Longiarù, il villaggio degli alpinisti

«Se privilegiamo luoghi come Longiarù o la Valle Maira o una delle altre località che puntano a sviluppare un turismo diverso, possiamo contribuire a segnare la strada verso il futuro» scrive Francesco Tremolada su Skialper 133 di dicembre-gennaio. Francesco è Guida alpina e vive in Val Badia. Come tutti i local frequenta anche le zone più famose intorno al giro del Sella Ronda, ma quando vuole ritrovare quel senso di pace e di tranquillità dello scialpinismo puro, sceglie il Parco naturale Puez - Odle e la valle di Longiarù, in ladino Val da Lungiarù.

© Francesco Tremolada

«Questo è un posto speciale ed è qui che mi piace andare per trovare la tranquillità vicino a casa. Il parco Puez - Odle non ha rifugi aperti in quota come Fanes e le gite si effettuano in giornata dalle valli. Se gli accessi dal versante della Val Gardena e dall'Alta Badia sono facilitati dagli impianti, che permettono di alzarsi in quota verso i confini del parco, sugli altri versanti le gite iniziano dal fondovalle o al più da qualche strada che sale alle numerose e caratteristiche frazioni. La valle di Longiarù, in particolare, è quella che offre il maggior numero di itinerari e si presta molto bene a un soggiorno scialpinistico di qualità. Qualità nel soggiorno, perché i ritmi e l'atmosfera sono quelli di un turismo più lento e rilassato, ma soprattutto qualità nella varietà dello sci, perché qui, oltre alle gite facili nel bosco e su terreno aperto, sono tanti i canali dolomitici e gli itinerari di stampo più moderno». E, aggiungiamo noi, decine di gite con dislivelli fino a 1.400 metri.

Inoltre Longiarù è stato riconosciuto come Villaggio dell’alpinismo. Ma cosa significa? I Villaggi dell’alpinismo sono un’iniziativa dei Club Alpini e nascono da un progetto del Club Alpino austriaco. Sono località pioniere dell’alpinismo e devono rispettare criteri rigorosi, impegnandosi nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi (un documento stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi). Una filosofia che va oltre il semplice marketing turistico, ma spazia a 360 gradi dall’edilizia alla mobilità, ai trasporti, all’agricoltura, alla tutela del paesaggio e della cultura locale.

L’articolo e i consigli per una vacanza a Longiarù sono su Skialper 133 di dicembre-gennaio.

© Francesco Tremolada

Arthur Conan Doyle, un passo alpino sugli ski

«Il fatto è che in inverno scalare una normale vetta e compiere la traversata di valichi alpini è più facile che in estate, a patto che il tempo resti sul bello. In estate dovrete sia salire che scendere, e le due fasi sono egualmente faticose. In inverno la fatica è ridotta a metà, poiché buona parte della discesa è una semplice pattinata. È molto più semplice salire zigzagando con gli ski sopra una neve passabilmente compatta, anziché scarpinare su per i massi sotto un cocente sole estivo». È con un inconfondibile humour british che Sir Arthur Conan Doyle, nel 1894, descrive (probabilmente è la prima relazione scialpinistica della storia) la traversata Davos-Arosa sul The Strand Magazine, che ripubblichiamo su Skialper 133 di dicembre-gennaio. La mente visionaria di Conan Doyle arriva a intuire le enormi potenzialità di quelle due assi di legno: «Fatto sta che, disponendo di perseveranza e di un mese libero nel quale superare tutte le prime difficoltà, si giungerà a credere che gli ski aprono un orizzonte di sport che è, a mio avviso, unico. Non riscuote ancora apprezzamento, ma sono convinto che un giorno centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione dello ski, in marzo e aprile». 

Arthur Conan Doyle, autore delle avventure di Sherlock Holmes, il più famoso detective di tutti i tempi, scoprì lo sci come passatempo durante la lunga permanenza a Davos, al capezzale della prima moglie, malata di tubercolosi. Così, insieme ai fratelli Branger, coprì il percorso Davos ad Arosa percorrendo il passo Furka. Durante l’ultima discesa i tre si tolsero gli sci per trasformarli in una slitta, ma Conan Doyle, puntando un tallone nella neve, ruzzolò, frantumando il suo abito: «A detta del mio sarto, l’Harris Tweed non si logora mai. È una pura teoria, che non reggerebbe a un esperimento scientifico dotato di tutti i crismi. Brandelli della sua merce si trovano esposti, infatti, dal Passo della Furka ad Arosa, e per il resto di quel giorno fui particolarmente felice di camminare rasente ai muri».

L’articolo completo è pubblicato su Skialper 133 di dicembre-gennaio. 


The players: Domenico Fenio

È il papà di uno dei forum legati alla montagna più famosi d’Italia, anzi, forse il più famoso. Perché tra la gente di montagna, alpinisti o pseudo tali, se tu dici On Ice tutti sanno di cosa stai parlando. E, in maniera quasi sorprendente, è sopravvissuto alle grandi evoluzioni dell’epoca digitale senza necessità di cambiare forma o di diventare esteticamente accattivante o cool. Perché quello che conta, per i frequentatori di questo forum dall’aspetto scarno ed essenziale, è il contenuto. Luogo virtuale per scambiarsi informazioni circa luoghi, ascese e condizioni, ma anche il collante che ha fatto nascere amicizie reali, tutt’altro che eteree, e che nel corso degli anni sono andate ben oltre lo sport. «C’è persino chi, grazie a On Ice, si è conosciuto e sposato» - Racconta Domonice (il suo nickname, che sta semplicemente per Domenico on ice). «Fenio, come puoi intuire, non è un cognome molto nordico. Sono calabrese e sono qui, al Nord, da quando ho 16 anni. Come tutti i ragazzi che vengono via dalla mia terra sono arrivato alla ricerca di tutto e di nulla. Le uniche montagne che conoscevo erano quelle dell’Aspromonte. Arrivato in quel di Milano mi sono avvicinato al CAI e mi sono accorto che, secondo la logica di questa organizzazione, per fare cose interessanti in montagna dovevi fare corsi su corsi, diventare istruttore. Ma io, e altri miei amici, eravamo convinti che ci fosse anche un alpinismo per tutti, possibile senza corsi e patacche. Abbiamo iniziato ad andare da soli, a farci le nostre esperienze, a organizzarci le uscite in montagna, a sbagliare e a imparare. L’idea del forum nasce verso la fine degli anni novanta e doveva chiamarsi L’alpinismo possibile, proprio per il motivo che ho appena spiegato. Poi per una serie di motivi si è chiamato On Ice e tale è rimasto». Domenico non può non parlare, nel suo racconto, di Lorenzo Conserva (nickname Lorenzorobico), webmaster del forum da 12 anni e carissimo amico e compagno di avventure. «Un tempo per conoscere le condizioni meteo e della neve in Svizzera, per esempio, dovevi telefonare! Gli amanti della montagna hanno subito capito l’importanza di un luogo dove scambiarsi informazioni ed esperienze, e così, senza nessun obbligo o forzatura, in maniera naturale e spontanea, il forum è cresciuto, acquisendo sempre più i connotati della grande famiglia. Negli anni ci sono stati numerosi raduni organizzati, occasioni di incontro per chi, magari, si conosceva solo virtualmente. Sono nate amicizie, amori, relazioni che ancora continuano. La montagna è stata il collante, ma On Ice ci ha messo lo zampino per far incontrare persone che forse mai si sarebbero conosciute». Ed è così che un calabrese - a volte la vita prende risvolti originali e poco scontati - ha dato vita a un forum di alpinismo e montagna che ha sfondato le barriere dei tempi e delle mode, diventando un punto di riferimento imprescindibile per chiunque ami la montagna e l’avventura.


The players: Stefano Gregoratto

Su On Ice è presente con il nickname di Furbo. Il nome deriva dal mondo dell’arrampicata e ogni riferimento o allusione… non è puramente casuale. Lo racconta ridendo. «Nella vita ho anche arrampicato e possedevo quell’aggeggio, che da me si chiama appunto furbo. E sai come è tra amici, soprattutto quando sei nell’ambiente della falesia, ci si prende in giro. Così quando mi sono registrato sul forum ho pensato che Furbo fosse un nickname perfetto».

