FACE SHOT 4 - Quello che resta
Quando un ghiacciaio scompare, per noi la storia finisce lì. Una fotografia del prima e del dopo, qualche numero impressionante, l'ennesima prova di un cambiamento climatico che corre più veloce di quanto vorremmo. Ma per il territorio che emerge da sotto il ghiaccio, quella storia è appena cominciata.
Qualche giorno fa sono stata sulla Mer de Glace, invitata da Millet per conoscere Ice&Life, un progetto sostenuto dal brand. Con noi c'era Jean-Baptiste Bosson, glaciologo e coordinatore dell'iniziativa. La cosa più interessante che mi sono portata a casa non riguarda tanto il ghiaccio che stiamo perdendo, quanto quello che lascia dietro di sé.
Quando un ghiacciaio si ritira, libera territori sui quali lentamente comincia a svilupparsi la vita. Nascono laghi, arrivano le prime specie vegetali, si formano nuovi ecosistemi. Ambienti fragili, ancora poco conosciuti e spesso scarsamente tutelati. Le prime a colonizzare questi terreni sono le cosiddette piante pioniere, specie capaci di attecchire anche su suoli poverissimi, quasi privi di sostanza organica. Con il tempo contribuiscono a creare le condizioni perché altre forme di vita possano insediarsi.
Ice&Life lavora proprio su questo. I ricercatori mappano i territori liberati dal ghiaccio, studiano la comparsa di nuove specie e seguono l'evoluzione di questi ambienti. Ma non si fermano alla ricerca: collaborano con amministrazioni e istituzioni per creare nuove aree protette e impedire che questi spazi vengano occupati o trasformati prima ancora di averne compreso il valore. Un lavoro che ha già contribuito a portare la tutela degli ecosistemi postglaciali tra gli obiettivi della strategia francese per la biodiversità entro il 2030. Quando pensiamo a un'area protetta, ci vengono in mente soprattutto animali, boschi, specie vegetali da salvaguardare. Molto meno spesso pensiamo ai ghiacciai, e ancora meno ai territori che stanno emergendo dalla loro ritirata. Eppure, anche quelli sono ecosistemi che meritano protezione, possibilmente prima che qualcuno decida cosa farne.
Ed è fondamentale che anche i brand outdoor facciano la loro parte, sostenendo la ricerca scientifica e la tutela degli ambienti sui quali costruiscono il proprio business. Come sta facendo Millet con Ice&Life. Perché chi dalla montagna trae profitto dovrebbe anche contribuire a proteggerne il futuro, senza lasciare che siano sempre altri a farsene carico. «Il profitto non è tutto e la crescita non può essere infinita. Noi cerchiamo un equilibrio», mi ha detto Sacha Millet mentre camminavamo sulla Mer de Glace.
Mi sembra un buon punto da cui partire.
© foto COMUNITY LAB
Aymonod e Mayr, la storia si ripete a Lagunc
Una mulattiera di 3.298 metri, mille metri di dislivello positivo e una storia lunga abbastanza da trasformare i tempi in riferimenti, i ritorni in sfide e le vittorie in qualcosa che va oltre la classifica: questo è il Kilometro Verticale Chiavenna-Lagunc. Sabato 17 ottobre, nella 27ª edizione della cronoscalata, Henri Aymonod ha conquistato la sesta vittoria personale, mentre Andrea Mayr ha centrato il quinto successo.
Il valdostano ha fermato il cronometro a 31’19”, confermando un feeling speciale con la salita di Lagunc. Aveva vinto per la prima volta nel 2019, poi nel 2020, 2021, 2023 e 2025. Il successo del 2026 aggiunge un altro capitolo a questa continuità: il tempo finale è appena tre secondi più alto rispetto al 31’16” della passata edizione. Una prestazione che ribadisce la capacità di Aymonod di tornare ogni anno su questa salita e di restare vicino ai suoi migliori riferimenti.
Alle sue spalle è arrivato Andrea Elia, portacolori de La Recastello, in 31’51”. Il lecchese è tornato sul podio dopo il quarto posto del 2025 e ha ritrovato una gara che conosce bene: nel 2024 aveva battuto proprio Aymonod di sette secondi, vincendo in 31’08”. La sfida tra i due specialisti italiani resta uno dei fili conduttori della competizione, su un tracciato dove ogni secondo pesa e dove il margine di errore è ridotto al minimo. Terzo posto per il britannico Edward Hobbs, in 33’36”, davanti a Tiziano Moia, quarto in 34’47”, e Luca Curioni, quinto in 35’00”.
Anche la gara femminile ha riportato sul gradino più alto del podio una protagonista assoluta della corsa in montagna internazionale. L'austriaca Andrea Mayr ha chiuso in 38’08”, conquistando la quinta vittoria a Lagunc dopo quelle del 2017, 2018, 2021 e 2022. Sette volte campionessa mondiale individuale di corsa in montagna, Mayr detiene anche il record del percorso: nel 2018 aveva completato la salita in 35’40”, un riferimento rimasto imbattuto.
