Stessa linea, nuovo record
Sulla Chamonix–Zermatt il record femminile diventa il racconto di un cambiamento
Ci sono itinerari che sembrano immutabili, linee tracciate sulla carta e nella testa di chi va in montagna, che restano lì, uguali a se stesse, stagione dopo stagione.
La Chamonix–Zermatt è una di queste. O almeno lo era. Perché negli ultimi anni qualcosa ha iniziato a cambiare. Non la traccia, non i ghiacciai, non le salite. Ma il modo di attraversarla.
Il 12 aprile 2026, Marie Pollet-Villard e Laurie Renoton hanno fermato il cronometro a 20 ore e 34 minuti. Una traversata completa, senza interruzioni, lungo circa 100 chilometri e oltre 8.000 metri di dislivello che separano Chamonix da Zermatt. Un tempo che fino a poco fa sembrava lontano, quasi teorico e invece è diventato reale.
Per capire davvero cosa significa, bisogna fare un passo indietro. Nel 2021, Hillary Gerardi e Valentine Fabre avevano aperto la strada con un primo riferimento: 26 ore e 21 minuti. Non solo un record, ma un punto di partenza. Poi, negli anni successivi, qualcosa ha iniziato ad accelerare, i tentativi si sono moltiplicati, i tempi hanno iniziato a scendere, e nell’arco di pochi giorni quel limite è stato abbassato più volte. Come se la linea non fosse più un traguardo, ma un passaggio intermedio. Fino ad arrivare a quel 20h34’ che oggi rappresenta il nuovo riferimento femminile. Ma che, a guardare la traiettoria, sembra già destinato a non durare troppo a lungo.

Cambia il modo, non la montagna
La cosa interessante è che la Haute Route, in sé, non è cambiata. Resta un itinerario che, nella sua versione classica, si percorre in 5 o 6 giorni, tra rifugi, pause, gestione del tempo e del meteo. Un viaggio, prima ancora che una prestazione. Condensare tutto questo in meno di 24 ore significa ribaltare completamente il paradigma, non è più solo questione di resistenza, ma di equilibrio: trovare il ritmo giusto, muoversi in modo continuo, gestire la fatica senza mai fermarsi davvero.
È un altro modo di stare in montagna. Più veloce, certo. Ma anche più essenziale.
Dentro questo cambiamento c’è anche l’evoluzione del livello femminile, sempre più evidente. Non si tratta solo di andare forte, ma di farlo con metodo. Le atlete che oggi si confrontano su queste linee arrivano da esperienze diverse, portano con sé competenze trasversali e una capacità di gestione sempre più raffinata. Il risultato si vede nei numeri, ma soprattutto nella continuità delle prestazioni e il record scende, sì, ma lo fa in modo strutturato, quasi inevitabile.
Eppure, mentre i tempi si abbassano, c’è qualcosa che resta immobile. La notte sui ghiacciai, il vento in quota, la necessità di scegliere, ogni volta, la direzione giusta.
La montagna non si accorcia, anche se il tempo per attraversarla sì, e forse è proprio questo il punto più interessante: più la linea si velocizza, più diventa evidente che la vera sfida non è solo il cronometro, è riuscire a tenere insieme tutto: velocità, lucidità, ambiente, perché quei 20 ore e 34 minuti non sono solo un record, sono il segno di un cambiamento.
© foto Simon Gerard Instagram
Mai così tanti soccorsi
I numeri del 2025 raccontano una montagna sempre più frequentata (e fragile)
Ci sono numeri che non lasciano molto spazio all’interpretazione.
Nel 2025 il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico ha registrato 13.037 missioni di soccorso, il dato più alto di sempre, con un incremento dell’8% rispetto al 2024. Non è un picco isolato, ma la conferma di una pressione crescente e costante sul sistema di soccorso in montagna.
Dietro a questi numeri ci sono quasi 205.000 ore di lavoro e oltre 46.000 soccorritori coinvolti. Un impegno enorme, che racconta quanto la montagna sia oggi frequentata, attraversata, vissuta.
INCIDENTI: LA CADUTA RESTA IL PROBLEMA PRINCIPALE
Se si guarda alle cause, il quadro è chiaro:
- Cadute o scivolate: 45%
- Malori: 14,1%
- Incapacità durante l’attività: 8,1%
Quasi un intervento su due nasce quindi da una perdita di equilibrio, da un errore di movimento, da una sottovalutazione del terreno. È un dato che pesa, perché indica come il problema non sia tanto l’evento eccezionale, quanto la gestione dell’ordinario.
ESCURSIONISMO IN TESTA
Anche le attività coinvolte raccontano molto:
Escursionismo: 43,6%
Mountain bike: 7,6%
Sci: 7,4%
Alpinismo: 5,2%
La montagna facile, quella accessibile, è oggi quella che genera più incidenti.
Non è più solo questione di alpinismo o di attività tecniche: è l’outdoor diffuso, praticato da un numero sempre maggiore di persone, spesso con livelli di esperienza molto diversi.
UN DATO CHE COLPISCE: 528 MORTI
Il numero più duro resta quello delle vittime: 528 persone decedute nel 2025, con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente.
Accanto a questo:
- 9.624 feriti
- 4.231 illesi
- 140 dispersi
Non solo interventi, quindi, ma conseguenze spesso gravi, quel +13% segna un’inversione di tendenza, interrompendo il leggero miglioramento degli anni precedenti.

