il Trail del Segredont al keniano Dennis Bosire Kiyaka
Non ha avuto rivali il keniano, classe 1990, Dennis Bosire Kiyaka sui 23 chilometri del Trail del Segredont. Il portacolori del team Serim ha tagliato il traguardo di Vertova con il tempo di 2h06’44”. Avvincente la battaglia per il podio, con Luca Carrara del team Salomon Running Italia, fresco vincitore della Trentapassi Marathon, che ha agguantato il secondo posto stoppando le lancette su 2h08’34”.
Rimonta come al solito impressionate per Fabio Bonfanti nella gara che passa proprio fuori casa sua. Innestando il turbo lungo la discesa della Val Vertova, i suoi sorpassi gli sono valsi il terzo gradino del podio, su cui è salito con il crono di 2h09’36”. Nella top ten di giornata Paolo Poli, Cristian Terzi, Matteo Longhi, Fabio Bazzana, Clemente Belingheri, Luca Rota e Denny Epis.
La gara femminile ha avuto come protagonista la bergamasca Federica Giudici del team Sport Evolution che si è guadagnata la vittoria con il finish time di 2h48’59”. In seconda posizione la trentina Lara Bonora (Atletica Lumezzane), prima lo scorso anno – che troviamo al via della gara vertovese da ben sei edizioni. 2h56’02” il suo tempo. A far loro compagnia sul podio Elena Sala.
Il presidente del Gav Vertova Franco Testa: «Ci riteniamo soddisfatti dell’esito della manifestazione. Abbiamo raccolto un parere positivo da tutti gli atleti. Tutto è filato liscio nonostante le condizioni del percorso non fossero delle migliori. C’era grandine sul terreno nella parte alta del tracciato e acqua in abbondanza nel torrente Vertova che gli atleti hanno attraversato».
Online il nuovo documentario Protect Wild Fish di Patagonia
L'ultima campagna ambientale di Patagonia, Artifishal, mette in evidenza le problematiche causate dagli allevamenti ittici in mare aperto e la minaccia per il salmone selvatico e altre specie ittiche costiere in tutto il mondo. Dopo l’uscita del lungometraggio attualmente in tournée in Europa, Patagonia si è recata in Islanda con gli Ambassador del fly fishing Mikael Frodin e Katka Švagrova per realizzare un video sulla situazione attuale, con le ONG locali attivamente impegnate per la protezione dei pesci selvatici. Guardalo qui.
Nord Atlantic Salmon Fund Iceland (NASF) e Icelandic Wildlife Fund (IWF) stanno combattendo contro l’espansione esponenziale dell’allevamento ittico, che minaccia sempre di più l’esistenza del pesce selvaggio e della natura circostante. "La cosa più bella dell'Islanda è la sua diversità." ha affermato Jón Kaldal di IWF, "L'Islanda è, in un certo senso, l'ultima frontiera del salmone selvaggio dell’Atlantico".
Nel 1970, a livello globale erano presenti 10 milioni di uova di salmone atlantico selvatico, ora ne restano solo tre milioni. Mikael Frodin, che viaggia in tutto il mondo, Islanda compresa, per pescare ha raccontato che la quantità di pesce che entra nei fiumi è la metà rispetto al passato. Attualmente sono circa 8 milioni i salmoni atlantici allevati annualmente in Islanda, ma il piano è di triplicare le dimensioni dell'industria. «Siamo estremamente preoccupati per la crescita di allevamenti di salmoni in reti in mare aperto in Islanda. Riteniamo che questa sia la più grande minaccia per il salmone atlantico selvaggio nei nostri fiumi», ha dichiarato Fridleifur Gudmundsson, direttore di NASF Islanda.
La sopravvivenza dei pesci selvatici, tra cui il salmone atlantico, la trota di mare e il salmerino alpino, è in pericolo. «In Islanda abbiamo una delle più grandi aree selvagge d'Europa. La nostra generazione non ha il diritto di rovinarla, ha il dovere di conservarla per le generazioni future» ha affermato Jón nel cortometraggio lanciato da Patagonia questa settimana: Protect Wild Fish.
Puoi unirti a questa causa e sostenere la salvaguardia dei pesci selvatici - e delle specie e comunità che dipendono da essi - firmando la petizione sostenuta da North Atlantic Salmon Fund Islanda, Redd Villaksen - NASF Norvegia, Salmon e Trout Conservation Scotland e Salmon Watch Ireland.
