Il caldo di oggi, la neve di domani

L’estate 2026 si è lasciata alle spalle una lunga serie di record di temperatura. E ora, inevitabilmente, per noi malati lo sguardo va all’inverno, sempre se di inverno si potrà parlare.

Un’estate calda non significa automaticamente un inverno caldo, così come una singola stagione non può prevedere quanta neve cadrà nei mesi successivi. Ma il contesto nel quale ci prepariamo ad affrontare il prossimo inverno è sempre più difficile da ignorare.
Secondo il CNR-Ibe, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia almeno dal 1950. Agosto, a sua volta, è risultato il mese di agosto più caldo della serie, con un’anomalia di +3,5 °C rispetto alla media 1991-2020. È quanto riporta la Società Meteorologica Italiana nel suo bilancio dell’estate, sulla base dei dati CNR e Copernicus.

Il dato non riguarda però soltanto l’Italia. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale, con un’anomalia di circa +2,5 °C rispetto al periodo 1991-2020, superando anche il precedente riferimento del 2003. A livello globale, agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato per il mese.

Numeri che, per chi scia, possono sembrare lontani. Ma non lo sono.

La prima cosa da chiarire è che un’estate caldissima non permette di prevedere l’inverno. Potremo ancora avere grandi nevicate, settimane fredde e stagioni memorabili. Il clima non cancella la variabilità meteorologica.
Il problema è la tendenza di fondo.
Con l’aumento delle temperature, soprattutto alle quote più basse, una parte delle precipitazioni che un tempo cadeva come neve arriva più facilmente sotto forma di pioggia. E quella che cade dura meno: la fusione primaverile arriva prima, riducendo progressivamente la durata del manto nevoso.

Per noi significa cose molto concrete. Forse partiremo più spesso a gennaio invece che a dicembre. Cercheremo quota ed esposizioni favorevoli. Aspetteremo la nevicata giusta. Faremo più chilometri per trovare le condizioni che una volta erano dietro casa.
Sono piccole rinunce, se guardate dalla prospettiva di uno sciatore che può cambiare destinazione.

Ma la questione non riguarda soltanto noi.

L’estate 2026 ha portato con sé anche una severa siccità in molte zone d’Europa, suoli estremamente secchi, incendi e livelli molto bassi di grandi fiumi come Po, Rodano, Reno e Danubio. Solo le precipitazioni di fine agosto hanno permesso una parziale ripresa.
E qui la neve smette di essere semplicemente il terreno sul quale facciamo una curva.
Il manto nevoso è una riserva d’acqua naturale: accumula precipitazioni durante l’inverno e le restituisce progressivamente alla montagna durante la primavera e l’estate. Se diminuisce la neve, o se si scioglie molto prima, cambia anche il modo in cui l’acqua arriva a fiumi, ecosistemi, agricoltura e produzione idroelettrica.
La montagna che perde neve non perde soltanto la possibilità di sciare.

Non serve essere catastrofisti. Serve essere realisti. La scienza non ci sta dicendo che domani il mondo finirà, ma che il mondo che conosciamo sta cambiando e che il ritmo dipende anche dalle nostre scelte. Il caldo estremo, la siccità, gli incendi, la scarsità d’acqua e gli eventi meteorologici più intensi non sono problemi del futuro: sono già parte del presente. La vera domanda, allora, non è soltanto quanta neve troveremo questo inverno, ma in quale mondo vogliamo vivere tra venti, trenta o cinquant’anni.La prossima volta che aspetteremo una perturbazione, quindi, potremmo guardare il cielo con un'attenzione diversa. Non solo perché vogliamo sciare, ma perché abbiamo capito quanto sia prezioso poterlo ancora fare.

 

Fonti:
SNP Ambiente clima estate 2026
Copernicus Climate Bulletins

 


Maga Skymarathon 2026: Boffelli non si ferma più

Quattro montagne, 39 chilometri, 3.000 metri di dislivello positivo e un terreno che ha poco a che vedere con il trail running più corribile. La MAGA SkyMarathon è tornata sabato 5 settembre sulle Prealpi Orobie Bergamasche, portando i concorrenti sui crinali di Menna, Arera, Grem e Alben, le quattro montagne dalle cui iniziali nasce il nome della gara. Una prova entrata anche quest'anno nel circuito Merrell Skyrunner World Series e che ha confermato la propria fama di gara tanto spettacolare quanto tecnica.

Il tracciato da 39 km e 3.000 m D+ alterna ripide salite, creste aeree, pietraie e discese tecniche, chiedendo molto più della semplice capacità di correre forte in salita. È un percorso dove servono piede sicuro, esperienza e capacità di leggere il terreno, con passaggi che portano lo skyrunning verso una dimensione più vicina all'alpinismo che al trail tradizionale. La MAGA non è infatti una gara da interpretare soltanto con il cronometro: il terreno impone di cambiare continuamente ritmo e modo di muoversi.

Quest'anno la gara ha fatto registrare il sold out su entrambe le distanze, con 637 atleti accreditati e 23 nazioni rappresentate: 295 sulla SkyMarathon e 342 sulla Skyrace da 24 km e circa 1.400-1.450 metri di dislivello positivo. Numeri che confermano la crescita internazionale della manifestazione.

 

Poi c'è William Boffelli. O, più semplicemente, quello che ormai sembra essere diventato il problema di chiunque si presenti sulla linea di partenza con lui.

Il bergamasco ha vinto la MAGA in 4h25'28", davanti al francese Lucien Mermillon, staccato di 5'12", e a Daniel Antonioli, terzo a 7'28". Quarto Mattia Tanara in 4h48'00", quinto lo svizzero Martin Anthamatten in 4h50'47". Una top five di livello internazionale, con cinque atleti racchiusi in poco più di 25 minuti.
Boffelli on ha battuto il record della gara, che appartiene ancora a Nadir Maguet dal 2024, ma non è questo il dato più interessante della giornata. Il dato interessante è che Boffelli continua a vincere praticamente ovunque decida di correre.
La MAGA arriva infatti appena due settimane dopo un'altra vittoria pesante, quella al Trofeo Kima. Al debutto sui 52 km e 4.200 metri del Sentiero Roma, Boffelli aveva vinto una delle gare più tecniche e prestigiose dello skyrunning internazionale in 6h07'43", sfiorando anche il record di Finlay Wild.