Il successo del 2026 è arrivato con un margine importante sulla seconda classificata, la svizzera Paola Stampanoni, che ha chiuso in 39’59”. Per lei è il terzo podio consecutivo a Chiavenna, dopo il terzo posto del 2024 e il secondo del 2025. A settembre Stampanoni aveva conquistato il titolo mondiale Vertical ai Campionati Mondiali di Skyrunning di La Gomera, confermando la propria competitività sulle salite più impegnative. Terza Benedetta Broggi in 42’03”. Anche per l'italiana la stagione verticale si è arricchita di un risultato internazionale importante, il bronzo mondiale conquistato nella stessa rassegna iridata. Alle sue spalle Martina Brambilla, quarta in 42’39”, e la cilena Florencia Vasquez, quinta in 43’02”.
Il Kilometro Verticale Chiavenna-Lagunc è una delle prove simbolo della corsa in montagna italiana. Il tracciato, interamente in salita lungo una storica mulattiera, concentra mille metri di dislivello positivo in poco più di tre chilometri ed è stato il primo chilometro verticale omologato FIDAL in Italia. Il record maschile appartiene a Bernard Dematteis, che nel 2013 fermò il cronometro a 30’27”; quello femminile è invece il 35’40” di Mayr, stabilito nel 2018.
Anche l'edizione 2026 ha richiamato un numero di atleti tra i più alti di sempre, con il borgo di Lagunc affollato di spettatori. Il fine settimana di corsa in montagna è proseguito domenica 18 ottobre con il Val Bregaglia Trail, che ha ospitato i Campionati Italiani FIDAL di staffette assoluti, juniores e master.
Aymonod e Mayr hanno aggiunto due nuove vittorie a un palmarès già ricco di successi su questa salita. Non sono arrivati nuovi record, ma a Lagunc non serve necessariamente riscrivere il cronometro per lasciare il segno: a volte basta tornare, anno dopo anno, e dimostrare di essere ancora tra i più forti.
© foto KV Chiavenna-Lagunc
La montagna comincia prima del sentiero
Il viaggio verso la montagna è parte dell'esperienza, ma anche una delle sue contraddizioni. Cerchiamo ambienti naturali, silenzio e aria pulita, e spesso per raggiungerli saliamo in macchina, contribuendo al traffico e alle emissioni che vorremmo ridurre. Non sempre per scelta: collegamenti insufficienti, orari incompatibili e informazioni difficili da reperire rendono treni e autobus un'alternativa complicata, soprattutto quando si viaggia con bici, sci e altra attrezzatura. È proprio da qui che riparte Mobility Month 2026, la campagna di Protect Our Winters Italy che, dal 19 ottobre al 16 novembre, invita la comunità outdoor a capire quanto sia davvero possibile raggiungere la montagna senza auto.
La quarta edizione porta con sé una novità: POW Mobility Explorer, un'app attraverso cui chiunque può recensire i collegamenti pubblici utilizzati per raggiungere le proprie destinazioni outdoor, assegnando da una a cinque stelle al servizio. Puntualità, chiarezza delle informazioni, accessibilità delle fermate, possibilità di trasportare una bici o attrezzatura sportiva: sono dettagli che possono fare la differenza tra un'uscita organizzata attorno agli orari dei mezzi e una per cui l'auto sembra l'unica soluzione. L'obiettivo non è limitarsi a segnalare ciò che non funziona, ma raccogliere dati utili per individuare le criticità e chiedere interventi concreti.

Accanto alla mappatura individuale, POW Italy organizza quattro escursioni guidate, concepite come esperimenti sul campo. I partecipanti potranno raggiungere la destinazione con i mezzi pubblici, accompagnati da professionisti della montagna, e valutare insieme il percorso: dal collegamento principale all'ultimo tratto, spesso quello più difficile da risolvere. Gli appuntamenti sono in Trentino, a Baselga di Piné il 25 ottobre; in Alto Adige, a Dobbiaco il 31 ottobre; in Lombardia, a Lecco il 7 novembre; e in Piemonte, al Santuario di Oropa, sempre il 7 novembre. Le escursioni sono di difficoltà escursionistica, con un massimo di 15 partecipanti ciascuna.
La necessità di intervenire emerge anche dai numeri raccolti da POW Italy nel 2025, attraverso oltre mille risposte di persone che praticano sport outdoor. L'auto resta il principale mezzo per raggiungere la montagna, anche se il 65% degli intervistati si dichiara disposto a cambiare abitudini per ridurre traffico e affollamento. Secondo i dati citati dall'organizzazione, fino al 90% delle emissioni di CO₂ di una gita in montagna può dipendere proprio dal viaggio necessario per arrivarci. Il problema, quindi, non è soltanto la sensibilità ambientale di chi frequenta la montagna, ma la disponibilità di alternative praticabili.
