87 anni di Mezzalama

Come ci si vestiva e che attrezzatura si usava in passato per partecipare alla regina delle gare di scialpinismo, il Mezzalama? Ecco la risposta alla vostra curiosità.

1933

Per trovare l’attrezzatura degli anni Trenta ci siamo rivolti ad Amedeo Macagno: giornalista, esperto, ma soprattutto collezionista di sci. Di tutte le epoche, di ogni disciplina. Ne ha migliaia. E dal 1992 organizza anche una gara di sci d’epoca (che ha pure brevet- tato nel 1998) sulle piste della Via Lattea, in Piemonte, nelle ultime edizioni sulle nevi di Sauze d’Oulx.

SCI / Sono di legno finlandese, tra i più am- biti. Negli anni Trenta si sceglievamo misure più corte per lo scialpinismo rispetto alla di- scesa, tra 180 e 200 centimetri, con un peso, lamine e attacco di alluminio compreso, in- torno ai 3,5 chili.

ATTACCHI / Dopo le chiusure in cuoio, una ri- voluzione arrivò proprio nel 1933 con l’attac- co Kandahar, inventato da Guido Reuge. Un paio di dettagli: sotto il piede c’è una fessura per fissare in modo più serrato lo scarpone con un laccetto, lo stesso schema anche nel- la parte posteriore per bloccare lo scarpone in modo da non sciare a telemark in discesa.

PELLI / Erano davvero di foca. Anche se non tutti erano d’accordo sull’utilizzo, ma non perché fossero di foca, ma perché riteneva- no che ogni sciatore di livello dovesse salire senza ausili sotto gli sci! Tra questi puristi anche lo stesso Ottorino Mezzalama.

© Federico Ravassard

1971

Con i fratelli Aldo e Roberto, Gianfranco Stella ha vinto il primo Mezzalama del dopoguerra, nel 1971. Da Asiago si sono trasferiti in Valle d’Aosta, al Centro Sportivo Esercito, arruolati come fondisti. E tutti erano anche in Nazionale. Lo scialpinismo era lo sport di fine stagione dopo le classiche della Scandinavia. Gianfranco e Aldo con Palmiro Serafini hanno vinto il Mezzalama anche nell’edizione del 1973.

SCI / Lo sci era quello da fondo: per lo scialpinismo veniva portato alla Tua di Biella per essere laminato. Per una maggiore sicurezza in discesa su fondo ghiacciato, ma soprattut- to per strutturare di più lo sci viste le tante rotture.

SCARPONI / Come quelli da fondo, ma con una sporgenza nel tallone per poter agganciare i ramponi. Una curiosità: sopra la scarpa, per evitare il freddo, veniva aggiunta una calza di lana appositamente tagliata. Uno stratagemma rubato ai fondisti scandinavi.

PICCOZZE / Nella foto ne vedete due. Nella prima edizione è stata usata quella più lunga poi, visto che non c’era una regola precisa sull’utilizzo, in quelle successive se ne sceglieva una più corta, alla fine anche di pochi centimetri, ancora più piccola della seconda che vedete nella foto.

© Stefano Jeantet

1997

A Bormio per tutti Enrico Pedrini è il Chicco. Arriva dal fondo, dove ha vestito i colori della Nazionale ben otto anni. Con Fabio Meraldi e Omar Oprandi ha vinto il Trofeo Mezzalama nel 1997. E in coppia con Meraldi si è aggiudi- cato anche quattro edizioni della Pierra Menta, dal 1995 al 2000. Guida alpina, si occupa anche della sicurezza della pista Stelvio in occasione delle gare di Coppa del Mondo di sci alpino a Bormio.

SCI / Il modello è della Ski Trab: lunghezza 180 cm, peso di circa 1,3 chili, 61 sotto il piede. I primi scarponi erano i Dynafit TLT, adattati con un velcro al posto del gancetto del gambetto. Poi sono arrivati i primi Gignoux in carbonio.

ARTVA / L’apparecchio di ricerca in valanga è diventato obbligatorio proprio nel 1997, ma in quella edizione era stato dato alle squadre anche un telefono portatile, visto che la Omnitel era tra gli sponsor e il telefonino era anche tra i premi per i vincitori...

TUTA / Le tute dedicate solo allo scialpinismo sarebbero arrivate dall’intuizione di Valeria Colturi. Si utilizzavano anche quelle da fondo della Nazionale, in lycra, passate in sartoria per inserire una cerniera centrale e due tasche per poter sistemare le pelli.

© Marco Andreola

2017

Di Mezzalama Matteo Eydallin ne ha vinti quattro, il primo nel 2009, gli altri tre consecutivi nel 2013, 2015 e 2017. Classe 1985, di Sauze d’Oulx, portacolori dell’Esercito, nel palmarès anche le altre classiche della Grande Course: Pierra Menta, Patrouille des Glaciers, Tour du Rutor e Adamello Ski Raid. Ha vinto anche quattro ori ai Mondiali e la Coppa del mondo nell’individual.

RAMPONI / Il nuovo modello Skimo Race del- la Camp ha un sistema di allacciatura privo del classico archetto frontale, sostituito da un fermo che una volta regolato per i pro- pri scarponi rende ancora più veloci i cambi d’assetto.

SCI / Il nuovo Dynastar Pierra Menta F-Team pesa 640 grammi nella misura da 160 cm. Anima ultra-leggera in Dynacell (materia- le derivante dall’industria aerospaziale), tre volte più leggera del legno di Paulownia. Tec- nologia Carbon Ply con fibre di carbonio appiattite e intrecciate per un maggiore ritorno elastico.

OCCHIALI E MASCHERA / Sono firmati dallo stesso Eyda nel nuovo progetto Steppen: occhiale (giallo trasparente con lente specchiata) e maschera (rosa e gialla) nel suo stile, per non passare inosservati. Info: sportiscrew.com

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122. SOSTIENI IL GIORNALISMO OUTDOOR DI QUALITÀ ABBONANDOTI A SKIALPER

© Federico Ravassard

 


Le migliori birre après-ski

Visto che abbiamo lanciato il numero 129 #inspired by pizza power... con una buona pizza non può mancare la giusta berretta. Ed ecco che vi proponiamo il test che abbiamo pubblicato sul numero 109 ;)

Un classico di fine gara, una birretta. Sì, ma quale? Facciamo un test? Allora abbiamo chiamato Luca Giaccone, che non sono io, ma un mio omonimo che è anche uno dei più importanti esperti del settore, autore della guida Slow Food sulle birre. Io al massimo vi avrei detto: «a me piacciono le birre che sanno di birra». Lui sa tutto in materia. Così abbiamo cercato un po’ di birre in mezzo ai monti, quelle artigianali così come quelle ‘industriali’. Non tutte per carità, ma un po’ di valli sull’arco alpino le abbiamo toccate. Una sorta di edizione zero, senza pretese di avere trovato tutte le birre possibili, senza dare giudizi definitivi. Poi abbiamo chiamato un terzetto di ‘esperti’: un atleta, Pippo Barazzuol, che abbiamo scoperto che la birra se la fa in casa, una Guida alpina, Alessio Cerrina e un allenatore di sci, freerider e gestore di rifugio (il Valasco nelle Alpi Marittime), Andrea Cismondi, per avere anche un loro parere.

© Federico Ravassard

«Le degustazioni, quelle vere - ha subito messo le cose in chiaro Luca Giaccone - sono per pochi e interessano pochi. Alla fine ognuno beve la birra che preferisce. Ma una cosa è certa, fa bene e vi porto l’esperienza di mio padre che a 80 anni fa ancora tanti chilometri in bicicletta all’anno e tutti i giorni si beve una birra…». Luca ha spiegato le differenze tra le etichette, gli errori più comuni, ci ha insegnato a sentire i profumi, pensate, persino a riconoscere la provenienza dei luppoli. Ci ha raccontato migliaia di aneddoti, con una passione dentro che eravamo tutti lì assorti nei suoi fantastici discorsi. E poi Claudio Manoni, chef del Caffè Bertaina di Mondovì, dove siamo stati ospiti, si è fatto prendere con una serie di piatti incredibili, giusti per i vari abbinamenti. Cibo-birra, altra aspetto che pochi di noi prima avevano considerato. Cosa ne è venuto fuori? Che le birre si distinguono in due grandi famiglie, lager (a bassa fermentazione) e ale (ad alta fermentazione) e forse questo lo avevamo letto da qualche parte. Che quando si versa nel bicchiere la schiuma bisogna farla eccome, che il doppio malto è una dicitura tutta italiana che non esiste nel mondo, che più che la data di scadenza bisognerebbe inserire quella di produzione, perché molte birre maturano nel tempo. Che le birre industriali tanto male non sono, anzi: se prodotte con qualità all’inizio perdono pochissimo nel processo di pastorizzazione, prima dell’imbottigliamento. Che il livello dei birrifici italiani è molto alto (pensate che la birra Elvo di Graglia, nel Biellese, che – ahimè - non abbiamo bevuto, ha vinto tre premi all’European Beer Star, battendo anche i tedeschi nella categoria German style…), che molti propongono abbinamenti particolari e interessanti, persino il genepy. Abbiamo capito che c’è la birra ideale per il fine-gara che va giù leggera che è una meraviglia, quella che va benissimo con un piatto di ravioli, quella che serve nel relax davanti al camino. Insomma che ognuno può trovare la birra che preferisce. Qualcosa abbiamo capito, abbiamo un briciolo di consapevolezza di quello che beviamo e siamo pronti a un vero test, il più atteso della prossima stagione. E allora, mastri birrai, segnalateci le vostre birre, atleti e appassionati mandateci la vostra candidatura e soprattutto il vostro curriculum in materia...

© Federico Ravassard

IL TEST

ARTIGIANALI

 

TROLL Daü

Vernante (CN)

www.birratroll.it

Gradazione alcolica: 3.9

Descrizione: dal birrificio della Val Vermenagna una birra bionda e aromatizzata. L’abbiamo bevuta come aperitivo ed è piaciuta a tutti per la sua leggerezza tanto che alla fine l’abbiamo nominata come la più adatta per il dopo gara.

 

BEBA Toro

Villar Perosa (TO)

www.birrabeba.it

Gradazione alcolica: 6.8

Descrizione: una birra ambrata, molto profumata e corposa. Poca amara: viene consigliata con le carni rosse o i formaggi, noi l’abbiamo bevuta con i ravioli al plin: un abbinamento che è piaciuto tantissimo a tutta la tavolata.

 

LES BIÈRES DU GRAND ST. BERNARD Gnp

Etroubles (AO)

www.lesbieres.it

Gradazione alcolica: 8

Descrizione: il birrificio valdostano si trova sulla strada del Gran San Bernardo: tra le tante birre prodotte abbiamo scelto quella al genepy. Una pils con gradazione alcolica più alta, che va benissimo lontano dalla gara, nei momenti di relax.

 

REVERTIS 33

Caiolo (SO)

www.revertis.it

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: il birrificio valtellinese utilizza il livello di amaro misurato in percentuale per nominare tutti i suoi prodotti. Abbiamo bevuto la 33: una pils piacevole che ha sorpreso tutti per i suoi profumi, facilmente riconoscibili.

 

BATZEN BRÄU Urporter

Bolzano

www.batzen.it

Gradazione alcolica: 5.5

Descrizione: un birrificio nel cuore di Bolzano nella storica Ca’ de Bezzi dove bere e mangiare. Da qui arriva la Batzen Bräu: noi abbiamo bevuto la Porter, birra ad alta fermentazione e di colore nero. Piaciuta a tutti, da bere a fine serata davanti al camino.