 

Ma il 2026 di Boffelli non è soltanto una stagione di trail. È una stagione trasversale, costruita tra scialpinismo, skyrunning, gare e record. In primavera, insieme a Mathéo Jacquemoud, ha stabilito il nuovo FKT della Haute Route Chamonix-Zermatt: 103 km e oltre 8.000 metri di dislivello positivo completati in 13h27'49", abbassando nettamente il precedente riferimento.
Sempre quest'anno ha vinto la Pizzostella Skyrunning, chiudendo in 4h45'38", mentre in inverno aveva conquistato anche la classifica finale della Grande Course, il circuito che riunisce alcune delle grandi classiche dello scialpinismo.
È questo forse l'aspetto più significativo della sua stagione: Boffelli non sta semplicemente infilando una serie di vittorie nella stessa disciplina. Sta riuscendo a trasferire la propria condizione fisica e soprattutto la propria capacità di muoversi in montagna da uno sport all'altro, dalle creste con gli sci ai sentieri tecnici di una skymarathon. E quasi sempre davanti a tutti.

Rimanendo sugli atleti italiani: la MAGA avrebbe potuto avere un finale diverso. Nadir Maguet, infatti, era stato il protagonista della prima parte della gara. Il valdostano è transitato in testa sulle prime due montagne, Menna e Arera, imponendo subito un ritmo importante. La sua corsa si è però fermata prima di poter difendere quel primato: Maguet è stato costretto al ritiro a causa di un problema alla schiena. Da quel momento Boffelli ha preso il controllo della gara e non lo ha più lasciato.

 

 

Al femminile la gara ha avuto invece un cambio di scenario nella seconda parte. Roberta Jacquin è rimasta a lungo al comando, ma sulla quarta salita ha perso terreno. Natalie Beadle ne ha approfittato, prendendo la testa e arrivando al traguardo in 5h27'50". La britannica non si è limitata a vincere: ha anche stabilito il nuovo record femminile della MAGA, migliorando il precedente primato di Hillary Gerardi. Seconda la francese Eva Delafosse, terza proprio Jacquin.

Una giornata che ha quindi premiato due interpretazioni diverse ma ugualmente convincenti della skyrace: la continuità e la forza di Boffelli tra gli uomini, la rimonta di Beadle tra le donne. E, sullo sfondo, una MAGA che continua a essere quello che promette il suo nome: quattro montagne, quattro caratteri diversi e una gara che non concede molto a chi non sappia stare davvero in montagna.

 

 

 

 

© foto MAGA skymarathon


Trofeo Kima: la prima di Boffelli e il poker record di Gerardi

936 corridori, 40 nazioni, 52 chilometri e 4.200 metri di dislivello positivo nel regno del granito. Il Trofeo Kima 2026 consacra l'esordio perfetto di William Boffelli e consegna Hillary Gerardi alla leggenda con il nuovo primato della gara regina.

Alcune gare si corrono con i polmoni, altre con le gambe. Il Trofeo Kima si corre con il cuore in gola e le mani sulla roccia. Nella Yosemite d’Europa, dove il granito cede il passo soltanto al mito, la grande corsa sul Sentiero Roma ha celebrato un’edizione 2026 da record.

Un’edizione segnata da cifre impensabili per una gara così severa e tecnica: 936 partecipanti giunti da 40 Paesi distribuiti sulle quattro prove del weekend. Numeri che rendono omaggio al sogno di Ilde Marchetti, ideatrice e anima dell'evento nel ricordo del fratello Pierangelo, e confermano quanto la Val Masino sia ormai il centro di gravità permanente dello skyrunning mondiale.

LA PRIMA VOLTA DI BOFFELLI: ATTACCO SUL GRANITO
Nella prova regina valevole per la Merrell Skyrunner World Series (52 km, 4.200 m D+, 7 passi alpini tutti sopra i 2.500 metri) erano in 458 a scattare alle 7:30 da Filorera. Tra catene, creste aeree e nevai, l’uomo del giorno è stato William Boffelli. Al suo debutto assoluto su questo tracciato di puro alpinismo dinamico, il bergamasco in forza al Team Kailas Fuga ha gestito la prima parte salendo appaiato a Federico Nicolini e al francese Felix Guglielmo verso Bocchetta Roma. Ma è stato nel tratto verso il Rifugio Allievi che Boffelli ha alzato il ritmo: una progressione costante, spietata, che gli ha permesso di staccare gli avversari e chiudere in solitaria a Filorera fermando il cronometro sul tempo di 6h07'43”. Un tempo vicinissimo al record storico di Finlay Wild (6h05'57”) siglato due anni fa.
Alle sue spalle, la solida prestazione di Mattia Bertoncini (secondo in 6h12'38”) e il podio completato da Federico Nicolini in 6h17'04”.

GERARDI NELLA LEGGENDA: POKER E NUOVO RECORD
Se al maschile si è celebrata una prima partecipazione, tra le donne la narrazione è tutta per un’infinita conferma. Hillary Gerardi ha riscritto ancora una volta la storia del Kima.
La portacolori del Team Scarpa / Black Diamond non si è accontentata di centrare il suo quarto successo consecutivo sul Sentiero Roma, eguagliando il poker storico firmato tra anni ’90 e 2000 da leggende come Corinne Favre e Morena Paieri, ma ha voluto demolire il suo stesso primato. Gerardi ha fermato il tempo a 7h25'54”, abbassando di quasi cinque minuti il 7h30'38" che le apparteneva.
Piazza d’argento per una sorprendente Lucille Germain (Team Nnormal), capace di una pazzesca seconda parte di gara con cui è risalita dalla settima fino alla seconda posizione (7h32'04”). Terzo gradino del podio per Roberta Jacquin in 7h54'42”.