Stefano Gregoratto, ingegnere civile di Milano, classe 1971, sa ridere di se stesso ed è uno che Quelli bravi, i fenomeni, i mostri, sono gli altri, non certo io. A vederlo scendere però, saltellando sugli sci e disegnando curve strette anche su terreni ripidi o su neve difficile, ci si toglie il cappello. Anche se ad ascoltare lui ormai l’obiettivo principale, la motivazione più importante del suo andare in montagna ora è (oltre all’amore per la natura e l’ambiente delle vette) la compagnia.

«Gli altri hanno una marcia in più e li posso seguire solo quando non sono al top della loro forma atletica» racconta ridendo mentre, a fine gita, addenta una fetta di salame con del pane che la compagnia ha portato per concludere la giornata. Quello della merenda post-gita è un grande classico. Non manca neanche il vino. «Pensa te che questo è il momento della gita che amo di più - continua a ridere - Preferisco la discesa alla salita, soprattutto se c’è la possibilità di fare tante, anzi tantissime curvette, strette e regolari, lasciare il mio segno sulla neve vergine». Ha cominciato a sciare e a frequentare la montagna fin da piccolissimo, dall’età di cinque anni ed è scialpinista da quando ne ha 25. Lo sci non deve essere ultratecnico o super leggero, deve essere quello con cui si trova bene. «Ultimamente prediligo i lunghi giri in bicicletta, percorsi intorno ai 200 chilometri che faccio insieme a Domenico Fenio». Dalla mattina alla sera, sulle due ruote come con gli sci, come per dire che lo sport e l’amicizia non hanno frontiere. Oltre allo scialpinismo pratica moltissima bicicletta da strada, arrampicata, escursionismo, vie ferrate, alpinismo, e qualche vertical: «Sono il mio ultimo giocattolo».

QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122


Nasce l'archivio digitale Ferrino

Per festeggiare i 150 anni Ferrino, il marchio outdoor torinese che ha fatto la storia delle esplorazioni e dell’avventura in giro per il mondo, oltre che del campeggio, si è regalato un archivio digitale storico. In mesi di intenso lavoro sono stati raccolti i documenti più significativi della lunga storia del marchio - dalle fotografie ai ritagli della rassegna stampa, fino ai cataloghi e agli schizzi dei progetti dei prodotti - e trasferiti su una piattaforma digitale. Lo strumento, presentato ieri da Anna Ferrino nel corso di un’anteprima in streaming, per ora è interno all’azienda, ma il prossimo passo potrebbe essere quello di creare un museo digitale d’impresa. 

L’evento è stato l’occasione per sbirciare nei ricordi di un’azienda che ha un patrimonio di storie e di ambassador unico, a partire da Reinhold Messner. La digitalizzazione dell’archivio è stata affidata a Promemoria e la piattaforma non è un punto d’arrivo ma un percorso. Oltre alla ricerca nei documenti interni, infatti, si pensa di accedere agli archivi pubblici. Alcuni documenti sono stati recuperati direttamente negli archivi personali delle famiglie Ferrino e Rabajoli (entrata in società a partire dal 1971) perché nel 1943 lo stabilimento fu bombardato e completamente distrutto. Proprio a proposito del bombardamento, ieri Anna Ferrino ha mostrato le foto di un album fotografico che documenta i danni subiti che non era mai stato reso pubblico. Altre ‘chicche’ sono i ritagli di giornale tratti da Time sull’impresa degli Ottomila di Messner o una tenda Ferrino in un quiz di Mike Bongiorno. 


Il tentativo di record sulle 24 ore di Kilian finisce in ospedale

Il record di Kilian sulle 24 ore di corsa in pista si è fermato al chilometro 134,8 e a 10 ore e 20 minuti, nella fredda notte norvegese. Due improvvise fitte al petto e un senso di vertigini hanno decretato il ritiro dell’atleta catalano che la scorsa notte si è accasciato durante un giro ed è stato portato in ospedale in ambulanza per accertamenti. «In ospedale mi hanno fatto una serie di esami, non pensano che sia niente di serio» ha detto Kilian Jornet oggi in un video registrato da casa. Probabilmente nei prossimi giorni verrà sottoposto ad altri accertamenti.

Kilian Jornet lavorava al tentativo di record da un anno. Lungo la pista di Måndalen, dove correva con altri atleti, con temperature intorno alla zero, ha percorso i primi 10 chilometri a 4’16’’/km e finito i primi 42,4 km in 3h02’23’’. «Andava bene, con i soliti up & down, il corpo e le gambe trasmettevano sensazioni positive e poi improvvisamente ho avvertito due fitte intense al petto e subito una forte sensazione di vertigine e stanchezza» ha detto Kilian che aveva in programma il tentativo Phantasm 24 (dal nome della scarpa Salomon utilizzata, la S/Lab Phantasm) qualche settimana prima, ma aveva dovuto posticiparlo a causa di una serie di infortuni.


The Players: Arno Ladstaetter

L’accento altoatesino si sente ancora, anche se si è trasferito e vive a Milano da ormai 25 anni. Nativo di Brunico, Arno è, come lui stesso si definisce, l’immigrato del nord. A casa fa ritorno spesso, una volta ogni due settimane circa, per visitare i parenti e per sciare insieme agli amici. «Appena trasferito a Milano ho utilizzato il forum di On Ice per conoscere gente che amasse, come me, la montagna e a cui aggregarmi il fine settimana. Fabrizio però lo conoscevo già… ci siamo incontrati per la prima volta, virtualmente, sul sito Camp to Camp». A questo punto Domenico, che sta ascoltando il racconto di Arno, non si trattiene più e interviene nel discorso. «Sono stato contattato da questo tal Arno, su On Ice, che mi chiedeva se poteva unirsi a qualche nostra gita sugli sci, perché si era appena trasferito ed era solo. (Ride) Pensa che quando mi ha chiamato gli ho chiesto se sapeva sciare bene». Arno non scia bene, Arno scia benissimo e con una disinvoltura che pare nato davvero con gli sci attaccati ai piedi. Nel gruppo lo chiamano il cannibale, soprannome che la dice lunga e non necessita di ulteriori spiegazioni. Un altro che aggredisce la discesa, insomma. Mentre Domenico racconta in maniera animata, Arno sorride e tende a minimizzare. Di tanto in tanto tira fuori dalla tasca della giacca la sua macchinetta fotografica compatta e scatta qualche foto.

Quando e finché c’è neve, Arno ha gli sci ai piedi. Le gite fatte, le vette raggiunte, sono talmente tante che ricordarsele tutte sarebbe impossibile, ma alcune gli sono rimaste nel cuore: in primis la parete nord del Fletschhorn, che ha sceso insieme a Fedora, altro membro importante del gruppo e super conosciuta nel forum per le sue relazioni puntuali e precise. Poi la Nord-Est dello Stecknadelhorn, il canale di Lourousa nelle Alpi Marittime, il couloir de Barre Noire. Non mancano neppure esperienze impegnative, di più giorni, delle vere e proprie piccole spedizioni, come lo scialpinismo estivo sulla punta Dufour e al Lyskamm in tenda, ad agosto, a quota 4.200 metri.

COSA CONTA DI PIÙ PER TE DURANTE UN’ASCESA?
«L’estetica. L’estetica è importantissima. Amo tracciare in salita e fare le classiche tracce da guida, non troppo ripide, precise e regolari, geometriche. Lo stesso vale per la discesa: una volta arrivato alla base della parete, mi piace girarmi e vedere una serpentina regolare, fatta di curve sinuose e tutte uguali. E poi, altra cosa fondamentale, da noi in Alto Adige esiste un’etica: non si invade o non si va a rovinare la serpentina altrui; ognuno, in discesa, segue una sua linea immaginaria su neve vergine. Poi mi piace anche ricercare vie di salita e discesa che non sono quelle scontate e tradizionali».

Arno non va alla ricerca del materiale più leggero. «I miei sci ideali sono quelli con cui ho sempre sciato. Se mi trovo bene, perché cambiare? Per me il peso non è un problema». Lo dice sorridendo mentre, nel tempo delle barrette e dei gel per lo sport, tira fuori dalla tasca interna della giacca un sacchetto trasparente con due fette di pane e un po’ di speck tagliato al coltello.

QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.


The players: Fabrizio Righetti

«Fabri rallenta».

