Outdoor Guide 2021, 320 pagine per sapere tutto prima di acquistare
Il mondo dell’outdoor estivo in meno di dodici mesi dall’ultima edizione della Outdoor Guide è cambiato profondamente: processi in atto che la pandemia ha accelerato alla velocità della luce. Decine di migliaia di persone che avevano visto la montagna e la natura solo sui loro smartphone si sono riversate in massa nella wilderness. Così anche l’Outdoor Guide 2021 (320 pagine, 10 euro), in edicola a partire dal 13 maggio, cambia pelle. Non ha più senso una separazione netta tra camminare e correre e in parte anche tra camminare e usare mani e piedi per salire. Sono categorie mentali che corrispondono a mondi collegati tra di loro. Abbiamo eliminato le vecchie categorie trail, ultra, sky & vertical, day hiking, multiday hiking e mountain per passare a quattro idee: correre (Speed Race), correre e camminare (Trail), camminare (Hike), salire (Mountain). Ogni categorizzazione porta sempre con sé qualche forzatura, è normale. Ma, oltre la semplificazione nel passare da sei a quattro categorie, c’è una riivoluzione nel modo di pensare e di approcciarsi all’attività all’aria aperta. Non abbiamo più ragionato con schemi rigidi, legati esclusivamente o prevalentemente ad aspetti fisici e misurabili come il peso o il drop dei prodotti testati, ma partendo dalla passione e dalle emozioni di chi frequenta l’outdoor che si traducono in obiettivi, atteggiamento, tipo di movimento e di terreno. Nonostante la rivisitazione delle collezioni estive 2021 a causa della pandemia, là fuori ci sono davvero tante novità e, ancora una volta, si è fatto uno step verso qualità e funzionalità. Prodotti brutti non ce ne sono più, o quasi. E andare a fare sport o attività fisica (per rimanere alle distinzioni dei DPCM) è divertente e fa bene. Meglio un sorriso di una smorfia di dolore. No smile, no gain.
I PRODOTTI IN TEST
Circa 300 tra scarpe, zaini, bastoni, cinture e marsupi, GPS palmari, sportwatch, smartwatch, lampade frontali, tende, sacchi a pelo, materassini, fornelletti, filtri. Tutti provati.
IL TEAM
Una squadra di esperti e appassionati con un nucleo di veterani e qualche new entry. Trail runner top, amatori, Guide alpine, Accompagnatori di media montagna. Tutti insieme per consigliarti il migliore prodotto per le tue esigenze, come se un amico di cui ti fidi ti dicesse i pro e contro di una scarpa o di uno zaino che vorresti acquistare. Il test è stato reso possibile grazie a: Alessandro Brunetti, Franco Collé, Giuditta Turini, Graziana Pè, Niki Gresteri, Nicola Giovanelli, Silvio Pesce, Michael Dola, Francesco Paco Gentilucci, Sergio Pezzoli, Alessio Alfier, Federico Foglia Parrucin, Lorenzo Cavanna, Alice Arata, Elisabetta Caserini, Guido Chiarle, Carlo Gabasio, Paolo Tombini, Valerio Dutto, Luca Serenthà. Ai testatori si è aggiunta una squadra di fotografi appassionati, pronti a fermare l’obiettivo sui dettagli che contano: Federico Ravassard, Chiara Guglielmina, Lorenzo Bognetti, Matteo Cottardo, Daniele Molineris.
LA LOCATION
Finale Ligure è la capitale italiana dell’outdoor e ci ha consentito di provare nelle migliori condizioni, anche quando poco lontano nevicava. Trail, arrampicata, hiking: tutto nel giro di pochi chilometri e vista mare. Per la parte mountain ci siamo spostati ai piedi del Cervino.
LE SCHEDE
Abbiamo rivisitato il format e i parametri di valutazione. Le scarpe più interessanti sono state trattate in una pagina con prova a secco, sul campo, diverse misurazioni e test non solo sul terreno ma anche in laboratorio. Più informazioni nelle schede tecniche, dalla taglie disponibili alla possibilità di scegliere una versione con membrana impermeabile. Tra i dati rilevati, l’indice minimalista (che fornisce un parametro di quanto la calzatura influisce sulla naturale biomeccanica di corsa) e il tipo di ammortizzazione. Tra i nuovi test quello del grip in laboratorio, su piastra bagnata a inclinazione costante.
SPEED RACE
Abbiamo inserito le scarpe più leggere e veloci in una nuova categoria pensata per chi sa e vuole correre, possibilmente con appoggio di avampiede o mesopiede. Non necessariamente per fare gare, ma per affrontare l’outdoor alla ricerca della prestazione. 19 calzature, 15 zaini e cinture, 3 bastoni top: tutto quello che serve per chi sa come correre bene, ma niente di più perché ogni grammo di troppo è superfluo.
TRAIL
Il grande mondo di va in montagna preferibilmente per correre, ma non necessariamente. 48 scarpe, 15 zaini, 16 bastoni per per la maggioranza dei runner della natura. Potrebbero essere una scelta ragionevole anche per qualche escursionista.
HIKE
Camminare, camminare e camminare. Prevalentemente su sentiero, ma anche più in quota e su qualche sfasciume. 27 scarpe, 18 zaini, 12 bastoni: tutto quello che serve per muoversi con sicurezza e in comodità nella natura.
