In Colorado nasce la località sciistica senza impianti
L’idea è semplice da immaginare quanto complicata da mettere in pratica: la prima località sciistica human powered o, come preferisce definirla Erik Lambert, co-fondatore di Bluebird Backountry con Jeff Woodward, «a backcountry light ski area», un comprensorio sciistico per avvicinarsi allo scialpinismo. La buona notizia è che Bluebird Backountry, il comprensorio sciistico senza impianti, aprirà alla viglia di Natale. Quella cattiva è che si trova in Colorado… Poco meno di 400 metri di dislivello, cinque chilometri quadrati, il 15 per cento di discese verdi, il 35 per cento di blu, il 40 per cento di nere e il 10 percento di double black diamond (che nelle località sciistiche americane sono paragonabili alle nostre nere, visto che nella classificazione manca il colore rosso). L’unica differenza rispetto a un tradizionale ski resort è che non ci sono seggiovie o telecabine, ma sette tracce di salita con le pelli ai piedi. E che il terreno è completamente naturale, nessun albero è stato abbattuto per fare spazio alle discese. Per il resto è tutto molto simile: un parcheggio, dove dal giovedì alla domenica è consentito dormire sul proprio van, un base lodge ospitato in una calda tensostruttura, il noleggio dell’attrezzatura, il posto di primo soccorso, i bagni (chimici), un food truck e dei barbecue all’aperto. Non manca una mid mountain warming hut, una specie di baita con bagni chimici, barbecue, posto di primo soccorso e ski patrol lungo le discese. Oltre all’area inbound, messa in sicurezza, ci sono altri 12 chilometri quadrati ai quali si può accedere solo accompagnati da una Guida. Ne parliamo su Skialper 133 di dicembre-gennaio.

Il lato B di La Grave
«La mia fantasia del parco giochi dietro casa si è materializzata quando mi sono sposato e abbiamo costruito il nostro nido a Ventelon. Appena dietro le mura c’è una montagna con pendii erbosi frequentata solo dal bestiame, dai cervi, dalle volpi... e dagli altri backyardigan*. Il nostro lato soleggiato della valle è perfetto per far crescere l’aglio in primavera, fornisce l'energia solare ideale e in inverno permette comunque di mettere gli sci e toglierli in giardino appena qualche centimetro di neve ricopre l’erba. Qui gli elementi hanno rimodellato il mio ego. Fuori dal bosco i venti costanti creano onde di neve simili ai pipe dei park. Questo spirito ha alimentato la sciata interiore e influenzato lo stile e le aspirazioni. Ho iniziato a non avere più bisogno di sciare tutti i giorni perché stavo eliminando ciò che volevo dimenticare andando a sciare. L'immobilità fertilizzava la sensibilità verso la natura e la qualità delle sessioni di sci».

A scrivere è Ptor Spricenieks, canadese di origine lituana che ha messo su casa a Ventelon, nei pressi di La Grave. Su Skialper 133 di dicembre-gennaio Ptor parla del lato B di La Grave, lontano dalla telecabina e poco frequentato. Quel lato B dove è andato spesso a sciare con Mathieu Bonnetbleu, ski bum e pastore con 300 pecore Merinos, «portandoci dietro patate locali, formaggio, pane e bottiglie di vino al posto dei noodle o del ramen confezionati». E dove ha anche organizzato un mistery trip nel quale i partecipanti sapevano solo che avrebbero sciato con due Guide, ma non il luogo. Nel lato B Ptor ha sciato anche con Joe Vallone e giocato con Glen Plake.

«Glen è l'incarnazione di un bambino adulto sugli sci e insieme a Joe Vallone quel giorno scivolava con naturalezza e il sorriso sulle labbra. L’esposizione con ingaggio su un terreno intricato e impegnativo è tanto più gratificante e rende lo sci migliore quando c'è la giusta attitudine e un rischio accettabile per il gruppo. È stato rassicurante sciare con un mentore che è l'antitesi del moderno freerider, con il bambino cresciuto che mostra la strada ai più piccoli con quella semplicità e capacità di divertirsi a ogni livello dello sci, lasciando da parte la competitività e l'ego».
*Serie televisiva che in Italia è stata nominata Gli Zonzoli, ma la traduzione letterale di backyard è giardino dietro casa o, volendo, cortile.