Al termine del Mobility Month, i dati raccolti saranno riuniti in report dedicati ai singoli territori e collegamenti, da presentare alle amministrazioni locali e regionali insieme a proposte per migliorare i trasporti: collegamenti diretti verso le mete outdoor, agevolazioni tariffarie per chi pratica sport, informazioni più chiare e servizi per il trasporto di biciclette e attrezzature.
Per partecipare non è necessario iscriversi a un'escursione: basta provare a raggiungere una destinazione con i mezzi pubblici e recensire il viaggio attraverso POW Mobility Explorer. Perché la mobilità sostenibile in montagna non si costruisce soltanto cambiando le proprie abitudini, ma anche rendendo più semplice farlo. E per capire dove intervenire, il primo passo è raccontare quello che succede davvero lungo il percorso.
Info e iscrizioni: Pow Mobility Month
«Questa giacca è inutile»: Karpos invita a uscire, prima ancora che ad acquistare
C'è una giacca che, da sola, non serve a niente. Non basta comprarla, indossarla o aggiungerla all'attrezzatura che già riempie l'armadio. Perché una giacca outdoor diventa utile soltanto quando si decide di usarla. È da questo paradosso che parte «Questa giacca è inutile. Finché non decidi di usarla», la nuova campagna Autunno/Inverno 2026 di Karpos, lanciata il 15 ottobre con un messaggio che va in controtendenza rispetto alle logiche tradizionali della comunicazione di prodotto.
Il marchio italiano, nato nelle Dolomiti sceglie di parlare non tanto di ciò che vende, quanto di quello che vorrebbe spingere le persone a fare. In un mondo in cui le possibilità di acquisto sembrano infinite e l'attrezzatura outdoor è sempre più al centro dell'attenzione, Karpos prova a riportare il discorso al punto di partenza: non è ciò che possediamo a renderci liberi, ma quello che scegliamo di fare.
«La libertà non è un acquisto. È una decisione», spiega Giuseppe Lira, Brand Manager Karpos. Una posizione che il brand lega alla propria identità e al motto Free to keep going, trasformandola in un invito concreto a uscire all'aperto, muoversi e vivere la montagna. Anche Matteo Della Bordella, ambassador del marchio, sintetizza il concetto in poche parole: «L'attrezzatura fa la differenza solo quando sei all'aperto e in movimento».
La provocazione è evidente: un'azienda che produce abbigliamento tecnico sceglie di mettere in discussione proprio il valore dell'acquisto. «Nessuna giacca ha mai reso nessuno libero, ma la decisione di usarla, sì», afferma Marco Capretta, Marketing Director Karpos. Non è un invito a rinunciare all'attrezzatura, ma a recuperare il senso per cui la scegliamo: non accumulare possibilità, ma trasformarle in esperienze.
La campagna si sviluppa attraverso un film manifesto, una serie di video dedicati agli atleti e un concorso aperto alla community. Prove It's Useful invita infatti le persone a condividere video che mostrino la propria giacca in azione, senza che sia necessariamente un prodotto Karpos. Non serve dimostrare di aver comprato qualcosa: bisogna dimostrare di averlo usato. Una giuria composta da atleti e membri del brand selezionerà i vincitori, che potranno vivere un'esperienza in montagna insieme a un ambassador Karpos.
A dicembre, in occasione dell'apertura della stagione sciistica, le vetrine di 40 rivenditori in località montane, tra cui Cortina d'Ampezzo, Zermatt e Kranjska Gora, daranno ulteriore visibilità al messaggio.
La campagna nasce anche come risposta a un contesto in cui il brand invita a preferire acquisti consapevoli agli impulsi del momento. Il suo messaggio, però, va oltre la scelta di una giacca: riguarda il rapporto tra ciò che desideriamo, ciò che possediamo e il tempo che dedichiamo a viverlo.
Il manifesto si chiude con una domanda: «Stai arrivando?». Non chiede quale prodotto abbiamo scelto, quanto abbiamo speso o quanto sia completo il nostro equipaggiamento. Chiede se abbiamo davvero intenzione di uscire. Perché, in fondo, la montagna non sa cosa abbiamo nell'armadio. Sa soltanto se ci siamo.
Overtourism in montagna: il problema è dove arrivano tutti, o dove non arriva nessuno?
L’estate 2026 racconta una montagna sempre più attrattiva, ma non ovunque allo stesso modo. Ci sono luoghi che faticano a contenere i visitatori e altri che avrebbero bisogno di più presenze per sostenere economie e comunità. Nel mezzo, una domanda: quando il turismo diventa troppo?
C'è una fotografia della montagna italiana che racconta due storie opposte. Da una parte, sentieri affollati, parcheggi pieni e code per raggiungere un panorama diventato virale. Dall'altra, valli che avrebbero molto da offrire, ma faticano a farsi conoscere, con strutture ricettive da sostenere, servizi da mantenere e attività economiche che avrebbero bisogno di nuovi visitatori. Due facce dello stesso fenomeno, che forse sarebbe più corretto osservare insieme prima di pronunciare una parola ormai ricorrente: overtourism.