MOUNTAIN
Quando il gioco si fa duro: salire, a volte usando le mani, magari con la vetta di un quattromila come obiettivo, ma anche solo per fare una ferrata o una traversata con passaggi su ghiacciaio. Oppure per avvicinarsi alla parete. 29 scarpe, 12 zaini, 4 bastoni per salire. Le proposte da media montagna, che accettano i semi-automatici e hanno una migliore rullata, sono ormai diventate le migliori per l’alpinismo estivo. E nel mondo dell’avvicinamento i modelli mid e low cut rosicchiano quote di mercato alle tradizionali pedule.
GPS
Orologi per monitorare il training e le performance in montagna, comunicatori satellitari utili in caso di emergenza, palmari cartografici: il Covid ha rallentato produzione e innovazioni ma non mancano new entry. 10 modelli provati in ogni condizione.
LAMPADE FRONTALI
11 lampade: minuscole e leggerissime da dimenticare nello zaino e un po’ più grandi e pesanti per chi ha bisogno di tanta luce per correre veloce o andare in mountain bike.
BASE CAMP
10 tende, 5 materassini, 11 sacchi a pelo, 4 fornelletti, 2 filtri. Modelli tre stagioni o per un turismo un po’ più stanziale, ma sempre nella natura selvaggia. Dormire in tenda nella natura è la forma di turismo più sostenibile ed è perfetta per mantenere il distanziamento. Una sezione completamente rivisitata con foto dei prodotti nelle condizioni di utilizzo. La riscoperta di una montagna più selvaggia a causa della pandemia ha reso interessanti alcuni prodotti che fino a poco tempo fa acquistava solo chi partiva per la grande wilderness come i filtri per purificare l’acqua e così li abbiamo aggiunti anche noi all’elenco del materiale provato.
FARE SPORT PER ESPLORARE
Fare fatica nella natura è bello ed è un’occasione per andare alla scoperta di nuovi posti. Komoot è un’app perfetta per partire con questo spirito, che consente di scegliere il proprio sport, pianificare itinerari e la navigazione sul proprio smartphone o GPS. Acquistando la Outdoor Guide si ha diritto a un coupon per scaricare gratuitamente un pacchetto di mappe per la navigazione offline.
RIVOLUZIONE PLATE
Il plate in carbonio sembra essere il futuro anche nel mondo del trail running. Con Xenia, azienda leader nella produzione di materiali compositi, abbiamo approfondito l’argomento e i possibili sviluppi.
CORRERE E CAMMINARE BENE
Non si va a scuola di camminata e di corsa perché sono due dei gesti più naturali, però in funzione di come si corre o si cammina si consumano più o meno energie e si hanno più o meno possibilità di infortunarsi. Tutti i consigli e le informazioni degli esperti della Clinica del Running.
Da casa al Monte Bianco e ritorno
Non che sul Monte Bianco non ci fosse già stata, nel 2010 e altre due volte l’anno scorso, però Hillary Gerardi, statunitense trapiantata nella valle di Chamonix, voleva inventarsi qualcosa per dare un senso alla permanenza forzata ai piedi del Monte Bianco e alla mancanza di gare nella stagione della pandemia. Così la trail runner e ambassador Black Diamond, guardando distrattamente la cartina in rilievo che ha in cucina, non ci ha pensato su due volte: partire da casa, a Servoz, all’inizio della valle di Chamonix, e salire dritta fino al Monte Bianco, per poi tornare a sedersi sulla sdraio nel giardino nella stessa giornata. Non la linea più logica, non la più bella, ma quella più diretta da casa alla vetta e ritorno. Partenza alle 2 di notte, arrivo in vetta alle 11,15 e rientro per godersi il panorama e riposarsi sulla chise-long. Ne è nato un simpatico cortometraggio, Home Summit Home, tutto da guardare, magari iniziando a pensare alla propria avventura dietro casa.
https://youtu.be/YyVYzuvu-f0
Patagonia per le comunità energetiche
Patagonia, il noto marchio di abbigliamento e accessori per l’outdoor, non è la prima volta che sostiene iniziative e cause ambientali anche non direttamente collegate con il mondo dello sport e delle attività outdoor. L’ultima azione prevede un sito e il documentario We the Power per mettere in luce il crescente movimento delle comunità energetiche in tutta Europa. Le comunità energetiche sono un sistema di produzione di energia in cui gruppi di cittadini producono la propria energia rinnovabile e condividono i benefici economici all'interno della comunità locale. La campagna mira a dimostrare i vantaggi che potrebbe portare questa rivoluzione energetica, sia alle persone che al pianeta.
Attualmente sono un milione i cittadini europei coinvolti nel movimento in veste di membri, investitori o clienti delle comunità energetiche. Entro il 2050 questo numero potrebbe aumentare fino a 260 milioni di cittadini e le comunità energetiche potrebbero contribuire a generare fino al 45% dell’energia dell’Unione Europea, fornendo posti di lavoro locali, bollette ridotte, un ambiente più sano e un tessuto sociale più forte.
La campagna We the Power chiede ai cittadini europei di immaginare un nuovo sistema energetico, libero dai grandi monopoliestrattivi energetici che controllano elettricità e denaro, oltre ad aggravare la crisi climatica. Al posto di questo modello obsoleto e dannoso c'è quello della produzione di energia rinnovabile locale, di proprietà della comunità, socialmente innovativo ed economicamente vantaggioso per le comunità locali.
L'obiettivo della campagna è quello di spronare i cittadini a scegliere come fornitore di energia elettrica una comunità di energia rinnovabile, a unirsi o investire in un gruppo - favorendo così la creazione di posti di lavoro, la crescita della comunità e sostenendo gli abitanti del posto che vivono in condizioni di povertà energetica - o a fondare una nuova comunità energetica. Tutte queste azioni potrebbero accelerare la crescita di questo importante movimento in tutta Europa.
