. È tutto ciò che abbiamo. Uscivo dal lavoro e, quasi tutti i giorni, saltavo sugli sci e mi allontanavo dal resto del mondo per qualche ora. Credo che la maggior parte della mia sofferenza, e della mia felicità, sia tutta nella mente. Così mi sono allenata a lungo a ridisegnare la psiche per vedere la sfida e le avversità come opportunità di apprendimento, crescita e forza. Tutti i miei piani di viaggio primaverili ed estivi sono andati in fumo. I progetti di lavoro sono stati cancellati. Il mio principale lavoro estivo è svanito. Mi sono lasciata andare alla tristezza e alla confusione, ho raggiunto l’accettazione, poi ho ridisegnato la mia mentalità. Ho preso una gomma per cancellare tutte le riunioni, le corse in aereo e le scadenze che avrebbero ingombrato il calendario, ho lasciato la lavagna bianca e mi sono resa conto dell’opportunità che avevo: l’estate della libertà.
È stata la migliore opportunità per diventare più intima possibile con il mio palcoscenico, il territorio vasto e magico delle Chugach Mountains e del Prince William Sound. Ho continuato a lavorare alla radio per tutta l’estate, per garantirmi un reddito e un senso di normalità. Ma il resto del tempo l’ho passato nella mia piccola casa in barca, navigando verso Nord e facendomi strada attraverso le acque, sulle spiagge e sulle montagne del grande giardino dell’Alaska. Senza la possibilità e la pressione per essere altrove, se non qui, ho avuto modo di conoscerla e apprezzarla in un senso molto più profondo, più intimo. Ho assaporato la libertà e l’euforia di muovermi con il vento attraverso il fiordo, gettando l’ancora in calette e baie circondate dalla saggezza della natura, fatta di vecchie foreste e una varietà incredibile di animali che le abitano. Mi crogiolavo al sole, mi inzuppavo nella pioggia e mi tuffavo nell’acqua fredda e limpida. Poi puntavo la casa verso il porto, attraccavo e tornavo al lavoro per riconnettermi con il mondo attraverso la stazione radio.
Credo che tutti noi dobbiamo giocare le carte che ci vengono date al meglio delle nostre capacità. Ogni singolo giorno mi sveglio piena di gratitudine per la salute, per il lavoro, per la casa in barca, per l’opportunità di vivere all’aperto quando la maggior parte delle persone sono costrette a vivere dentro. Penso che la vita sia abbracciare la sofferenza, alleviarla al meglio delle nostre possibilità e poi vivere la gioia con altrettanto entusiasmo. Penso che la vita sia come camminare su un filo, in equilibrio tra la nostra famiglia umana e noi stessi, che sia prendersi cura l’uno dell’altro al meglio delle proprie capacità, per poi lasciarsi il tempo per curare anche noi stessi, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro vascello. Mentre l’estate volge al termine e si sente la nostalgia dell’autunno, voglio abbracciare di nuovo la mia famiglia. Mi manca viaggiare, mi mancano le città. Ho voglia di piste da ballo affollate, musei e funivie piene nei giorni di powder. Lo farò cercando di andare oltre quell’innato stato di malcontento umano. Continuerò a crogiolarmi nel mio giardino, ad amare la mia famiglia dell’Alaska e la mia piccola barca fino a quando non saremo tutti un po’ più guariti.
Ora, se volete scusarmi, c’è il sole. E c’è una brezza da sfruttare.