Secondo le stime dell'Osservatorio sulla montagna estiva di JFC, riportate da ANSA a fine luglio, gli arrivi nelle aree montane e appenniniche italiane avrebbero raggiunto oltre 79 milioni di presenze, in crescita rispetto all'estate precedente. A spingere la domanda, anche le temperature elevate, che hanno reso l'altitudine un'alternativa al caldo delle città e delle coste. La montagna non è più soltanto una destinazione invernale: è sempre più spesso anche un luogo in cui cercare sollievo climatico, sport e natura.
Ma una crescita complessiva non significa che tutti i territori stiano vivendo la stessa stagione. E soprattutto non racconta, da sola, se il turismo sia sostenibile per chi quei luoghi li abita.
QUANDO UN LUOGO DIVENTA UNA DESTINAZIONE
Nell'estate appena trascorsa, alcune immagini hanno restituito con particolare evidenza il lato più problematico di questa attrattività. Le Tre Cime di Lavaredo e i Cadini di Misurina sono tornati tra i percorsi più frequentati, mentre altre mete alpine hanno dovuto fare i conti con concentrazioni di visitatori in punti circoscritti. A volte basta un contenuto condiviso sui social per trasformare un luogo poco conosciuto in una destinazione improvvisamente affollata.
È successo anche in Val di Fassa, dove il rifugio Friedrich August è finito al centro dell'attenzione per i suoi krapfen. La diffusione virale della notizia ha attirato centinaia di persone, creando code lungo un sentiero di montagna. Un episodio apparentemente marginale, ma indicativo di un cambiamento: talvolta non è più soltanto il territorio a richiamare le persone, ma un singolo elemento, un'immagine, un'esperienza raccontata online.
In questi casi, il problema non è necessariamente il numero assoluto dei visitatori. Conta dove si concentrano, in quale momento arrivano e quali conseguenze producono. Un sentiero stretto, un parcheggio limitato o un ecosistema fragile possono andare in difficoltà anche senza milioni di presenze. E una località può vivere picchi insostenibili in poche giornate, pur registrando numeri annuali apparentemente gestibili.
Prenotazioni, gestione degli accessi, trasporto pubblico e informazioni aggiornate sui flussi possono contribuire a distribuire meglio le presenze. Ma servono strumenti adatti ai singoli contesti, non necessariamente le stesse regole ovunque. E bisogna chiedersi se sia sufficiente limitare gli ingressi o se sia possibile orientare parte della domanda verso altri luoghi e altri periodi dell'anno.
UNA MONTAGNA CHE NON SI RIEMPE DAPPERTUTTO
Il sondaggio UNCEM dedicato al turismo nell'estate 2026 offre un punto di partenza interessante. Alla domanda sulla presenza di un problema di presenze eccessive nel proprio territorio, il 54,7% dei partecipanti ha risposto negativamente, mentre il 38,7% ha riconosciuto l'esistenza del problema. Non è una fotografia esaustiva di tutte le destinazioni montane italiane, ma suggerisce che l'overtourism non venga percepito allo stesso modo ovunque.
Il quadro complessivo è positivo: il 62,7% degli intervistati ha valutato favorevolmente la stagione estiva e il 63,2% ha segnalato un aumento di arrivi e presenze rispetto agli anni precedenti. Il 73,1% considera il proprio territorio dotato di una buona vocazione turistica. Eppure, quando si passa dalle potenzialità alla capacità di trasformarle in sviluppo, emergono alcuni ostacoli.
Per il 50,6% dei partecipanti è necessaria una maggiore collaborazione tra associazioni locali, amministrazioni e imprese. Il 42,2% chiede strutture ricettive migliori, mentre il 32,8% vorrebbe più promozione e comunicazione. Sono indicazioni che raccontano territori interessati a crescere, ma che non sempre dispongono degli strumenti per farlo.
C'è poi un dato significativo sulla gestione dei flussi: soltanto il 27,9% dichiara che nel proprio territorio esistono strumenti per regolare eventuali presenze eccessive, mentre il 49,7% afferma che non ci sono. Anche dove il problema viene riconosciuto, dunque, spesso non esistono le risposte per affrontarlo.
Il discorso si allarga. Perché se alcune località devono capire come accogliere meno persone contemporaneamente, altre avrebbero bisogno di accoglierne di più. Non necessariamente attraverso grandi impianti o nuove infrastrutture, ma facendo conoscere sentieri, borghi, prodotti e possibilità di vivere la montagna che restano fuori dalle rotte più battute.
DISTRIBUIRE, NON SOLO ALUMENTARE
Promuovere una valle meno conosciuta non significa semplicemente spostare il problema da un luogo all'altro. Se una destinazione viene lanciata senza preparare servizi, mobilità e capacità ricettiva, rischia di riprodurre le stesse difficoltà di quelle già sovraffollate. La promozione deve procedere insieme alla cura del territorio e alla costruzione di un'offerta coerente con le sue caratteristiche.