Longiarù, il villaggio degli alpinisti
«Se privilegiamo luoghi come Longiarù o la Valle Maira o una delle altre località che puntano a sviluppare un turismo diverso, possiamo contribuire a segnare la strada verso il futuro» scrive Francesco Tremolada su Skialper 133 di dicembre-gennaio. Francesco è Guida alpina e vive in Val Badia. Come tutti i local frequenta anche le zone più famose intorno al giro del Sella Ronda, ma quando vuole ritrovare quel senso di pace e di tranquillità dello scialpinismo puro, sceglie il Parco naturale Puez - Odle e la valle di Longiarù, in ladino Val da Lungiarù.

«Questo è un posto speciale ed è qui che mi piace andare per trovare la tranquillità vicino a casa. Il parco Puez - Odle non ha rifugi aperti in quota come Fanes e le gite si effettuano in giornata dalle valli. Se gli accessi dal versante della Val Gardena e dall'Alta Badia sono facilitati dagli impianti, che permettono di alzarsi in quota verso i confini del parco, sugli altri versanti le gite iniziano dal fondovalle o al più da qualche strada che sale alle numerose e caratteristiche frazioni. La valle di Longiarù, in particolare, è quella che offre il maggior numero di itinerari e si presta molto bene a un soggiorno scialpinistico di qualità. Qualità nel soggiorno, perché i ritmi e l'atmosfera sono quelli di un turismo più lento e rilassato, ma soprattutto qualità nella varietà dello sci, perché qui, oltre alle gite facili nel bosco e su terreno aperto, sono tanti i canali dolomitici e gli itinerari di stampo più moderno». E, aggiungiamo noi, decine di gite con dislivelli fino a 1.400 metri.
Inoltre Longiarù è stato riconosciuto come Villaggio dell’alpinismo. Ma cosa significa? I Villaggi dell’alpinismo sono un’iniziativa dei Club Alpini e nascono da un progetto del Club Alpino austriaco. Sono località pioniere dell’alpinismo e devono rispettare criteri rigorosi, impegnandosi nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi (un documento stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi). Una filosofia che va oltre il semplice marketing turistico, ma spazia a 360 gradi dall’edilizia alla mobilità, ai trasporti, all’agricoltura, alla tutela del paesaggio e della cultura locale.
L’articolo e i consigli per una vacanza a Longiarù sono su Skialper 133 di dicembre-gennaio.

Arthur Conan Doyle, un passo alpino sugli ski
«Il fatto è che in inverno scalare una normale vetta e compiere la traversata di valichi alpini è più facile che in estate, a patto che il tempo resti sul bello. In estate dovrete sia salire che scendere, e le due fasi sono egualmente faticose. In inverno la fatica è ridotta a metà, poiché buona parte della discesa è una semplice pattinata. È molto più semplice salire zigzagando con gli ski sopra una neve passabilmente compatta, anziché scarpinare su per i massi sotto un cocente sole estivo». È con un inconfondibile humour british che Sir Arthur Conan Doyle, nel 1894, descrive (probabilmente è la prima relazione scialpinistica della storia) la traversata Davos-Arosa sul The Strand Magazine, che ripubblichiamo su Skialper 133 di dicembre-gennaio. La mente visionaria di Conan Doyle arriva a intuire le enormi potenzialità di quelle due assi di legno: «Fatto sta che, disponendo di perseveranza e di un mese libero nel quale superare tutte le prime difficoltà, si giungerà a credere che gli ski aprono un orizzonte di sport che è, a mio avviso, unico. Non riscuote ancora apprezzamento, ma sono convinto che un giorno centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione dello ski, in marzo e aprile».
Arthur Conan Doyle, autore delle avventure di Sherlock Holmes, il più famoso detective di tutti i tempi, scoprì lo sci come passatempo durante la lunga permanenza a Davos, al capezzale della prima moglie, malata di tubercolosi. Così, insieme ai fratelli Branger, coprì il percorso Davos ad Arosa percorrendo il passo Furka. Durante l’ultima discesa i tre si tolsero gli sci per trasformarli in una slitta, ma Conan Doyle, puntando un tallone nella neve, ruzzolò, frantumando il suo abito: «A detta del mio sarto, l’Harris Tweed non si logora mai. È una pura teoria, che non reggerebbe a un esperimento scientifico dotato di tutti i crismi. Brandelli della sua merce si trovano esposti, infatti, dal Passo della Furka ad Arosa, e per il resto di quel giorno fui particolarmente felice di camminare rasente ai muri».
