Al via le Golden Trail World Series, guarda il film dell’edizione 2018
Con l’attesissimo appuntamento di Zegama di domenica, inizia l’edizione 2019 delle Golden Trail World Series, il circuito fortemente voluto da Salomon (e che prevede anche dei tornei nazionali) che toccherà anche Chamonix con la Marathon du Mont Blanc del 30 giugno, Canazei con la Dolomyths Run Skyrace del 21 luglio, la Sierre-Zinal l’11 agosto, la Pikes Peak Marathon (Stati Uniti) il 25 agosto, la Ring of Steall Skyrace il 21 settembre e vedrà il gran finale in Nepal con l’Annapurna Trail Marathon il 26 ottobre. Un circuito nato con l’obiettivo di portare il trail e lo skyrunning a un altro livello, sia in termini di atleti e professionalità, sia di controlli anti-doping, sia di mediaticità. Non è un caso che l’edizione 2018 abbia avuto un’audience di oltre 30 milioni e circa 10.000 atleti iscritti a tutte le gare. Cliccando sull’immagine in alto è possibile vedere il simpatico cortometraggio (vediamo se indovinate chi è la voce narrante…) con gli highlight dell’indimenticabile edizione 2018, gara per gara.
LA FORMULA - Per i primi cinque classificati di ogni gara comprese le finali è previsto un premio di 1.000 euro (rilasciato solo dopo esito negativo del controllo doping) e per i primi dieci uomini e donne del ranking generale alla fine del circuito la quota sale a 5.000 euro). Per la classifica finale fanno fede i migliori tre risultati nelle gare più quello della gara all’Annapurna. Gli atleti elite inoltre ricevono un supporto per viaggio, ospitalità e pettorali in base a criteri ben definiti. Ecco perché ci sono tutti gli ingredienti affinché l’edizione 2019 delle Golden Trail World Series sia quella della definitiva consacrazione dopo il successo ottenuto nel 2018.
ZEGAMA - Sarà l’anno del gran ritorno di Kilian Jornet, otto volte vincitore e assente nelle ultime due edizioni. Il catalano dovrà guardarsi le spalle da Rémi Bonnet, Manu Merillas (che rientra nelle gare di alto livello), Aritz Egea, Karl Egloff, Petter Enghdal, Thibaut Baronian, Bhim Gurung, Jan Margarit, Jessed Hernandez. Tra le donne al via Yngvild Kaspersen, Megan Kimmel, Oihana Kortazar, Maite Maoira, Elisa Desco, Uxue Fraile.
Marco Zanchi e il Sentiero delle Orobie
Marco Zanchi nelle Orobie è di casa. Ha vinto due volte l’Orobie Ultra Trail, si allena su quei sentieri tutti i giorni. Così è nato il progetto Orobie d’un Fiato, per rendere omaggio a chi, negli anni Cinquanta, ha ideato e tracciato il Sentiero delle Orobie. «Ventidue anni fa - spiega l’ultrarunner e ambassador Topo Athletic - ho scoperto di essere circondato da fantastiche montagne. Le Orobie sono la mia casa e il desiderio di poterle affrontare di corsa, tutte d’un fiato, è sempre stato vivo in me. L’interesse è nato anche per la storia dei sentieri e dei rifugi presenti, che costituiscono fondamentali punti di riferimento nei miei allenamenti».
L’appuntamento è fissato sabato 6 luglio, nella giornata che precederà Save the Mountains, la festa del CAI Bergamo all’insegna dell’educazione e della sostenibilità ambientale: Marco Zanchi partirà da Cassiglio, alle ore 12, e arriverà fino al Passo della Presolana, entro le ore 12 di domenica 7 luglio, accompagnato da amici che, a staffetta, lo seguiranno di giorno e di notte assistendolo nei tratti più difficili.
Nei 140 km di attraversamento dei monti bergamaschi, con un dislivello positivo di 11.000 metri e negativo di 10.300, l’ultrarunner toccherà i rifugi Cazzaniga, Lecco, Grassi, Benigni, Ca San Marco, Baitone, Longo, Calvi, Biv Frattini, Brunone, Coca, Curò, Albani, Cassinelli. L’avvincente esperienza sarà raccontata in un cortometraggio che, tra passato e presente, riproporrà anche documenti dei primi anni del ‘900. Sarà possibile seguire l’evento live su Setetrack.
Storia (e fascino) dello sci di raid nelle Alpi
1888. Fridtjof Nansen e compagni attraversano la Groenlandia con gli sci. È l’inizio di un’era, quella dello sci di montagna moderno, che trova nei grandi raid più che nella conquista delle cime la forma di espressione più pura e più completa. Si tratta della scoperta dello sci avventura e delle sensazioni profonde del viaggiare con gli sci. In altre parole è la scoperta dello Ski Spirit, ossia di una dimensione dello sci che interessa anche e soprattutto le sfere dello spirito.
1897. Wilhelm Paulcke e compagni, emuli di Nansen, attraversano le Alpi Bernesi. Una traversata in pieno inverno folle per quei tempi ma vissuta con grande gioia e descritta con uno stile ironico e moderno dal grande Paulcke, denominato il Nansen del Centro Europa per la sua devozione al telemark. Da quel momento tutti i grandi sciatori di montagna alpini vedono nelle traversate, ossia nello scoprire cosa c’è dietro un colle, il significato ultimo dello sciare. Ci provano un po’ tutti, fra la conquista di una vetta e l’altra. Da Paul Preuss a Marcel Kurz, da Arnold Lunn a Ottorino Mezzalama. Ma è Léon Zwingelstein, lo sciatore vagabondo per eccellenza degli anni trenta, ad effettuare per primo, da solo e senza alcun aiuto esterno, dal primo febbraio al primo maggio 1933, un favoloso raid da Nizza al Tirolo, con ritorno sempre in sci fino a Briga in Svizzera. Una performance unica, con tutto nello zaino compresa una rudimentale tenda cucita con le sue mani. Una performance mai più ripetuta. E sarebbe andato oltre Briga Léon Zwingelstein, sarebbe ritornato in sci fino alla sua Grenoble, se ci fosse stata ancora neve!

