Dynafit Ultra DNA 2

Carbonio, velocità e tanta sostanza

Negli ultimi anni il mondo del trail running ha vissuto una piccola rivoluzione. Se sulle scarpe da strada la piastra in carbonio è ormai uno standard nelle competizioni, in montagna la sua diffusione è stata molto più lenta. Il motivo è semplice: un sentiero non è l'asfalto. Tra rocce, radici, traversi e discese tecniche, una scarpa troppo rigida rischia di diventare più un limite che un vantaggio.

Con la nuova Dynafit Ultra DNA 2 il brand del leopardo delle nevi prova a trovare un equilibrio tra questi due mondi. È una scarpa dichiaratamente orientata alle gare lunghe e veloci, sviluppata insieme agli atleti del team Dynafit con un obiettivo preciso: mantenere elevata la velocità senza arrivare negli ultimi chilometri con le gambe completamente distrutte.

L'abbiamo portata su percorsi molto diversi tra loro, alternando forestali veloci, sentieri alpini e lunghe discese. La prima sensazione è quella di una scarpa che invita immediatamente ad aumentare il ritmo. Non serve forzare: appena si accelera sembra quasi chiedere di correre più forte.
Merito soprattutto della Carbontech Plate, che restituisce una spinta evidente senza risultare invasiva. A differenza di alcune scarpe con piastra che trasmettono una sensazione quasi meccanica, qui il comportamento è molto più naturale. Il carbonio lavora soprattutto nella fase di transizione e rilancio, ma non irrigidisce eccessivamente l'appoggio quando il terreno diventa irregolare. Anzi, nei tratti più tecnici la scarpa continua a seguire bene il piede, lasciando quella libertà di movimento indispensabile in montagna.

A convincere è anche la nuova intersuola bimescola, che combina una schiuma supercritica in Pebax con uno strato in TPU. Una soluzione che permette di ottenere due caratteristiche apparentemente opposte: tanto ritorno di energia quando si spinge e un appoggio progressivo quando il sentiero si fa sconnesso. Il risultato è una scarpa che protegge bene sulle lunghe distanze senza diventare eccessivamente morbida o instabile.
Anche dopo diverse ore di corsa la sensazione è quella di avere ancora gambe relativamente fresche. È probabilmente questo l'aspetto che ci ha colpito maggiormente: più che regalare secondi al chilometro, la Ultra DNA 2 sembra aiutare a mantenere il ritmo quando normalmente inizierebbe il calo.

La trazione è affidata alla collaudata Vibram Megagrip Litebase, una garanzia praticamente in ogni condizione. Sulle rocce asciutte il grip è eccellente, ma è sul terreno umido e nei cambi di direzione che la suola trasmette maggiore sicurezza. Il disegno dei tasselli privilegia la velocità senza rinunciare al controllo, caratteristica fondamentale per una scarpa pensata per le ultra veloci.

Molto interessante anche la nuova tomaia in Matryx, uno dei punti di forza del progetto. Il tessuto è estremamente leggero e traspirante, ma allo stesso tempo offre un'elevata resistenza ad abrasioni e tagli. Durante il test abbiamo apprezzato soprattutto la capacità di bloccare il piede senza creare punti di pressione e sfregamenti, anche affrontando lunghi traversi o discese ripide. La sensazione è quella di una calzata molto precisa, ma senza sacrificare il comfort.
Il sistema di contenimento del tallone svolge un ottimo lavoro: il piede rimane sempre ben fermo e non abbiamo mai avvertito movimenti indesiderati, nemmeno nei cambi di direzione più bruschi. È una caratteristica che aumenta la fiducia e permette di lasciar correre la scarpa anche quando il sentiero invita ad alzare il ritmo.

Naturalmente non è una scarpa universale. Chi cerca un modello morbido, rilassato e pensato per affrontare le uscite a ritmi tranquilli probabilmente troverà soluzioni più adatte. La Ultra DNA 2 nasce con un DNA agonistico ben preciso e si percepisce fin dai primi metri.
Per chi invece ama correre forte in montagna rappresenta una delle proposte più interessanti viste negli ultimi tempi in casa Dynafit. Il carbonio offre un aiuto concreto in fase di spinta, ma senza rendere la scarpa eccessivamente secca o difficile da gestire. L'intersuola in Pebax e TPU riesce infatti ad assorbire molto bene gli impatti, mantenendo un equilibrio che permette di affrontare anche le lunghe distanze con un buon livello di comfort.

In definitiva, la Dynafit Ultra DNA 2 è una scarpa pensata per chi vuole spingere davvero. Leggera, precisa e molto reattiva, unisce tecnologie di alto livello in un progetto coerente che dà il meglio quando il cronometro conta.

Dynafit.com

 

 

 

 

 

© foto Jacopo Chianale


Valle Stura Skyrace, assegnati i titoli italiani Skyrace 2026

La Valle Stura Skyrace continua a crescere e, alla sua terza edizione, si conferma tra gli appuntamenti più interessanti del panorama nazionale dello skyrunning. Il weekend del 25 e 26 luglio ha portato a Bersezio, nell'alta Valle Stura di Demonte, centinaia di atleti e appassionati per un fine settimana interamente dedicato alla corsa in montagna, culminato con l'assegnazione dei titoli assoluti e di categoria del Campionato Italiano Skyrace FISky 2026. Il percorso regina, lungo 24 chilometri con 2.150 metri di dislivello positivo, era valido anche come ottava prova della Crazy Skyrunning Italy Cup, richiamando alcuni dei migliori interpreti della disciplina. Un riconoscimento importante per una gara giovane, nata appena nel 2024, ma già capace di ritagliarsi uno spazio di primo piano nel calendario nazionale grazie a un tracciato tecnico e spettacolare e a un'organizzazione che punta a valorizzare uno degli angoli più selvaggi a cavallo tra le Alpi Cozie e Marittime.