Il film di 30 minuti e la campagna presentano le storie dei pionieri delle comunità energetiche come Dirk Vansintjan, fondatore e presidente della federazione europea delle cooperative di energia rinnovabile REScoop. Altri leader del movimento includono Sebastian Sladek, i cui genitori hanno fondato EWS Schönau negli anni '80, come risposta diretta ai potenziali pericoli nucleari derivanti dal disastro di Chernobyl. Nel film vengono presentati anche Agamemnon Otero, MBE, direttore e fondatore di Repowering London ed Energy Garden – che ha introdotto nel movimento il concetto di resilienza della comunità e di buy-in – e Nuri Palmada, membro del consiglio della comunità energetica spagnola Som Energia.
Il film è stato diretto da David Garrett Byars, il pluripremiato regista del documentario Patagonia Public Trust, che è stato visto 2,5 milioni di volte dal lancio nel settembre 2020.
Per saperne di più sulla campagna We the Power di Patagonia visita il sito Patagonia.

Arthur Conan Doyle, un passo alpino sugli ski
È incredibile come certe persone possano essere visionarie, ahead of their time, in anticipo sui tempi, come direbbero oltre oceano. Lo è stato sicuramente Arthur Conan Doyle. In un articolo pubblicato su The Strand Magazine (VIII, July-December 1894, pp. 657-661), che pubblichiamo a seguire, con divertente humour british, 126 anni fa, l’autore del più famoso detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes, aveva già intuito le formidabili potenzialità di due assi di legno, ma soprattutto il potere che hanno sull’anima e sul nostro benessere. Arthur Conan Doyle aveva scoperto lo sci durante una lunga e forzata vacanza in Svizzera dove la moglie Louise era in cura per la tubercolosi.
Non v’è nulla di particolarmente insidioso nell’aspetto di un paio di ski. Si tratta di due lingue di legno d’olmo lunghe otto piedi e larghe quattro pollici, munite di coda quadrata, punta all’insù e legacci al centro per assicurare i piedi. A guardarli, nessuno immaginerebbe le possibilità che nascondono. Ma vi basterà calzarli, rivolgere un sorriso agli amici per controllare che vi guardino, e subito dopo cadrete di testa in un cumulo di neve e scalcerete come dannati fino a rimettervi in posizione più o meno stabile, per poi ricadere rovinosamente su quello stesso cumulo, con il risultato di offrire agli amici un divertimento di cui non vi sareste mai creduti capaci.
Questo succede agli inizi. È normale in quella fase mettere in conto guai, i quali non tardano ad arrivare. Man mano che si va avanti, però, la faccenda si fa più irritante. Gli ski sono gli oggetti più capricciosi della terra. Un giorno fila tutto liscio. Un altro, pur essendo immutate le condizioni di clima e neve, va tutto storto. Ed è quando meno ve lo aspettate che gli imprevisti sono in agguato. Ve ne state in cima a un pendio e disponete il corpo a una rapida discesa, ma gli ski s’incollano al terreno facendovi capitombolare di testa. Oppure vi trovate lungo un plateau che sembra piatto come una tavola da biliardo, quando all’improvviso, senza né cause né segnali, essi schizzano in avanti lasciandovi a terra a guardare il cielo. Su un uomo che dia segni di eccessivo amor proprio, un assaggio di scarpe da neve norvegesi potrebbe avere un ottimo effetto morale.
Quando vi preparate a cadere, state pur certi che non accadrà mai. Ritenetevi spacciati quando vi sentite affatto sicuri. Arrivate a un pendio di ghiaccio vivo, con un’inclinazione di settantacinque gradi, e lo salite a zigzag conficcando le lamine degli ski, sapendo che se una zanzara vi si posasse addosso sareste finiti. Ma non succede nulla e arrivate in cima sani e salvi. Vi fermate in piano a congratularvi con il vostro compagno e avete solo il tempo di dire «Che veduta meravigliosa!» prima di ruzzolare di schiena e ritrovarvi con gli ski incrociati attorno al collo. O ancora, vi capiterà di compiere una lunga escursione senza infortuni, dopodiché, tornando lungo la pista, vi fermerete ad annunciare il vostro successo a un gruppo di persone sulla terrazza di un albergo. Basterà un nonnulla, e d’un tratto quelle persone si troveranno a rivolgere i complimenti alla spatole dei vostri ski. Se non avete la bocca piena di neve, per trovare un qualche conforto non vi resterà che snocciolare i nomi di un po’ di paesini svizzeri. Ragatz potrebbe fare al caso vostro ed evitare uno scandalo.
Ma tutto ciò appartiene alle prime fasi dell’uso degli ski. Dovrete pattinare in piano, muovervi su per i pendii a zigzag o alla maniera di un granchio, scivolare senza perdere l’equilibrio e soprattutto curvare con agilità. Al primo tentativo di curvare, gli amici penseranno che fate i buffoni. Il grande volteggio in aria sugli ski ha un aspetto fra i più insoliti, come una sfrenata danza tribale. Eppure quel repentino scodinzolo è veramente la più necessaria delle manovre, perché solo così è possibile curvare sul fianco della montagna senza scivolare. Mai porgere i talloni al pendio: è questa la sola maniera per farlo.