Dopo Zwingelstein, un precursore in grande anticipo sui tempi, bisogna aspettare il primo dopo guerra per annoverare altre grandi traversate sulle Alpi. Nel 1956 due gruppi, il primo capeggiato da Alberto Righini con Bruno e Catullo Detassis e il secondo da Walter Bonatti, partono a quattro giorni di distanza uno dall’altro da Tarvisio, rispettivamente il 10 e il 14 marzo. Entrambi, a differenza di Zwingelstein, sono seguiti da un’automobile di appoggio per i rifornimenti. La meta è il Col di Nava in Piemonte, che raggiungono insieme il 18 maggio, ossia 66 giorni dalla partenza (quattro in più per il gruppo Righini-Detassis). Stranamente nel celebre capitolo del libro Le mie montagne di Bonatti, interamente dedicato a questa grande traversata, non si fa cenno al gruppo di Righini-Detassis, quasi fosse un gruppo di fantasmi, e non si dice che l’ideatore della traversata era stato Alberto Righini, che aveva infatti invitato Bonatti a parteciparvi... Comunque sia, i due gruppi decidono, cammin facendo, con un accordo scritto e firmato da tutti, di effettuare insieme tutta la seconda parte della traversata, dal Colle del Teodulo al Col di Nava. Questo accordo di pace fra i due gruppi è il primo segnale che il tarlo dell’agonismo, ossia di voler primeggiare a tutti i costi sugli altri, è arrivato anche nello sci di raid, guastandone la purezza.
Nove anni dopo Detassis e Bonatti, nel 1965, un’altra grande Guida, lo svizzero Denis Bertholet, fondatore della Ecole du Ski Fantastique di Verbier, ha la brillante idea di unire con gli sci, insieme ad altre tre Guide (un italiano, un francese e uno svizzero) le due città olimpiche di Innsbruck 1964 e di Grenoble 1968. Grande è stato l’effetto mediatico di questa traversata, soprattutto grazie al film girato da Bertholet, non solo Guida e Maestro di sci, ma anche cineasta professionista, vincitore del Premio UIAA al Festival di Trento nel 1969. Denis si è portato sulle spalle per tutto il percorso del raid una pesante cinepresa da 16 mm, cosa impensabile per i moderni atleti dei raid di velocità. Il film di Bertholet, Traversée Innsbruck-Grenoble à ski, è visibile gratuitamente nel sito internet della Médiathèque di Martigny. Pochi anni dopo, nel 1970, assistiamo alla tribolata traversata in solitaria di un altro francese, Jean Marc Bois, che, partito il 30 gennaio da St. Etienne-de-Tinée nelle Alpi Marittime, riesce a raggiungere Bad Gastein, nel Tirolo Orientale, il 25 aprile: una traversata funestata da brutto tempo e valanghe dall’inizio alla fine, che ha reso l’impresa di Bois davvero epica. L’anno successivo, il 1971, un gruppo di cinque austriaci, fra i quali la Guida alpina Klaus Hoi, compiono, con sci da fondo escursionistico e scarponi di cuoio, la traversata più lunga, da Vienna a Nizza, fruendo di un mezzo di appoggio. Durante il percorso di 1.917 km, con un dislivello totale di 85.000 metri, scalano anche cime importanti, impiegando complessivamente 41 giorni: una prestazione sportiva di indubbio valore.

C’è però anche chi, con tre amici, anziché cercare l’exploit, effettua l’intera traversata da est a ovest, a tappe, in tre anni (1975,1976,1977), privilegiando il piacere di sciare e cogliendo l’occasione di testare nuovi materiali. Ideatore di questa gioiosa traversata a tappe è il vulcanico e geniale Angelo Piana, inventore dei primi scarponi in plastica per scialpinismo, i San Marco Raid, e dei leggendari sci Explorer della Roy. Nel 1977 ha anche luogo una delle più belle, a parere di chi scrive, traversate delle Alpi: è quella di Bernard e Hubert Odier, da Mallnitz in Austria alla spiaggia di Mentone in Costa Azzurra. In tre mesi esatti, dal 18 febbraio al18 maggio, senza utilizzare il cronometro e senza auto di appoggio, lungo un itinerario diretto ed elegante. I fratelli Odier hanno scritto sulla loro traversata un magnifico libro, tradotto in italiano con il titolo Tutte le Alpi in sci. Questo libro è ancora oggi una vera Bibbia per lo sciatore alpino errante, che non cerca l’exploit a tutti i costi ma un rapporto vero con la montagna e i suoi abitanti. Come Zwingelstein, come Bois e forse tanti altri che non hanno fatto sapere nulla sulle loro traversate. Il volume è diviso in 17 capitoli che sono altrettanti inviti a conoscere separatamente i diversi massicci toccati dagli Odier nel loro raid.
Arriviamo quindi alla traversata delle Guide alpine Paolino Tassi e Mauro Girardi del 1996, effettuata con l’attrezzatura da telemark e con la tenda, per evitare di scendere in basso per dormire. L’idea era di seguire l’itinerario dei fratelli Odier ma i due partono con zaini troppo pesanti e cammin facendo decidono di alleggerirsi, dando alla traversata un’impronta più godereccia, privilegiando le belle sciate in diverse stazioni, facendosi un punto di onore di utilizzare gli impianti quando possibile, eliminando alcune tappe poco sciistiche e usufruendo di un pulmino di appoggio. Nulla di male, hanno fatto benissimo, non avevano bisogno di dimostrare la loro bravura a nessuno. La mancanza di neve ha fatto concludere la loro traversata nella valle di Névache in Delfinato, togliendo a Paolino e Mauro il privilegio di percorrere le Alpi Marittime, vero Paradiso dello sci. L’ultima grande traversata delle Alpi, prima del Red Bull Der Lange Weg del 2018, è quella in solitaria del piemontese Paolo Rabbia. Partito da Forcella della Lavina, in Friuli, il 29 dicembre 2008, Rabbia arriva sulle piste di Garessio, in Piemonte, il 28 febbraio 2009. Una performance eccezionale, da solo in 62 giorni, ma soprattutto la prima traversata completa delle Alpi in pieno inverno. Con lo stesso stile veloce Rabbia ha effettuato la traversata integrale dei Pirenei nel 2014, sempre in pieno inverno, dal Mediterraneo all’Atlantico in 29 giorni. Tanto di cappello!
La ricerca dell’exploit a tutti i costi è però sempre più evidente nelle traversate delle Alpi con gli sci. Il tarlo già presente nella traversata di Bonatti ha lavorato parecchio. L’ultima Red Bull, sulle tracce della sopra citata Vienna-Nizza del 1971 ne è l’esempio più eclatante: l’obiettivo principale, raggiunto, è stato quello di diminuire il numero di giorni necessari per effettuare il raid, trasformandolo così di fatto in un rally competitivo. Lo spirito del raid però non è questo. Trasformare un raid in una gara significa non averne capito l’essenza. Come scrisse il grande fotografo e scrittore Jean-Pierre Bonfort (andate a vedere il suo sito web!) in un vecchio articolo su Montagnes Magazine, lo spirito del raid in sci è «passare la giornata camminando, vedere il sole tramontare e preparare il nido... poi, leggeri, senza zaino e senza duvet, salire lassù fino in cima al pendio, fino a quel colle. Flessibilità ci vuole, soprattutto flessibilità. Nei programmi e nella propria testa. Bisogna lasciar decidere alla neve». Ci sono certamente ancora scialpinisti che si mettono sulle tracce degli Zwing, dei Bois, degli Odier, dei Bonfort, magari senza far sapere nulla: ad essi va tutta la nostra stima.
