CMP porta l'outdoor fuori dai sentieri con la nuova linea Moving

Per anni l'abbigliamento tecnico è rimasto confinato ai sentieri e alle attività in montagna. Oggi, invece, il confine tra outdoor e vita quotidiana è sempre più sfumato.

È da questa evoluzione che nasce Moving – Collective [of] Moving People, la nuova linea di CMP, brand veneto del gruppo F.lli Campagnolo, che unisce il know-how tecnico del brand a uno stile essenziale e contemporaneo, pensato per accompagnare ogni momento della giornata.

La collezione interpreta il movimento come un'attitudine, proponendo capi versatili capaci di passare con naturalezza dall'ambiente urbano alle attività all'aria aperta. Materiali performanti, dettagli funzionali e vestibilità rilassate sono il filo conduttore dell'intera linea.

La collezione propone un guardaroba completo che spazia da T-shirt, felpe e pantaloni fino a giacche e accessori, accomunati da un'estetica essenziale e da una costruzione pensata per adattarsi a contesti diversi. I tessuti tecnici, come quelli dotati di tecnologia Dry Function, favoriscono traspirabilità e asciugatura rapida, mentre i fit rilassati e le linee pulite garantiscono comfort e libertà di movimento durante tutta la giornata. Accanto ai capi più leggeri trovano spazio anche soluzioni pensate per affrontare condizioni meteo variabili, con giacche che integrano dettagli funzionali come cappucci regolabili, tessuti protettivi, inserti reflective e tasche con zip.
A completare la proposta ci sono accessori come bucket hat e cappellini, che rafforzano l'identità urban-outdoor della collezione, pensata per accompagnare con naturalezza chi passa dalla città ai sentieri, da un viaggio a un'escursione, senza dover cambiare modo di vestire.

Con Moving, CMP interpreta una tendenza sempre più attuale: portare le prestazioni e il comfort dell'abbigliamento outdoor anche fuori dai sentieri, senza rinunciare a uno stile essenziale e versatile. Una proposta pensata per chi vive il movimento come parte integrante della propria quotidianità.

Collezione Moving by CMP


Broad Peak, la valanga e il silenzio che rimane

Raccontare la montagna è facile quando si parla di nuove vie, record e grandi salite. Molto meno quando è la montagna stessa a interrompere una storia, lasciando dietro di sé soltanto domande e silenzio.

Sul Broad Peak (8.051 m), nel Karakorum pakistano, una violenta valanga ha travolto una spedizione internazionale, causando la morte di dieci alpinisti. Tra loro c'era anche Nirmal Purja, probabilmente il nome più conosciuto dell'alpinismo himalayano contemporaneo, insieme a guide nepalesi, clienti e alpinisti provenienti da diversi Paesi. Si tratta di uno dei più gravi incidenti collettivi degli ultimi anni su un Ottomila.

Non ci piace scrivere articoli su chi non c'è più. Preferiamo raccontare le salite riuscite, le nuove vie, le imprese che fanno sognare. Ma quando scompare una figura che ha contribuito a cambiare il volto dell'alpinismo moderno, fermarsi a riflettere diventa quasi un dovere.

Nirmal Purja divideva il mondo della montagna. Ex Gurkha e membro delle forze speciali britanniche, aveva rivoluzionato il concetto stesso di velocità sugli Ottomila con il progetto Project Possible, salendo tutti i quattordici Ottomila in appena sei mesi e sei giorni. Un'impresa che sembrava appartenere alla fantascienza e che lo aveva reso celebre ben oltre l'ambiente alpinistico, anche grazie al documentario 14 Peaks.
Ma Purja era anche uno degli alpinisti più discussi della sua generazione. L'utilizzo sistematico dell'ossigeno supplementare, il forte approccio commerciale alle spedizioni, una comunicazione spesso spettacolare e alcune polemiche degli ultimi anni gli avevano attirato numerose critiche. Per alcuni rappresentava una nuova idea di himalayismo, più veloce ed efficiente, per altri incarnava un modello troppo distante dall'alpinismo tradizionale.

È giusto ricordarlo anche così. Perché la montagna non ha bisogno di santi, ma di persone vere, con i loro meriti, le loro contraddizioni e i loro errori.
Questa tragedia lascia anche un'altra riflessione. Diversi membri della spedizione erano dotati di dispositivi di localizzazione satellitare e GPS. Strumenti ormai sempre più diffusi, capaci di indicare con precisione la posizione di una persona e di facilitare enormemente le operazioni di recupero. E infatti hanno permesso ai soccorritori di individuare rapidamente l'area dell'incidente e organizzare una delle operazioni di recupero più complesse mai affrontate sul Broad Peak.

 

Ma la tecnologia ha mostrato il proprio limite. Un GPS può dire dove sei, può inviare una posizione. Un drone può sorvolare un pendio. Nulla di tutto questo, però, può fermare una massa di neve che precipita lungo un versante a migliaia di metri di quota.
Anche sulle nostre montagne negli ultimi anni abbiamo imparato ad affidarci sempre di più alla tecnologia: satellitari, smartwatch, airbag, ARTVA sempre più evoluti. Sono strumenti straordinari, che aumentano le possibilità di sopravvivenza e rendono i soccorsi più efficaci. Ma nessuno di loro elimina il rischio.
La montagna, e la natura in generale, continua a ricordarci che la sicurezza non nasce dall'attrezzatura, ma dalle decisioni prese molto prima di uscire di casa. La tecnologia può aiutare quando qualcosa va storto, la prevenzione rimane l'unico vero modo per evitare che quel momento arrivi, ma il rischio zero non esiste.

 

Nei prossimi giorni si parlerà inevitabilmente di quote, seracchi, condizioni del manto nevoso e responsabilità. È giusto farlo? Serve a capire, a migliorare e a ridurre il rischio.

