The Big Up & Down di Combloux
Kilianometre, la Belle Montée, Le Big Nak d'Enak e Village Test
Tra Chamonix e Megève in Alta Savoia, nel bellissimo ambiente naturale di Combloux, siamo a metà di un gran bel week end di ski de randonnèe. Tutte le forme dello sci alpinismo in un solo evento: the Big Up & Down.
PROVALE TUTTE - Vuoi misurarti con Kilian Jornet il sabato? Salire sotto le stelle con Cédric Pugin la stessa sera? Picchiare freeski duro domenica con Enak Gavaggio? E per tutto il week end provare le novità Dynafit, Salomon, Fischer, Black Crows, G3, Zag, Bergans, Mammut, Millet, Scarpa, Hagan, ATK Race e altri ancora?
KILIANOMETRE A KILIAN - Siamo stati invitati a partecipare a questa formula che si sta rivelando un grande successo, perdipiù baciato dal meteo che ha concesso una giornata di sole dopo tre giorni di nevicata continua. A terra c'è un metro e mezzo di powder leggerissima, e sulle piste, sui sentieri, sulle strade forestali, nei boschi e nei prati di Combloux si aggirano centinaia di randonneurs - escursionisti - tutti con le pelli sotto gli sci. Sabato mattina hanno avuto la sorpresa di assistere a una gara vertical (poco vertical e molto flat), e addirittura di poter gareggiare con Kilian (indovinate chi ha vinto?). Presenti al vertical sci tra i 64 e i 130 mm al centro, nonchè tutine&carbonio vs camicie a quadri e telemark.
Verso sera la guida locale Cedric Pugin ha tracciato una bellissima salita tra i suoi boschi stracarichi di neve.
Domenica mattina competizione enduro col noto freeskier Enak Gavaggio ( e di nuovo ci sarà anche Kilian, in amicizia con i brillanti organizzatori) e non saranno solo linee nei boschi in due metri di neve (sta nevicando di nuovo).
Al Village ci siamo tolti qualche curiosità, portandoci avanti col lavoro sugli sci nei boschi appena sopra.
COMUNQUE VADA, SARA' UN SUCCESSO - È già un successo per impostazione e metodo. Atmosfera easy, tutti partecipano a tutto, un incontro a tema per i media, musica dal vivo, après-ski con vino caldo, il giusto mix di organizzazione e libertà. Era ora di incrociare sulla neve tanti sci diversi.
Su Skialper ne parleremo ancora.
Nico Valsesia: e' record sull'Aconcagua
22 ore e 41’ dal livello del mare alla cima
Solo 22 ore e 41’ per percorrere - in bicicletta e a piedi - il maggior dislivello positivo del mondo: dal livello del mare alla cima dell’Aconcagua a 6963 metri.
Con una partenza anticipata rispetto al programma per approfittare di una' finestra' di meteo eccezionalmente favorevole sabato 24 gennaio, alle 15.41, Nico Valsesia ha raggiunto la vetta dell’Aconcagua, a 6963 metri, dopo essere partito 22 ore e 41’ prima dalla spiaggia di Las Ventanas, nei pressi di Vina del Mar, in Cile, stabilendo così il record mondiale per il massimo dislivello positivo.
Seppure non nuovo a imprese estreme di ogni tipo (tra cui cinque partecipazione alla corsa ciclistica Race Across America e il record sul percorso Genova-Monte Bianco in 16h 32’) si è trattato probabilmente dell’impresa più impegnativa e fuori dall’ordinario tra quelle compiute dall’atleta di Borgomanero, tenuto anche conto dei rischi connessi al percorso, allo sforzo, all’altitudine elevatissima e alla grandissima variabilità del meteo in queste zone.
La decisione quasi di partire è stata presa in modo quasi improvviso: alle 17 del 23 gennaio, Nico è salito sulla sella della sua bicicletta sul lungomare di Vina del Mar, in Cile, e ha incominciato la sua salita di oltre 200 km fino a Los Horcones in Argentina, a 2900 metri di quota. Un’ascesa serale e notturna lungo strade piene di traffico prima e attraverso ripidi e spettacolari tornanti poi, fino ad arrivare al punto di accesso al Parco Provinciale dell’Aconcagua, all’una di notte. Qui un rapido cambio di abbigliamento, zaino, frontale, e dopo 20 minuti partenza di corsa perso la vetta; primo step, la stazione di Plaza de Mulas, a 4300 metri di quota, raggiunta alle 6.30 del mattino del 24 gennaio.
Altro cambio di abbigliamento, questa volta per l’alta montagna, nuova ascesa verso Nido de Los Condores, a quota 5500.
A questo punto, la fatica ha incominciato a farsi sentire davvero duramente: Nico ha rallentato il suo ritmo e ha incominciato a mostrare forti segnali di disidratazione che lo hanno costretto a uno stop a quota 6000; con l’assistenza degli uomini del suo team, è stato alimentato e reidratato, riprendendo - sia pure con grande sforzo - la salita.