Non è un caso che la Valle Stura Skyrace abbia conquistato in così poco tempo la fiducia della Federazione e degli atleti. Il percorso racchiude tutto ciò che rende lo skyrunning una disciplina unica: ripide salite che attraversano boschi di larici, laghi, pascoli d'alta quota e antiche fortificazioni militari, fino a raggiungere i 2.840 metri di quota del Monte Scaletta, punto culminante della gara. Lunghe discese che alternano sentieri veloci, pietraie e tratti tecnici, con alcuni passaggi attrezzati da affrontare aiutandosi con le catene. Lungo il tracciato si incontrano anche le gallerie del Vallo Alpino, testimonianza della storia militare di queste montagne, mentre il panorama spazia dalle Alpi Cozie alle cime del massiccio dell'Argentera. Un percorso che richiede gambe, tecnica e lucidità, capace di mettere in difficoltà anche gli specialisti più esperti e di incarnare perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre là dove il sentiero diventa montagna.

 

 

In campo maschile la gara ha visto il successo di Marcello Ugazio (Sport Project VCO), che ha conquistato il titolo italiano fermando il cronometro a 2h 47'10". Dopo aver vinto anche il Vertical del sabato, l'atleta piemontese ha completato una prestigiosa doppietta, confermandosi a pieno titolo tra i protagonisti del weekend. Alle sue spalle Cesarini Devid, staccato di poco più di nove minuti, mentre il bronzo tricolore è andato a Arrigoni Luca.

Tra le donne è stata la cuneese Alice Minetti a conquistare il titolo italiano grazie a una prova autorevole chiusa in 3h 24'11". Alle sue spalle, a poco più di un minuto, si è classificata Jacquin Roberta e a sette minuti Irene Arlati.

 

 

La manifestazione non si è limitata alla gara principale. Il weekend è iniziato sabato con il Vertical di 4,2 km e 1.000 metri di dislivello positivo, anch'esso vinto da Ugazio al maschile e da Charlotte Roy al femminile. Domenica, in contemporanea con la Skyrace, si è disputata anche la SkyTrail da 20 km e 1.400 metri di dislivello, pensata per chi desiderava affrontare un percorso meno tecnico ma altrettanto spettacolare.

Con l'assegnazione dei titoli italiani, la Valle Stura Skyrace conferma definitivamente il proprio posto tra gli appuntamenti di riferimento dello skyrunning nazionale. Un evento giovane, nato nel 2024, ma già capace di attirare i migliori interpreti della disciplina grazie a un percorso tecnico, selvaggio e autentico, dove la velocità conta tanto quanto la capacità di muoversi con sicurezza in ambiente alpino. Una gara che racconta perfettamente lo spirito dello skyrunning: correre in montagna, là dove il sentiero lascia spesso spazio alla roccia e il panorama ripaga ogni metro di dislivello.

 

© foto Valle Stura SkyRace


Quando brucia la montagna, brucia anche il nostro modo di viverla

C'è qualcosa di profondamente straniante nel vedere andare in fumo luoghi che, fino a ieri, associavamo al silenzio, alla frescura e alla libertà. Boschi che conoscevamo sentiero dopo sentiero trasformati in paesaggi neri, vallate alpine avvolte dal fumo, pareti di arrampicata chiuse perché raggiunte dalle fiamme.

Quest'estate l'Europa sta vivendo una delle stagioni degli incendi più drammatiche degli ultimi anni. In Francia il grande rogo che ha colpito la foresta di Fontainebleau, una delle capitali mondiali del bouldering, ha devastato migliaia di ettari di bosco e richiesto l'intervento di centinaia di vigili del fuoco per giorni. Dall'inizio dell'anno nel Paese sono già andati in fumo oltre 32.000 ettari, più dell'intero 2025.
Ma non è un problema francese. Le fiamme stanno interessando anche le vallate alpine, dalla Francia alle Alpi occidentali italiane, favorite da un'estate eccezionalmente calda e da una siccità che dura da mesi. Vegetazione secca, vento e temperature elevate stanno trasformando boschi che fino a pochi anni fa erano considerati relativamente sicuri in combustibile pronto a incendiarsi.

Ogni incendio ha una causa specifica, quasi sempre innescati per una disattenzione o un gesti dolosi. Ma ciò che rende questi eventi sempre più grandi e difficili da contenere è il contesto climatico in cui si sviluppano. Ondate di calore più frequenti, inverni con meno neve, lunghi periodi senza precipitazioni e una vegetazione sempre più stressata stanno cambiando il volto delle montagne europee.