EXTREME, TRAIL E MINI: LA FESTA DELLA VAL MASINO
Un’ora dopo la partenza della prova lunga, il Kima ha messo in campo la sua sorella minore ma non meno affilata: la Kima Extreme Skyrace (27,5 km per 1.890 m D+ e il passaggio chiave al Valico del Barbacan a 2.570 m). Tra i 222 al via, sigillo per il trentino Alex Rigo (Karpos, 2h59'39”) davanti al tedesco Julius Ott e al britannico Charlie Allmond. In campo femminile assolo per la veneta Martina De Silvestro (Nortec Vj, 3h32'19”), scortata sul podio dalle inglesi Carys Mai Hughes e Alexandra Whitaker.
A completare la festa, il Kima Trail di 15 km (con percorso parzialmente rivisto per l'esondazione del torrente in zona Rasica) e il Mini Kima di 6 km, conditi dal dominio della pattuglia messicana guidata da Axel Francisco e Angel Francisco Corona Carretero e Josefina Perez Licona.

La Val Masino va in archivio lasciando la sensazione che il Kima non sia semplicemente una gara, ma il metro di misura assoluto per chiunque voglia definirsi uno skyrunner.

I PODI DI GIORNATA
Trofeo Kima (52 km - 4.200 m D+)
Uomini:

William Boffelli (Kailas Fuga) – 6h07'43”

Mattia Bertoncini – 6h12'38”

Federico Nicolini – 6h17'04”

Donne:

Hillary Gerardi (Scarpa / Black Diamond) – 7h25'54” (Nuovo Record)

Lucille Germain (Nnormal) – 7h32'04”

Roberta Jacquin – 7h54'42”

Kima Extreme Skyrace (27.5 km - 1.890 m D+)
Uomini: Alex Rigo (2h59'39”) | Julius Ott (3h01'00”) | Charlie Allmond (3h03'44”)

Donne: Martina De Silvestro (3h32'19”) | Carys Mai Hughes (3h38'19”) | Alexandra Whitaker (3h44'33”)

 

© foto Trofeo Kima


Utmb 2026: una settimana di grandi sfide, record e un trionfo italiano

Chamonix ha chiuso un'altra settimana da capitale mondiale del trail running. Dal 24 al 30 agosto, le otto gare dell'HOKA UTMB Mont-Blanc hanno portato migliaia di runner sui sentieri tra Italia, Svizzera e Francia, con le tre prove simbolo: OCC, CCC e UTMB a rappresentare le finali UTMB World Series nelle rispettive categorie 50K, 100K e 100M.
L'edizione 2026 sarà ricordata soprattutto per la velocità delle gare, per alcuni arrivi decisi sul filo dei secondi e per una vittoria italiana che ha illuminato la giornata della CCC. A imporsi nella prova da Courmayeur a Chamonix è stato infatti Cristian Minoggio, protagonista di una delle prestazioni più importanti della sua carriera e capace di portare l'Italia sul gradino più alto del podio di una delle gare più prestigiose del calendario internazionale. Accanto a lui, nel corso della settimana, sono arrivati i successi di Ben Dhiman e Blandine L'Hirondel nella gara regina, di Frédéric Tranchand e Lauren Gregory nella OCC e di Rémy Brassac e Sarah Vieuille nella TDS.

UTMB: DHIMAN E L'HIRONDEL NELLA GARA REGINA

La prova più attesa, la UTMB, ha confermato il suo status di appuntamento centrale della settimana. Il percorso ufficiale dell'edizione 2026 prevedeva 174 km e 9.900 metri di dislivello positivo, con partenza da Chamonix e un lungo viaggio attorno al massiccio del Monte Bianco.
In campo maschile Ben Dhiman ha firmato una prestazione dominante, migliorando il secondo posto ottenuto nel 2025 e conquistando la vittoria in 18h16'29". Alle sue spalle si sono classificati Baptiste Chassagne e Caleb Olson. La gara ha avuto anche un elemento particolare: la partenza è stata ritardata dalle condizioni meteorologiche, ma questo non ha impedito al vincitore di mantenere un ritmo straordinario lungo l'intero percorso realizzando il record della gara, che però è stata leggermente accorciata a causa delle condizioni meteorologiche.
La prova femminile ha regalato un altro capitolo storico. Blandine L'Hirondel ha vinto in 21h55'49", completando così il prestigioso tris OCC-CCC-UTMB. La francese è diventata la seconda atleta capace di conquistare tutte e tre le grandi finali UTMB World Series. Sul podio con lei Rachel Entrekin ed Emily Schmitz.

UTMB – UOMINI

Ben Dhiman  18:16:29
Baptiste Chassagne  18:47:38
Caleb Olson  18:48:24

UTMB – DONNE

Blandine L'Hirondel  21:54:49
Rachel Entrekin  22:15:54
Emily Schmitz  22:17:28

CCC: MINOGGIO REGALA ALL'ITALIA UNA VITTORIA STORICA

Se la UTMB ha incoronato i protagonisti della 100M, la CCC ha consegnato all'Italia il risultato più importante della settimana. La gara, con partenza da Courmayeur e arrivo a Chamonix passando per Champex, rappresenta la finale della categoria 100K delle UTMB World Series. Nel 2026 il percorso ha subito modifiche ed è arrivato a circa 107,8 km.
Cristian Minoggio ha conquistato la vittoria davanti al portoghese Miguel Arsenio e all'austriaco Hans Troyer. Per il piemontese, classe 1984, un successo di enorme prestigio sul palcoscenico più importante del trail running internazionale.
Tra le donne si è imposta la norvegese Yngvild Kaspersen, al suo secondo successo nella CCC. Alle sue spalle Toni McCann e Miao Yao, protagoniste di una gara combattuta prima dell'allungo decisivo della vincitrice. Kaspersen ha chiuso in 12h01'14".

CCC – UOMINI

Cristian MINOGGIO  10:21:48
Miguel ARSENIO  10:27:25
Hans TROYER  10:33:29

CCC – DONNE

Yngvild KASPERSEN  12:01:14
Toni MCCANN  12:06:14
Miao YAO  12:15:41

OCC: TRANCHAND DOMINA, GREGORY VINCE PER TRE SECONDI

La OCC ha aperto le grandi finali della settimana con una gara da 60 km e 3.500 metri di dislivello positivo. Partenza da Orsières e arrivo a Chamonix per una prova sempre più veloce e competitiva, oggi riferimento della categoria 50K.
La gara maschile ha visto Frédéric Tranchand prendere il comando nelle prime fasi e non lasciarlo più. Il francese ha chiuso in 5h10'08", precedendo il keniano Nashon Kiplimo, secondo in 5h14'37", e lo spagnolo Miguel Benitez, terzo in 5h17'43".
Ancora più spettacolare il finale della gara femminile. Lauren Gregory ha rimontato nel tratto conclusivo, superando prima Sara Alonso e poi Naomi Lang a pochissima distanza dal traguardo. La statunitense ha vinto in 6h08'07", appena tre secondi davanti a Lang, mentre Alonso ha completato il podio in 6h09'11".