Fatto sta che, disponendo di perseveranza e di un mese libero nel quale superare tutte le prime difficoltà, si giungerà a credere che gli ski aprono un orizzonte di sport che è, a mio avviso, unico. Non riscuote ancora apprezzamento, ma sono convinto che un giorno centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione dello ski, in marzo e aprile. Credo di potermi dichiarare il primo, a eccezione dei due svizzeri di cui vi parlerò, ad aver compiuto traversate in montagna sulle scarpe da neve (seppure su distanza piuttosto modesta), ma senz’altro non sarò l’ultimo, anzi mi seguiranno migliaia di persone.
Il fatto è che in inverno scalare una normale vetta e compiere la traversata di valichi alpini è più facile che in estate, a patto che il tempo resti sul bello. In estate dovrete sia salire che scendere, e le due fasi sono egualmente faticose. In inverno la fatica è ridotta a metà, poiché buona parte della discesa è una semplice pattinata. È molto più semplice salire zigzagando con gli ski sopra una neve passabilmente compatta, anziché scarpinare su per i massi sotto un cocente sole estivo. Inoltre la temperatura invernale è più propizia all’esercizio, poiché nulla è tanto delizioso quanto l’aria tonificante e pura delle montagne, purché, naturalmente, s’indossino gli occhiali per proteggersi dal brillio della neve.
Il nostro programma era di andare da Davos ad Arosa attraversando il Passo della Furka, a oltre novemila piedi di altezza. In linea d’aria il tragitto non supera le dodici-quattordici miglia, ma in inverno è stato compiuto soltanto una volta, quando, lo scorso anno, i due fratelli Branger lo percorsero sugli ski. Erano loro i miei compagni nella spedizione che descriverò di seguito, i più fidati cui un novizio potesse sperare di accompagnarsi. Sono entrambi uomini di notevole resistenza, capaci di non soccombere neanche a una lunga esposizione al mio tedesco.
Svegli già prima delle quattro, alle quattro e mezzo eravamo in cammino per il paesino di Frauenkirch, dove avremmo attaccato l’ascensione. Una grande luna pallida splendeva nel cielo violetto, punteggiato di quelle stelle che è possibile ammirare soltanto ai Tropici o sulle cime più alte delle Alpi. Alle cinque e un quarto deviammo dalla strada per scarpinare sulla salita, dove si alternavano distese ancora coperte d’erba e chiazze di neve. Gli ski li portavamo in spalla, gli scarponi da ski attorno al collo, poiché si progrediva spediti sulla neve dura, là dove il sole aveva picchiato durante il giorno. Qui e là, in corrispondenza di una conca, affondavamo fino alla cintola in un manto soffice, ma nel complesso la marcia procedeva facilmente, e finché la pista attraversò un’abetaia fu impossibile calzare gli ski. Attorno alle sei e mezzo, dopo una lunga e continua sfacchinata, uscimmo dai boschi e poco dopo passammo davanti a una malga di legno, l’ultimo segno di presenza umana che avremmo visto fino ad Arosa.
Poiché sui pendii la neve era ancora abbastanza dura da offrire un buon appiglio ai nostri piedi, proseguimmo veloci sopra ondulati campi di neve che tendevano generalmente a salire. Più o meno alle sette e mezzo il sole rischiarò i picchi alle nostre spalle e il bagliore su quella grande distesa immacolata si fece accecante. Scendemmo per un lungo tratto e poi, giunti al corrispondente versante esposto a settentrione, trovammo la neve soffice come polvere e così alta che il bastone non toccava il fondo. Fu lì che calzammo le scarpe da neve e zigzagammo su per il lungo e candido fianco della montagna, per poi fermarci in cima a riposare. Sono oggetti utili gli ski, poiché, vedendo che la neve era ancora abbastanza dura da reggerci, li convertimmo in un comodissimo sedile, dal quale ammiravamo la vista di un completo circo di montagne, i cui nomi il lettore sarà contento di sapere che ho completamente dimenticato.
La neve si ammorbidiva rapidamente sotto i raggi solari, così che senza le scarpe la progressione sarebbe stata impossibile. Ci inerpicavamo sul ripido fianco di una valle e la bocca del Passo della Furka ci stava grossomodo di fronte. La neve lassù si posava a un’angolazione di cinquanta-sessanta gradi e poiché quello scosceso pendio lungo il quale scarpinavamo precipitava in un baratro, scivolare poteva essere rischioso. I miei compagni più esperti mi lasciarono camminare più a monte per quel mezzo miglio circa che durò il pericolo, ma presto sbucammo su una salita più leggera, dov’era possibile cadere senza gravi conseguenze. E allora sì che cominciammo veramente a usare le nostre scarpe da neve. Fino a quel punto avevamo camminato alla stessa velocità di un paio di scarponi, però su un terreno dove gli scarponi non sarebbero passati. Ma adesso assaporavamo un piacere che gli scarponi non potranno mai regalare. Per un terzo di miglio pennellammo curve che solcavano delicatamente la neve, schizzando fino a valle senza muovere i piedi. In quel grande deserto inviolato, dove campi di neve facevano da cornice alla nostra vista su tutti i lati e dove non si scorgevano tracce di vita che non fossero le impronte di camoscio o di volpe, fu glorioso sfrecciare in quel modo agevole. Un breve zigzag ai piedi della china ci condusse, alle nove e mezzo, alla bocca del passo, e vedemmo i piccoli alberghi giocattolo di Arosa, laggiù in fondo tra le abetaie, migliaia di piedi sotto di noi.