L’articolo completo è pubblicato su Skialper 133 di dicembre-gennaio.
In arrivo Skialper 133 di dicembre-gennaio
«Navigare i mari di neve fresca, invece che grattugiare le piste. Farsi attrarre dalla filosofia e decidere di sperimentare il nuovo linguaggio. Per caso, come succede per le cose importanti della vita. Basta non dire di no». Abbiamo preso in prestito questa frase dal racconto Onde di Enrico Camanni, scritta a proposito della sua prima esperienza sullo snowboard, come strillo di copertina del numero di dicembre di Skialper. Un numero, come l’inverno che stiamo vivendo, diverso. 192 pagine da sfogliare a partire dal prossimo 10 dicembre, per emozionarci, pensare e vivere una montagna nuova. Cercando di vedere delle opportunità anche nelle limitazioni.
ARTHUR CONAN DOYLE, UN PASSO ALPINO SUGLI SKI
«Fatto sta che, disponendo di perseveranza e di un mese libero nel quale superare tutte le prime difficoltà, si giungerà a credere che gli ski aprono un orizzonte di sport che è, a mio avviso, unico. Non riscuote ancora apprezzamento, ma sono convinto che un giorno centinaia di inglesi verranno in Svizzera per la stagione dello ski, in marzo e aprile». A scrivere, nel 1894, è Arthur Conan Doyle, padre del più famoso detective di tutti i tempi, Sherlock Holmes. La sua traversata da Davos ad Arosa è probabilmente la prima relazione scialpinistica della storia e noi la ripubblichiamo integralmente. Un misto di humour british e visioni in anticipo rispetto ai suoi tempi. Da leggere come un bel racconto, davanti al caminetto.
ONDE
La prima volta sullo snowboard, per fuggire da quella striscia bianca piena di puntini. Un racconto tratto da AAA Altitudini, il nuovo prodotto editoriale della nostra casa editrice, per raccontare emozioni, gioie, dolori della prima volta nel ‘mare’ della neve fresca con la tavola si piedi. Una metafora del momento che stiamo vivendo e dell’opportunità di provare a uscire dalle piste davanti alla quale si troveranno tanti sciatori. Le parole sono di Enrico Camanni.
UN GIOCO IBRIDO
Anche un santuario del turismo invernale tradizionale come il Sellaronda può essere vissuto in modo diverso. In una stagione che ci imporrà inevitabilmente delle limitazioni, ci si può muovere con le pelli e fuori dalle piste battute senza rinunciare agli impianti quando serve o al comfort dei rifugi. Uno scialpinismo ibrido, ma pur sempre un primo passo verso l'esplorazione per chi viene da una vita di sci all'interno dei comprensori. È l'approccio backcountry degli americani, che in questo articolo Porter Fox e David Reddick hanno applicato alle nostre Dolomiti. A sciare con loro Giulia Monego e Christine Lustenberger.

IL VILLAGGIO DEGLI ALPINISTI A DUE PASSI DAL SELLARONDA
Alias Longiarù, nel parco naturale Puez - Odle: niente impianti e rifugi invernali. Si parte da valle per raggiungere canali e pascoli nel silenzio. E poi si ritorna a valle nel Villaggio degli alpinisti. Che cosa significa? Basta leggere l’articolo di Francesco Tremolada, Guida alpina che conosce le Dolomiti come le sue tasche.

IL LATO B DI LA GRAVE
Non esiste solo la famosa telecabina e l’enorme comprensorio d’alta montagna che serve. La Grave è anche altro, per esempio il parco giochi di Ptor Spricenieks, canadese che ha messo su casa da queste parti. Un versante soleggiato e poco frequentato dove ha sciato anche Glen Blake.

IL COMPRENSORIO SENZA IMPIANTI
Alla viglia di Natale in Colorado aprirà una nuova stazione sciistica. Ci saranno piste facili, medie e difficili, bar, noleggi sci. Mancano solo… gli impianti, che verranno sostituiti da sette tracce di salita, doppie per potere chiacchierare mentre si sale. Benvenuti a Bluebird Backcountry.