La determinazione di Valsesia è riuscita così ad avere la meglio: alla fine, dopo un’ulteriore pausa di 10 minuti a La Cuevas, a quota 6700, alle 15.41 la vetta è finalmente raggiunta. 7000 metri di dislivello in meno di 23 ore: difficile dare un’unità di misura alla cosa... basti pensare che, senza considerare i 200 km e 2900 metri di dislivello percorsi in bici, la sola parte a piedi viene di norma percorsa con trekking di durata variabile dai 10 ai 15 giorni e che fino ad ora questa impresa non è mai stata compiuta con successo.
Livigno Freeride Project: obiettivo sicurezza
Un interessante progetto pilota. Ne abbiamo parlato con Fabiano Monti
Gli sport legati allo sci backcountry si sono sviluppati come risorsa strategica per il turismo ma è necessario far fronte a un problema: incoraggiare la conoscenza dei rischi annessi alle valanghe, in modo tale da prevenire possibili incidenti nelle regioni alpine. Fabiano Monti, Walter Steinkogler, Christoph Mitterer, Michael Lehning e Andrea Pozzi, ricercatori al WSL di Davos (Istituto di Ricerca sulla neve e le valanghe), all’Università degli Studi dell’Insubria (sedi a Como e Varese), nonché fondatori di ALPsolut, una start-up che offre attrezzature scientifiche all’avanguardia per professionisti e il pubblico, hanno creato il Livigno Freeride Project per far fronte a questo problema. Lo scopo del progetto è di aprire il backcountry a tutte le attività da una parte, dall’altra di migliorare la gestione del rischio per tutti i problemi associati al verificarsi di valanghe.
Abbiamo incontrato Fabiano Monti per parlare di com’è nato il progetto, quali sono i suoi prossimi progetti, e per avere qualche consiglio quando ci si avventura nel backcountry.
Sei uno tra i pochi scienziati che si occupano di neve e sicurezza. Quando hai iniziato ad appassionarti a questo tema? Che cosa ti ha spinto a diventare un esperto in sicurezza sulla neve e cosa ti motiva a esplorare questo campo con idee sempre nuove?
«Mi capita spesso di pensare a come sono approdato in questo mondo, e rispondere non è per niente facile. Dopo il liceo volevo solo sciare e andare con lo snowboard, così mi sono trasferito a Sondrio, più vicino alle montagne rispetto al mio luogo di origine. Ho iniziato a lavorare in un negozio di articoli sportivi, riuscendo a sciare praticamente sempre e a studiare economia nei ritagli di tempo. Dopo due anni e ben pochi esami superati, ho iniziato a pensare al mio futuro. Diventare uno snowboarder professionista era molto improbabile, quindi ho cambiato università e ho iniziato a cercare qualche altra scusa per essere sempre in montagna. Mia madre mi ha incoraggiato molto, ripetendomi che sono sempre stato affascinato dalla neve. La scelta di dedicarci la mia vita è quindi avvenuta in modo naturale.
Una volta inserito nel mondo delle valanghe, mi sono reso conto che lo scambio di informazioni tra la scienza e la pratica non era abbastanza esaustivo. Pensai ai modi in cui potevo migliorare la situazione. Spesso accade che le ricerche scientifiche, per quanto importanti e accurate, trovino pochi riscontri tra i professionisti, ma è anche vero che queste stesse ricerche possono salvare vite umane. Credo che sia una motivazione sufficiente per continuare su questa strada»
Hai creato il 'Livigno Freeride Project', il cui scopo è di aprire il backcountry a tutte le attività e migliorare la gestione del rischio quando si verificano i problemi annessi alle valanghe in regioni alpine. Su che metodi si basa questo progetto?
«Ci sono molti problemi legati all’affidabilità delle persone che rendono la gestione del backcountry così complessa, specialmente per quanto riguarda l’Italia. Per questo motivo, le attività fuori pista sono spesso limitate. Il progetto si basa su un’idea piuttosto semplice: fornire le informazioni più accurate sulle condizioni della neve, spiegando come interpretarle e farne uso. Ognuno è poi libero di decidere e scegliere se avventurarsi oppure no. Se si hanno dubbi, è consigliabile servirsi di un professionista.
Dopo aver iniziato il progetto, ci siamo resi conto che ci sono molte attività che potrebbero essere ottimizzate quando si prendono in considerazione i rischi annessi alle valanghe, come la gestione del rischio sulle strade, l’heliski, la protezione dell’ambiente, l’educazione e la comunicazione. Cerchiamo quindi di integrare anche queste nel progetto».
Quali sono stati i traguardi più importanti raggiunti finora?
«Il primo obiettivo era quello di autorizzare lo sci fuoripista a tutti gli appassionati nella zona di Livigno, non permesso fino alla scorsa stagione, quindi stiamo parlando di un vero cambiamento. Abbiamo avuto un riscontro positivo sia dai clienti che dai professionisti; molti più freerider hanno iniziato a visitare la zona e ci ha fatto piacere. Le nostre linee erano peraltro tracciate molto più degli anni precedenti, ma c’era spazio per tutti».
Cos a avete in programma per il futuro?