 

SUPERMERCATO

 

MENABREA La 150° bionda

Biella

www.birramenabrea.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: la 150 è la birra prodotta per celebrare i 150 anni di fondazione del birrificio biellese. Abbiamo scelto la lager, una bionda sempre molto bevibile. Va benissimo dopo una lunga gita.

 

PEDAVENA

Pedavena (BL)

www.fabbricadipedavena.it

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: una istituzione per i veneti, la birra Pedavena, insieme all’altra linea, la birra Dolomiti. Birra chiara e leggera che è piaciuta molto, anche in questo caso ideale per ‘consolarsi’ nel dopo gara.

 

FORST Kronen

Forst/Lagundo (BZ)

www.forst.it

Gradazione alcolica: 5.2

Descrizione: alzi la mano chi andando verso la Val Venosta non si è fermato a mangiare e bere alla Forst. Noi abbiamo bevuto la Kronen, una birra corposa, ma davvero gradevole.

 

ALTRE ARTIGIANALI

 

1816 LA BIRRA DI LIVIGNO Pils

Livigno (SO)

www.1816.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: la birra più alta d’Europa, questo il lancio del birrificio di Livigno con si identifica nella quota di produzione. Classica bionda, fresca e leggera.

 

STELVIO Dahu

Bormio (SO)

www.birrastelvio.it

Gradazione alcolica: 6

Descrizione: l’azienda di Bormio che produce il Braulio ha anche la linea di birre, la Stelvio. Una birra rossa dove si sente la tostatura del malto. L’abbiano bevuta insieme ai formaggi: un ottimo abbinamento.

 

MASO ALTO Ruspante

Lavis (TN)

www.masoalto.com

Gradazione alcolica: 5.5

Descrizione: si chiama agribirrificio perché producono anche orzo e luppolo utilizzati poi nelle birre. Tra le tre birre trentine abbiamo bevuto la Ruspante: birra ambrata, ottima con i formaggi.

 

BIRRA DI FIEMME Weizenbier

Daiano (TN)

www.birradifiemme.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: dalla Val di Fiemme, abbiamo scelto la Weizenbier. Poco amara e dal sapore fruttato dove si avverte l’aroma di chiodi di garofano.

 

UN'ALTRA BIRRA DA SUPERMERCATO...

 

CASTELLO La Decisa

San Giorgio di Nogaro (UD)

www.birracastello.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: dal Friuli ecco la birra Castello. Abbiamo provato La Decisa: una lager a bassa fermentazione. Equilibrata e piacevole da bere.

 

... PER LA PIERRA MENTA...

 

BRASSERIE DU MONT BLANC La Blanche

La Motte-Servolex (FRA)

www.brasserie-montblanc.com

Gradazione alcolica: 4.7

Descrizione: quando si va alla Pierra Menta si trova un po’ dappertutto la birra prodotta vicino a Chamonix. Tra le tante abbiamo bevuto La Blanche. Davvero piacevole, leggera, perfetta insieme ai formaggi.

 

ALPHAND Stout

Vallouise (FRA)

www.brasserie-alphand.com

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: la birra prodotta da Luc Alphand, insieme al fratello Lionel, nei pressi di Briançon. Tra le tante birre in produzione abbiamo scelto la Stout che ricorda un po’ le irlandesi. Ottima per il fine serata.

 

... E INFINE UNA SPECIAL GUEST

 

BARAZZUOL Pippo

A casa sua

Gradazione alcolica: non si sa...

Descrizione: special guest, la birra di casa Barazzuol. Se la fa lui e se la beve solo lui, ovviamente. A Pippo piace e a noi? Sì, e ha anche passato anche l’esame di Luca Giaccone. Qualche piccola modifica da apportare nella produzione, ma ci siamo.

 

IL PARERE DEL MEDICO

Proibita per i top, ok per gli altri

Anche se dopo la gita è spesso una tradizione consolidata e socialmente molto coinvolgente, la birra, come tutti gli alcolici, non dovrebbe far parte della dieta standard dell’atleta. Prima e durante gli allenamenti o gare è assolutamente controindicata, nel recupero è spesso concessa anche se il suo poco alcol può essere sufficiente a compromettere questa importantissima fase della preparazione atletica. Non vorrei però neanche demonizzare la birra: per prima cosa ha poco alcol, meno della metà del vino per esempio, poi contiene una quantità di sali non trascurabile (potassio e fosforo, ma molto dipende dal tipo di acqua utilizzata per la preparazione) e non ultimo è ricca di folati, vitamine indispensabili al nostro organismo. Quindi? Per gli atleti di vertice, i professionisti che vivono del loro fare sport, la birra, come gli altri alcolici, secondo me è un piacere proibito, chi invece, come la maggior parte di noi, fa sport per il piacere di farlo e non ha sogni olimpici, può godersi tranquillamente la sua birra, senza esagerare, dopo una gita epica. Non siamo in fondo nati solo per soffrire anche se il piacere può avere un prezzo da pagare.

Alessandro Da Ponte

 

 

 


Sono Eyda e non cambio

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124. SE VUOI RICEVERE TUTTI GLI ARTICOLI DI SKIALPER NELLA TUA CASELLA DELLA POSTA, ABBONATI

Destinazione Gap, a Montmaur, il buen retiro di Matteo Eydallin. Lì, in mezzo al verde, con due cavalli, un mulo, una pecora, due cani. E la fidanzata. Che è veterinaria. La sua vacanza. Per uno che detesta la folla, difficile immaginarlo in spiaggia ad agosto. In fondo c’è tutto quello che serve: strade giuste per pedalare, con la corsia dedicata ai ciclisti, e soprattutto la falesia di Céüse.

Cinque Mezzalama, vuol dire che sei stato al vertice per oltre dieci anni. Qual è il segreto?

«Ho sempre cercato di fare quello che mi piaceva nella fase della preparazione. Non mi sono mai imposto troppe regole: al mattino esco in bici perché mi piace pedalare con gli amici, nel pomeriggio cammino quasi un’ora per arrivare ad arrampicare e lì poi mi concentro sui miei progetti. Non sto troppo a pensare: devo fare tot metri di dislivello, altrimenti rimango indietro, ma li metto insieme come voglio io. Forse è un auto-inganno, per farmi piacere le cose. Forse chissà, allenandomi di più avrei vinto di più, ma sarei rimasto competitivo per meno tempo. Non lo so e non mi interessa: per me ha funzionato così e continuo così, senza tanti sbattimenti. Perché cambiare? Mi alleno ancora volentieri, ma pedalando e scalando. Credo che anche il corpo e la mente ne abbiano un beneficio».

Una sorta di anarchia nell’allenamento?

«Non direi così. Anarchia sarebbe non allenarsi e andare a gareggiare. Mi alleno con il mio metodo. Chiamalo metodo steppen se vuoi. Credo che ogni atleta dovrebbe arrivare a trovare il suo lavoro di preparazione ideale, e lì sta anche la bravura di un allenatore. Le linee guida si sanno, ma ognuno deve applicarle al suo stile di vita. A me non piacciono le ripetute, per esempio, non le faccio, piuttosto vado a una notturna, mi metto il pettorale e pompo a mille. Non so neppure se ho raggiunto la soglia, non ho neanche l’orologio che me lo dice, ma capisco che uno stimolo al mio corpo l’ho dato. Di scientifico non c’è nulla - lo so - diciamo che è tutto gestito in modo naturale, senza stress».

Perché la testa conta come le gambe.

«Più delle gambe. Per questo dico che se butti tante energie mentali per troppe regole in allenamento alla fine ne hai di meno il giorno della gara. Di solito quando punto un evento, mi concentro tutto su quello, ma senza un programma preciso. Per esempio prima delle finali di Campiglio avrei dovuto scaricare, ma la testa era già al Mezzalama. E allora dentro con tanti lunghi, anche spingendo: alla fine a Campiglio sono andato bene e il Mezzalama l’abbiamo vinto. Non mi è pesato mentalmente, anzi. Il giorno della gara sai che devi fare fatica e io il giorno della gara ho voglia di fare fatica. Perché la testa è solo su quello: sono pronto a dare il massimo in quel momento».

Eyda sta armeggiando per regolare l’attacco di un vecchio monosci, c’è un raduno old style sulle nevi della vicina Devoluy e lui vuole partecipare proprio con quello. Una vita legata allo sci la sua, prima con sci club Sauze d’Oulx, poi con il passaggio dall’alpino allo scialpinismo grazie all’amico Federico Acquarone che lo ha coinvolto nella nascente squadra del Comitato Alpi Occidentali. Vedeva gli amici fare la gita con le pelli, ma mai avrebbe pensato a un futuro agonistico. Adesso in pista non ci va più, scia sempre a fianco e, se per forza la incrocia, fa un dritto per arrivare in fondo veloce. Comunque nell’albo dei maestri c’è sempre, agli aggiornamenti ci va e quando gli istruttori lo vedono sanno chi è, ma capiscono subito che non ha più la stessa confidenza con lo sci da pista, almeno nei primi giri. Tutto poi torna come prima. Insomma, questione solo di abitudine.

Come hai visto l’evoluzione dello ski-alp?

«L’involuzione dello scialpinismo (ride). Quando ho iniziato io c’erano un sacco di gare, un vero boom, dalle notturne alla Coppa Italia. Adesso sono rimaste quelle che tirano, le altre fanno fatica o chiudono. Forse qualcosa di più di un naturale assestamento. Manca quell’ambiente più familiare che c’era prima, ora è tutto esasperato, dai regolamenti ai costi, e alla fine ti fai la gita. Se poi ci metti il discorso delle divisioni, che fanno schifo, allora il cerchio si chiude. Le Olimpiadi? Andrebbero bene se ci fosse un sistema organizzato alla base, non penso che tutto si crei solo perché si va ai Giochi. E poi quante nazioni sono pronte?  Secondo me il principio è quello di non buttare lì gare tanto per farle. Cosa andiamo a gareggiare in pista, se la maggioranza delle stazioni non vogliono lo skialp? Partiamo presto e i pochissimi che sono attorno a noi non sanno neppure cosa stiamo facendo. Almeno ci fosse un minimo di promozione. Andiamo alle Olimpiadi a far ‘sta roba? Secondo me perdiamo lo spirito dello scialpinismo».

E quella dei materiali?

«Credo che sia stata fondamentale. Nel mondo race c’è stata un’evoluzione incredibile, soprattutto in termini di leggerezza. Il nostro sci può essere estremo, ma adesso puoi trovare aste più larghe, attacchi che tengono benissimo, scarponi performanti che derivano da quello progettato sui nostri: un sistema che ti permette di non ammazzarti di fatica in salita e divertirti al massimo in discesa».

© Gabriele Facciotti

E nella tua sciata?

«Lavoro sulla tecnica che ti porta a sciare veloce in gara o comunque a risparmiare energie per affrontare la salita successiva senza avere le gambe fuse anche dalla discesa. Vado in tutte le condizioni, nebbia, crosta, polvere, marmo, sempre con gli sci da gara: solo così trovi le sensazioni e gli equilibri giusti. Credo che lo skialp non sia metri di dislivello in pista e cardio, ma sensibilità e lettura delle linee in discesa: per questo secondo me le gare in pista non sono vere gare. Quando mi allenavo da ragazzo il gigante iniziava a metà pista rispetto all’arrivo della seggiovia, e noi nel mezzo andavamo fuori pista a fare i deficienti, a saltare con gli sci da gara. Il fatto di essere stato sempre sulla neve mi ha aiutato a capire tante cose più rapidamente quando devi scegliere la traccia giusta in discesa. E magari trovare una linea di polvere dove puoi andare dritto, invece di rimanere dove devi fare lo slalom in mezzo alle bandierine. Una sorta di conoscenza acquisita, comunque affinata negli anni. Se poi qualcuno ti passa in discesa non importa, anzi. Le differenze sono minime e se lo vedi cadere passi da un’altra parte. E di solito comunque non mi staccano in discesa…».