AL DI LÀ DELLE ALPI - Lo sci di raid si è sviluppato moltissimo, complice la facilità dei trasporti, sulle montagne bianche del mondo. Raid è quindi diventato sinonimo di viaggio con gli sci. Il gioco consiste nel mettersi sulle tracce (sia chiaro senza alcuna ambizione di fare meglio!) di un Marc Breuil nei Pirenei, in Terra di Baffin, nelle Alpi di Stauning, in Karakorum. Oppure di un Mario Casella, dopo aver letto il suo prezioso volume Nero-Bianco-Nero sulla traversata del Caucaso, dal Mar Caspio al Mar Nero. Oppure procurarsi (con qualche difficoltà) i due volumi di Michel Parmentier, lo sciatore errante per eccellenza, a cui dobbiamo l’idea di straordinari raid sulle montagne che si affacciano sul Mediterraneo. Oppure ancora mettersi sulle tracce della Guida alpina Pierre Neyret, autore di Hautes Vallées du Pakistan e ripetere, magari insieme a lui, la più ardita traversata in sci del Karakorum. Che è poi quella fatta da Breuil e compagni nel 1990, a sua volta sulle orme di Eric Shipton e di Bill Tilman, che aprirono (a piedi) questo fantastico itinerario nel 1937 e 1939. Il gioco finale è senza dubbio quello di chiudere il cerchio, di ritornare alle origini dello sci di raid, percorrendo la traversata di Nansen in Groenlandia. Pensiamo che uno sci di raid di questo tipo, senza camper ed equipe di appoggio, senza ossessioni cronometriche, senza sponsor da soddisfare, senza programmi troppo definiti, sia ancora possibile e non sia affatto superato dai tempi. Basta leggere e lasciar lavorare, nella giusta direzione, la fantasia.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 118, INFO QUI
Il libro
Giorgio Daidola ha pubblicato per la nostra casa editrice Sciatori di montagna (208 pp, 19 euro). Dodici ritratti di padri dello scialpinismo, da Wilhelm Paulcke, il primo ad attraversare con gli sci l’Oberland Bernese, a Michel Parmentier, l’inventore dei moderni viaggi con gli sci. E poi Lunn e Mezzalama, Castiglione, Gobbi. INFO SU SCIATORI DI MONTAGNA QUI
Grandi sfide alla Salomon Gore-Tex MaXi-Race
Pioggia, vento, sole, caldo e fango: è successo un po’ di tutto sul lago di Annecy alla nona edizione della Salomon Gore-Tex MaXi-Race. La gara corta da 16 km era valida come prima prova del Mountain Running World Cup: vittoria del britannico Andrew Douglas (con quinto e sesto Martin e Bernard Dematteis) e della keniana Lucy Wambui Murigi. Nella MaXi Race (82 km, 5200 metri di dislivello) doppietta francese con le affermazioni di Michel Lanne e Marion Delespierre, con terza piazza per Virginia Oliveri. Nella Ultra Race (115 km, 7000 m D+) a segno lo spagnolo Unai Dorronsoro davanti allo statunitense Jason Schlarb con quinto Andrea Macchi; nella gara rosa si impone l’ungherese Ildiko Wermescher, classe 1965.
Trail del Monte Soglio per due
Condizioni meteo non facili al Trail del Monte Soglio. A Forno Canavese organizzatori e gli oltre 700 iscritti sono stati messi a durissima prova: nel cuore della gara, quando erano trascorse oltre cinque ore dalla partenza della gara principale, il Gir Lung di 72 km per 4.400 metri, un fortissimo temporale si è abbattuto sul percorso, con la grandine che ha tempestato il tratto da Cima Soglio a Peretti Griva imbiancando totalmente i sentieri. La direzione di gara è stata così costretta, per motivi di sicurezza, a fermare molti concorrenti all’altezza del Rifugio dell’Alpe Soglia.
Il clima ha fortemente influito anche sullo sviluppo agonistico della gara, non facendo mancare i colpi di scena: inizialmente si era posto al comando della corsa Andrea Biffi, seppur insidiato a pochi secondi da Alessandro Macellaro. Dopo il 30° km però Biffi era costretto a rallentare e Macellaro ne approfittava per andare in fuga. Nel tratto verso Pian Audi (km 53) rientrava su di lui Daniele Fornoni e i due procedevano sempre a distanza di pochi secondi l’uno dall’altro fino all’arrivo, dove decidevano di tagliare il traguardo insieme evitando la volata e condividendo una vittoria che, in una giornata simile, ha un sapore molto particolare. Per Fornoni è la seconda vittoria dopo quella del 2015 e il quarto podio in cinque anni mentre Macellaro era giunto secondo lo scorso anno. 9h07’16” il loro tempo finale, a far loro compagnia sul podio Nicolas Statti, autore di una grande rimonta nel tratto conclusivo fino ad arrivare a 2’18” dai vincitori. Al femminile netto successo per Sonia Glarey, al comando sin dalle prime battute, in 9h59’50”, ottava assoluta. Seconda Laura Barale a 59’24”.
Nel Gir Curt, di 39 km per 2.400 metri Lorenzo Facelli si è posto subito al comando, insidiato inizialmente da Stefano Radaelli che è rimasto con lui fino al giro di boa per poi staccarsi irrimediabilmente. Facelli ha proseguito fino al traguardo chiudendo in 3h054’09” accumulando 2’03” su Radaelli mentre terzo ha chiuso Alessandro Pittatore a 7’11”. In campo femminile prima posizione per Marina Cugnetto in 4h50’13”, con 1’11” su Chiara Macocco e 8’09” su Valeria Marasco, autrice di una straordinaria rimonta considerando che a metà gara era solamente settima.
Grignone Vertical Extreme a Paolo Bonanomi e Martina Brambilla
Paolo Bonanomi e Martina Brambilla concedono il bis al Grignone Vertical Extreme. Proprio come lo scorso anno il portacolori dei Falchi Lecco e la stella del Team VAM hanno messo tutti dietro nella classica primaverile con partenza nel centro di Pasturo e arrivo posto dinnanzi alla porta del Rifugio Brioschi a 2410 m di quota.