«Abbiamo intenzione di migliorare il nostro modo di comunicare il progetto, installando maxi schermi sia nelle stazioni sciistiche che nei paesi, dove poter mettere tutte le informazioni che riteniamo importanti. Stiamo lavorando a un’applicazione per le attività backcountry e a una cartina freeride con la classificazione del terreno rispetto all’esposizione e al rischio valanghe.
Stiamo anche organizzando il Livigno Freeride Festival che avrà luogo dal 30 gennaio al 4 febbraio».
Che reazioni avete riscontrato a Livigno, inerenti il progetto?
«Abbiamo ottenuto riscontri molto positivi. I miei amici freerider sono contenti di non doversi più preoccupare della polizia e ci aiutano nel reperire informazioni sulla condizione della neve. Credo che tutti a Livigno siano contenti del progetto, il che ci motiva e ci spinge a migliorare sempre più».
Come mai hai scelto proprio Livigno per questo progetto?
«Avevo terminato il mio lavoro allo Swiss Avalanche Research Center SLF a Davos, ma volevo rimanere in contatto con questa istituzione, migliorando il modo con cui le loro ricerche vengono messe in pratica. Livigno è solo a un’ora da Davos, possiede un’area sciistica eccezionale e occupa una posizione centrale nelle Alpi. Ha anche un ottimo tenore di vita, con molti giovani, ottimo cibo e sentieri per mountain bike ed escursioni in estate. Ci sembrava il luogo perfetto. Non appena ho contattato la gente del posto per proporre questo progetto, si sono mostrati interessati e ci hanno aiutato molto per mettere in piedi il tutto.
Pensi che il progetto possa essere adottato da altri paesi alpini?
«Credo che il progetto possa essere applicato in qualsiasi stazione sciistica, anche se ogni luogo comporta casistiche particolari che devono essere ben analizzate. Ad esempio, terreni diversi richiedono un approccio gestionale differente: non si può gestire la sicurezza a Chamonix come nello Jura, ad esempio. Ma come idea di fondo sì, può essere presa in considerazione da ogni paese di montagna.
Stai anche lavorando al miglioramento delle previsioni di valanghe. In che modo?
«Collaboriamo con l’SLF e centri nazionali di monitoraggio valanghe per poter mettere in pratica le ricerche scientifiche. In particolare, stiamo lavorando per fornire informazioni sulla stratigrafia della superficie della neve e la stabilità, basate su stazioni fisse di rilevamento dati atmosferici, a chi si occupa di monitorare le valanghe. Il modeling fornisce informazioni sulle caratteristiche della superficie della neve e, nel tempo, può migliorare la risoluzione spazio-temporale dell’informazione sulla stabilità della neve, specialmente quando il rischio valanghe è troppo alto per poter fare le rilevazioni dati in loco».
Quali sono le misure più importanti da adottare prima di avventurarsi nel backcountry?
«Il classico approccio, molto semplice, è quello che considero ancora il più utile: osservare le condizioni della neve e il meteo del luogo dove si vuole andare – così come il terreno stesso – e pensare con chi stiamo facendo un’uscita. Tre fattori da prendere sempre in considerazione. La tua sicurezza cambia in base a come si modificano questi fattori. Ad esempio, affrontare un terreno complesso in buone condizioni fisiche è diverso rispetto a quando siamo ubriachi o abbiamo fatto le ore piccole… Non ho quindi consigli da grande scienziato, mi spiace!».
Per chi si avvicina al backcountry per la prima volta, che siti consiglieresti per controllare come ci si prepara a una gita e per controllare il rischio valanghe?
«Internet offre di tutto e si trovano facilmente risposte. Io eviterei i forum e i siti amatoriali. Se ne dovessi scegliere uno, raccomanderei whiterisk.ch: qui trovi informazioni sulla neve, la sicurezza, operazioni di recupero e anche come programmare un’escursione. Consiglierei quindi di dare un’occhiata per reperire il maggior numero di informazioni: si tratta di un sito molto professionale».
Come si può ridurre il rischio quando si è via con gli sci?
«Adotterei un approccio classico, come detto prima: occorre tenere sempre a mente le tre variabili (condizioni, terreno e il fattore umano) prima di avventurarsi. Se le condizioni cambiano, occorre modificare anche le valutazioni inerenti la sicurezza. Un consiglio pratico potrebbe essere quello di tenersi pronti e reattivi a qualsiasi cambiamento. Non sto parlando solo di tornare indietro, ma anche di spingersi oltre se le condizioni sono più buone del previsto. È importante tenere la mente aperta e avere pronte alcune opzioni, valutando poi la giusta soluzione una volta sul posto».
Qual è il comportamento migliore da adottare in caso di valanga?
«Direi lo stesso di sempre, cioè cercare di stare sulla parte superiore della valanga. Certo, chi ci ha provato, può confermare che non è una cosa facile, quindi la cosa migliore è cercare di evitare di essere colti da una valanga. O almeno cercare di valutare costantemente le possibili conseguenze in caso di valanga. Ci sono molte differenze se ti avvicini a un pendio difficile che termina con un cliff o con terreno piatto. Decidere se proseguire o no potrebbe essere diverso in questi due casi. Quindi, non solo valutare le possibilità di finire sotto una valanga, ma anche le possibili conseguenze».