«Fatelo parlare, quello che sta là davanti, oppure mettetegli qualche sasso nello zaino, chissà che magari vada un po’ più piano».

Voci che arrivano da dietro, dai compagni di avventure di sempre, che il Righetti lo conoscono bene e che lo prendono in giro. Scherzosamente, con simpatia, perché in fondo a loro piace proprio perché è così: sorridente, iperattivo, performante, non necessariamente competitivo ma con dentro lo spirito dell’atleta, di quello che la salita se la vuole mangiare, così come la discesa. E che ha fiato a sufficienza e gambe buone per farlo. «Mi dicono che scendo già dalla macchina con gli scarponi ai piedi… e forse hanno ragione. Non sono uno che si ferma a fare colazione al bar, a perdere tempo. Sono fatto così. Però sono anche il primo che, a fine gita e una volta tornati alle macchine, tira fuori una bottiglia di vino, il salame, il pane e comincia ad affettare per tutti». Anche se poi di quel salame e di quel pane - abbiamo avuto modo di constatarlo sciando un sabato insieme a lui - non ne mangia molto. Gli altri dicono che è uno attento, un pignolo, che ama allenarsi e tenersi in forma, e a guardarlo non si stenta certo a crederlo.

Occhio di ghiaccio e capello brizzolato, classe 1964, il milanese Fabrizio Righetti è anche un coinvolgente oratore. Ama chiacchierare, lo si capisce fin dal primo istante, e salta con disinvoltura da un argomento all’altro, mostrando una poliedricità davvero invidiabile. È attento anche all’attrezzatura ma non fa la corsa ad avere il materiale più leggero. Dice di essere un affezionato di Ski Trab e oggi sta provando un nuovo tipo di attacchino. Zaino non troppo cool e abbastanza ridotto e borraccia portata sullo spallaccio, per bere in corsa. Leggero ma non a tutti i costi, lui definisce così il suo modo di andare in montagna e fare scialpinismo.

Professione geologo e attualmente impiegato all’ENI, per lavoro ha avuto occasione di vedere luoghi interessanti e ricchi di fascino. Ma il suo cuore rimane qui, sulle montagne di casa e più in generale sull’arco alpino, dove ogni anno compie innumerevoli gite con gli sci ai piedi e non solo. Quando la neve viene a mancare, infatti, si cimenta anche in gare di trail running, per esempio ha partecipato alle ultime due edizioni di Orobie Ultra Trail, riuscendo a tagliare l’ambito traguardo di Città Alta a Bergamo. Inoltre la scorsa estate ha preso parte alla mitica Monterosa Skymarathon, una gara che non si ripeteva più dagli anni ’90 e che prevede di correre in coppia (e in cordata su ghiacciaio) da Alagna a Punta Dufour e ritorno con un compagno, proprio come nelle competizioni di scialpinismo.

«Vado in montagna da quando avevo 15 anni. Allora per raggiungere Lecco, da Milano, mi toccava prendere il treno. Della gita mi piace un po’ tutto, a partire dall’organizzazione dell’uscita fino alla discesa, meglio se in polvere naturalmente. La vetta è importante ma non fondamentale. Amo moltissimo il gesto atletico e lo sforzo durante la salita. Anche l’allenamento, quello che si fa in settimana, è finalizzato ad avere la giusta preparazione atletica per affrontare nel migliore dei modi (e godersi) l’ascesa a qualche montagna nel fine settimana».

QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.


Mercoledì la première online sui primi 3.548 km di Va’ Sentiero

Appuntamento mercoledì 25 novembre con l’anteprima nazionale del docufilm autoprodotto ‘Va’ Sentiero - Alla scoperta del Sentiero Italia’. Protagonisti i primi 3.548 km della spedizione che sta riscoprendo l’entroterra italiano percorrendo il trekking più lungo al mondo, condensati in 50 minuti. Diretta alle 21 sul canale YouTube di Va’ Sentiero per la proiezione; alle 21.55 ci si sposta su Facebook per il Question Time aperto alle curiosità di tutti gli spettatori. Modera Frank Lotta, speaker di Radio Deejay e conduttore del programma Deejay On the Road.

Il docufilm con video e montaggio di Andrea Buonopane racconta i volti e le storie che il giovane team di Va’ Sentiero ha incontrato durante i suoi primi 3.548 km percorsi nei primi 7 mesi della spedizione lungo il Sentiero Italia, attraversando Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Toscana, Emilia- Romagna, Umbria e Marche. Un cammino, questo, senza precedenti, iniziato lo scorso anno con un duplice obiettivo: da una parte promuovere il Sentiero Italia - il trekking più lungo al mondo - all'insegna della consapevolezza ambientale e del turismo lento; dall'altra, valorizzare le terre alte.

L’ingresso alla première virtuale è gratuito; per chi lo desiderasse, è possibile contribuire alla causa di Va’ Sentiero con una donazione al progetto. La spedizione Va' Sentiero e la realizzazione del docufilm sono state rese possibili anche grazie agli sponsor che hanno creduto nel progetto. «Quando il lockdown ci ha obbligato a pensare diversamente, abbiamo ragionato su cosa fare per promuovere una visione outdoor più local: i marchi vivono grazie ai territori ma non sempre sono stati attenti a supportarli e Va’ Sentiero ci è sembrata l’iniziativa giusta per riportare il focus sulle terre alte vicino a casa perché le attraversa a passo d’uomo, perché attraversa tutta l’Italia ma al tempo stesso mille territori così diversi tra di loro» dice Jerome Bernard di Vibram, uno dei marchi che sostiene Va’ Pensiero in questo suo secondo anno di vita. «Credo che in questo momento in cui in molti hanno scoperto il mondo outdoor a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia i marchi abbiano una responsabilità ancora più grande per aiutare i nuovi appassionati a praticare in sicurezza e con responsabilità» ha aggiunto Bernard. Nel primo anno di sostegno, Vibram è intervenuta fornendo suole con mescola Megagrip ai ragazzi di Va’ Sentiero, ma l’obiettivo era anche di creare interazione nelle varie tappe, obiettivo che si è scontrato con l’emergenza pandemia e che verrà ripreso a partire dalla prossima primavera. L’engagement si è trasferito online con interventi sui canali social del marchio ogni fine settimana per raccontare l’avventura di Va’ Sentiero, Quella stessa avventura che mercoledì tutti potranno rivivere in un timelapse di 50 secondi.

© Sara Furnalentto

Dani Arnold, la paura per amica

Le piccozze divorano la via con fame inesauribile. Si alternano veloci a mordere il ghiaccio sottile. Poi a graffiare la roccia nascosta appena sotto. È freddo. Ripido. Pauroso. Ed è solo l’inizio. Potrebbe essere tutto lì, davanti e sopra di lui. Potrebbe non servirgli altro che quella parete di vetro, il gesto che ripete e la tensione che lo affila per sentirsi vivo. E invece la velocità per un attimo rallenta, perde il dominio. Dani si ferma. Quasi scordasse di essere lassù, artigliato al velo di acqua solida che gli impone massima rapidità, si volta indietro. Si prende il suo tempo, sorride. There it is… the Alaskan sun, dice piano. Il giallo arancio del sole sboccia dal buio dell’orizzonte ancora assonnato. Tende un nastro lunghissimo sopra tutte le valli e lo annoda sulla fronte infreddolita di Dani e dell’amico, che da qualche ora salgono la parete Est del Mooses’s Tooth, nel cuore dell’Alaska Range.

Loro sono Dani Arnold e David Lama, uno svizzero, l’altro austriaco, e non hanno tempo per commuoversi. Buttano quello sguardo al sole, giusto il tempo di sentirsi felici, e poi via. Ancora su. Perché nelle quarantott’ore che stanno per vivere, in questa primavera 2013 già densa di alto alpinismo, firmeranno un’impresa destinata a farsi ricordare. Bird of prey, Uccello rapace. Una nuova via sull’inviolata Headwall di questa montagna tanto estetica quanto sperduta, posata nel mezzo di un ghiacciaio che solo i monomotore osano sfiorare. Millecinquecento metri di linea importante. Qualcosa che neppure loro si aspettavano di trovare. E forse di saper affrontare.