Quanto vai ancora a sciare per divertimento?

«Una volta ero più malato. Ho fatto diverse uscite sul Bianco, Diable, Tour Ronde, altre sul Rosa, adesso sono preso dall’arrampicata, è un periodo così. Di canali ne faccio ancora in primavera, ma solo qui vicino, negli Écrins e nel Devoluy, senza sbattimenti per cercare le condizioni. Se ci sono vado, altrimenti preferisco arrampicare. Poi non fanno per me le alpinistate: camminare, alzarsi presto, prendere freddo, la quota, lo zaino pesante. Torno al discorso di prima: lo farei solo se avessi il trip di scendere un certo canale perché mi son messo in testa di sciarlo. Adesso ho in testa l’arrampicata e voglio migliorarmi in quello: l’anno scorso un 8b, quest’anno sono partito con diversi 8a, vorrei chiuderne un altro di 8b in estate. Sempre qui a Céüse. Mi piace fare sport, ma lo sport che mi diverte e ho voglia di praticare».

Oggi nel pomeriggio non va ad arrampicare. C’è il figlio di un amico che punta a entrare in una scuola sportiva, ci sono dei test da superare, gli ha chiesto consigli e l’allenamento di Eyda per un giorno è questo. Un po’ di esperienza sul campo sul come affrontare e gestire un certo tipo di sforzo. Al futuro non ci pensa, vive molto di presente, non si immagina cosa farà da grande. Finché avrà voglia di gareggiare continuerà, poi si vedrà.

Ti immagini allenatore?

«Di pali non credo proprio! Vedo tanti più giovani alle gare di skialp, ma a quattordici anni non ti inventi di diventare un garista. C’è la necessità che ci sia qualcuno che li porti prima di tutto in allenamento e poi alle gare. Tutto deve partire dagli sci club, bisogna iniziare a inserire anche lo scialpinismo nei loro programmi. Un giorno vai con le pelli, un altro fai freeride, un altro ancora gigante e così ti diverti pure a quell’età. E magari anche quelli presi meno dai pali continueranno e faranno anche le gare».

© Gabriele Facciotti

Eppure di esperienze da raccontare, da come si gestisce una crisi a come si organizza una gara a squadre, ne hai.

«Sì, ma sono esperienze personali, bisogna sempre saper bene con chi ti confronti. Io non ho una pompata esplosiva, ma so bene che quando parto devo dare tutto, anche se non vado a regime subito. A volte quel giorno cerchi solo di portare il culo a casa, oppure, se le gambe ci sono, sai che comunque la luce non si spegne, basterà anche solo bere per riprendersi. Per questo amo le gare lunghe. Le gare lunghe e in squadra. Ho sempre avuto compagni fortissimi e tra di noi non c’è mai stato spirito di competizione, la voglia di far vedere chi è più forte. Se capisci che il socio ne ha di più, perché non farti aiutare? Io mi sono fatto tirare anche la prima salita del primo giorno di una gara a tappe, spesso anche quando non era necessario, eppure… Partire in modo non arrembante, saper capire prima che serve un aiuto del compagno e farsi subito aiutare sono le chiavi giuste. Se poi la squadra è la stessa per tanti anni, diventano quasi automatiche».

Testatore?

«Ognuno è vittima delle proprie incoerenze. Su quest’aspetto sono pignolo e preciso: credo che Italo di Scarpa tutte le volte che mi vede diventi matto per quanto lo stresso sull’inclinazione, la ghetta, la chiusura. Lo stesso vale per lo sci, su certi aspetti non transigo: voglio l’attacco quasi due centimetri avanti, perché con lo sci corto preferisco più coda. Ma sono input che do per me, per il mio tipo di sciata in gara. Non mi ritengo in grado di decidere per gli altri: non pretendo di dire a Dynastar di spostare la linea guida del centro o le piastre di rinforzi per tutti gli sci che vanno sul mercato solo perché vanno bene per me».

Per capire meglio Eyda bisogna conoscerlo bene. Parlargli. Una carriera da diplomatico non la potrebbe mai fare. Lui è fatto così, prendere o lasciare. Oppure dare un’occhiata al suo Fiorino dove il navigatore sono vecchi atlanti stradali, Spotify i cd, lo smartphone un vecchio Nokia. Ma non perché voglia essere l’alternativo di turno, semplicemente perché è così. Ma la bici te la sei fatta dare?. Risposta: No, comprata. Altrimenti troppi sbattimenti per fare vedere che la stai usando. Io vado in bici per il piacere di pedalare, mica penso a fare i selfie. E poi non sarei neppure in grado di farli, i selfie.

Con tutto quello che hai vinto non pensi che avresti potuto essere ancora più personaggio?

«Sicuro. La mia immagine non l’ho mai venduta. A dire la verità, le mie performance non le ho mai vendute. So che in questi anni non mi sono fatto amici, non mi sono mai morso la lingua nelle mie dichiarazioni, mi sono sempre preso la libertà di dire quello che pensavo. Sono un esempio di alta performance, vendita zero. Non dico che sia giusto così, sono io che non voglio dare un’immagine diversa da quello che sono veramente per guadagnare di più. Non che i soldi mi facciano schifo, intendiamoci. Sono così, preferisco farmi i fatti miei. Se non mi conosci, dall’esterno potrei sembrare una testa di c..zo e la mia immagine non è così buona: è bravo a fare quello che fa, ma non è quello che noi sponsor vogliano vedere. Se non fosse per mio fratello Stefano sui social il mio account sarebbe inesistente. C’è chi mi stima, sono pochi ma sinceri. Magari altri, conoscendomi meglio, potrebbero farsi un’idea diversa di me. Ma non posso obbligarli. E forse proprio per il fatto che sono sempre rimasto me stesso ho tenuto botta in tutti questi anni».

Ah, siamo tornati a casa con due birre in più nella pancia. Perché una birretta con Eyda è quasi d’obbligo.

© Gabriele Facciotti

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124. SE VUOI RICEVERE TUTTI GLI ARTICOLI DI SKIALPER NELLA TUA CASELLA DELLA POSTA, ABBONATI


Alba De Silvestro «è la vita che mi piace»

Riproponiamo l'intervista pubblicata all'inizio della stagione 2018/19 con Alba De Silvestro, uscita su Skialper 120

Alba è diventata grande. Serena, determinata e chiacchierona. «Eh, non sono più quella che qualche anno fa rispondeva solo sì e no alle domande». Adesso quella che era solo una passione, è un lavoro: Alba De Silvestro è una skialper professionista. «Ho tanti privilegi, ma anche molte responsabilità. Sono finiti i tempi che appena staccavo dal lavoro al bar, sfruttavo ogni singolo minuto per allenarmi: entrando nell’Esercito posso organizzarmi al meglio la preparazione, scegliere come e quando uscire per ogni sessione, curare ogni dettaglio. Magari, se fa brutto, posso posticipare un po’, prima si partiva a qualsiasi ora e in qualsiasi condizione, pur di andare. Al tempo stesso, però, devo essere pronta al massimo per la gara. Prima potevo trovare un’attenuante nel fatto che non avevo avuto il tempo necessario, che ero stanca, adesso non più. E anzi, proprio in questa stagione viene il bello: sarò al primo anno Senior e non avrò più il contentino della classifica Under 23». Tradotto significa che un fuori podio vuol dire proprio fuori dal podio, non più magari la migliore delle giovani. Una prospettiva che non spaventa Alba: «sono qui per questo: è la vita che mi piace, che volevo fare. Magari ad altre mie amiche può sembrare da pazzi andare tre ore a correre sotto la pioggia, ma per me è il massimo. Non mi pesa affatto: sono contenta così». Però c’è quel cronometro che un po’ la assilla…

«Forse una cosa sola mi manca: poter andare in ferie senza pensare al cronometro: a fine stagione sono andata a Tenerife con Katia e Mara (Tomatis e Martine, sue compagne in nazionale, ndr), ci siamo dette, solo in infradito, ma alla fine non so quanti chilometri avremo fatto in bicicletta. Forse una vacanza vera la farò a fine carriera. O forse no, visto che difficilmente mi vedo a star ferma tutto il giorno sulla sdraio a prendere il sole». Alba è il futuro dello ski-alp rosa italiano, è coccolata in azzurro e dai suoi sponsor, ma è rimasta con i piedi per terra. «Non esageriamo, mi sono tolta belle soddisfazioni, ma devo ancora dimostrare tanto. Coppa del Mondo, Mondiali, le classiche de La Grande Course, i traguardi possibili sono tanti, bisogna dimostrare sul campo quanto si vale. Non voglio mettere paletti. Un passo alla volta, poi chissà». Il chissà è presto spiegato. «Hai capito, sarebbe il massimo arrivare ai Giochi Olimpici. Non è che quando sono in caserma i miei colleghi dello sci o dello snowboard mi facciano pesare le loro medaglie, ma di sicuro hanno un fascino particolare. Insomma, non ci sentiamo di serie B, ma se arrivassimo anche noi alle Olimpiadi sarebbe bellissimo, un grande riconoscimento. Anche per le nostre fatiche, aggiungo».

© Achille Mauri

Fatiche doppie quelle di uno scialpinista: avere motore in salita, avere gambe in discesa. Quanto si allena una professionista come lei? «Ho un programma di massima, su questo aspetto sono molto meticolosa. Anche troppo: pianifico tutto. Eppure spesso fai tutti i programmi del mondo e poi li stravolgi. Generalmente due sessioni al giorno, tra corsa e bici d’estate, e poi sulla neve, spesso e volentieri anche in pista. Se riesco con mia sorella Martina: ci siamo sempre allenate insieme, adesso i nostri impegni spesso non coincidono, ma visto che lei è maestra di sci qualche dritta in discesa la ascolto volentieri». Il campo di allenamento preferito sono le montagne di casa del Cadore, la sua casa. «Sono fissata sui percorsi, quando ne trovo uno che mi piace lo faccio in continuazione, fino alla saturazione e cambio tutto. Mi viene da dire basta, poi guardo Strava e vedo che quella salita l’ho fatta cinquanta volte e capisco perché». Poi si stacca, perché esiste la guerriera macina metri verticali e la ragazza della porta accanto, con i suoi sogni e le sue abitudini. «Amo fare stretching la sera, anche il giorno prima della gara, ma lo ammetto, il massimo del relax è alle 14, d’inverno, quando tra un allenamento e l’altro mi metto sul divano mezz’ora con la copertina, il gatto sulla pancia e guardo i Simpsons».