Oggi, però, forse è il momento di fermarsi un istante.

Per ricordare dieci alpinisti che sono partiti sognando una cima e non sono più tornati. E per ricordare anche Nirmal Purja, una figura che ha cambiato l'alpinismo contemporaneo, nel bene e nel male. Perché le montagne continueranno a dividere le opinioni, ma davanti alla loro forza siamo tutti, inevitabilmente, uguali.

 

 

© foto National Geographic


28 giorni per attraversare le Alpi: nuovo FKT per Sophie Woods

A volte si fatica per abbassare i record di pochi minuti altre volte si cambia completamente la percezione di ciò che sembrava possibile. Il nuovo FKT firmato da Sophie Woods cambia radicalmente la nostra percezione di traversata delle Alpi.

L'ultrarunner neozelandese ha completato la Via Alpina in 28 giorni, 17 ore e 59 minuti, stabilendo il nuovo Fastest Known Time (FKT) assoluto sul celebre itinerario che attraversa l'intero arco alpino da Muggia, alle porte di Trieste, fino al Principato di Monaco. Un tempo che non migliora soltanto il primato femminile, ma supera anche quello maschile, abbassando di oltre una settimana il precedente record assoluto.

La Via Alpina non è un sentiero qualsiasi. Il tracciato attuale misura 2.018 chilometri e accumula oltre 117.000 metri di dislivello positivo, attraversando otto Paesi: Italia, Slovenia, Austria, Germania, Liechtenstein, Svizzera, ancora Italia, Francia e infine Monaco, lungo alcuni dei passaggi più spettacolari e impegnativi delle Alpi. Per dare un'idea delle dimensioni dell'impresa, significa affrontare un dislivello equivalente a circa dodici ascensioni dell'Everest, distribuite in meno di un mese.

Per riuscirci Woods ha mantenuto una media impressionante di oltre 70 chilometri e più di 4.000 metri di salita ogni giorno, muovendosi per 14-18 ore quotidiane. Un ritmo che avrebbe già del sorprendente in condizioni ideali, ma che quest'estate si è scontrato con due intense ondate di calore, temporali, incendi boschivi e deviazioni obbligate lungo il percorso.

La quarantaduenne, nata in Nuova Zelanda ma residente nel Regno Unito e conosciuta nelle competizioni anche con il cognome da nubile Sophie Grant, non è nuova alle grandi avventure alpine. Nel suo curriculum figurano tre partecipazioni concluse al Tor des Géants, diversi piazzamenti di rilievo nelle grandi ultra europee e una lunga esperienza nello skyrunning. Ma la Via Alpina rappresentava qualcosa di diverso: non una gara, bensì un progetto personale costruito giorno dopo giorno, dove la vera sfida era continuare a muoversi quando il corpo chiedeva di fermarsi.

Anche l'approccio mentale è stato determinante. Woods ha raccontato di non aver mai pensato ai 2.000 chilometri nella loro interezza, ma di aver suddiviso il viaggio in piccoli obiettivi: una giornata, un'ora, persino pochi minuti alla volta. Un modo per rendere affrontabile qualcosa che, visto nella sua totalità, sarebbe parso semplicemente impossibile.

L'impresa conferma anche un'altra tendenza ormai evidente nel mondo dell'endurance: le grandi traversate stanno vivendo una nuova stagione. Sempre più atleti scelgono di misurarsi con itinerari storici piuttosto che con gare tradizionali, trasformando sentieri iconici in palcoscenici per sfide dove contano resistenza, logistica, capacità di adattamento e conoscenza della montagna almeno quanto la velocità.

La Via Alpina, nata per unire l'intero arco alpino attraverso una rete di sentieri escursionistici, aggiunge così un nuovo capitolo alla propria storia. E il tempo di 28 giorni, 17 ore e 59 minuti fissato da Sophie Woods diventa il nuovo riferimento assoluto per chi, un giorno, vorrà provare a correre da Trieste fino al Mediterraneo inseguendo il filo delle Alpi.

 

Trovate sul suo profilo Instagram il racconto della traversata giorno per giorno.

 

© foto Instagram Sophie Woods


In gara con ASICS a La Thuile

Ogni gara è anche un banco di prova per l'attrezzatura, soprattutto quando il percorso si sviluppa in alta montagna. Per questo abbiamo scelto di testare il nuovo equipaggiamento trail di ASICS direttamente sul campo, affrontando la 25 km della ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella, una delle prove più rappresentative del panorama trail alpino. L'evento, di cui ASICS è title sponsor, propone quattro distanze: 10 - 24 - 42 70 chilometri. Il nostro tester Paolo Dellavesa ha scelto di affrontare la 25 chilometriche si snodano con circa 1.500 metri di dislivello positivo lungo i sentieri di La Thuile, alternando lunghe salite corribili, single track tecnici e discese veloci in un ambiente spettacolare vista Monte Bianco. Per l'occasione ASICS ci ha fornito un setup completo, pensato per affrontare una gara dove leggerezza, stabilità, protezione e traspirabilità fanno davvero la differenza. Ecco come si sono comportati i prodotti che ci hanno accompagnato dal via fino al traguardo.

 

Per affrontare i 25 km della La Thuile Trail abbiamo scelto un setup ASICS pensato per correre veloce in ambiente alpino, dove leggerezza, traspirabilità e protezione devono convivere. Il completo Fujitrail, composto dalla t-shirt Fujitrail Elite SS Top e dai pantaloncini Fujitrail Elite Short, utilizza tessuti estremamente leggeri e ad asciugatura rapida che gestiscono al meglio il calore nelle lunghe salite e mantengono comfort anche quando il ritmo aumenta.