CHI È LA PERSONA SOCCORSA
L’identikit resta stabile: prevalentemente uomo (69,5%), italiano (81,1%), con età più frequente tra i 50 e i 60 anni, spesso escursionista, spesso coinvolto in cadute o difficoltà legate al terreno. Ancora una volta: non l’estremo, ma il quotidiano.
L’ESTATE, LA STAGIONE PIÙ CRITICA
Quasi la metà degli interventi si concentra nei mesi estivi:
- Agosto: 17,9%
- Luglio: 13,6%
- Settembre: 11,4%
Il periodo di massimo afflusso coincide con il momento di massimo rischio, più persone in montagna significa inevitabilmente più incidenti, ma anche più esposizione per chi non è sempre preparato.
TECNOLOGIA E SOCCORSO
Cresce anche il ruolo della tecnologia, con l’app GeoResQ: 354 eventi gestiti e 55.000 nuovi utenti (256.000 totali). Uno strumento che migliora la rapidità degli interventi, ma che non sostituisce la prevenzione.
PREVENZIONE: IL VERO PUNTO
Il report lo dice chiaramente: serve più formazione, sensibilizzazione e consapevolezza, perché i numeri raccontano una realtà semplice: gli incidenti non nascono solo da condizioni estreme, ma da errori comuni, ripetuti, spesso evitabili. Cadute, difficoltà, sottovalutazione, la montagna resta quella di sempre ma il modo in cui la frequentiamo è cambiato.
E allora la sicurezza non è un tema accessorio, ma parte integrante dell’esperienza, sapere quando fermarsi, scegliere un itinerario adeguato, leggere il terreno: oggi, più che mai, è lì che si gioca la differenza.
© foto CNSAS
Appennino bianco ad aprile: numeri di una nevicata fuori stagione
L’inverno, quando sembrava ormai chiuso, è tornato con forza sull’Appennino. Tra fine marzo e i primi giorni di aprile 2026, il Centro e Sud Italia sono stati investiti dalla tempesta Erminio, un ciclone mediterraneo capace di riportare condizioni pienamente invernali, in alcuni casi eccezionali, su gran parte della dorsale appenninica.
Non si è trattato di una semplice perturbazione tardiva, ma di un evento che, per estensione, intensità e accumuli, entra di diritto tra i più significativi degli ultimi anni.
I numeri: metri di neve e piogge torrenziali
I dati raccolti tra Abruzzo, Molise e Puglia restituiscono un quadro netto:
- Fino a 300 cm di neve al suolo sul Gran Sasso, con valori registrati al Pilone di Mezzo (1753 m)
- 175 cm a Prati di Tivo (1380 m) e oltre 150 cm sopra i 1800 metri
- Majella con punte tra 210 e 240 cm nell’area di Passolanciano
Numeri che, letti insieme, parlano di un manto nevoso paragonabile a quello di pieno inverno, ma costruito in pochi giorni, tra il 31 marzo e il 3 aprile.
Accanto alla neve, la componente liquida è stata altrettanto estrema:
- oltre 150 mm di pioggia in 24 ore tra Molise, Puglia e basso Adriatico
- picchi che localmente hanno superato i 200 mm complessivi durante l’evento
- 14 fiumi esondati tra Abruzzo, Molise e Basilicata
Un doppio carico (neve in quota, acqua a valle) che ha saturato i suoli e aumentato in modo significativo il rischio idrogeologico.
Quote neve e intensità: perché è stato un evento anomalo
Uno degli elementi più interessanti è stato il comportamento della quota neve.
Durante le fasi più intense:
- la neve è scesa stabilmente intorno ai 900 metri,
- con episodi fino a 600–700 metri, soprattutto nelle ore notturne
In un contesto di inizio aprile, si tratta di valori decisamente bassi. In molte aree dell’Appennino centrale, infatti, le nevicate primaverili tendono a essere episodiche e limitate alle quote medio-alte. La dinamica è stata quella classica delle grandi irruzioni adriatiche: aria artica fredda in ingresso da nord-est, scorrimento sul mare relativamente più caldo e intensificazione delle precipitazioni. Il risultato è stato un accumulo rapido, continuo e distribuito su più giorni, la combinazione più efficace per costruire grandi spessori.
Vento e instabilità: una tempesta completa
Non solo neve e pioggia. La tempesta ha portato anche:
- raffiche di vento oltre i 100 km/h lungo il medio Adriatico
- temperature pienamente invernali in quota
- condizioni diffuse di pericolo valanghe forte (grado 4) su diversi settori appenninici
Sono state segnalate valanghe spontanee anche di grandi dimensioni, conseguenza diretta di un manto nevoso cresciuto rapidamente su strati preesistenti instabili.
Un evento raro, ma non unico
Nevicate tardive sull’Appennino non sono una novità assoluta. Episodi simili si sono verificati anche in passato, ad esempio nell’aprile 2015 o in eventi storici come il 1995, con neve fino a quote basse e accumuli significativi
Tuttavia, ciò che distingue questo episodio è la combinazione di fattori:
- durata (più giorni consecutivi)
- estensione geografica (dall’Abruzzo alla Puglia)
- intensità simultanea di neve e pioggia
Un mix che lo rende particolarmente impattante, sia dal punto di vista nivologico sia da quello idrogeologico.
La montagna che cambia (anche in primavera)
Nel giro di pochi giorni, l’Appennino si è ritrovato con un volto completamente diverso: pendii carichi, linee nuovamente sciabili, ma anche instabilità diffusa e gestione complessa del rischio.
È il paradosso della primavera: mentre a valle si parla già di caldo e stagione finita, in quota si possono accumulare metri di neve in poche ore.
Eventi come questo ricordano quanto la montagna, soprattutto quella appenninica, sia ancora capace di sorprendere. Anche quando sembra troppo tardi per l’inverno.
© foto Il Fatto Quotidiano / CNSAS
Due nuovi record sulla Chamonix–Zermatt
Boffelli e Jacquemoud riscrivono la traversata
Ci sono linee che non sono solo itinerari, ma veri racconti incisi nella geografia alpina. La Chamonix–Zermatt è una di queste: un filo che unisce due capitali dell’alpinismo attraversando il cuore più glaciale e severo delle Alpi. Un viaggio che per generazioni ha significato lentezza, rifugi, meteo da interpretare. Oggi, sempre più spesso, diventa anche terreno di velocità.
A spingere ancora più in là questo confine sono stati William Boffelli e Mathéo Jacquemoud, capaci di completare la traversata in 13 ore e 27 minuti. Un tempo che non è solo un numero, ma una dichiarazione: la Haute Route può essere percorsa in un’unica tirata, trasformando un viaggio di più giorni in una lunga, continua accelerazione.
La loro partenza è avvenuta nel cuore della notte, da Chamonix, con l’obiettivo di attraversare oltre 100 chilometri e più di 8000 metri di dislivello positivo fino a Zermatt, senza soste. Un gesto che ribalta la natura stessa dell’itinerario, normalmente suddiviso in tappe tra rifugi, pause e adattamenti alle condizioni.
Eppure, per capire davvero questo record, bisogna guardare indietro. La Haute Route nasce all’inizio del Novecento come evoluzione dello spirito esplorativo alpino: collegare due vallate simbolo attraverso ghiacciai allora poco conosciuti, passando per luoghi come il bacino dell’Argentière, i grandi altipiani dell’Otemma, Arolla e il Col de Valpelline. Un itinerario che ha sempre avuto qualcosa di iniziatico, più simile a una spedizione che a una semplice gita.
Il record firmato da Boffelli e Jacquemoud si inserisce in una trasformazione più ampia dello sci alpinismo contemporaneo, dove le grandi classiche diventano terreno di confronto fast and light. Il loro tempo abbatte sensibilmente i riferimenti precedenti e racconta non solo una prestazione fisica, ma anche un’evoluzione culturale della disciplina. Eppure, in mezzo a questa corsa contro il tempo, resta qualcosa di profondamente tradizionale: la cordata. Non una sfida individuale, ma un movimento condiviso, un ritmo comune costruito per ore sugli stessi passi. È forse questo il punto di contatto tra passato e presente: la velocità cambia, ma la montagna continua a chiedere relazione.
Il record femminile, poche ore dopo