«Perdere David è stato durissimo» mi confessa Dani senza aggiungere tante parole. È passato ormai un anno da quando il compagno di avventure è volato verso la sua cima più alta, rapito da una valanga nel parco nazionale di Banff. Dani è da poco tornato dalla Siberia, dove ha vissuto nuove esperienze e ha risollevato il sipario sullo spettacolo che deve andare avanti, ma le cose restano difficili da accettare. «Quando è morto non ho voluto crederci, è stata una cosa che mi ha devastato». Eppure, in questo continuo filo di rasoio, restano pur sempre eventualità da mettere in conto. Succedono, e spesso. «È stato un dolore enorme dire addio anche all’amico Hansjörg Auer, che era con David quel giorno. Ma questa è la vita. E ho dovuto accettare e ingoiare anche il male che mi ha fatto salutare per sempre una persona come Ueli Steck». La montagna usa terapie d’urto per dialogare con gli umani, si sa. Tutti ne sono coscienti. Ma quella volta di Ueli, la perdita è andata oltre. Ha separato, verrebbe da dire, due parti del tutto. Ueli e Dani, due svizzeri, due velocisti della montagna. Due amici. Due rivali. Due talenti che si inseguivano e si raggiungevano, poi si sfuggivano, si cercavano e si osservavano. Si stimolavano a vicenda e non si invidiavano mai. «Non l’ho mai visto come un concorrente e ho sempre cercato di fare la mia strada» ricorda oggi Dani. Ma le cronache non possono nascondere quell’eterno rincorrersi sulle stesse cime. L’ossessione per le stesse pareti.

© Thomas Monsorno

Era il 2011 quando Dani Arnold, allora ventisettenne, rubò per qualche tempo lo scettro all’amico sulla Nord per eccellenza. Due ore e ventotto minuti per lasciarsi alle spalle tutta la via Heckmair, superare una ventina di cordate e mettere piede sulla cima di sua maestà l’Eiger. Venti minuti in meno del record che già era di Ueli. E che poi, nell’affannoso vortice, a lui sarebbe tornato senza altri rivali per poco più di cinque minuti. Un niente. Oggi la Guida alpina Dani Arnold da Urner di Bienne, villaggio montano della Schächental, Canton Uri, tiene in pugno tre delle sei grandi pareti Nord d’Europa. Cervino, Grandes Jorasses, Cima Grande di Lavaredo. Su ognuna il suo è il tempo più rapido di chiunque nella storia. Sono i tasselli di un puzzle fatto di speed record conquistati con la sola fisicità. Nessun dispositivo di sicurezza, niente corde né imbraghi, nessun friend, niente moschettoni, niente di niente. Solo scarpette e casco. E gas aperto a mille, nel puro stile di quel free solo che ha stregato anche il cinema di Hollywood.

«La rinuncia consapevole alla sicurezza è qualcosa di speciale - mi confida Dani - Nella nostra vita cerchiamo di rendere tutto sempre più sicuro, il che è positivo. E gli alpinisti che rinunciano al materiale di sicurezza solo perché lo ritengono fonte di rischi si espongono a un gioco molto, molto pericoloso. Per me è diverso. Quando io arrampico in free solo devo sentirmi sicuro al cento per cento di poterlo fare: la fiducia è un punto chiave». Anche la sicurezza, a pensarci bene, lo è. Da una deriva l’altra, in fondo, e viceversa. «Sì. La sicurezza è in assoluto la cosa più importante. Ogni persona deve decidere fino a che punto vuole spingersi. Tuttavia, esiste sempre un rischio residuo di cui ognuno deve essere consapevole. Il segreto per affrontarlo? Formazione, preparazione ed esperienza. Le montagne sono belle, ma non bisogna mai scordare che sono anche pericolose».

E se qualcuno si lascia vincere dal desiderio di emulare? «Ognuno ha il diritto di fare le cose come vuole. Ma a un solo patto: che la vita di nessun altro sia messa a rischio». Resta il fatto che quel che dicono è vero: la pericolosità affascina. E infatti per Arnold la via più bella di sempre è un nome quasi sconosciuto che però gli ha fatto passare le pene dell’inferno. Anubis, in Scozia. Un 8a+ di misto aperto da Dave MacLeod nel 2010. «Perché è la mia preferita? Perché è molto difficile e non è ancora stata ripetuta. Ci sono pochissimi percorsi al mondo che sono così tecnicamente impegnativi. Naturalmente anche i free solo e i tentativi in velocità sono molto importanti per me. Ma sono un alpinista e ogni tanto voglio fare non solo salite rapide, ma anche nuove vie o percorsi molto difficili». E allora naturale che col tempo il cuore si sia posato sulle grandi classiche. Sulla ricerca di un nuovo primato proprio dove le leggende dell’alpinismo avevano scritto la storia. Cervino, via Schmid, parete Nord. Nell’anno del secolo e mezzo dall’ascesa di Whymper, Dani è svolazzato in cima, questa volta aggiungendo all’attrezzatura piccozze e ramponi, nel tempo di una libellula, un’ora e quarantacinque minuti dove gli umani impiegano una mezza giornata buona. E poi la Cima Grande di Lavaredo lungo la mitica via, classe 1933, Comici-Dimai. Cinquecentocinquanta metri di linea impegnativa, simbolo dell’arrampicata in Dolomiti, sfrecciati via nel tempo di una messa, e neppure solenne. Quarantasei minuti e trenta secondi. Circa due in meno del record precedente e quanto i nomi qualunque impiegherebbero sì e no per fare qualche tiro. Ma neanche poi tanti.

Dani ogni volta arriva in cima senza sorrisi. Quasi fosse irrispettoso ridere lassù, a celebrare un tempo alla portata di nessuno. Non sorride, ma trasmette felicità. Ferma il cronometro e si accuccia, riposa, si guarda intorno e tiene un po’ la testa fra le mani. A pensare cosa, solo lui lo sa. «L’Eiger per me è stato come un trampolino di lancio. La Cima Grande, dal canto suo, è stata un’ottima esperienza. Speravo di essere così veloce, ma non pensavo fosse possibile. Delle Jorasses invece sono particolarmente orgoglioso: è una parete davvero grande». Il ricordo sul Massiccio del Monte Bianco è datato fine luglio 2018. Lungo la via Cassin sullo Sperone Walker, Dani Arnold volteggia ancora una volta al ritmo di una farfalla, per poi pungere come una vespa. Proprio come insegnava Muhammad Ali. Alle dieci meno venti del mattino è a 3.300 metri d’altitudine, alle 11 è a 4.000. Alle 11.27 il pungiglione si conficca sulla Punta Walker, a un’altezza di 4.208 metri. In due ore e quattro minuti Arnold chiude il cerchio e firma un nuovo successo sotto l’egida del Pro Team di Mammut. Ma la domanda resta: perché? «È più una sfida personale. Questa dell’arrampicata leggera e veloce è una tendenza che si sta sviluppando sempre più, ma io la vedo come una forma di lotta contro me stesso. Per me è molto importante essere bravi in tutte le discipline degli sport di montagna e credo che ci voglia un ottimo livello in ogni ambito per avere la sicurezza di arrampicarsi senza una corda».

© Thomas Monsorno

Già. Ma come arrivare tanto in alto? Dani ci scherza quasi su. E racconta di uno stile di allenamento molto freestyle, che non bada a mode o teorie e si alimenta solo delle proprie necessità. «A volte mi alleno molto, a volte faccio fatica a impegnarmi. L’obiettivo è importante per me: se non ho alcun obiettivo, non vedo alcun motivo per allenarmi. Ecco perché trovo fondamentale avere uno scopo nella vita. Quando lo raggiungi, puoi godertelo e festeggiare, e questa fase fa parte proprio del tuo personale traguardo». La pozione magica, comunque, non conta ingredienti segreti. Nessuna dieta specifica (anche se non mangio fast food ogni giorno) e tante ore nel letto: «Ho bisogno di dormire molto. Sono una persona mattiniera e la sera sono per lo più inutilizzabile». Ma neppure l’integralismo porta successo. E infatti, lui lo ammette, «spesso infrango le regole del mio stile di vita. Adoro il cambiamento. E penso che le nuove situazioni ti rendano creativo». La compagnia della moglie Denise, in tutto questo, non è di secondo piano. Con lei Dani arrampica spesso e con lei ha condiviso scalate di alto profilo. «È bellissimo quando possiamo fare grandi esperienze insieme in montagna. Per me gli amici, la famiglia e un posto dove mi sento a casa sono estremamente importanti». Eppure, paradossalmente, partire resta il pallino cruciale. Il chiodo fisso da battere finché ce n’è. Ieri il Broad Peak, primo Ottomila di una carriera giocata tutta su altezze minori, oggi la Siberia. Domani chissà. «Quella in Himalaya è stata una bella esperienza per me, ma non ne sono uscito soddisfatto. Tecnicamente non è assolutamente nulla di impegnativo. Ogni persona con un Ottomila nel cassetto è celebrata come un eroe, ma ci sono molte montagne di duemila metri che richiedono molta più preparazione di una via normale laggiù».