 

 

 

Sulle spalle c'era il nuovo Fujitrail Vest, un gilet da trail che ci ha sorpreso soprattutto per la stabilità. Anche affrontando discese veloci e tratti particolarmente sconnessi è rimasto sempre ben aderente al corpo, senza fastidiosi rimbalzi e senza limitare la respirazione. Le numerose tasche frontali permettono di avere gel, flask e piccoli accessori sempre a portata di mano, mentre lo scomparto posteriore offre spazio sufficiente per riporre la giacca impermeabile e il materiale obbligatorio senza dover comprimere eccessivamente il carico. Apprezzabile anche il sistema di regolazione elastico, che consente di adattare rapidamente il fit durante la gara mantenendo lo zaino stabile sia con le flask piene sia una volta svuotate. Un dettaglio che, sulle lunghe distanze, contribuisce a far dimenticare di averlo addosso.

 

Ai piedi abbiamo corso con le nuove FUJI LITE 7, una scarpa che ci ha convinto per il perfetto equilibrio tra leggerezza, precisione e reattività. Fin dai primi chilometri trasmette una sensazione di corsa molto naturale, con un'intersuola capace di assorbire bene gli impatti senza risultare troppo morbida o dispersiva. La risposta è pronta, soprattutto quando si aumenta il ritmo in salita o nei rilanci dopo i tratti più tecnici, mentre il peso contenuto rende la scarpa poco affaticante anche dopo diverse ore di gara. La suola ASICSGRIP si è dimostrata uno dei punti di forza del modello: il grip è sempre elevato su roccia asciutta, radici e terreno compatto, ma offre sicurezza anche sui tratti umidi tipici dei sentieri alpini. La tomaia avvolge il piede con precisione senza creare punti di pressione e mantiene un'ottima traspirabilità anche nelle fasi più intense della gara. Il risultato è una scarpa che invita a spingere, ma che allo stesso tempo rimane prevedibile e precisa negli appoggi, qualità fondamentali quando il percorso alterna lunghe salite, discese veloci e continui cambi di terreno.

 

 

Nello zaino trovava posto anche la Fujitrail Elite Waterproof Jacket, una giacca impermeabile a tre strati, comprimibile e altamente traspirante, scelta sia perché rappresenta un capo indispensabile del materiale obbligatorio in gara, sia per affrontare gli improvvisi cambi di meteo tipici delle montagne in periodo estivo. Una giacca essenziale ma completa, con tasca pettorale per riporre il telefono o le chiavi, cappuccio e fondo giacca regolabili tramite elastici e coulisse per il pollice che permettono di non far risalire le maniche anche durante i tratti più movimentati delle nostre uscite.

 

 

 

 

 

 

Test a cura di Paolo Dellavesa

© foto La Thuile Trail / ASICS Italia


ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella: una gara da gestire, dall'inizio alla fine

Le gare come la 25K di ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella hanno una caratteristica precisa: l'entusiasmo della partenza rischia di farti correre più forte del dovuto. Tra il pubblico, i tanti atleti locali e un ritmo subito elevato, è facile lasciarsi trascinare. Per questo il primo obiettivo è stato uno solo: gestire.

Dopo i primi chilometri vallonati, veloci e in parte asfaltati, ho iniziato a recuperare terreno senza però andare fuori giri. Il sentiero che sale verso la balconata è forse il tratto in cui ho spinto più del previsto, ma le sensazioni erano buone e sono riuscito a rimontare fino alla dodicesima posizione, quella che poi avrei mantenuto fino al traguardo.

La lunga balconata verso il Deffeyes è il cuore della gara. Il terreno è tecnico e richiede concentrazione continua: oltre una certa velocità diventa difficile guadagnare davvero secondi. Qui ho preferito correre sciolto, trovando il mio ritmo e gestendo alimentazione e idratazione. Quest'anno ho scelto di usare uno zaino anziché la cintura, sacrificando qualche grammo in più ma con abbastanza autonomia da saltare il primo ristoro e non perdere tempo nelle soste. Una scelta che, alla fine, si è rivelata vincente.

Dal Deffeyes il percorso cambia volto. La morena del ghiacciaio, con il suo fondo di sabbia compatta, invita ad aumentare il ritmo e dà quasi l'illusione che il più sia fatto. In realtà è uno dei punti più insidiosi della gara: dopo un tratto veloce arriva una nuova risalita di circa 100-150 metri di dislivello, probabilmente il momento più duro della giornata. Con le gambe già provate dalla salita iniziale e dalla successiva discesa, lì bisogna stringere i denti. È stato il mio unico vero momento di difficoltà, ma sono riuscito a limitare i danni e a conservare la posizione.
Anche la successiva discesa richiede attenzione. Il sentiero è stretto, umido, con vegetazione alta che riduce la visibilità e rende difficile lasciar correre le gambe. Più che cercare velocità, conta rimanere lucidi.

Quando si entra nel bike park, invece, la gara torna finalmente nelle mie corde. Il fondo diventa più scorrevole e negli ultimi tre chilometri, lungo la poderale che riporta verso La Thuile, riesco a ritrovare un ritmo sostenuto fino al traguardo.

Chiudo dodicesimo, con la sensazione di aver corso esattamente la gara che avevo nelle gambe. Ho gestito bene i momenti delicati, ho superato gli avversari con cui normalmente riesco a competere e sono arrivato davanti a chi, di solito, mi precede.

E poi c'è tutto il resto. Perché al di là del cronometro e della classifica, passare una giornata a correre in un ambiente come quello di La Thuile è già un regalo. Sentieri tecnici, ghiacciai, balconate e panorami che accompagnano ogni chilometro ricordano perché continuiamo a mettere un pettorale: per la fortuna di vivere montagne così, di corsa.

