Il Sentiero delle Orobie di Mario Poletti

84 chilometri e oltre 5.000 metri di dislivello in meno di nove ore: quello dello skyrunner bergamasco è un record che resiste dal 2005 su uno dei più affascinanti e difficili percorsi alpini

©Carlo Brena

«Non scrivere se pensi di conoscere già il senso della storia prima di raccontare – in quel caso diventa insegnante. Non metterti in testa che salverai il mondo, non tentare di cambiare il mondo. È meglio se, mentre racconti la storia di cui ti stai occupando, cambia te. Vai alla scoperta di te stesso e del mondo, tutte e due le cose insieme, mentre racconti»

10 Rules of Documentary Filmmaking, Victor Kossakowsky

Ci sono storie che quando cominci a occupartene, mentre ti stai documentando e informando dalla viva voce dei protagonisti per poterle raccontare, capisci che sono molto di più di quello che immaginavi. Hai la sensazione di conoscerla bene la vicenda, i protagonisti e i luoghi, e quindi sei quasi certo di sapere tutto quanto è necessario per scriverne e per raccontare. Poi succede che, mentre stai intervistando i protagonisti, mentre cerchi di mettere la storia in prospettiva e di ricostruire i fatti sentendo gli stessi episodi raccontati tante e tante volte da persone diverse, ti accorgi che quello che sai tu di quella storia, quello che hai sentito dire o che hai letto, non è che un pezzettino minuscolo. È la classica punta dell’iceberg. Tutto il resto, tutto quello di cui varrebbe la pena raccontare, rimane seminascosto sotto il pelo dell’acqua. La storia di Mario Poletti e del suo record di percorrenza del Sentiero delle Orobie, è una di quelle storie. Una di quelle che ti fanno venire voglia di occupartene ancora e di lavorarci sopra, perché hanno qualcosa da dirci che non è ancora venuto fuori.

©Carlo Brena

‘IL’ MARIO (come si dice a Bergamo)

Il Mario Poletti di cui racconteremo adesso, per cominciare, non è il Mario che tutti conosciamo, il product manager e l’anima di Scott Running Italia: preciso, caparbio, entusiasta, quel Mario per un attimo lo mettiamo da parte. Il Mario di cui ci vogliamo occupare ora è un ragazzino di Clusone, in Valle Seriana. Siamo negli anni ’80. È un fondista promettente, magrissimo, tra i sei e i diciotto anni lo sci di fondo è il suo mondo e il suo sogno sportivo. Nelle categorie giovanili è quasi sempre tra i migliori, è determinato e motivato, entusiasta. Forte. Poi arriva il salto alla categoria Juniores. Il passaggio è difficile. Per allenarsi sulla neve Mario deve fare avanti e indietro da Clusone fino a Schilpario dopo la scuola, è impegnativo, i suoi coetanei nei gruppi sportivi invece possono finalmente allenarsi a tempo pieno, come veri professionisti. Mario è costretto a fare i conti con la realtà: ha finito la scuola e ha cominciato a lavorare, conciliare lavoro e sci di fondo ad alto livello è difficile. Diventare un vincente è impossibile. È in questo momento che la corsa a piedi in montagna, da fase di preparazione estiva per lo sci di fondo si trasforma in qualcosa sempre più grande nella sua vita. «Io sono sempre stato un competitivo, sin da piccolo. Gare, gare, gare, per me gareggiare era tutto. Mi sono sempre allenato regolarmente anche nella corsa in montagna, non avevo l’esperienza e la brillantezza che ti regala la pista, ma in quell’epoca, in allenamento, ho fatto alcuni record personali che poi non sono più riuscito a battere, nemmeno nel momento di massima forma nel 2005. Tipo Rovetta-Blom in 25’03, avevo quindici anni». Mario è una persona molto concreta, quando dice 25’03” o quando ti dice il tempo sulla maratona non sta dicendo soltanto un numero, non butta lì delle cifre a caso: sta fondando un mondo. Sta stabilendo un ordine di grandezza preciso e comprensibile, fornisce un dato fondamentale per mettere in prospettiva le sue qualità di un corridore e in definitiva anche di un uomo. Mario bada ai numeri, prima di tutto. Il dato cronometrico che ci riporta è piazzato dentro alla frase al posto degli aggettivi, è chiaro che per lui i tempi e i record sono i pilastri portanti del suo universo di corridore, il resto è conversazione. Forse è per questo che la corsa su strada occupa una parentesi importante nella sua carriera di corridore, tra il ’95 e il ’99 corre diciassette maratone fino ad arrivare a un personal best di 2h19’. Poi lo skyrunning torna a fare capolino nei suoi pensieri.