In Siberia, dove Dani è stato da poco con l’amico Martin Echser e dove sono state scattate le foto di questo servizio, le altezze sono ben lontane da quelle dei giganti della Terra. Ma lì il senso di infinito vince su ogni cosa e raggiunge il cielo senza alcuno sforzo. «L’obiettivo di questa spedizione era l’inverno freddo, quello giusto per tentare l’arrampicata su ghiaccio. Il riscaldamento globale sta rendendo le cose sempre più difficili alle nostre latitudini, quindi volevamo esplorare un nuovo posto, dove nessuno avesse mai scalato il ghiaccio». Un obiettivo raggiunto sul lago Bajkal, nella Siberia meridionale, dove di rado se si cerca il freddo ci si imbatte in qualcos’altro. «Abbiamo trovato esattamente quello che cercavamo, un freddo ben più intenso di quello che avevo provato sugli Ottomila: è stato fantastico. Ma anche la curiosità per il Paese, le persone e la cultura è stata un elemento importante di questo viaggio. L’ha arricchito molto».

Insomma: partire, per poi tornare e ripartire ancora. Alla ricerca infinita di qualcosa che non si afferra mai. Ecco la vita di Dani Arnold. «Certo, il periodo della quarantena da Covid-19 mi ha fermato, per forza di cose. Ma non è stato poi così male per me. Ovviamente ho dovuto posticipare una spedizione in Perù, ma la cosa più importante è che sono sempre rimasto in salute. Ora però sono molto felice che tutto stia tornando alla normalità». Un modo per dire, magari eufemisticamente, che quel che giaceva in pentola stia tornando a bollire? «Ho ancora molti progetti - chiude Dani, tra l’ermetico e lo scaramantico - Diciamo che non prevedo un futuro noioso». Insomma, non resta che stare a guardare: qualcosa lascia scommettere che la vespa dalle ali di farfalla si prepari a pungere ancora. Ma non chiedetegli se abbia paura, perché la risposta vi spiazzerà. «La paura è una buona amica, mi protegge» sorride lui. E a pensarci bene, Dani Arnold da Urner di Bienne un qualche segreto doveva pur nasconderlo. Che sia proprio questo, però, nessuno lo sa. E forse non lo saprà mai.

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© Thomas Monsorno

Alla fiera dell’Est

*Crack: termine usato nel giornalismo sportivo americano per definire i giocatori, solitamente nel basket e nel football, che rompono gli equilibri con elementi di novità

«Vattene all’Est da Mosetti e guarda un po’ cosa ci trovi». L’ordine, dalla redazione, era più o meno questo. L’anno scorso ce n’eravamo andati al Sud, quest’anno tocca dirigersi all’Est, quindi, verso le Alpi Giulie. Io, per inciso, abito all’Ovest, a Torino. Vado a sciare su cime alte più di tremila metri, a volte quattromila, molto spesso poi finisco in Francia dove bene o male mi ci ritrovo; al massimo il caffè fa un po’ schifo, ma le montagne hanno sempre la stessa forma. All’Est, invece, non mi ci ero mai fermato d’inverno e come tanti avevo la convinzione che l’Italia finisse a Venezia. Le montagne lì sono basse, squadrate e cattive, come i pugili che se le danno nel retro dei bar di periferia. La maggior parte di esse non arriva neanche a 2000 metri, per dare un’idea. Però proprio in mezzo a queste montagne è cresciuto uno degli scialpinisti italiani più fighi (si può usare il termine figo? Non mi vengono molte altre parole per descriverlo) del momento, Enrico Mosetti, detto il Mose. Classe 1989, sponsorizzato da quel marchio molto hipster di Chamonix che ne riflette in pieno l’immagine, quattro spedizioni all’attivo e discese pazzesche su giganti di cinque o seimila metri in Perù, Georgia e Nuova Zelanda, più un tentativo al Laila Peak in Pakistan, ovvero una delle più belle montagne del mondo. Tutto questo per dire che, insomma, se uno così impara a sciare da queste parti, allora le Alpi Giulie devono avere un qualcosa dentro di selvaggio. Oppure selvaggio lo è chi viene qua a scivolare sulla neve, chissà. Dopotutto è questo ciò che cerco, domande a cui trovare una risposta. Chi è quello lì. Cosa c’è dietro quella cresta. Credo che uno quando viaggia debba andare incontro a dei quesiti, a delle incertezze, altrimenti il tutto si riduce al trascorrere una settimana bianca in un posto diverso da dove si va ogni weekend.

© Federico Ravassard

A Sella Nevea, dove abita Enrico, ci arrivo alla sera. I fari illuminano a malapena il cartello bilingue che spunta dalla nebbia, la stessa che oggi ha fatto perdere Mose e compagni sul versante sloveno del comprensorio, alla ricerca di una linea teoricamente accessibile con una pellata dagli impianti. Dico teoricamente perché il pomeriggio l’hanno passato a vagare tra boschi e salti di roccia alla ricerca di un segno di civiltà sotto forma di traccia nella neve. Li incontro davanti allo Julia, un rifugio in centro al paese. Le loro facce suonate e gli scarponi ancora nei piedi a quest’ora testimoniano che effettivamente è stata una lunga giornata. L’appartamento del mio ospite è in linea con la sua persona. Il termosifone è scomparso sotto una catasta di piccozze appese, sopra la stufa ci sono pelli e scarpette ad asciugare mentre in balcone la rastrelliera comprende sci che vanno dai 70 ai 115 millimetri al centro; in un angolino, a tradire le origini pistaiole, ci sono anche delle aste da gigante. Enrico mette sul fuoco una minestra, si chiacchiera del più e del meno, di viaggi e di persone. Sin dall’inizio capisco che appartiene a quella piccola categoria di persone che hanno messo seriamente lo sci in una posizione piuttosto alta nella lista delle priorità della loro vita. Il curriculum alpinistico ce l’ha scritto sul corpo, sotto forma di tatuaggi. Una trota dell’Isonzo sul braccio, a testimonianza delle origini goriziane, città spaccata in due dal fiume e dalle carte della burocrazia. Due colibrì sul petto a rappresentare l’Artesonraju e il Tocllaraju, le due cime di seimila metri della Cordillera Blanca che ha sciato in solitaria in Perù. Dei cristalli di neve sul collo, questa non bisogna neanche spiegarla. E poi ci sono montagne, alberi, numeri a ricordare i viaggi in Pakistan e in Nuova Zelanda e persone che hanno lasciato un segno sulla sua persona.

DIVAGAZIONI CARNICHE

Il mattino seguente ci tocca svegliarci presto. Abbiamo appuntamento con Marco per andare verso la Carnia, dove lui ed Enrico devono fare un rilievo nivologico per l’AINEVA, l’ente che si occupa di monitorare le condizioni del manto nevoso e il conseguente pericolo valanghe. Io invece ho come obiettivo la cima del Monte Coglians, la più alta della zona, qualche centinaio di metri sopra il sito scelto dai due per i test. Non è che faccia proprio bello oggi, anzi. Alla nostra destra si trova il Crostis, un panettone con una salita che sarebbe dovuta essere teatro di un tappone del Giro d’Italia, in seguito annullata a causa della pericolosità della discesa. A poche valli da noi svetta invece il sacro Zoncolan, considerato dai ciclisti una delle salite più dure d’Europa: sei chilometri con una pendenza media del 15% e punte sopra il 20%, praticamente una lunghissima rampa di garage. L’avevo salito durante una vacanza pedalatoria qualche anno fa, mi ricordo che in alcuni punti la ruota anteriore impennava e qualcuno, dopo aver dovuto mettere il piede a terra, non era più riuscito a ripartire. Saluto i due mentre iniziano a scavare e continuo per i fatti miei, ma dopo un’oretta di lotta con il vento decido che forse ne ho abbastanza. Mi sento come il sacchetto di plastica di American Beauty, le raffiche a cento chilometri orari mi fanno perdere continuamente l’equilibrio. Non sono l’unico, almeno: raggiunti gli altri, il bollettino di guerra parla di uno sci volato a valle e vari oggetti che hanno tentato il decollo, tra cui uno zaino e la bilancia per la neve. Finito il rilievo e recuperati i dispersi torniamo giù, leggermente infreddoliti. Ci rifacciamo sulla strada del ritorno verso Sella Nevea, alla Rosticceria Buon Arrivo, conosciuta come Il Polletto: un’istituzione locale in fatto di grassi saturi e birra artigianale. Quando si tratta di cibo, da queste parti, non si va troppo per il sottile: la cena dell’indomani la facciamo da Surc, un ristorante poco oltre il confine sloveno dove la tartare di carne, che io da bravo piemontese sono abituato a vedere servita con giusto un filo d’olio, qui la servono con burro, cipolle crude, olive, peperoncini e cetrioli. Rende l’idea, no?