 

 

Testo di Paolo Dellavesa

© foto Pierre Lucianaz / La Thuile Trail


Dynafit Ultra DNA 2

Carbonio, velocità e tanta sostanza

Negli ultimi anni il mondo del trail running ha vissuto una piccola rivoluzione. Se sulle scarpe da strada la piastra in carbonio è ormai uno standard nelle competizioni, in montagna la sua diffusione è stata molto più lenta. Il motivo è semplice: un sentiero non è l'asfalto. Tra rocce, radici, traversi e discese tecniche, una scarpa troppo rigida rischia di diventare più un limite che un vantaggio.

Con la nuova Dynafit Ultra DNA 2 il brand del leopardo delle nevi prova a trovare un equilibrio tra questi due mondi. È una scarpa dichiaratamente orientata alle gare lunghe e veloci, sviluppata insieme agli atleti del team Dynafit con un obiettivo preciso: mantenere elevata la velocità senza arrivare negli ultimi chilometri con le gambe completamente distrutte.

L'abbiamo portata su percorsi molto diversi tra loro, alternando forestali veloci, sentieri alpini e lunghe discese. La prima sensazione è quella di una scarpa che invita immediatamente ad aumentare il ritmo. Non serve forzare: appena si accelera sembra quasi chiedere di correre più forte.
Merito soprattutto della Carbontech Plate, che restituisce una spinta evidente senza risultare invasiva. A differenza di alcune scarpe con piastra che trasmettono una sensazione quasi meccanica, qui il comportamento è molto più naturale. Il carbonio lavora soprattutto nella fase di transizione e rilancio, ma non irrigidisce eccessivamente l'appoggio quando il terreno diventa irregolare. Anzi, nei tratti più tecnici la scarpa continua a seguire bene il piede, lasciando quella libertà di movimento indispensabile in montagna.

A convincere è anche la nuova intersuola bimescola, che combina una schiuma supercritica in Pebax con uno strato in TPU. Una soluzione che permette di ottenere due caratteristiche apparentemente opposte: tanto ritorno di energia quando si spinge e un appoggio progressivo quando il sentiero si fa sconnesso. Il risultato è una scarpa che protegge bene sulle lunghe distanze senza diventare eccessivamente morbida o instabile.
Anche dopo diverse ore di corsa la sensazione è quella di avere ancora gambe relativamente fresche. È probabilmente questo l'aspetto che ci ha colpito maggiormente: più che regalare secondi al chilometro, la Ultra DNA 2 sembra aiutare a mantenere il ritmo quando normalmente inizierebbe il calo.

La trazione è affidata alla collaudata Vibram Megagrip Litebase, una garanzia praticamente in ogni condizione. Sulle rocce asciutte il grip è eccellente, ma è sul terreno umido e nei cambi di direzione che la suola trasmette maggiore sicurezza. Il disegno dei tasselli privilegia la velocità senza rinunciare al controllo, caratteristica fondamentale per una scarpa pensata per le ultra veloci.

Molto interessante anche la nuova tomaia in Matryx, uno dei punti di forza del progetto. Il tessuto è estremamente leggero e traspirante, ma allo stesso tempo offre un'elevata resistenza ad abrasioni e tagli. Durante il test abbiamo apprezzato soprattutto la capacità di bloccare il piede senza creare punti di pressione e sfregamenti, anche affrontando lunghi traversi o discese ripide. La sensazione è quella di una calzata molto precisa, ma senza sacrificare il comfort.
Il sistema di contenimento del tallone svolge un ottimo lavoro: il piede rimane sempre ben fermo e non abbiamo mai avvertito movimenti indesiderati, nemmeno nei cambi di direzione più bruschi. È una caratteristica che aumenta la fiducia e permette di lasciar correre la scarpa anche quando il sentiero invita ad alzare il ritmo.

Naturalmente non è una scarpa universale. Chi cerca un modello morbido, rilassato e pensato per affrontare le uscite a ritmi tranquilli probabilmente troverà soluzioni più adatte. La Ultra DNA 2 nasce con un DNA agonistico ben preciso e si percepisce fin dai primi metri.
Per chi invece ama correre forte in montagna rappresenta una delle proposte più interessanti viste negli ultimi tempi in casa Dynafit. Il carbonio offre un aiuto concreto in fase di spinta, ma senza rendere la scarpa eccessivamente secca o difficile da gestire. L'intersuola in Pebax e TPU riesce infatti ad assorbire molto bene gli impatti, mantenendo un equilibrio che permette di affrontare anche le lunghe distanze con un buon livello di comfort.

In definitiva, la Dynafit Ultra DNA 2 è una scarpa pensata per chi vuole spingere davvero. Leggera, precisa e molto reattiva, unisce tecnologie di alto livello in un progetto coerente che dà il meglio quando il cronometro conta.

Dynafit.com

 

 

 

 

 

© foto Jacopo Chianale


Valle Stura Skyrace, assegnati i titoli italiani Skyrace 2026

La Valle Stura Skyrace continua a crescere e, alla sua terza edizione, si conferma tra gli appuntamenti più interessanti del panorama nazionale dello skyrunning. Il weekend del 25 e 26 luglio ha portato a Bersezio, nell'alta Valle Stura di Demonte, centinaia di atleti e appassionati per un fine settimana interamente dedicato alla corsa in montagna, culminato con l'assegnazione dei titoli assoluti e di categoria del Campionato Italiano Skyrace FISky 2026. Il percorso regina, lungo 24 chilometri con 2.150 metri di dislivello positivo, era valido anche come ottava prova della Crazy Skyrunning Italy Cup, richiamando alcuni dei migliori interpreti della disciplina. Un riconoscimento importante per una gara giovane, nata appena nel 2024, ma già capace di ritagliarsi uno spazio di primo piano nel calendario nazionale grazie a un tracciato tecnico e spettacolare e a un'organizzazione che punta a valorizzare uno degli angoli più selvaggi a cavallo tra le Alpi Cozie e Marittime.