Avevamo ancora grossomodo mezzo miglio, che percorremmo trascinandoci dietro i bastoni. Mi pareva che la parte difficile del viaggio fosse finita e che dovessimo soltanto stare in equilibrio sugli ski e farci portare a destinazione. Eppure fu lì che arrivarono i guai. La discesa si fece sempre più ripida, fino a precipitare in quello che per un soffio non era un burrone bell’e buono. Ma è appunto in ragione di quel soffio, là dove sia coperto di neve soffice, che è possibile sfruttare in un altro modo le meravigliose lingue di legno. I fratelli Branger concordavano sul fatto che il tratto era troppo difficile perché tentassimo di attraversarlo con gli ski. Quanto a me, mi pareva che la sola opzione possibile fosse un paracadute, ma mi limitai a fare quello che facevano i miei compagni. Si tolsero gli ski, li allacciarono l’uno all’altro con i legacci e li capovolsero per ottenere una slitta alquanto rudimentale. Ci sedemmo sopra, conficcando i talloni nella neve e premendo forte i bastoni dietro di noi, e cominciammo a scendere lungo lo scosceso versante del passo. Penso che i miei compagni giunsero a pentirsene, visto che arrivati al fondo erano bianchi come la moglie di Lot. Ma ero alle prese con guai così impellenti da non avere tempo per curarmi di loro. Cercai di moderare la velocità dei miei balzi premendo il bastone, il che ebbe l’effetto di far ruotare di lato la slitta, facendomi sbandare giù per la discesa. Fu così che ficcai i talloni nella neve e venni catapultato all’indietro, dopodiché in un lampo i miei ski, legati assieme, schizzarono come una freccia da un arco, oltrepassarono i Branger con un sibilo e svanirono sulla china dirimpetto, lasciando il proprietario carponi nella neve fonda. Sui campi più alti, dove i cumuli di neve vanno dai venti ai trenta piedi, poteva essere un incidente sgradevole, ma nel mio caso la ripidità era un vantaggio, perché lì la neve non si accumulava in grandi quantità. Scesi il tratto che mi restava alla mia maniera.
A detta del mio sarto, l’Harris Tweed non si logora mai. È una pura teoria, che non reggerebbe a un esperimento scientifico dotato di tutti i crismi. Brandelli della sua merce si trovano esposti, infatti, dal Passo della Furka ad Arosa, e per il resto di quel giorno fui particolarmente felice di camminare rasente ai muri.
Tuttavia, se non si conta che uno dei Branger si era slogato la caviglia nel corso della discesa, andò tutto bene e arrivammo ad Arosa alle undici e mezzo, dopo un viaggio di sette ore spaccate. Gli abitanti di Arosa, sapendo del nostro arrivo, avevano messo in conto che prima dell’una non ci saremmo fatti vivi, e così uscirono per assistere alla discesa del ripido passo più o meno quando noi finivamo un lauto pranzo al Seehof. Non starò qui a rimproverarli per un divertimento innocente, ma vi dirò che fui felice di sapere che il mio piccolo spettacolo fosse finito prima che loro si riunissero muniti di binocolo. Senza un pubblico, ce la si cava ottimamente durante un nuovo esperimento sugli ski.
QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 133
Aperte le iscrizioni al BUT Formazza
Dal primo maggio sono aperte le iscrizioni all’edizione 2021 di BUT Formazza, il trail in programma il prossimo 10 luglio in Alta Val Formazza, nel nord del Piemonte.
Saranno tre i percorsi previsti: Bettelmatt Trail, Bettelmatt Skyrace e Bettelmatt Race. Bettelmatt Trail (BT) ritornerà sul percorso classico e si svolgerà quindi su una distanza di 57 km per oltre 3.000 m D+-; Bettelmatt Sky Race (BSR) vedrà invece gli atleti sfidarsi sul percorso di 37 km per quasi 2.500 m D+- già provato nel 2019; anche Bettelmatt Race (BR) si svolgerà sul percorso classico, che prevede 24 km per 950 m D+-.
Grazie a questa grande varietà il 10 luglio sarà possibile veramente per tutti, ognuno secondo il proprio allenamento, vivere al meglio le famose Emozioni Ad Alta Quota caratterizzanti questa gara, che vede gli atleti delle due distanze più lunghe arrivare ai 3000 m del Rifugio 3A; gli atleti di BT e BSR scenderanno poi fino alla frazione di Canza, per risalire dal sentiero accanto alla Cascata del Toce, uno dei luoghi più caratteristici di questo territorio, e tornare al classico luogo di partenza e arrivo, il borgo di Riale, a oltre 1.700 m di quota. Il percorso di Bettelmatt Race 24 km ricalca invece la prima parte di Bettelmatt Trail, passando per il Lago Toggia, il Passo San Giacomo e l’Alpe Bettelmatt prima di tornare a Riale.
Anche nel 2021 l’evento organizzato da Formazza Event farà parte del circuito Salomon Golden Trail National Series ed è gara FISKY, Federazione Italiana Sky Running.
Le iscrizioni a BUT Formazza si potranno effettuare esclusivamente on line sul sito www.butformazza.it
Domenica è tempo di Trail Mottarone
Il Vibram Trail Mottarone segna l'inizio della stagione agonistica della corsa in natura, un inizio ancora più atteso dopo il lungo stop imposto dalla pandemia. Il lungo programma del weekend di trail running sul Lago Maggiore prevede la Mottyno Run (12 km - 300 d+) sabato 8 maggio e il Vibram Trail Mottarone il giorno successivo. La gara principale ha una lunghezza di 20 chilometri per un dislivello positivo di 2100 metri, con partenza da Stresa e arrivo sulla vetta del Monte Mottarone (1.491 m). Il tempo limite di sette ore la rende accessibile praticamente a tutti, come una grande festa dello sport.