© Federico Ravassard

L’IMPORTANTE È SCIARE

Il mattino seguente l’appuntamento è al bar dello Julia con Beatrice, la fidanzata di Enrico, e i suoi amici. Lei, Nicole, Andrea e Samuele hanno tra i 21 e i 22 anni e nella vita, oltre a studiare, sono maestri di sci. Non sono molti i ragazzi della zona che vanno in giro con le pelli, mi confessa Bea. A dire il vero, continua, ci sono praticamente solo loro: la zona di Tarvisio, infatti, ha una solida tradizione di sciatori alpini, alimentata dalla presenza del liceo sportivo Bachmann, da cui escono continuamente atleti di altissimo livello nelle gare su pista, come l’azzurro Mattia Casse. Saliamo al sole sui pendii che portano alla Forcella dei Disteis, sotto la parete simbolo di Sella Nevea, quella del Montasio. Nei piedi i miei compagni hanno tutti assi e scarponi di una certa massa, si capisce che prima ancora di essere alpinisti loro sono sciatori. Prima di partire abbiamo incrociato un amico comune, più esperto, che ha voluto rassicurarsi delle loro intenzioni: non è da molto che salgono con le pelli fuori dalle piste battute, quindi - parole sue - a vederli andare via da soli oggi si è sentito un po’ come una mamma chioccia di fronte ai suoi pulcini. Saliamo con calma, il vento non dà fastidio e sarebbe meglio che la neve dura mollasse un po’, ma non mi importa più di tanto: sono qui per conoscere persone e guardarmi intorno, più che per sciare. La muraglia del Montasio si alza dritta sopra di noi, apparentemente insciabile. Con molta più neve su queste pareti scendono linee di sci ripido che si snodano attraverso cenge e canali. Anche le gite facili, qui, non sono da sottovalutare: a causa della morfologia dolomitica infatti i pendii fuori dai boschi cominciano da pendenze medie e spesso terminano in canali che si infilano in mezzo a muri di centinaia di metri, come l’Huda Paliza, la discesa simbolo delle Giulie. Arriviamo in cima e, dopo aver spellato al volo, Nicole e Beatrice partono davanti a me. Porca miseria se sciano secco! Mi arrabatto dietro di loro in qualche modo con i denti che vibrano per la neve che evidentemente non ha mollato e l’unica pausa che facciamo è per scattare qualche foto. Questi ragazzi sono l’esempio più chiaro di quello che sta succedendo ora allo scialpinismo, al quale si stanno approcciando sempre più sciatori di altissimo livello che hanno voglia di vedere posti nuovi, di tirare curve su pendii che non hanno mai visto la fresa di un gatto. L’importante per loro è questo, essere sciatori prima di tutto il resto. Quello che viene dopo sono dettagli, il dove e come lo si fa è un aspetto secondario, perché una curva è bella sempre, che sia fatta in un metro di polvere o sul ghiaccio barrato di un gigante. E infatti nella birra post-gita l’argomento di cui si discute è chiaro: chi viene martedì prossimo a vedere lo slalom di Coppa del Mondo a Schladming?

MONTE SART, UN ATTIMO DI INFINITO

Ci diamo appuntamento con Dade, al secolo Davide Limongi, alla partenza degli impianti. Dade è uno dei compagni di merenda di Enrico, nella vita fa il finanziere qui a Sella Nevea. L’idea di oggi è andare a sciare la parete sud del Monte Sart, una pala a pendenza costante che si vede anche dalla statale che va a Tarvisio. Non abbiamo fretta, anzi, nei nostri piani l’idea è di scenderlo al tramonto. Nello zaino abbiamo infilato anche un paio di scarpe comode perché non sappiamo bene fin dove arriveremo con gli sci. Prima tappa, colazione al Rifugio Gilberti, dove Mose lavora abitualmente insieme a Irene e Fabio, il cuoco. Fabio Tschurwald, soprannominato Tschurwi, è uno dei custodi di questi luoghi ed è lui a farmi una visita guidata del rifugio, tappezzato di foto e cimeli d’epoca. Molte stampe ritraggono scene di speleologia, una pratica che nelle Giulie trova uno dei parchi giochi più belli al mondo grazie alla natura carsica del terreno. In ogni momento dell’anno qui arrivano speleologi da tutto il mondo, soprattutto dall’Est Europa, che scendono per centinaia di metri nelle grotte di cui sono crivellate queste montagne, in qualsiasi stagione. Anzi, dice Tschurwi che d’inverno le condizioni sono ottime perché i flussi d’acqua sono assenti. C’è solo un piccolo problema da risolvere: prima di iniziare le calate bisogna spalare la neve dagli ingressi, e a volte ci vogliono giorni interi a causa dello spessore del manto: la quantità media di precipitazioni, qui, arriva ai 16 metri all’anno nonostante la bassa quota. Su una parete invece troneggia il ritratto di Ignazio Piussi, pioniere dell’alpinismo friulano e, a detta di Messner, il più forte alpinista degli anni Sessanta. Piussi firmò alcune ascese incredibili per quei tempi, come quelle sul vicino Mangart e sul Civetta in Dolomiti, e tentò per ben tredici volte la parete Nord dell’Eiger. Sono montanari cocciuti, i friulani. Usciamo dal Gilberti mentre il cielo comincia a coprirsi e mentre saliamo verso la Sella Ursic ci immergiamo inesorabilmente nella nebbia. Saliamo a testa bassa, devo tenere lo sguardo puntato sulle punte degli sci per non farmi venire la nausea a causa del white-out. Arriviamo al bivacco Marussich e decidiamo di aspettare lì che il tempo migliori. Mose fa sfoggio di grettezza slava tirando fuori dallo zaino gli avanzi della sera prima e, noncurante della temperatura sotto zero, banchetta allegramente con patate congelate e una fetta di Lubianska, una variante slava del cord-bleu. Momento di giubilo, nel cibo lasciato dai visitatori del bivacco troviamo anche un barattolo di senape: il Grand Hotel Nevea è qui. Ripartiamo mal volentieri, fuori continuano a esserci vento e nebbia. Ci portiamo sotto un canale che conduce alla cresta del Sart e calziamo i ramponi, sferzati dalla neve che, noncurante della gravità, sale dal basso verso l’alto a cause delle raffiche. Sbuchiamo proprio mentre sta succedendo qualcosa di maestoso: le nuvole si stanno diradando, lasciando spazio alla luce dorata del pomeriggio. Sembra di essere nella scena chiave di un film della Red Bull, noi siamo quei tre puntini che battono traccia su una cresta baciata dal sole da un lato e che sul versante opposto precipita in una parete sulla quale Emilio Comici aveva aperto nei primi anni del Novecento una via folle di più di 900 metri. È un momento magico, proprio quel tipo di momento per cui uno dovrebbe iniziare a fare scialpinismo e in cui i secondi si dilatano come polmoni. Le rocce delle montagne intorno a noi sono diventate coralli stuccati da meringhe di neve, mentre il fondovalle, duemila metri sotto di noi, sembra un paesaggio della Terra di Mezzo di Tolkien. La neve marmorea del mattino è stata addolcita dal calore del sole e pennelliamo curve che vorremmo non finissero mai. Come entriamo nei primi arbusti Mose tira fuori il gps: dobbiamo aggirare i salti di roccia che circondano la parte inferiore del pendio. Sento odore di ravanata, ma dopo il delirio di luce che abbiamo appena vissuto siamo tutti ben disposti a farci una scammellata a piedi per tornare a casa. Dade, che ha lasciato le scarpe in auto, accoglie con meno gioia il portage, ma rifiuta stoicamente la nostra offerta di vendergli le nostre comodissime scarpe. Un’ora più tardi veniamo salvati da Beatrice, partita da casa per darci uno strappo fino a un meritato spritz a Campo Rosso, in compagnia di un certo Tadei.