Per chi vive la montagna, però, il problema non si misura soltanto in ettari bruciati. Si misura nei luoghi.
Fontainebleau, ad esempio, non è solo una foresta. È un luogo dove generazioni di climber hanno imparato a muoversi sui blocchi di arenaria, dove il bosco è parte integrante dell'esperienza dell'arrampicata. Allo stesso modo, ogni vallata alpina colpita dalle fiamme è fatta di sentieri, rifugi, linee di sci alpinismo, boschi attraversati infinite volte senza immaginare che un giorno sarebbero potuti scomparire.
Per anni abbiamo raccontato il cambiamento climatico attraverso i ghiacciai che arretrano. Erano il simbolo più evidente di una trasformazione lenta ma inesorabile. Oggi quel cambiamento ha assunto anche un atro volto. Più veloce, più violento, più difficile da ignorare.
Un bosco può impiegare poche ore a bruciare e decenni per tornare a essere quello che era. E non cambia soltanto il paesaggio, cambia il nostro modo di frequentarlo.
Sentieri chiusi per mesi o anni, pareti interdette per il rischio di caduta alberi, boschi resi instabili dall'erosione, rifugi minacciati dagli incendi o dall'assenza d'acqua. A questo si aggiungono estati sempre più torride che spostano le attività verso le prime ore del mattino, complicando la permanenza in quota e rendono più frequenti le ordinanze di chiusura dei territori più esposti.

Forse è proprio questo l'aspetto che ci riguarda più da vicino. Noi che amiamo la montagna tendiamo a pensarla come qualcosa di immutabile. Le cime sembrano eterne, le pareti sempre lì ad aspettarci. Eppure è l'ambiente che dà significato a quelle montagne a essere molto più fragile di quanto immaginiamo.
Un bosco non è soltanto lo spazio che attraversiamo per raggiungere una parete o un canale, è il profumo dell'aria durante una salita estiva, l'ombra che rende sopportabile una lunga escursione, il silenzio che precede una giornata di arrampicata, il colore che accompagna il rientro in autunno.
Quando quel bosco scompare, perdiamo qualcosa che va ben oltre un itinerario.

Forse è anche per questo che gli incendi ci colpiscono in modo diverso rispetto ad altre conseguenze del cambiamento climatico. Perché non riguardano soltanto dati, grafici o statistiche. Riguardano luoghi ai quali siamo legati emotivamente. Luoghi in cui siamo diventati gli alpinisti, gli sciatori o gli escursionisti che siamo oggi.
La montagna continuerà a esistere. Continueremo a salirla, a sciarla e ad arrampicarla. Ma è difficile non chiedersi come sarà là fuori tra vent'anni, con le estati che continueranno a essere sempre più lunghe, più secche e più calde.

Forse la vera sfida non sarà soltanto adattare la nostra attrezzatura o scegliere l'orario giusto per partire, ma sarà imparare a convivere con una montagna che cambia più velocemente di quanto avremmo immaginato.

E forse, proprio perché passiamo così tanto tempo là fuori, abbiamo anche una responsabilità in più: non limitarci a osservare questo cambiamento, ma riconoscerlo. Perché la nostra passione nasce dal desiderio di vivere la natura. E se quella natura diventa ogni anno un po' più fragile, allora proteggere la montagna significa, in fondo, proteggere anche una parte di noi.

 

 

© foto Reuters


La linea che nessun alpinista sceglierebbe: nasce The Leopard of Higher Ground

Prendere la linea più logica? Troppo semplice. Cercare il percorso più sicuro? Nemmeno per idea. Quando Sean Villanueva O'Driscoll, Siebe Vanhee e Symon Welfringer si sono trovati davanti alla parete ovest del Tahu Rutum, nel Karakorum pakistano, hanno scelto volontariamente la variante che, parole loro, «nessun alpinista sceglierebbe». Ed è proprio da questa decisione apparentemente assurda che è nata una delle più interessanti prime ascensioni degli ultimi anni.

Il risultato si chiama The Leopard of Higher Ground, una nuova via di 1.500 metri sulla parete ovest del Tahu Rutum (6.651 m), completata in 13 giorni di arrampicata con portaledge, recupero di sacconi e passaggi fino al 7b in libera. Un'impresa che segna la prima salita della parete ovest e soltanto la seconda ascensione conosciuta dell'intera montagna, dopo quella di una spedizione giapponese nel 1977 lungo la cresta sud-ovest.

Il trio protagonista è di quelli che, quando si parla di grandi pareti e spedizioni esplorative, offre parecchie garanzie. Il belga Siebe Vanhee è uno dei migliori interpreti contemporanei delle big wall in libera, protagonista negli ultimi anni di importanti ascensioni sulle Torres del Paine e sul Picu Urriellu.
Con lui c'era un personaggio impossibile da incasellare: Sean Villanueva O'Driscoll, due volte vincitore del Piolet d'Or, alpinista, climber, musicista e probabilmente uno dei pochi capaci di alternare spedizioni estreme e concerti con la stessa naturalezza. Il suo modo di vivere l'alpinismo è sempre stato fuori dagli schemi: tanta esplorazione, molta ironia e quella leggerezza che gli permette di affrontare imprese enormi senza prendersi mai troppo sul serio.
A completare la cordata il francese Symon Welfringer, anche lui vincitore di un Piolet d'Or nel 2021 grazie alla prima salita della parete sud del Sani Pakkush insieme a Pierrick Fine e ormai profondo conoscitore del Karakorum, dove ha già firmato diverse prime ascensioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


I tre hanno affrontato la parete come una big wall. Ciò ha significato vivere letteralmente sulla montagna, trasportando per giorni portaledge, corde statiche, cibo e tutto il necessario per sopravvivere due settimane sospesi nel vuoto. Una strategia che ha permesso al team di resistere anche a
una tempesta di neve durata tre giorni senza dover abbandonare la parete.