SCIARE AL TEMPO DEL COVID-19
Impianti chiusi? È vero che c’è stato il boom dell’attrezzatura da scialpinismo? Qual è la strada giusta per passare dalla pista allo skialp e al freeride in sicurezza? Ne abbiamo parlato con Guide e negozianti. E poi quali sono gli errori più comuni in tema di valanghe, quelle trappole euristiche in cui incappano anche gli esperti? Quali sci scegliere, come vestirsi, sopra e sotto? E gli scarponi? Gli attacchi? Il set sicurezza? Oltre 60 pagine di idee.

POWDER TO THE PEOPLE
Dopo 49 anni ha cessato le pubblicazioni Powder, il magazine americano che era il barometro culturale dello sci fuoripista. Il nostro tributo con le copertine più iconiche e un’intervista alla editor in chief.
YANNICK BOISSENOT
Se conosci quello che fotografi, è meglio. Ed è proprio quello che fa Yannick Boissenot, cameraman, fotografo d’azione e sciatore del ripido. Lo ha intervistato Andrea Bormida.

LA PRIMA TRACCIA DI ENRICO E ROBERTO
Una passione per lo sci fuoripista e il telemark. Poi, a una certa età, invece di ‘farsi l’amante’, si sono fatti il loro marchio indie di sci da skialp e da freeride, taylor made. Abbiamo pellato insieme alle anime dietro a First Track, per conoscere meglio il brand e i suoi prodotti.
FABRIZIO BERNABEI, LA CORSA DENTRO
Direttore commerciale di New Balance, ma anche grande runner, con risultati di tutto rispetto (per esempio due podi alla Marathon des Sables). È sempre interessante parlare con Fabrizio Bernabei, ancor di più in un momento di grandi e veloci trasformazioni come quello che stiamo vivendo. Per capire dove sta andando il mondo del trail running.
E POI…
Tre giacche in Gore-Tex Pro alla prova, le esplorazioni glaciali del gruppo speleologico La Venta, l’outro sulla riscoperta della corsa in natura lontano da cronometri e cardiofrequenzimetri, una riflessione sulle opportunità offerte da una montagna per una volta chiusa al turismo di massa, la consueta playlist, 10 pagine di portfolio fotografico tra neve, acqua e sabbia, un’ode alla seggiovia monoposto, icona del distanziamento…
Aperte le iscrizioni all'undicesima Fischer Transalp
Ci sono eventi che diventano marchi e così è per la Transalp, la traversata sci ai piedi delle Alpi organizzata da Fischer. Il costruttore austriaco ha da sempre visto nei grandi spazi e nella possibilità di usare gli sci come mezzo di locomozione un’opportunità per mettere alla prova gli ultimi materiali e per individuare le esigenze degli scialpinisti, guardando sempre avanti, all’attrezzatura del futuro. Transalp significa partire da una località sul versante meridionale delle Alpi e raggiungere quello settentrionale. Ma il bello è che il percorso cambia ogni anno e che i partecipanti alla traversata itinerante di una settimana vengono selezionati tra gli appassionati, per vivere un’esperienza indimenticabile e totalmente gratuita.