OCC – UOMINI

Frédéric TRANCHAND  05:10:08
Nashon KIPLIMO  05:14:37
Miguel BENITEZ  05:17:43

OCC – DONNE

Lauren GREGORY  06:08:07
Naomi LANG  06:08:10
Sara ALONSO  06:09:11

TDS: LA FRANCIA DOMINA LA GARA PIÙ TECNICA

La settimana dell'UTMB è iniziata con una delle sue prove più dure e tecniche. La TDS, partita da Courmayeur, ha proposto nel programma ufficiale un percorso di 145 km e 9.500 metri di dislivello positivo, con arrivo a Chamonix.
In campo maschile Rémy Brassac ha conquistato la vittoria in 19h28'43", davanti a Pierre-Adrien Hivert e Nicolas Court. Tra le donne successo per Sarah Vieuille in 22h08'16", seguita da Alice Meignié e Alyssa Clark.
Podio italiano purtroppo svanito con Davide Rivero che ha concluso la gara tagliando il traguardo al terzo posto, ma è scivolato al sesto posto nella classifica ufficiale a causa di una penalità di 45 minuti a causa di un cambio zaino, non permesso durante la gara.

TDS – UOMINI

Remy BRASSAC  19:28:43
Pierre-Adrien HIVERT  20:14:26
Nicolas COURT  20:56:52

TDS – DONNE

Sarah VIEUILLE  22:08:16
Alice MEIGNIÉ  22:30:29
Alyssa CLARK  22:54:19

 

Dalla TDS alla UTMB, passando per le finali OCC e CCC, l'edizione 2026 ha confermato ancora una volta la dimensione unica della settimana di Chamonix. Otto gare, distanze e filosofie diverse, ma un unico centro gravitazionale per il trail running internazionale. E per l'Italia, questa volta, c'è anche un nome da mettere in primo piano: quello di Cristian Minoggio, vincitore della CCC.


ASICS Blazeblast: ammortizzazione e spinta per il trailrunning

ASICS entra con decisione nel segmento del trail più scorrevole con una scarpa che punta prima di tutto su divertimento e versatilità. La nuova BLAZEBLAST è pensata per i terreni più scorrevoli dove aumentare il ritmo, terreno compatto, strade bianche e nei percorsi misti tra asfalto e sterrato. Una filosofia che porta nel mondo off-road alcune delle sensazioni più apprezzate delle scarpe ASICS da strada.

Maneggiandola la prima caratteristica che si nota è l'intersuola generosa, realizzata in FF BLAST MAX. L'ammortizzazione è abbondante e morbida, ma senza trasformare la scarpa in una piattaforma eccessivamente cedevole. La risposta è elastica e la falcata invita a correre in modo naturale, soprattutto sui ritmi facili e medi. Sotto l'avampiede entra in gioco il Trampoline Pod, una particolare costruzione studiata per aumentare la sensazione di rimbalzo e rendere più energica la fase di stacco. Il risultato è una scarpa che predilige una corsa fluida e rotonda, capace di rendere piacevoli anche le uscite lunghe.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Con un drop di 8 mm e un peso di circa 252 grammi, la BLAZEBLAST riesce a mantenere una buona leggerezza nonostante i volumi importanti dell'intersuola. La tomaia in tessuto tecnico intrecciato è morbida e ben ventilata, con una costruzione essenziale che privilegia il comfort. Il contenimento è adeguato alla destinazione d'uso e la filosofia è chiara: offrire sicurezza sullo sterrato, senza appesantire la scarpa con strutture protettive pensate per trail più tecnici.
La suola ASICSGRIP, con tasselli da 2,5 mm, conferma questa impostazione. Sullo sterrato compatto, sulle strade forestali e sui sentieri asciutti e scorrevoli la trazione è efficace e consente di correre con sicurezza riducendo al minimo l'attrito. La tassellatura meno pronunciata mostra i suoi limiti solamente quando il terreno diventa molto fangoso, sconnesso o estremamente ripido. Non è un difetto, quanto piuttosto una precisa scelta progettuale, la BLAZEBLAST infatti si esprime al meglio dove la continuità della corsa è la necessità principale.

BLAZEBLAST è quindi una scarpa particolarmente interessante sia per chi arriva dalla strada e vuole una scarpa ammortizzata e scorrevole senza cambiare completamente sensazioni sotto al piede e sia per chi ricerca un modello comodo senza rinunciare ad un buon ritorno elastico da parte dell'intersuola, anche il trail runner esperto che cerca un modello comodo e vivace per i recuperi o gli allenamenti su percorsi veloci la potrebbe apprezzare appieno. In poche parole un prodotto che cerca di rendere la corsa facile, ammortizzata e divertente.

 

ASICS BLAZEBLAST


CMP porta l'outdoor fuori dai sentieri con la nuova linea Moving

Per anni l'abbigliamento tecnico è rimasto confinato ai sentieri e alle attività in montagna. Oggi, invece, il confine tra outdoor e vita quotidiana è sempre più sfumato.

È da questa evoluzione che nasce Moving – Collective [of] Moving People, la nuova linea di CMP, brand veneto del gruppo F.lli Campagnolo, che unisce il know-how tecnico del brand a uno stile essenziale e contemporaneo, pensato per accompagnare ogni momento della giornata.

La collezione interpreta il movimento come un'attitudine, proponendo capi versatili capaci di passare con naturalezza dall'ambiente urbano alle attività all'aria aperta. Materiali performanti, dettagli funzionali e vestibilità rilassate sono il filo conduttore dell'intera linea.