Ride quando la Dynafit le consegna un nuovo pantalone di jeans. «Sono giusti giusti. Vabbè, almeno quando ingrasso me ne accorgo!». Ma come, un’atleta che ha paura di ingrassare? «Beh, calorie ne brucio e faccio attenzione a quello che mangio. Senza eccessi anche in termini di attenzioni: non credo che zucchero e farina facciano male, non sono vegetariana, vengo matta per i dolci. Non amo cucinare, diciamo anche mi arrangio: sono brava proprio solo con i dolci. Fosse per me, andrei avanti ad hamburger e patatine tutti i giorni. Lo so, non sono il massimo per la salute, ma mi piace mangiare male!». Siamo allo Stelvio, pedala sui tornanti, corre, sale con le pelli in ghiacciaio. Poi ci sono da fare le foto-ritratto. «Non sono così maniaca dell’aspetto. Il giusto direi, quello che mi basta per sentirmi bene. I capelli non li curo granché, primo perché non riesco a stare così tanto tempo ferma dal parrucchiere, secondo perché comunque, quando mi alleno, più che la coda non faccio. Peggio ancora per le unghie: cosa le sistemo che tanto le rompo al primo cambio pelli? L’unica concessione è l’estetista, quella sì. E lo shopping con le amiche. Anche se devo sempre cercare i buchi giusti nel mio programma per poter uscire con loro». Giornata finita, si riparte. Alba carica la bicicletta in auto. «Ecco, se ci sono aspetti della mia vita dove sono meticolosa, ce ne sono altri dove sono una casinista vera, come in auto. La metto solo un po’ in ordine quando vado con Manny Reichegger ai raduni». Sorride. Ci sarà anche qualche giornata no, ma si vede che è felice, che sta vivendo la sua passione al massimo.

© Achille Mauri

TESTA E MOTORE

«Quando è arrivata era davvero una ragazzina, adesso è una donna consapevole della sua forza». Così Lillo Invernizzi, il suo coach nel Centro Sportivo Esercito, descrive Alba De Silvestro. «Il motore ce l’ha sempre avuto, adesso è cresciuta di testa. Ascolta e lavora duro, ma bisogna essere forti anche mentalmente nel nostro mondo: lei su questo aspetto è migliorata tantissimo. E sa benissimo dove vuole arrivare». Alba in estate ha una grande passione, le due ruote. «Mi piace anche vedere il ciclismo in televisione - dice -, ma alla fine mi faccio prendere dalle gare… e quasi quasi sudo più di loro, anche se sono sul divano. Allora è meglio uscire». Scelta azzeccata… «La bicicletta nel periodo estivo-autunnale è per noi un’ottima base per fare quantità - ribadisce Manny Reichegger, adesso nello staff tecnico dell’Esercito e della Nazionale, con Denis Trento -, diamo a tutti indicazioni di massima, ma lasciamo ai singoli atleti la possibilità di gestire personalmente cosa preferiscono fare. Che sia corsa, bicicletta, camminate: hanno tutti qualità importanti, ma ognuno deve anche ascoltare il suo fisico e rispondere alle sue esigenze. In questi periodo della stagione abbiamo di solito tre settimane di carico al mese e un raduno collegiale dove valutiamo anche le condizioni, per capire se ci sono modifiche da fare al programma di allenamento». Ma come lavora Alba? «Lei è tosta: le piacciono le due ruote, va benissimo, anzi spesso possono essere anche meno traumatiche rispetto alla corsa in montagna. In questo periodo vedo che va molto, anche più di tre ore ad uscita: è importante che faccia volume in quel modo e poi faccia lavori di qualità di corsa per alternare al meglio la preparazione. Quando arriverà la neve, ovviamente, ci saranno gli sci».

Qual è il programma settimanale di Alba? Lo chiediamo direttamente a lei. «Durante la stagione si va sempre in crescendo, è ovvio. Ma la base è quella di tre uscite a piedi e quattro in bicicletta, anche mountain-bike, ma preferisco le strada. In una stagione arrivo a 5.000 chilometri, diciamo una media di 300 a settimana. Uscite da tre-quattro ore, poi capita anche di arrivare a un centinaio di chilometri e di stare più di cinque ore in sella. Però sono eccezioni, anche perché le mie strade sono di montagna e il dislivello non manca. I veloci li faccio quasi sempre di corsa, preferisco così. Pochi lunghi, al massimo una ventina di chilometri».

© Achille Mauri

Thomas Kähr: i giovani sono fondamentali per la crescita internazionale dello scialpinismo

Cambio al vertice della ISMF, la federsci internazionale dello scialpinismo: lo scorso fine settembre a sostituire Armando Mariotta è arrivato lo svizzero Thomas Kähr. Abbiamo rivolto qualche domanda al neopresidente.

Perché si è candidato alla presidenza?

«La mia motivazione nasce dalla passione per la montagna e per gli sport di montagna. Da molti anni sono un alpinista e arrampico. Lo scialpinismo è diventato la mia attività preferita in montagna. E sono felice e grato di poter ancora gareggiare in diverse manifestazioni di scialpinismo in Svizzera. Quindi, penso di avere buone ragioni per dirlo, conosco lo sport di cui sono presidente. Inoltre, sono in grado di offrire la mia esperienza di lunga data nella gestione generale, nella gestione dello sport e nella comunicazione. Sono fiducioso di poter contribuire in modo significativo a creare una federazione efficiente e gestita senza intoppi».

Lei è vicepresidente dell’UIAA, ci sarà una collaborazione tra le due federazioni?

«A causa di apparenti conflitti d’nteresse ho lasciato tutte le funzioni ufficiali dell'UIAA alla fine di ottobre 2019, data dell'Assemblea Generale dell'UIAA. E - tra l'altro - non avrei il tempo di lavorare per entrambe le federazioni. La questione di una possibile collaborazione non è ancora stata discussa internamente. In questo momento, non escluderei una collaborazione selettiva in aree in cui entrambe le parti possono trarne beneficio, per esempio in materia antidoping o medica».

Quale sarà il suo programma di lavoro per la federazione? Soprattutto per lo sviluppo della Coppa del Mondo?

«Nel campo delle gare di Coppa del Mondo le priorità saranno due: da un lato, svilupperemo ulteriormente la qualità degli eventi esistenti, in particolare nel campo del marketing e della comunicazione e della collaborazione con i nostri organizzatori locali. Poi ci impegneremo nell'organizzazione di gare di Coppa del Mondo nelle Americhe, dove non ne abbiamo attualmente. Questo porterà lo sport a un livello globale con gare di alto livello in tre continenti».

Cosa pensate che si debba fare per lo sviluppo dello scialpinismo?

«Siamo felici di vedere che gode di una crescente popolarità nella comunità degli sport invernali in generale. E sempre più stazioni invernali hanno scoperto questo fantastico sport per arricchire la propria offerta. Lo scialpinismo è di tendenza, perché è sano e vicino alla natura, e non hai bisogno di impianti per essere praticato. Il nostro primo obiettivo sarà quello di ispirare un maggior numero di sportivi a praticare lo skialp. Un ampio movimento giovanile sarà essenziale per sviluppare le gare internazionali. I partner principali per questo sviluppo giovanile saranno le nostre federazioni nazionali che sono vicine alle comunità locali come gli sci club».

E il contratto con Infront? Non pensate che in questo momento sia meglio diffondere gratuitamente le immagini video delle gare per avere più visibilità e solo dopo cercare di ‘vendere’ lo skialp? Pensa che sia possibile avere un canale web per trasmettere le gare in diretta?

«Come ho già detto, marketing e comunicazione saranno una delle nostre priorità nel prossimo futuro. Ne discuteremo anche con il nostro partner Infront, con il quale abbiamo un intenso dialogo».

Olimpiadi, rapporto con La Grande Course, quali sono i vostri progetti?

«Entrare a far parte del movimento olimpico è il sogno di ogni atleta. Questo vale anche per lo scialpinismo. Intanto siamo felici di metterci in mostra in occasione dei prossimi Giochi Olimpici Invernali Giovanili del prossimo gennaio a Losanna, con gare nella vicina Villars-sur-Ollon. Sarà un’esperienza importante per diventare sport olimpico a Milano-Cortina del 2026. Per quanto riguarda La Grande Course, sarà importante avere un rapporto buono e proficuo con gli organizzatori di questi fantastici eventi. La comunità dello scialpinismo è piccola e tutti coloro che ne fanno parte dovrebbero avere un interesse intrinseco a collaborare».

 

 

 


Determinazione Magnini

Proprio ieri sera Davide Magnini si è concesso un bagno di folla nel cuore di Milano, presso Runaway, per raccontare la sua stagione trionfante nelle Golden Trail Series, con le vittorie a Chamonix e Canazei e il secondo posto nel ranking dietro a Kilian Jornet. Una serata nella quale il campione trentino si è messo a nudo, bersagliato dalle domande dei fan sull'allenamento, gli obiettivi, l'alimentazione e tanto altro. Noi lo avevamo incontrato un paio di anni fa e curiosamente ci aveva dato risposte molto simili, perché la dote numero uno di Davide, che in primavera dovrebbe prendere il primo diploma di laurea («per quella magistrale c'è ancora tempo per pensarci, al limite mi prenderò qualche anno in più visto che gli impegni negli ultimi anni sono aumentati») è... determinazione. L'articolo che segue è stato pubblicato sul numero 117 di Skialper.

Incontrando la scorsa estate una mia compagna di scuola da anni trasferitasi in Trentino, dove insegna matematica, siamo arrivati a parlare di Davide Magnini.
«Cosa fai di bello?».
«Sempre in giro a vedere le gare, adesso anche quelle di scialpinismo».
«Davvero? Io avevo uno studente che faceva le gare».
«Ma dai, e chi?».
«Davide. Davide Magnini: bravissimo, preciso e determinato».

Già, le stesse impressioni che ho avuto quando ho incontrato Davide a casa sua. Anzi, il primo aggettivo che mi ha detto quando gli ho chiesto di parlarmi del suo futuro è stato determinazione. Determinazione a fare tutto nel miglior modo possibile. Perché stiamo parlando di un classe 1997 che fa lo skialper di professione, veste la maglia azzurra di corsa in montagna, è conteso dalle aziende, studia all’Università di Trento, guarda caso in ingegneria dei materiali… E come se non bastasse dà una mano anche nel negozio di articoli sportivi di famiglia, Lodosport, nella sua Vermiglio.

«Adesso sono nell’Esercito e faccio il professionista, ma voglio lasciarmi aperte tutte le strade possibili per il futuro». Un’idea precisa ce l’ha, in realtà. Si illuminano gli occhi quando ti fa vedere le tante medaglie conquistate, ordinate una di fianco all’altra su un vecchio tronco, pronte a fare bella mostra nella malga tra i boschi. «Sono quelle conquistate a livello giovanile, adesso proviamo a realizzare un altro tronco da Senior. Voglio arrivare ai massimi livelli in Italia, che vuol dire essere tra i più forti al mondo e se poi lo skialp arrivasse alle Olimpiadi…». Poteva arrivarci nel fondo, nel salto o nella combinata, magari nello sci alpino, poi si è stufato e ha iniziato con lo scialpinismo. Colpa di papà, si potrebbe dire. Quando ci salutiamo sotto casa è la mezza, io devo rientrare, lui ha già un amico che lo aspetta per un’uscita con le pelli in pausa pranzo. «Mio padre è appassionato della neve. Della montagna, ma della neve in particolare. Tutti gli sport sulla. A nove anni mi portava in giro con le pelli, era solo divertimento: una goduria. Quando c’è stata l’occasione di poter partecipare a una gara di scialpinismo sono stato io a chiedergli di poterla fare. Un amore a prima vista e adesso eccomi qui». «Me la ricordo ancora quella gara - racconta il tecnico azzurro Stefano Bendetti, che lo ha seguito dall’inizio nel Brenta Team -; non poteva ancora gareggiare con i Cadetti, ma ha fatto di tutto pur di essere al via, anche se lo avessero messo fuori classifica. Già allora un agonista nato».