Il prossimo appuntamento è dal 21 al 28 marzo, sulla rotta dal Passo del Bernina, al confine tra Italia e Svizzera, alla Kleinwalsertal, al confine tra Austria e Germania. Il percorso esatto toccherà Pontresina, Davos, Klosters, Montafon e l’Arlberg e naturalmente potrà venire modificato in funzione del meteo e della situazione sanitaria. Sei giorni con pernottamenti prevalentemente in rifugio, in compagnia di scialpinisti di tutta Europa. L’edizione 2021 in particolare si concentrerà alla ricerca delle migliori discese e non solo sull’esperienza itinerante. Per l’Italia c’è un solo posto e le selezioni chiudono l’11 gennaio. Per candidarsi bisogna consultare il sito https://www.fischersports.com/transalptour2021
A tutti i partecipanti è richiesta una buona condizione fisica (dislivelli giornalieri di circa 1.500 metri, una valida tecnica sciistica e conoscenza degli aspetti della sicurezza oltre a tanta voglia di mettersi in gioco. A chi verrà selezionato sarà fornito anche un set completo di attrezzatura. L’avventura è iniziata…

The players: Domenico Fenio
È il papà di uno dei forum legati alla montagna più famosi d’Italia, anzi, forse il più famoso. Perché tra la gente di montagna, alpinisti o pseudo tali, se tu dici On Ice tutti sanno di cosa stai parlando. E, in maniera quasi sorprendente, è sopravvissuto alle grandi evoluzioni dell’epoca digitale senza necessità di cambiare forma o di diventare esteticamente accattivante o cool. Perché quello che conta, per i frequentatori di questo forum dall’aspetto scarno ed essenziale, è il contenuto. Luogo virtuale per scambiarsi informazioni circa luoghi, ascese e condizioni, ma anche il collante che ha fatto nascere amicizie reali, tutt’altro che eteree, e che nel corso degli anni sono andate ben oltre lo sport. «C’è persino chi, grazie a On Ice, si è conosciuto e sposato» - Racconta Domonice (il suo nickname, che sta semplicemente per Domenico on ice). «Fenio, come puoi intuire, non è un cognome molto nordico. Sono calabrese e sono qui, al Nord, da quando ho 16 anni. Come tutti i ragazzi che vengono via dalla mia terra sono arrivato alla ricerca di tutto e di nulla. Le uniche montagne che conoscevo erano quelle dell’Aspromonte. Arrivato in quel di Milano mi sono avvicinato al CAI e mi sono accorto che, secondo la logica di questa organizzazione, per fare cose interessanti in montagna dovevi fare corsi su corsi, diventare istruttore. Ma io, e altri miei amici, eravamo convinti che ci fosse anche un alpinismo per tutti, possibile senza corsi e patacche. Abbiamo iniziato ad andare da soli, a farci le nostre esperienze, a organizzarci le uscite in montagna, a sbagliare e a imparare. L’idea del forum nasce verso la fine degli anni novanta e doveva chiamarsi L’alpinismo possibile, proprio per il motivo che ho appena spiegato. Poi per una serie di motivi si è chiamato On Ice e tale è rimasto». Domenico non può non parlare, nel suo racconto, di Lorenzo Conserva (nickname Lorenzorobico), webmaster del forum da 12 anni e carissimo amico e compagno di avventure. «Un tempo per conoscere le condizioni meteo e della neve in Svizzera, per esempio, dovevi telefonare! Gli amanti della montagna hanno subito capito l’importanza di un luogo dove scambiarsi informazioni ed esperienze, e così, senza nessun obbligo o forzatura, in maniera naturale e spontanea, il forum è cresciuto, acquisendo sempre più i connotati della grande famiglia. Negli anni ci sono stati numerosi raduni organizzati, occasioni di incontro per chi, magari, si conosceva solo virtualmente. Sono nate amicizie, amori, relazioni che ancora continuano. La montagna è stata il collante, ma On Ice ci ha messo lo zampino per far incontrare persone che forse mai si sarebbero conosciute». Ed è così che un calabrese - a volte la vita prende risvolti originali e poco scontati - ha dato vita a un forum di alpinismo e montagna che ha sfondato le barriere dei tempi e delle mode, diventando un punto di riferimento imprescindibile per chiunque ami la montagna e l’avventura.
The players: Stefano Gregoratto
Su On Ice è presente con il nickname di Furbo. Il nome deriva dal mondo dell’arrampicata e ogni riferimento o allusione… non è puramente casuale. Lo racconta ridendo. «Nella vita ho anche arrampicato e possedevo quell’aggeggio, che da me si chiama appunto furbo. E sai come è tra amici, soprattutto quando sei nell’ambiente della falesia, ci si prende in giro. Così quando mi sono registrato sul forum ho pensato che Furbo fosse un nickname perfetto».
Stefano Gregoratto, ingegnere civile di Milano, classe 1971, sa ridere di se stesso ed è uno che Quelli bravi, i fenomeni, i mostri, sono gli altri, non certo io. A vederlo scendere però, saltellando sugli sci e disegnando curve strette anche su terreni ripidi o su neve difficile, ci si toglie il cappello. Anche se ad ascoltare lui ormai l’obiettivo principale, la motivazione più importante del suo andare in montagna ora è (oltre all’amore per la natura e l’ambiente delle vette) la compagnia.