Significa raccontare la montagna anche attraverso le valli laterali, i percorsi meno celebri, le attività locali e le stagioni intermedie. Migliorare i collegamenti dove possibile, mettere in rete gli operatori e costruire motivi per fermarsi più a lungo, anziché concentrare tutto in una visita veloce. Per una località montana, infatti, il turismo può significare lavoro, reddito per le imprese e servizi che rimangono disponibili anche per i residenti. Può contribuire a mantenere vivi i paesi durante tutto l'anno. Ma perché accada, l'aumento dei visitatori deve tradursi in valore per la comunità, non soltanto in traffico, pressione ambientale e costi aggiuntivi.
La domanda, allora, resta aperta. Esiste davvero l'overtourism in montagna? Probabilmente sì, in alcune destinazioni celebri e in molti luoghi in cui i flussi superano la capacità del territorio di sostenerli. Ma esiste anche una montagna che non riesce ad attirare abbastanza visitatori per mantenere vive le proprie economie.
Forse il punto non è stabilire se la montagna abbia bisogno di più o meno turismo, ma capire dove, quando e in quale forma.
Come gestire chi arriva dove sono già tutti, senza dimenticare chi aspetta ancora qualcuno?
Karpos Lastei, quando la tecnicità non ha bisogno di farsi notare
Una buona giacca tecnica si riconosce anche da quanto poco chiede in cambio. Non deve ricordarti continuamente che è impermeabile, termica, antivento o costruita per la montagna: deve semplicemente funzionare quando serve. È questo il punto di partenza della famiglia Lastei di Karpos, pensata per unire protezione e leggerezza in capi che non cambiano identità quando dall'ambiente outdoor si passa alla città.
La Lastei Up Jacket è l'evoluzione di uno dei modelli storici di Karpos e mantiene una costruzione ibrida che punta soprattutto sul rapporto tra protezione, calore e peso. Sulle spalle, sul cappuccio e nella parte bassa del busto utilizza il tessuto K-Dry, impermeabile fino a 20.000 colonne d'acqua, mentre davanti e dietro il Pertex Quantum protegge dal vento e favorisce la traspirazione. L'isolamento combina PrimaLoft Silver Active 100 e K-Synthetic Down Micro, entrambi realizzati in poliestere riciclato. Il peso dichiarato è di 559 grammi: abbastanza per affrontare una giornata fredda, non troppo per finire nello zaino quando la temperatura sale.
È probabilmente proprio questa la caratteristica che si apprezza di più nell'uso: la Lastei Up non obbliga a decidere in anticipo dove la si utilizzerà. Può essere lo strato caldo da infilare sopra il resto durante una discesa di sci alpinismo, una giacca per una camminata invernale o semplicemente quella che si prende uscendo di casa quando il termometro scende. Il cappuccio, le tre tasche, la patta antivento interna e la regolazione al fondo completano una costruzione molto concreta, senza aggiungere elementi soltanto per far sembrare il capo più tecnico.

La Lastei Active Plus Jacket segue la stessa filosofia, ma con un peso ancora più contenuto: 472 grammi. Anche qui K-Dry sulle zone maggiormente esposte e Pertex Quantum sul corpo, con la stessa combinazione di PrimaLoft Silver Active 100 e K-Synthetic Down Micro. È una giacca che punta sulla libertà di utilizzo più che sulla specializzazione: abbastanza protettiva per una giornata all'aperto con condizioni difficili, abbastanza leggera e comoda da poter essere utilizzata anche nei passaggi più tecnici.

In entrambe, insomma, la tecnica non è fine a se stessa. La costruzione ibrida serve a distribuire isolamento e protezione dove servono davvero, mentre il design rimane pulito. È un approccio interessante perché mette in discussione una distinzione sempre meno netta tra abbigliamento outdoor e quotidiano: se una soluzione funziona sul sentiero, non c'è necessariamente motivo per cui debba rimanere confinata lì.
La Lastei nasce così con un'ambizione semplice: essere quella giacca che non devi decidere quando usare. La infili per andare al lavoro, la porti nello zaino durante una gita, la tiri fuori quando il vento aumenta. Dalla città alla montagna, più che cambiare capo, cambia semplicemente il contesto.
Ottant’anni di maglioni rossi: i Ragni di Lecco festeggiano
Alcuni gruppi alpinistici appartengono a una parete o ad una montagna, e altri che finiscono per appartenere a una città intera. I Ragni di Lecco, nati nel 1946 ai piedi delle Grigne, sono probabilmente entrambe le cose. Per ottant’anni i loro maglioni rossi hanno viaggiato dalle Alpi alla Patagonia, dall’Himalaya al Karakorum, costruendo una delle storie più importanti dell’alpinismo italiano.
Tra i protagonisti che hanno fatto la storia del gruppo ci sono Riccardo Cassin, Carlo Mauri, Walter Bonatti e, nelle generazioni successive, Matteo Della Bordella, Matteo De Zaiacomo, Luca Schiera e molti altri. Dalle grandi pareti del passato alle spedizioni e alle nuove aperture contemporanee, l'identità dei Ragni è rimasta legata a un'idea di alpinismo esplorativo, spesso lontano dalle logiche della semplice conquista della vetta. Oggi il gruppo continua a investire sui giovani, anche attraverso il rapporto con il CAI Eagle Team.