© Alice Russolo

A Piancavallo, al via della sprint dei Mondiali, Davide era preoccupato per il vertical del giorno dopo. Di fianco a lui un certo Kilian che gli rispondeva di star sereno che con il suo motore non avrebbe avuto problemi. E infatti ha vinto tra gli Junior con un tempo che lo avrebbe fatto salire sul podio Espoir, a meno di due minuti dallo stesso Kilian, campione del mondo. «Sono sempre un po’ insicuro prima di una gara, penso che avrei potuto fare qualcosa in più in allenamento per dare ancora il massimo in gara. Che ogni volta ci sono delle incognite». Quasi alla ricerca della perfezione, della perfetta performance. Come Kilian. Non è un segreto che il catalano lo abbia cercato per fare insieme la Pierra Menta. Davide dice di no, che non è vero, ma sa che Kilian lo stima come uomo e come atleta. «Non facciamo paragoni, però: anche io sono nato in montagna, ma a tre anni non vivevo a 3.000 metri. E non credo di avere neppure le sue doti. Finora sono riuscito a gestire due stagioni agonistiche, in estate e in inverno, solo perché da Junior finisci prima la stagione, c’è meno dislivello, puoi organizzarti al meglio, sei più libero di testa. Per me questo è il primo anno ‘assoluto’, ad aprile ci sono anche le gare di skialp: alla fine capirò cosa posso e voglio fare in estate. Ci sono tanti skialper che hanno le potenzialità per tutto, come per esempio Michele Boscacci». Ma lui, Davide, finora ha fatto il pieno di risultati nello skialp e nella corsa in montagna. «Però sono più uno skialper. Quando è arrivata la chiamata in azzurro nella corsa in montagna era impossibile dire di no, ma la prima convocazione in Nazionale mi è arrivata nello scialpinismo, anche se forse un po’ per caso. E poi nell’Esercito sono stato arruolato come scialpinista». Eppure le aziende se lo coccolano proprio perché sa andare forte dappertutto. Lo hanno mandato negli States, a gareggiare in Scozia. Per lui questo è un po’ il momento delle scelte. Chissà, magari tra qualche anno lo vedremo alla Pierra Menta e poi all’UTMB. Come Kilian. «Perché alle gare lunghe «non ci ho ancora pensato, ma se le prepari…».

«Quest’estate in ghiacciaio, dopo l’allenamento al mattino, Davide il pomeriggio lo passava sempre sui libri. Una macchina». Chi parla è ‘Lillo’ Invernizzi suo coach dell’Esercito. «Ma non sono così secchione - scherza Davide - solo che le materie che ho scelto mi interessano e la cosa non mi pesa. Fin da piccolo smanettavo a destra e manca: smontavo e rimontavo di tutto. Adesso lo faccio ancora un po’ con il materiale da gara. Anche per questioni pratiche: per esempio ho un piede piccolo (porta il 41), magro e sottile, così sto sperimentando soluzioni personali per avere il massimo comfort del mio scarpone». Sarà, ma anche in quel campo resta la parola chiave: determinazione. Perché potrebbe essere un’altra, futura, anzi futurissima, strada a fine carriera: entrare in qualche azienda del settore per lo sviluppo dei materiali con le conoscenze sui libri e un background da atleta top. Intanto però resta con i piedi per terra, con grande semplicità. «A Vermiglio certo mi conoscono, ci conosciamo un po’ tutti, ma non c’è poi chissà quale grande tradizione per lo scialpinismo. Il pezzo forteresta lo sci alpino. Fa piacere quando qualcuno passa in negozio perché sanno che ci sono e posso dargli un consiglio sullo scialpinismo; in paese mi chiedono come stanno andando le gare, ma non sono certo una star. C’è un fans club che mi segue, ma non sono il re di Arêches come Bon Mardion. In fondo va bene così. Anche perché sono piuttosto riservato. Dovrei cambiare un po’, lo so. Ormai bisogna essere social, bisogna raccontare al mondo tutto. Io sono molto attivo nel mio quotidiano, ma tante volte mi sembra di essere ripetitivo, che dire a tutti, sempre, ogni cosa non possa interessare granché». Adesso fa tutto da solo, ma anche qui, chissà se tra qualche anno non lo vedremo come star del web?

© Alice Russolo

Davide mi fa vedere il ginocchio. Ha preso una botta nell’ultima uscita sulle nevi di casa. È gonfio, succede. Non si risparmia mai. «Perché la salita mi piace, la fatica mi piace. Certe volte quando ho una tabella dura, penso a chi me lo fa fare, ma se sto fermo come oggi non mi passa più. Sento la necessità di uscire ad allenarmi. Lavoro molto su me stesso: è un consiglio che mi ha dato la mia coach nella corsa, Sara Berti. Il miglior modo per prepararsi è quello di conoscersi a fondo. Finora è stato perfetto: vedo che riesco a dare il massimo facendo più intensità e meno ore e continuo su questa strada. Alberi a parte, come l’ultimo che ho ‘preso’ con il ginocchio». Il suoi punti di riferimento sono due: il papà e Michele Boscacci. «Beh, è fondamentale avere una famiglia che ti aiuta, che ti supporta nei momenti delicati. Mio padre è quasi sempre presente alle gare: i suoi incitamenti sono sempre importanti. Con Miky si è creato un ottimo rapporto: oltre all’Esercito e alla Nazionale ci alleniamo spesso insieme. I suoi consigli sono preziosissimi, proprio in questo anno che è quello del salto di categoria tra i grandi. Sembra una frase fatta, ma è la verità: non si finisce mai di imparare. Puoi sempre migliorare in tutto: la tecnica di discesa, l’efficienza in salita. E poi devo incrementare la potenza». Una spugna lo chiama Miky Boscacci. «Ascolta sempre con grande attenzione tutto quello che gli dico, anzi continua chiedere in continuazione cosa faccio, come mi alleno, i miei programmi. Ma è molto intelligente: non prende a scatola chiusa, adatta i consigli al suo fisico. Quando mi chiede quante ore mi alleno per una gara La Grande Course, non è che dopo fa tutte le ore che faccio io, piuttosto studia un piano per le sue esigenze». Ma ce l’avrà mai un difetto questo Davide Magnini? «Non farmi passare come un perfettino! Ne ho tanti anche io. Se devo dirtene uno? Sono un golosone. Mi piacciono i dolci e mangio tantissimo».

Ci salutiamo. L’Adamello è carico di neve, vorrebbe andarci su a mille, ma deve rimanere a casa. Studierà qualche ora. Magari anche di domenica, visto che deve saltare i Campionati italiani. Voleva farli: sarebbe stata la prima individuale tricolore assoluta. E avrebbe voluto dimostrare di poter subito andare al massimo. La sensazione è quella di aver incontrato uno di quelli forti, di quelli che non vorrebbero fermarsi mai, che puntano dritti all’obiettivo che hanno in testa. A vent’anni la strada è ancora lunga, ma Davide sembra davvero aver preso quella giusta.

© Alice Russolo

C'eravamo tanto amati

La stagione dello skialp agonistico sta per iniziare, ma qual è lo stato di salute del movimento? Sul numero di dicembre dell'anno scorso abbiamo pubblicato questa inchiesta per certi versi ancora attuale.

Come sta lo skialp agonistico in Italia? Azzurri sempre protagonisti tra Coppa del Mondo e La Grande Course, ma qual è la situazione del movimento sulle nostre montagne? Partiamo da un dato: in Federazione Italiana Sport Invernali non esiste un numero ufficiale dei tesserati per lo skialp. In realtà non c’è di nessuna specialità, perché nel momento in cui mi tessero non devo specificare il settore. In seconda battuta abbiamo sentito il centro elaborazioni dati della FISI per capire se fosse possibile risalire al numero dei partecipanti partendo dalle graduatorie delle società. Anche in questo caso porte chiuse: si prendono in considerazione solo i risultati di chi fa punti, non di quanti erano in gara. Però ci hanno assicurato che dal prossimo anno, o meglio da fine stagione, il nuovo sistema FisiOnline e soprattutto le recenti indicazioni del CONI sul registro delle società obbligheranno i club a specificare quale disciplina praticano gli associati. Detto questo, abbiamo provato a fare un calcolo empirico attraverso un’analisi della situazione riguardando graduatorie, calendari, classifiche degli ultimi dieci anni.

GRADUATORIE - Se i numeri tutto sommato tengono, controllando i punteggi, il dato che emerge è quello di un concentramento dell’attività in sempre meno club. Nel 2008 nelle prime dieci posizioni c’erano società come Ski Team Fassa o l’Aldo Moro, nel 2009 il Cervino Valtournenche era terzo per l’attività giovanile. Già in quegli anni Brenta Team e Alta Valtellina si contendevano il primato (nel 2011 addirittura erano primo e secondo davanti all’Esercito), ma nel corso delle stagioni le sigle ricorrenti erano sempre le stesse: SO, TN, al massimo qualche AO, BL, BS, LC. Arriviamo al 2018 e i nomi sono sempre di più gli stessi con la Valtellina a farla da padrone: Alta Valtellina seconda, Albosaggia terza, Sondalo sesta, Valtartano ottava, Lanzada tredicesima. E ancora tante Alpi Centrali con Adamello Ski Team, Premana, Gromo, 13 Clusone, Valle Anzasca: in totale dieci club nelle prime venti posizioni. Predominio ancora più marcato ristringendo il discorso all’attività giovanile: degli otto club che superano i 100.000 punti, ben sei sono lombardi. Tiene il Trentino con il Brenta Team (quarto assoluto e sesto tra i giovani) e il Bogn da Nia, la Valle d’Aosta è rappresentata solo dal Corrado Gex (terzo per l’attività giovanile), in Veneto Dolomiti Ski-Alp e Sci CAI Schio. Negli altri Comitati un calo evidente: nelle Alpi Occidentali c’è il solo Tre Rifugi Mondovì (ma numeri bassissimi per l’attività sui Giovani), stesso discorso nel FVG con l’Aldo Moro, solo impegnato a livello Senior.