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Lettera dal Gennargentu
Sono nato ai piedi delle Alpi e all’età di quattro anni mi sono stati regalati i miei primi sci. Le nevi di Bardonecchia e di Sestriere sono state la mia prima scuola sinché, verso i 12 anni, non ho sentito il richiamo delle nevi non tracciate. Mio padre, che pure mi aveva iniziato a ogni forma di frequentazione della montagna, non era uno sciatore. Comprendeva tuttavia che non mi sarei accontentato di andare a sciare sugli impianti, per cui mi iscrisse a un corso di scialpinismo del CAI UGET. I primi anni furono terribili, lo scialpinismo mi sembrava una disciplina veramente disumana. Non ero allenato e, sciisticamente parlando, avevo una tecnica assai approssimativa. A ogni gita mi sembrava di andare in guerra ma, gradatamente, le mie gambe divennero più resistenti e imparai, come si faceva un tempo, a cavarmela in ogni situazione. Dopo la morte di mio padre lasciai il CAI e mi unii a un altro gruppo di amici che mi iniziarono a uno scialpinismo più ambizioso. Negli anni precedenti alla mia conversione all’arrampicata, parlo quindi della fine degli anni ‘70, divenni uno scialpinista maniacale. Mettevo gli sci a novembre per toglierli a fine giugno. Cominciai a fare qualche discesa di sci ripido e iniziai anche ad andare da solo, la montagna solitaria è sempre stata una mia grande vocazione. Anche quando ho iniziato ad arrampicare, da appassionato scialpinista - potrei anche dire ex - non ho mai rinunciato alle mie quattro/cinque gite l’anno. In buona parte da solo, o con la mia fidanzata conosciuta in Sardegna, che avevo naturalmente iniziato subito allo scialpinismo, come fosse ovvio che questa attitudine dovesse far parte della sua dote. Ma quando mi trasferii definitivamente sull’isola, la rinuncia alla neve fu dura da digerire.
Mi accorsi presto che nel centro dell’isola c’era un mottarozzo che rispondeva al nome di Gennargentu. La mia attitudine per la geografia, e in particolare l’altimetria delle montagne, mi permise di ricordare subito, senza andare a rispolverare il sussidiario, che si trattava di una montagna alta 1.834 metri. In quegli anni, era il 1986, in inverno nevicava ancora abbondantemente e avevo notato che i versanti settentrionali che davano verso Fonni rimanevano a lungo innevati. La cosa più ovvia fu quindi tentare una salita in scialpinismo da questo lato. Una strada si avvicinava alla vetta del Bruncu Spina e permetteva di arrivare a circa 1.400 metri, quota che avrebbe garantito un minimo di fondo. A questo punto occorre fare una premessa: mentre sulle Alpi si cerca di combinare una salita nei giorni seguenti la nevicata, a queste latitudini, forse per paura che la neve si sciolga prima di averla toccata, si parte durante la nevicata stessa. Questo costringe già a tragicomici avvicinamenti in auto, su strade ovviamente non spazzate (in Sardegna si mormora di un fantomatico maialetto delle nevi che ripulisce le strade dopo la nevicata, ma noi non lo abbiamo mai visto!). Dunque, tornando alla prima volta, riuscii a coinvolgere la mia fidanzata, sì e no tre gite all’attivo, e niente meno che il primo alpinista sardo, che non so quante volte avesse messo gli sci, ma comunque li possedeva.

Si aggregò inoltre la fidanzata di lui, che gli sci li aveva comprati per l’occasione. L’improbabile doppia coppia si avviò quindi sui pendii spazzati dalla tormenta su un terreno che invero assomigliava più a un falsopiano. Dopo circa un’ora e mezza eravamo già in vetta. A stento nella bufera riuscimmo a levare le pelli e nella nebbia cominciammo a scendere lungo il versante settentrionale del Bruncu Spina, che ci sembrava l’unico che potesse garantire un minimo scivolamento sui venti centimetri di neve che avevamo a disposizione. L’alpinista sardo mi seguiva impavido mentre le due donne cercavano di scendere limitando i danni: sicuramente si stavano divertendo moltissimo e a casa avremmo fatto i conti… A un certo punto una delle due perse uno sci che mi passò a fianco come un missile. A quel tempo si usavano ancora i laccetti, ma probabilmente si era dimenticata di chiuderli. Fatto sta che da quel momento iniziò un calvario. Tornammo in primavera a cercare lo sci disperso, ma non fu mai ritrovato. Alcune leggende narrano che sia sotto sequestro in qualche ovile della zona, appeso come trofeo proprio sopra il caminetto. Gli anni seguenti ritornai varie volte da solo (non volevo più far ulteriori danni a terzi), provando a salire da vari versanti sulla stessa cima. Ricordo una salita al Bruncu Spina da Nord dove, prima di raggiungere un pendio degno di questo nome, dovetti combattere per un’ora su un sentiero a ostacoli costituiti da filo spinato e muretti a secco. Alla base del pendio mi misi la cuffia, attaccai l’iPod con un pezzo di potente jazz rock, e mi sparai i 500 metri per cui ero venuto, tutti d’un fiato. Mi ero finalmente sfogato, ma sulla discesa meglio calare un pietoso velo. Gli anni seguenti provai dal versante opposto, Desulo.