«Gli altri hanno una marcia in più e li posso seguire solo quando non sono al top della loro forma atletica» racconta ridendo mentre, a fine gita, addenta una fetta di salame con del pane che la compagnia ha portato per concludere la giornata. Quello della merenda post-gita è un grande classico. Non manca neanche il vino. «Pensa te che questo è il momento della gita che amo di più - continua a ridere - Preferisco la discesa alla salita, soprattutto se c’è la possibilità di fare tante, anzi tantissime curvette, strette e regolari, lasciare il mio segno sulla neve vergine». Ha cominciato a sciare e a frequentare la montagna fin da piccolissimo, dall’età di cinque anni ed è scialpinista da quando ne ha 25. Lo sci non deve essere ultratecnico o super leggero, deve essere quello con cui si trova bene. «Ultimamente prediligo i lunghi giri in bicicletta, percorsi intorno ai 200 chilometri che faccio insieme a Domenico Fenio». Dalla mattina alla sera, sulle due ruote come con gli sci, come per dire che lo sport e l’amicizia non hanno frontiere. Oltre allo scialpinismo pratica moltissima bicicletta da strada, arrampicata, escursionismo, vie ferrate, alpinismo, e qualche vertical: «Sono il mio ultimo giocattolo».
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122
Il tentativo di record sulle 24 ore di Kilian finisce in ospedale
Il record di Kilian sulle 24 ore di corsa in pista si è fermato al chilometro 134,8 e a 10 ore e 20 minuti, nella fredda notte norvegese. Due improvvise fitte al petto e un senso di vertigini hanno decretato il ritiro dell’atleta catalano che la scorsa notte si è accasciato durante un giro ed è stato portato in ospedale in ambulanza per accertamenti. «In ospedale mi hanno fatto una serie di esami, non pensano che sia niente di serio» ha detto Kilian Jornet oggi in un video registrato da casa. Probabilmente nei prossimi giorni verrà sottoposto ad altri accertamenti.
Kilian Jornet lavorava al tentativo di record da un anno. Lungo la pista di Måndalen, dove correva con altri atleti, con temperature intorno alla zero, ha percorso i primi 10 chilometri a 4’16’’/km e finito i primi 42,4 km in 3h02’23’’. «Andava bene, con i soliti up & down, il corpo e le gambe trasmettevano sensazioni positive e poi improvvisamente ho avvertito due fitte intense al petto e subito una forte sensazione di vertigine e stanchezza» ha detto Kilian che aveva in programma il tentativo Phantasm 24 (dal nome della scarpa Salomon utilizzata, la S/Lab Phantasm) qualche settimana prima, ma aveva dovuto posticiparlo a causa di una serie di infortuni.
The Players: Arno Ladstaetter
L’accento altoatesino si sente ancora, anche se si è trasferito e vive a Milano da ormai 25 anni. Nativo di Brunico, Arno è, come lui stesso si definisce, l’immigrato del nord. A casa fa ritorno spesso, una volta ogni due settimane circa, per visitare i parenti e per sciare insieme agli amici. «Appena trasferito a Milano ho utilizzato il forum di On Ice per conoscere gente che amasse, come me, la montagna e a cui aggregarmi il fine settimana. Fabrizio però lo conoscevo già… ci siamo incontrati per la prima volta, virtualmente, sul sito Camp to Camp». A questo punto Domenico, che sta ascoltando il racconto di Arno, non si trattiene più e interviene nel discorso. «Sono stato contattato da questo tal Arno, su On Ice, che mi chiedeva se poteva unirsi a qualche nostra gita sugli sci, perché si era appena trasferito ed era solo. (Ride) Pensa che quando mi ha chiamato gli ho chiesto se sapeva sciare bene». Arno non scia bene, Arno scia benissimo e con una disinvoltura che pare nato davvero con gli sci attaccati ai piedi. Nel gruppo lo chiamano il cannibale, soprannome che la dice lunga e non necessita di ulteriori spiegazioni. Un altro che aggredisce la discesa, insomma. Mentre Domenico racconta in maniera animata, Arno sorride e tende a minimizzare. Di tanto in tanto tira fuori dalla tasca della giacca la sua macchinetta fotografica compatta e scatta qualche foto.
