Sciatori del secondo tipo
«In fondo tutti sappiamo che esistono due tipi di sciatori. Quelli che smettono e quelli che in realtà non smettono mai. O se smettono è solo per un attimo, per quel periodo che si fa sempre più lungo tra l’ultima lingua di neve e la prima nevicata. Una parentesi, diciamo. Un cartello Torno subito fuori dal locale».
Ecco, visto che ci avviciniamo alla fine della stagione, l’articolo Sciatori del secondo tipo di Saverio d’Eredità, che pubblichiamo su Skialper 135 di aprile-maggio, è proprio d’attualità. Perché è proprio nelle prossime settimane che si vede la vera passione. «Perché di sciatori ce ne sono di due tipi. Ovvero quelli che sciano diciamo fino all’ora legale, la chiusura impianti o finché gli alberi non mettono fuori le foglie, che quando vedono lampeggiare 20 °C sul cruscotto o hanno l’appuntamento del cambio gomme, dicono beh la stagione è finita. E quegli altri.
Quelli che la stagione per certi versi a quel punto inizia, che si svegliano alle 3:33 e scendono dal letto lacerando i propri sogni per seguirne altri. Che - ça va sans dire - gli sci iniziano la gita sempre sullo zaino». Un racconto leggero su un tipo di sciatore nel quale molti di noi si immedesimeranno. Una riflessione tra il serio e l’ironico, senza la pretesa di dare un giudizio.
«Non è questione di chi sia meglio o peggio, chi ha ragione o chi torto. Anzi, i primi mi sa che se la vivono sicuramente meglio. Sono inseriti nella società, godono di un certo consenso, sono spesso molto bravi perché sciano al posto giusto nel momento giusto e non soffrono il cambio di stagione. Spesso hanno auto ben in ordine, interno ed esterno, e di solito l’arbre magique.
Quegli altri, quelli del secondo tipo invece, l’auto è facile che la puliscano due volte l’anno e tengano i finestrini abbassati a primavera per non svenire dalla puzza di scarpone bagnato. Quegli altri devono sempre trovare una buona scusa e spesso per giustificarsi fanno gli arroganti, ma in realtà soffrono dentro. Avvertono disagio nel caldo che monta, nell’aria opalescente dei pomeriggi di pianura, disorientati dal non poter più seguire linee bianche sui primi rilievi all’orizzonte».
Robert Antonioli: «I soldi spesi meglio sono quelli dei viaggi»
«Mi piacerebbe provare a diventare Guida alpina, sicuramente. Mi mancano dei pezzi, come il ghiaccio, per esempio, perché da novembre, quando scatta davvero la stagione agonistica dello scialpinismo, rispetto abbastanza rigorosamente le tabelle di Davide Canclini e metto un po’ da parte l’alpinismo, ma d’estate cerco di imparare sempre qualcosa in più, di rubare qualche accorgimento dai miei compagni d’uscita. Anche l’idea dell’allenatore mi affascina: Luca (Dei Cas, scomparso nel 2015 in un incidente in montagna, ndr) ha tolto ore alla sua famiglia per noi quando eravamo adolescenti e a me ha fatto solo del bene. Fare altrettanto io per altri giovani sarebbe una sorta di passaggio di testimone».

Ipse dixit, parola di Robert Antonioli. Siamo stati a trovare il fresco vincitore della Coppa del Mondo di scialpinismo nella sua Valfurva, ci ha anche portato nella baita della nonna che d’estate serve per la fienagione, ma anche buen retiro per qualche festa con gli amici della Forba. Con Luca Giaccone Robert ha parlato del suo futuro, ma anche del presente agonistico e della formula di allenamento del Centro Sportivo Esercito, del passato e dell’infanzia. Robert è un professionista rigoroso, ma non fissato. Se nella chat dello sci ripido o in quella del freeride arriva una chiamata, lui è pronto a rispondere presente se c’è da fare un canalino o per una giornata tutta pow-pow con gli sci larghi. Perché in fondo le gambe vanno ancora più forte se non sei concentrato solo sui numeri di una scheda d’allenamento. E i risultati lo dimostrano. «Questa è fatica che mi piace. La montagna è la mia vita e voglio che continui a essere così anche in futuro. In che modo devo ancora capirlo bene, adesso sono concentrato sulle gare di skialp, ma sarà sicuramente così». Ma dove vuole arrivare il Robert alpinista? «Nel futuro mi ispirano Himalaya e Patagonia, e sarà un discorso da affrontare a fine carriera con l’Esercito e con i membri della Sezione Militare di Alta Montagna che si occupa proprio di quello. Dico sempre che i soldi spesi meglio sono quelli dei viaggi».
L’articolo completo, con le le originali foto di Achille Mauri, è su Skialper 135 di aprile-maggio.

Focaccia & lamine
«Sono gli ultimi giorni dell’anno e quattro millimetri di neoprene ci separano dal contatto diretto con l’acqua. È l’ennesima giornata con il cielo color acciaio, ma non c’è vento e le onde sono buone. L’affollamento in acqua, tra disposizioni di legge e temperature rigide, non è, almeno quello, un problema di questo periodo. Tra un set di onde e l’altro, in acqua si parla delle solite cose: di come l’ultimo mese sia stato un continuo susseguirsi di perturbazioni, di quanto sia fastidioso rimettersi la muta quando è ancora fredda e bagnata ma di quanto sia fondamentale riuscire a concedersi di tanto in tanto una valvola di sfogo, soprattutto adesso che per noi genovesi la montagna, intesa come freeride e neve fresca, è un irraggiungibile miraggio».
Nasce così, in acqua ad aspettare l’onda giusta per cavalcarla con il surf, l’idea di andare con la tavola nella prima località raggiungibile da Genova, in un inverno di lockdown, a Santo Stefano d’Aveto. Pochi chilometri e Alberto Carmagnani & crew si ritrovano lontani migliaia di chilometri da quel mare, in un paesaggio che ricorda mete lontane dove la powder è di casa per lunghi mesi. Il viaggio-vicino, con compagni con i quali non avresti mai pensato di andare a disegnare curve nella neve fresca. «Non ero mai andato in montagna con Alessandro, Andrea e Filippo e probabilmente senza le restrizioni del Covid non ci sarei andato mai. Alessandro, surfista e snowboarder con una forte propensione verso la fluidità delle linee, quando eravamo più giovani aveva aperto un negozio di attrezzatura da snowboard sulla spiaggia di Priaruggia che in breve tempo era diventato un riferimento. Andrea è un istruttore di surf torinese, da qualche anno trapiantato in Liguria spinto dalla passione per il mare».
Così, per un giorno, le onde da cavalcare sono quelle disegnate a bordo pista dai gatti delle nevi. «Le nuvole passano veloci e l’arrivo della vecchia funivia è un androne riparato dal vento che ci permette un confortevole cambio di assetto e di finire la meritata, ma decisamente decontestualizzata, focaccia. La discesa è come sempre troppo breve, ma le poche curve della parte alta sono per tutti qualcosa di cui avevamo bisogno e che pensavamo non avremmo vissuto ancora per chissà quanto tempo».
Su Skialper 135 di aprile-maggio il racconto con testo e immagini di una giornata incredibile a due passi da casa.

Appesi a un filo
«Se hai la gamba allenata, Campo Imperatore è la chiave per tornare liberi. Soprattutto se hai la fortuna di vivere in una città come L’Aquila, altrimenti te la rischi. In barba a DPCM, zone gialle, arancioni o rosse, basta andare nella frazione di Assergi e prendere la funivia del Gran Sasso che in questo inverno di località sciistiche chiuse è sempre rimasta aperta. Il segreto è semplice da spiegare: è un trasporto pubblico, come una metropolitana o un tram. Così, rispettate le regole della capienza ridotta, non c’è nessuno che sta a sindacare se sali vestito da sci o con le scarpe da ginnastica e i sacchetti della spesa». Inizia così l’articolo di Luca Parisse sul Gran Sasso e le opportunità che ha offerto a scialpinisti e freerider nell’inverno della pandemia. Diciotto pagine da leggere e soprattutto da guardare che pubblichiamo su Skialper 135 di aprile-maggio.

«Non avrei mai pensato di dovere fare un’ode alla funivia, io che, con la mia compagnia, gli impianti li uso al massimo per cercare qualche linea nella polvere o ridurre il dislivello della pellata - scrive ancora Parisse - Però quella fottuta funivia per noi è stata la lampada d’Aladino per salvare una stagione innevata come poche volte negli ultimi anni. Salire sulle cabine con i vetri graffiati dalle punte degli sci, appannati dentro e gelati fuori, è stato un po’ come prendere l’aereo e volare lontano, in un’altra dimensione. Anche se il viaggio è di poco più di tre chilometri».
La funivia di Campo Imperatore immette nella dimensione uno, quella dei fuoripista dei Valloni o della Valle Fredda, adatti ai freerider e a chi vuole fare pellate molto corte. Poi… poi c’è la dimensione due, quella del Pizzo Cefalone, della Sella del Brecciaio o del Corno Grande, con dislivelli e canali che non hanno molto da invidiare a quelli alpini.

Lost in Hokkaidō
«Una settimana dopo il nostro arrivo nelle cuore dell'isola ci siamo trovati immersi in una valle stretta e carica di neve e abbiamo sciato su entrambi i lati della strada che la taglia in due. È una valle lontano da tutto, in una delle zone più selvagge e nevose dell’Hokkaido. Era quello che cercavamo: abbiamo pellato e sciato pendii ripidi ricoperti dalla quintessenza delle betulle bianche giapponesi dall’alba alle tenebre. Eravamo solo noi, non una traccia, non uno schiamazzo».

Inizia così l’ampio reportage sull’Hokkaido di Mattias Fredriksson che pubblichiamo su Skialper 135 di aprile-maggio. Frediksson, profondo conoscitore della zona da 15 anni, nel febbraio del 2020 è partito proprio alla ricerca dei luoghi più autentici, lontano dal resort frequentati dagli occidentali dove dopo le nevicate c’è la lotta per tracciare nella neve fresca. Così ha fatto base ad Asahikawa, la seconda città più grande dell’Hokkaido ed è partito alla scoperta di valli lontano da tutto e da tutti e della favolosa cucina giapponese. Quella autentica… Diciotto pagine da leggere ma soprattutto da guardare.