Il main sponsor dell'evento è Tecnica che sarà presente anche all'Area Expo sul Lungolago Marconi di Stresa con uno stand espositivo e commerciale con tutte le calzature da trail running con sistema CAS, incluse le Origin LD, novità della stagione 2021 per le lunghe distanze.
«Come ogni trail runner, non vedevamo l'ora di tornare a provare l'emozione del pettorale - spiega Marco Aliprandi, marketing manager Italia Blizzard-Tecnica - E anche noi negli ultimi mesi abbiamo fatto fatica a mettere abbastanza chilometri nelle gambe in allenamento, ma per la gara di domenica abbiamo un asso nella manica da condividere con gli appassionati della disciplina. Le tomaie e i plantari delle scarpe Tecnica sono presagomate per adattarsi alla specifica forma anatomica del piede fornendo una calzata perfetta e ottime sensazioni sin dal primo passo, eliminando virtualmente la necessità di un rodaggio di adattamento prima di poterle usare in competizione. Inoltre, per esigenze specifiche, dove non arriva la presagomatura arriva il sistema CAS di customizzazione derivato dalla tecnologia di boot fitting dei nostri scarponi da sci».

Saper apprezzare il silenzio
«Stavamo attraversando, a 800 metri di quota, il tratto periferico di un ghiacciaio dal nome impronunciabile - sulla carta c’è scritto Øksfjordjøkelen - e la temperatura nell’arco di poche centinaia di metri era crollata di parecchi gradi rispetto ai pendii più vicini alla costa. Davanti a noi, e anche dietro, e di fianco, montagne senza nome rese ancora più cupe dalla luce bassa del sole. A febbraio, oltre il Circolo Polare Artico, il sole si alza ben poco sopra l’orizzonte: anche a mezzogiorno le ombre sono lunghe come al tramonto. Ci stavamo spostando con gli occhi ben aperti e la consapevolezza di essere gli unici esseri umani in giro, a parte la cinquantina di abitanti che occupano il piccolo insediamento portuale e altri quattro sciatori, ospitati come noi da Morten. Per raggiungere la civiltà, da qui, occorrono due ore di traghetto e altrettante di pullman, sempre che il mare non sia agitato o la strada non venga chiusa per le valanghe: e per civiltà sto parlando di Alta, ventimila anime distribuite con una media di cinque abitanti per chilometro quadrato. Ci sentivamo soli, anzi, di fatto lo eravamo: quella solitudine che uno sciatore cerca e, quando la trova, lo posiziona a metà strada tra l’esserne affascinato o intimorito».

Su Skialper 135 di aprile-maggio pubblichiamo lo straordinario reportage di Federico Ravassard da Bergsfjord, un minuscolo villaggio nella wilderness norvegese dove si va a sciare usando anche la barca. «La sera stessa in cui arriviamo capiamo di essere finiti in un lunapark per bambini troppo cresciuti: i canali più vicini sono letteralmente sopra il paese e le pelli si mettono direttamente sull’uscio di casa. Per arrivare a quelli più lontani, invece, ci pensa Nicky, la piccola barca bianca e arancione che usiamo il giorno successivo per muoverci fino al punto di partenza. Il briefing prima di salpare è essenziale ma efficace: se si dovesse cadere in acqua durante la navigazione avremmo non più di una decina di minuti di autonomia prima di passare all’altro mondo per l’ipotermia, sempre nel caso in cui non fossimo già affogati».

Federico è stato ospite nel lodge di Morten Christensen, sciatore e skipper norvegese che ha percorso tutta la costa del Paese in barca a vela, alla ricerca dei migliori sport per unire le sue due passioni. E del silenzio. «A posteriori si capisce che una delle qualità necessarie per vivere qui sei mesi all’anno è la stessa che viene richiesta agli sciatori o ai velisti: sapere apprezzare il silenzio, nella sua accezione più ampia possibile, quella di assenza delle cose. Dei suoni, delle trasmissioni, a volte anche delle altre persone o di attività a esse collegate. Quel tipo di silenzio ti permette di concentrarti di più e di entrare a contatto con l’essenza di quello che stai facendo. La pagina di un libro, uno sci che scorre sulla neve in salita, un’onda che si infrange sullo scafo. Sarebbe superfluo dirvi di venire in un posto come Bergsfjord per le sue montagne incontaminate: il senso di un luogo così sta nel suo essere silenzioso».

Sciatori del secondo tipo
«In fondo tutti sappiamo che esistono due tipi di sciatori. Quelli che smettono e quelli che in realtà non smettono mai. O se smettono è solo per un attimo, per quel periodo che si fa sempre più lungo tra l’ultima lingua di neve e la prima nevicata. Una parentesi, diciamo. Un cartello Torno subito fuori dal locale».
Ecco, visto che ci avviciniamo alla fine della stagione, l’articolo Sciatori del secondo tipo di Saverio d’Eredità, che pubblichiamo su Skialper 135 di aprile-maggio, è proprio d’attualità. Perché è proprio nelle prossime settimane che si vede la vera passione. «Perché di sciatori ce ne sono di due tipi. Ovvero quelli che sciano diciamo fino all’ora legale, la chiusura impianti o finché gli alberi non mettono fuori le foglie, che quando vedono lampeggiare 20 °C sul cruscotto o hanno l’appuntamento del cambio gomme, dicono beh la stagione è finita. E quegli altri.