Non è un caso che la Valle Stura Skyrace abbia conquistato in così poco tempo la fiducia della Federazione e degli atleti. Il percorso racchiude tutto ciò che rende lo skyrunning una disciplina unica: ripide salite che attraversano boschi di larici, laghi, pascoli d'alta quota e antiche fortificazioni militari, fino a raggiungere i 2.840 metri di quota del Monte Scaletta, punto culminante della gara. Lunghe discese che alternano sentieri veloci, pietraie e tratti tecnici, con alcuni passaggi attrezzati da affrontare aiutandosi con le catene. Lungo il tracciato si incontrano anche le gallerie del Vallo Alpino, testimonianza della storia militare di queste montagne, mentre il panorama spazia dalle Alpi Cozie alle cime del massiccio dell'Argentera. Un percorso che richiede gambe, tecnica e lucidità, capace di mettere in difficoltà anche gli specialisti più esperti e di incarnare perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre là dove il sentiero diventa montagna.

 

 

In campo maschile la gara ha visto il successo di Marcello Ugazio (Sport Project VCO), che ha conquistato il titolo italiano fermando il cronometro a 2h 47'10". Dopo aver vinto anche il Vertical del sabato, l'atleta piemontese ha completato una prestigiosa doppietta, confermandosi a pieno titolo tra i protagonisti del weekend. Alle sue spalle Cesarini Devid, staccato di poco più di nove minuti, mentre il bronzo tricolore è andato a Arrigoni Luca.

Tra le donne è stata la cuneese Alice Minetti a conquistare il titolo italiano grazie a una prova autorevole chiusa in 3h 24'11". Alle sue spalle, a poco più di un minuto, si è classificata Jacquin Roberta e a sette minuti Irene Arlati.

 

 

La manifestazione non si è limitata alla gara principale. Il weekend è iniziato sabato con il Vertical di 4,2 km e 1.000 metri di dislivello positivo, anch'esso vinto da Ugazio al maschile e da Charlotte Roy al femminile. Domenica, in contemporanea con la Skyrace, si è disputata anche la SkyTrail da 20 km e 1.400 metri di dislivello, pensata per chi desiderava affrontare un percorso meno tecnico ma altrettanto spettacolare.

Con l'assegnazione dei titoli italiani, la Valle Stura Skyrace conferma definitivamente il proprio posto tra gli appuntamenti di riferimento dello skyrunning nazionale. Un evento giovane, nato nel 2024, ma già capace di attirare i migliori interpreti della disciplina grazie a un percorso tecnico, selvaggio e autentico, dove la velocità conta tanto quanto la capacità di muoversi con sicurezza in ambiente alpino. Una gara che racconta perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre in montagna, là dove il sentiero lascia spesso spazio alla roccia e il panorama ripaga ogni metro di dislivello.

 

© foto Valle Stura SkyRace


Quando brucia la montagna, brucia anche il nostro modo di viverla

C'è qualcosa di profondamente straniante nel vedere andare in fumo luoghi che, fino a ieri, associavamo al silenzio, alla frescura e alla libertà. Boschi che conoscevamo sentiero dopo sentiero trasformati in paesaggi neri, vallate alpine avvolte dal fumo, pareti di arrampicata chiuse perché raggiunte dalle fiamme.

Quest'estate l'Europa sta vivendo una delle stagioni degli incendi più drammatiche degli ultimi anni. In Francia il grande rogo che ha colpito la foresta di Fontainebleau, una delle capitali mondiali del bouldering, ha devastato migliaia di ettari di bosco e richiesto l'intervento di centinaia di vigili del fuoco per giorni. Dall'inizio dell'anno nel Paese sono già andati in fumo oltre 32.000 ettari, più dell'intero 2025.
Ma non è un problema francese. Le fiamme stanno interessando anche le vallate alpine, dalla Francia alle Alpi occidentali italiane, favorite da un'estate eccezionalmente calda e da una siccità che dura da mesi. Vegetazione secca, vento e temperature elevate stanno trasformando boschi che fino a pochi anni fa erano considerati relativamente sicuri in combustibile pronto a incendiarsi.

Ogni incendio ha una causa specifica, quasi sempre innescati per una disattenzione o un gesti dolosi. Ma ciò che rende questi eventi sempre più grandi e difficili da contenere è il contesto climatico in cui si sviluppano. Ondate di calore più frequenti, inverni con meno neve, lunghi periodi senza precipitazioni e una vegetazione sempre più stressata stanno cambiando il volto delle montagne europee.


Per chi vive la montagna, però, il problema non si misura soltanto in ettari bruciati. Si misura nei luoghi.
Fontainebleau, ad esempio, non è solo una foresta. È un luogo dove generazioni di climber hanno imparato a muoversi sui blocchi di arenaria, dove il bosco è parte integrante dell'esperienza dell'arrampicata. Allo stesso modo, ogni vallata alpina colpita dalle fiamme è fatta di sentieri, rifugi, linee di sci alpinismo, boschi attraversati infinite volte senza immaginare che un giorno sarebbero potuti scomparire.
Per anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico attraverso i ghiacciai che arretrano. Erano il simbolo più evidente di una trasformazione lenta ma inesorabile. Oggi quel cambiamento ha assunto anche un atro volto. Più veloce, più violento, più difficile da ignorare.
Un bosco può impiegare poche ore a bruciare e decenni per tornare a essere quello che era. E non cambia soltanto il paesaggio, cambia il nostro modo di frequentarlo.
Sentieri chiusi per mesi o anni, pareti interdette per il rischio di caduta alberi, boschi resi instabili dall'erosione, rifugi minacciati dagli incendi o dall'assenza d'acqua. A questo si aggiungono estati sempre più torride che spostano le attività verso le prime ore del mattino, complicando la permanenza in quota e rendono più frequenti le ordinanze di chiusura dei territori più esposti.