Il Villaggio degli Alpinisti a due passi dal Sellaronda
Sono fortunato, molto fortunato. Vivere in Alta Badia, per chi ama lo sci, l’arrampicata e le Dolomiti, è il massimo. Certo, sono tante le valli e i paesi che mi piacciono e dove ho trascorso molto tempo, dalla Val di Zoldo alla Conca Ampezzana, dalla Val di Fassa alla Val Gardena e ogni posto ha qualcosa di speciale e delle montagne uniche. Ma qui si è proprio al centro di tutto. Il centro di un territorio incredibile dove è facile muoversi attraverso i passi e raggiungere le valli vicine. In inverno l’esteso sistema di impianti e collegamenti consente di spostarsi facilmente alla ricerca della neve migliore, raggiungendo in breve la Marmolada, il Sella, la zona del Lagazuoi e tante altre aree limitrofe con una scelta di itinerari senza paragoni. Avete presente la comodità di partire da casa a piedi, utilizzare gli impianti e poi le pelli per sciare lungo qualche canale sul Sella e a fine giornata rientrare percorrendo una Val Mezdì o Val Setus al tra- monto? E con rientrare intendo proprio fare l’ultima curva sulla soglia del garage!
Ok, qualcuno potrebbe dire: certo, ma c’è tanta gente, confusione, non vorresti più pace e tranquillità? In effetti in alta stagione il Sellaronda attira tanti sciatori da tutto il mondo e, se si vogliono utilizzare gli impianti, si deve sempre fare i conti con la popolarità del comprensorio. Per fortuna però la Val Badia si trova tra due grandi parchi naturali, il parco di Fanes - Sennes - Braies ad Est e il Parco Puez - Odle a Nord-Ovest. Queste due grandi aree naturali e sistemi Unesco sono un vero paradiso per lo scialpinismo e per allontanarsi dalla confusione. La zona di Fanes è molto apprezzata e conosciuta anche a livello internazionale, offre tanti itinerari prevalentemente di stampo classico e, grazie ai suoi comodi rifugi in quo- ta, è ideale per le traversate di più giorni. Per esempio quella di Fanes - Sennes - Braies che dalla Val Badia arriva al famoso lago di Braies e che è diventata ormai una grande classica dello scialpinismo in Dolomiti. Ma è del Puez che vorrei parlarvi e in particolare della valle di Longiarù, in ladino Val da Lungiarù. Questo è un posto speciale ed è qui che mi piace andare per trovare la tranquillità vicino a casa. Il parco Puez - Odle non ha rifugi aperti in quota come Fanes e le gite si effettuano in giornata dalle valli. Se gli accessi dal versante della Val Gardena e dall’Alta Badia sono facilitati dagli impianti, che permettono di alzarsi in quota verso i confini del parco, sugli altri versanti le gite iniziano dal fondovalle o al più da qualche strada che sale alle numerose e caratteristiche frazioni. La valle di Longiarù, in particolare, è quella che offre il maggior numero di itinerari e si presta molto bene a un soggiorno scialpinistico di qualità. Qualità nel soggiorno, perché i ritmi e l’atmosfera sono quelli di un turismo più lento e rilassato, ma soprattutto qualità nella varietà dello sci, perché qui, oltre alle gite facili nel bosco e su terreno aperto, sono tanti i canali dolomitici e gli itinerari di stampo più moderno. Non per niente Longiarù è stato riconosciuto come Villaggio dell’alpinismo.

Ma cosa significa? I Villaggi dell’alpinismo sono un’iniziativa dei Club Alpini e nascono da un progetto del Club Alpino austriaco. Più precisamente «le località riunite nell’iniziativa Villaggi dell’alpinismo sono pioniere dell’alpinismo nelle loro regioni. Per questo motivo le montagne e l’alpinismo hanno un grande valore nell’immaginario culturale dei nativi del posto e dei loro ospiti. Qui la consapevolezza dell’armonia necessaria tra la natura e l’uomo è ancora viva e si manifesta nel rispetto dei confini naturali». Per essere inseriti nella lista, i comuni devono rispettare criteri rigorosi, impegnandosi nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi (un documento stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi). Una filosofia che va oltre il semplice marketing turistico, ma spazia a 360 gradi dall’edilizia alla mobilità, ai trasporti, all’agricoltura, alla tutela del paesaggio e della cultura locale. E al centro di tutto c’è l’attività outdoor, estiva e invernale, nel rispetto della natura. Vi invito a leggere e approfondire, perché credo che sia veramente la filosofia a cui bisognerebbe puntare in tante località, soprattutto in funzione dei cambiamenti climatici. Non che io sia contrario agli impianti di risalita, anzi, li uso per piacere e per lavoro e sono sicuramente la miglior risorsa del turismo invernale per gran parte delle Alpi. Ma ha senso costruirne ancora in zone dove non ce ne sono? Capisco l’aggiornamento e miglioramento di quelli esistenti, nei comprensori che funzionano, ma non è meglio in tante valli puntare su un turismo diverso, più sostenibile, visto che gli esempi di successo non mancano? Siamo solo scialpinisti, alpinisti, escursionisti, non sta a noi decidere, ma alla fine è la domanda che crea l’offerta. Se privilegiamo luoghi come Longiarù o la Valle Maira o una delle altre località che puntano a sviluppare un turismo diverso, contribuiamo a segnare la strada verso il futuro. Vi sembra qualcosa di irrealizzabile? Forse, ma vi sareste mai aspettati un mondo così diverso, e in così poco tempo, a causa di una pandemia?
QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 133

Alpi selvagge
Ventitré anni fa usciva per la BLV Verlag di Monaco un libretto polemico intitolato Berg Heil. Heile Berge? Rettet die Alpen di Reinhold Messner. Venne pubblicato in Italia quattro anni dopo, per la Bollati Boringhieri di Torino, col titolo Salvate le Alpi. Erano anni intellettualmente vivaci in cui si iniziava a raccogliere le idee per delle Alpi nuove: ci si avvicinava alla Convenzione europea del Paesaggio, e si iniziava finalmente a capire che forse era il caso di lasciarsi alle spalle i vecchi modelli turistici novecenteschi, insieme al secolo che stava per finire. Insomma, stava nascendo quel gruppo di dieci, forse quindici intellettuali che dicevano le cose che ripetiamo ancora noi oggi. Erano storici, antropologi, climatologi e così via, per lo più torinesi, che da lì a dieci anni si sarebbero ritrovati uno a fianco all’altro tra le pagine del periodico Dislivelli.
Tutto questo però avveniva lontano dalle pareti, dalle falesie, dai canali ghiacciati, dai sentieri. Sì, in mezzo a loro c’erano anche alpinisti, ma restava un mondo per qualche ragione troppo alto e inaccessibile, soprattutto per quei nuovi frequentatori che iniziavano a gironzolare tra le montagne: dei ragazzi che vestivano largo, che portavano il cappellino da baseball al contrario, che parlavano una lingua di strada, e soprattutto che non ascoltavano il Coro della SAT. Poi anche i ragazzini sono cresciuti, le informazioni sono diventate più accessibili e, soprattutto, il mondo ha iniziato ad andare sempre più convinta- mente in una direzione diversa. Il risultato è che le cose che dicevano vent’anni fa quei dieci o quindici illuminati, oggi sono nella bocca di un sacco di persone, di qualsiasi target. Talvolta per sentito dire, talvolta consapevolmente, talvolta fintamente. Fatto sta che ormai c’è tanta gente che ne parla e, per quanta potesse essercene al tempo, oggi ce n’è dieci volte di più: basta impianti, basta infrastrutture, basta sfruttamento del paesaggio, basta commercializzazione dell’outdoor, ma cura per le zone abbandonate, per un’economia lenta, per un turismo di prossimità, colto, consapevole e così via.
Però nessuno aveva ancora fatto il grande salto. Perché il problema di tutta questa roba qua è che è tutto fuori che semplice, e ci sembra un grande salto nel vuoto. Come tutti i cambiamenti. E sembra un salto nel vuoto soprattutto per quelli che di questa roba ci devono campare. E sebbene esista un turismo nuovo, ed esista un outdoor nuovo, sebbene ci sia in realtà già tutto un sistema capace di rendere le Alpi un luogo più inclusivo, sebbene tutta questa roba qua esista, e abbia dimostrato di funzionare, non viene ancora vista come un’alternativa con la A maiuscola. Poi però quest’anno è successo qualcosa. Ed è successo che tutto quel sistema, vecchio, superato, supportato artificialmente con fondi pubblici, è stato spazzato via da una cosa che nessuno si era immaginato. E che non solo ha spazzato via tutta quella roba là, ma è come se ci avesse puntato il dito sopra per dirci: vedete? Di tutte queste cose fareste bene a dimenticarvene.
Come tutte le crisi, questa ha colpito soprattutto i settori che stavano in piedi non si sa bene come, i castelli di sabbia. Però ha accelerato dei cambiamenti che erano comunque già in atto. E così facendo, quasi senza volerlo, ci ha creato su misura quell’inverno che fino ad ora avevamo soltanto letto nei libri, e che sognavamo da tempo; vale a dire senza quel turismo mangia e bevi, fatto di trenini rossi, di impianti, di piste, e di après-ski, che portano soldi, ma ne portano via di più. Il problema è che rimarranno indietro anche un mucchio di persone, ma questo succede con tutte le crisi. Per questa ragione non basta starcene a guardare quel mondo crollare, ma dovremmo anche iniziare a dare fiducia alle alternative di cui si parlava prima. E questo lo dovremmo fare prima di tutto noi come frequentatori. Insomma, abbiamo l’opportunità di rivedere le nostre priorità, di lasciarci alle spalle tutte le inutili sovrastrutture di cui ci eravamo circondati e soprattutto di avere delle Alpi spoglie e selvagge come non lo erano più da un secolo.
Abbiamo avuto un’estate senza gare, che ci ha ricordato la ragione per cui corriamo e per cui andiamo in montagna. E che ci ha riportato a una dimensione originaria della corsa, senza gonfiabili e premi finisher. Le Alpi di questa stagione invernale sono Alpi selvagge, siamolo noi altrettanto.
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Yannick Boissenot, dentro l’azione
Fotografia. Catene montuose. Montagna. Fotografia in montagna. Un legame spesso forte, ampiamente sviscerato, analizzato e sempre in continua evoluzione. A volte ci si trova in montagna per un’ascensione o una discesa e si documenta la giornata con scatti più o meno numerosi, cellulare di ultima generazione o reflex digitale. Obiettivi, inquadrature, filtri. Trofeo effimero di un ricordo o ricerca dell’attimo perfetto.
Fin dalle prime immagini della fine del XIX secolo, popolate di personaggi che affrontavano salite e ghiacciai con abbigliamento e attrezzature che ora paiono rudimentali, fu chiaro che si apriva un mondo grazie alla possibilità di riprodurre fedelmente quegli ambienti di sublime bellezza e le persone che vi si muovevano. In ambiente alpino, tanto più durante le attività che si possono praticare in quota, non sono pochi gli alpinisti e i fotografi professionisti che sembrano essere più attratti dagli scatti che possono immortalare con le luci che solo l’aria sottile sa regalare, rispetto alla vetta stessa. Da quando poi la fotografia è diventata strumento alla portata di tutti, non c’è chi, dal semplice escursionista fino all’alpinista estremo, non abbia provato il desiderio di riportare a casa con sé le immagini delle cime e delle azioni che su di esse si compiono. La potenza degli scatti catturati dagli alpinisti sulle montagne più alte e remote, ma anche da semplici escursionisti sulle vette che vediamo dalla finestra di casa.
Una delle citazioni più note in cui anche l’alpinista del week-end può ritrovarsi in merito al suo legame tra monti e fotografia è quella che Guido Rey fece in tempi non sospetti nel suo Alpinismo Acrobatico: «…l’antipatico gingillo meccanico che rechiamo sui monti, legato alle spalle, è divenuto per noi un compagno utile e fedele che, ad un nostro cenno, guarda e ritiene con memoria più sicura della nostra; un compagno che malediciamo cento volte nella salita, che pesa, ci preme il fianco o sbatacchia sulla schiena, […] la piccola scatola racchiude nel suo segreto alcune rapide visioni che sono tesori, […] un attimo fuggente della vita».
Smettendo di essere così aulici, non ricordo chi, ma probabilmente un saggio, diceva a proposito della fotografia in montagna contemporanea: «professionisti e amatori, esattamente come nel porno…» tutti con il proprio gingillo al collo o in tasca. Non penso quindi che si possa rendere giustizia alla fotografia, anche a quella alpina, con una definizione stringente. È ibrida, mutevole, nasconde molteplici motivazioni che spingono sia l’amatore sia il professionista a scattare. È arte dopotutto la fotografia. Anche in montagna. Il quindicenne Yannick le montagne le aveva davanti. Ci viveva, in montagna. Nato a Bourg-Saint-Maurice, Yannick ha imparato a sciare, fare snowboard, skateboard e arrampicare nella vicina Les Arcs, in Savoia. Quasi per caso i suoi genitori in quel periodo adolescenziale gli regalarono la prima fotocamera digitale. Arrivarono subito gli esperimenti a immortalare i suoi amici e successivamente la specializzazione in una scuola di arti audiovisive a Montpellier. Fotografia e montagna: ed eccoci qui a chiacchierare con Yannick Boissenot. Molti infatti scattano fotografie in montagna, ma pochi sono a proprio agio come Yannick a immortalare action sport praticandoli davvero insieme ai protagonisti, in equilibrio sulle lamine degli sci su una linea estrema del massiccio del Monte Bianco o su una parete extraeuropea.