Tempo di presentazione per Hoka One One Monterosa EST Himalayan Trail
Tempo di presentazione per la seconda edizione della Monterosa EST Himalayan Trail, griffata Hoka One One. Al megastore Sportway di Gravellona Toce erano presenti i vincitori della passata edizione, Giulio Ornati e Giulia Saggin, oltre a Scilla Tonetti pronta a dare battaglia (sportiva) a Macugnaga. La manifestazione organizzata sa Sport Pro-Motion si correrà infatti in Valle Anzasca sui sentieri sotto la parete più alta d’Europa con ben tre distanze (60K, 38K, 23K) oltre alla prova a staffetta (38K+22K). Appuntamento allora sabato 27 luglio: le iscrizioni su meht.it, gli aggiornamenti sui canali social Instagram e Facebook.
Arrivano le Scott Kinabalu RC 2.0
Belle, gialle, aggressive. Ecco le nuove Scott Kinabalu RC 2.0. La trazione è importante, è il suo motto. La nuova Kinetic Foam restituisce il 14 % di energia in più rispetto alla gommapiuma convenzionale in EVA, con il risultato di una corsa morbida, ma stabile e più dinamica. La suola è Hybrid Traction, ottimizzata per una corsa efficiente e veloce su trail: una combinazione di tacchetti a forma di chevron, per un trasferimento della potenza in linea retta, con tacchetti conici, che offrono trazione multi direzionale per offrire supporto nelle curve ad alta velocità.
Infine il nuovissimo Internal Fit System blocca il piede al suo posto grazie alla speciale microfibra utilizzata, che offre performance nelle corse ad alta velocità.
Cala Cimenti vuole sciare il Nanga Parbat
Carlalberto ‘Cala’ Cimenti partirà il 2 giugno per il Pakistan. Obiettivo: salire il Nanga Parbat e sciarlo da una via nuova. Saranno con lui in questa spedizione i russi Vitali Lazo e Anton Pugovkin, il cui progetto Death Zone Freeride prevede la salita di cinque ottomila senza ossigeno con discesa sugli sci. Il Nanga Parbat rientra fra gli obiettivi e per questo hanno chiesto a Cala di unirsi a loro in questa avventura. La Nanga Parbat Ski Expedition 2019, in preparazione sin dall’agosto dello scorso anno, ha come obiettivo quello di scalare la montagna in stile alpino, senza portatori di alta quota e senza l’ausilio dell’ossigeno, dalla parete Diamir (Nord-Ovest) seguendo la via che si presenterà più praticabile, per poi scendere con gli sci dalla vetta, se le condizioni di neve lo consentiranno, lungo una via mai scesa fino ad ora con gli sci. Se il meteo sarà favorevole, Cala Cimenti prevede un primo periodo di acclimatamento in giugno, per poi chiudere la spedizione entro la prima settimana di luglio.
«La sfida è certamente impegnativa, ma allo stesso tempo estremamente affascinante - commenta Cala Cimenti - È ormai quasi un anno che Vitali, Anton e io studiamo ogni angolo della montagna per poterla affrontare con la maggior consapevolezza possibile. Molto dipenderà anche dalle condizioni della neve e dal meteo. Per quanto ci riguarda, ci stiamo allenando al meglio per poter arrivare preparati a questo importante appuntamento. Certamente affrontando oggi il Nanga Parbat il pensiero non può non andare alle tristi vicende degli ultimi mesi, ma queste devono servire per prendere ancora più seriamente il progetto che abbiamo in mente e a non sottovalutare in alcun modo la montagna».
Alpinista sciatore quarantaquattrenne piemontese, dopo alcune esperienze d’alta quota in Tibet, Nepal, Ojos del Salado, Kilimanjaro, nel 2005 è arrivato in vetta al Cho-Oyu (8.201 m) e successivamente ha scalato in solitaria in una no-stop dal campo base alla vetta in 26 ore l’Ama Dablam (6.812 m) in Nepal. Nel 2011 è sceso con gli sci dal Manaslu (8.156 m) e da allora ha sempre cercato di sciare in discesa le vette raggiunte. Nel 2015 è stato il primo italiano della storia a ricevere l’onorificenza Snowleopard, riconoscimento che la Federazione alpinistica russa concede esclusivamente a chi scala tutte e cinque le cime oltre i 7.000 metri sul territorio dell’ex Unione Sovietica. Nel 2017 ha raggiunto gli oltre 8.167 metri di quota del Dhaulagiri ed è sceso con gli sci ai piedi. Nel 2018 è sceso con gli sci dalla vetta del Laila Peak (6.096 m), prima ripetizione assoluta della via. Cala, che sarà supportato da Garmin, Masters, Elan, Mammut e Cèbè nell’impresa, è da poco diventato ambassador degli attacchi ATK Race. «Ho sempre guardato ad ATK come un’azienda seria che dedica un’attenzione particolare ai propri prodotti» dice Cala - Già solo da un esame visivo si notano la scelta di materiali di alta qualità e la lavorazione eccellente che si abbina ad una particolare cura del dettaglio e alla ricerca del miglior compromesso tra leggerezza ed affidabilità. Sono entusiasta di iniziare questa nuova collaborazione e spero di apportare un valido contributo già a partire dalla mia prossima spedizione».