Che critiche muoveresti nello sviluppo attuale del backcountry – ad esempio affidarsi troppo all’attrezzatura, il fatto che troppe persone vanno nel backcountry, o che l’educazione in fatto di valanghe e sicurezza non è sempre accurata?
«Le statistiche mostrano che le attività nel backcountry si sono intensificate da vent’anni a questa parte. Lo stesso si può dire degli incidenti, ma non del numero di vittime. Questo anche grazie all’attrezzatura che si è evoluta sempre più, nonostante qualche intoppo euristico per quanto riguarda alcuni nuovi prodotti. Dobbiamo di certo puntare più sull’educazione. Il nostro strumento più affidabile è gratis, è il nostro cervello, e dovremmo imparare a usarlo meglio. Con educazione non intendo solo conoscenze relative alla neve o il soccorso, ma anche migliorare le conoscenze relative alle attività che vogliamo fare nel backcountry. Possono essere sempre più o meno rischiose, e dobbiamo avere piena coscienza delle nostre azioni. Solo in questo modo possiamo accettarle o rifiutarle».
Qual è il tuo prodotto preferito quando vai in tour backcountry? Cosa ti porti sempre nello zaino?
«Non ho una lista fissa delle cose che mi porto dietro. Artva, pala e sonda sono sempre nello zaino, questo è ovvio! In generale, non mi piacciono le regole troppo ferree in montagna. Dovremmo pensare di più alle nostre azioni e assumercene le responsabilità».
Da anni stiamo assistendo a una vera e propria rivoluzione nell’attrezzatura relativa alla sicurezza in montagna. Quali sono stati i prodotti più rivoluzionari?
«Difficile dirlo. Credo che la differenza si noti nei piccoli cambiamenti. Gli artva a tre antenne rendono la ricerca più semplice, specialmente se ti trovi sotto stress o non hai molta esperienza. Le pale e le sonde sono anche migliorate molto. Anche gli zaini con l’airbag sono una buona invenzione, ma bisognerebbe educare meglio le persone al loro uso. Non offrono comunque la soluzione definitiva ai problemi».
Black Diamond inizierà a vendere i suoi zaini con Jet Force Technology. Che importanza attribuisci a questo prodotto?
«All’aeroporto di Calgary sono stato fermato una volta a causa della cartuccia di gas nel mio bagaglio a mano e ho quasi perso la coincidenza. Con la tecnologia Jet Force, questi problemi si possono potenzialmente risolvere. Un altro vantaggio è dato dal fatto che puoi utilizzare lo zaino più volte, anche se spero che non troppe persone approfittino di questo. Far scoppiare l’airbag una volta durante una discesa dovrebbe bastare, ma poterlo fare più volte dà la possibilità di familiarizzarsi con lo strumento. In caso di valanga, quindi, apri l’airbag quasi intuitivamente. Ci sono anche altri vantaggi, e non vedo l’ora di provare questo zaino!».
Perché hai scelto di affiancarti a Black Diamond?
«Non mi interessava solo avere accesso al materiale Black Diamond anche se, certo, è un benefit non da poco! Volevo poter fare affidamento su una società che sviluppa attrezzatura resistente e affidabile anche nelle dure condizioni del nostro ufficio all’aperto: le montagne di Livigno. Black Diamond ci ha offerto la soluzione migliore: materiale tecnico, l’interesse a migliorare costantemente i prodotti e, non ultimo, bei prodotti che ti fanno fare un figurone – in Italia questo conta molto!
Devo anche ammettere che le riunioni di lavoro in BD sono piacevoli, come lo sono le birre che le seguono. Non avrei potuto chiedere di meglio».
Quali sviluppi vedi nei prossimi anni per quanto riguarda lo sci backcountry e i prodotti sulla sicurezza nella neve?
«Credo che dovremmo sviluppare strumenti per prevenire le valanghe e non solo quelli che ne minimizzano le conseguenze. Un compito molto duro, ma ottenibile in due modi: sviluppare nuovi strumenti o nuovi apparecchi che aiutano a scegliere e decidere. Ad esempio, recentemente è stata presentata una nuova sonda che dà automaticamente un profilo di durezza. È un passo avanti, ma non credo che possa ridurre le probabilità di incidenti».
Di certo sarai stato coinvolto in una valanga. Come avresti potuto evitarlo?
«Sì, l’ho scampata per un pelo, per due volte. In entrambi i casi la soluzione sarebbe potuta essere la stessa: pensare di più a quello che stavo facendo. Giudicare col senno di poi è ovviamente più facile che cercare di prevenire. Valutare se un pendio è davvero sicuro non è semplice e richiede molta esperienza. Potrebbe sembrare una questione semplice, ma non lo è affatto».
Carboidrati e sport endurance
Come aumentare le riserve? La risposta su Skialper di dicembre
Per primi gli scandinavi, negli anni Settanta, hanno studiato strategie nutrizionali per migliorare le prestazioni negli sport di resistenza e i loro successi nelle gare di corsa e sci di fondo hanno dimostrato che la strada era giusta. La loro attenzione si incentrò soprattutto sul come aumentare le riserve corporee di carboidrati. Ma servono veramente per chi fa sport endurance? È quello che spiega il dottor Alessandro Da Ponte nel numero di dicembre si Skialper.