Cameraman e fotografo di montagna, Yannick è diventato un testimone chiave della verticalità. Un nome nuovo che ha saputo conquistare un proprio spazio gradualmente sul campo, sciando, arrampicando e regalando storie attraverso le immagini che cattura in prima persona, direttamente dal centro dell’azione. Cosa non troppo scontata. Amante dello sci, specie quello estremo, come mezzo di esplorazione e condivisione, nell’ultimo periodo ha deciso di ampliare le inquadrature iniziando a cimentarsi con il parapendio. Le sue immagini e i suoi film sono miscellanee delle passioni verticali che porta avanti a Chamonix e nei suoi viaggi. Del suo lavoro dice: «quando faccio un film, il mio obiettivo è condividere le emozioni!». Sembra facile, ma far sognare chi guarda, come chi legge, è tutt’altro che banale. Abbiamo fatto due chiacchiere per conoscere chi sta dietro l’obiettivo di redpointmovie.com e il suo modo di andare per pareti.
Yannick nel 2020: chi sei? Dove sei? Cosa stai facendo? Insomma, iniziamo come al solito dalle presentazioni.
«Sono nato a Les Arcs, una località sciistica abbastanza famosa. Ho iniziato a sciare a tre anni come tutti i bambini di quelle valli. Dopo dieci anni di sci e gare ho capito che la competizione non faceva per me, avevo bisogno di essere più libero, ho provato lo snowboard, il telemark per molti anni e a 19 anni sono tornato sugli sci per quello che amo di più in questo momento: lo ski de pente! Ora ho 36 anni, sono uno sciatore supportato da Salewa e Black Crows, un cameraman specializzato in alpinismo, spedizioni, e arrampicata e sono anche allenatore del club di arrampicata di Ginevra. Yannick nel 2020? È a casa, come molti purtroppo. Ma mi godo in tranquillità le montagne e la famiglia. Avrei dovuto essere in Perù per una spedizione alpinistica con i miei amici Thomas Huber e Stephan Siegrist quest’estate, ma a causa del Covid abbiamo cancellato tutto a giugno. Avendo più tempo, ho deciso di imparare a usare il parapendio, quindi negli ultimi tre mesi… sono stato in volo. Se ci penso, negli ultimi quattro anni non sono mai stato a casa (2019, 2018 in Pakistan; 2017 in Perù) quindi sono stato abbastanza felice di rimanere a Chamonix. Sono sposato da sabato scorso (questa intervista è di settembre, ndr) e ho un bambino di 18 mesi».
Lo sci è sempre stato molto importante?
«Negli ultimi anni è diventato la ricerca della linea che non era mai stata disegnata. Esplorazione. Ovviamente amo le giornate in neve fresca, lo sci o lo snowboard tra gli alberi, in foresta. Giornate selvagge di puro divertimento, ma di sicuro, da quando mi sono trasferito a Chamonix dieci anni fa, il mio modo di vedere lo sci è cambiato. Quando sono arrivato qui ero motivato a provare a sciare su tutte le linee, tutto era così enorme, specie arrivando da una stazione sciistica classica come Les Arcs. Presto mi sono trovato a studiare per tutto il tempo nuovi progetti o le king lines che vorrei sciare. Il gioco è studiarle ed essere pronti quando ci saranno le buone condizioni.
A volte la neve si attacca alla roccia o al ghiaccio per uno o due giorni, poi magari basta anche per dieci anni».
Hai saputo coniugare la tua passione per alpinismo e sci con la fotografia, cosa ti ha portato ad avvicinarti alle arti visive?
«Ho iniziato seriamente 12 anni fa. Mi sono specializzato nelle foto e nei video di sport estremi. Praticando steep skiing, alpinismo e arrampicata, posso essere veramente vicino all’azione, soprattutto quando seguo atleti professionisti come Thomas Huber, Victor Delerue, Simon Gietl. È fantastico riuscire a combinare queste due passioni. Quando esco per un servizio non mi accorgo che in realtà sto lavorando».
Il 2020 non è stato un periodo facile con i problemi e le restrizioni connesse al Covid-19. Come hai trascorso il tuo tempo?
«I due mesi a casa sono stati davvero frustranti e credo che sia stato lo stesso per tutti. Ho passato dei bei momenti con il nostro bambino e l’altro figlio di mia moglie di otto anni. Il tempo è stato sempre bello, abbiamo un giardino, quindi non mi posso lamentare più di tanto. Soprattutto pensando ad alcune persone che vivono in un piccolo appartamento in una grande città, non stavamo giocando allo stesso gioco. Inoltre il piccolo ha deciso di iniziare a camminare proprio durante il lockdown, un bel da fare!».
Alpinista e papà, cosa è più impegnativo?
«Di sicuro essere papà! Mi piace pensare che la cosa più incredibile sarà il momento in cui potrò trasmettergli la mia passione e condividere del tempo insieme in montagna! Abbiamo fatto il nostro primo bivacco di famiglia durante l’estate: è stato fantastico».
La montagna è davvero una buona opzione in ottica social distancing?
«Certo, ma non a Chamonix. A questo proposito, con i miei sponsor sono felice di aver trovato un buon equilibrio. Non sono ossessionati da ciò che è social e preferiscono i contenuti e i progetti di qualità lontani dal meccanismo quickly done, well done, purtroppo in voga».
La maggior parte degli accessi all’alta quota nell’area di Cham si effettua con impianti e funivie, non il massimo per il distanziamento sociale. Alla fine del lockdown però gli impianti sono rimasti chiusi ma, dopo l’isolamento forzato, in paese eravamo tutti super affamati di aria aperta e di poter tornare in montagna, così abbiamo iniziato apartire da valle a piedi, magari anche prima della mezzanotte per essere alla base delle pareti prima del sorgere del sole, come si fa in primavera. Alla fine si facevano uscite con 2.500-3.000 metri di dislivello. Faticoso, insolito per Chamonix, ma non andava affatto male! Questa è anche una delle ragioni per cui mi sono avvicinato al parapendio: meglio volare che scendere camminando dopo aver sciato o scalato una parete».
Un posto isolato a Chamonix?
«Sembra un paradosso, ma in certi giorni, magari un po’ fuori stagione, andate nella zona del Refuge d’Argentière. Ci sono talmente tante possibilità, seppur così evidenti, pendii facili esposti a Sud o le grandi pareti del circo Nord che, conoscendo bene i luoghi, rischierete di non trovare nessuno. Per me è un posto unico nel massiccio del Monte Bianco».
Ultimamente grandi dislivelli quindi. Un trend di un certo alpinismo, insieme alla velocità. Qual è il tuo stile?
«Non sono un ragazzo che vive quel genere di competizione. Non voglio sapere sempre quanto dislivello ho fatto in un anno o quanto ore ho impiegato per una cima. Però mi piacciono i progetti sfidanti, in cui mettersi in gioco: percorrere più pareti in sequenza, salire one-push direttamente da valle, ma per favore: nessun cronometro con me in montagna. E poca ostentazione. Anche il mondo dei media e dei social media a mio avviso non ha spinto gli sport di montagna nella giusta direzione. Mi sarebbe piaciuto diventare un atleta del mondo dello sci durante gli anni ’90.
A questo proposito, con i miei sponsor sono felice di aver trovato un buon equilibrio. Non sono ossessionati da ciò che è social e preferiscono i contenuti e i progetti di qualità lontani dal meccanismo quickly done, well done, purtroppo in voga».
So che ti piace molto viaggiare per sciare e scalare in posti remoti. Raccontaci il tuo viaggio ideale.
«Se potessi tornerei in Pakistan durante la primavera per sciare. Sono già stato diverse volte, ma sempre con progetti alpinistici. È un paese meraviglioso. Il mio sogno sarebbe quello di poter sciare su una vetta vergine di 6.000 o 7.000 metri: ci sono così tante opzioni.
La gente è sempre stata più attratta dagli Ottomila, mentre tanti posti non sono mai stati visitati e nascondono un potenziale enorme. Amo la cultura e le persone del Karakorum».
Hai sciato e fotografato anche in Perù: un altro terreno di gioco storicamente speciale per lo sci estremo.
«Penso che il Perù sia stato un buon passo da fare prima di sciare in Himalaya. Avvicinamenti brevi da Huaraz che ti concedono di scoprire cos’è lo sci ripido a 6.000 metri... e non è facile.
Abbiamo sciato Artesonraju (6.025 m) e Tocllaraju (6.032 m) impiegando due giorni ogni volta e ce ne sono voluti tre per lo Scudo sullo Huascaran Sur (6.768 m). Poi quando hai finito ti ritrovi in hotel a bere birra e mangiare del buon cibo a mille metri sul livello del mare. Non è la stessa partita quando stai al campo base a 5.000 metri come in Himalaya».
I tuoi progetti quindi guardano al Pakistan?
«Una linea che non posso far a meno di sognare è il Laila Peak. Mi piacerebbe sciarlo dalla cima, senza doppie, in buone condizioni, il modo come va fatta una discesa del genere. Anche nell’area del Bianco ho ancora molti sogni. Linee che non vorrei svelare e che vorrei aprire o anche discese majeur da ripetere. Se dovessi dirtene una, sono sempre stato attratto dal Macho al Mont Blanc du Tacul».
Quindi ecco la meta del prossimo viaggio?
«Non lo so. In realtà in Pakistan stiamo portando avanti anche un altro progetto, raccogliendo attrezzatura, sci, snowboard, abbigliamento tecnico qui a Chamonix da inviare laggiù per fare conoscere le gioie di questi sport ai bambini del posto. Julien Pica Herry, che è il mio migliore partner con il suo snowboard, è il principale promotore di questo progetto. Pica conosce alla perfezione l’Hunza Valley in Pakistan. Se non ci saranno problemi con le restrizioni e i blocchi legati alla pandemia, dovremmo andare sul posto il prossimo febbraio con altri cinque o sei amici. L’idea è quella di insegnare ai local come usare sci e tavole, passando del buon tempo insieme».
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Il lato B di La Grave
The Backyardigans (la serie televisiva in Italia è stata nominata Gli Zonzoli, ma la traduzione letterale di backyard è giardino dietro casa o, volendo, cortile) è un programma televisivo per bambini dei primi anni duemila di cui fino a qualche anno fa ignoravo l’esistenza. È un cartone animato su una banda di amici che utilizzano l’immaginazione per inventarsi avventure indimenticabili... senza lasciare il giardino di casa, il loro parco giochi. Il mio amico peruviano Koky, che viveva accanto a me, me ne parlava in continuazione mentre si meravigliava per le sciate che facevamo insieme proprio dietro le nostre case, al di là delle creste e delle cime che vedevamo dalla finestra, nei giorni di gloria polverosa. All’epoca vivevo già da dieci anni nel piccolo villaggio di Ventelon e apprezzavo molto questo lato di La Grave, il versante soleggiato e innocuo della valle, oscurato dalla fama dei pendii raggiungibili con la telecabina. Però l’allegoria di Koky mi ha fatto rivivere quella magia dell’esplorazione intorno a casa con l’innocenza di un bambino e mi ha riportato ai primi ricordi che ho dello sci.
Quando mia madre mi ha messo per la prima volta gli scarponi di cuoio a tre anni, facendomi provare la sensazione di scivolare, era proprio dietro casa nostra, nel mio giardino. La periferia di Toronto è corrugata da collinette appena sufficienti per provare l’effetto della forza di gravità con gli sci ai piedi, ma è stato il morso della mela che mi ha spinto verso le località sciistiche più vicine, fino a quando sono diventato uno ski bum, fuggendo dalla folla delle piste. Scoprire il mondo con gli sci è stato il mio romanzo di formazione e mi ha permesso di fare esperienze in molti parchi giochi. Eppure quei ricordi così vividi della prima infanzia, quando esploravo con gli sci il bosco nel burrone dietro casa, sono sempre rimasti tra le esperienze più importanti per la mia crescita.
Non tutti quelli che rimangono stregati dalle incredibili possibilità sciistiche nella montagna aperta offerte dalla telecabina di La Grave finiscono per fermarsi qui. Man mano che vivevo alle pendici di un comprensorio così intenso, ne venivo completamente sopraffatto, ma parte del fascino è dovuto al forte contrasto di questa realtà con quella che ho vissuto in Canada. Lì per trovare lo stesso terreno devi andare in posti lontani e isolati, oppure in costosi e lussuosi resort senza alcun legame con la terra. La mia passione per lo sci avventuroso si è sempre risolta in lunghi e faticosi viaggi in auto. La Grave ha saputo conservare e valorizzare il suo patrimonio e uno stile di vita in montagna che ha messo in ombra il percorso scontato di molti sciatori verso uno stile di vita da era nucleare. La Grave mi ha mostrato la speranza di poter mettere in pratica il mio vecchio e romantico sogno di non lavorare e di coltivare il cibo durante l’anno, in modo da poter sciare, mangiare e dormire (e fare un po’ di festa) in inverno.