Quelli che la stagione per certi versi a quel punto inizia, che si svegliano alle 3:33 e scendono dal letto lacerando i propri sogni per seguirne altri. Che - ça va sans dire - gli sci iniziano la gita sempre sullo zaino». Un racconto leggero su un tipo di sciatore nel quale molti di noi si immedesimeranno. Una riflessione tra il serio e l’ironico, senza la pretesa di dare un giudizio.
«Non è questione di chi sia meglio o peggio, chi ha ragione o chi torto. Anzi, i primi mi sa che se la vivono sicuramente meglio. Sono inseriti nella società, godono di un certo consenso, sono spesso molto bravi perché sciano al posto giusto nel momento giusto e non soffrono il cambio di stagione. Spesso hanno auto ben in ordine, interno ed esterno, e di solito l’arbre magique.
Quegli altri, quelli del secondo tipo invece, l’auto è facile che la puliscano due volte l’anno e tengano i finestrini abbassati a primavera per non svenire dalla puzza di scarpone bagnato. Quegli altri devono sempre trovare una buona scusa e spesso per giustificarsi fanno gli arroganti, ma in realtà soffrono dentro. Avvertono disagio nel caldo che monta, nell’aria opalescente dei pomeriggi di pianura, disorientati dal non poter più seguire linee bianche sui primi rilievi all’orizzonte».
A.R.T.V.A.
E se A.R.T.V.A., la tecnologia più rappresentativa e specializzata per il soccorso e l’autosoccorso su neve fosse un acronimo diverso dall’originale che lega cinque parole riconducibili alla sicurezza di universale applicazione? Il gioco didattico è nato per caso durante una gita con Daniele Fiorelli, ambassador Atomic, Guida alpina, soccorritore e formatore. Un acronimo per rispondere alle problematiche della frequentazione della montagna da parte di un nuovo popolo in arrivo dalle piste, come è successo nello scorso inverno.
«La pandemia e i provvedimenti per contenerla hanno spalancato una porta che ha fatto scoprire a tanta gente qualcosa che neanche sapeva che esistesse: l’Ambiente. Per moltissimi nuovi arrivati il grado di consapevolezza rispetto all’ambiente naturale è sotto lo zero, a causa di una vita trascorsa in assenza di contatti fisici con gli elementi naturali» dice Fiorelli.
Come diretta conseguenza di questa prima considerazione bisogna Responsabilizzare. «A questo giro si è rivelata l’inadeguatezza del nostro sistema educativo, a partire dalla scuola - continua Fiorelli - Mancano del tutto conoscenza e sperimentazione dell’ambiente. Anzi il sistema le ostacola, per esempio con l’iper regolamentazione delle proposte esterne in questo senso. Così come manca pure un’educazione psico-fisica, nella visione allargata alla conoscenza della fisicità personale».
Chi non è pienamente responsabile di quello che sceglie e fa, o non è informato a sufficienza, ha comunque un paio di occhi. E chiunque può ricavare informazioni utili semplicemente guardando il Terreno e ragionandoci quel minimo vitale che può bastare a evitare le scelte più assurde: c’è ombra o sole sulla neve? Come si sono susseguiti durante il giorno? Sto andando verso un terreno ripido o pianeggiante?
Giunti a V è d’obbligo l’associazione regolamentare alla Valanga che, oltre a essere di fatto un fenomeno naturale tipico, frequente, inevitabile in molti casi e luoghi, rappresenta anche uno snodo cruciale nell’immaginario umano legato alla montagna. Alla voce bollettino «la maggior parte di chi inizia a uscire sulla neve neppure sa che esiste, e anche la gran parte degli assidui non lo consulta» continua Fiorelli.
Eccoci infine all’ultima A. L’articolo 426 del Codice penale punisce le condotte dolose o colpose che cagionino valanghe, riducendo la possibilità di analizzare razionalmente i fenomeni, di diffondere informazioni relative ai singoli casi, di formare statistiche locali. «In Italia la valanga è castigata. Così viene a mancare la fase Autocritica sull’accaduto, sulle scelte, sulle conseguenze negli eventi. Chi se la sente di confrontarsi e di condividere, davanti alla prospettiva di una condanna penale? I mancati incidenti non sono censiti perché esiste il reato.
L’articolo completo è su Skialper 135 di aprile-maggio

Robert Antonioli: «I soldi spesi meglio sono quelli dei viaggi»
«Mi piacerebbe provare a diventare Guida alpina, sicuramente. Mi mancano dei pezzi, come il ghiaccio, per esempio, perché da novembre, quando scatta davvero la stagione agonistica dello scialpinismo, rispetto abbastanza rigorosamente le tabelle di Davide Canclini e metto un po’ da parte l’alpinismo, ma d’estate cerco di imparare sempre qualcosa in più, di rubare qualche accorgimento dai miei compagni d’uscita. Anche l’idea dell’allenatore mi affascina: Luca (Dei Cas, scomparso nel 2015 in un incidente in montagna, ndr) ha tolto ore alla sua famiglia per noi quando eravamo adolescenti e a me ha fatto solo del bene. Fare altrettanto io per altri giovani sarebbe una sorta di passaggio di testimone».