CALENDARI - Un altro dato significativo sul movimento è quello di controllare il calendario FISI degli ultimi anni. C’è stato un calo: un aspetto che può anche non essere letto in senso negativo, considerando che con meno gare ci sono meno contemporaneità e dunque più partecipanti ai singoli eventi, e considerando anche che in Paesi tradizionalmente forti nello skialp come Francia e Svizzera si arriva alla metà delle gare nel calendario nazionale rispetto e quello italiano. Ma c’è anche un altro punto: fino al 2015 le tre gare LGC italiane, la stessa Sellaronda e moltissime notturne erano dentro, mentre adesso per motivi diversi sono extra FISI. Fatta questa precisazione, resta un dato evidente: il Comitato che tira il movimento è quello delle Alpi Centrali. Un numero di gare costante, tantissime prove che riescono a dare continuità, neve permettendo (in primis il Parravicini, poi Valtellina Orobie, Presolana, Valtartano, Valle di Rezzalo, Pizzo Tre Signori, Pizzo Scalino, Tour del Monscera, Scialpinistica dell’Adamello), altre che fanno ricambio (come Rosa Ski Raid, Mario Merelli c’è, ValcanUp…). «Direi che la situazione è in crescita in alcuni settori - spiega Ivan Murada, anima della Polisportiva Albosaggia e tecnico della squadra del Comitato Alpi Centrali - in calo in altri. I club lavorano molto sui giovani, anche sui più piccoli e non a caso da noi si fanno molte gare per le categorie promozionali. Non c’è stata la concentrazione in poche società, ma tutte portano avanti il loro progetto, magari cercando di collaborare su certi aspetti. Così anche se in alcuni club erano rimasti in pochi, quei pochi hanno portato altri ragazzi e ragazze a fare skialp. Altro discorso, e parlo della Valtellina più che della Bergamasca, per i Senior: anni fa tutte le notturne erano super-partecipate, adesso c’è un calo notevole». Stesso discorso in Trentino. Meno gare certo, ma le storiche (Dolomiti di Brenta o Lagorai Cima d’Asta) tengono botta e nuove ne arrivano. Anche in Alto Adige poche ma buone e più o meno sempre le stesse (Valle Aurina, Val Martello, Tre Cime): si è perso il Tour de Sas, è entrato il Feuerstein. In altre aree la situazione è certamente meno brillante. Su tutte le Alpi Occidentali nel 2008 c’erano ben cinque gare lunghe (Tre Rifugi, Tre Valloni, Trofeo Besimauda, Alta Val Tanaro e prima ancora il Giro del Viso, tutte nel Cuneese, oltre a Periplo del Monte Rosso), nell’ultima stagione, dopo la parentesi di tre anni di Coppa del Mondo sul Mondolè, è rimasta solo la gara biellese. E pensare che ci potrebbe essere il traino (soprattutto a livello giovanile) di ben quattro azzurri da Lenzi (che è vero che è ossolano, ma adesso vive nel Cuneese e si allena sul Mondolè) a Eydallin, da Barazzuol a Katia Tomatis, senza dimenticare la base di tanti appassionati. Discorso analogo in Valle d’Aosta. Ci sono le due prove regine, Mezzalama e Rutor, altrimenti sono rimasti i soli Grand Paradis e Rollandoz che hanno deciso per la biennalità, alternandosi ogni stagione, mentre altre in ambiente (Fiou, Miserin, Fillietroz) non hanno trovato continuità. Vale quanto detto per il Piemonte: i valdostani forti ci sono, il Corrado Gex lavora tanto sui Giovani, ma alla fine in Comitato adesso ci sono solo tre atleti. Rimanendo a Nord-Ovest, pur tra mille difficoltà (la viabilità prima di tutto, con i segni dell’alluvione del 2016) si rivede la Coppa Kluedgen Acquarone, unica gara ligure, anche se adesso trasferita sulle montagne dell’Alta Val Tanaro, nel Cuneese. Anche il Veneto però soffre un po’: prove come la TransCivetta prima e come la Pitturina più recentemente hanno alzato bandiera bianca, rimane forte solo la TransCavallo. «Quando abbiamo deciso di fare i tre giorni - racconta Vittorio Romor - è stata una scommessa, ma alla fine siamo riusciti a vincerla. Ci siamo riusciti dando continuità ai tracciati: la macchina organizzativa è ormai rodata, gli atleti sanno che percorsi dovranno affrontare. Se cambi spesso diventa più difficile: i volontari, che sono la base di una gara, non sanno come muoversi sul territorio, gli stessi atleti non si affezionano. Per questo la Misurina Ski Raid, che organizzavamo come club e per tre anni di fila abbiamo dovuto rinviare per mancanza di neve, abbiamo deciso di trasferirla da noi e siamo riusciti a farla ripartire. I numeri? In questi anni ci siamo stabilizzati, ma vedo ancora poco ricambio generazionale. Le squadre dei Comitati tengono i ragazzi e le ragazze fino agli Espoir, ma dai 23 anni, vuoi per studio o per lavoro, li perdiamo. Magari tornano dopo, spesso perché hanno maggiori disponibilità economiche. Ribadisco quello che dicevo quando ero nella Commissione FISI: va bene premiare i Master, ma non è dai Master che si mettono le basi del futuro». Nel FVG a Claut, dopo la parentesi mondiale, si è po’ fermato tutto, gare in ambiente ci sono ancora, ma vengono inserite nel calendario regionale e non in quello nazionale. Manca all’appello l’Appennino: solo due gare FISI in Abruzzo in questi anni.

CLASSIFICHE - Rivisti i calendari, siamo andati a spulciare le classifiche, almeno di alcune delle gare che hanno mantenuto una certa continuità negli ultimi anni (neve e meteo permettendo ovviamente). Spicca un dato: i numeri sono abbastanza stabili, ma si impennano ovviamente quando la gara è prova di Campionato italiano o almeno di Coppa Italia, mentre negli altri anni restano molto territoriali. E allora, visto che queste prove storiche non possono essere tutti gli anni tricolori, perché non si consorziano per offrire comunque un confronto ancor più elevato? Una sorta di circuito interno dentro il calendario FISI: un progetto simile proposto qualche anno fa da Luca Salini con il Trofeo Crazy, che poi non ha avuto seguito. Perché non riproporre un circuito delle grandi classiche un po’ come avviene nel ciclismo con il Prestigio delle granfondo riservato tutto agli amatori? Molte di queste gare hanno ospitato la Coppa del Mondo, ma solo chi ha le spalle larghe va avanti e può trarne beneficio. Diversi organizzatori dopo l’esperienza internazionale hanno ridotto, se non bloccato l’attività. Qualche nome? Pitturina, Tour de Sas, Transclautana, Tre Rifugi… Meglio allora individuare delle gare che vogliano (e possano) ospitare la Coppa del Mondo che a turno entrino nel calendario ISMF. Potrebbe essere anche un vantaggio per la federazione internazionale che avrebbe così finalmente delle classiche in calendario, come nello sci alpino o nel fondo. Altro aspetto, quello dell’esplosione delle gare che sono entrate nella LGC: l’Adamello Ski Raid nell’anno che è passato nel circuito ha raddoppiato gli iscritti, continuando a crescere negli anni. «Noi al Mezzalama – spiega il direttore di gara Adriano Favre - abbiamo da tempo fissato un blocco alle 300 squadre. Se alcuni anni fa avevamo avuto qualche problema di overbooking, adesso la situazione si è stabilizzata. Arriviamo sempre alla quota massima, ma c’è stato, è vero, un calo delle iscrizioni delle squadre italiane compensato dall’aumento degli stranieri in gara». Stesso discorso per la Sellaronda che ha continuato ad aumentare il numero delle squadre al via, pur limitando il numero per gli italiani. Nel 2018 ha fatto il nuovo record: 638 squadre, 1.286 atleti, 133 donne. La sensazione è quella che gli skialper (visti anche gli aumenti dei costi, tra viaggi e attrezzatura) facciano sempre più una selezione. E la facciano a favore di quelle gare eroiche che fanno curriculum. E poi numeri da sempre chiamano numeri. Se la neve, come negli ultimi anni, arriva tardi, l’allenamento continua in bicicletta e sempre di più nel trail. La concorrenza del running è evidente: correre è più facile, magari ti alleni fino a dicembre e quando la neve arriva hai già in calendario la prima gara di corsa in primavera. Al massimo vai in pista. Una situazione che si sta modificando negli ultimi anni con sempre più località che hanno aperto le piste agli scialpinisti in alcuni giorni e orari della settimana dopo anni di chiusura totale. In alcune zone, pensiamo al caso più eclatante, quello del Monterosa Ski, ci sono tracciati permanenti e sicuri per le pelli. Così fai il Sellaronda che è in pista, duro, ma tecnicamente più accessibile, con il fascino della notturna. Ma se la neve arriva presto come in questo 2018, la scimmia riprende gli skialper, che sono in tantissimi a mettere le pelli a inizio novembre: se ci fosse una gara in ambiente a metà dicembre crediamo che farebbe il botto. Un po’ come se ci fosse un lungo agonistico a inizio stagione mentre stai preparando una maratona. Ultimo punto, i giovani. La Coppa Italia riservata solo alle categorie giovanili è sicuramente un passo avanti interessante, e dovrebbe essere valorizzata ancora di più. Lo skialp ha un’anomalia tutta sua: uno Junior fondista non fa la Coppa del Mondo un Cadetto dello sci alpino non va ai Mondiali. Nello skialp sì. Portare gli Junior in Coppa costa (soprattutto se vai in Cina), fare un circuito di Coppa del Mondo solo per gli Junior costerebbe ancora di più. Resta il fatto che adesso i giovani vanno in Coppa e la convocazione in azzurro arriva spesso e volentieri direttamente dal club. Manca un po’ il passaggio della squadra del Comitato che in FISI è la norma per sci alpino, fondo o biathlon. Non che le squadre regionali dello skialp non ci siano, anzi spesso sono fondamentali perché mettono insieme ragazzi e ragazze che altrimenti in certe regioni sarebbero da soli nel loro club, ma manca un passaggio intermedio prima del salto a livello internazionale.

ALTO LIVELLO - Nel 2007, guardando la classifica generale di Coppa del Mondo, si trovano quattro azzurri nelle prime quattro posizioni (Dennis Brunod, Manfred Reichegger, Hansjorg Lunger e Guido Giacomelli) e tre azzurre nelle prime tre (Roberta Pedranzini, Francesca Martinelli, Gloriana Pellissier): insomma un dominio assoluto. In campo maschile poi c’è stato un certo Kilian Jornet, oltre a William Bon Mardion, ma l’Italia è tornata alla grande: dal 2014 la sfida per la coppa di cristallo è stata un discorso tutto azzurro: Lenzi, due volte, poi Boscacci, Antonioli e ancora Boscacci. E dal 2011, quando è nata La Grande Course, la lotta per il circuito ha visto solo azzurri sul gradino più alto del podio con Lenzi, Eydallin e Boscacci. E alle spalle dei vecchi i giovani ci sono: Maguet, Magnini e Nicolini, primi assoluti da Junior e Espoir, nonostante una crescita, tecnica ma anche numerica, delle altre nazioni in Coppa del Mondo. Altro discorso nelle gare rosa: lì è arrivata Laetitia Roux. Ha dettato legge per anni, anche perché era l’unica vera professionista. Dopo le bormine c’è stato un vuoto, ma con l’arruolamento in Esercito di Alba De Silvestro, Giulia Compagnoni e Giulia Murada (che hanno vinto un po’ tutto da Junior) l’Italia potrà sicuramente riprendersi lo scettro.

NOTTURNE E RADUNI - Il mondo delle notturne è quello degli amatori. Non solo di loro per carità, visto che molti nazionali spesso e volentieri sono al via come allenamento, ma è il luogo classico per affrontare le prime gare. Una decina di anni fa c’è stato un boom di questi circuiti in tutto l’arco alpino: dallo Skialp sotto le Stelle e il Sole, al Piemonte Ski Alp e addirittura al Cuneo Ski Alp, a Nord-Ovest, alla Coppa dell’Appennino nell’Appennino Tosco-Emiliano, ma ce n’erano anche in Alta Valtellina o nel Cadore. Adesso la situazione si è ridimensionata: anche il circuito più famoso, il Dolomitisottolestelle (che pure non faceva una classifica finale) ha alzato bandiera bianca anche se per motivi diversi dalla mancanza di iscritti. Ma il celebre libretto che metteva insieme tutte le gare del territorio non c’è più. Certe prove storiche continuano a vivere senza circuiti, come la Stralunata all’Aprica (che è stata anche campionato italiano), ma dai 520 partecipanti del 2010 si è passati ai 128 del 2018. Vale il discorso fatto in precedenza: se la stazione sciistica non ti ha concesso di allenarti in pista, una selezione arriva di sicuro. Chi resiste? Alcune gare storiche, per esempio il Trofeo Leonardo Follis a Gressoney (che fa parte adesso il del Tour di SkiAlp, circuito di gare valdostane dove non c’è comunque una classifica unica, ma che quest'anno è a forte rischio annullamento) che ha mantenuto costanti i suoi numeri (115 finisher nel 2011, 124 all’arrivo nel 2018, anche perché le gare in valle sono diminuite drasticamente, ma gli atleti ci sono e vogliono comunque gareggiare). Allo Sci e Luci nella Notte, nelle vallate bergamasche, la sfida è sempre tiratissima. Nelle Dolomiti sono rimasti il 4 Valli e la Raida Ladina, ma non si arriva ai 100 finisher nel 2018 (86 nel primo, 96 nel secondo). Chi cresce? I due circuiti altoatesini, per esempio, oppure il Raduno ai Piedi del Vioz che nel 2018 ha fatto il record con 1.300 partecipanti… (e che il primo novembre ha già aperto le iscrizioni della prova che andrà in scena tre mesi dopo, il primo febbraio). Ecco, appunto, un raduno. Forse questa è la strada: meno tutine e più festa. Nei due circuiti in Alto Adige c’è la classifica Hobby, in Trentino una gara - che pure ha mille metri di dislivello - è ormai diventata una festa dello skialp, alla quale partecipano tutti.