Sulla cartina una strada penetrava nella valle sotto Punta La Marmora e provai a farla in auto. A quei tempi possedevo una Tipo, che quel giorno quasi scomparve, inghiottita in un mare di fango. Non ero sicuro di riuscire a ritornare, ma mi incamminai lo stesso. La neve sembrava essersi sciolta tutta nelle due ore precedenti e camminavo con gli sci in spalla in direzione dell’unico pendio innevato. Ricordo però un ambiente solitario di grande bellezza con branchi di mufloni che mi passavano a fianco, rapaci che volteggiavano nel cielo. Verso le 11 ero all’attacco del pendio di Su Sciusciu, che in sardo vuol dire la pietraia. I 20 centimetri di neve rimasti erano ormai una pappa bianca e la discesa fu un disastro. Buttai gli sci, ma miracolosamente riuscii a riguadagnare la strada asfaltata, sciando con la Tipo nel fango. L’ultima volta non fu migliore. Ma fu davvero l’ultima, chi vi sta narrando ormai ha smesso e può accontentarsi di ammirare da lontano il Gennargentu imbiancato di neve. Non rimaneva che provare dal versante di Correboi, che ancora non conoscevo. La neve era poca, come al solito e al contrario da quanto dichiarato dall’Unione Sarda, e raggiunsi una curva della strada che più si avvicinava alla cresta Est del Bruncu Spina. Mi cambiai di nascosto (non avrei mai potuto entrare in un bar della Sardegna vestito da sci) e incominciai a camminare nel bosco fittissimo e intricato. Avevo sottovalutato la distanza e anche la pendenza, insomma era l’ennesima gita completamente insciabile che mi ero regalato. Raggiunta la cresta, a 1.500 metri, ne avevo abbastanza. Ci saranno stati 5 centimetri di neve e avevo oltrepassato 45 muretti di pietre con filo spinato; non ci crederete ma li avevo contati. In discesa mi si ruppe il vecchio scarpone come fosse un uovo di cioccolato (del resto l’attrezzatura buona l’avevo lasciata a Torino) e cercai di scendere alla meglio nella macchia mediterranea, mirando alla macchina. A un certo punto un cinghiale mi si parò davanti agli sci. Rimasi un attimo interdetto, ero sempre armato di bastoncini, avrei reso cara la pelle. Per fortuna con uno scatto si infilò nel bosco: provai a inseguirlo, a quel punto speravo in un ingresso in paese da eroe. Ma sapeva sciare meglio di me e lo persi…
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Lettera da Sauris
Sono arrivata quassù forse per destino. Avevo un paio di ore di buco per un’intervista saltata durante una trasferta a Sauris e la voglia di scoprire quella frazione che non avevo mai visto. Era un’occasione da sfruttare anche perché nella valle del Lumiei, dove la Carnia si spinge verso il Cadore, bisogna venirci apposta. Era inizio marzo, c’erano il sole e la neve. Sono salita a Lateis senza davvero sapere cosa aspettarmi. Ho trovato un silenzio tangibile, una cinquantina di case con in mezzo una chiesetta e, intorno, una natura potente. I prati, chiusi da boschi di faggio e di abeti, e poi le montagne, più rocciose e potenti a Sud, più morbide verso Nord. Arrivata in cima, alla borgata Ameikelan, ho notato uno stavolo, una vecchia stalla con il suo fienile, in posizione strategica: non solo davanti al Tinisa, la montagna che protegge Lateis, ma affacciato sul Bivera. Il Bivera si distingue dalle altre Alpi Carniche per la forma svettante, per il tratto di cengia orientale rossa di ammoniti.