Ho incontrato Mathieu Bonnetbleu nei miei primi anni a La Grave. All’epoca era un vero ski bum e c’era molta affinità tra di noi, così il passo per diventare uno dei miei più preziosi compagni di gita è stato breve. Mi piaceva il modo di ragionare elementare di Mathieu. Lui ammassava nella sua piccola baita di pietra il cibo a km zero che aveva coltivato o comprato e poi sparivamo per diversi giorni, portandoci dietro patate locali, formaggio, pane e bottiglie di vino al posto dei noodle o del ramen confezionati. Con il passare degli anni Mathieu si è completamente evoluto, dimenticando la telecabina e diventando pastore. In un batter d’occhio ha messo su famiglia, fattoria, una piccola mandria di capre e 300 pecore Merinos. Non solo ha finito per sciare dove viveva, ma ha anche vissuto dove sciava... Il suo parco giochi dietro casa è diventato sede di lavoro e fonte di vita. La scelta permaculturale* di Mathieu è stata la leva per fare di qualcosa frivolo e infantile come lo sci il mio stile di vita.
La mia fantasia del parco giochi dietro casa si è materializzata quando mi sono sposato e abbiamo costruito il nostro nido a Ventelon. Appena dietro le mura c’è una montagna con pendii erbosi frequentata solo dal bestiame, dai cervi, dalle volpi... e dagli altri backyardigan. Il nostro lato soleggiato della valle è perfetto per far crescere l’aglio in primavera, fornisce l’energia solare ideale e in inverno permette comunque di mettere gli sci e toglierli in giardino appena qualche centimetro di neve ricopre l’erba. Qui gli elementi hanno rimodellato il mio ego. Fuori dal bosco i venti costanti creano onde di neve simili ai pipe dei park. Questo spirito ha alimentato la sciata interiore e influenzato lo stile e le aspirazioni. Ho iniziato a non avere più bisogno di sciare tutti i giorni perché stavo eliminando ciò che volevo dimenticare andando a sciare. L’immobilità fertilizzava la sensibilità verso la natura e la qualità delle sessioni di sci.
Lo scorso inverno è stato bello nel mio parco giochi. Con Ryan Koupal di 40 Tribes Backcountry, con il quale da dieci anni porto gruppi a sciare nei parchi giochi più esotici, abbiamo creato il primo Mystery Trip. Chi si è iscritto ha iniziato l’avventura nella sua immaginazione, all’atto dell’iscrizione, sapendo solo che sarebbe stato accolto a Ginevra e avrebbe sciato con me e un’altra Guida locale... da qualche parte. L’esuberanza giovanile del mio amico e Guida alpina Joe Vallone ha funzionato perfettamente durante il nostro pigiama party di una settimana al Refuge du Goléon. Joe, grazie al suo background freestyle, incarna perfettamente lo stile ludico dello sci che trae il massimo profitto dal nostro parco giochi e dal cameratismo delle notti in rifugio intorno a un tavolo. Nessun ha sentito la mancanza della telecabina.
I miei due figli hanno imparato a sciare nel nostro giardino. Mentre crescono e li guardo costruire kicker e camminare per fare i loro 50 metri di sciata in neve fresca quando si depositano 20 centimetri sull’erba, sto chiudendo un cerchio. C’è un senso di completezza perché ho capito quello che mi motiva. Più tempo passo nel mio parco giochi, più sembra grande. Sciare non significa per forza complicazione. Le cose semplici sono in sinfonia alla Mandelbrot. I frattali** del mondo interno si muovono all’infinito sempre più dentro, diventando intricati man mano che si va nel dettaglio. L’immaginazione ci porta lì, soprattutto in questi giorni in cui il mondo esterno, ancora convalescente dalla malattia mitologica del XIX secolo, sembra chiudersi intorno a noi. C’è sempre spazio per divertirsi di più nel parco giochi se sei un backyardigan.
*La permacultura è un insieme di pratiche mirate con il fine di progettare e gestire il nostro habitat in modo che soddisfi i bisogni primari (cibo, fibre ed energia) salvaguardando la stabilità e sostenibilità degli ecosistemi naturali.
**Ente geometrico caratterizzato dalle dimensioni non intere e dalla proprietà di riprodurre l’ente di partenza a ogni scala. L’insieme di Mandelbrot, dal nome del matematico Benoît Mandelbrot, è uno dei frattali più popolari
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Onde
Questo articolo è un estratto del racconto originale pubblicato sul numero 1 di AA Arcipelago Altitudini. AA ha le fattezze di un libro, ma nell’idea di periodicità è inteso come una rivista, è un contenitore di racconti, ma anche di saggi narrativi, di poesie, di foto reportage e di graphic novel con tema la montagna nei suoi diversi aspetti e significati. Un insieme di tante storie eterogenee e voci diverse, in cui scrittori affermati si affiancano a esordienti, componendo un vero e proprio affresco, un racconto sfaccettato e originale sulla montagna, per scoprirla, approfondirla e per lasciarsi ispirare. 19 euro – 224 pagine. Curatore: Teddy Soppelsa.
Chi lo fa per amore, chi per desiderio, chi per narcisismo, chi per sentirsi giovane. Io lo faccio per noia, solo fottutissima noia. La ragione è che non ne posso più di scendere le autostrade di neve. Un giorno dalla seggiovia guardo i puntini che disegnano la stessa traccia con gli stessi sci e lo stesso lasciapassare sullo stesso identico monotono piatto insulso tappeto di neve da cannone e trabocco di noia. «Sono così anch’io?», mi chiedo fissando gli scarponi di plastica lattescente, e piuttosto di fare il puntino torno indietro con la seggiovia. Fuori pista non posso andare perché ci sono i sassi: i puntini sciano sulla striscia di carta igienica. Non so niente del surf da neve. Neanche il nome, infatti non si chiama così. Mi documento, leggo storie, trovo qualche commento esaltato e qualcuno poetico e scopro che il mondo della discesa è diviso in due come quello della scalata. La gente come me ha cominciato a sciare con gli sci, due e distinti, ispirandosi all’eleganza dei vecchi maestri, invece i più giovani imparano direttamente sulla tavola, sorprendente metafora del nuovo pensiero. La tecnica dello sci deriva da una concezione lineare, classica, cartesiana, mentre lo snowboard s’ispira a un pensare obliquo e laterale, postmoderno, che ha un corrispettivo urbano nello skateboard. Le due filosofie non si parlano, sono mondi separati. All’inizio lo chiamavamo surf, effettivamente, e lo consideravamo lo sport dei pazzi d’oltreoceano. Capelli lunghi, faccia abbronzata, brache larghe e cervello allentato. La filosofia della tavola veniva dall’America ed era molto diversa dalle tavole sempre apparecchiate di casa nostra. Il surf arrivava dalle nevi e dagli sciatori anarchici degli Stati Uniti, anche se nessuno conosceva l’inventore, e saliva dal mare, dove era nato in altre sembianze per cavalcare le creste.
Il senso originario era appunto solcare le onde di neve, scivolando di bolina su un pezzo di legno incurvato. Non sciare, ma navigare. Gli sciatori scendono e i surfisti navigano, solcano, galleggiano. Sciare e navigare sono due parole diverse, e le parole sono importanti. Se fossi stato attento alle parole! Lo snowboard arriva sulle Alpi negli anni Ottanta, espugnando un nocciolo di curiosi e di coraggiosi. Il popolo delle piste li guarda ghignando come si guardano i circensi e i numeri da circo. L’attrezzo piatto non si arrende e cerca faticosamente di conquistare il mercato europeo, di guadagnare immagine e fiducia, quindi inciampa, barcolla, si rialza e finalmente decolla negli anni Novanta, adattandosi al pubblico di quaggiù. Il surf di noialtri elabora un pensiero facile, che è la pratica sulle piste battute, demone e spauracchio degli sciatori tradizionali, e coltiva un pensiero complesso che è la navigazione sui campi di neve intonsa, che una volta si chiamava «vergine» in onore del maschilismo alpino. È su quella neve che il surfista che ha rinunciato a essere un macho disegna tracce e inventa attraversamenti.
L’attrezzo è concepito per veleggiare negli spazi aperti, dicono gli adoratori della buona tavola. Serve a navigare i mari di neve fresca, non a grattugiare le piste. Attratto dalla filosofia decido di sperimentare il nuovo linguaggio. Ci arrivo per caso, come succede per le cose importanti della vita. Basta non dire di no. Una domenica di febbraio salgo a Prali in Val Germanasca, che è il vecchio rifugio dei valdesi dove i montanari dalla testa dura hanno mantenuto un comprensorio a misura d’uomo e di portafoglio. A Prali si scia bene e si spende poco. A Prali c’è una di quelle seggiovie di una volta che parti giovane e arrivi vecchio, però almeno hai il tempo per pensare. Anche dalla seggiovia vetusta di Prali si vedono i puntini che disegnano la pista di sci, ma oggi non si vedono perché è salita la nebbia. In cima alla seggiovia c’è un bar un po’ triste come tutti i bar degli sciatori, vicino al bar ci sono i cartelli delle piste battute e oltre i cartelli c’è la mia trappola.
«Allora vuoi provare?» dice Andrea.
«Sono venuto per provare, no?».
«Allora buttati, socio».
Per provare per prima cosa bisogna inchiodarsi alla tavola, ed è già un passaggio difficile. Gli sci te li metti ridendo, li domini, invece la tavola ti cattura e sei in balia. Servo patetico e obbediente. Cerchiamo un posto in piano, lontano dagli sguardi indiscreti. Facendo la faccia dell’esperto scambio gli sci con la tavola di Andrea Giorda, vecchio compagno d’avventure, che si prende anche i bastoncini lasciandomi solo e imbullonato all’attrezzo. Lui scende scodinzolando e io sono un cane di marmo. Scultura ingloriosa. Si è messo a nevicare e viene giù cattiva, di traverso, come quando ti sale la voglia di essere a casa. Tra un’ora chiudono gli impianti e io resto qui come un fesso, penso in cima alla pista, un monumento all’imperizia umana. Oppure mi tolgo l’asse maledetto e scendo a piedi, come fanno i bipedi. Quello lo so fare bene. Alle quattro del pomeriggio sono bloccato sul vertice invisibile della pista rossa, contento che nessuno mi veda, in precario equilibrio trasversale sulla tavola di Andrea. Nevica più forte. Sono sudato. Da un’ora sto inginocchiato in faccia al pendio cercando l’equilibrio. Ogni volta che provo a tirarmi su ricado come un fantoccio sulle ginocchia. Ho i menischi marci, nevica, tira vento e fa sera. Tempo da lupi, e qui ci sono i lupi. Erano decenni che non m’inginocchiavo davanti a qualche cosa. Aggrappandomi alla neve bagnata cerco l’ancoraggio che non esiste. Se avessi capito la filosofia saprei che non c’è appoggio nel surf, c’è solo il vuoto. Bisogna imparare a volare. La tavola serve a quello. Mi rigiro faccia a monte, scivolo, gratto, derapo. La discesa è alle spalle. Eterna. Minacciosa. Per la prima volta affronto una montagna senza vederla. Massaggiandomi il ginocchio tumefatto concludo che per oggi non ce n’è. Scenderò a piedi. Prendo la tavola sotto braccio e divallo come un reduce di Russia. Per dare un senso alla situazione mi dico che bisognava provare per rinunciare. Sono uno stupido, rido di me stesso. Eppure c’era scritto su tutte le riviste, che la tavola fa male all’ego, ma io ho sottovalutato le parole. Bastava leggere meglio, bastava credere alle disgrazie degli altri.
L’apprendimento dello snowboard in età adulta è una regressione sconvolgente. Le tecniche acquisite in trent’anni di vita sportiva sono inutili, anzi peggio, sono controproducenti. Più ne sai più non vai. Più ti gonfi più ti fai del male. Ti ripeti che sei nato con gli assi ai piedi, che sai sciare da quarant’anni, che ci andavi ogni festa comandata invece della messa, che come Smilla conosci la neve farinosa, ventosa, gessata, bianca come una sposa o sporca da chiedere scusa, e invece non sai niente di tavole e di neve e di volare, sei solo un pivello che annaspa sulla pista numero sei. Hai meno chance del principiante che eri da bambino, infinitamente di meno, perché lui aveva la mente libera mentre a te tocca prima disimparare, umiliarti, dimenticare: piede destro e piede sinistro, peso a valle, piegamento, rotazione… Addio regole, addio ragionamento simmetrico. Per pensare da surfer devi vuotare la testa e riempirla con qualcos’altro. Allora guardi gli altri che volano sul pendio e ripeti «diamine è così facile!, guarda quello com’è grasso, quello è solo un ragazzino, quell’altro magari lavora in banca, non vedi che basta voltare le spalle e la tavola gira da sola!». E invece non hai capito niente, ruoti il busto, strappi la curva e sbatti la faccia sulla neve. Ti rialzi, prendi velocità, pieghi, ruoti, strattoni e cadi. Ti rialzi, strappi, t’inclini, bestemmi e sbatti di nuovo. È come se un energumeno ti tenesse le caviglie e un altro energumeno ti desse lo spintone. Una bella domenica.
Arrivo in fondo alla pista numero sei al buio e finalmente restituisco la tavola al mio amico. Portatela via, non voglio vederla mai più. Lui dice che è così per tutti: tre giorni di agonia e una vita di felicità. Non gli credo. Tre giorni e resusciti, dice. Non lo ascolto nemmeno. Ridammi i miei sci, grande millantatore, cerchiamo una tavola vera e facciamoci una birra. Naturalmente non demordo, adesso è una questione di orgoglio. Per notti e giorni penso agli errori commessi: sono sicuro di avere imparato. Mi lecco le ferite e mi accarezzo l’ego. La domenica seguente affitto una tavola ancora più cattiva, una putrella blu metallizzato, e scelgo una giornata ancora meno misericordiosa, con la neve dura e gelata. Fa bello e fa freddo, è inverno. Questa notte il vento ha spazzato il tappetino di farina, ma io ormai sono un veterano e ho seminato buoni propositi. Basta lanciarsi, genuflettersi e raccogliere. Va peggio della prima volta, perché i polsi fanno ancora male, la schiena è a pezzi e ho deciso di fregare la gravità. Quindi cado di continuo. L’energumeno non ha pietà. Ne esco più bastonato di domenica scorsa. Ma Andrea ha detto tre giorni, che ci vogliono tre giorni per disegnare le prime curve, così aspetto l’alba magica della resurrezione e alle prime ore del terzo giorno sono di nuovo in cima al calvario. Questa volta ho affittato una tavoletta ridicola, corta e marroncina, l’ho battezzata Truciolo, pesa poco e si piega tanto. Eppure non si fa domare e io mi sento un manico di scopa. Alle dieci del mattino ho già le ginocchia fradice. Quel gran bugiardo di Andrea. Rivoglio le mie gambe, ridatemi due gambe.
Sulla pista c’è una specie di chalet e gli sciatori hanno appoggiato alla parete decine di attrezzi. Le tavole da surf sono poche, cromate e seducenti. Le guardo, le odio. Aggiungo la mia tavoletta beige e la fisso come una fidanzata che ha tradito. Nel bar ordino un génépy e bevo d’un fiato per dimenticare. Invece continuo a pensarci, perché ormai è una battaglia tra me e lei, la tavola. Anzi lui: Truciolo. È guerra tra il pensare diretto e il pensare laterale. Possibile che sia così fottutamente bello da vedere e così fottutamente difficile da fare? Dopo il bicchierino della resa una voce bisbiglia all’orecchio: «Non hai capito? Funziona se non ci pensi troppo. Abbandonati, lasciati andare!». La vocina ha ragione, ma è solo filosofia. E non conosco neanche un filosofo che sappia vivere o surfare. Comunque ascolto la vocina e alleggerito dall’alcol faccio un ultimo tentativo. È uscito il sole e la pista sembra un tavolo da biliardo. I pendii luccicano di farina bianca, le creste si stanno scrollando la neve di dosso. Adesso che sono ubriaco mi sento meglio. Appena inforco la tavola la sento più leggera, malleabile, quindi la lascio fare e lei misteriosamente comincia a obbedire. Che fai adesso? Giri? Truciolo ruota docile sotto gli scarponi, rispondendo alle traiettorie del mio pensiero. Io lo penso e lui lo fa. Cazzo era un gioco facile, non c’era niente da imparare.
Quando il surfer in erba chiude la prima curva senza cadere pensa: «Che stupido, ero già capace». Più che apprendere il gesto bisognava liberarlo. La tavola asseconda le menti libere e non perdona la violenza. Lo sci era il pensiero forte della discesa, lo snowboard è una distrazione femminile. La tavola non si domina con i quadricipiti ma con la dolcezza, accarezzando il pendio sulla superficie, senza graffiare, senza far male. La tavola è come l’arco nelle mani dell’arciere: non è il braccio a scagliare la freccia, il dardo si scaglia da sé. Il saggio zen insegna che «con l’estremità superiore dell’arco l’arciere fora il cielo, all’estremità inferiore è appesa la terra fissata con un filo di seta. Se il colpo parte con una forte scossa c’è il rischio che il filo si spezzi. Per il volitivo e il violento la frattura diventa allora definitiva e l’uomo resta irrimediabilmente nello spazio intermedio tra il cielo e la terra».
Pochi in Europa hanno ascoltato i maestri dello snowboard. Con il passare degli anni la filosofia è scivolata rapidamente verso soluzioni sintetiche, verso tavole sempre più corte, arcuate e nervose, gobbe artificiali, trampolini di neve compattata, snowpark per le esibizioni acrobatiche. Nell’immaginario collettivo il surfer è diventato il ragazzino che gratta, derapa e rimbalza a bordo pista, il funambolo della discesa, la palla da flipper che taglia le gambe agli sciatori per bene, l’indisciplinato utente delle piste, il teppista. Porta pantaloni a vita bassa, scarpe da astronauta e giganteschi giacconi per nascondersi dai grandi.
Io continuo a vestirmi da sciatore alpinista e comincio a navigare i valloni delle Alpi occidentali con il mio vecchio compagno di cordata. Monviso, Monginevro, Monte Rosa, nevi in rosa. Riscopriamo la magia della neve fresca, l’odore gelido della farina e la gioia del mare aperto. Le nostre tavole solcano onde zuccherose d’inverno e campi di neve trasformata in primavera. Nella farina facciamo il disegno e sul firn ci divertiamo senza lasciare traccia. Abbiamo dei vantaggi sugli sciatori. Quando gli assi sprofondano noi galleggiamo, in crosta ce la caviamo, sulla neve marcia voliamo. Le tavole da surf tratteggiano linee diverse dagli sci, creano altre geometrie. Il diverso pensiero genera segni differenti. Si scendono dislivelli fantastici e si scopre un’altra montagna, disegnandola e ridisegnandola come i bambini con quelle lavagnette magiche: scrivi, scrivi e poi cancelli tutto.
L’avventura è quella cosa: passare e cancellare la traccia. Per assaggiare l’avventura devi spingerti oltre la pista segnata e battuta, se c’è un confine devi superarlo, se trovi un divieto devi trasgredirlo. Ma l’avventura è per pochi e la navigazione in neve fresca pretende coraggio. Bisogna essere molto amici dell’inverno e della montagna per distinguere fra il tracciato sicuro e il pendio da valanga, e bisogna farlo molto in fretta, con i tempi della discesa. La neve fresca non è programmabile, la fresca è anarchica, scende dal cielo e copre il segno che c’era prima. La neve fresca non è né sintetica né pop, infatti il mercato usa la seduzione dei grandi spazi per catturare i nuovi adepti e poi li mette in fila sulle piste. Ti faccio vedere il mare, te lo faccio perfino annusare, e dopo t’incateno all’ombrellone. Non bisogna essere dei filosofi per esercitare l’avventura con la tavola da snowboard, comunque si fa della filosofia. La tavola è rovesciamento logico, trasgressione sintattica e reinvenzione estetica. Si vola con il vento e ci s’impantana nel mucchio.
Per me la buona tavola in neve fresca è stata una liberazione della mente. L’evasione da una cella chiusa. Per qualche inverno ho partecipato al nuovo pensiero, anche se si trattava già di uno sguardo minoritario, e forse lo era sempre stato, superato in un lampo dalle convenzioni sintetiche che abilmente ci seducono e subdolamente ci fregano.