In 215 si sono ritrovati nel centro valsassinese per questa sfida in verticale divenuta orami appuntamento fisso di fine maggio. La ‘tutt d’un fià’ ha messo a dura prova atleti e organizzatori. Con un occhio al cielo e uno allo smartphone per sondare in tempo reale l’evolversi del meteo, Alberto Zaccagni e il suo staff avevano pronti due varianti in sostituzione della classica ascesa da 7.5 km con 1800 metri di dislivello positivo.
Invece, niente pioggia e tutto come da copione. Una sfida da frequenze cardiache elevate quella griffata Team Pasturo, con passaggi a Cornisella e all’ex Rifugio Tedeschi prima dell’ultimo step sul muscolare itinerario estivo di salita al Grignone. Su tutti l’ha spuntata ancora una volta Paolo Bonanomi che, di prepotenza, ha staccato i diretti avversari e vinto in 1h19’45”. Sul podio con lui sono saliti anche l’altro Falco Danilo Brambilla 1h25’55” e Luigi Pomoni 1h22’39”. Completano la top five di giornata Marco Colombo e Luca Albini.
Nella gara in rosa Martina Brambilla torna a porre la propria firma nell’albo d’oro con finish time di 1h34’58”. Seconda si è piazzata Francesca Rusconi 1h37’44”, mentre terza è giunta Cecilia Pedroni 1h38’53”.
Sfida nella sfida nell’intermedio dal Pialeral al Grignone per aggiudicarsi il primo memorial Gabriele Orlandi Arrigoni. Il trofeo per i migliori intertempi negli ultimi 1000 metri di salita se lo sono aggiudicato i vincitori di giornata Bonanomi e Brambilla.

Messa in archivio questa prima gara in verticale, ora l’appuntamento sarà il K2 Valtellina, in programma domenica 30 giugno a Talamona. Al fine di legare queste due competizioni molto simili per format e tipologia, Team Pasturo & Gp Talamona hanno infatti creato il Double Vertical Challenge che prevede un riconoscimento ai vincitori e un super gadget finisher di entrambe le gare.
Per quanto riguarda invece il direttivo del Team Pasturo, energie e attenzioni sono già focalizzate sulla terza domenica di settembre per una ZacUp che sarà tappa delle Migu Run Skyrunner World Series; iscrizioni aperte da sabato 1 giugno, da quel momento sarà possibile connettersi al sito www.zacup.it e accaparrarsi uno dei 500 pettorali a disposizione.
Grignone Vertical Extreme, sabato si fa fatica
Grignone Vertical Extreme, il Team Pasturo sta lavorando per una quarta edizione ricca di novità. In vista della ZacUp, in programma a metà settembre e valevole come tappa di Migu Run Skyrunner World Series, Alberto Zaccagni e il suo staff scalderanno i motori con la scalata alla vetta simbolo delle montagne valsassinesi. Il format è quello testato e promosso sul campo nelle edizioni precedenti con start in linea dal centro di Pasturo e arrivo alla porta del Rifugio Brioschi, in vetta alla Grigna Settentrionale. Una sparata da 7.5 km e 1800 metri di dislivello positivo. La 'tutt d’un fià', come amano definirla i 'local' è la rivisitazione in chiave moderna di una competizione storica, una sfida in verticale che entusiasma un’intera comunità. Riprendendo in parte il Trofeo Antonietta, organizzato per anni dal gestore del Rifugio Pialeral Dario Pensa, questo spettacolare vertical andrà in scena sabato 25 maggio con start alle 9.30 per evitare agli atleti temperature troppo elevate durante la prima fase di ascesa. Nel post race tutti all’ex Rifugio Tedeschi al Pialeral per una gran festa finale.
Per il multiday hiking c'è Garmont Toubkal
Il Monte Toubkal è la cima più alta del Marocco con i suoi 4.167 metri. Nel dialetto berbero, Toubkal significa ‘vetta da cui si vede tutto’, e non è un caso che proprio questo sia il nome che Garmont ha attribuito al suo ultimo scarpone dedicato agli escursionisti più esigenti, capaci di affrontare avventure ambiziose anche su più giorni.
Toubkal GTX sfrutta al meglio il potenziale delle tecnologie del DNA Garmont per garantire all’escursionista una calzata confortevole anche dopo una lunga giornata di trekking intenso. La forma anatomica Garmont ErGo-Last ha profili più morbidi e arrotondati, per seguire in modo più naturale l’anatomia del piede: il risultato è una calzatura che avvolge meglio l’arto, soprattutto nella zona del tallone.
La tecnologia Garmont Double Damper ottimizza invece l’assorbimento degli urti, grazie a un sistema a due parti. L’intersuola attutisce infatti l’impatto con il terreno, mentre l’ammortizzatore interno limita l’impatto con il tallone. L’azione combinata delle due componenti garantisce un migliore assorbimento degli urti e la riduzione dell’affaticamento durante la camminata. Questo sistema, inoltre, riduce il movimento del piede all’interno della calzatura, garantendo stabilità e sicurezza. Sempre in questa direzione va anche la tecnologia Heel Lock, che blocca il tallone prevenendo la formazione di vesciche.
Un altro punto di forza di Toubkal GTX è la tomaia, realizzata in pelle nabuk da 1.8 mm e inserti in Lenzi Putek. Proprio quest’ultimo è il segreto di Toubkal: un materiale Made In Italy capace di una straordinaria resistenza all’abrasione, grazie al quale Toubkal non teme alcun genere di impatto o sfregamento, anche negli utilizzi di lunga durata.Il fascione in gomma dura, ispirato direttamente al mondo dell’alpinismo, circonda lo scarpone e ne aumenta solidità, resistenza agli urti e durabilità. Toubkal GTX è dotato di una membrana Gore-Tex® Performance Comfort, che lo rende ideale per ogni tipo di attività all’aperto con temperature moderate e condizioni meteorologiche mutevoli, assicurando impermeabilità e traspirabilità ottimale.
Infine, la suola Vibram® Apex, con tasselli rinforzati, mostra una forma più ampia nella zona dell’avampiede e del tallone, per assicurare stabilità e aderenza anche sulla roccia. I tasselli a tre angoli nella parte centrale del piede migliorano la frenata e la trazione direzionale.Toubkal GTX è disponibile anche in versione da donna nella variante di colore grey/blue.