La collezione propone un guardaroba completo che spazia da T-shirt, felpe e pantaloni fino a giacche e accessori, accomunati da un'estetica essenziale e da una costruzione pensata per adattarsi a contesti diversi. I tessuti tecnici, come quelli dotati di tecnologia Dry Function, favoriscono traspirabilità e asciugatura rapida, mentre i fit rilassati e le linee pulite garantiscono comfort e libertà di movimento durante tutta la giornata. Accanto ai capi più leggeri trovano spazio anche soluzioni pensate per affrontare condizioni meteo variabili, con giacche che integrano dettagli funzionali come cappucci regolabili, tessuti protettivi, inserti reflective e tasche con zip.
A completare la proposta ci sono accessori come bucket hat e cappellini, che rafforzano l'identità urban-outdoor della collezione, pensata per accompagnare con naturalezza chi passa dalla città ai sentieri, da un viaggio a un'escursione, senza dover cambiare modo di vestire.

Con Moving, CMP interpreta una tendenza sempre più attuale: portare le prestazioni e il comfort dell'abbigliamento outdoor anche fuori dai sentieri, senza rinunciare a uno stile essenziale e versatile. Una proposta pensata per chi vive il movimento come parte integrante della propria quotidianità.

Collezione Moving by CMP


Broad Peak, la valanga e il silenzio che rimane

Raccontare la montagna è facile quando si parla di nuove vie, record e grandi salite. Molto meno quando è la montagna stessa a interrompere una storia, lasciando dietro di sé soltanto domande e silenzio.

Sul Broad Peak (8.051 m), nel Karakorum pakistano, una violenta valanga ha travolto una spedizione internazionale, causando la morte di dieci alpinisti. Tra loro c'era anche Nirmal Purja, probabilmente il nome più conosciuto dell'alpinismo himalayano contemporaneo, insieme a guide nepalesi, clienti e alpinisti provenienti da diversi Paesi. Si tratta di uno dei più gravi incidenti collettivi degli ultimi anni su un Ottomila.

Non ci piace scrivere articoli su chi non c'è più. Preferiamo raccontare le salite riuscite, le nuove vie, le imprese che fanno sognare. Ma quando scompare una figura che ha contribuito a cambiare il volto dell'alpinismo moderno, fermarsi a riflettere diventa quasi un dovere.

Nirmal Purja divideva il mondo della montagna. Ex Gurkha e membro delle forze speciali britanniche, aveva rivoluzionato il concetto stesso di velocità sugli Ottomila con il progetto Project Possible, salendo tutti i quattordici Ottomila in appena sei mesi e sei giorni. Un'impresa che sembrava appartenere alla fantascienza e che lo aveva reso celebre ben oltre l'ambiente alpinistico, anche grazie al documentario 14 Peaks.
Ma Purja era anche uno degli alpinisti più discussi della sua generazione. L'utilizzo sistematico dell'ossigeno supplementare, il forte approccio commerciale alle spedizioni, una comunicazione spesso spettacolare e alcune polemiche degli ultimi anni gli avevano attirato numerose critiche. Per alcuni rappresentava una nuova idea di himalayismo, più veloce ed efficiente, per altri incarnava un modello troppo distante dall'alpinismo tradizionale.

È giusto ricordarlo anche così. Perché la montagna non ha bisogno di santi, ma di persone vere, con i loro meriti, le loro contraddizioni e i loro errori.
Questa tragedia lascia anche un'altra riflessione. Diversi membri della spedizione erano dotati di dispositivi di localizzazione satellitare e GPS. Strumenti ormai sempre più diffusi, capaci di indicare con precisione la posizione di una persona e di facilitare enormemente le operazioni di recupero. E infatti hanno permesso ai soccorritori di individuare rapidamente l'area dell'incidente e organizzare una delle operazioni di recupero più complesse mai affrontate sul Broad Peak.

 

Ma la tecnologia ha mostrato il proprio limite. Un GPS può dire dove sei, può inviare una posizione. Un drone può sorvolare un pendio. Nulla di tutto questo, però, può fermare una massa di neve che precipita lungo un versante a migliaia di metri di quota.
Anche sulle nostre montagne negli ultimi anni abbiamo imparato ad affidarci sempre di più alla tecnologia: satellitari, smartwatch, airbag, ARTVA sempre più evoluti. Sono strumenti straordinari, che aumentano le possibilità di sopravvivenza e rendono i soccorsi più efficaci. Ma nessuno di loro elimina il rischio.
La montagna, e la natura in generale, continua a ricordarci che la sicurezza non nasce dall'attrezzatura, ma dalle decisioni prese molto prima di uscire di casa. La tecnologia può aiutare quando qualcosa va storto, la prevenzione rimane l'unico vero modo per evitare che quel momento arrivi, ma il rischio zero non esiste.

 

Nei prossimi giorni si parlerà inevitabilmente di quote, seracchi, condizioni del manto nevoso e responsabilità. È giusto farlo? Serve a capire, a migliorare e a ridurre il rischio.

Oggi, però, forse è il momento di fermarsi un istante.

Per ricordare dieci alpinisti che sono partiti sognando una cima e non sono più tornati. E per ricordare anche Nirmal Purja, una figura che ha cambiato l'alpinismo contemporaneo, nel bene e nel male. Perché le montagne continueranno a dividere le opinioni, ma davanti alla loro forza siamo tutti, inevitabilmente, uguali.

 

 

© foto National Geographic


28 giorni per attraversare le Alpi: nuovo FKT per Sophie Woods

A volte si fatica per abbassare i record di pochi minuti altre volte si cambia completamente la percezione di ciò che sembrava possibile. Il nuovo FKT firmato da Sophie Woods cambia radicalmente la nostra percezione di traversata delle Alpi.

L'ultrarunner neozelandese ha completato la Via Alpina in 28 giorni, 17 ore e 59 minuti, stabilendo il nuovo Fastest Known Time (FKT) assoluto sul celebre itinerario che attraversa l'intero arco alpino da Muggia, alle porte di Trieste, fino al Principato di Monaco. Un tempo che non migliora soltanto il primato femminile, ma supera anche quello maschile, abbassando di oltre una settimana il precedente record assoluto.