L'importanza delle cose semplici
Ci sono nella vita quelle persone che ti scombinano la testa. Certo è che mai avrei pensato di trovarle quassù. Si attribuisce sempre troppa importanza alle cose complesse quando invece, a metterci davvero in crisi, sono quelle più semplici. Per le cose complesse spesso si possono studiare e imparare degli schemi da ripetere con precisione aritmetica. Si può fare un passo indietro dalle cose intricate senza il timore di essere giudicati codardi o di sentirsi tali. Più che altro, la verità è che dalle cose complesse si accetta di lasciarsi confondere. Più difficile è accettare che sia il piacere di un’alba, con i suoi primi raggi di calore, a crearci confusione.
Dopo una notte fredda e umida trascorsa in tenda, com’è facile trovarne qui in Valsesia, il semplice sorgere di un nuovo giorno risveglia un appagamento tale da mettere in discussione la nostra percezione del comfort e, per diretta conseguenza, il nostro modo di sentire le cose della vita. Questo io ho amato del Checco di Otro. E per questo io lo ringrazio: per il modo in cui è capace di sentire le cose della vita. Per come sa farmi dubitare del modo comune di viverla.
In una realtà così tremendamente occidentale, trovare un uomo tanto essenziale nella sua scelta è disarmante. Conversare con lui, ogni volta, mi fa mettere in discussione quel poco che nei miei 26 anni so delle cose. Francesco Enzio, conosciuto come il Checco di Weng, è una ex Guida alpina, Maestro di sci di fondo, Soccorritore e Tecnico di elisoccorso, fedele da sempre al Monte Rosa. Vive dal 2014 a Weng, una minuscola frazione della Val d’Otro, in una modesta baita Walser. Pochi lussi, tanti sacrifici, e un asino di nome Libero. Sei lettere che da sole basterebbero a descrivere il mondo del Checco. È un uomo che ascolta. Non solo quello che hai da dire, ascolta la vita in questa valle impossibilmente verde, ascolta chi sei prima delle parole che dici.
Dopo molte stagioni da rifugista sul tetto d’Europa, alla Capanna Regina Margherita sulla Punta Gnifetti del Monte Rosa, diventa Guida alpina esercitando la professione più come stile di vita che come lavoro. Non ama parlare di sé perché ha capito presto, e questo ve lo dico io che l’ho guardato negli occhi, che ogni volta che ci si concentra sul proprio ego piuttosto che offrirsi agli altri, si perde una preziosa occasione di crescita. Ad ogni modo qualcosa di lui mi ha detto, con e senza parole.
Immaginare la Val d’Otro se non ci si è mai stati è una di quelle cose complesse di cui vi ho parlato all’inizio. A Ovest della gente di Alagna, in Valsesia, un ripido ma accessibile sentiero porta a prati verdi, radi come tappeti appena tessuti e decorati da modeste abitazioni in legno e pietra che incantano gli uomini già dal XIII secolo. Un bel dipinto incorniciato da roccia, ghiaccio e larici. Gli oltre 3.000 metri di roccia del Corno Bianco sono i primi a essere svegliati dal sole del mattino e sorvegliano dall’alto l’interna vallata e i suoi villaggi Walser. Vivere di montagna è un’espressione che oggi si usa perlopiù per intendere qualcuno che, grazie alla mansione che in montagna svolge, guadagna abbastanza da garantirsi un mantenimento. A sufficienza per tirare a campare, come diremmo noi montanari. A Otro il vivere di montagna ha un significato nuovo. Un uomo che impara a vivere con le cose che la natura gli dà, a non pensare a quello che potrebbe fare con le cose che non ha. Dimenticandosi proprio di quelle cose.
Linda è una delle tre figlie di Checco, quella di mezzo. Occhi colore del ghiaccio e lo sguardo di una donna in rinascita. Con quegli occhi dice È stata dura ma ce l’ho fatta. E ce la farò sempre. T’investe di positività, ma di quella conquistata con i denti, a botte di sorrisi. Non è spensierata perché senza pensiero, è spensierata perché anche lei, quassù, ha imparato a sentire le cose della vita. Linda ama suo padre, profondamente. Per lei è il minimo partire da Alagna (500 metri di dislivello più in basso) con ciaspole, sci, o scarponcini, per portare la spesa al papà. Un rapporto ammirevole, figlio dell’educazione delle loro montagne. Ma torniamo a quello che davvero confonde. A quella complessa semplicità che spiazza. Alla gente non importa sapere che cos’è la vita, vogliono solo sapere come attraversarla mentre la vivono. Questo luogo, queste persone, lo suggeriscono senza dire nulla. Si impara molto di più quassù, in montagna, sul sentire le cose, che da tutti gli psicologi, sociologi e antropologi del mondo. In sintesi la Val d’Otro è vento che culla i pensieri, sole che scalda la pelle, picchi e creste che abbracciano e belle persone con cui ridere, ballare, bere e mangiare. Davvero ci serve molto altro? Mi sono sempre chiesta perché siano stati creati luoghi e cuori così semplicemente belli, se gli uomini possono essere tanto complicati.
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Dentro il van
Sulle montagne che fronteggiano Leukerbad la neve si è coricata a cumuli. Ne è scesa tanta, per giorni, senza scegliere il suo dove. Ora ricopre ogni cosa. Ed è questione di metri tradursi in un gioco o in un pericolo, anche se lei a queste cose non ha il tempo di pensare. La mano che bussa al mio van infreddolito è decisa. Non mi lascia il tempo di aprire che già l’ordine mi investe. Go a-w-a-y. Sillabico, glaciale, senza nemmeno lo spazio per un punto esclamativo. In pochi minuti bisogna uscire, non c’è tempo da perdere. Sulla parete alle nostre spalle il sottile confine fra gioco e pericolo oscilla con il pendolo di una daisybell. E ora la neve caduta senza badare al dove fa i conti con un’esplosione che potrebbe finirci sulla testa. Forse seppellirci. Insomma, correre al meeting point per metterci in sicurezza è l’ordine teutonico da rispettare. Dobbiamo lasciare tutto e allontanarci. Cinque minuti di tempo, ma è una scelta che non riesco a fare. Incosciente, forse, ma quel che abbandono non è solo una carrozzeria su quattro gomme. È la mia casa. Per di più, nuova di pacca.
Un van è come un figlio. Quando lo scegli, lo vivi fino in fondo. Non è il tuo mezzo di trasporto, non è il tuo status symbol. Non è solo il viaggio alternativo. È ciò che ti rappresenta. E contiene te stesso. Lasciarlo lì, a un ignoto destino esplosivo, è dura quanto lasciarci il cuore. Vorresti scappare ma anche no. Obbedire agli ordini, ma salvare anche il tuo tutto. Cinque minuti di tempo, ma non è facile. Ci penso più del dovuto, i solleciti mi incalzano, poi la scelta si esaurisce. Si incrociano le dita, e si va. Mentre ti volti a guardarlo, capisci quale sia la prima cosa che impari quando giri il tuo piccolo mondo su quattro ruote. Il tuo mezzo è tutto. È casa. E quando il fine è lieto come lì a Leukerbad, dove la neve sceglie di vomitare la sua cascata lontano dal tuo pensiero, è come se a scampare il pericolo fossi tu. Se oggi mia nonna mi vedesse vagare per mare e monti a bordo di una scatola mobile, lo so cosa direbbe. Che sono una singra. Una zingara. Ai suoi tempi solo il matto del villaggio non le avrebbe dato ragione. Sarebbe dura farle capire che io in quel contenitore ambulante oggi ho tutto quello che lei considerava prezioso della sua casa solida in muratura. Un bagno, l’acqua calda che scorre, un letto, un fornello e un piccolo spazio tutto mio. Non ci crederebbe mai, che in meno di dieci metri quadri posso vivere. E non sentire la mancanza di niente. Tanta gente non ci crede ancora oggi. Non posso biasimare nessuno. Comprendere un diverso stile di vita e di viaggio, apparentemente scomodo e macchinoso, non è facile. Potrei dire che serve provare, ma le complicazioni logistiche rischierebbero di scoraggiare le buone intenzioni. Allora posso solo dire che bisogna crederci. Nella consapevolezza, fin da principio, che di queste vite ci sono tante declinazioni, non tutte ugualmente ostiche. E che comunque, mi scuso per il qualunquismo, non sono a priori cose per tutti.
Io ci sono ormai dentro fino al collo. E in quest’annata assurda flagellata da un minuscolo ma immane virus, so che la mia scelta diventerà quella di tanti. Sempre di più, in un mondo che già da anni si stava moltiplicando. Vivere l’inverno sportivo a bordo di un van, o se volete furgone, che poi la sostanza è sempre quella, vuol dire trovare non la strada giusta, ma la strada furba. Quella che permette di unire tutti i puntini del disegno immaginario: senso di evasione, spirito d’avventura, autodeterminazione, mancanza di vincoli. E - voilà la novità - totale distanziamento sociale, che detto così pare brutto. Ma in fondo è quel che questo mondo strano e folle oggi ci chiede, senza tanti complimenti. La moda la chiama vanlife, vita in van, e gli Stati Uniti ci marciano su ormai da anni. Modaioli, fighi, assuefatti a Instagram all’ennesima potenza, i suoi volti sono storie da copertina patinata. Figli del mondo surfer che nelle spiagge californiane offrono giacigli da sogno per i loro nostalgici Volkswagen serie T, sono la fotografia di un senso hippie vestito di modernità. Nelle traduzioni invernali, ancor più accentuato: braga molla e buriola fashion, prende la forma dei freeskier stile Teton Gravity, perennemente innamorati dei monovolume del Volk. Del popolo. Ma da 50.000 euro a colpo, parola di listino.