CORRERE FINO A CHE IL SENTIERO FINISCE

Non si può dire che Mario ‘torna’ alla corsa in montagna. Forse, più correttamente, si può dire che, dopo essersi accertato delle sue possibilità su strada ed essersi confrontato con i migliori e soprattutto con se stesso e con il cronometro, senza compromessi, intravede la possibilità di esportare le sue qualità di velocità e di potenza anche in montagna. Non è un cambiamento quello di Mario in effetti, piuttosto un ritorno. «Da piccolo con il CAI mi portavano in campeggio in montagna per una settimana e sui sentieri c’erano tutti quelle targhette segnavia bianche e rosse con dei tempi indicati, io mi chiedevo dove fossero quei posti che mi sembravano lontanissimi, irraggiungibili e se veramente i tempi necessari per raggiungerli fossero quelli indicati sui cartelli. Chissà se io, magari, potevo correre più veloce? Leggevo sulle targhette quattro ore o sette ore e immaginavo che quei luoghi fossero chissà dove, lontani e appartenessero a un mondo diverso, all’altro capo delle Orobie. All’inizio non immaginavo di poter andare fin là di corsa. Fino al momento in cui mi sono reso conto che erano luoghi fin dove avrei potuto correre e che i tempi indicati su quelle targhette non erano che un invito ad andare più veloce. Al record delle Orobie, in fondo, ci ho sempre pensato. Sin da piccolo».

SCOMMESSA AL BAR

Sono gli anni dei record di salita, delle skyrace e della seconda generazione di atleti che si affacciano alla corsa in montagna di lunga distanza. Le gare di trail running sono ancora lontane dal diventare il fenomeno di massa che sono oggi ma lo skyrunning sta evolvendo in qualcosa di diverso, di più vicino al praticante comune e alla combinazione di alpinismo e velocità. L’universo road running si sta avvicinando all’universo montagna, le maratone e le lunghe distanze non fanno più la stessa paura ai corridori comuni. I quarantadue chilometri non sono un tabù, anche nell’immaginario collettivo. Il 1995, per dare una collocazione temporale al momento storico, è l’anno del capolavoro di Fabio Meraldi al Monte Bianco, con lo stratosferico tempo di 6h45’ per superare i 49,6 km e 3.600 m D+ della via Ratti dal Rifugio Gonella fino alla cima e ritorno in paese a Courmayeur. Mario Poletti nello skyrunning nei primi anni del 2000 vince tutto quello che c’è da vincere. Primo al Giir di Mont nel ’99; primo al Trofeo Kima, ancora al Giir di Mont, alla Monza-Resegone e al Sentiero di Ferro nel 2000; campione italiano di Skyrunning al Sentiero 4 luglio nel 2003, fino alla magica stagione 2004 dove, oltre al resto, fa sua la leggendaria Zegama-Aitzkorri Marathon con il record del percorso di 4h06’00”. Mario è al culmine della sua carriera sportiva e sta per diventare papà, qualcosa nella sua vita è sul punto di cambiare. «Avevo pensato che era il momento giusto per tentare il record, poi forse non ci sarei più riuscito e così avevo proposto ai miei amici della bergamasca, ognuno sul tratto di sentiero che rappresentava il proprio terreno di allenamento, di accompagnarmi». Il piano è semplice ma efficace: correre tutto il Sentiero delle Orobie e abbattere il record di Pasini che risale al 1982. Si mette a provare le varie sezioni del sentiero e raccoglie tutte le informazioni necessarie. Lavora al suo progetto (oltre a lavorare anche normalmente, come tutti, almeno otto ore al giorno) provando pezzo per pezzo il sentiero, si rende subito conto che scendere sotto le 9h25’ del precedente record non è cosa facile. Forse il progetto sarebbe rimasto in stand-by per un po’, la nascita del figlio era imminente. Succede un giorno che Mario incontra in un bar di Clusone Giovanni Bettineschi, patron di Promoeventi, l’organizzatore locale della tappa del Giro d’Italia in Valle Seriana. «Giovanni mi chiese che progetti o che gare avevo in ballo e io dissi che, oltre a diventare papà, mi stavo preparando per tentare di stabilire il record del Sentiero delle Orobie. Lui si entusiasmò subito e mi disse che mi avrebbe messo a disposizione un elicottero per filmare il mio tentativo e la sua struttura organizzativa per raccontarlo. Fui preso un po’ in contropiede, rimasi sorpreso ed entusiasta». Il progetto in grande stile nacque così, su due piedi, al bar. Carlo Brena, giornalista e collaboratore di Promoeventi, fu coinvolto e gli fu affidato il compito di raccontare il tentativo attraverso il suo ufficio stampa, fu prodotto anche un video che oggi si può vedere integralmente in rete. «Il mio tentativo di record passò da esperimento personale a evento, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. Sentivo di non potere più tirarmi indietro o fallire, a quel punto. La comunicazione attorno all’evento era una responsabilità supplementare».