Quasi in risposta diretta, a distanza di poche ore, anche la traccia al femminile della Haute Route è stata riscritta. A firmarla sono state Hillary Gerardi e Valentine Fabre, che hanno riportato il record nelle loro mani chiudendo la traversata in poco più di 22 ore, migliorando nettamente il riferimento precedente.
La loro non è una storia nuova su questa linea. Già nel 2021 erano state le prime a completare la Chamonix–Zermatt in un’unica spinta tutta al femminile, aprendo di fatto una nuova prospettiva su quello che era possibile fare su questo itinerario
Negli anni successivi il record era stato abbassato, segno che anche nel mondo femminile le Haute Route stanno diventando terreno di confronto sempre più competitivo. Ma questa nuova prestazione rappresenta qualcosa di più di una semplice restituzione: è la conferma di una maturità atletica e tecnica che permette di affrontare oltre 100 chilometri di ghiacciai e dislivelli in meno di un giorno.
Anche in questo caso, la partenza notturna e la progressione continua raccontano un approccio identico a quello visto tra gli uomini: ritmo costante, transizioni ridotte al minimo, capacità di adattarsi a un terreno che cambia continuamente tra salite, creste e lunghe sezioni su ghiacciaio.
© foto Noa Barrau / Adrien Colleur
Matheo Jacquemod completa l’Intégrale des Alpes
20 giorni tra sci e bici attraverso 4 paesi
Matheo Jacquemod ce l’ha fatta ancora. Dopo anni di competizioni ad altissimo livello e esperienze come guida alpina, il campione francese ha portato a termine un progetto eccezionale: la traversata completa delle Alpi, da Vienna a Nizza, combinando sci e bicicletta.
Un’avventura di 20 giorni, lunga 2.189 km e con 86.000 metri di dislivello accumulato, di cui 60.000 a sci e 26.000 in sella alla bici, attraversando 19 massicci e superando cime iconiche come il Monte Bianco. La media giornaliera parla da sola: circa 12 ore di attività e 4.300 metri di dislivello positivo al giorno.