SCORTE DI ENERGIA - «Sappiamo che, durante l'esercizio, soprattutto se ad alta intensità, l'organismo utilizza preferibilmente i carboidrati perché, rispetto a grassi e proteine, sono più semplici e rapidi da utilizzare e perché, a parità di energia fornita, richiedono minor consumo di ossigeno - scrive Da Ponte -. Non disponiamo però di grandi riserve di carboidrati (accumulati nel nostro corpo come glicogeno muscolare ed epatico) perché conviene immagazzinare energia sotto forma di grassi che forniscono più del doppio dell'energia dei carboidrati a parità di peso». In pratica nel nostro corpo ci sono circa 500 grammi di carboidrati di riserva, 100 grammi circa nel fegato e 400 grammi circa nei muscoli. Un grammo di glucosio fornisce 4 kca. «Anche utilizzando tutte le riserve corporee di carboidrati a disposizione avremmo a disposizione 2000 kcal». Con un costo energetico della corsa di circa 1kcal/kg-peso-corporeo/km un atleta di media corporatura finirebbe le riserve di carboidrati ben prima della fine della maratona.
LA STRATEGIA - Come migliorare questo limite nel nostro organismo? Prevenendo la carenza di glicogeno muscolare, abbondando con carboidrati nei due giorni precedenti la gara e introducendoli durante l’esercizio.
IN EDICOLA E SU APP - Per saperne di più basta comprare Skialper di dicembre, disponibile nelle migliori edicole fino a fine gennaio (la rivista esce con cadenza bimestrale). Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. (Per la pagina abbonamenti cliccare qui). Ma chi lo volesse acquistare immediatamente su smartphone o tablet, è già disponibile. È sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!
Trois Cols, discese senza fine sul Bianco
Su Skialper di dicembre un itinerario skialp memorabile
Trois Cols, ovvero, tre colli. Non solo: tre bacini glaciali e due Paesi attraversati. È l’emozionante gita scialpinistica nel gruppo del Monte Bianco che proponiamo sul numero di dicembre di Skialper, a firma di Marco Romelli che sul grande massiccio ha anche scritto un libro.
DA GENNAIO AD APRILE - «Dal Col du Chardonnet ci affacciamo a nord sulla Svizzera e quello che vediamo ci attrae intensamente: il Glacier de Seleina, una distesa di neve polverosa circondata da guglie fiammeggianti». Inizia così la gita proposta, in una soleggiata mattina di febbraio. Si parte in quota, dai 3.233 metri del Col des Grands Montets, raggiungibile in funivia dall’Argentière, nella valle di Chamonix. E poi… powder e le tre vette del Col du Chardonnet (3.323 m), della Fenêtre de Seleina (3.267 m) e Col Sûperieur du Tour (3.289 m) da raggiungere. 1.000 m D + e 2.700 m, difficoltà BSA e tante emozioni in una gita lunga, che si conclude nel villaggio di Le Tour. Il periodo più indicato per i tre colli è quello che va da gennaio ad aprile.
VARIANTI - Per chi volesse qualche diversivo, c’è anche la possibilità di raggiungere il Col du Passon (3.028 m) e la Tête Blanche (4.490 m) e Petite Fourche (3.520 m), per la quale sono necessari piccozza e ramponi (difficoltà BSA, alpinistica F).
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60 km e 4000 m di dislivello a quota 7000 in 12 ore
I numeri del record di Kilian all’Aconcagua
Con il passare delle ore si delineano con chiarezza numeri e dietro le quinte dell’ultima impresa di Kilian Jornet, la salita e discesa dell’Aconcagua, ennesimo record del catalano. Kilian ha completato la sfida dopo un tentativo fallito venerdì scorso, quando è stato costretto a tornare indietro a quota 6.500 metri a causa del maltempo, con raffiche di vento di oltre 90 chilometri all'ora. «Avere rinunciato non è stata una sconfitta, tutto il contrario - ha detto -. È stato un buon allenamento».
LA SFIDA DELLA QUOTA - Martedì scorso il tempo era favorevole e Kilian è riuscito a completare la salita e la discesa dell’Aconcagua, la vetta più alta d'America (6.962 m). Un giro di 59,85 km con un dislivello positivo di 3.962 m. La sfida più grande è stata quella dell’acclimatamento: «Siamo rimasti quasi due settimane nella zona, ma probabilmente avremmo avuto bisogno di più tempo per essere nelle migliori condizioni. L'Aconcagua non è una vetta tecnica come altre che abbiamo raggiunto, ma è la più alta». Seguendo la filosofia del progetto Summits of my life, Jornet ha deciso di iniziare la salita dall'ultimo punto abitato, la casa delle guardie del parco a Horcones (2.900 m). È partito alle 6 del mattino, dopo una colazione con tre toast e dulce de leche, un dolce tipico argentino.