Forse è proprio questo l'aspetto che ci riguarda più da vicino. Noi che amiamo la montagna tendiamo a pensarla come qualcosa di immutabile. Le cime sembrano eterne, le pareti sempre lì ad aspettarci. Eppure è l'ambiente che dà significato a quelle montagne a essere molto più fragile di quanto immaginiamo.
Un bosco non è soltanto lo spazio che attraversiamo per raggiungere una parete o un canale, è il profumo dell'aria durante una salita estiva, l'ombra che rende sopportabile una lunga escursione, il silenzio che precede una giornata di arrampicata, il colore che accompagna il rientro in autunno.
Quando quel bosco scompare, perdiamo qualcosa che va ben oltre un itinerario.

Forse è anche per questo che gli incendi ci colpiscono in modo diverso rispetto ad altre conseguenze del cambiamento climatico. Perché non riguardano soltanto dati, grafici o statistiche. Riguardano luoghi ai quali siamo legati emotivamente. Luoghi in cui siamo diventati gli alpinisti, gli sciatori o gli escursionisti che siamo oggi.
La montagna continuerà a esistere. Continueremo a salirla, a sciarla e ad arrampicarla. Ma è difficile non chiedersi come sarà là fuori tra vent'anni, con le estati che continueranno a essere sempre più lunghe, più secche e più calde.

Forse la vera sfida non sarà soltanto adattare la nostra attrezzatura o scegliere l'orario giusto per partire, ma sarà imparare a convivere con una montagna che cambia più velocemente di quanto avremmo immaginato.

E forse, proprio perché passiamo così tanto tempo là fuori, abbiamo anche una responsabilità in più: non limitarci a osservare questo cambiamento, ma riconoscerlo. Perché la nostra passione nasce dal desiderio di vivere la natura. E se quella natura diventa ogni anno un po' più fragile, allora proteggere la montagna significa, in fondo, proteggere anche una parte di noi.

 

 

© foto Reuters


La linea che nessun alpinista sceglierebbe: nasce The Leopard of Higher Ground

Prendere la linea più logica? Troppo semplice. Cercare il percorso più sicuro? Nemmeno per idea. Quando Sean Villanueva O'Driscoll, Siebe Vanhee e Symon Welfringer si sono trovati davanti alla parete ovest del Tahu Rutum, nel Karakorum pakistano, hanno scelto volontariamente la variante che, parole loro, «nessun alpinista sceglierebbe». Ed è proprio da questa decisione apparentemente assurda che è nata una delle più interessanti prime ascensioni degli ultimi anni.

Il risultato si chiama The Leopard of Higher Ground, una nuova via di 1.500 metri sulla parete ovest del Tahu Rutum (6.651 m), completata in 13 giorni di arrampicata con portaledge, recupero di sacconi e passaggi fino al 7b in libera. Un'impresa che segna la prima salita della parete ovest e soltanto la seconda ascensione conosciuta dell'intera montagna, dopo quella di una spedizione giapponese nel 1977 lungo la cresta sud-ovest.

Il trio protagonista è di quelli che, quando si parla di grandi pareti e spedizioni esplorative, offre parecchie garanzie. Il belga Siebe Vanhee è uno dei migliori interpreti contemporanei delle big wall in libera, protagonista negli ultimi anni di importanti ascensioni sulle Torres del Paine e sul Picu Urriellu.
Con lui c'era un personaggio impossibile da incasellare: Sean Villanueva O'Driscoll, due volte vincitore del Piolet d'Or, alpinista, climber, musicista e probabilmente uno dei pochi capaci di alternare spedizioni estreme e concerti con la stessa naturalezza. Il suo modo di vivere l'alpinismo è sempre stato fuori dagli schemi: tanta esplorazione, molta ironia e quella leggerezza che gli permette di affrontare imprese enormi senza prendersi mai troppo sul serio.
A completare la cordata il francese Symon Welfringer, anche lui vincitore di un Piolet d'Or nel 2021 grazie alla prima salita della parete sud del Sani Pakkush insieme a Pierrick Fine e ormai profondo conoscitore del Karakorum, dove ha già firmato diverse prime ascensioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I tre hanno affrontato la parete come una big wall. Ciò ha significato vivere letteralmente sulla montagna, trasportando per giorni portaledge, corde statiche, cibo e tutto il necessario per sopravvivere due settimane sospesi nel vuoto. Una strategia che ha permesso al team di resistere anche a
una tempesta di neve durata tre giorni senza dover abbandonare la parete.

La via è iniziata infilando una sequenza di tiri su roccia instabile, traversi di neve e terreno complicatissimo per recuperare i sacconi. Una scelta che ha fatto esclamare allo stesso Vanhee: «Abbiamo scelto la linea più assurda, che nessun alpinista sceglierebbe». Per poi aggiungere, con il tipico spirito di chi ama complicarsi la vita: «Ma questa è la linea da climber di big wall in alta quota, e ne è valsa la pena».

Il momento decisivo è arrivato al dodicesimo giorno. Dopo aver fissato circa 400 metri di corde statiche, hanno affrontato il tratto più difficile della via: terreno verticale e strapiombante sopra i 6.000 metri, scalato interamente in libera fino al 7b. Il giorno successivo, approfittando di una finestra di bel tempo e nonostante la stanchezza accumulata, hanno raggiunto la vetta il 27 giugno, completando una salita destinata a entrare nella storia della montagna.