La Via Alpina non è un sentiero qualsiasi. Il tracciato attuale misura 2.018 chilometri e accumula oltre 117.000 metri di dislivello positivo, attraversando otto Paesi: Italia, Slovenia, Austria, Germania, Liechtenstein, Svizzera, ancora Italia, Francia e infine Monaco, lungo alcuni dei passaggi più spettacolari e impegnativi delle Alpi. Per dare un'idea delle dimensioni dell'impresa, significa affrontare un dislivello equivalente a circa dodici ascensioni dell'Everest, distribuite in meno di un mese.

Per riuscirci Woods ha mantenuto una media impressionante di oltre 70 chilometri e più di 4.000 metri di salita ogni giorno, muovendosi per 14-18 ore quotidiane. Un ritmo che avrebbe già del sorprendente in condizioni ideali, ma che quest'estate si è scontrato con due intense ondate di calore, temporali, incendi boschivi e deviazioni obbligate lungo il percorso.

La quarantaduenne, nata in Nuova Zelanda ma residente nel Regno Unito e conosciuta nelle competizioni anche con il cognome da nubile Sophie Grant, non è nuova alle grandi avventure alpine. Nel suo curriculum figurano tre partecipazioni concluse al Tor des Géants, diversi piazzamenti di rilievo nelle grandi ultra europee e una lunga esperienza nello skyrunning. Ma la Via Alpina rappresentava qualcosa di diverso: non una gara, bensì un progetto personale costruito giorno dopo giorno, dove la vera sfida era continuare a muoversi quando il corpo chiedeva di fermarsi.

Anche l'approccio mentale è stato determinante. Woods ha raccontato di non aver mai pensato ai 2.000 chilometri nella loro interezza, ma di aver suddiviso il viaggio in piccoli obiettivi: una giornata, un'ora, persino pochi minuti alla volta. Un modo per rendere affrontabile qualcosa che, visto nella sua totalità, sarebbe parso semplicemente impossibile.

L'impresa conferma anche un'altra tendenza ormai evidente nel mondo dell'endurance: le grandi traversate stanno vivendo una nuova stagione. Sempre più atleti scelgono di misurarsi con itinerari storici piuttosto che con gare tradizionali, trasformando sentieri iconici in palcoscenici per sfide dove contano resistenza, logistica, capacità di adattamento e conoscenza della montagna almeno quanto la velocità.

La Via Alpina, nata per unire l'intero arco alpino attraverso una rete di sentieri escursionistici, aggiunge così un nuovo capitolo alla propria storia. E il tempo di 28 giorni, 17 ore e 59 minuti fissato da Sophie Woods diventa il nuovo riferimento assoluto per chi, un giorno, vorrà provare a correre da Trieste fino al Mediterraneo inseguendo il filo delle Alpi.

 

Trovate sul suo profilo Instagram il racconto della traversata giorno per giorno.

 

© foto Instagram Sophie Woods


In gara con ASICS a La Thuile

Ogni gara è anche un banco di prova per l'attrezzatura, soprattutto quando il percorso si sviluppa in alta montagna. Per questo abbiamo scelto di testare il nuovo equipaggiamento trail di ASICS direttamente sul campo, affrontando la 25 km della ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella, una delle prove più rappresentative del panorama trail alpino. L'evento, di cui ASICS è title sponsor, propone quattro distanze: 10 - 24 - 42 70 chilometri. Il nostro tester Paolo Dellavesa ha scelto di affrontare la 25 chilometriche si snodano con circa 1.500 metri di dislivello positivo lungo i sentieri di La Thuile, alternando lunghe salite corribili, single track tecnici e discese veloci in un ambiente spettacolare vista Monte Bianco. Per l'occasione ASICS ci ha fornito un setup completo, pensato per affrontare una gara dove leggerezza, stabilità, protezione e traspirabilità fanno davvero la differenza. Ecco come si sono comportati i prodotti che ci hanno accompagnato dal via fino al traguardo.

 

Per affrontare i 25 km della La Thuile Trail abbiamo scelto un setup ASICS pensato per correre veloce in ambiente alpino, dove leggerezza, traspirabilità e protezione devono convivere. Il completo Fujitrail, composto dalla t-shirt Fujitrail Elite SS Top e dai pantaloncini Fujitrail Elite Short, utilizza tessuti estremamente leggeri e ad asciugatura rapida che gestiscono al meglio il calore nelle lunghe salite e mantengono comfort anche quando il ritmo aumenta.

 

 

 

Sulle spalle c'era il nuovo Fujitrail Vest, un gilet da trail che ci ha sorpreso soprattutto per la stabilità. Anche affrontando discese veloci e tratti particolarmente sconnessi è rimasto sempre ben aderente al corpo, senza fastidiosi rimbalzi e senza limitare la respirazione. Le numerose tasche frontali permettono di avere gel, flask e piccoli accessori sempre a portata di mano, mentre lo scomparto posteriore offre spazio sufficiente per riporre la giacca impermeabile e il materiale obbligatorio senza dover comprimere eccessivamente il carico. Apprezzabile anche il sistema di regolazione elastico, che consente di adattare rapidamente il fit durante la gara mantenendo lo zaino stabile sia con le flask piene sia una volta svuotate. Un dettaglio che, sulle lunghe distanze, contribuisce a far dimenticare di averlo addosso.

 

Ai piedi abbiamo corso con le nuove FUJI LITE 7, una scarpa che ci ha convinto per il perfetto equilibrio tra leggerezza, precisione e reattività. Fin dai primi chilometri trasmette una sensazione di corsa molto naturale, con un'intersuola capace di assorbire bene gli impatti senza risultare troppo morbida o dispersiva. La risposta è pronta, soprattutto quando si aumenta il ritmo in salita o nei rilanci dopo i tratti più tecnici, mentre il peso contenuto rende la scarpa poco affaticante anche dopo diverse ore di gara. La suola ASICSGRIP si è dimostrata uno dei punti di forza del modello: il grip è sempre elevato su roccia asciutta, radici e terreno compatto, ma offre sicurezza anche sui tratti umidi tipici dei sentieri alpini. La tomaia avvolge il piede con precisione senza creare punti di pressione e mantiene un'ottima traspirabilità anche nelle fasi più intense della gara. Il risultato è una scarpa che invita a spingere, ma che allo stesso tempo rimane prevedibile e precisa negli appoggi, qualità fondamentali quando il percorso alterna lunghe salite, discese veloci e continui cambi di terreno.