Per festeggiare gli ottant’anni, dal 16 al 18 ottobre Lecco diventerà il teatro della prima edizione del Lecco Climbing Festival. Tre giorni in cui l'alpinismo esce dalle montagne e invade la città, con talk, mostre, incontri, arrampicata urbana, proiezioni e attività per il pubblico. In programma ci sono nomi come Silvo Karo, Sean Villanueva O'Driscoll, Nicolas Favresse, Luka Lindic, Marcel Schenk, Alessandro Baù e Matteo Della Bordella, insieme a numerosi Ragni di ieri e di oggi.

Tra gli appuntamenti ci saranno la mostra dedicata agli 80 anni del gruppo, la presentazione del volume La storia dei Ragni di Lecco in 80 vie, il RampeGamma, competizione di street boulder nel centro storico, una torre di arrampicata in Piazza Cermenati e diverse serate alpinistiche. Ci sarà spazio anche per il trail running, con un test delle scarpe SCARPA e una corsa sulle rive del lago.
Più che una celebrazione del passato, l'idea è quella di mettere sullo stesso palco la memoria delle grandi pareti e chi quelle pareti dovrà ancora provare a salirle. Per tre giorni, insomma, Lecco torna a fare quello che sa fare da ottant’anni: guardare verso l’alto.
Il Cervino cambia e l’estate non è finita senza lasciare traccia
Una nuova frana, staccatasi il 29 settembre, ha portato la Società delle Guide del Cervino a sconsigliare, al momento, la salita lungo la Via Italiana. Il distacco ha interessato in particolare il tratto del Lenzuolo e, secondo le Guide, la situazione resta in evoluzione, con condizioni che possono cambiare rapidamente. È un altro episodio dopo le frane e le colate detritiche che avevano interessato la montagna durante l’estate.
Il Cervino diventa così anche una delle immagini più concrete di un’estate alpina segnata dal caldo. I numeri di Copernicus raccontano un 2026 eccezionale: tra giugno e agosto la temperatura media dell’Europa è stata di 1,17 °C sopra la media 1991-2020, facendo dell’estate appena conclusa la terza più calda mai registrata in Europa. Nell’Europa occidentale il dato è ancora più netto: 21,69 °C di media, 2,54 °C sopra la norma, il valore più alto della serie.
Anche agosto ha lasciato un segnale importante. A livello globale è stato il più caldo agosto mai registrato, con una temperatura media dell’aria di 16,96 °C, +0,85 °C rispetto alla media 1991-2020. In Europa la media è stata di 20,26 °C, +1,10 °C, mentre Italia, Francia, Svizzera, Austria e gran parte dei Balcani hanno registrato anomalie generalmente comprese fra +3 e +5 °C.
Non è corretto attribuire una singola frana al cambiamento climatico. Ma il contesto nel quale avviene non è neutro: temperature elevate e prolungate possono contribuire alla degradazione del ghiaccio e del permafrost e modificare la stabilità dei terreni d'alta quota. E così il Cervino, ancora una volta, non è soltanto una cima da salire: è anche un luogo nel quale osservare quanto velocemente stiano cambiando le condizioni della montagna.
Karpos guarda oltre: stile e know-how Lifestyle
L’abbigliamento outdoor non finisce necessariamente quando termina il sentiero. È da questa idea che nasce Karpos Lifestyle, una nuova collezione che prende il linguaggio della montagna e lo porta nella quotidianità, tra città, tempo libero e vita all’aria aperta. Capi in cui il DNA tecnico di Karpos incontra vestibilità più rilassate e un’estetica pensata per essere vissuta anche lontano dalla montagna.
Il concetto scelto da Karpos è riassunto nel claim Born in the outdoors. Worn everywhere.: la montagna rimane il punto di partenza, ma i capi sono pensati per muoversi anche fuori dal suo ambiente naturale, tra città, tempo libero e quotidianità. Una contaminazione che parte dal DNA tecnico del marchio e lo rilegge in una chiave più rilassata.
Tra i primi capi della collezione ci sono gli Abete Evo Pants, pantaloni in velluto tinto capo che prendono una strada piuttosto diversa rispetto al classico pantalone tecnico da montagna. Il tessuto e le colorazioni ispirate al sottobosco li collocano in una dimensione più casual, mentre il fit ergonomico e la costruzione elastica mantengono un legame evidente con il mondo outdoor. Traspiranti, comodi e pensati per accompagnare tanto il tempo libero quanto la vita all'aria aperta.
Anche alcuni dettagli raccontano però da dove arrivano: le tasche anteriori e posteriori sono aperte e studiate per non intralciare l'imbrago. Una soluzione che ricorda molto dell'approccio della collezione: non trasformare un capo lifestyle in un'attrezzatura tecnica, ma portare nella vita quotidiana una parte dell'esperienza maturata da Karpos nell'abbigliamento da montagna. La vita è elastica e chiusa con bottoni, mentre davanti c'è anche un piccolo taschino porta monete.