GARMONT TOUBKAL GTX
Tomaia: pelle nabuck da 1.8 mm + Lenzi Putek
Fodera: GORE-TEX® Performance Comfort
Plantare: Alveolen®
Peso: 650 gr (1/2 paio taglia 8 UK) uomo / 580 gr (1/2 paio taglia 5 UK) donna
Campo taglie: 6-13UK uomo, compreso le 1/2 taglie / 3-8.5UK donna, compreso le 1/2 taglie
Fit: Performance
Colore: Dark Brown/Blue, Grey/Blue (WMS)
Prezzo: 249,90 euro

Ultra è la risposta di RaidLight per le lunghe distanze
Dei quattro nuovi modelli lanciati da Raidlight nella collezione Primavera Estate 2019, la Responsiv Ultra è l’ideale per gli amanti delle lunghe e lunghissime distanze: una scarpa importante, che non dimentica la leggerezza e che non lesina sui dettagli tecnologici.
La parola d’ordine per chi deve stare ore sulle gambe, correre e camminare, è comodità. Dolori alla pianta del piede, alle dita e senso di costrizione, soprattutto quando il piede inizia a gonfiarsi, sono i disturbi più frequenti tra chi corre gare superiori ai 50 chilometri. Questa scarpa presenta tutte le caratteristiche per venire incontro alle esigenze degli ultratrailers. Partendo dalla forma con avampiede ampio e arrotondato, che permette al piede di lavorare comodamente e senza costrizioni, anche in caso di gonfiore.
Come gli altri modelli Raidlight, anche questa scarpa è stata sviluppata dal gruppo Rossignol nei laboratori di Montebelluna, il distretto calzaturiero italiano riferimento mondiale della calzatura tecnica. Grazie alla pratica tecnologia NFC inoltre basterà avvicinare lo smartphone alla scarpa per ottenere sul proprio telefono tutte le informazioni su questo e su tutti i modelli RaidLight, all’insegna dell’hashtag che caratterizza il marchio francese: #notimeforcompromise.
CARATTERISTICHE E TECNOLOGIE
La Responsiv Ultra garantisce un supporto maggiore grazie al sistema ML-Lock Band, più stabilità grazie alla tecnologia External Heel Cradle e un’ammortizzazione e protezione superiore, pur senza compromettere la sensibilità. La tecnologia M-LOCK evita la costrizione del piede e aiuta l'equilibrio con la naturale dilatazione che si verifica dopo molte ore di corsa grazie a una fascia di compressione elastica (band) posizionata sopra la parte superiore, che dà sostegno senza limitare il flusso sanguigno. Da un'idea sviluppata dal centro ricerche del Gruppo Rossignol, nasce la tecnologia Sensor3: un sottopiede di densità variabile dotato di tre zone destinate ad assorbire gli urti derivanti dall'impatto della corsa. Questo assicura un maggior ritorno di energia e si traduce in una migliore ammortizzazione e quindi in un maggior comfort durante la corsa, anche su lunghe distanze. L’intersuola è realizzata in EVA iniettato per un’ammortizzazione duratura e dinamica. Il drop è di 6 mm, il peso 270 gr e il prezzo 139,95 euro. www.raidlight.com

Il Sentiero delle Orobie di Mario Poletti
«Non scrivere se pensi di conoscere già il senso della storia prima di raccontare - in quel caso diventa insegnante. Non metterti in testa che salverai il mondo, non tentare di cambiare il mondo. È meglio se, mentre racconti la storia di cui ti stai occupando, cambia te. Vai alla scoperta di te stesso e del mondo, tutte e due le cose insieme, mentre racconti»
10 Rules of Documentary Filmmaking, Victor Kossakowsky
Ci sono storie che quando cominci a occupartene, mentre ti stai documentando e informando dalla viva voce dei protagonisti per poterle raccontare, capisci che sono molto di più di quello che immaginavi. Hai la sensazione di conoscerla bene la vicenda, i protagonisti e i luoghi, e quindi sei quasi certo di sapere tutto quanto è necessario per scriverne e per raccontare. Poi succede che, mentre stai intervistando i protagonisti, mentre cerchi di mettere la storia in prospettiva e di ricostruire i fatti sentendo gli stessi episodi raccontati tante e tante volte da persone diverse, ti accorgi che quello che sai tu di quella storia, quello che hai sentito dire o che hai letto, non è che un pezzettino minuscolo. È la classica punta dell’iceberg. Tutto il resto, tutto quello di cui varrebbe la pena raccontare, rimane seminascosto sotto il pelo dell’acqua. La storia di Mario Poletti e del suo record di percorrenza del Sentiero delle Orobie, è una di quelle storie. Una di quelle che ti fanno venire voglia di occupartene ancora e di lavorarci sopra, perché hanno qualcosa da dirci che non è ancora venuto fuori.

‘IL’ MARIO (come si dice a Bergamo)
Il Mario Poletti di cui racconteremo adesso, per cominciare, non è il Mario che tutti conosciamo, il product manager e l’anima di Scott Running Italia: preciso, caparbio, entusiasta, quel Mario per un attimo lo mettiamo da parte. Il Mario di cui ci vogliamo occupare ora è un ragazzino di Clusone, in Valle Seriana. Siamo negli anni ’80. È un fondista promettente, magrissimo, tra i sei e i diciotto anni lo sci di fondo è il suo mondo e il suo sogno sportivo. Nelle categorie giovanili è quasi sempre tra i migliori, è determinato e motivato, entusiasta. Forte. Poi arriva il salto alla categoria Juniores. Il passaggio è difficile. Per allenarsi sulla neve Mario deve fare avanti e indietro da Clusone fino a Schilpario dopo la scuola, è impegnativo, i suoi coetanei nei gruppi sportivi invece possono finalmente allenarsi a tempo pieno, come veri professionisti. Mario è costretto a fare i conti con la realtà: ha finito la scuola e ha cominciato a lavorare, conciliare lavoro e sci di fondo ad alto livello è difficile. Diventare un vincente è impossibile. È in questo momento che la corsa a piedi in montagna, da fase di preparazione estiva per lo sci di fondo si trasforma in qualcosa sempre più grande nella sua vita. «Io sono sempre stato un competitivo, sin da piccolo. Gare, gare, gare, per me gareggiare era tutto. Mi sono sempre allenato regolarmente anche nella corsa in montagna, non avevo l’esperienza e la brillantezza che ti regala la pista, ma in quell’epoca, in allenamento, ho fatto alcuni record personali che poi non sono più riuscito a battere, nemmeno nel momento di massima forma nel 2005. Tipo Rovetta-Blom in 25’03, avevo quindici anni». Mario è una persona molto concreta, quando dice 25’03” o quando ti dice il tempo sulla maratona non sta dicendo soltanto un numero, non butta lì delle cifre a caso: sta fondando un mondo. Sta stabilendo un ordine di grandezza preciso e comprensibile, fornisce un dato fondamentale per mettere in prospettiva le sue qualità di un corridore e in definitiva anche di un uomo. Mario bada ai numeri, prima di tutto. Il dato cronometrico che ci riporta è piazzato dentro alla frase al posto degli aggettivi, è chiaro che per lui i tempi e i record sono i pilastri portanti del suo universo di corridore, il resto è conversazione. Forse è per questo che la corsa su strada occupa una parentesi importante nella sua carriera di corridore, tra il ’95 e il ’99 corre diciassette maratone fino ad arrivare a un personal best di 2h19’. Poi lo skyrunning torna a fare capolino nei suoi pensieri.