© Federico Ravassard

TADEI, CHE VA SU VELOCE

Dalle Alpi Giulie non nascono solo scialpinisti forti in discesa: ce ne sono altri che il vento sulla faccia lo sentono anche in salita. Uno di questi è Tadei Pivk, residente a Camporosso, che zitto zitto negli anni si è portato a casa per ben due volte la maglia di campione del mondo di skyrunning senza essere un professionista. Di origini slovene, dopo un passato agonistico nel salto con gli sci, Tadei ha iniziato a correre per caso, dopo che degli amici lo avevano coinvolto nella staffetta del Lussari, una gara locale. In settimana lavora come impiantista sulle piste di Tarvisio e alla sera si allena sul Sentiero del Pellegrino, 900 metri di strada forestale che d’inverno sono l’unica pista consentita agli scialpinisti. Tra un sorso e l’altro Tadei mi spiega, un po’ rassegnato, la situazione da queste parti: la risalita a bordo impianti non è assolutamente tollerata e generalmente quello che oggi chiamiamo ski fitness qui è ancora un concetto sconosciuto. Completamente l’opposto di quello che succede pochi chilometri più in là, nel comprensorio austriaco del Dreiländereck (letteralmente, angolo dei tre paesi). Qui, dove Austria, Italia e Slovenia si toccano, l’apertura serale del giovedì si è rivelata un successo. Tadei mi racconta che la settimana prima a risalire le piste erano almeno in 400, con relative consumazioni nelle attività locali a far girare il tutto, la prova del nove che lo scialpinismo da resort è una forma di turismo che può effettivamente funzionare. Mose chiede a Tadei se quest’anno si schiererà in partenza alla Scialpinistica del Canin, la gara che viene organizzata a Sella Nevea. Lui sorride senza dare una risposta chiara, ma si vede che un pensierino lo sta facendo. E non è l’unico: Mose, divertito, confessa che quasi quasi correrà anche lui, perché alla fine, come abbiamo detto, l’importante è sciare.

© Federico Ravassard

WE ARE ALL SKIMOUNTAINEERS

Nel weekend Enrico mi invita ad aggiungermi al gruppo che con lui sta facendo un corso base di scialpinismo e con il quale ha programmato di andare due giorni in Carinzia, al confine tra Austria e Slovenia. È una banda eterogenea, che va dallo studente all’imprenditore. Tutti entusiasti di praticare questo giochino del salire in cima a una montagna per poi sciarla. La meta per la notte è la Klagenfurter Hütte, un rifugio frequentatissimo dagli scialpinisti locali, che spesso salgono qui senza andare oltre, una passeggiata in versione invernale con sci e pelli al seguito. Puro plaisir, come direbbero in Francia. Nonostante ciò, noto come il setup medio degli austriaci sia diverso da quello a cui siamo abituati, decisamente più improntato sulla sicurezza. Una buona metà di loro, infatti, utilizza ancora vecchi attacchi Diamir o comunque attacchini con sgancio certificato, e tantissimi sulle spalle hanno zaini airbag nonostante percorrano tranquilli itinerari di fondovalle. Passiamo due giorni di corsi tranquilli, a fare campi Artva e a chiacchierare alla sera davanti (ahimé) a un flusso ininterrotto di boccali di birra. Alla fine tra una Guida come Mose, abituato a sciare su pendii a 50°, e un principiante che sta imparando a fare le inversioni in salita non c’è poi così tanta differenza: il motivo per cui escono al mattino con gli scarponi nei piedi è lo stesso. Entrambi vogliono spostare un po’ più in là i propri limiti con le capacità che hanno a disposizione e quelle che sono disposti ad acquisire. Provare quel pizzico di brivido e di leggerezza, che non dipende da quanto è ripida la parete che stai sciando, ma da quello che ti senti dentro tu. In questi stessi luoghi cominciò a frequentare la montagna anche Steve House, uno dei più forti alpinisti al mondo, vincitore di un Piolet d’Or grazie alla salita della parete Rupal sul Nanga Parbat. Dall’America Steve arrivò in Slovenia per un programma di scambio con la sua università e poco dopo comincio a frequentare il Club Alpino Sloveno, iniziando così a maneggiare picche e ramponi. Da allora torna a scalare periodicamente sulle Giulie, come l’anno scorso quando Mose e Dade lo incontrarono alla base di una cascata di ghiaccio. Manco a dirlo, in quel periodo Dade stava leggendo proprio la sua biografia!

© Federico Ravassard

TAKE A WALK ON THE WILD SIDE

Visitare il versante sloveno di Sella Nevea è un’esperienza che trascende dai vincoli del tempo e dello spazio. Noi ci arriviamo sciando il Krnica, un classico fuoripista che in mille metri di dislivello attraversa un ampio vallone e un bosco di faggi. La stazione intermedia della funivia che sale da Bovec sembra essere uscita da Blade Runner. Fuori dal piazzale è parcheggiata una berlina che ci chiediamo come abbia fatto ad arrivare fin lì. Poco più in là, in bella mostra, container e rottami arrugginiti ci accolgono mentre saliamo le scale che ci portano all’interno della stazione, il cui pavimento è ancora di legno. L’ovetto nel quale entriamo è poco più grande di un box doccia e sotto di noi vediamo scorrere il versante assolato, crivellato di cavità carsiche a poche decine di metri dalle piste. Mose mi spiega che è un po’ come sciare in ghiacciaio: alcune grotte sono enormi e ben visibili, ma altre, più piccole, possono essere coperte dalla neve e già più di una volta degli sciatori sono stati recuperati dopo esserci caduti dentro. Verso la fine passiamo a fianco del pendio dove fino a poco tempo fa veniva disputata una gara di freeride. Pendio per modo di dire, sarebbe più corretto definirla una specie di Rupe Tarpea, la scarpata dalla quale venivano gettati i bambini spartani: un centinaio di metri di dislivello di cui una buona parte è composta da barre rocciose. Praticamente il vincitore era colui chi arrivava al fondo sulle proprie gambe, o almeno con il minor numero di fratture. Nel fondovalle luccica l’acqua azzurra dell’Isonzo, la stessa che un secolo fa era tinta dal rosso del sangue dei ragazzi mandati a difendere il fronte dalle truppe austroungariche. La Prima Guerra Mondiale qui c’è stata per davvero: basti pensare che uno degli elementi decisivi della disfatta di Caporetto fu un tunnel poco sotto di Sella Nevea che gli austriaci utilizzarono per spostare armi e uomini senza farsi vedere dagli italiani appostati al colle. Più lontano, invece, a brillare è il Golfo di Trieste, anche lui testimone di storie di confine e di guerra. Penso per un attimo a quanto sia cambiato questo angolo di Alpi, dove una volta ci si sparava letteralmente addosso, e ora si passa da un Paese all’altro camminando con i ramponi su di una cresta.