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Più dichiaratamente outdoor, ma con un'estetica che guarda al passato, è invece il Moiazza Retrò Hoodie W Fleece. Qui il riferimento sono gli anni Ottanta, interpretati attraverso un fleece dal look vintage pensato per funzionare sia come strato intermedio sotto una giacca nelle giornate fredde sia, più semplicemente, come capo da tutti i giorni.
Il tessuto punta su un elevato rapporto calore/peso e il capo è quindi pensato anche per condizioni di freddo intenso. Il cappuccio sagomato e la zip frontale completano una costruzione semplice, mentre le due tasche anteriori chiuse con zip aggiungono una dose di praticità senza cambiare il carattere rétro del fleece. Il tessuto principale è inoltre realizzato al 100% in materiale riciclato.
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Con Lifestyle, insomma, Karpos prova a spostare il confine dell'abbigliamento outdoor senza cancellarlo. Non più soltanto capi che devono necessariamente portare con sé l'idea di una prestazione, ma vestiti nati dalla montagna e capaci di vivere anche quando la montagna non è la destinazione. Una questione di materiali, vestibilità e dettagli, ma anche di abitudine: perché per chi passa molto tempo all'aperto, alla fine, il confine tra quello che indossa in montagna e quello che sceglie nel resto della settimana può diventare piuttosto sottile.
27 ore e 29 minuti: il nuovo record del GR20
A settembre nel mondo del trail running c'è una certezza, oltre alle blasonatissime gare, è il periodo in cui tentare di abbassare il tempo sul sentiero più famoso della Corsica. Ventisette ore e ventinove minuti per attraversare la Corsica da nord a sud, seguendo il GR20. È il nuovo limite fissato da Aurélien Dunand-Pallaz, che ha percorso i circa 166 chilometri del celebre sentiero corso con quasi 12.000 metri di dislivello positivo, abbattendo di oltre due ore il precedente record. Un'impresa che porta ancora più in là un limite che, negli ultimi anni, sembrava già essere stato spinto al massimo.
Il francese ha infatti tolto più di due ore al 29h46' di François D'Haene, stabilito appena pochi mesi fa. Prima di lui, il record era passato dalle mani di Kilian Jornet, che nel 2009 aveva completato il GR20 in 32h54', a quelle dello stesso D'Haene nel 2016, con 31h06', e poi di Lambert Santelli, capace nel 2021 di scendere a 30h25'. Una progressione che racconta bene quanto velocemente sia cambiato il modo di affrontare questo sentiero.
Dunand-Pallaz, 33 anni, non è però un nome nuovo ai vertici dell'ultratrail. Il francese ha costruito la propria carriera sulle gare lunghe e sui terreni tecnici, conquistando nel 2023 due delle vittorie più importanti del suo palmarès: la Hardrock 100, negli Stati Uniti, e la Diagonale des Fous, alla Réunion. Nello stesso anno ha vinto anche la Wildstrubel by UTMB, confermandosi tra gli specialisti delle grandi distanze.

Il GR20 era però un progetto diverso. Dunand-Pallaz conosce bene la Corsica: da bambino aveva visitato l'isola numerose volte con la famiglia e, negli anni, aveva iniziato a coltivare l'idea di affrontare il percorso in velocità. La preparazione è stata specifica, con ricognizioni sul tracciato e una squadra di nove pacer impegnata ad accompagnarlo a staffetta lungo i 166 chilometri. Poche settimane prima del tentativo aveva inoltre vinto la Restonica Trail, 110 km e 7.200 metri di dislivello positivo, proprio in Corsica.
Il nuovo record arriva in una stagione in cui il GR20 è tornato al centro dell'attenzione anche per il tentativo di Hillary Gerardi. L'americana ha affrontato la traversata con l'obiettivo di battere il record femminile di Anne-Lise Rousset, 35h50' dal 2022. Non è riuscita nell'impresa, ma ha comunque chiuso in 38h42', facendo segnare il secondo miglior tempo femminile sul percorso.
In pochi mesi, quindi, il GR20 ha visto protagonisti alcuni dei più forti interpreti dell'ultratrail mondiale. E mentre il record femminile resta quello di Rousset, quello maschile è ora nelle mani di Dunand-Pallaz. Un nuovo limite, su un percorso che continua a dimostrare di avere ancora spazio per essere corso più velocemente.
© foto Instagram Rising Story
Terzo oro mondiale per Cristian Minoggio
Cristian Minoggio ha aggiunto un altro tassello a una stagione già difficile da dimenticare. A La Gomera, ai Campionati del Mondo di Skyrunning, l'italiano ha conquistato per la terza volta consecutiva il titolo mondiale nella SkyUltra, dopo gli ori del 2022 e del 2024. Sul percorso di 63 km e circa 4.100 metri di dislivello positivo ha chiuso in 6h12'12", con quasi sette minuti di vantaggio sullo spagnolo Julen Calvo.