La complessità di questo variegato mondo parte da qui. Nella coesistenza fra una tribù nostalgica ed essenziale, affezionata ai vecchi furgoni paffuti da Era dell’Acquario, e un mondo alternativo ma comunque borghese. Ricercatore di un’estetica nuova, ispirata a un bisogno di libertà che è figlio dell’abbondanza e di una voglia di fuga dal troppo. E che si alimenta di soluzioni apparentemente freak, ma sostanzialmente consapevoli, spesso costose. Questa superficiale contraddizione nasconde in realtà una coerenza ineffabile ai più, tanto da diventare spesso fonte di diffidenze. Spirito selvaggio e mezzi di ultima generazione sono in effetti le due facce di una sola ricerca estetica, che vuole mantenere il suo fondamento filosofico ma allo stesso tempo essere all’altezza delle esigenze di comfort e vivibilità, soprattutto d’inverno. Si tratta comunque di un punto di arrivo, questo va detto. Io oggi, forse presuntuosamente, mi annovero con il mio compagno nel grande popolo dei vanlifer, peraltro non permanente, ma a questo risultato siamo approdati solo al termine di un lungo percorso. Nel 2018, anno del nostro personale apice, abbiamo trascorso nove mesi su dodici sul nostro furgone camperizzato (battezzato Thor per una smodata passione per il Nord e per un certo bisogno di ingraziarci i voleri degli dei norrøni), ma più di vent’anni fa lo spirito wild già reclamava la sua parte.
Erano i tempi della combo tenda-macchina, un classico da età studentesca ma troppo poco per affrontare avventure sempre più intense nella natura. E allora, via di furgone allestito un po’ così: due sacchi a pelo buttati sul cassone in legno, zaini sotto la testa e chilometri a gogò. In pancia, paste alla carbonara e zuppe liofilizzate da cuocere sul micro camping gas. Vien da sé che non erano ere di pesanti trasferte invernali, salvo mettere in conto il rischio ibernazione. A quelle siamo arrivati con il tempo, buttando gli sci nel Range Rover preparato da offroad spinto e tuffandoci a fine giornata nel materasso morbido della Maggiolina (la mitica tenda da tetto) montata sulle barre portatutto. Una vita facile? No. Poetica sì. Romantica anche. Ma semplice no. La grande intuizione della tenda da tetto apribile vive nella sua praticità: avere una simil-camera da letto sempre a disposizione, ovunque si vada, è cosa che sa di rivoluzionario. Ma farci vita invernale in modo confortevole, mi scusino gli appassionati del genere, anche no. Serve posizionare il kit apposito, un telo esterno dotato di isolante, dotarsi di sacchi a pelo simil-himalayani e sperare in temperature clementi. Soluzioni fai da te per posizionare riscaldatori a 12 volt, riscaldatori Webasto con prolunghe e stufette a gas rientrano più nella letteratura degli sperimentatori che nella realtà delle cose. Ma tutto (non parliamo poi con un generatore esterno del quale bisogna solo sopportare il rumore) si può fare, ragionando in modalità homemade.
Restano comunque validi gli svantaggi evidenti della soluzione Maggiolina winter-mode, che richiede sempre il trasporto di una scala telescopica e che non offre spazi living coperti. Piove? Nevica? Per passare dalla tenda all’auto serve comunque esporsi alle intemperie. E per i pasti, chiudersi nel baule a costo di contorsioni. Sorvolando, grazie al buon cuore della natura, sulla parentesi wc. Su quest’ultimo, e non proprio secondario, dettaglio il nostro percorso a tappe ha fatto sosta nel periodo del furgone camperizzato fai-da-te. Sospinti dalla voglia di comfort, la soluzione outdoor dei nostri anni di mezzo ha preso le sembianze di un Renault Master color fuoco, allestito in modo artigianale con un letto quasi-matrimoniale sul retro. Doghe simil-bancale modellate dal falegname di fiducia sorreggevano un materasso su misura ogni weekend dell’anno, dal venerdì sera alla domenica. Poi tutto spariva per far posto ai carichi da lavoro, secondo l’uso conforme del mezzo. Per il caldo nessun passo avanti rispetto alla soluzione Maggiolina, essendo un autocarro privo di riscaldamento sul retro. Ma per il wc, entusiasmo a mille: erano i tempi del portapotty, piccolo water da barca che poteva essere comodamente sfruttato anche nella solitudine buia del cassone, sigillati ermeticamente dal mondo esterno. Sciacquone a pompetta manuale, disgregante miracoloso contro ogni tipo di produzione, e la sacra funzione sempre espletata al cospetto del cielo è così diventata un gesto privato e borghese. Anche nella rustica atmosfera del nostro arancio-van.
C’è una tribù, nel mondo furgonato, che esula da ragionamenti collettivi. Sono i VW-addicted. I fan dei furgoni Volkswagen, refrattari ad evoluzioni camperistiche e a concessioni a marchi alternativi. Fra i freeskier e gli skialper è una delle soluzioni più diffuse e amate, molto freak ma anche molto pratica. Dal Multivan al California, versione Westfalia o con letto smontabile, per loro il van è un’auto di uso quotidiano ma anche una casa mobile. Non comoda come un camper, ma agile come un mezzo compatto. È una firma sulla neve, un marchio che designa senza esitazioni l’appartenenza a una community. E soprattutto, è una scelta equipaggiata per affrontare anche le condizioni più fredde: merito di una semplice batteria servizi, che può allo stesso tempo alimentare luci, un eventuale frigo e la ventola di un Webasto.
Eccola, la parola magica. Webasto, l’irrinunciabile, la variabile tra freddo e caldo. La fonte di vivibilità nei giorni delle sciate invernali. Un bruciatore alimentato dal gasolio del serbatoio, una ventola spinta dalla corrente, bocchettoni di calore interni: la semplice formula di questo strumento, chiamato così in onore del brand più noto ma ricco di varianti, è la carta che lo rende vincente. Perché con un consumo tutto sommato economico garantisce la cosa più preziosa di cui un vanlifer, soprattutto invernale, ha bisogno: il calore.