© Federico Ravassard

I RIGATONI AL SALTO DI ROBERTO

L’ultima sera andiamo a cena all’Alte Hütte a Campo Rosso. Con noi c’è la famiglia Cecon: Sandro, Daniela e il figlio Zeno. Zeno è stato un compagno di spedizione di Mose in Pakistan e normalmente fa il maestro a Tarvisio, dove ha fondato la scuola di sci Evolution3Lands nella quale insegna anche Beatrice. Qualche anno fa si è fermato a un soffio dall’élite mondiale del freeride arrivando sesto al circuito del Freeride World Qualifier. Suo padre Sandro è, in poche parole, un pioniere dello scialpinismo qui nelle Giulie, con più di quarant’anni di esperienza: basti pensare che i primi rilievi li ha fatti nel 1975. Poco dopo al tavolo ci raggiunge Roberto Del Negro, proprietario e cuoco del ristorante, che ci fa ordinare i suoi rigatoni al salto. Intorno a questa ricetta scorre buona parte della storia alpinistica della valle. Prima dell’Alte Hütte, infatti, Roberto gestiva una taverna che era di fatto un punto di riferimento fisso per i giovani scapestrati come Sandro che si divertivano ad andare su e giù dai monti con mezzi e tecniche a dir poco rudimentali, come degli sci lunghi mezzo metro importati dall’Austria con i quali cercavano di scendere nei canali sopravvivendo in qualche modo fino al fondo. Lo stesso Roberto era uno dei capisaldi della piccola ma agguerrita tribù, essendo presidente del CAI locale. I rigatoni al salto, con panna e ragù, sono la ricetta che si era inventato allora da cucinare alla sera, quando i novelli alpinisti rientravano alla base affamati come lupi, e più di una volta erano obbligati a dargli una mano ai fornelli data l’affluenza. I rigatoni di Sandro si raffreddano mentre lui non smette di parlare di quei tempi pionieristici: nei suoi racconti scorrono aneddoti sui mitici attacchi Zermatt, compagni di gita che lavoravano in segreto per lo spionaggio sovietico, sciatori sloveni che, anziché usare le pelli di foca, salivano a piedi con gli Elan RC da 2,10 sullo zaino. Alcuni dettagli mi fanno capire quanto all’epoca andare in montagna fosse un connubio perfetto tra spirito pratico e attrezzatura approssimativa; ad esempio, per aumentare la tenuta degli sci da fondo, che loro utilizzavano per gite scialpinistche, si usava riempire la soletta di puntine da disegno, una sorta di squama di pesce ante litteram degli attuali sci. Le pareti dell’Alte Hütte sono di per sè un pezzo di storia: nelle fotografie sono ritratti volti noti come Messner, Casarotto e Kukuckza, in mezzo a una miriade di altri ragazzi barbuti con occhiali da ghiacciaio, camicie a quadretti e volti sorridenti dopo l’ennesima giornata di esplorazione in montagna. Ripenso ai ragazzi con i quali ho sciato in questi giorni, negli stessi luoghi, perdendoci nel fare cose nuove esattamente come quarant’anni fa. Sorrido da solo, mentre davanti a me due generazioni di sciatori si raccontano storie di neve e di tracce che finiscono chissà dove. Lunga vita allo sci selvaggio.

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87 anni di Mezzalama

Come ci si vestiva e che attrezzatura si usava in passato per partecipare alla regina delle gare di scialpinismo, il Mezzalama? Ecco la risposta alla vostra curiosità.

1933

Per trovare l’attrezzatura degli anni Trenta ci siamo rivolti ad Amedeo Macagno: giornalista, esperto, ma soprattutto collezionista di sci. Di tutte le epoche, di ogni disciplina. Ne ha migliaia. E dal 1992 organizza anche una gara di sci d’epoca (che ha pure brevet- tato nel 1998) sulle piste della Via Lattea, in Piemonte, nelle ultime edizioni sulle nevi di Sauze d’Oulx.

SCI / Sono di legno finlandese, tra i più am- biti. Negli anni Trenta si sceglievamo misure più corte per lo scialpinismo rispetto alla di- scesa, tra 180 e 200 centimetri, con un peso, lamine e attacco di alluminio compreso, in- torno ai 3,5 chili.

ATTACCHI / Dopo le chiusure in cuoio, una ri- voluzione arrivò proprio nel 1933 con l’attac- co Kandahar, inventato da Guido Reuge. Un paio di dettagli: sotto il piede c’è una fessura per fissare in modo più serrato lo scarpone con un laccetto, lo stesso schema anche nel- la parte posteriore per bloccare lo scarpone in modo da non sciare a telemark in discesa.

PELLI / Erano davvero di foca. Anche se non tutti erano d’accordo sull’utilizzo, ma non perché fossero di foca, ma perché riteneva- no che ogni sciatore di livello dovesse salire senza ausili sotto gli sci! Tra questi puristi anche lo stesso Ottorino Mezzalama.

© Federico Ravassard

1971

Con i fratelli Aldo e Roberto, Gianfranco Stella ha vinto il primo Mezzalama del dopoguerra, nel 1971. Da Asiago si sono trasferiti in Valle d’Aosta, al Centro Sportivo Esercito, arruolati come fondisti. E tutti erano anche in Nazionale. Lo scialpinismo era lo sport di fine stagione dopo le classiche della Scandinavia. Gianfranco e Aldo con Palmiro Serafini hanno vinto il Mezzalama anche nell’edizione del 1973.

SCI / Lo sci era quello da fondo: per lo scialpinismo veniva portato alla Tua di Biella per essere laminato. Per una maggiore sicurezza in discesa su fondo ghiacciato, ma soprattut- to per strutturare di più lo sci viste le tante rotture.

SCARPONI / Come quelli da fondo, ma con una sporgenza nel tallone per poter agganciare i ramponi. Una curiosità: sopra la scarpa, per evitare il freddo, veniva aggiunta una calza di lana appositamente tagliata. Uno stratagemma rubato ai fondisti scandinavi.

PICCOZZE / Nella foto ne vedete due. Nella prima edizione è stata usata quella più lunga poi, visto che non c’era una regola precisa sull’utilizzo, in quelle successive se ne sceglieva una più corta, alla fine anche di pochi centimetri, ancora più piccola della seconda che vedete nella foto.

© Stefano Jeantet

1997

A Bormio per tutti Enrico Pedrini è il Chicco. Arriva dal fondo, dove ha vestito i colori della Nazionale ben otto anni. Con Fabio Meraldi e Omar Oprandi ha vinto il Trofeo Mezzalama nel 1997. E in coppia con Meraldi si è aggiudi- cato anche quattro edizioni della Pierra Menta, dal 1995 al 2000. Guida alpina, si occupa anche della sicurezza della pista Stelvio in occasione delle gare di Coppa del Mondo di sci alpino a Bormio.

SCI / Il modello è della Ski Trab: lunghezza 180 cm, peso di circa 1,3 chili, 61 sotto il piede. I primi scarponi erano i Dynafit TLT, adattati con un velcro al posto del gancetto del gambetto. Poi sono arrivati i primi Gignoux in carbonio.

ARTVA / L’apparecchio di ricerca in valanga è diventato obbligatorio proprio nel 1997, ma in quella edizione era stato dato alle squadre anche un telefono portatile, visto che la Omnitel era tra gli sponsor e il telefonino era anche tra i premi per i vincitori...

TUTA / Le tute dedicate solo allo scialpinismo sarebbero arrivate dall’intuizione di Valeria Colturi. Si utilizzavano anche quelle da fondo della Nazionale, in lycra, passate in sartoria per inserire una cerniera centrale e due tasche per poter sistemare le pelli.

© Marco Andreola

2017

Di Mezzalama Matteo Eydallin ne ha vinti quattro, il primo nel 2009, gli altri tre consecutivi nel 2013, 2015 e 2017. Classe 1985, di Sauze d’Oulx, portacolori dell’Esercito, nel palmarès anche le altre classiche della Grande Course: Pierra Menta, Patrouille des Glaciers, Tour du Rutor e Adamello Ski Raid. Ha vinto anche quattro ori ai Mondiali e la Coppa del mondo nell’individual.

RAMPONI / Il nuovo modello Skimo Race del- la Camp ha un sistema di allacciatura privo del classico archetto frontale, sostituito da un fermo che una volta regolato per i pro- pri scarponi rende ancora più veloci i cambi d’assetto.

SCI / Il nuovo Dynastar Pierra Menta F-Team pesa 640 grammi nella misura da 160 cm. Anima ultra-leggera in Dynacell (materia- le derivante dall’industria aerospaziale), tre volte più leggera del legno di Paulownia. Tec- nologia Carbon Ply con fibre di carbonio appiattite e intrecciate per un maggiore ritorno elastico.

OCCHIALI E MASCHERA / Sono firmati dallo stesso Eyda nel nuovo progetto Steppen: occhiale (giallo trasparente con lente specchiata) e maschera (rosa e gialla) nel suo stile, per non passare inosservati. Info: sportiscrew.com

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© Federico Ravassard

 


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