Ma al di là dei numeri impressionanti, Jacquemod sottolinea la vera essenza di questa traversata: un’esperienza umana, sportiva e montanara. “Ho goduto ogni giornata senza mai forzare, senza subire, semplicemente al mio ritmo”, racconta. “Ho apprezzato tanto i momenti di solitudine quanto quelli di condivisione con gli amici che sono venuti a trovarmi lungo il percorso”.
L’Intégrale des Alpes è stata possibile grazie a una perfetta combinazione di abilità atletica e conoscenza della montagna. Le esperienze in competizione hanno forgiato l’atleta, quelle come Guida hanno plasmato il montagnard. E per questo progetto, serviva essere entrambi.
Un ringraziamento speciale va al suo team: Champi, Nico, Noa Barrau e Thibaut Marot, che hanno reso possibile questa traversata straordinaria, supportando Matheo in ogni fase dell’impresa.
Questo progetto conferma ancora una volta quanto la passione per la montagna e lo spirito d’avventura possano spingere i limiti personali, trasformando un’impresa fisica in un viaggio umano indimenticabile.
© foto Noa Barrau / Thibaut Marot
Tour du Rutor 2026
Spettacolo e duelli in alta quota, successi per Magnini–Palzer e Mollaret–De Silvestro
Sulle creste innevate della Valle d’Aosta si è concluso un altro capitolo dello scialpinismo internazionale: la 22ª edizione del Millet Tour du Rutor Extrême, gara di punta del circuito La Grande Course. Due giornate intense tra La Thuile, Valgrisenche e Planaval che hanno messo alla prova forza, tecnica e decisione di quasi trecento squadre giunte da tutto il mondo.
Cronaca delle due frazioni
La sfida è partita sabato 28 marzo con una frazione durissima che ha costretto gli atleti a confrontarsi con salite ripide, pendenze impegnative e condizioni meteorologiche rigide ad alta quota, sul tracciato di oltre 24 km con quasi 3.500 metri di dislivello, tra ghiacciai e pendii ripidi dove il vento ha spesso dominato la scena.
Domenica, con partenza e arrivo nella conca di Planaval, i concorrenti hanno trovato un percorso ad anello di circa 21 km con altri 2 500 metri di dislivello. È stata proprio questa seconda giornata a decidere le sorti della classifica maschile: i leader iniziali hanno subito un imprevisto tecnico che ha cambiato l’ordine d’arrivo e ha aperto la strada alla rimonta dei nuovi protagonisti.
Lotta maschile e ribaltone finale
Con una prova aggressiva nella parte conclusiva dell’ultima frazione, la coppia composta dall’italiano Davide Magnini e dal tedesco Anton Palzer ha saputo sorprendere tutti, conquistando non solo il successo nella tappa decisiva ma anche il titolo assoluto della competizione. Alle loro spalle si sono piazzati i francesi William Bon Mardion e Xavier Gachet, stretti in una volata serrata fino agli ultimi metri.
Dominio femminile senza discussioni
In campo femminile, la gara non ha avuto momenti di suspense: Axelle Mollaret e Alba De Silvestro hanno condotto dall’inizio alla fine, imponendo il loro ritmo su entrambe le giornate e chiudendo con autorità davanti alle altre coppie in gara. La loro vittoria è stata netta, suggellata da una prestazione solida e costante dal primo all’ultimo metro.
Oltre i vincitori: giovani al centro della scena
Oltre alla gara senior, il Tour du Rutor ha dedicato spazio anche alle categorie giovanili, con percorsi studiati per avvicinare i più giovani allo skialp agonistico. Atleti under 20 e cadetti hanno animato le prove giovanili, dimostrando che il movimento prosegue con entusiasmo e qualità.
Numeri che raccontano uno sport in salute
L’edizione 2026 ha registrato 278 squadre al via provenienti da 19 nazioni, pareggiando i record di partecipazione degli anni migliori. La partecipazione internazionale e la qualità delle prestazioni confermano l’importanza di questa gara nel panorama mondiale dello scialpinismo, capace di unire tradizione, tecnica e un ambiente spettacolare.
© foto Mathis Decroux
UTMB World Series potenzia il supporto alla genitorialità nel trail running
L’arrivo di un figlio è un momento unico nella vita di ogni famiglia, e UTMB® World Series ha deciso di riflettere questa realtà anche nel mondo del trail running. Dopo aver introdotto nel 2023 una politica pionieristica dedicata alla gravidanza, l’organizzazione rafforza ora il proprio impegno verso l’inclusione evolvendo la politica di supporto alla genitorialità.
Sviluppata in collaborazione con la Pro Trail Runners Association (PTRA), questa iniziativa si applica a tutti i runner del circuito UTMB World Series, dai professionisti élite agli amatori, rispondendo alle esigenze specifiche legate alla genitorialità in tutte le sue forme.
Accogliere la genitorialità in tutte le sue forme
Dal lancio della politica sulla gravidanza, oltre 400 atlete e atleti hanno potuto rinviare la propria iscrizione o ottenere un rimborso. La nuova politica amplia oggi il supporto includendo:
- Gravidanza
- Percorsi di procreazione medicalmente assistita (PMA, inclusa la fecondazione in vitro)
- Adozione
- Gestazione per altri
Questa misura si applica a tutti i genitori, indipendentemente dal loro livello di partecipazione o dalla situazione familiare, garantendo equità sportiva e rispetto per i percorsi personali degli atleti.
“Vogliamo che ogni atleta, indipendentemente dal proprio status, possa vivere pienamente la genitorialità senza dover rinunciare alla propria passione per il trail running. Questa politica mira a supportare gli atleti e a favorire un cambiamento culturale verso uno sport più equo e inclusivo.” Nicolas Lagrange, CSR Manager, UTMB World Series.