In sintesi, per la sua bellezza. Da quello stavolo, la vista sul Bivera era indubbiamente perfetta. Sono passati quattro anni e il Bivera ora lo ammiro praticamente da ogni finestra di casa, dallo stavolo scoperto in quella luminosa giornata di marzo. Al mattino, quando sollevo gli oscuranti dell’abbaino, mi dà il buon giorno. Spesso esco ad ammirarlo la sera, al buio: non c’è inquinamento luminoso e nelle giornate di luna piena, con la neve, il manto bianco riflette la luce del cielo. Lo vedo dal salotto, quando lavoro e cerco ispirazione. Anche quando mangio ci scrutiamo. Occhi negli occhi. Lui ed io. È la vetta più famosa della zona, ma non certo l’unica. E si risale con gli sci. Da Casera Razzo, volendo fare le cose facili, si segue la forestale per Casera Mediana, riscaldandosi con calma, girando poi verso Chiansaveit, quindi su per il vallone tra Bivera e Clapsavon. Puntando prima alla forcella e poi alla spalla Sud della montagna. È una classica primaverile. In cima il panorama è fantastico: il Lago di Sauris, le Dolomiti, la Marmolada, ma anche i Tauri e il Grossglockner, se la giornata è limpida. E la discesa è bella ampia, super divertente. Si scia anche sin sulla cima, piatta, del Clapsavon: si spinge sempre da Razzo a Chiansaveit e poi, lasciata la casera sulla sinistra, si inizia a salire, verso la sella alla sinistra della vetta. Per entrambi si può partire sci ai piedi anche da Sauris, aggiungendo metri di dislivello, anche perché la strada che collega Sauris di Sopra alla Sella di Razzo in inverno è chiusa. Oppure si possono scegliere varianti più impegnative, discese più ripide.

Di sciate, qui, se ne fanno parecchie. Anche perché si parte dai paesi già a una buona quota: 1.240 metri per Lateis, 1.212 per Sauris di Sotto, 1.398 per Sauris di Sopra. Il distanziamento fisico è garantito: gli abitanti sono meno di 400, c’è turismo, sì, ma non è certo opprimente. Puoi salire e scendere senza incontrare nessuno. Il problema, spesso, è che ti tocca batter traccia. Però si scende su un manto intonso. Il bello di questa zona è che puoi guardarti intorno, scegliere una cima e provare a salirla. Soprattutto sul versante delle malghe, quello che si spinge verso la Val Pesarina, ci sono per lo più gite facili, mai troppo ripide, mai troppo lunghe. Torondon, Novarza, Gerona, Pieltinis, Morgenlait, Olbe. Ma non solo. Dall’altra parte, verso il passo Pura, Nauleni, Colmaier, Cavallo di Cervia, Tinisa per i più bravi. Più avanti, verso il Veneto, ci sono Bivera e Clapsavon, ma anche Col Marende, Col Sarende e poi i Brentoni. Punti una vetta, attendi le condizioni giuste e provi a salire, con un mix di fantasia e testardaggine se è un itinerario nuovo o inusuale. Partendo da casa a piedi o con gli sci. Se manca la neve, e le distanze sono lunghe, magari in bici. Qui a Sauris i maestri di questo sport green e di totale immersione nella natura sono Francesca Domini e Marco Stefanuto. Salgono a Sella di Razzo in bicicletta, partendo da casa, lungo il lago. Non vogliono portarsi dietro troppo peso, pedalano con gli scarponi da sci ai piedi. Sono 16 chilometri, tutti di salita, circa 700 metri di dislivello. Se la meta è la zona di Passo Pura, quindi oltre la diga del lago, verso Ampezzo, si pedala ancora. «Oltre il coronamento della diga e il tunnel, sino alla quota neve» spiega Francesca. «Ma si può passare di là anche con il kayak. E sino a qualche anno fa, quando faceva più freddo, sfruttavamo il lago ghiacciaio, per camminarci sopra» aggiunge. Così una gita di scialpinismo, a due passi da casa, diventa una vera esperienza, quasi un’avventura. Francesca ci si è abituata da ragazzina, vivendo la natura. Poi per la laurea, in scienze forestali, ha cercato e frequentato le arene di canto dei galli cedroni, zone di corteggiamento segretissime. Rimanendo in appostamento, nascosta nel bosco, in attesa delle parate, dei richiami, dei combattimenti che precedono gli accoppiamenti. Immergersi nel bosco non le fa certo paura. Gestiscono un’azienda agricola, Bianco Sauris, che crea formaggi di capra. Lo fanno da una decina d’anni, con una passione immensa: per l’ambiente, le capre, la vita rustica, sincera, in natura. Si sono sposati nel maggio del 2011 quasi in sella al Bivera. «Partimmo con il buio da casa, noi due con don Piller, il parroco sciatore di Sauris, e il suo cane, Fox. Era sereno, poi arrivarono la pioggia, la grandine, quindi la neve, il vento. A 50 metri dalla croce di vetta dovemmo rinunciare. Ci scambiammo le fedi e poi via, una meravigliosa discesa nella polvere» ricorda Francesca. Il viaggio di nozze fu una corsa sino alla Lesachtal, la vallata carinziana da cui arrivarono, nel medioevo, i saurani. Circa 60 chilometri su e giù tra monti e vallate.