La via è iniziata infilando una sequenza di tiri su roccia instabile, traversi di neve e terreno complicatissimo per recuperare i sacconi. Una scelta che ha fatto esclamare allo stesso Vanhee: «Abbiamo scelto la linea più assurda, che nessun alpinista sceglierebbe». Per poi aggiungere, con il tipico spirito di chi ama complicarsi la vita: «Ma questa è la linea da climber di big wall in alta quota, e ne è valsa la pena».

Il momento decisivo è arrivato al dodicesimo giorno. Dopo aver fissato circa 400 metri di corde statiche, hanno affrontato il tratto più difficile della via: terreno verticale e strapiombante sopra i 6.000 metri, scalato interamente in libera fino al 7b. Il giorno successivo, approfittando di una finestra di bel tempo e nonostante la stanchezza accumulata, hanno raggiunto la vetta il 27 giugno, completando una salita destinata a entrare nella storia della montagna.

Naturalmente, in tredici giorni di parete non poteva mancare almeno un momento da film. Durante il recupero dei materiali uno dei sacconi si è incastrato su un traverso. Vanhee si è calato per liberarlo e, proprio in quel momento, la corda di recupero si è tranciata contro uno spigolo. Per una frazione di secondo il sacco (con gran parte dell'attrezzatura indispensabile alla spedizione) sembrava destinato a precipitare nel vuoto. Invece Vanhee è riuscito ad afferrarlo al volo. «Se fosse caduto, sarebbe stata la fine della scalata», ha raccontato Sean Villanueva O'Driscoll.

Anche il nome della via racconta una storia. The Leopard of Higher Ground rende omaggio sia alla montagna sia all'alpinista americano Kyle Dempster, che nel 2008 aveva tentato in solitaria la parete ovest senza riuscire a completarla, arrivando a circa 200 metri dalla cima. Durante la salita Vanhee, Villanueva O'Driscoll e Welfringer hanno perfino ritrovato tre dei vecchi ancoraggi lasciati da Dempster. Il riferimento al leopardo delle nevi nasce invece dal nome locale della montagna, Taa Hurutum, che significa proprio la dimora del leopardo delle nevi, mentre Higher Ground richiama la caffetteria di Salt Lake City fondata dallo stesso Dempster.

In un periodo in cui gran parte dell'attenzione è concentrata su record, cronometri e velocità, questa spedizione ricorda che esiste ancora un alpinismo fatto di esplorazione, intuito e una sana dose di ostinazione. Quello in cui si passa quasi due settimane appesi a una parete, si trascinano sacconi giganteschi su terreno improbabile e, invece di chiedersi perché farlo, si ride del fatto di aver scelto volontariamente la linea più complicata. Forse è proprio questo lo spirito che rende Sean, Siebe e Symon tre degli alpinisti più interessanti della scena attuale.

 

 

© foto Patagonia


Nadir Maguet sfiora il record sul Cervino

Alcuni record sembrano appartenere solo all'evoluzione degli atleti e delle performance. Altri, anno dopo anno, finiscono per dipendere sempre di più dalla montagna. Sul Cervino oggi è così.

La preparazione, la forma fisica e la conoscenza del percorso restano fondamentali, ma devono fare i conti con un ambiente che sta cambiando rapidamente. Le alte temperature rendono più instabili le rocce, aumentano il rischio di scariche e restringono sempre di più le finestre in cui affrontare una salita veloce in sicurezza. Il paradosso è che, in certe mattine di luglio, il caldo è tale da permettere di correre in maglietta a oltre 4.000 metri. Comodo, certo. Peccato che lo stesso caldo sia uno dei principali responsabili delle condizioni che rendono il Cervino sempre più delicato da affrontare.

In questo contesto Nadir Maguet ha scritto un'altra pagina importante del suo rapporto con la montagna simbolo della Valle d'Aosta, casa sua. Il valdostano, atleta La Sportiva, ha fermato il cronometro a 3h 01' 48", mancando di 9 minuti e 46 secondi il Fastest Known Time lungo la via normale. Un tempo straordinario, che chiude un progetto inseguito per anni, pur senza riuscire a superare un primato che continua a resistere.

La salita si sviluppa lungo la via normale italiana con partenza da Breuil-Cervinia (2.025 m), passaggio fino alla croce posta poco sotto la vetta del Cervino (4.476 m) e ritorno sullo stesso itinerario. In totale sono circa 14 chilometri e 2.500 metri di dislivello positivo, su un terreno che alterna sentieri, neve, roccia e lunghi tratti di arrampicata, dove velocità e sicurezza devono convivere fino all'ultimo metro.

Per Nadir questa non è mai stata una semplice caccia al record. Nato e cresciuto ai piedi del Cervino, con questa montagna ha costruito un legame che va oltre l'aspetto sportivo. Già nel 2023 era arrivato a pochi minuti dal primato, lasciando aperto un conto personale con quella piramide di roccia che domina la sua valle. Il nuovo tentativo rappresentava l'ultimo capitolo di un progetto costruito attraverso anni di allenamenti specifici, ricognizioni e una conoscenza sempre più profonda dell'itinerario.