Cosa prevede la nuova politica
Per entrambi i genitori, la politica offre diverse opzioni:
- Rimborso completo della quota di iscrizione
- Possibilità di rinviare l’iscrizione
- Per le gare con sorteggio, rimborso e accesso prioritario a un’edizione futura
Inoltre, per le top élite femminili, l’UTMB Index viene congelato per un periodo massimo di cinque anni, preservando la posizione in classifica durante il percorso verso la genitorialità.
“Nel 2024 ero completamente focalizzata sull’UTMB. Tutto era già organizzato: amici e familiari pronti a sostenermi a Chamonix. Quando ho scoperto di essere incinta, il mio primo pensiero è stato: ‘Va bene, correrò comunque l’UTMB’. Poi ho capito che non sarebbe stato ragionevole. Grazie a questa politica ho potuto rinviare la mia iscrizione al 2026. Oggi non corro più solo per me: sapere che mio figlio mi aspetta a un ristoro o al traguardo moltiplica la mia forza.” – Ella Peyrard, atleta amatoriale
Un passo avanti per lo sport e la maternità
Con la crescita e la professionalizzazione del trail running, UTMB World Series mira a garantire che maternità e percorso verso la genitorialità non diventino ostacoli alla carriera sportiva. Il congelamento dell’UTMB Index permette agli élite impegnati in un percorso di genitorialità di mantenere lo status acquisito prima della pausa, tornando a competere senza penalizzazioni.
“Il Women’s Equality Working Group della PTRA ha contribuito in modo significativo a questa politica. Il nostro obiettivo è collaborare con organizzazioni come UTMB Group per creare le condizioni affinché le atlete possano esprimere pienamente il loro potenziale, valorizzando la maternità e facilitando la costruzione di una famiglia senza sacrificare la carriera sportiva.” – Eszter Csillag, atleta élite e membro del consiglio della PTRA
UTMB World Series invita tutti i runner interessati a fare riferimento a questa politica secondo le proprie esigenze. Tutti i dettagli e le condizioni sono disponibili su: utmb.world/inclusion
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© foto UTMB
Da St. Moritz al Gran Paradiso - prosegue la traversata di Matheo Jacquemoud
Dalle nevi della Bernina al cuore delle Alpi occidentali, il progetto di Jacquemoud prosegue con forza, sfidando condizioni meteo avverse e terreni tecnici, tra lunghe giornate di ski‑touring, pedalate e imprese alpine di grande impegno.
Dalle Alpi Retiche verso il Ticino e oltre
Dopo la partenza da Bernina, Matheo ha dovuto fare i conti con tempeste persistenti, neve abbondante e meteo instabile che hanno complicato ogni passo. Da St. Moritz ha raggiunto il Lago di Como, per poi attraversare le Alpi del Ticino in lunghe tappe impegnative. Una notte sotto le stelle, con l’amico Noa Barrau, lo ha visto superare il Nufenenpass in Valais, e il giorno successivo ha proseguito verso Saas‑Fee scendendo e risalendo valloni e colli innevati.
Questa prima parte della traversata ha messo alla prova adattamento e resistenza, richiedendo più volte un cambio di piano per rispondere alle condizioni in montagna.
La tappa successiva doveva portarlo verso Zermatt, ma una nuova perturbazione ha bloccato il cammino: insieme a Clément Parisse, Matheo ha tentato più volte di superare l’Adlerpass, senza riuscirvi, e ha dovuto fare marcia indietro fino a Saas‑Fee. In ogni difficoltà, però, cresce la determinazione di proseguire verso nord‑ovest, verso la meta finale.


Sulla Route della Patrouille des Glaciers e oltre
La seconda parte del viaggio è iniziata da Zermatt, dove Matheo è partito nelle prime ore della notte con Juste LaBorne e Clément Parisse, seguendo l’itinerario storico della Patrouille des Glaciers, una delle gare di scialpinismo più iconiche delle Alpi. Dopo 9 ore di impegno continuo e con il sostegno di amici come Vivian Bruchez, Antoine Socquet ed Eliot Retulli, il gruppo ha raggiunto Verbier intorno a mezzogiorno. Da qui Matheo ha cavalcato in bicicletta fino a Champex‑Lac, dove ha ripreso gli sci e ha portato l’avventura fino alla stazione de Le Tour, ai piedi di Chamonix (Francia), prima di concludere la giornata dopo oltre 16 ore di sforzo totale.
Il giorno successivo lo ha visto affrontare il Monte Bianco (4.810 m). Nonostante il forte vento in quota al risveglio, Matheo è partito con l’idea di sfruttare un miglioramento nel pomeriggio. Con la via classica dei Grands Mulets impraticabile, ha scelto di salire lungo la normale estiva in condizioni invernali. Oltre i 3.600 m, la neve dura, tracce assenti e ice traverse sull’arête des Bosses hanno rallentato la progressione, ma alla fine Matheo è riuscito a raggiungere la cima in solitaria alle 14:00, affrontando condizioni difficili e tecniche.
Scendendo verso Chamonix, dopo una breve notte, Matheo ha proseguito verso il meraviglioso Mer de Glace e ha risalito la Vallée Blanche fino al Col de Toula, per poi valicare il confine verso l’Italia lungo il percorso dello Skyway Mont Blanc. Non si è fermato, anzi: ha preso ancora la bicicletta fino al Gran Paradiso (4.061 m), dove ha è salito in cima, raggiunta in circa 3h30 nel fitto della nebbia, prima di ridiscendere e chiudere un raid di oltre 40 ore consecutive di sforzo.


Verso le grandi traversate delle Alpi
La rotta di Matheo segue, in parte, le tracce della celebre Haute Route Chamonix–Zermatt, considerata una delle traversate scialpinistiche più iconiche, che da sempre collega due capitali dell’alpinismo, passando tra panorami glaciali, colli oltre i 3.000 m e scenari mozzafiato tra Monte Bianco e Cervino.
Questo tipo di itinerario non è solo un viaggio: rappresenta un dialogo profondo con la montagna, dove ogni passo, curva e salita richiede esperienza, resistenza e capacità di gestione delle condizioni alpine. Per chi ama lo scialpinismo e le traversate di alta montagna, è un sogno carico di significati e di sfide.
L’eredità e la passione oltre i numeri
Il progetto di Matheo non è semplicemente una serie di tappe: è un invito continuo a vivere la montagna con cuore, rispetto e capacità di adattamento. In ogni condizione, dalla tempesta alla neve instabile, l’unica costante è stata la volontà di superare ogni ostacolo, di proseguire con passo deciso verso ciò che rimane di questa grande traversata.
© foto Noa Barrau e Thibaut Marot
La Pierra Menta parla francese, ma l’Italia resta sul podio
La quarantesima Pierra Menta si chiude nel segno della Francia, ma lascia anche un messaggio chiaro: l’Italia c’è. Meno appariscente forse, ma solida, continua, capace di stare stabilmente tra i migliori in una delle gare più dure e complete dello scialpinismo.
Quattro giorni, oltre dieci ore di gara complessiva, condizioni variabili e un equilibrio che si è deciso per dettagli minimi. Davanti a tutti, ancora loro: William Bon Mardion e Xavier Gachet, che conquistano la vittoria in 10h24’28”, difendendosi fino all’ultimo dagli attacchi dei connazionali Equy-Damevin, secondi a soli 38 secondi.
Un margine ridottissimo che racconta bene il livello di questa edizione: una gara giocata sul filo, dove ogni tappa ha avuto un peso specifico enorme.