Più che la singola gara, però, il risultato racconta la continuità di un atleta che negli ultimi anni si è costruito uno spazio importante nel panorama dell'ultratrail e dello skyrunning. Minoggio, 42 anni, corre per il Kailas Fuga Team ed è oggi campione mondiale ed europeo di ultraskyrunning; il suo profilo internazionale comprende risultati sulle diverse distanze dell'ultra, non soltanto sulle prove più tecniche dello skyrunning.

La stagione 2026 aveva già offerto una conferma importante a Chamonix. Il 28 agosto Minoggio ha vinto la CCC, 107,8 km e 6.200 metri di dislivello positivo, fermando il cronometro a 10h21'48". Dopo essere transitato quinto a La Fouly e secondo a Champex-Lac, ha preso il comando a Trient e lo ha mantenuto fino al traguardo, precedendo il portoghese Miguel Arsénio e lo statunitense Hans Troyer.
Due vittorie molto diverse, quindi, ma unite dalla stessa capacità di gestire gare lunghe e complesse. Alla CCC Minoggio ha dimostrato di poter competere ai vertici dell'ultratrail internazionale, a La Gomera ha confermato invece una specialità nella quale, ormai, il suo nome è legato a una continuità rara: tre titoli mondiali SkyUltra in quattro anni. E se alla CCC il risultato era arrivato dopo una gara di oltre dieci ore, sul vulcanico terreno di La Gomera gli sono bastate poco più di sei ore per aggiungere un altro oro alla collezione.
Per l'Italia, quello di Minoggio è stato inoltre il primo oro della rassegna iridata di La Gomera, in un Mondiale chiuso dalla Nazionale con tre ori, due argenti e tre bronzi.
© foto Instagram Cristian Minoggio
Hillary Gerardi, il GR20 oltre il record
Per quasi due giorni Hillary Gerardi ha attraversato la Corsica da nord a sud, inseguendo il record femminile del GR20. Il tempo di Anne-Lise Rousset è rimasto davanti a lei, ma arrivare a Conca aveva un significato che andava oltre il cronometro: dedicare quella traversata a Kalie McCrystal, l’amica e atleta canadese scomparsa poche settimane prima sul Cervino.
La franco-americana è partita da Calenzana, nel nord della Corsica, con l’obiettivo di migliorare il record femminile del GR20, stabilito nel 2022 da Anne-Lise Rousset in 35 ore, 50 minuti e 40 secondi. Gerardi ha raggiunto Conca dopo 38 ore e 42 minuti, fermando il cronometro oltre il tempo di riferimento ma facendo comunque segnare il secondo miglior tempo femminile sulla traversata.
Il GR20 è uno dei grandi itinerari della montagna europea: attraversa la Corsica da nord-ovest a sud-est, da Calenzana a Conca, lungo circa 180 chilometri e con intorno ai 12.000 metri di dislivello positivo. Un percorso nato per essere affrontato in molti giorni e che, nella sua parte settentrionale soprattutto, presenta terreno roccioso, passaggi tecnici e caratteristiche quasi alpine.

Gerardi ha invece cercato di percorrerlo praticamente tutto d’un fiato, in meno di 36 ore. Una differenza che cambia completamente il significato del percorso: non ci sono più le giornate di cammino, le soste ai rifugi e il tempo per recuperare. Rimangono la progressione continua, la notte, la fatica che si accumula e un terreno che non concede davvero di correre per chilometri come su un tracciato veloce.
Ma nelle settimane precedenti alla partenza il record aveva smesso di essere l'unica cosa importante. Kalie McCrystal, atleta canadese e amica di Gerardi, era scomparsa sul Cervino all'inizio di settembre, durante una ricognizione in vista di un tentativo di record sulla salita e discesa della montagna lungo la Cresta del Leone. Gerardi era stata tra le persone coinvolte nelle prime fasi delle ricerche e McCrystal avrebbe dovuto far parte anche del suo team per il progetto sul GR20.
È in questo contesto che Gerardi ha deciso comunque di partire. Il record rimaneva l'obiettivo dichiarato, ma la traversata assumeva inevitabilmente un significato diverso. «Volevo il record», ha raccontato dopo l'arrivo, spiegando però che le settimane precedenti erano state molto difficili e che aveva voluto affrontare il GR20 anche per rendere omaggio a Kalie.
Il tentativo si è complicato soprattutto nella parte finale, dopo una notte difficile e quando la fatica aveva ormai consumato gran parte delle risorse. Il tempo di Rousset si è progressivamente allontanato e a Conca Gerardi è arrivata in 38h42'. Non il record che aveva inseguito, dunque, ma una traversata portata a termine in condizioni fisiche e mentali molto dure. La stessa Gerardi ha spiegato di aver trovato nell'équipe che la accompagnava la forza per arrivare fino in fondo quando le risorse mentali sembravano ormai esaurite.
© foto Instagram Hillary Gerardi
