MATERIALI - Quello dei numeri, in Italia, lo si sa, è un tabù. Difficile, se non impossibile, avere un dato che dia la dimensione del mercato dell’attrezzatura. Quello di partenza sono le indagini di mercato. La più recente è firmata Skipass Panorama Turismo E nel 2016/17 stimava i praticanti dello scialpinismo in poco più di 90.000, in crescita del 6%. Il Pool Sci Italia (che riunisce i fornitori delle nazionali di sci) realizzava un’indagine su dati reali tra le ditte, che si ferma al 2014/15. Il segmento scialpinismo pesava per il 3% sul totale delle vendite di sci e per il 5% di quelle di scarponi (in questo caso probabilmente ci sono anche modelli da freeride con inserti per i pin), in pratica circa 5.300 sci e circa 9.600 scarponi. Dati parziali, in quanto buona parte delle aziende specializzate nello skialp e nell’agonismo non fanno parte del Pool. Più recente il dato comunicato dalla FESI (Federazione Europea Articoli Sportivi). Nel 2017/18 l’1,3% degli attacchi venduti in Italia sono stati da skialp, per un totale di poco più di 2.000 unità e gli scarponi il 2,7% del totale, circa 5.400. Anche in questo caso si tratta di dati lacunosi per un segmento specifico come quello dello scialpinismo. «Si tratta di un segmento stabile, per alcuni marchi meno specifici del nostro in calo, sicuramente però non c’è più il fermento di qualche anno fa: le gare sono diminuite, gli agonisti anche - dice Adriano Trabucchi di Ski Trab - La riflessione da fare è dove sono finiti quelli che hanno smesso di fare gare, perché probabilmente non sono usciti dal mondo delle pelli, per esempio fanno escursioni con attrezzatura e stile veloci». «Sicuramente, rispetto a cinque-sei anni fa, quando c’è stato il boom delle notturne, è un segmento che è calato e dalle nostre parti non è ancora decollato il mondo delle risalite in pista perché ci sono poche località che lo supportano con serate, itinerari e rifugi aperti, è un mondo dove si è andati sempre più verso l’alto livello e se vuoi essere competitivo devi avere motore e attrezzatura da marziano, però sta arrivando una generazione di giovani e credo che potrà esserci, in parte, una ripresa» gli fa eco Massi dell’omonimo negozio del cuneese. Quello dello polarizzazione verso l’alto livello è un fenomeno osservato da molti, così gli amatori vanno verso le semplici serate in pista o i raduni perché sono stufi di arrivare dietro. «Noi siamo specializzati nell’agonismo e rimane la fetta del leone, però è stabile, mentre lo scialpinismo turistico aumenta» dice Diego Amplatz che gestisce l’omonimo punto vendita di Canazei. Da sensazioni e dichiarazioni, senza numeri veri, l’idea che ci si fa è quella di un segmento che rappresenta percentuali al massimo con un uno davanti allo zero sul totale del mercato scialpinistico, con una contabilità annua di attrezzi appena dentro il mondo delle migliaia. In un mercato dello skialp che dovrebbe essere di qualche decina di migliaia di pezzi. Un mercato, quello agonistico, a macchia di leopardo, con valli dove tiene e altre dove cala, più o meno vistosamente. In un momento in cui lo scialpinismo cresce ancora, bene. Anche nelle isole felici per le tutine.

CONCLUSIONI - Difficile fare dunque una stima, si vaper sensazioni. Partiamo dai numeri, allora: se al Mezzalama ci sono 300 squadre, al Sellaronda 638, possiamo stimare, confortati da alcuni operatori, che in Italia il movimento possa contare dai 2.000 ai 2.500 agonisti in senso stretto. In quelle due gare classicissime, una in ambiente, l’altra in pista, è vero che è forte la quota straniera, ma possiamo comunque compensarla con le presenze degli skialper italiani che avrebbero potuto partecipare e, vuoi per distanza, costi o semplicemente perché non si sono iscritti, non l’hanno fatto. E chi fa un Mezzalama qualche individuale deve pur metterla in agenda, lo stesso vale per il Sellaronda, qualche apparizione in pista ci vuole, perché altrimenti ai cancelli ti fermano. Qualcuno partecipa a entrambe, ma alla fine la somma degli iscritti alle due prove può essere un dato abbastanza attendibile. Che potrebbe anche raddoppiare o avvicinarsi ai tre zeri se guardiamo i numeri di certi raduni e se vogliamo far rientrare tra gli agonisti chi mette una volta sola un pettorale insieme ai duri e puri, o utilizza certe forme di skialp come allenamento invernale per due ruote e running. Non è facile un paragone con dieci anni fa, soprattutto con un lustro fa, quello di massima gloria per il mondo delle tutine, ma ci sono ancora delle sensazioni. La prima è quella che ci siano sempre più Senior tendenti al Master. Spieghiamoci meglio: guardando le classifiche ci sono atleti dai 35 anni in su, sempre meno della fascia dai 25 ai 30. Inizi a fare skialp dopo, oppure finito un passato agonistico da giovane (non solo nello skialp, naturalmente: quanti sono gli sciatori o i fondisti che conoscete che si sono convertiti alle pelli?) torni alle gare quando hai terminato gli studi e ti sei stabilizzato nel lavoro. Le altre tendenze: polarizzazione su alcune zone, veri e propri zoccoli duri del movimento skialp, fine del boom delle notturne, meno gare e, comunque, anche un calo del numero complessivo di agonisti, seppur non drammatico. Che però non sono usciti dal mondo skialp, ma probabilmente si sono dati in parte al light touring, in parte allo speedfit in pista. Cosa accadrà in futuro? Se lo skialp approdasse alle Olimpiadi sarebbe sicuramente un traino per i giovani, ma lì si parla di altissimo livello. Per quelli del gruppone servono forse un maggior numero di gare che diano qualcosa in più di un pettorale e un bel gadget. Ma la vitalità delle categorie giovanili è un segnale positivo, che rende meno grigio il panorama.


Rancho, les moustaches sur la neige

«Prendi la strada da Bourg St. Maurice verso Les Arcs, mi trovi». Sarà. Ma se conosci Rancho non ti puoi sbagliare quando vedi la Matra Simca beige posteggiata davanti a casa. Sei arrivato. In realtà Rancho è Enak Gavaggio, uno che sugli sci ci sa andare. Medagliato agli X-Games, quinto a Vancouver nella finale olimpica di ski-cross, vincitore anche nel World Tour di freeride. 

© Federico Ravassard

Inevitabile la prima domanda, come è nato Rancho?

«Da piccolo mio padre mi ha insegnato a sciare. Ero molto inquadrato, ma a me piaceva anche fare snowboard. Solo che quando andavo a sciare ero malvisto perché vestivo da snowborder, mentre quando surfavo mi consideravano un ‘alpino’. A me tutte queste classificazioni, questi scomparti chiusi, non sono mai piaciuti: la neve è la stessa per tutti. Così quando mi hanno chiesto di realizzare un webshow sono partito da lì: provare tutte le discipline sulla neve. Volevamo fare qualcosa di nuovo rispetto alle altre produzioni, l’idea è piaciuta e siamo partiti. Dovevamo allora creare un personaggio che fosse alla moda e vintage; abbiamo cercato su Google qual è stato il primo suv ed è uscita la Matra Simca Rancho (in Italia si chiamava Ranch, ndr). Voilà, il nome l’abbiamo trovato. I baffi alla Corto Maltese sono il massimo della classe e l’abbigliamento doveva essere all’altezza. Anche se il cappello che tutti mi chiedono dove si possa trovare in realtà è quello che avevo da ragazzo».

Così sei arrivato anche alla Pierra Menta?

«Sì, in ogni episodio mi cimento con uno sport sulla neve ad alto livello, partecipando alle più famose gare. Di sicuro lo ski-alp è stato il più duro fisicamente di tutti. Lo ammetto, ho fatto solo una tappa, insieme a Caroline Freslon, tutte e quattro era impossibile, ma mi è bastata: la cosa più impegnativa che abbia mai fatto».

© Rossignol/Dom Daher

Come realizzi la trama?

«Butto sul tavolo le mie idee, poi Dino Raffault, un amico da trent’anni, cerca di metterle in ordine e insieme realizziamo la trama. Ma lavoriamo solo nel pomeriggio… E con Thibault Gachet realizziamo le riprese sul campo. Però non è così facile come sembra, soprattutto per i diritti televisivi o per convincere gli organizzatori. In Francia è un po’ più semplice perché ormai mi conoscono, ma quando, per esempio, sono andato a fare la tappa di biathlon a Ostersund, in Svezia, solo qualche ora prima del via mi hanno dato l’ok. Alla fine il presidente della federazione internazionale era entusiasta, ma prima mi hanno fatto penare». 

Hai qualche modello?

«No, nessuno in particolare. Guardo molti film: ho visto tante volte Big Fish, quello sì».

Quanto Rancho è entrato nella tua vita?

«Tutte le volte che mi invitano chiedo sempre: volete Enak o Rancho? Rancho è un personaggio, io tutti i giorni sono Enak».

E allora parliamo di Enak. Lo sci, o meglio la neve, quanto fa parte della tuo quotidianità?

«Se devo fare una classifica, direi al secondo posto la montagna, prima c’è mia figlia. Ma non c’è solo lo sci: pratico surf, base jump, parapendio. E poi colleziono gnomi, quando sono in giro compro quadri naif, ascolto musica, ma non prima di una discesa, vado in moto, però piano, non sono un grande pilota».

Dovrai comunque allenarti, no?

«La verità? Poco o nulla. Lavoro molto con la testa. O meglio mi alleno facendo sport, direi giocando: a tennis o a squash, spesso a golf. Di corsa o in bici, qualche volta esco ancora, ma non con gli stessi ritmi che avevo quando ero atleta. E poi mi piace la birra…».

Ricordi olimpici?

«I Giochi di Rio li ho visti, ma ormai trovo che non ci sia più lo spirito olimpico. Quando leggo che hanno trovato positivi anche atleti paralimpici, allora c’è qualcosa che non va». 

La neve più bella?

«In Alaska e in Canada è fantastica e sicura, però dove mi sono divertito di più è stato in Giappone. In Italia ho visto fantastici couloir nelle Dolomiti, nella zona del Cristallo. I posti ideali però sono quelli con le montagne e le onde, come i Pirenei baschi: sulla neve al mattino e a surfare nel pomeriggio. Oggi, comunque, sono cambiato: da giovane sono caduto in un crepaccio, mi sono fracassato tutto agli X-Games, adesso, forse perché c’è mia figlia, non esagero più, non voglio prendere nuovi rischi. I rischi si prendono quando si vuole vincere. E non esco più da solo sulla neve: deve essere un vero piacere e con gli amici è meglio. La montagna è una ‘cosa’ seria: ammiro gli alpinisti, come così come i velisti transoceanici, quello è sport estremo».