Quando e finché c’è neve, Arno ha gli sci ai piedi. Le gite fatte, le vette raggiunte, sono talmente tante che ricordarsele tutte sarebbe impossibile, ma alcune gli sono rimaste nel cuore: in primis la parete nord del Fletschhorn, che ha sceso insieme a Fedora, altro membro importante del gruppo e super conosciuta nel forum per le sue relazioni puntuali e precise. Poi la Nord-Est dello Stecknadelhorn, il canale di Lourousa nelle Alpi Marittime, il couloir de Barre Noire. Non mancano neppure esperienze impegnative, di più giorni, delle vere e proprie piccole spedizioni, come lo scialpinismo estivo sulla punta Dufour e al Lyskamm in tenda, ad agosto, a quota 4.200 metri.
COSA CONTA DI PIÙ PER TE DURANTE UN’ASCESA?
«L’estetica. L’estetica è importantissima. Amo tracciare in salita e fare le classiche tracce da guida, non troppo ripide, precise e regolari, geometriche. Lo stesso vale per la discesa: una volta arrivato alla base della parete, mi piace girarmi e vedere una serpentina regolare, fatta di curve sinuose e tutte uguali. E poi, altra cosa fondamentale, da noi in Alto Adige esiste un’etica: non si invade o non si va a rovinare la serpentina altrui; ognuno, in discesa, segue una sua linea immaginaria su neve vergine. Poi mi piace anche ricercare vie di salita e discesa che non sono quelle scontate e tradizionali».
Arno non va alla ricerca del materiale più leggero. «I miei sci ideali sono quelli con cui ho sempre sciato. Se mi trovo bene, perché cambiare? Per me il peso non è un problema». Lo dice sorridendo mentre, nel tempo delle barrette e dei gel per lo sport, tira fuori dalla tasca interna della giacca un sacchetto trasparente con due fette di pane e un po’ di speck tagliato al coltello.
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.
The players: Fabrizio Righetti
«Fabri rallenta».
«Fatelo parlare, quello che sta là davanti, oppure mettetegli qualche sasso nello zaino, chissà che magari vada un po’ più piano».
Voci che arrivano da dietro, dai compagni di avventure di sempre, che il Righetti lo conoscono bene e che lo prendono in giro. Scherzosamente, con simpatia, perché in fondo a loro piace proprio perché è così: sorridente, iperattivo, performante, non necessariamente competitivo ma con dentro lo spirito dell’atleta, di quello che la salita se la vuole mangiare, così come la discesa. E che ha fiato a sufficienza e gambe buone per farlo. «Mi dicono che scendo già dalla macchina con gli scarponi ai piedi… e forse hanno ragione. Non sono uno che si ferma a fare colazione al bar, a perdere tempo. Sono fatto così. Però sono anche il primo che, a fine gita e una volta tornati alle macchine, tira fuori una bottiglia di vino, il salame, il pane e comincia ad affettare per tutti». Anche se poi di quel salame e di quel pane - abbiamo avuto modo di constatarlo sciando un sabato insieme a lui - non ne mangia molto. Gli altri dicono che è uno attento, un pignolo, che ama allenarsi e tenersi in forma, e a guardarlo non si stenta certo a crederlo.
Occhio di ghiaccio e capello brizzolato, classe 1964, il milanese Fabrizio Righetti è anche un coinvolgente oratore. Ama chiacchierare, lo si capisce fin dal primo istante, e salta con disinvoltura da un argomento all’altro, mostrando una poliedricità davvero invidiabile. È attento anche all’attrezzatura ma non fa la corsa ad avere il materiale più leggero. Dice di essere un affezionato di Ski Trab e oggi sta provando un nuovo tipo di attacchino. Zaino non troppo cool e abbastanza ridotto e borraccia portata sullo spallaccio, per bere in corsa. Leggero ma non a tutti i costi, lui definisce così il suo modo di andare in montagna e fare scialpinismo.