PRIMO TRATTO - 23 km e 1.400 m di dislivello in 3h15, prima di arrivare a Plaza de Mulas (4.300 m), campo base dell’Aconcagua. Da qui la maggior parte delle spedizioni iniziano la salita alla vetta che richiede fino a quattro giorni. Una volta giunto Plaza de Mulas, Kilian Jornet si è fermato per 15 minuti a mangiare e bere. «La mia idea era di fare una salita leggera, cercando di conservare le energie per la discesa, per questo mi sono fermato». Dopo 5 ore Kilian era a Condors Nest (5.550 m): «Da quel punto, ho cominciato ad avere problemi di equilibrio e a scivolare sulla neve ghiacciata. Così ho deciso di muovermi lentamente». L’arrivo a 6.600 metri, Guananco Cave, con un tempo di 7h40 e la vetta (6.962 m) dopo 8h45. Si è fermato circa 15 minuti. «La quota mi ha dato fastidio fino a Plaza de Mulas. I muscoli sembravano non volere seguire la testa e mi hanno fatto cadere. Dopo aver raggiunto il campo base mi sono fermato per venti minuti. Ho mangiato e mi sono idratato». A Plaza de Mulas il cronometro segnava 10h10 per poi terminare a 12h49. Determinante la discesa perché in vetta Kilian aveva circa un’ora di ritardo dal precedente record…
I PARZIALI
Horcones-Plaza de Mulas: 23 km / 1.400mD + - 3h20 '
Plaza de Mulas-Condors Nest: 3,6 km / 1.100mD + - 4.30
Condors Nest-Aconcagua: 3,5 km / 1.462mD + - 7h
Aconcagua-quadrato Mulas: 8h
Plaza de Mulas-Horcones: 13h
Monte Bianco, Rosa e Breithorn con sci e parapendio
Su Skialper di dicembre la Peaks Trilogy di Aaron Durogati
«Sembra pericoloso, sicuramente conta tanto l’allenamento e l’esperienza ma ti senti più sicuro quando vai veloce piuttosto che quando vai piano perché in velocità, appena vado sui freni, il parapendio si alza». A parlare è Aron Durogati, classe 1986, altoatesino, che ha da poco portato a termine la prima trilogia Monte Bianco, Monte Rosa e Breithorn (Peaks Trilogy appunto il nome dell’impresa) con sci e parapendio. Skialper di dicembre ha dedicato all’impresa un ampio articolo di nove pagine.
BY FAIR MEANS - Senza aiuti. Aaron Durogati è salito e sceso da Monte Bianco, Rosa e Breithorn all’antica. Camminando, scalando, con gli sci e le pelli ai piedi. E lo zaino con il parapendio sulle spalle… La discesa in speed-riding: quando si può si scia, quando il pendio diventa troppo ripido o ricco di asperità e crepacci, ci si solleva in vola e si continua lo slalom nell’aria. Le linee di discese scelte sono simili ad alcune già fatte da De Benedetti ma si tratta di prime perché naturalmente utilizzando solo gli sci non è possibile disegnare la stessa discesa.
VELA HI-TECH - Il parapendio utilizzato (la foto di apertura e tutte le immagini della gallery sono di J- Griffith e A. Belluscio/Red Bull Content Pool) aveva una superficie di 9 metri quadrati, pesava solo 1.8 kg ed era perfettamente ripiegabile nello zaino. Per salire sul Monte Bianco Durogati ha utilizzato scarpe da approach fino alla stazione intermedia dell’Aiguille du Midi e a seguire gli sci.
NUMERI - La discesa con maggiore dislivello è quella del Monte Bianco, su circa 2.600 metri di dislivello affrontati in 5-6 minuti… «È stata la più difficile - ha aggiunto Durogati - perché non ho mai avuto la certezza delle condizioni meteo, poi in realtà è andato tutto bene ma ho pagato lo sforzo e la discesa veloce. Arrivato in fondo ho rimesso e ho dovuto fermarmi un attimo per riprendermi».
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Scialpinismo d'avventura a pochi km da Torino
La proposta su Skialper numero 97 che potete trovare in edicola
Dopo Natale dovrebbe finalmente arrivare l’inverno. Zero termico in discesa, almeno secondo i più attendibili siti di meteorologia, e finalmente neve. A dire il vero la attendevamo già da qualche settimana, infatti quando è uscito Skialper 97, ai primi di dicembre, abbiamo inserito alcune proposte tipicamente invernali. Torneranno buone nelle prossime settimane!
A POCHI KM DALLA CITTA’ - Abbiamo inaugurato proprio su questo numero un modo nuovo di proporre itinerari, concentrandoci attorno ai principali centri urbani. Siamo partiti da Torino, vera capitale alpina del Nord Ovest, con una serie di proposte a pochi chilometri dalla città. Meno strada da percorrere, levatacce meno impegnative, meno costi di viaggio e la soddisfazione di assaporare l’avventura sulle montagne che si vedono da casa.