La loro vita è scandita dalle esigenze delle capre Nere di Verzasca. Animali vivaci, resistenti al freddo, amanti della vita in alta quota. Ce ne sono ancora poche e resistono. Come Francesca, come Marco, come Selva, il loro cane: forse per questo le hanno volute con loro. «È un lavoro impegnativo e coinvolgente, ma puoi trovare i tuoi tempi. Anche se ci sono i capretti piccoli, tra gennaio e febbraio, quelle tre o quattro ore per una sciata, tra una poppata e l’altra, si trovano» spiega Marco sorridendo. Francesca ha imparato a sciare da ragazzina, seguendo Sergio, «il suo secondo papà», quando andava sulle creste, sopra le malghe, a controllare il livello della neve per l’Enel, che gestiva la diga del lago di Sauris. Usava sci militari, lunghi e pesanti. Soprattutto per una piccolina come lei, che nei periodi di magra, quando è più stanca, non arriva neanche a 40 chili. Marco, nato e cresciuto a Portogruaro, in pianura, qui ci è arrivato dopo. «Ho imparato a fare scialpinismo con gli amici di Timau, di Malga Pramosio, andavamo spesso sui Tauri» racconta. Entrati entrambi nel Soccorso Alpino, sezione di Forni di Sopra, ne sono usciti qualche anno fa. Perché l’impegno con le capre li fagocita. Non possono allontanarsi per le esercitazioni, pensando magari di star fuori più giorni. E ovviamente neanche pensare a vacanze, a viaggi su altre montagne. Ma a loro non pesa. Anzi. «Abbiamo scelto ciò che facciamo e lo amiamo. Ci mettiamo tempo, impegno, entusiasmo perché ci crediamo. Intorno abbiamo montagne che in pochi conoscono, dove possiamo ancora scoprire un versante per noi inesplorato, una discesa che non avevamo considerato» spiega Marco. C’è il vantaggio indubbio di essere dei local. Conosci i pendii pericolosi, sai dove scarica, sai quando la neve si trasforma e se c’è già fondo e inizia a nevicare ti cambi e sei pronto per partire. In genere non trovi i pendii solcati, affollamento. E in tempi di Covid-19 è semplicemente perfetto.
Marco mi porge Let my people go surfing, il libro che racconta la filosofia di Yvon Chouinard, il fondatore del brand Patagonia. «Amare i luoghi incontaminati significa partecipare alla lotta per salvarli, impegnandosi per ridurre l’impatto ambientale. Senza sprecare, limitando il consumo» commenta. Sembra scritto per loro. Vivono in modo semplice, consapevoli e contenti di farlo. Per questo sono arrivati a Sauris, dieci anni fa. Francesca ci era cresciuta, sì, poi con la scuola e il lavoro se ne era allontanata. «Volevamo proteggere la montagna. Chi la protegge è chi ci lavora amandola, chi la gestisce» mi spiega. Lo scialpinismo, la neve, sono una passione, ma il loro progetto è più ambizioso, immensamente più impegnativo: essere montanari moderni, numi tutelari del territorio. Aiutare la montagna, almeno la loro montagna, a rimanere se stessa.
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