 

 

Nello zaino trovava posto anche la Fujitrail Elite Waterproof Jacket, una giacca impermeabile a tre strati, comprimibile e altamente traspirante, scelta sia perché rappresenta un capo indispensabile del materiale obbligatorio in gara, sia per affrontare gli improvvisi cambi di meteo tipici delle montagne in periodo estivo. Una giacca essenziale ma completa, con tasca pettorale per riporre il telefono o le chiavi, cappuccio e fondo giacca regolabili tramite elastici e coulisse per il pollice che permettono di non far risalire le maniche anche durante i tratti più movimentati delle nostre uscite.

 

 

 

 

 

 

Test a cura di Paolo Dellavesa

© foto La Thuile Trail / ASICS Italia


ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella: una gara da gestire, dall'inizio alla fine

Le gare come la 25K di ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella hanno una caratteristica precisa: l'entusiasmo della partenza rischia di farti correre più forte del dovuto. Tra il pubblico, i tanti atleti locali e un ritmo subito elevato, è facile lasciarsi trascinare. Per questo il primo obiettivo è stato uno solo: gestire.

Dopo i primi chilometri vallonati, veloci e in parte asfaltati, ho iniziato a recuperare terreno senza però andare fuori giri. Il sentiero che sale verso la balconata è forse il tratto in cui ho spinto più del previsto, ma le sensazioni erano buone e sono riuscito a rimontare fino alla dodicesima posizione, quella che poi avrei mantenuto fino al traguardo.

La lunga balconata verso il Deffeyes è il cuore della gara. Il terreno è tecnico e richiede concentrazione continua: oltre una certa velocità diventa difficile guadagnare davvero secondi. Qui ho preferito correre sciolto, trovando il mio ritmo e gestendo alimentazione e idratazione. Quest'anno ho scelto di usare uno zaino anziché la cintura, sacrificando qualche grammo in più ma con abbastanza autonomia da saltare il primo ristoro e non perdere tempo nelle soste. Una scelta che, alla fine, si è rivelata vincente.

Dal Deffeyes il percorso cambia volto. La morena del ghiacciaio, con il suo fondo di sabbia compatta, invita ad aumentare il ritmo e dà quasi l'illusione che il più sia fatto. In realtà è uno dei punti più insidiosi della gara: dopo un tratto veloce arriva una nuova risalita di circa 100-150 metri di dislivello, probabilmente il momento più duro della giornata. Con le gambe già provate dalla salita iniziale e dalla successiva discesa, lì bisogna stringere i denti. È stato il mio unico vero momento di difficoltà, ma sono riuscito a limitare i danni e a conservare la posizione.
Anche la successiva discesa richiede attenzione. Il sentiero è stretto, umido, con vegetazione alta che riduce la visibilità e rende difficile lasciar correre le gambe. Più che cercare velocità, conta rimanere lucidi.

Quando si entra nel bike park, invece, la gara torna finalmente nelle mie corde. Il fondo diventa più scorrevole e negli ultimi tre chilometri, lungo la poderale che riporta verso La Thuile, riesco a ritrovare un ritmo sostenuto fino al traguardo.

Chiudo dodicesimo, con la sensazione di aver corso esattamente la gara che avevo nelle gambe. Ho gestito bene i momenti delicati, ho superato gli avversari con cui normalmente riesco a competere e sono arrivato davanti a chi, di solito, mi precede.

E poi c'è tutto il resto. Perché al di là del cronometro e della classifica, passare una giornata a correre in un ambiente come quello di La Thuile è già un regalo. Sentieri tecnici, ghiacciai, balconate e panorami che accompagnano ogni chilometro ricordano perché continuiamo a mettere un pettorale: per la fortuna di vivere montagne così, di corsa.

 

 

Testo di Paolo Dellavesa

© foto Pierre Lucianaz / La Thuile Trail


Dynafit Ultra DNA 2

Carbonio, velocità e tanta sostanza

Negli ultimi anni il mondo del trail running ha vissuto una piccola rivoluzione. Se sulle scarpe da strada la piastra in carbonio è ormai uno standard nelle competizioni, in montagna la sua diffusione è stata molto più lenta. Il motivo è semplice: un sentiero non è l'asfalto. Tra rocce, radici, traversi e discese tecniche, una scarpa troppo rigida rischia di diventare più un limite che un vantaggio.

Con la nuova Dynafit Ultra DNA 2 il brand del leopardo delle nevi prova a trovare un equilibrio tra questi due mondi. È una scarpa dichiaratamente orientata alle gare lunghe e veloci, sviluppata insieme agli atleti del team Dynafit con un obiettivo preciso: mantenere elevata la velocità senza arrivare negli ultimi chilometri con le gambe completamente distrutte.

L'abbiamo portata su percorsi molto diversi tra loro, alternando forestali veloci, sentieri alpini e lunghe discese. La prima sensazione è quella di una scarpa che invita immediatamente ad aumentare il ritmo. Non serve forzare: appena si accelera sembra quasi chiedere di correre più forte.
Merito soprattutto della Carbontech Plate, che restituisce una spinta evidente senza risultare invasiva. A differenza di alcune scarpe con piastra che trasmettono una sensazione quasi meccanica, qui il comportamento è molto più naturale. Il carbonio lavora soprattutto nella fase di transizione e rilancio, ma non irrigidisce eccessivamente l'appoggio quando il terreno diventa irregolare. Anzi, nei tratti più tecnici la scarpa continua a seguire bene il piede, lasciando quella libertà di movimento indispensabile in montagna.

A convincere è anche la nuova intersuola bimescola, che combina una schiuma supercritica in Pebax con uno strato in TPU. Una soluzione che permette di ottenere due caratteristiche apparentemente opposte: tanto ritorno di energia quando si spinge e un appoggio progressivo quando il sentiero si fa sconnesso. Il risultato è una scarpa che protegge bene sulle lunghe distanze senza diventare eccessivamente morbida o instabile.
Anche dopo diverse ore di corsa la sensazione è quella di avere ancora gambe relativamente fresche. È probabilmente questo l'aspetto che ci ha colpito maggiormente: più che regalare secondi al chilometro, la Ultra DNA 2 sembra aiutare a mantenere il ritmo quando normalmente inizierebbe il calo.