LA NEVE DEI RAPACI - «… nel caso in cui ingorghi e pendii arati a randello vi procurino malessere duffuso ed eccessi d’agorafobia, ricordate che le alpi sono generose e, a fianco delle hit del momento, spesso languono in beata solitudine almeno un paio di itinerari di pari esposizione…». Questa è la premessa del vulcanico Andrea Fornelli, autore di ‘La neve dei rapaci’, il servizio che propone alcune alternative alla famosa Aquila, terreno battutissimo dagli skialper torinesi. Cinque itinerari di medio impegno tra Valsangone e spartiacque Valle di Susa e Valle di Viù. «Il consiglio è quello di attendere una stagione ricca di precipitazioni vista la quota modesta, la vicinanza alla pianura e il fondo spesso pietroso». (Cosa vi abbiamo detto in apertura?). Ecco dunque presentati, con scheda tecnica approfondita, foto e cartine la salita ai Picchi del Pagliaio, a Punta Sarasina, al Monte Crivari, a Punta del Grifone e alla Lunella.
LE CIRQUE DU SOLEIL - Ci sono poi i ‘motoroni’, quelli che non si accontentano. Nella stessa zona, allora, è venuta fuori una proposta DOC a firma di Andrea Bormida, di 3.000 m d+ da fare in giornata lungo le creste della Valsangone. L’ispirazione all'autore viene dalle parole di Massimo Mila che definì la Valsangone «un singolare microcosmo alpino. Salvo i ghiacci ha tutto ciò che serve per costruire un ambiente di montagna autonomo e completo…».
Partenza dall’Alpe Colombino e salita in vetta all’Aquila per vedere l’alba su Torino. Trasferimento in cresta verso il Monte Uja e seguente discesa di Loja Scura. Poi salita a Punta del Lago, in piena Valsangone e discesa lungo il Vallone della Balma. Seguente risalita verso Punta Lago Nord e discesa sul vallone di Cassaferra. Ripellata finale verso il Colle delle Vallette e picchiata lungo il vallone di Sanginetto fino alla frazione Palè. Tutti i dettagli, la cartina e la descrizione precisa delle varie zone nel servizio su Skialper 97 di dicembre in edicola.
IN EDICOLA E SU APP - Skialper di dicembre è disponibile nelle migliori edicole fino a fine gennaio (la rivista esce con cadenza bimestrale). Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. (Per la pagina abbonamenti cliccare qui). Ma chi lo volesse acquistare immeditamente su smartphone o tablet, è già disponibile. È sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!
Metti un trekking 'fast&light' alle 5 Terre
Su Skialper un'idea per una vacanza attiva nel pieno dell'inverno
Avete voglia di camminare o correre, insomma di un trekking più veloce (e con attrezzatura leggera) o di una corsetta light nella natura? In mancanza della neve nelle valli potrebbe essere un’alternativa allo skialp, ma ci sono località dove comunque il clima mite consente di passeggiare in manica di camicia anche nel bel mezzo dell’inverno. Per esempio nelle Cinque Terre, in Liguria. Ed è proprio quello che propone il numero di dicembre di Skialper, in edicola in questi giorni.
SALITE E DISCESE - Per una volta un percorso ‘fast&light’ in montagna ma… al mare. Sì, perché alle Cinque Terre, come scrive Federico Ravassard (autore anche delle bellissime fotografie) c’è proprio tutto. Un piccolo continente dal clima mite: salite ripide, discese altrettanto ‘deep’, scalinate, sentieri che si perdono nel verde della macchia mediterranea. E perfino un rifugio… il Muzzerone, sopra Portovenere, ottimo punto tappa. L’ideale è dividere il percorso in due tappe, da Monterosso a Riomaggiore (13 km e 1.000 m D+) e da Riomaggiore a Portovenere (11 km e 700 m D+). La presenza del treno e (in alcuni periodi dell’anno) del servizio di collegamento navale, permette di percorrere anche solo alcuni tratti più corti. Dopo tutto il bello di camminare e correre nella natura è proprio quello di andare con il proprio ritmo e godersi lo spettacolo… Come quello delle foto che potete vedere nella nostra gallery.
SU CARTA E APP - Skialper di dicembre è disponibile nelle migliori edicole. Per ogni info si può scrivere una mail o chiamare il numero 0124 428051. (Per la pagina abbonamenti cliccare qui). Ma per chi lo volesse acquistare immediatamente su smartphone o tablet, è immediatamente disponibile.
È sufficiente scaricare la app per iOS o Android e procedere all’acquisto direttamente in-app!
Kilian rinuncia a 500 metri dalla vetta
Il primo tentativo di record all’Aconcagua fermato dal vento
Ieri era ‘il giorno’. Kilian ed Emelie hanno dunque tentato il record di salita e discesa all’Aconcagua. Un record che ha dovuto interrompersi a circa 500 metri di dislivello dalla verra a causa del forte vento che ieri soffiava a circa 90 km/h. Kilian si è dunque fermato, ha aspetto Emelie Forsberg ed è rientrato a valle. Tutto rinviato ai prossimi giorni dunque, come conferma l’entourage del catalano.
Patagonia 360°, gli alpinisti SMAM sul Cerro Torre
Marco Farina, Marco Majori e François Cazzanelli rientrati in Italia
La spedizione alpinistica militare Patagonia 360°, dopo aver salito a fine novembre la Aguya de l’S nel massiccio del Fitz Roy, domenica 14 dicembre è riuscita a raggiungere la vetta del Cerro Torre, una tra le vette più famose ed affascinanti a livello mondiale.