«Per chi è nato e cresciuto ai piedi del Cervino questa montagna rappresenta molto più di una cima. È parte della propria identità», ha spiegato Maguet al termine della prova. «Questo progetto mi ha accompagnato per anni, spingendomi a crescere, a mettermi in discussione e a conoscere sempre più a fondo questo ambiente».

A rendere ancora più significativo il risultato è il nome dell'uomo che continua a occupare la prima posizione. Il record appartiene infatti a Kilian Jornet, che nel 2013 completò il percorso in 2h 52' 02", una prestazione che, a distanza di tredici anni, resta ancora imbattuta. In un'epoca in cui gli FKT vengono continuamente aggiornati grazie all'evoluzione dei materiali, della preparazione atletica e della conoscenza dei percorsi, quello del Cervino continua a rappresentare un'eccezione.

E forse non è un caso. Negli ultimi anni il Cervino è diventato uno dei simboli più evidenti degli effetti del cambiamento climatico sull'alpinismo. Il degrado del permafrost rende più instabili molti tratti della montagna, le scariche di sassi sono sempre più frequenti durante le giornate calde e le guide alpine monitorano con attenzione l'evoluzione delle condizioni. Solo pochi giorni fa le guide di Zermatt hanno annunciato la scelta di rinunciare ad accompagnare clienti lungo la via normale svizzera durante i periodi di caldo estremo, ritenendo il rischio ormai eccessivo.

Paradossalmente, le temperature elevate possono anche offrire qualche vantaggio a chi corre: meno ghiaccio, meno neve e la possibilità di affrontare buona parte dell'itinerario con un abbigliamento leggero, quasi estivo. Ma è un vantaggio apparente. Perché la montagna che si percorre in maniche corte è spesso la stessa che, poche ore dopo, diventa più fragile, instabile e imprevedibile.
È anche per questo che il tempo di Jornet continua ad assumere un valore particolare. Non solo per il livello atletico richiesto, ma perché appartiene a un Cervino che, pur essendo lo stesso sulla carta, oggi presenta condizioni sempre diverse e sempre più difficili da interpretare.

Il record resta lì, immobile. Nadir Maguet gli è arrivato a vicino, dimostrando ancora una volta di essere tra i migliori interpreti della corsa in alta montagna. Ma, soprattutto, ha ricordato che sul Cervino il cronometro racconta solo una parte della storia. L'altra la scrive, come sempre, la montagna.

 

 

 

© foto La Sportiva


Il Cervino si ferma. E forse dovremmo fermarci anche noi a riflettere.

Per generazioni le guide alpine hanno imparato ad adattarsi alla montagna: al meteo, alla neve, al ghiaccio, alle stagioni. Oggi, però, si trovano di fronte a qualcosa di diverso. La decisione delle guide di Zermatt di non accompagnare più clienti sul Cervino non nasce da un temporale o da una perturbazione passeggera, ma da una trasformazione sempre più evidente dell'ambiente alpino, accelerata dalle temperature eccezionalmente elevate di quest'estate.
La scelta arriva dopo l'ennesima serie di incidenti mortali e in un'estate segnata da temperature eccezionalmente elevate. Lo zero termico ha raggiunto e in alcuni giorni sfiorato i 4.478 metri, la quota della vetta del Cervino. Una situazione che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata eccezionale e che oggi rischia invece di diventare sempre più frequente.

Il problema non è soltanto il caldo. È ciò che il caldo provoca.

Per decenni neve, ghiaccio e permafrost hanno funzionato come un collante naturale, tenendo insieme interi versanti rocciosi. Quando questo equilibrio termico viene meno, la montagna cambia comportamento: aumentano i distacchi di pietre, le creste diventano più instabili, i canali si trasformano in scariche continue di detriti e gli itinerari classici non sono più gli stessi. Non è la montagna a essere diventata più difficile. È diventata più fragile.
Sul versante svizzero la situazione è particolarmente critica lungo la cresta dell'Hörnli, dove il degrado del permafrost e la scomparsa del ghiaccio hanno reso alcuni tratti molto più esposti alle cadute di massi. Per questo le guide di Zermatt hanno deciso di ridurre drasticamente le ascese al Cervino, chiedendo addirittura che, nelle giornate più critiche, venga introdotto un divieto ufficiale di salita.
Sul versante italiano, lungo la Cresta del Leone, la situazione è diversa. La morfologia della montagna rende attualmente l'itinerario meno soggetto alle scariche di pietre e le guide del Cervino continuano a lavorare, pur monitorando quotidianamente le condizioni. Nessuno, però, minimizza il problema: semplicemente, oggi le due vie reagiscono in modo diverso allo stesso fenomeno climatico.

Questa vicenda racconta qualcosa che riguarda molto più del Cervino.

Negli ultimi anni l'alpinismo ha già dovuto imparare a convivere con estati sempre più lunghe, ghiacciai che arretrano rapidamente, crepacci che si aprono prima del previsto e finestre favorevoli sempre più brevi. Molti itinerari vengono ormai affrontati in primavera anziché in piena estate; altri sono stati modificati o addirittura abbandonati. Il cambiamento climatico non è più soltanto un argomento da convegno o da rapporto scientifico: è diventato una variabile quotidiana nella pianificazione di una salita.
Ed è forse proprio questo l'aspetto più significativo della decisione delle guide di Zermatt. Non è un gesto dettato dalla paura, ma dall'esperienza. Quando chi conosce una montagna meglio di chiunque altro decide di rinunciare al lavoro pur di non aumentare il rischio, significa che qualcosa è cambiato davvero.