È stata quella volta al Monginevro, in una gelida serata di neve, che anche noi abbiamo compreso l’importanza di quel che normalmente è scontato. Avevamo da poco Thor, furgonato puro su Citroen Jumper, ultimo step del nostro climax di mezzi outdoor, quando il caldo all’improvviso ci ha abbandonati. Era la fine di una giornata di fantastico sci fuoripista. E non ci sono volute molte ore perché il gelo artigliasse ogni cosa.
Sapete cosa accade quando in un camper la temperatura scende sotto i 5 o 6 gradi? Una valvola chiamata Elasi si apre e il centinaio di litri di acqua contenuta nella grande vasca che alimenta gli impianti idraulici viene riversato a terra. Non è un dispetto del diavolo. È un accorgimento di sicurezza, per evitare che i tubi possano congelare e rompersi, provocando danni di entità improponibili. A quel tempo noi allietavamo il nostro nuovo van con il riscaldamento a gasolio, ma il timer che avevamo impostato, quel giorno non è scattato. L’alternativa di cui disponevamo, una stufa a gas chiamata Truma che tendevamo a trascurare per il consumo eccessivo di bombole che imponeva, non era allertata. E così, durante la nostra assenza sciistica, il termometro è sceso. Fino a sbloccare la ghigliottina delle acque. Lasciandoci al freddo e a bocca asciutta.
Viaggiare, e passare del tempo, su un van d’inverno richiede una certa attitudine allo sgamo. Bisogna essere svegli e imparare i trucchi che possono salvare le penne e il portafogli. Capire perché quella volta al Monginevro il Webasto non si fosse innescato, cosa che può accadere a chiunque, è stato un esercizio teorico e scientifico che ha richiesto tempo al mio compagno. Ma alla fine la soluzione è arrivata. E sta nella legge che in Europa impone la presenza di una percentuale di biodiesel, ovvero di olio vegetale, nel gasolio. A temperature molto basse, la paraffina contenuta nel diesel congela, questo si sa. E questo è il motivo per cui noi avevamo messo l’apposito additivo: quel che non sapevamo è che anche il biodiesel tende a diventare gelatinoso. E che nei piccoli tubi del Webasto ne bastava davvero poco perché il filtro si intasasse. Da allora, svelato l’arcano, ad ogni pieno invernale uniamo un antialghe per evitare l’inconveniente. E ci sacrifichiamo a spendere di più per usare solo il diesel migliore, che con meno zolfo tende a risparmiare altri guai.
Se a questo punto pensate che gestire un van, soprattutto al freddo, sia cosa da meccanici specializzati, sappiate che avete ragione. Anche io nel tempo ho imparato cose che voi umani nemmeno potete immaginare. Ho imparato ad esempio che sono meglio le gomme termiche delle quattro stagioni e che bisogna sempre avere con sé due paia di catene, da posizionare davanti e dietro, perché su mezzi così pesanti le discese e le curve possono diventare anche molto critiche. Ho imparato che due batterie servizi sono il minimo sindacale, perché il riscaldamento a gasolio va sempre lasciato acceso basso, accettando che ciucci elettricità come certi ciucciano tracce a tradimento. Ho imparato che i pannelli solari sono irrinunciabili per sostare in libera. Per caricarsi devono ricevere i raggi in modo perpendicolare, quindi tutto va ben calcolato, soprattutto se sono montati su un tetto a soffietto. E devono essere tenuti puliti, magari spazzolati con una scopa telescopica se ha nevicato. E se fa brutto per giorni, devono essere rimpiazzati con un’alternativa, perché al frigo e al Webasto non importa da dove arrivi la corrente: una colonnina, un piccolo generatore, alla peggio il motore acceso. Ma qualcosa va studiato. Ho imparato che ingegnarsi per trovare soluzioni innovative e intelligenti è divertente, oltre che utile. Un esempio? Un colpo di genio, e il mio compagno ha trasformato il portabici in un portasci verticale sul retro del van. Doppia resa, mezza spesa. E ho imparato anche che nei casi estremi, quando il pilota è anche un viaggiatore invernale di quelli duri e puri, bisogna investire per dotare il van delle soluzioni giuste. Assetto 4x4, gomme chiodate e thermotop, ovvero il kit per tenere caldo il motore. Il mio amico Elia Bertozzi, che si è sparato un viaggio invernale in solitaria nella Lapponia finlandese sul suo James Cook del 1997, era perfettamente equipaggiato. Eppure in un giorno di tormenta a -34 gradi si è ritrovato per ore prigioniero del suo van, con i portelloni ghiacciati che non si aprivano più. E ha dovuto inventarsi la vita per tenere calda la meccanica contro la ferocia del vento artico.