© Carlo Brena

IL SENTIERO DELLE OROBIE

Il Sentiero delle Orobie nasce da una intuizione del CAI e in particolare del suo presidente Carlo Ghezzi già negli anni ’50 e si concretizza poi grazie soprattutto al lavoro di Gianbattista Cortinovis alla metà degli anni ’70. È un percorso escursionistico che unisce tra loro, in un circuito di 84 chilometri con un dislivello di oltre 5.000 m D+, Valcanale con il Passo della Presolana. Il percorso collega tra loro sette rifugi del CAI di Bergamo e idealmente, in un abbraccio semicircolare, tutte le Orobie. I bergamaschi conoscono bene le loro montagne, il sentiero e in parte anche la storia del record, che è avvolta però in un alone di leggenda. Mario si trova alle prese con gli ultimi preparativi della sua sfida proprio nei giorni in cui vene al mondo il suo primogenito. Deve ancora provare alcuni tratti di percorso e tra le varie difficoltà che deve affrontare e il lavoro, c’è anche quella di reperire informazioni certe rispetto ai tempi di passaggio, non sempre parziali cronometrici e realtà corrispondono. «Avevo i tempi dei passaggi di Renato Pasini ma a volte mi sembravano molto tirati e altre abbastanza lenti. Certo era che per mettere insieme tutti i pezzi del puzzle e correre in meno di 9h30’ bisognava andare davvero forte e non lasciare niente al caso, non sbagliare nulla. Inoltre pochi giorni prima del mio tentativo, dopo che su L’Eco di Bergamo era stato annunciato grazie al lavoro di Promoeventi il mio tentativo di record, ricevo una telefonata da parte di un altro runner bergmasco, Battista Marchesi, che mi fa notare che il record del Sentiero delle Orobie non è di Pasini ma suo, con 9h06’. Resto di stucco».

IL TENTATIVO

«L’idea di avere un cronometrista federale a ufficializzare la prova – a parlare è Carlo Brena, addetto stampa dell’evento – era stata mia. Serviva avere un riferimento ufficiale e così ci organizzammo con la federazione nazionale per averne uno». Il racconto del tentativo da parte di Carlo offre un’idea della tensione e delle grandi aspettative che c’erano attorno all’evento. È il 7 agosto del 2005, il classico mese di ferie degli italiani è appena incominciato e quindi sparsa sul percorso, nei rifugi e in partenza, nei punti più panoramici dei sentieri, c’è un sacco di gente in attesa del passaggio di Mario. Escursionisti, uomini, donne, bambini, rifugisti, persone che sono partite il giorno prima o nella notte per testimoniare il passaggio e l’impresa. Per battere le mani per qualche minuto e per poter dire: io c’ero. «Alla partenza a Valcanale erano quasi le sei del mattino – continua Carlo Brena – si era radunata una piccola folla e io e Giovanni Bettineschi volevamo realizzare un’intervista filmata prima della partenza, quando il cronometrista ufficiale annunciò a noi e a Mario che alle 6:00 in punto avrebbe fatto scattare il cronometro, come gli avevano detto di fare dalla Federazione. Tentammo inutilmente di spiegargli che era un tentativo di record e non una gara e che quindi in fondo si poteva partire quando volevamo noi, ma il giudice fu irremovibile. A noi ‘girarono’ abbastanza e a Mario toccò partire in fretta e furia, niente interviste, niente video, poche foto. Non ci restò che seguirlo per tutto il giorno con l’elicottero facendoci trasportare da un rifugio all’altro. Mario ci aveva dato una tabella di marcia con i passaggi che rispettava al minuto».