Dopo oltre 30 giorni passati a El Chaltèn ad attendere una finestra di bel tempo che consentisse una salita importante, gli alpinisti della Sezione Militare di Alta Montagna Marco Farina, Marco Majori e François Cazzanelli si sono inoltrati nella nella valle del Torre, proprio con l’obiettivo di tentare, per l’ultima volta, l’ambita salita. Ecco il racconto che Marco Majori fa dell’ascesa: «Siamo al campo Nipo Nino, ma i nostri piani sembrano incrinarsi quando, invece che riposarci in vista della salita programmata sabato, ci ritroviamo a collaborare alle operazioni di soccorso di due alpinisti italiani caduti sul ghiacciaio del colle Standhardt. Verso le 3.15 di sabato mattina riusciamo comunque a metterci in marcia e a raggiungere, verso le 12 circa, il Colle della Speranza. Le condizioni metereologiche sono stabili, il tempo è sereno e le motivazioni crescono sempre più. Dopo aver scavato una truna per riposarci qualche ora, all'una di domenica parte ufficialmente l’attacco alla vetta del Torre.
La salita procede veloce e, alle prime luci dell’alba, si scorgono i grandi 'funghi' strapiombanti di neve e ghiaccio che caratterizzano il Cerro Torre: un buco che conduce a un incredibile ed intricato sistema di tubi, mezzi tubi e rigole ci consente di raggiungere la base dell’ultimo tiro, il più temuto.
Qui si scorge nell’ultimo fungo uno spazio aperto da una cordata americana passata da poco, uno spazio che collega a un mezzo tubo formato dal vento e che ci porta, circa un’ora dopo, quando in Patagonia sono le 13.30, in vetta al Cerro Torre.
Il panorama mozza il fiato, nessuno ha la forza né la voglia di pronunciare parola: il sogno di tutti gli alpinisti è stato realizzato.
Dopo aver goduto di un tale spettacolo della natura, cominciamo la delicata discesa e, verso le 18, raggiungiamo nuovamente la truna da dove era partita l’ultima parte di salita. Passata la notte, alle 5 di lunedì mattina comincia il viaggio di rientro con meta Piedra del Fraile, passando dal Passo Marconi. La traversata dello Hielo Continental di rivela un disastro per la presenza di una discontinua crosta non portante in cui affondiamo spesso fino al ginocchio. Ci vorranno 12 ore e 45 chilometri di zaini pesanti e fatica allo stato puro per riportarci a El Chaltén, accompagnati nell’ultimo tratto di viaggio da una continua pioggia, come a volerci ricordare, ancora una volta, che in Patagonia il vero protagonista è il meteo con le sue folli e imprevedibili variazioni»
Venerdì 19 dicembre, alle ore 15.30 presso il Castello 'Gen. Cantore' di Aosta, sede del Comando del Centro Addestramento Alpino, si svolgerà una conferenza stampa in cui il capo spedizione Remo Armano insieme a Marco Farina, Marco Majori e François Cazzanelli presenteranno a tutti i presenti le attività ed i successi ottenuti in Patagonia.
Il libro di Camandona sul Kangchenjunga
La presentazione sabato. Il ricavato servira' a costruire una casa famiglia
Ora c’è anche il libro. Dopo il film, dopo l’ampio reportage su Skialper di ottobre, l’impresa di Marco Camandona sul Kangchenjunga è anche strenna natalizia. Sarà presentato sabato 20 dicembre, alle 20.45, nella sala polivalente delle Scuole di Arvier (rue Saint-Antoine 6), in Valle dìAosta, il volume di Marco Camandona, Kangchenjunga. Cinque tesori della grande neve, stampato dalla Tipografia Valdostana di Aosta. Con l’autore partecipa alla serata la giornalista Federica Giommi, curatrice dei testi.
IL LIBRO - La guida alpina e alpinista Marco Camandona dopo il volume Everest. Un fascio di luce sulla Dea Madre della Terra, uscito nel 2010, torna in libreria con la seconda opera dedicata ai suoi Ottomila. Il libro fotografico Kangchenjunga. Cinque tesori della grande neve racconta la spedizione che il 18 maggio 2014 lo ha portato in vetta alla terza montagna del pianeta (8.586 m). Il testo trilingue (italiano, francese, inglese) è arricchito da una prefazione di Silvio “Gnaro” Mondinelli e da un’intervista di Federica Giommi. Accanto a spettacolari immagini dedicate alla montagna, Camandona ha ritratto alcuni aspetti della cultura delle popolazioni himalayane e ha arricchito il volume con brevi capitoli che raccontano l’avventura che lo ha condotto da solo sulla vetta del Kangchenjunga.
UNA NOBILE CAUSA - Il volume Kangchenjunga. Cinque tesori della grande neve di Marco Camandona è in vendita al prezzo di 25 euro. Tutto il ricavato sarà destinato alla costruzione di una casa famiglia nella periferia di Kathmandu (Nepal), gestita dalla ONLUS ‘Sanoani’, che in nepalese significa Piccolo Bambino.