Le soluzioni da rivista di design? Quelle che scintillano nelle fotografie di Instagram al suono dell’hashtag vanlife? Interni in perline, arredi da baita luxury, stufa a legna: quelle restano idee estetiche più che pratiche. Bellissime, ma non esattamente efficienti. Pensate solo alla stufa a legna, d’inverno. Girando in libera, magari sotto la neve, dove procacciarsi ciocchi secchi? Meglio portarli da casa, direte voi. Ok, ma quanti? Si rischia di riempire il gavone solo con quelli. E durante il giorno, mentre siete intenti a godervi la vostra lunga scialpinistica, come tenere caldo il van per evitare che le acque si scarichino? O più banalmente, che tutto congeli? La stufa va alimentata, non vive di vita propria. E se non amate il profumo della caligine, sappiate che non è comunque cosa che fa per voi. Oltre a questo mare magnum di insegnamenti in continua evoluzione, il van mi ha regalato anche qualcosa di diverso. Ed è forse la cosa più importante. Obbligandomi a guardare la vita da uno spazio minimale poggiato su quattro ruote, mi ha costretta a rivedere gesti normali. E a dare una nuova visione a tutto quello che sembra banale. Parcheggiare è la cosa più normale del mondo. Un gesto che compiamo tutti migliaia di volte. Ma pensate di dover badare alle inclinazioni, a far sì che la posizione della testa sia più alta dei piedi, che non ci siano piani obliqui che impedirebbero di lavorare e cucinare.
Tutto diventa più complesso. Bisogna pensarci su. A Rothwald, anni fa, abbiamo fatto l’errore di posizionarci proprio a bordo strada, in una bella serata di neve fitta. Niente di più stupido: al mattino lo spazzaneve ci aveva impalato un metro e mezzo di calcestruzzo sulla porta. Uscire è stata un’impresa da titani… e spalare via per ore la colata lavica ormai marmorizzata, beh, una figata proprio. Ma chi ci avrebbe mai pensato? Pensate invece alla doccia. Forse riderete, ma farla sul van d’inverno è qualcosa che va pianificato e attuato con perizia. Bisogna accendere per tempo il boiler, tenendo presente che i litri d’acqua che si scaldano - almeno nel nostro caso - sono una decina in tutto. Bisogna esser certi di aver parcheggiato in piano, o al più in discesa nella direzione dello scarico, per evitare allagamenti interni che sarebbe difficile risolvere. Bisogna allargare con cura la tenda impermeabile, per far sì che gli interni del bagno, le guarnizioni e i bocchettoni del riscaldamento non prendano acqua inutilmente. Bisogna essere capaci di lavarsi in fretta per non sprecare acqua preziosa, chiudendo il getto quando ci si insapona e limitando al minimo i canti spensierati sotto la cascata bollente. Bisogna poi asciugarsi senza bagnare troppo in giro, e a operazione conclusa ripulire tutto quanto al meglio. Magari sfruttando il riscaldamento del bagno per togliere acqua dalla tenda.
E, last but not least, specie per noi donne, bisogna tenere presente che poter usare un phon non è cosa così scontata. Io, ad esempio, non posso usare il mio sul van: l’inverter che abbiamo fatto montare porta corrente a 220V solo fino a 600 watt, il che significa che il mio MacBook gode, ma i miei capelli piangono. Soprattutto ora che sono di nuovo lunghi. Dovrei dotarmi di un phon a potenza inferiore, ma ci impiegherei forse un quadriennio a farmi la piega. E allora, meglio evitare di lavarli d’inverno, se fa molto freddo e non si ha modo di accedere a un bagno con una presa vera. Consiglio che sembrerà poco chic, ma che è comunque molto concreto. Caricare e scaricare le acque e il wc resta un’altra questione mica da ridere. D’inverno, quando tante strutture sono chiuse, è importante essere informati fin dalla partenza sui punti nei quali è possibile farlo. La Svizzera, in cui io ho viaggiato al freddo, ad esempio, non è esattamente camper-friendly. E oltre a essere un susseguirsi di divieti di sosta libera, obbligando spesso a posizionarsi in modo illegittimo o a optare per un camping, è anche poco dotata di servizi discharge&refill. Oggi le app vengono incontro bene a queste problematiche, consigliano aree, indicano dove trovare appoggio. Quel che ancora nessuno sa fare, e forse saprà fare mai, è dare indicazioni su come affrontare psicologicamente tutto questo. Dalla prima all’ultima riga che finora avete letto. Quando mi capita di fare serate con il mio compagno per raccontare alla gente la bellezza della vanlife, a volte concludo leggendo un testo che ho scritto tempo fa. Quel testo, a un certo punto, suona così: sono le parole con cui riaccendo il mio Thor e mi rimetto in partenza, verso una nuova avventura.
Viaggiando ho capito che quello che ti serve per vivere può stare in quattro metri quadri. E probabilmente avanzi ancora spazio. Puoi anche avere i tuoi hobby, portarti dietro le tue attrezzature, ma più di un armadietto non c’è bisogno per infilare te stesso. E se hai un frigorifero, anche piccolo piccolo, e un bagnetto grande come una cabina telefonica, allora quella in cui ti trovi puoi considerarla tranquillamente una casa. Viaggiando ho capito che non è facile viaggiare. Che se sei su un van, non puoi prendere le cose alla leggera. Che l’epoca degli hippy era bella. Ma non portava a nulla se non alla pace di quel momento. Ho capito che devi fare le pulizie come se fossi a casa, forse ancora più spesso. Che devi rifare il letto ogni mattina perché altrimenti sarebbe solo un gran casino. Che quando fai la doccia devi avere la tanica dell’acqua piena. Devi asciugare tutto alla perfezione se non vuoi vivere nell’umidità. E devi rimettere via le cose con precisione, perché se no rischieresti di non girarti più. Ho capito anche che se viaggi a lungo, devi avere persone a casa che ti capiscono e a cui puoi sempre guardare. E devi avere un buon compagno. Uno con cui ti capisci al volo. Che sa fino a dove arrivi tu, e tu sai dove arriva lui. Uno su cui puoi contare. Che sa cosa fare se succede qualcosa, specie se sei un po’ svanita come me. Ma anche che apprezza il tuo essere un giorno qua e un giorno là, sempre in viaggio con la tua mente, perché considera questo il bello di te. Viaggiando ho capito che ci vuole coraggio a partire. Se vuoi, anche follia. Ma c’è una cosa che, più di tutte, devi avere per andare davvero. La curiosità di sapere che cosa ci sia là fuori. Perché solo una volta che conosci, puoi davvero fartene un parere. E quindi parlare. O magari, questo potrai valutarlo solo tu, startene completamente zitto.
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