Naturalmente, in tredici giorni di parete non poteva mancare almeno un momento da film. Durante il recupero dei materiali uno dei sacconi si è incastrato su un traverso. Vanhee si è calato per liberarlo e, proprio in quel momento, la corda di recupero si è tranciata contro uno spigolo. Per una frazione di secondo il sacco (con gran parte dell'attrezzatura indispensabile alla spedizione) sembrava destinato a precipitare nel vuoto. Invece Vanhee è riuscito ad afferrarlo al volo. «Se fosse caduto, sarebbe stata la fine della scalata», ha raccontato Sean Villanueva O'Driscoll.

Anche il nome della via racconta una storia. The Leopard of Higher Ground rende omaggio sia alla montagna sia all'alpinista americano Kyle Dempster, che nel 2008 aveva tentato in solitaria la parete ovest senza riuscire a completarla, arrivando a circa 200 metri dalla cima. Durante la salita Vanhee, Villanueva O'Driscoll e Welfringer hanno perfino ritrovato tre dei vecchi ancoraggi lasciati da Dempster. Il riferimento al leopardo delle nevi nasce invece dal nome locale della montagna, Taa Hurutum, che significa proprio la dimora del leopardo delle nevi, mentre Higher Ground richiama la caffetteria di Salt Lake City fondata dallo stesso Dempster.

In un periodo in cui gran parte dell'attenzione è concentrata su record, cronometri e velocità, questa spedizione ricorda che esiste ancora un alpinismo fatto di esplorazione, intuito e una sana dose di ostinazione. Quello in cui si passa quasi due settimane appesi a una parete, si trascinano sacconi giganteschi su terreno improbabile e, invece di chiedersi perché farlo, si ride del fatto di aver scelto volontariamente la linea più complicata. Forse è proprio questo lo spirito che rende Sean, Siebe e Symon tre degli alpinisti più interessanti della scena attuale.

 

 

© foto Patagonia


Nadir Maguet sfiora il record sul Cervino

Alcuni record sembrano appartenere solo all'evoluzione degli atleti e delle performance. Altri, anno dopo anno, finiscono per dipendere sempre di più dalla montagna. Sul Cervino oggi è così.

La preparazione, la forma fisica e la conoscenza del percorso restano fondamentali, ma devono fare i conti con un ambiente che sta cambiando rapidamente. Le alte temperature rendono più instabili le rocce, aumentano il rischio di scariche e restringono sempre di più le finestre in cui affrontare una salita veloce in sicurezza. Il paradosso è che, in certe mattine di luglio, il caldo è tale da permettere di correre in maglietta a oltre 4.000 metri. Comodo, certo. Peccato che lo stesso caldo sia uno dei principali responsabili delle condizioni che rendono il Cervino sempre più delicato da affrontare.

In questo contesto Nadir Maguet ha scritto un'altra pagina importante del suo rapporto con la montagna simbolo della Valle d'Aosta, casa sua. Il valdostano, atleta La Sportiva, ha fermato il cronometro a 3h 01' 48", mancando di 9 minuti e 46 secondi il Fastest Known Time lungo la via normale. Un tempo straordinario, che chiude un progetto inseguito per anni, pur senza riuscire a superare un primato che continua a resistere.

La salita si sviluppa lungo la via normale italiana con partenza da Breuil-Cervinia (2.025 m), passaggio fino alla croce posta poco sotto la vetta del Cervino (4.476 m) e ritorno sullo stesso itinerario. In totale sono circa 14 chilometri e 2.500 metri di dislivello positivo, su un terreno che alterna sentieri, neve, roccia e lunghi tratti di arrampicata, dove velocità e sicurezza devono convivere fino all'ultimo metro.

Per Nadir questa non è mai stata una semplice caccia al record. Nato e cresciuto ai piedi del Cervino, con questa montagna ha costruito un legame che va oltre l'aspetto sportivo. Già nel 2023 era arrivato a pochi minuti dal primato, lasciando aperto un conto personale con quella piramide di roccia che domina la sua valle. Il nuovo tentativo rappresentava l'ultimo capitolo di un progetto costruito attraverso anni di allenamenti specifici, ricognizioni e una conoscenza sempre più profonda dell'itinerario.

«Per chi è nato e cresciuto ai piedi del Cervino questa montagna rappresenta molto più di una cima. È parte della propria identità», ha spiegato Maguet al termine della prova. «Questo progetto mi ha accompagnato per anni, spingendomi a crescere, a mettermi in discussione e a conoscere sempre più a fondo questo ambiente».

A rendere ancora più significativo il risultato è il nome dell'uomo che continua a occupare la prima posizione. Il record appartiene infatti a Kilian Jornet, che nel 2013 completò il percorso in 2h 52' 02", una prestazione che, a distanza di tredici anni, resta ancora imbattuta. In un'epoca in cui gli FKT vengono continuamente aggiornati grazie all'evoluzione dei materiali, della preparazione atletica e della conoscenza dei percorsi, quello del Cervino continua a rappresentare un'eccezione.

E forse non è un caso. Negli ultimi anni il Cervino è diventato uno dei simboli più evidenti degli effetti del cambiamento climatico sull'alpinismo. Il degrado del permafrost rende più instabili molti tratti della montagna, le scariche di sassi sono sempre più frequenti durante le giornate calde e le guide alpine monitorano con attenzione l'evoluzione delle condizioni. Solo pochi giorni fa le guide di Zermatt hanno annunciato la scelta di rinunciare ad accompagnare clienti lungo la via normale svizzera durante i periodi di caldo estremo, ritenendo il rischio ormai eccessivo.