CORRERE FINO A CHE IL SENTIERO FINISCE
Non si può dire che Mario ‘torna’ alla corsa in montagna. Forse, più correttamente, si può dire che, dopo essersi accertato delle sue possibilità su strada ed essersi confrontato con i migliori e soprattutto con se stesso e con il cronometro, senza compromessi, intravede la possibilità di esportare le sue qualità di velocità e di potenza anche in montagna. Non è un cambiamento quello di Mario in effetti, piuttosto un ritorno. «Da piccolo con il CAI mi portavano in campeggio in montagna per una settimana e sui sentieri c’erano tutti quelle targhette segnavia bianche e rosse con dei tempi indicati, io mi chiedevo dove fossero quei posti che mi sembravano lontanissimi, irraggiungibili e se veramente i tempi necessari per raggiungerli fossero quelli indicati sui cartelli. Chissà se io, magari, potevo correre più veloce? Leggevo sulle targhette quattro ore o sette ore e immaginavo che quei luoghi fossero chissà dove, lontani e appartenessero a un mondo diverso, all’altro capo delle Orobie. All’inizio non immaginavo di poter andare fin là di corsa. Fino al momento in cui mi sono reso conto che erano luoghi fin dove avrei potuto correre e che i tempi indicati su quelle targhette non erano che un invito ad andare più veloce. Al record delle Orobie, in fondo, ci ho sempre pensato. Sin da piccolo».
SCOMMESSA AL BAR
Sono gli anni dei record di salita, delle skyrace e della seconda generazione di atleti che si affacciano alla corsa in montagna di lunga distanza. Le gare di trail running sono ancora lontane dal diventare il fenomeno di massa che sono oggi ma lo skyrunning sta evolvendo in qualcosa di diverso, di più vicino al praticante comune e alla combinazione di alpinismo e velocità. L’universo road running si sta avvicinando all’universo montagna, le maratone e le lunghe distanze non fanno più la stessa paura ai corridori comuni. I quarantadue chilometri non sono un tabù, anche nell’immaginario collettivo. Il 1995, per dare una collocazione temporale al momento storico, è l’anno del capolavoro di Fabio Meraldi al Monte Bianco, con lo stratosferico tempo di 6h45’ per superare i 49,6 km e 3.600 m D+ della via Ratti dal Rifugio Gonella fino alla cima e ritorno in paese a Courmayeur. Mario Poletti nello skyrunning nei primi anni del 2000 vince tutto quello che c’è da vincere. Primo al Giir di Mont nel ’99; primo al Trofeo Kima, ancora al Giir di Mont, alla Monza-Resegone e al Sentiero di Ferro nel 2000; campione italiano di Skyrunning al Sentiero 4 luglio nel 2003, fino alla magica stagione 2004 dove, oltre al resto, fa sua la leggendaria Zegama-Aitzkorri Marathon con il record del percorso di 4h06’00”. Mario è al culmine della sua carriera sportiva e sta per diventare papà, qualcosa nella sua vita è sul punto di cambiare. «Avevo pensato che era il momento giusto per tentare il record, poi forse non ci sarei più riuscito e così avevo proposto ai miei amici della bergamasca, ognuno sul tratto di sentiero che rappresentava il proprio terreno di allenamento, di accompagnarmi». Il piano è semplice ma efficace: correre tutto il Sentiero delle Orobie e abbattere il record di Pasini che risale al 1982. Si mette a provare le varie sezioni del sentiero e raccoglie tutte le informazioni necessarie. Lavora al suo progetto (oltre a lavorare anche normalmente, come tutti, almeno otto ore al giorno) provando pezzo per pezzo il sentiero, si rende subito conto che scendere sotto le 9h25’ del precedente record non è cosa facile. Forse il progetto sarebbe rimasto in stand-by per un po’, la nascita del figlio era imminente. Succede un giorno che Mario incontra in un bar di Clusone Giovanni Bettineschi, patron di Promoeventi, l’organizzatore locale della tappa del Giro d’Italia in Valle Seriana. «Giovanni mi chiese che progetti o che gare avevo in ballo e io dissi che, oltre a diventare papà, mi stavo preparando per tentare di stabilire il record del Sentiero delle Orobie. Lui si entusiasmò subito e mi disse che mi avrebbe messo a disposizione un elicottero per filmare il mio tentativo e la sua struttura organizzativa per raccontarlo. Fui preso un po’ in contropiede, rimasi sorpreso ed entusiasta». Il progetto in grande stile nacque così, su due piedi, al bar. Carlo Brena, giornalista e collaboratore di Promoeventi, fu coinvolto e gli fu affidato il compito di raccontare il tentativo attraverso il suo ufficio stampa, fu prodotto anche un video che oggi si può vedere integralmente in rete. «Il mio tentativo di record passò da esperimento personale a evento, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Sentivo di non potere più tirarmi indietro o fallire, a quel punto. La comunicazione attorno all’evento era una responsabilità supplementare».