Ipse dixit, parola di Robert Antonioli. Siamo stati a trovare il fresco vincitore della Coppa del Mondo di scialpinismo nella sua Valfurva, ci ha anche portato nella baita della nonna che d’estate serve per la fienagione, ma anche buen retiro per qualche festa con gli amici della Forba. Con Luca Giaccone Robert ha parlato del suo futuro, ma anche del presente agonistico e della formula di allenamento del Centro Sportivo Esercito, del passato e dell’infanzia. Robert è un professionista rigoroso, ma non fissato. Se nella chat dello sci ripido o in quella del freeride arriva una chiamata, lui è pronto a rispondere presente se c’è da fare un canalino o per una giornata tutta pow-pow con gli sci larghi. Perché in fondo le gambe vanno ancora più forte se non sei concentrato solo sui numeri di una scheda d’allenamento. E i risultati lo dimostrano. «Questa è fatica che mi piace. La montagna è la mia vita e voglio che continui a essere così anche in futuro. In che modo devo ancora capirlo bene, adesso sono concentrato sulle gare di skialp, ma sarà sicuramente così». Ma dove vuole arrivare il Robert alpinista? «Nel futuro mi ispirano Himalaya e Patagonia, e sarà un discorso da affrontare a fine carriera con l’Esercito e con i membri della Sezione Militare di Alta Montagna che si occupa proprio di quello. Dico sempre che i soldi spesi meglio sono quelli dei viaggi».
L’articolo completo, con le le originali foto di Achille Mauri, è su Skialper 135 di aprile-maggio.

Focaccia & lamine
«Sono gli ultimi giorni dell’anno e quattro millimetri di neoprene ci separano dal contatto diretto con l’acqua. È l’ennesima giornata con il cielo color acciaio, ma non c’è vento e le onde sono buone. L’affollamento in acqua, tra disposizioni di legge e temperature rigide, non è, almeno quello, un problema di questo periodo. Tra un set di onde e l’altro, in acqua si parla delle solite cose: di come l’ultimo mese sia stato un continuo susseguirsi di perturbazioni, di quanto sia fastidioso rimettersi la muta quando è ancora fredda e bagnata ma di quanto sia fondamentale riuscire a concedersi di tanto in tanto una valvola di sfogo, soprattutto adesso che per noi genovesi la montagna, intesa come freeride e neve fresca, è un irraggiungibile miraggio».
Nasce così, in acqua ad aspettare l’onda giusta per cavalcarla con il surf, l’idea di andare con la tavola nella prima località raggiungibile da Genova, in un inverno di lockdown, a Santo Stefano d’Aveto. Pochi chilometri e Alberto Carmagnani & crew si ritrovano lontani migliaia di chilometri da quel mare, in un paesaggio che ricorda mete lontane dove la powder è di casa per lunghi mesi. Il viaggio-vicino, con compagni con i quali non avresti mai pensato di andare a disegnare curve nella neve fresca. «Non ero mai andato in montagna con Alessandro, Andrea e Filippo e probabilmente senza le restrizioni del Covid non ci sarei andato mai. Alessandro, surfista e snowboarder con una forte propensione verso la fluidità delle linee, quando eravamo più giovani aveva aperto un negozio di attrezzatura da snowboard sulla spiaggia di Priaruggia che in breve tempo era diventato un riferimento. Andrea è un istruttore di surf torinese, da qualche anno trapiantato in Liguria spinto dalla passione per il mare».
Così, per un giorno, le onde da cavalcare sono quelle disegnate a bordo pista dai gatti delle nevi. «Le nuvole passano veloci e l’arrivo della vecchia funivia è un androne riparato dal vento che ci permette un confortevole cambio di assetto e di finire la meritata, ma decisamente decontestualizzata, focaccia. La discesa è come sempre troppo breve, ma le poche curve della parte alta sono per tutti qualcosa di cui avevamo bisogno e che pensavamo non avremmo vissuto ancora per chissà quanto tempo».
Su Skialper 135 di aprile-maggio il racconto con testo e immagini di una giornata incredibile a due passi da casa.

Appesi a un filo
«Se hai la gamba allenata, Campo Imperatore è la chiave per tornare liberi. Soprattutto se hai la fortuna di vivere in una città come L’Aquila, altrimenti te la rischi. In barba a DPCM, zone gialle, arancioni o rosse, basta andare nella frazione di Assergi e prendere la funivia del Gran Sasso che in questo inverno di località sciistiche chiuse è sempre rimasta aperta. Il segreto è semplice da spiegare: è un trasporto pubblico, come una metropolitana o un tram. Così, rispettate le regole della capienza ridotta, non c’è nessuno che sta a sindacare se sali vestito da sci o con le scarpe da ginnastica e i sacchetti della spesa». Inizia così l’articolo di Luca Parisse sul Gran Sasso e le opportunità che ha offerto a scialpinisti e freerider nell’inverno della pandemia. Diciotto pagine da leggere e soprattutto da guardare che pubblichiamo su Skialper 135 di aprile-maggio.

«Non avrei mai pensato di dovere fare un’ode alla funivia, io che, con la mia compagnia, gli impianti li uso al massimo per cercare qualche linea nella polvere o ridurre il dislivello della pellata - scrive ancora Parisse - Però quella fottuta funivia per noi è stata la lampada d’Aladino per salvare una stagione innevata come poche volte negli ultimi anni. Salire sulle cabine con i vetri graffiati dalle punte degli sci, appannati dentro e gelati fuori, è stato un po’ come prendere l’aereo e volare lontano, in un’altra dimensione. Anche se il viaggio è di poco più di tre chilometri».
La funivia di Campo Imperatore immette nella dimensione uno, quella dei fuoripista dei Valloni o della Valle Fredda, adatti ai freerider e a chi vuole fare pellate molto corte. Poi… poi c’è la dimensione due, quella del Pizzo Cefalone, della Sella del Brecciaio o del Corno Grande, con dislivelli e canali che non hanno molto da invidiare a quelli alpini.