CORRERE, INSIEME

Uno dei fattori più straordinari della cavalcata di Mario Poletti sul sentiero delle Orobie, forse uno dei più sottovalutati, fu il concetto di correre ‘insieme’. Insieme a quelli che erano i suoi compagni di allenamento e in definitiva anche i suoi avversari nel corso di tante gare per tutta la carriera in giro sulle Alpi e per il mondo, tanto per cominciare. Insieme agli escursionisti e ai camminatori più lenti sul percorso che lo aspettavano, lo seguivano con lo sguardo e lo applaudivano. Insieme a tutti quelli che fino a pochi giorni prima non sapevano nemmeno dell’esistenza del Sentiero delle Orobie ma che sapevano del tentativo di record perché l’avevano letto sul giornale. Tutti, nessuno escluso, correvano idealmente con Mario. Curioso no? Gli avversari che diventano supporter, Il CAI e i suoi rifugisti che diventano partner di un atleta alle prese con il superamento dei propri limiti contro il tempo. Questo sentirsi uniti da parte di tutti gli appassionati della montagna ci offre un’idea di quanto il record di Mario sia diventato in realtà un urlo di gioia collettiva di tutti gli appassionati di running e di montagna bergamaschi. «L’organizzazione delle staffette era stata abbastanza semplice – dice Mario -: avevo chiesto ai miei amici con qualche telefonata di assistermi lungo il percorso. Il compito era quello di aiutarmi con le traiettorie soprattutto in discesa, passarmi da bere e qualcosa da mangiare ogni tanto, dato che io correvo da un rifugio all’altro in scarpe da running, calzoncini e maglietta, leggero e senza zaino. E poi soprattutto nell’ultimo tratto, quello della Ferrata della Porta alla Presolana che è tecnicamente il più impegnativo, dovevano tenermi d’occhio e ripigliarmi per le orecchie in caso di errore o di svarione, dato che procedevo slegato. Per fortuna tutto andò bene». Quello che forse ha segnato il passaggio tra l’epoca delle skyrace e dei trail è stato proprio questo concetto: l’idea di passare dall’indipendenza all’autonomia. Correre indipendenti sulle montagne implica il concetto di usufruire della assistenza in gara offerta dagli organizzatori, si è indipendenti tra un punto di controllo o di ristoro e un altro e tra corridori ma questo è più simile a quello che avviene alle gare su strada che non in montagna. Nel trail running invece spetta al concorrente fare fronte alla complessità del percorso e alle variazioni meteo e gestirsi, in autosufficienza. Serve essere solidali con gli altri. Nel tentativo di Mario si può dire che abbia corso in una specie di condizione speciale e bellissima intermedia tra le due possibilità, dove ad amplificare le sue qualità sportive e la sua tenacia si sono alternati gli amici e gli appassionati in attesa sul percorso. In questo senso il suo record è molto vicino al concetto atletico e sportivo della skyrace, ma anche alla solidarietà tra concorrenti tipica del trail e in ultima analisi anche dell’alpinismo. In questo senso Mario e il suo record, insieme agli organizzatori e al CAI, hanno precorso ampiamente i tempi, indicando una direzione da seguire.