Professione geologo e attualmente impiegato all’ENI, per lavoro ha avuto occasione di vedere luoghi interessanti e ricchi di fascino. Ma il suo cuore rimane qui, sulle montagne di casa e più in generale sull’arco alpino, dove ogni anno compie innumerevoli gite con gli sci ai piedi e non solo. Quando la neve viene a mancare, infatti, si cimenta anche in gare di trail running, per esempio ha partecipato alle ultime due edizioni di Orobie Ultra Trail, riuscendo a tagliare l’ambito traguardo di Città Alta a Bergamo. Inoltre la scorsa estate ha preso parte alla mitica Monterosa Skymarathon, una gara che non si ripeteva più dagli anni ’90 e che prevede di correre in coppia (e in cordata su ghiacciaio) da Alagna a Punta Dufour e ritorno con un compagno, proprio come nelle competizioni di scialpinismo.
«Vado in montagna da quando avevo 15 anni. Allora per raggiungere Lecco, da Milano, mi toccava prendere il treno. Della gita mi piace un po’ tutto, a partire dall’organizzazione dell’uscita fino alla discesa, meglio se in polvere naturalmente. La vetta è importante ma non fondamentale. Amo moltissimo il gesto atletico e lo sforzo durante la salita. Anche l’allenamento, quello che si fa in settimana, è finalizzato ad avere la giusta preparazione atletica per affrontare nel migliore dei modi (e godersi) l’ascesa a qualche montagna nel fine settimana».
QUESTO RITRATTO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 122.
Mercoledì la première online sui primi 3.548 km di Va’ Sentiero
Appuntamento mercoledì 25 novembre con l’anteprima nazionale del docufilm autoprodotto ‘Va’ Sentiero - Alla scoperta del Sentiero Italia’. Protagonisti i primi 3.548 km della spedizione che sta riscoprendo l’entroterra italiano percorrendo il trekking più lungo al mondo, condensati in 50 minuti. Diretta alle 21 sul canale YouTube di Va’ Sentiero per la proiezione; alle 21.55 ci si sposta su Facebook per il Question Time aperto alle curiosità di tutti gli spettatori. Modera Frank Lotta, speaker di Radio Deejay e conduttore del programma Deejay On the Road.
Il docufilm con video e montaggio di Andrea Buonopane racconta i volti e le storie che il giovane team di Va’ Sentiero ha incontrato durante i suoi primi 3.548 km percorsi nei primi 7 mesi della spedizione lungo il Sentiero Italia, attraversando Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria, Toscana, Emilia- Romagna, Umbria e Marche. Un cammino, questo, senza precedenti, iniziato lo scorso anno con un duplice obiettivo: da una parte promuovere il Sentiero Italia - il trekking più lungo al mondo - all'insegna della consapevolezza ambientale e del turismo lento; dall'altra, valorizzare le terre alte.
L’ingresso alla première virtuale è gratuito; per chi lo desiderasse, è possibile contribuire alla causa di Va’ Sentiero con una donazione al progetto. La spedizione Va' Sentiero e la realizzazione del docufilm sono state rese possibili anche grazie agli sponsor che hanno creduto nel progetto. «Quando il lockdown ci ha obbligato a pensare diversamente, abbiamo ragionato su cosa fare per promuovere una visione outdoor più local: i marchi vivono grazie ai territori ma non sempre sono stati attenti a supportarli e Va’ Sentiero ci è sembrata l’iniziativa giusta per riportare il focus sulle terre alte vicino a casa perché le attraversa a passo d’uomo, perché attraversa tutta l’Italia ma al tempo stesso mille territori così diversi tra di loro» dice Jerome Bernard di Vibram, uno dei marchi che sostiene Va’ Pensiero in questo suo secondo anno di vita. «Credo che in questo momento in cui in molti hanno scoperto il mondo outdoor a causa delle limitazioni imposte dalla pandemia i marchi abbiano una responsabilità ancora più grande per aiutare i nuovi appassionati a praticare in sicurezza e con responsabilità» ha aggiunto Bernard. Nel primo anno di sostegno, Vibram è intervenuta fornendo suole con mescola Megagrip ai ragazzi di Va’ Sentiero, ma l’obiettivo era anche di creare interazione nelle varie tappe, obiettivo che si è scontrato con l’emergenza pandemia e che verrà ripreso a partire dalla prossima primavera. L’engagement si è trasferito online con interventi sui canali social del marchio ogni fine settimana per raccontare l’avventura di Va’ Sentiero, Quella stessa avventura che mercoledì tutti potranno rivivere in un timelapse di 50 secondi.