Paradossalmente, le temperature elevate possono anche offrire qualche vantaggio a chi corre: meno ghiaccio, meno neve e la possibilità di affrontare buona parte dell'itinerario con un abbigliamento leggero, quasi estivo. Ma è un vantaggio apparente. Perché la montagna che si percorre in maniche corte è spesso la stessa che, poche ore dopo, diventa più fragile, instabile e imprevedibile.
È anche per questo che il tempo di Jornet continua ad assumere un valore particolare. Non solo per il livello atletico richiesto, ma perché appartiene a un Cervino che, pur essendo lo stesso sulla carta, oggi presenta condizioni sempre diverse e sempre più difficili da interpretare.

Il record resta lì, immobile. Nadir Maguet gli è arrivato a vicino, dimostrando ancora una volta di essere tra i migliori interpreti della corsa in alta montagna. Ma, soprattutto, ha ricordato che sul Cervino il cronometro racconta solo una parte della storia. L'altra la scrive, come sempre, la montagna.

 

 

 

© foto La Sportiva


Il Cervino si ferma. E forse dovremmo fermarci anche noi a riflettere.

Per generazioni le guide alpine hanno imparato ad adattarsi alla montagna: al meteo, alla neve, al ghiaccio, alle stagioni. Oggi, però, si trovano di fronte a qualcosa di diverso. La decisione delle guide di Zermatt di non accompagnare più clienti sul Cervino non nasce da un temporale o da una perturbazione passeggera, ma da una trasformazione sempre più evidente dell'ambiente alpino, accelerata dalle temperature eccezionalmente elevate di quest'estate.
La scelta arriva dopo l'ennesima serie di incidenti mortali e in un'estate segnata da temperature eccezionalmente elevate. Lo zero termico ha raggiunto e in alcuni giorni sfiorato i 4.478 metri, la quota della vetta del Cervino. Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata eccezionale e che oggi rischia invece di diventare sempre più frequente.

Il problema non è soltanto il caldo. È ciò che il caldo provoca.

Per decenni neve, ghiaccio e permafrost hanno funzionato come un collante naturale, tenendo insieme interi versanti rocciosi. Quando questo equilibrio termico viene meno, la montagna cambia comportamento: aumentano i distacchi di pietre, le creste diventano più instabili, i canali si trasformano in scariche continue di detriti e gli itinerari classici non sono più gli stessi. Non è la montagna a essere diventata più difficile. È diventata più fragile.
Sul versante svizzero la situazione è particolarmente critica lungo la cresta dell'Hörnli, dove il degrado del permafrost e la scomparsa del ghiaccio hanno reso alcuni tratti molto più esposti alle cadute di massi. Per questo le guide di Zermatt hanno deciso di ridurre drasticamente le ascese al Cervino, chiedendo addirittura che, nelle giornate più critiche, venga introdotto un divieto ufficiale di salita.
Sul versante italiano, lungo la Cresta del Leone, la situazione è diversa. La morfologia della montagna rende attualmente l'itinerario meno soggetto alle scariche di pietre e le guide del Cervino continuano a lavorare, pur monitorando quotidianamente le condizioni. Nessuno, però, minimizza il problema: semplicemente, oggi le due vie reagiscono in modo diverso allo stesso fenomeno climatico.

Questa vicenda racconta qualcosa che riguarda molto più del Cervino.

Negli ultimi anni l'alpinismo ha già dovuto imparare a convivere con estati sempre più lunghe, ghiacciai che arretrano rapidamente, crepacci che si aprono prima del previsto e finestre favorevoli sempre più brevi. Molti itinerari vengono ormai affrontati in primavera anziché in piena estate; altri sono stati modificati o addirittura abbandonati. Il cambiamento climatico non è più soltanto un argomento da convegno o da rapporto scientifico: è diventato una variabile quotidiana nella pianificazione di una salita.
Ed è forse proprio questo l'aspetto più significativo della decisione delle guide di Zermatt. Non è un gesto dettato dalla paura, ma dall'esperienza. Quando chi conosce una montagna meglio di chiunque altro decide di rinunciare al lavoro pur di non aumentare il rischio, significa che qualcosa è cambiato davvero.

Per chi ama la montagna è una notizia difficile da accettare. Per anni siamo stati abituati a pensare alle Alpi come a un paesaggio quasi immutabile, dove le trasformazioni si misurano in ere geologiche. Oggi, invece, basta confrontare una fotografia di vent'anni fa con una di oggi per capire quanto rapidamente stiano cambiando ghiacciai, pareti e creste.
Forse il punto non è chiedersi se riusciremo ancora a salire il Cervino. Probabilmente sì, scegliendo il momento giusto e accettando condizioni sempre più variabili. La vera domanda è un'altra: a quale montagna dovremo imparare ad adattarci nei prossimi decenni?
Perché il cambiamento climatico non sta soltanto modificando il paesaggio. Sta riscrivendo le regole dell'alpinismo. E la decisione delle guide di Zermatt potrebbe essere ricordata come uno dei primi segnali, forti e concreti, di questa nuova realtà.

 

 

© foto RAI e Zermatters


François D'Haene si riprende il record del GR20

Per chi corre in montagna, il GR20 non è soltanto un sentiero. È uno dei percorsi più duri e iconici d'Europa, una traversata che negli anni è diventata terreno di sfida per alcuni dei migliori ultratrailer del mondo. Da oggi il suo record appartiene di nuovo a François D'Haene.
L'ultratrailer francese ha completato il percorso in 29 ore e 46 minuti, diventando il primo uomo a scendere sotto il muro delle 30 ore e riprendendosi il record che gli apparteneva già nel 2016.

 

 

 

© foto Instagram François D'Haene


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