TRIONFO AL PASSO DELLA PRESOLANA

Superata la crisi dopo il Rifugio Curò, tra il Valico della Manina e il Rifugio Albani e dopo il Sentiero della Porta, dopo 8h23’ di corsa ininterrotta Mario Poletti è in Cima al Visolo. Da quel punto è tutta discesa e in una picchiata velocissima, scortato tra gli altri da un giovanissimo Marco Zanchi, arriva al Passo della Presolana in 8h52’31’’, abbattendo nettamente il muro delle nove ore che si era idealmente e segretamente prefissato. Al Passo, dove è stato preparato un arrivo degno del Giro d’Italia, ad aspettarlo ci sono centinaia di persone che lo acclamano e lo applaudono, tra questi anche Renato Pasini, l’ex-detentore del record. I due si stringono la mano e si abbracciano, avviene il virtuale passaggio di consegne. Il cronometrista ufficiale certifica il tempo e una pietra angolare del trail running e dello skyrunning Italiano viene fissata. Il record è lì da battere, a tutt’oggi, per chi ci vuole provare. Non è facile. ma in fondo i record sono fatti apposta per essere battuti, prima o poi succederà.

DAL RECORD ALL’OROBIE ULTRA TRAIL

Dopo il record di Mario Poletti il Sentiero delle Orobie ha conosciuto alcuni anni di gloria, sul percorso sono stati organizzati nel 2007 i Campionati Mondiali di Skyrunning, ai quali ha preso parte anche un certo Kilian Jornet. Su un percorso a staffetta suddiviso in tre tronconi è stato possibile verificare l’assoluto valore della sua performance solitaria, paragonabile a quella degli atleti partecipanti in staffetta. Poi dopo, nonostante gli sforzi organizzativi e promozionali, anche per via della virata del gradimento dei runner e degli organizzatori verso le gare trail, la skyrace sul Sentiero delle Orobie e andata a sparire. Il Sentiero delle Orobie è ora tornato a essere terreno propizio per l’escursionismo e per la corsa in autonomia e l’Orobie Ultra Trail è diventata la gara di riferimento della bergamasca e non solo, si tratta in effetti di una vera e propria kermesse internazionale. «Abbiamo deciso di scegliere un percorso diverso da quello del Sentiero delle Orobie, coprendone solo alcuni tratti – a parlare è Paolo Cattaneo, responsabile tecnico della gara, organizzata da Spiagames Outdoor Agency – per dare un’interpretazione diversa del territorio. Il percorso è tecnico e impegnativo, si toccano Clusone e Carona, due località in cima alla Valle Seriana e Brembana ed entrambi i tracciati arrivano a Bergamo Alta. È una gara che coinvolge tutta la provincia e che porta idealmente le Orobie nel cuore della città. C’è una forte connessione del territorio con la gara, che si è radicata con forza. Abbiamo molti partecipanti che non hanno mai corso nemmeno una maratona, non sono runner o trail-runner ma appassionati delle Orobie che hanno voglia di mettersi alla prova e che vogliono condividere con un gruppo di amici il piacere della corsa e di tutta la preparazione necessaria».

Forse il più bel frutto dell’impresa sportiva di Mario Poletti è proprio questo: l’essere riuscito con il suo entusiasmo e la sua passione per la montagna oltre che per la corsa a fare amare le Orobie e i suoi sentieri ai bergamaschi. Nella scia del suo record ci sono centinaia di corridori amatoriali, alcuni grandi del trail running internazionale come Oliviero Bosatelli e Marco Zanchi e tanti gruppi di appassionati volontari che, coordinati da Spiagames Outdoor Agency, ogni anno si mettono con entusiasmo al lavoro per fare da supporto ai concorrenti della Orobie Ultra Trail. Radicare una gara vuole dire in definitiva farla crescere a partire da un seme. Quel seme lì, sulle Orobie, si chiama senza dubbio Mario Poletti. Qualcuno forse negli anni a venire – non senza fatica – potrà portargli via il record del Sentiero delle Orobie, ma nessuno mai potrà portargli via il merito di essere genitore di un movimento così grande. E per questo noi, a Mario, non diremo mai abbastanza volte grazie.

I PASSAGGI

Partenza, Valcanale, ore 6:00 del 7 agosto 2005

Rifugio Laghi Gemelli, ore 6:59 

Rifugio F.lli Calvi, ore 8:01 [

Rifugio Brunone, ore 9:28

Rifugio Coca, ore 10:32

Passo Manina, ore 12.18

Pizzo di Petto, ore 12:59

Rifugio Albani, 13:36

Cima Visolo, 14:23

Passo Presolana 14:52

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L’arrivo di Poletti. Alle spalle, a fare da pacer, un giovanissimo Marco Zanchi ©Carlo Brena

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