Italia: tre bronzi che valgono più di quanto dicano
Se il podio assoluto maschile vede il terzo posto di Davide Magnini e William Boffelli, a oltre sedici minuti dai vincitori, è guardando alla classifica mondiale long distance che si legge meglio il risultato azzurro.
Michele Boscacci e Robert Antonioli chiudono sesti nella generale, ma conquistano il bronzo mondiale tra le nazionali, confermando una volta di più la loro affidabilità nelle gare lunghe e complesse. Un risultato costruito sulla regolarità, senza picchi clamorosi ma con una gestione lucida delle quattro tappe. In una gara dove si accumula fatica giorno dopo giorno, è spesso questo a fare la differenza.
Ancora più netto il segnale al femminile. Alba De Silvestro e Lisa Moreschini centrano un doppio terzo posto: bronzo mondiale e terzo gradino del podio nella classifica generale, chiusa in 12h47’13”. Un podio costruito con continuità, sempre presenti nelle posizioni che contano, senza mai uscire davvero dalla gara. Un approccio che, alla Pierra Menta, paga quasi sempre.
Francia dominante, ma gara tutt’altro che scontata
Il dominio francese è evidente, soprattutto nella gara femminile, dove Emily Harrop e Margot Ravinel hanno imposto il ritmo fin dalla prima tappa, chiudendo in 12h13’15” senza mai dare l’impressione di poter essere realmente attaccate. Ma anche qui, dietro, la lotta è stata serrata, con distacchi costruiti tappa dopo tappa e mai scontati. E lo stesso vale per la gara maschile, dove la sfida interna alla squadra francese ha tenuto aperto il risultato fino all’ultimo giorno. Una dinamica che ha reso la competizione ancora più intensa e spettacolare.


Una gara che resta un riferimento
La Pierra Menta continua a essere qualcosa di unico. Non solo per i numeri, ma per ciò che richiede: capacità di adattamento, gestione della fatica, lettura delle condizioni. Anche quest’anno il meteo ha imposto modifiche e adattamenti, ricordando ancora una volta che qui non vince solo chi ha più gamba, ma chi riesce a interpretare meglio la montagna. Ed è proprio in questo contesto che il risultato italiano assume valore. Tre bronzi, tra generale e mondiale, che raccontano una squadra solida e competitiva, capace di stare stabilmente nel gruppo dei migliori. Forse senza il clamore del dominio francese, ma con una qualità che, su una gara come questa, pesa. E non poco.
Classifica finale maschile
1° William Bon Mardion / Xavier Gachet
2° Samuel Equy / Anselme Damevin
3° Davide Magnini / William Boffelli
4° Nadir Maguet / Anton Palzer
5° François D’Haene / Alexis Bonnet
Classifica finale femminile
1° Emily Harrop / Margot Ravinel
2° Axelle Gachet-Mollaret / Célia Perillat-Pessey
3° Alba De Silvestro / Lisa Moreschini
4° Lena Bonnel / Emily Herry
5° Giulia Murada / Ilaria Veronese
© foto Pierra Menta
Dalle Dolomiti al Bernina: la traversata continua
La linea tracciata da Mathéo Jacquemoud attraverso l’arco alpino continua ad allungarsi, giorno dopo giorno. Dopo le prime tappe raccontate la scorsa settimana, il progetto L'intégrale des Alpes entra nel vivo e mostra con sempre maggiore chiarezza la sua vera natura: non solo una traversata, ma un modo di vivere la montagna in continuità.
A offrire uno sguardo ravvicinato su questa avventura è Vivian Bruchez, che ha condiviso con Jacquemoud alcuni giorni tra Austria, Italia e Svizzera. Un punto di vista prezioso, che restituisce la misura di un ritmo difficilmente immaginabile: sei ore di sonno ogni ventiquattro. Sci, bici, passi da attraversare, vallate da collegare.
Le cifre aiutano a orientarsi, ma non bastano a raccontare tutto: giornate da 7.000 metri di dislivello positivo, trasferimenti in bici da 200 chilometri, recuperi minimi e una gestione delle energie quasi chirurgica. Chi prova a seguirlo deve anticipare ogni mossa, partire prima, organizzare tutto nei minimi dettagli. Perché ogni minuto perso difficilmente si recupera.