Per chi ama la montagna è una notizia difficile da accettare. Per anni siamo stati abituati a pensare alle Alpi come a un paesaggio quasi immutabile, dove le trasformazioni si misurano in ere geologiche. Oggi, invece, basta confrontare una fotografia di vent'anni fa con una di oggi per capire quanto rapidamente stiano cambiando ghiacciai, pareti e creste.
Forse il punto non è chiedersi se riusciremo ancora a salire il Cervino. Probabilmente sì, scegliendo il momento giusto e accettando condizioni sempre più variabili. La vera domanda è un'altra: a quale montagna dovremo imparare ad adattarci nei prossimi decenni?
Perché il cambiamento climatico non sta soltanto modificando il paesaggio. Sta riscrivendo le regole dell'alpinismo. E la decisione delle guide di Zermatt potrebbe essere ricordata come uno dei primi segnali, forti e concreti, di questa nuova realtà.

 

 

© foto RAI e Zermatters


François D'Haene si riprende il record del GR20

Per chi corre in montagna, il GR20 non è soltanto un sentiero. È uno dei percorsi più duri e iconici d'Europa, una traversata che negli anni è diventata terreno di sfida per alcuni dei migliori ultratrailer del mondo. Da oggi il suo record appartiene di nuovo a François D'Haene.
L'ultratrailer francese ha completato il percorso in 29 ore e 46 minuti, diventando il primo uomo a scendere sotto il muro delle 30 ore e riprendendosi il record che gli apparteneva già nel 2016.

 

 

 

© foto Instagram François D'Haene


Il freeride entra nella storia: sarà disciplina olimpica ai Giochi Olimpici invernali del 2030

© foto Freeride World Tour


Prima discesa integrale con gli sci del Nanga Parbat senza ossigeno per Andrzej Bargiel

L'alpinista polacco Andrzej Bargiel ha completato la prima discesa integrale con gli sci dalla cima del gigante pakistano, salendo e scendendo senza l'utilizzo di ossigeno supplementare. Un'impresa che chiude un progetto iniziato oltre dieci anni fa e che conferma Bargiel come uno dei più grandi interpreti dello sci ripido d'alta quota.

Una linea che sembrava impossibile

Con i suoi 8.126 metri, il Nanga Parbat è uno degli Ottomila più complessi e pericolosi dell'Himalaya. Il suo nome è legato alla storia dell'alpinismo, dalla celebre salita della parete Rupal di Reinhold Messner fino ai numerosi tentativi di discesa con gli sci che, negli anni, si erano sempre arrestati bruscamente.
L'ostacolo era sempre lo stesso: la grande barriera di seracchi della parete Diamir. Tutti gli sciatori erano stati costretti a togliere gli sci e proseguire a piedi, interrompendo la continuità della discesa. Bargiel, invece, è riuscito a individuare una linea sciabile lungo la Via Messner, superando il delicato traverso sotto i seracchi e mantenendo gli sci ai piedi fino a quota 4.400 metri, dove termina l'innevamento continuo. È la prima volta che una discesa collega senza interruzioni la vetta del Nanga Parbat con il limite della quota neve.

L'impresa è iniziata il 28 giugno, quando il polacco ha lasciato il campo base, posto a 4.200 metri, alle sei del mattino. Dopo aver trascorso una notte al Campo II (6.200 m) e una al Campo III (6.850 m), ha raggiunto la vetta, dove si è fermato 45 minuti prima di calzare gli sci.
L'intera ascensione è stata compiuta senza ossigeno supplementare. Bargiel ha trascorso circa due ore sopra i 7.900 metri, nella cosiddetta zona della morte, prima di iniziare una discesa che si è conclusa alle 15 del 30 giugno, per un tempo complessivo di 2 giorni e 9 ore tra campo base, vetta e ritorno.

«Sapevo che il successo di questo progetto sarebbe dipeso dal momento giusto e dalle condizioni giuste della montagna. Sono felice che siamo riusciti a trovare una linea che rendesse possibile completare l'intera discesa in sicurezza», ha raccontato Bargiel al termine della spedizione.
Anche Janusz Gołąb, che ha seguito il progetto, ha sottolineato la complessità dell'impresa: «È stato uno dei progetti di sci più complessi che abbia mai visto in alta montagna. Andrzej ha dovuto leggere e risolvere il terreno in tempo reale per tutta la discesa. Sul Nanga Parbat non c'è spazio per il caso».

L'ultimo tassello di un progetto iniziato nel 2015

Quella sul Nanga Parbat rappresenta il capitolo conclusivo di un progetto che Bargiel porta avanti da oltre un decennio. Nel 2015 aveva firmato la prima discesa integrale del Broad Peak, seguita nel 2018 dalla storica prima sciata del K2. Nel 2023 sono arrivate le discese di Gasherbrum I e Gasherbrum II, mentre nel 2025 è diventato il primo uomo a salire e scendere con gli sci dall'Everest fino al campo base senza utilizzare ossigeno supplementare.