La trazione è affidata alla collaudata Vibram Megagrip Litebase, una garanzia praticamente in ogni condizione. Sulle rocce asciutte il grip è eccellente, ma è sul terreno umido e nei cambi di direzione che la suola trasmette maggiore sicurezza. Il disegno dei tasselli privilegia la velocità senza rinunciare al controllo, caratteristica fondamentale per una scarpa pensata per le ultra veloci.

Molto interessante anche la nuova tomaia in Matryx, uno dei punti di forza del progetto. Il tessuto è estremamente leggero e traspirante, ma allo stesso tempo offre un'elevata resistenza ad abrasioni e tagli. Durante il test abbiamo apprezzato soprattutto la capacità di bloccare il piede senza creare punti di pressione e sfregamenti, anche affrontando lunghi traversi o discese ripide. La sensazione è quella di una calzata molto precisa, ma senza sacrificare il comfort.
Il sistema di contenimento del tallone svolge un ottimo lavoro: il piede rimane sempre ben fermo e non abbiamo mai avvertito movimenti indesiderati, nemmeno nei cambi di direzione più bruschi. È una caratteristica che aumenta la fiducia e permette di lasciar correre la scarpa anche quando il sentiero invita ad alzare il ritmo.

Naturalmente non è una scarpa universale. Chi cerca un modello morbido, rilassato e pensato per affrontare le uscite a ritmi tranquilli probabilmente troverà soluzioni più adatte. La Ultra DNA 2 nasce con un DNA agonistico ben preciso e si percepisce fin dai primi metri.
Per chi invece ama correre forte in montagna rappresenta una delle proposte più interessanti viste negli ultimi tempi in casa Dynafit. Il carbonio offre un aiuto concreto in fase di spinta, ma senza rendere la scarpa eccessivamente secca o difficile da gestire. L'intersuola in Pebax e TPU riesce infatti ad assorbire molto bene gli impatti, mantenendo un equilibrio che permette di affrontare anche le lunghe distanze con un buon livello di comfort.

In definitiva, la Dynafit Ultra DNA 2 è una scarpa pensata per chi vuole spingere davvero. Leggera, precisa e molto reattiva, unisce tecnologie di alto livello in un progetto coerente che dà il meglio quando il cronometro conta.

Dynafit.com

 

 

 

 

 

© foto Jacopo Chianale


Valle Stura Skyrace, assegnati i titoli italiani Skyrace 2026

La Valle Stura Skyrace continua a crescere e, alla sua terza edizione, si conferma tra gli appuntamenti più interessanti del panorama nazionale dello skyrunning. Il weekend del 25 e 26 luglio ha portato a Bersezio, nell'alta Valle Stura di Demonte, centinaia di atleti e appassionati per un fine settimana interamente dedicato alla corsa in montagna, culminato con l'assegnazione dei titoli assoluti e di categoria del Campionato Italiano Skyrace FISky 2026. Il percorso regina, lungo 24 chilometri con 2.150 metri di dislivello positivo, era valido anche come ottava prova della Crazy Skyrunning Italy Cup, richiamando alcuni dei migliori interpreti della disciplina. Un riconoscimento importante per una gara giovane, nata appena nel 2024, ma già capace di ritagliarsi uno spazio di primo piano nel calendario nazionale grazie a un tracciato tecnico e spettacolare e a un'organizzazione che punta a valorizzare uno degli angoli più selvaggi a cavallo tra le Alpi Cozie e Marittime.

Non è un caso che la Valle Stura Skyrace abbia conquistato in così poco tempo la fiducia della Federazione e degli atleti. Il percorso racchiude tutto ciò che rende lo skyrunning una disciplina unica: ripide salite che attraversano boschi di larici, laghi, pascoli d'alta quota e antiche fortificazioni militari, fino a raggiungere i 2.840 metri di quota del Monte Scaletta, punto culminante della gara. Lunghe discese che alternano sentieri veloci, pietraie e tratti tecnici, con alcuni passaggi attrezzati da affrontare aiutandosi con le catene. Lungo il tracciato si incontrano anche le gallerie del Vallo Alpino, testimonianza della storia militare di queste montagne, mentre il panorama spazia dalle Alpi Cozie alle cime del massiccio dell'Argentera. Un percorso che richiede gambe, tecnica e lucidità, capace di mettere in difficoltà anche gli specialisti più esperti e di incarnare perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre là dove il sentiero diventa montagna.

 

 

In campo maschile la gara ha visto il successo di Marcello Ugazio (Sport Project VCO), che ha conquistato il titolo italiano fermando il cronometro a 2h 47'10". Dopo aver vinto anche il Vertical del sabato, l'atleta piemontese ha completato una prestigiosa doppietta, confermandosi a pieno titolo tra i protagonisti del weekend. Alle sue spalle Cesarini Devid, staccato di poco più di nove minuti, mentre il bronzo tricolore è andato a Arrigoni Luca.

Tra le donne è stata la cuneese Alice Minetti a conquistare il titolo italiano grazie a una prova autorevole chiusa in 3h 24'11". Alle sue spalle, a poco più di un minuto, si è classificata Jacquin Roberta e a sette minuti Irene Arlati.

 

 

La manifestazione non si è limitata alla gara principale. Il weekend è iniziato sabato con il Vertical di 4,2 km e 1.000 metri di dislivello positivo, anch'esso vinto da Ugazio al maschile e da Charlotte Roy al femminile. Domenica, in contemporanea con la Skyrace, si è disputata anche la SkyTrail da 20 km e 1.400 metri di dislivello, pensata per chi desiderava affrontare un percorso meno tecnico ma altrettanto spettacolare.

Con l'assegnazione dei titoli italiani, la Valle Stura Skyrace conferma definitivamente il proprio posto tra gli appuntamenti di riferimento dello skyrunning nazionale. Un evento giovane, nato nel 2024, ma già capace di attirare i migliori interpreti della disciplina grazie a un percorso tecnico, selvaggio e autentico, dove la velocità conta tanto quanto la capacità di muoversi con sicurezza in ambiente alpino. Una gara che racconta perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre in montagna, là dove il sentiero lascia spesso spazio alla roccia e il panorama ripaga ogni metro di dislivello.

 

© foto Valle Stura SkyRace


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