Dopo aver lasciato l’Austria, Jacquemoud ha puntato verso le Dolomiti, insieme a Bruchez e Pierre Idris. Qui ha sciato il couloir del Piz de Puez, prima di proseguire verso la Val Gardena, accompagnato per un tratto da Noa Barrau e da Alex Oberbacher, incontrato lungo il percorso e pronto ad accoglierlo con un piatto di pasta, uno di quei momenti semplici che, in mezzo a un progetto così estremo, assumono un valore particolare.
Il giorno successivo la traversata è proseguita fino alla Val Martello, per poi salire con gli sci verso il Cevedale (3769 m). Qui le condizioni hanno imposto una scelta: fermarsi a 150 metri dalla vetta e invertire la rotta. Una decisione lucida, presa in un contesto di visibilità ridotta, seguita da una lunga discesa notturna sul versante nord-ovest fino a Santa Caterina. Ma la giornata non era ancora finita: una dura transizione in bici fino a Livigno, raggiunta nella notte per guadagnare tempo per sfruttare una finestra meteo favorevole sul massiccio del Bernina.
Venerdì mattina è ripartito presto, sci ai piedi verso il Passo Bernina, dove è stato raggiunto da Bruchez e dagli altri compagni di viaggio. Insieme hanno salito il Piz Palü Centrale e Orientale, con una discesa dalla cresta sommitale che rappresenta uno dei momenti più estetici e significativi di questa prima parte di traversata. Le immagini raccontano una montagna vera, a tratti severa. Le condizioni non sono state sempre ideali e hanno costretto a continui adattamenti: variazioni di percorso per evitare pendii troppo carichi, scelte rapide e capacità di lettura del terreno, è forse questo uno degli aspetti più interessanti del progetto: non la ricerca della linea perfetta, ma l’equilibrio costante tra ambizione e realtà.


Eppure, nonostante il ritmo serrato, resta spazio per la condivisione. Bruchez racconta di un Jacquemoud capace di aspettare, di rallentare, di trasformare anche la fatica degli altri in un momento di scambio. Una traversata che non è solo prestazione, ma anche relazione, con la montagna e con chi ne percorre un tratto insieme.
Dalle grandi cime austriache ai ghiacciai del Bernina, passando per Dolomiti e Ortles-Cevedale, la traccia prende forma e si consolida. Il Mediterraneo è ancora lontano, ma la direzione è segnata.
E mentre il progetto continua ad evolversi, tra adattamenti e nuove linee da immaginare, la sensazione è che ogni giornata aggiunga un tassello a qualcosa che va oltre la semplice traversata: un racconto in movimento, disegnato con gli sci, la fatica e una visione lucida di ciò che significa attraversare davvero le Alpi.
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© foto Instagram Mathéo Jacquemoud
Mathéo Jacquemoud e la grande traversata dell’arco Alpino
Da Vienna a Nizza, in sci e bici: un viaggio di 2.000 chilometri nel cuore delle Alpi
Per chi frequenta il mondo dello scialpinismo il nome di Mathéo Jacquemoud non ha bisogno di presentazioni. Ex campione del mondo, vincitore della Pierra Menta e per anni uno degli interpreti più completi dello skimo moderno, il francese ha deciso di tornare alle origini della disciplina: l’avventura. E lo fa con un progetto che ha il sapore delle grandi traversate alpine, dal nome L'intégrale des Alpes.
L’obiettivo è semplice da raccontare, molto meno da realizzare: attraversare integralmente l’arco alpino da Vienna a Nizza, muovendosi esclusivamente con sci d’alpinismo e bicicletta, senza mezzi motorizzati. Un itinerario che attraversa quattro Paesi: Austria, Svizzera, Italia e Francia, lungo circa 2.000 chilometri complessivi, con un dislivello positivo stimato attorno ai 100.000 metri. Una linea che attraversa il cuore delle Alpi e che tocca alcuni dei massicci più iconici del continente: dal Bernina al Monte Bianco, dal Gran Paradiso fino alle Alpi Marittime.

Dalla competizione all’avventura
Per comprendere il senso di questo progetto bisogna tornare alla storia sportiva di Jacquemoud. Nato nella Drôme e cresciuto tra le montagne del Dévoluy, è stato uno dei protagonisti dello scialpinismo internazionale tra gli anni 2010 e la metà del decennio successivo. Nel suo palmarès figurano titoli mondiali e successi alla Pierra Menta, la gara simbolo dello scialpinismo competitivo.
Negli ultimi anni però il suo percorso ha preso una direzione diversa. Meno pettorali, più montagna. Più traversate, meno classifiche. La traversata dell’arco alpino rappresenta la sintesi di questo passaggio: un progetto che unisce la resistenza di un atleta di livello mondiale con la visione di un alpinista che cerca una linea logica attraverso la catena montuosa più complessa d’Europa. Non a caso Jacquemoud ha partecipato negli ultimi anni ad alcune avventure con Kilian Jornet, tra cui il progetto sui tutti i quattromila delle Alpi, esperienza che gli ha dato la convinzione di poter sostenere giornate consecutive di sforzo estremo senza compromettere lucidità e sicurezza.
La logica della linea
Il progetto non è semplicemente una lunga traversata sciistica. È piuttosto una linea continua attraverso le Alpi, costruita alternando sci e bicicletta. Le sezioni alpine vengono percorse con sci e pelli, sfruttando i grandi ghiacciai e i valichi invernali. Quando la neve scompare, Jacquemoud scende a valle e prosegue in bicicletta, collegando le diverse catene montuose.
Questa scelta non è solo logistica ma anche filosofica: l’idea è non interrompere mai la progressione, mantenendo un movimento continuo lungo l’arco alpino. Il progetto prevede circa 28 tappe e un tempo complessivo inferiore a un mese, un ritmo decisamente sostenuto se si considera che una traversata completa delle Alpi richiede normalmente diversi mesi.
Le difficoltà reali: neve, meteo e gestione dello sforzo, dal punto di vista tecnico, la difficoltà dell’impresa non sta tanto nella singola salita quanto nella gestione della continuità.
Una traversata di questo tipo impone infatti tre variabili fondamentali:

1. La finestra nivologica
La linea attraversa massicci con condizioni molto diverse. Neve primaverile sulle Alpi centrali, innevamento ancora invernale nelle zone più continentali, e probabile fusione già avanzata sulle Alpi meridionali.
2. La gestione del ritmo
Con tappe che possono superare i 3.000–4.000 metri di dislivello giornaliero, la vera sfida sarà mantenere un ritmo sostenibile per settimane.
3. La lucidità decisionale
Jacquemoud non è solo un atleta: è anche guida alpina. E in un progetto di questo tipo la capacità di leggere la montagna ogni giorno diventa decisiva quanto la condizione fisica.
Il ritorno allo spirito originario dello scialpinismo
In un’epoca in cui lo scialpinismo competitivo è sempre più vicino al format olimpico, progetti come questo riportano la disciplina alla sua dimensione più autentica.
Non si tratta di una gara, né di un record puro. È piuttosto un viaggio sportivo attraverso le Alpi, dove la prestazione esiste ma non è l’unico obiettivo.
In fondo lo scialpinismo nasce proprio così: muoversi in montagna in inverno con sci e pelli per attraversare territori, collegare vallate, salire montagne.
Jacquemoud, con questa linea da Vienna al Mediterraneo, sembra voler ricordare proprio questo: che prima ancora di essere uno sport, lo scialpinismo è un modo di viaggiare nelle montagne. E raramente questo viaggio è stato immaginato su una scala così grande.
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Comfort e fluidità per i trail più lunghi - The North Face Altamesa 500 V2
Nel mondo del trail running la ricerca dell’equilibrio perfetto tra ammortizzazione, stabilità e leggerezza è una sfida continua. Con la nuova Altamesa 500 V2, The North Face prova a ridefinire questo equilibrio puntando su una scarpa pensata per macinare chilometri su sentieri tecnici senza rinunciare a comfort e fluidità.
Il cuore del progetto è la nuova tecnologia DREAM™, una schiuma dell’intersuola in TPU infusa con azoto che promette un impatto più morbido e un ritorno di energia elevato, oltre a essere la più leggera mai sviluppata dal marchio. L’obiettivo è chiaro: rendere la corsa off-road più scorrevole e meno affaticante anche quando il terreno diventa irregolare.
Una scarpa pensata per macinare chilometri
Altamesa 500 V2 nasce per gli allenamenti su lunga distanza, per le uscite di volume e per quelle giornate in cui si passa parecchio tempo sui sentieri. La piattaforma più ampia sotto il piede contribuisce a creare una base stabile, mentre l’intersuola generosa, con 36 mm di stack al tallone e drop di 6 mm, lavora per assorbire gli impatti e mantenere la corsa fluida anche dopo molte ore.
Durante i test, la prima sensazione che emerge è proprio quella di ammortizzazione progressiva: l’appoggio è morbido ma non eccessivamente cedevole. Nei tratti corribili, soprattutto su sterrati compatti o sentieri forestali, la scarpa restituisce una buona sensazione di rimbalzo che invita ad allungare il passo. Non è una scarpa aggressiva o orientata alla massima reattività, ma privilegia la continuità della falcata, rendendo la corsa meno dispendiosa quando i chilometri si accumulano. Anche sui terreni più irregolari la piattaforma larga aiuta a mantenere stabilità. Nei traversi o nei cambi di direzione su single track rocciosi si percepisce una base solida sotto il piede, caratteristica che la rende interessante per runner che cercano comfort senza rinunciare al controllo.

Tomaia leggera e calzata stabile
La tomaia è progettata per combinare traspirabilità e struttura. I rinforzi offrono supporto dove serve, mentre il sistema di chiusura garantisce una buona chiusura anche nei traversi. Interessante il dettaglio dei lacci racing con bordi seghettati, pensati per evitare che si allentino durante la corsa, un piccolo accorgimento che nei test si è rivelato efficace, la regolazione resta stabile anche dopo diverse ore di attività. La linguetta integra alette laterali e una fodera interna anti-detriti, soluzione che limita l’ingresso di polvere e piccoli sassolini durante le lunghe uscite.
Trazione e protezione sui terreni morbidi
La suola utilizza la mescola SURFACE CTRL™ SC2, sviluppata per offrire grip e durata sui trail naturali. I tasselli da 4 mm sono pensati soprattutto per terreni morbidi o misti, boschi, terra smossa, sentieri alpini, dove la trazione resta costante anche quando il fondo diventa umido o instabile. Nella prova la scarpa si è comportata bene su terreni morbidi e su trail con fondo misto roccia-radici. Il disegno dei tasselli garantisce una presa affidabile in salita, mentre in discesa l’ampia piattaforma contribuisce a dare sicurezza anche quando si aumenta il ritmo. La protezione è affidata a un puntale rinforzato leggero, sufficiente per difendere il piede da sassi e radici senza appesantire la struttura complessiva.

Sensazioni sui trail
Dopo diversi chilometri sui sentieri, la Altamesa 500 V2 restituisce una sensazione molto chiara: è una scarpa costruita per correre a lungo in modo rilassato e continuo. Nei tratti corribili invita a mantenere un ritmo costante, mentre nei segmenti più tecnici l’ammortizzazione generosa aiuta a ridurre l’impatto su piedi e articolazioni. È il tipo di scarpa che, dopo due o tre ore di corsa, fa apprezzare la sua filosofia progettuale: comfort prima di tutto, con una stabilità che permette di concentrarsi sul sentiero senza pensare troppo a dove appoggiare il piede.
The North Face Altamesa 500 V2
Scheda tecnica
Intersuola: DREAM™ in TPU infuso con azoto
Stack tallone: 36 mm
Drop: 6 mm
Suola: SURFACE CTRL™ SC2
Tasselli: 4 mm
Tomaia: mesh tecnica leggera con rinforzi zonali
Dettagli: linguetta stabilizzata con alette integrate, lacci seghettati, puntale rinforzato
Prezzo: € 150