Con il successo sul Nanga Parbat aggiunge un altro tassello a una collezione senza precedenti: è infatti il primo scialpinista ad aver scalato e sciato Broad Peak, K2, Gasherbrum I, Gasherbrum II, Everest e Nanga Parbat, sempre senza l'ausilio di ossigeno supplementare.

Più che una semplice "prima", quella di Bargiel racconta l'evoluzione dello sci ripido d'alta quota. Su montagne esplorate da decenni esistono ancora linee da immaginare e problemi da risolvere. In questo caso non è bastata la tecnica sugli sci o la capacità alpinistica: è servita soprattutto la pazienza di aspettare le condizioni perfette e la lucidità di leggere una montagna che, fino a oggi, aveva sempre costretto tutti a fermarsi prima della fine.

© foto RedBull


Western States, Puppi secondo in una gara da record: vince Bouillard, Kilian si ritira

© foto Instagram Francesco Puppi / Kilian Jornet


Oliver Kaspar in solitaria sul Tocllaraju a 22 anni

Alcune montagne rappresentano un obiettivo. Altre diventano un richiamo a cui è impossibile non rispondere.

Per Oliver Kaspar, ventiduenne toscano, il richiamo del Tocllaraju è stato proprio questo: irresistibile. Una montagna di 6.034 metri nella Cordillera Blanca, in Perù, il cui nome in lingua quechua significa trappola di ghiaccio. Un nome che racconta bene il carattere della montagna, segnata da grandi seracchi, crepacci e da una parete finale che raggiunge i 65-70 gradi di inclinazione.
Kaspar ha scelto di affrontarla in completa autonomia. Nessun portatore, nessun mulo per il trasporto del materiale, nessun compagno di cordata. Tutto l'occorrente trasportato sulle spalle fino all'ultimo campo, allestito a circa 5.100 metri dopo due giorni di avvicinamento.

«Agii d'impulso. Sentii il richiamo magnetico che la sua forma esercitava su di me e, dopo due giorni di camminata, mi ritrovai a 5100 metri. Senza nessun'altra tenda né cordata, la parte razionale era preoccupata; in fondo, però, l'essere completamente da solo mi riempiva l'animo di fuoco», racconta Oliver nel post pubblicato sui social.
La partenza arriva all'una di notte. Il freddo è intenso e il cielo, limpido, anticipa una giornata perfetta dal punto di vista meteorologico. «Appena vidi il cielo stellato rimasi immobile: il Toc mi guardava come un predatore con la preda».

La salita, però, è tutt'altro che semplice. I primi crepacci obbligano a continui cambi di itinerario e mettono subito alla prova la determinazione del giovane altoatesino. «Mi misero terrore e dubitai svariate volte». Più in alto il vento aumenta d'intensità, tanto da spostarlo continuamente. «Sentivo lo zaino fare da vela, spostando il mio baricentro in continuazione».
Sotto quota seimila arriva il momento più atteso: il muro finale di neve dura e ghiaccio, inclinato fino a 70 gradi, che rappresenta la sezione chiave della via. È qui che Oliver descrive con maggiore intensità il significato della sua salita.
«Eccoci qui. Il muro tanto ambito e temuto. Stare appeso alle piccozze su quella neve dura, con il vuoto sotto i talloni, credo non sia stata una prova di coraggio, ma più una dichiarazione d'amore verso il Toc. Ero disposto ad arrivare fino a questo punto: senza corda, senza seconde possibilità».

Parole che raccontano una filosofia prima ancora che una prestazione. La scelta della solitaria, infatti, non viene descritta come ricerca del rischio fine a sé stesso, ma come il modo più diretto per vivere un rapporto intimo con la montagna.

Una volta raggiunta la vetta, l'emozione prende il sopravvento. «Le lacrime di gioia e di freddo mi bagnavano le guance. Grazie, Toc!».

A soli 22 anni Oliver Kaspar aggiunge così un'altra salita di rilievo al proprio percorso alpinistico. Un'impresa che va oltre il dato tecnico e che racconta il desiderio di misurarsi con una montagna severa nella maniera più essenziale possibile: da solo, con ciò che serve nello zaino e con la consapevolezza che spesso in  montagna non esistono scorciatoie.

© foto Instagram Oliver Kaspar

 


DDL caccia, un futuro che ci riguarda

Può essere una salita all'alba con le pelli, quando il silenzio è rotto solo dal respiro e dal rumore ritmico delle lamine sulla neve dura. Oppure una corsa in quota su un sentiero in cresta, con il terreno che cambia sotto i piedi e lo sguardo che si apre su ghiaioni, boschi e pascoli. In entrambi i casi, basta un incontro con un camoscio, una marmotta o un rapace in volo per ricordarsi che in montagna non siamo mai davvero soli: la natura non fa da sfondo, è parte dell'esperienza.

Negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Disegno di Legge 1552 sulla caccia, in discussione in questi giorni al Senato, il quale però non riguarda soltanto cacciatori e ambientalisti. Riguarda tutti coloro che vivono la natura. Riguarda chi cerca il silenzio di un bosco, chi attraversa un parco naturale, chi si emoziona quando incontra un animale selvatico.

Il punto più preoccupante non è nemmeno il contenuto delle singole norme. È il metodo.