IL SENTIERO DELLE OROBIE
Il Sentiero delle Orobie nasce da una intuizione del CAI e in particolare del suo presidente Carlo Ghezzi già negli anni ’50 e si concretizza poi grazie soprattutto al lavoro di Gianbattista Cortinovis alla metà degli anni ’70. È un percorso escursionistico che unisce tra loro, in un circuito di 84 chilometri con un dislivello di oltre 5.000 m D+, Valcanale con il Passo della Presolana. Il percorso collega tra loro sette rifugi del CAI di Bergamo e idealmente, in un abbraccio semicircolare, tutte le Orobie. I bergamaschi conoscono bene le loro montagne, il sentiero e in parte anche la storia del record, che è avvolta però in un alone di leggenda. Mario si trova alle prese con gli ultimi preparativi della sua sfida proprio nei giorni in cui vene al mondo il suo primogenito. Deve ancora provare alcuni tratti di percorso e tra le varie difficoltà che deve affrontare e il lavoro, c’è anche quella di reperire informazioni certe rispetto ai tempi di passaggio, non sempre parziali cronometrici e realtà corrispondono. «Avevo i tempi dei passaggi di Renato Pasini ma a volte mi sembravano molto tirati e altre abbastanza lenti. Certo era che per mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e correre in meno di 9h30’ bisognava andare davvero forte e non lasciare niente al caso, non sbagliare nulla. Inoltre pochi giorni prima del mio tentativo, dopo che su L’Eco di Bergamo era stato annunciato grazie al lavoro di Promoeventi il mio tentativo di record, ricevo una telefonata da parte di un altro runner bergmasco, Battista Marchesi, che mi fa notare che il record del Sentiero delle Orobie non è di Pasini ma suo, con 9h06’. Resto di stucco».
IL TENTATIVO
«L’idea di avere un cronometrista federale a ufficializzare la prova - a parlare è Carlo Brena, addetto stampa dell’evento - era stata mia. Serviva avere un riferimento ufficiale e così ci organizzammo con la federazione nazionale per averne uno». Il racconto del tentativo da parte di Carlo offre un’idea della tensione e delle grandi aspettative che c’erano attorno all’evento. È il 7 agosto del 2005, il classico mese di ferie degli italiani è appena incominciato e quindi sparsa sul percorso, nei rifugi e in partenza, nei punti più panoramici dei sentieri, c’è un sacco di gente in attesa del passaggio di Mario. Escursionisti, uomini, donne, bambini, rifugisti, persone che sono partite il giorno prima o nella notte per testimoniare il passaggio e l’impresa. Per battere le mani per qualche minuto e per poter dire: io c’ero. «Alla partenza a Valcanale erano quasi le sei del mattino - continua Carlo Brena - si era radunata una piccola folla e io e Giovanni Bettineschi volevamo realizzare un’intervista filmata prima della partenza, quando il cronometrista ufficiale annunciò a noi e a Mario che alle 6:00 in punto avrebbe fatto scattare il cronometro, come gli avevano detto di fare dalla Federazione. Tentammo inutilmente di spiegargli che era un tentativo di record e non una gara e che quindi in fondo si poteva partire quando volevamo noi, ma il giudice fu irremovibile. A noi ‘girarono’ abbastanza e a Mario toccò partire in fretta e furia, niente interviste, niente video, poche foto. Non ci restò che seguirlo per tutto il giorno con l’elicottero facendoci trasportare da un rifugio all’altro. Mario ci aveva dato una tabella di marcia con i passaggi che rispettava al minuto».
CORRERE, INSIEME
Uno dei fattori più straordinari della cavalcata di Mario Poletti sul sentiero delle Orobie, forse uno dei più sottovalutati, fu il concetto di correre ‘insieme’. Insieme a quelli che erano i suoi compagni di allenamento e in definitiva anche i suoi avversari nel corso di tante gare per tutta la carriera in giro sulle Alpi e per il mondo, tanto per cominciare. Insieme agli escursionisti e ai camminatori più lenti sul percorso che lo aspettavano, lo seguivano con lo sguardo e lo applaudivano. Insieme a tutti quelli che fino a pochi giorni prima non sapevano nemmeno dell’esistenza del Sentiero delle Orobie ma che sapevano del tentativo di record perché l’avevano letto sul giornale. Tutti, nessuno escluso, correvano idealmente con Mario. Curioso no? Gli avversari che diventano supporter, Il CAI e i suoi rifugisti che diventano partner di un atleta alle prese con il superamento dei propri limiti contro il tempo. Questo sentirsi uniti da parte di tutti gli appassionati della montagna ci offre un’idea di quanto il record di Mario sia diventato in realtà un urlo di gioia collettiva di tutti gli appassionati di running e di montagna bergamaschi. «L’organizzazione delle staffette era stata abbastanza semplice - dice Mario -: avevo chiesto ai miei amici con qualche telefonata di assistermi lungo il percorso. Il compito era quello di aiutarmi con le traiettorie soprattutto in discesa, passarmi da bere e qualcosa da mangiare ogni tanto, dato che io correvo da un rifugio all’altro in scarpe da running, calzoncini e maglietta, leggero e senza zaino. E poi soprattutto nell’ultimo tratto, quello della Ferrata della Porta alla Presolana che è tecnicamente il più impegnativo, dovevano tenermi d’occhio e ripigliarmi per le orecchie in caso di errore o di svarione, dato che procedevo slegato. Per fortuna tutto andò bene». Quello che forse ha segnato il passaggio tra l’epoca delle skyrace e dei trail è stato proprio questo concetto: l’idea di passare dall’indipendenza all’autonomia. Correre indipendenti sulle montagne implica il concetto di usufruire della assistenza in gara offerta dagli organizzatori, si è indipendenti tra un punto di controllo o di ristoro e un altro e tra corridori ma questo è più simile a quello che avviene alle gare su strada che non in montagna. Nel trail running invece spetta al concorrente fare fronte alla complessità del percorso e alle variazioni meteo e gestirsi, in autosufficienza. Serve essere solidali con gli altri. Nel tentativo di Mario si può dire che abbia corso in una specie di condizione speciale e bellissima intermedia tra le due possibilità, dove ad amplificare le sue qualità sportive e la sua tenacia si sono alternati gli amici e gli appassionati in attesa sul percorso. In questo senso il suo record è molto vicino al concetto atletico e sportivo della skyrace, ma anche alla solidarietà tra concorrenti tipica del trail e in ultima analisi anche dell’alpinismo. In questo senso Mario e il suo record, insieme agli organizzatori e al CAI, hanno precorso ampiamente i tempi, indicando una direzione da seguire.
TRIONFO AL PASSO DELLA PRESOLANA
Superata la crisi dopo il Rifugio Curò, tra il Valico della Manina e il Rifugio Albani e dopo il Sentiero della Porta, dopo 8h23’ di corsa ininterrotta Mario Poletti è in Cima al Visolo. Da quel punto è tutta discesa e in una picchiata velocissima, scortato tra gli altri da un giovanissimo Marco Zanchi, arriva al Passo della Presolana in 8h52’31’’, abbattendo nettamente il muro delle nove ore che si era idealmente e segretamente prefissato. Al Passo, dove è stato preparato un arrivo degno del Giro d’Italia, ad aspettarlo ci sono centinaia di persone che lo acclamano e lo applaudono, tra questi anche Renato Pasini, l’ex-detentore del record. I due si stringono la mano e si abbracciano, avviene il virtuale passaggio di consegne. Il cronometrista ufficiale certifica il tempo e una pietra angolare del trail running e dello skyrunning Italiano viene fissata. Il record è lì da battere, a tutt’oggi, per chi ci vuole provare. Non è facile. ma in fondo i record sono fatti apposta per essere battuti, prima o poi succederà.