Il tuo futuro sarà sempre Rancho?

«Proseguirò ancora, poi vedrò cosa fare. Magari verrà fuori un film: è sempre una questione di budget». 

Potresti essere un buon allenatore?

«Dopo la finale olimpica di ski-cross ho detto stop. E subito la federazione francese mi ha chiesto di entrare nello staff tecnico, ma ho detto no. Credo che se passi subito dall’altra parte, da atleta a allenatore, non hai il giusto approccio. Sono convinto che bisogna guardarsi attorno per un paio d’anni prima di allenare, per avere un metodo nuovo e portare qualcosa da altri settori. Adesso non saprei: fare l’allenatore significa ritornare alla stessa vita dell’atleta, sempre in giro. Forse con i giovani sarebbe meglio».

 

Enak Gavaggio nato il 4 maggio 1976 ad Ambilly, con nonno di origine valdostana. Nazionale francese di sci alpino, ha fatto parte della squadra di Coppa Europa di discesa («Andavo bene nel ripido, ma ero troppo lento sui piani e ho lasciato perdere») si è dedicato al freeride e allo ski-cross. Ha vinto sette medaglie agli X-Games, una medaglia d’argento alla prima edizione dei Mondiali del 2001 a Squaw Valley e una di bronzo a quelli del 2007 a Madonna di Campiglio. Nella finale olimpica di Vancouver nel 2010 ha chiuso al quinto posto, dopo un lungo periodo di stop per un brutto infortunio («è stata una gara solo di testa, avevo male dappertutto e fino a pochi giorni prima quasi non riuscivo a camminare»). Nel freeride è arrivato quarto ai Mondiali di Tignes. 

Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 108, info qui.

© Federico Ravassard

Con Milano-Cortina lo ski-alp è più vicino alle Olimpiadi

Con la vittoria di Milano-Cortina lo ski-alp ha molte più chance di approdare ai Giochi Olimpici nel 2026. Perché in Italia c’è una maggiore conoscenza dello ski-alp rispetto alla Svezia, perché ci sono molte possibilità di medaglia per gli azzurri. «Ci siamo subito complimentati per la vittoria di Milano-Cortina - spiega l'ISMF general manager, Roberto Cavallo - e abbiamo già chiesto un incontro con il presidente del Coni, Malagò, e il numero uno della Fisi, Roda. Vedremo nelle prossime settimane, sappiamo comunque che già tante località si sono mosse per ospitare lo ski-alp». Si parla della Valtellina, dell’Alpago, anche di Madonna di Campiglio. Sono già dodici le sedi delle gare previste per il 2026, crediamo che forse sarebbe più facile avere l’ok del Cio per l’approdo dello ski-alp se non venisse troppo modificato il dossier presentato a Losanna. Anche per lo ski-alp in questo momento è importante rimanere ‘unito’ per arrivare alle Olimpiadi, il dreaming together che ha portato l’Italia ai Giochi 2026.


Domenica si assegnano i titoli mondiali trail

Gli azzurri sono già in Portogallo per testare il percorso della Trilhos dos Abutres, la gara che domenica assegnerà i titoli mondiali trail. 44,2 km con più di 2.000 metri dislivello. «Percorso di ‘confine’ - spiega il responsabile tecnico dell’Italia, Paolo Germanetto - tra una gara lunga e una prova di corsa in montagna. Credo che sarà molto aperta, anche a qualche sorpresa, senza guardare troppo al punteggio ITRA. Come Italia speriamo di essere della partita, anche perché questo format di gara si avvicina di più a quello del nostro movimento». Squadra bella ‘compatta’ quella azzurra, soprattutto al maschile: se le ‘punte’ sono Marco De Gasperi, Francesco Puppi e Alessandro Rambaldini, anche Luca Cagnati, Davide Cheraz e Andreas Reiterer possono certamente dire la loro. Nel team rosa invece, le sei azzurre al via sono Barbara Bani, Gloria Giudici, Lidia Mongelli, Sarah Palfrader, Emma Linda Quaglia e soprattutto Silvia Rampazzo.

©Marco Gulberti

FAVORITI - Come non partire dalla Spagna con Luis Alberto Hernando (che se non è proprio un tracciato ‘favorevole’ al tre volte campione del mondo) e Cristofer Clemente, poi la Francia con Ludovic Pommeret, Nicolas Martin e Julien Rancon, la Gran Bretagna con Jonathan Albon, Andy Symonds e Ricky Lightfoot. E ancora lo statunitense Mario Mendoza o i rumeni Ionut Zinca e Gyorgy Szabolcs.
Nella gara rosa ci sarà la campionessa del mondo in carica, l’olandese Ragna Debats, la vice, l’iberica Laia Cañes (ma in casa Spagna attenzione anche Gemma Arenas e Azara García) e ancora la neozelandese Ruth Croft, l’austriaca Sandra Koblmüller, la francese Adeline Roche, la statunitense Kasie Enman, la rumena Denisa Dragomir, la polacca Magdalena Laczak, la svedese Sanna El Kott…
Insomma avete capito, difficile fare un pronostico.

©Marco Gulberti

Armando Mariotta saluta l'ISMF

A fine settembre ci sarà il nuovo presidente della ISMF. Presidente che non sarà più Armando Mariotta che, dopo due mandati alla guida della federazione internazionale dello scialpinismo, non potrà più candidarsi, ‘da statuto’.

Otto anni alla guida della ISMF, un bilancio?
«Non dovrei farlo io, ma mi ritengo molto soddisfatto. Per il riconoscimento del CIO, l’approdo alle Olimpiadi giovanili il prossimo anno, e ancora la Coppa del Mondo che quasi non esisteva e che ora ha una buona rilevanza internazionale e soprattutto con un format unico come le altre discipline invernali. Senza dimenticare che lo skialp adesso è in pianta stabile ai Mondiali Militari e ai World Master Winter Games. Ma ci metterei dentro anche il controllo antidoping, l’evoluzione dei regolamenti, il sistema di cronometraggio».

Però lo ski-alp in Cina alle Olimpiadi non c’è, e in Coppa del Mondo, e ci aggiungerei anche i Mondiali, spesso ci sono state gare non all’altezza.
«Partiamo da Giochi in Cina. Ci abbiamo provato, siamo stati in più occasioni dagli organizzatori cinesi, ma la risposta è stata quella che per quell’appuntamento non c’era il via libera del CIO. Adesso pensiamo al 2026. Dico pensiamo perché l’attuale consiglio dovrà fare le prime mosse già dopo la scelta della sede a fine giugno a Losanna. Abbiamo avuto contatti con entrambi gli organizzatori, ma anche qui il CIO ci ha detto di aspettare. Una volta decisa la location del 2026, dovremo muoverci.
Per quanto riguarda la Coppa del Mondo bisogna fare una precisazione: non è l’ISMF che decide i luoghi, ma sono le federazioni nazionali che indicano la località; a me sarebbe piaciuto andare a Courchevel, ma se i francesi ci indicano Puy-St. Vincent o Super Devoluy, andremo lì.
Noi abbiamo fatto il possibile per far capire alle stazioni che la Coppa del Mondo era un prodotto in più da offrire e non un peso: sopralluoghi in estate, riunioni; credo che spesso ci siamo riusciti, altre volte forse meno. Nell’ultima edizione della Coppa siamo arrivati a sei tappe, con tutte le gare disputate e con grandi risultati. E le finali a Madonna di Campiglio direi che si sono concluse con un grande successo organizzativo.
Agli ultimi Mondiali, poi il maltempo l'ha fatta da padrone e comunque non abbiamo annullato nessuna gara. Resta, comunque, un altro aspetto. Piaccia o meno, il nostro format di gare è questo: dobbiamo avere partenza e arrivo vicino alla piste».

La sensazione è quella che lo skialp, però, non sia decollato, come per esempio il biathlon.
«Abbiamo fatto una scelta con il nostro partner Infront: prima, iniziare una diffusione attraverso le televisioni per raggiungere il grande pubblico e poi lavorare sui canali social dove c’è una presenza ovviamente dei più appassionati. Non avevamo le dirette, ma il nostro magazine è andato a milioni di spettatori, Thailandia compresa. Ripeto, è un progetto a lungo termine, e non è facile da conseguire in breve tempo, ma siamo soddisfatti dei risultati raggiunti».

Capitolo LGC, perché questa divisione?
«Non l’ho vissuta bene, anche perché non ho condiviso la loro scelta. Abbiamo sempre cercato di mantenere il mese di marzo ‘libero’ dalla Coppa del Mondo, il sistema del ranking credo fosse un bel compromesso. Per i Mondiali, però, non avevamo altra scelta che su quella data. Lo abbiamo comunicato a settembre, chiedendo alla Pierra Menta di cambiare i giorni di gara. Non è stato fatto e di conseguenza si è perso tutto quello che avevamo fatto insieme prima. Mi auguro che si possa ricucire in futuro, perché questo è un danno per il nostro sport. Sempre considerando che sono due format diversi, ma alla fine credo che sia sempre ski-alp e che gli atleti siano gli stessi».

Cosa farà Mariotta in futuro?
«Ho già detto che non accetterò incarichi politici, piuttosto se lo vorranno, darò una mano a livello operativo. Altrimenti andrò a vedere le gare, spero quelle dei Giochi del 2026».


Come funziona l'anti-doping nello ski-alp?

Lotta al doping nello ski-alp, come funziona? L’ISMF, come altre federazioni internazionali come quella del biathlon, o organizzatori, per esempio Losanna 2020, ha firmato una partnership con l’ITA, l’International Testing Agency, organizzazione che fa base a Losanna ed è ovviamente riconosciuta dal CIO e dalla WADA. Un accordo raggiunto prima del via della nuova stagione (l’ITA è nata infatti solo ad inizio 2018), prima, dal 2011, si affidava a SportAccord: è una no-profit, ma i soldi servono per fare i controlli. L’ISMF ha messo sul piatto un budget che è circa il 20% del bilancio: con quelle risorse l’ITA si organizza per una serie di controlli che devono attenersi allo standard, anche come numero di controlli, fissato dall’articolo 5 del codice anti-doping della Wada, che è stato aggiornato nel 2018. «Certo con più risorse si potrebbe fare molto di più - ci ha detto Roberto Cavallo, ISMF general manager che segue con il ‘discorso’ anti-doping con Regula Meier, ISMF anti-doping coordinator - ma siamo già soddisfatti di essere tra le federazioni internazionali più ‘piccole’ a realizzare un programma antidoping adeguato a quanto richiesto dalla WADA». I numeri di quanti controlli, di chi sia stato controllato, ancora non si sanno: l’ITA fissa il minimo richiesto dalla WADA e poi si muove di conseguenza in modo autonomo; alla fine presenta alla federazione internazionale un report di quello che è stato realizzato. Report che nel caso della ISMF sarà presentato a fine settembre ad Antalya, in Turchia, nel corso dell’assemblea generale, la stessa che in quei giorni eleggerà il nuovo presidente del dopo-Mariotta.

DUE LIVELLI - L’ITA, come tutte le altre organizzazioni anti-doping, lavora su due livelli. Quello classico del controllo a fine manifestazione: vengono scelti alcuni atleti a campione (di solito i vincitori o i piazzati nelle prime posizioni) e controllati. L’altro sistema è quello del cosiddetto ‘passaporto biologico’: in questo caso gli atleti vengono controllati anche lontano dalle gare, a casa o comunque nel luogo in cui si trovano che devono segnalare all’ITA. I campioni di sangue e urine vengono poi analizzati da laboratori approvati dalla WADA. Funziona così per tutti gli atleti, anche per gli ski-alper.