In qualsiasi ambito, dalla medicina all'ingegneria, dalla meteorologia alla gestione delle valanghe, le decisioni vengono prese ascoltando chi studia i fenomeni e applica il metodo scientifico nello studio dei fenomeni naturali. Nel caso della fauna selvatica esiste un organismo pubblico incaricato di fornire queste valutazioni: l'ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Vale la pena ricordarlo: ISPRA non è un'associazione ambientalista, non è un gruppo di attivisti e non rappresenta una posizione politica. È l'ente scientifico dello Stato Italiano che si occupa di monitoraggio ambientale, biodiversità e conservazione della fauna. Eppure il nuovo disegno di legge punta a ridurre il peso dei suoi pareri, trasformandoli da riferimento sostanzialmente vincolante a semplice consultazione. In altre parole: la politica potrà decidere anche contro le indicazioni della propria comunità scientifica.
È un precedente che dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalle proprie idee sulla caccia.

Le contestazioni mosse da numerose società scientifiche, associazioni ambientaliste e persino da organizzazioni mediche riguardano infatti aspetti molto concreti: l'ampliamento delle aree cacciabili, l'estensione dei periodi venatori, l'utilizzo di richiami vivi, l'utilizzo di strumenti di puntamento notturno, la riduzione del ruolo delle aree protette e l'indebolimento dei meccanismi di tutela per diverse specie selvatiche.

Per chi vive la montagna il tema delle aree protette è particolarmente sensibile.
I parchi nazionali e regionali non sono semplicemente territori sottratti allo sviluppo. Sono laboratori viventi. Sono i luoghi grazie ai quali oggi possiamo ancora osservare stambecchi sulle Alpi, cervi negli Appennini, aquile reali, gipeti e molte altre specie che nel secolo scorso erano arrivate vicino all'estinzione locale.
Lo stambecco stesso, simbolo di tante montagne  da noi frequentate, esiste ancora sulle Alpi perché qualcuno decise di proteggerlo quando ne rimanevano poche decine di esemplari. Se oggi possiamo fermarci durante una salita e ammirare un branco muoversi tra le rocce, è grazie alla conservazione, non grazie allo sfruttamento.

Spesso il dibattito viene semplificato in modo fuorviante: o si è a favore della caccia oppure contro. La realtà è molto più complessa.
Esistono effettivamente situazioni in cui alcune specie possono creare problemi ecologici, sanitari o agricoli. Il caso dei cinghiali è il più noto. Ma il contenimento faunistico non coincide necessariamente con l'attività venatoria ricreativa. La letteratura scientifica e le esperienze internazionali mostrano che la gestione delle popolazioni animali richiede monitoraggi continui, controllo della fertilità dove possibile, ripristino degli equilibri ecologici, prevenzione dei danni e interventi selettivi basati su dati biologici. Non slogan.

La fauna selvatica, inoltre, non è soltanto un patrimonio naturale. È anche una risorsa economica.
Negli Stati Uniti milioni di persone visitano ogni anno i grandi parchi nazionali per osservare fauna selvatica. Lupi, alci, bisonti e orsi generano un indotto turistico enorme per le comunità locali. Lo stesso sta avvenendo in molte aree europee, dove il wildlife watching è diventato una componente importante dell'economia montana.
Anche sulle Alpi italiane il valore di un gipeto osservato in volo o di un branco di stambecchi incontrato durante una camminata supera ampiamente il valore di un trofeo. Chi corre, cammina, scala o scia sa bene che la presenza degli animali rende un ambiente più ricco, più vivo, più autentico.

 

La montagna non è soltanto uno spazio da utilizzare, è una relazione. Per questo la domanda che dovremmo porci non è se una nuova legge favorisca una categoria piuttosto che un'altra. La domanda è più semplice: quale natura vogliamo lasciare a chi percorrerà questi sentieri tra vent'anni?
Una natura gestita attraverso ricerca, conoscenza e dati. Oppure una natura in cui la politica decide di ignorare proprio chi la studia per mestiere. La differenza tra queste due strade non riguarda soltanto gli animali: riguarda il nostro modo di stare al mondo.

 

E allora la domanda diventa un'altra: chi ha davvero bisogno di questa legge? Non gli allevatori, per i quali esistono già strumenti efficaci di prevenzione e indennizzo. Non la fauna selvatica, che da questa riforma ha tutto da perdere. E nemmeno una categoria fragile o a rischio. I cacciatori, come noi scialpinisti, trail runner, alpinisti o escursionisti, sono persone che scelgono di dedicare tempo e risorse a una passione che esiste grazie alla natura stessa. Proprio per questo sorprende che la risposta proposta sia meno tutela e non più conoscenza.

Perché la fauna selvatica non appartiene a chi la osserva, a chi la fotografa o a chi la caccia. Appartiene a tutti. È un bene comune, un patrimonio costruito in decenni di conservazione. E quando si decide del suo futuro, la domanda più importante non dovrebbe essere chi ne trae beneficio oggi, ma che cosa rischiamo di perdere domani.

Questo è un invito a informarsi. Perché solo attraverso la conoscenza, il confronto e il dialogo si possono affrontare temi complessi come il rapporto tra uomo e natura. E perché il futuro delle nostre montagne merita decisioni basate sui fatti, non sulle contrapposizioni.

 

© foto archivio Skialper

 


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