DAL RECORD ALL’OROBIE ULTRA TRAIL
Dopo il record di Mario Poletti il Sentiero delle Orobie ha conosciuto alcuni anni di gloria, sul percorso sono stati organizzati nel 2007 i Campionati Mondiali di Skyrunning, ai quali ha preso parte anche un certo Kilian Jornet. Su un percorso a staffetta suddiviso in tre tronconi è stato possibile verificare l’assoluto valore della sua performance solitaria, paragonabile a quella degli atleti partecipanti in staffetta. Poi dopo, nonostante gli sforzi organizzativi e promozionali, anche per via della virata del gradimento dei runner e degli organizzatori verso le gare trail, la skyrace sul Sentiero delle Orobie e andata a sparire. Il Sentiero delle Orobie è ora tornato a essere terreno propizio per l’escursionismo e per la corsa in autonomia e l’Orobie Ultra Trail è diventata la gara di riferimento della bergamasca e non solo, si tratta in effetti di una vera e propria kermesse internazionale. «Abbiamo deciso di scegliere un percorso diverso da quello del Sentiero delle Orobie, coprendone solo alcuni tratti - a parlare è Paolo Cattaneo, responsabile tecnico della gara, organizzata da Spiagames Outdoor Agency - per dare un’interpretazione diversa del territorio. Il percorso è tecnico e impegnativo, si toccano Clusone e Carona, due località in cima alla Valle Seriana e Brembana ed entrambi i tracciati arrivano a Bergamo Alta. È una gara che coinvolge tutta la provincia e che porta idealmente le Orobie nel cuore della città. C’è una forte connessione del territorio con la gara, che si è radicata con forza. Abbiamo molti partecipanti che non hanno mai corso nemmeno una maratona, non sono runner o trail-runner ma appassionati delle Orobie che hanno voglia di mettersi alla prova e che vogliono condividere con un gruppo di amici il piacere della corsa e di tutta la preparazione necessaria».
Forse il più bel frutto dell’impresa sportiva di Mario Poletti è proprio questo: l’essere riuscito con il suo entusiasmo e la sua passione per la montagna oltre che per la corsa a fare amare le Orobie e i suoi sentieri ai bergamaschi. Nella scia del suo record ci sono centinaia di corridori amatoriali, alcuni grandi del trail running internazionale come Oliviero Bosatelli e Marco Zanchi e tanti gruppi di appassionati volontari che, coordinati da Spiagames Outdoor Agency, ogni anno si mettono con entusiasmo al lavoro per fare da supporto ai concorrenti della Orobie Ultra Trail. Radicare una gara vuole dire in definitiva farla crescere a partire da un seme. Quel seme lì, sulle Orobie, si chiama senza dubbio Mario Poletti. Qualcuno forse negli anni a venire - non senza fatica - potrà portargli via il record del Sentiero delle Orobie, ma nessuno mai potrà portargli via il merito di essere genitore di un movimento così grande. E per questo noi, a Mario, non diremo mai abbastanza volte grazie.
I PASSAGGI
Partenza, Valcanale, ore 6:00 del 7 agosto 2005
Rifugio Laghi Gemelli, ore 6:59
Rifugio F.lli Calvi, ore 8:01 [
Rifugio Brunone, ore 9:28
Rifugio Coca, ore 10:32
Passo Manina, ore 12.18
Pizzo di Petto, ore 12:59
Rifugio Albani, 13:36
Cima Visolo, 14:23
Passo Presolana 14:52
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Arriva Suunto 5
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Suunto 5 è stato progettato per la performance, ma anche con un occhio allo stile. La ghiera in resistente acciaio inox e le quattro varianti All Black, White, Burgundy Copper and Graphite Copper, lo rendono un oggetto sofisticato e originale insieme.

Come funziona l'anti-doping nello ski-alp?
Lotta al doping nello ski-alp, come funziona? L’ISMF, come altre federazioni internazionali come quella del biathlon, o organizzatori, per esempio Losanna 2020, ha firmato una partnership con l’ITA, l’International Testing Agency, organizzazione che fa base a Losanna ed è ovviamente riconosciuta dal CIO e dalla WADA. Un accordo raggiunto prima del via della nuova stagione (l’ITA è nata infatti solo ad inizio 2018), prima, dal 2011, si affidava a SportAccord: è una no-profit, ma i soldi servono per fare i controlli. L’ISMF ha messo sul piatto un budget che è circa il 20% del bilancio: con quelle risorse l’ITA si organizza per una serie di controlli che devono attenersi allo standard, anche come numero di controlli, fissato dall’articolo 5 del codice anti-doping della Wada, che è stato aggiornato nel 2018. «Certo con più risorse si potrebbe fare molto di più - ci ha detto Roberto Cavallo, ISMF general manager che segue con il ‘discorso’ anti-doping con Regula Meier, ISMF anti-doping coordinator - ma siamo già soddisfatti di essere tra le federazioni internazionali più ‘piccole’ a realizzare un programma antidoping adeguato a quanto richiesto dalla WADA». I numeri di quanti controlli, di chi sia stato controllato, ancora non si sanno: l’ITA fissa il minimo richiesto dalla WADA e poi si muove di conseguenza in modo autonomo; alla fine presenta alla federazione internazionale un report di quello che è stato realizzato. Report che nel caso della ISMF sarà presentato a fine settembre ad Antalya, in Turchia, nel corso dell’assemblea generale, la stessa che in quei giorni eleggerà il nuovo presidente del dopo-Mariotta.
DUE LIVELLI - L’ITA, come tutte le altre organizzazioni anti-doping, lavora su due livelli. Quello classico del controllo a fine manifestazione: vengono scelti alcuni atleti a campione (di solito i vincitori o i piazzati nelle prime posizioni) e controllati. L’altro sistema è quello del cosiddetto ‘passaporto biologico’: in questo caso gli atleti vengono controllati anche lontano dalle gare, a casa o comunque nel luogo in cui si trovano che devono segnalare all’ITA. I campioni di sangue e urine vengono poi analizzati da laboratori approvati dalla WADA. Funziona così per tutti gli atleti, anche per gli ski-alper.