Il 2020 di Oberalp all’insegna di sostenibilità e novità
Contribute. Contribuire è la parola che simboleggia la filosofia aziendale del gruppo Oberalp in termini di responsabilità sociale e ambientale. E proprio l’ambiente e la sostenibilità sono stati al centro della Convention odierna per presentare le novità dell’estate 2020 dei marchi controllati dall’azienda bolzanina. Un appuntamento ormai tradizionale, ospitato ancora una volta dalla località di Alpbach, in Tirolo, in un centro congressi ricavato sotto il profilo della montagna e a impatto zero. Una giornata intera con 450 ospiti in arrivo da tutto il mondo (record di presenze) per parlare di tendenze del retail con MIchaela Merk, professoressa universitaria e consulente di marketing e per toccare con mano le novità di Dynafit, Salewa, Pomoca e Wild Country. Quattro marchi ognuno con il proprio posizionamento, ma partendo dal comune denominatore della montagna che rimane al centro della filosofia aziendale di tutti i brand del gruppo Oberalp. «Ispiriamo e incoraggiamo le persone grazie alla montagna, le ispiriamo e incoraggiamo ad andare in montagna e sarà sempre il nostro valore aggiunto» ha detto il ceo Christoph Engl sottolineando il claim aziendale. «Come azienda familiare, non ragioniamo in termini di trimestri, ma sul lungo periodo ed è proprio questa la chiave della nostra idea di sostenibilità» ha detto Ruth Oberrauch che è la responsabile CRS di Oberalp.
Dynafit, speed
Il marchio del leopardo delle nevi è quello che si identifica con la performance e più precisamente con la parola speed, velocità, con l’obiettivo di creare il sistema abbigliamento/attrezzatura per gli atleti mountain-endurance. E la velocità pervade tutta la collezione, che nel 2020 punta a rendere ancora più completa la gamma di scarpe per il trail running, con l’arrivo di Ultra 100, calzatura massimalista e ultra-cushioned per le lunghe e lunghissime distanze, che va ad affiancarsi e posizionarsi sopra ad Ultra Pro. In arrivo anche la nuova Feline SL, che rivisita la prima scarpa da trail del marchio di Leopardo in chiave moderna e va a posizionarsi tra la Feline Up Pro e la Alpine Pro. Proprio la Feline Up Pro e la gemella Feline Up sono i modelli da cui si è partiti per sviluppare la Sky Pro, scarpa con ghetta integrale in membrana impermeabile pensata per avventure fast & light su terreni di alta montagna e skyrunning alla vecchia maniera, sul Monte Bianco o il Monte Rosa. Un gioiellino da meno di 300 grammi. Nell’abbigliamento, da segnalare una capsule collection per la mountain bike e una giacca ultra-light che combina Gore-Tex Shakedry e Active nello stesso capo.




Salewa, pure
Il marchio dell’aquila è quello che trasmette l’eredità dei valori della montagna nella loro purezza. Anche in questo caso non sono poche le novità nell’ambito del footwear con la v2 della storica MTN Trainer che si rinnova – pur mantenendo un look simile alla vecchia versione – puntando su maggiore leggerezza e minore rigidità della struttura. MTN Trainer conserva però suola e mescola Vibram e la versione alta non ha subito modifiche, inoltre è stata creata anche una versione Light con suola Pomoca e finalità di utilizzo meno tecniche. L’highlight più interessante è Dropline GTX, scarpa da speed hiking oversize che ‘inventa’ un segmento massimalista nella camminata veloce. A giudicare dal successo delle scarpe da mountain training c’è da giurare che anche questo segmento avrà un seguito. Rivisitate inoltre le collezioni Apex Climb (disponibile nei litraggi 18 e 25, il primo indicato per speed mountaineering, il secondo per ice climbing e dry tooling) e Alptrek negli zaini.



Sempre più tecnologia Pomoca
In tutti i processi di sviluppo del footwear gioca un ruolo importante il marchio svizzero Pomoca che da un paio di anni è ritornato a produrre suole e mescole (ritornato perché il brand delle pelli alle origini commercializzava proprio suole) e che equipaggia buona parte dei nuovi prodotti del gruppo e che in futuro potrebbe essere utilizzato anche su brand esterni a Oberalp. La ‘formula’ Pomoca si basa sull’utilizzo di mescole butiliche e un design che evidenzia la linea di pressione del piede.
Vasco Rossi si allena correndo con le scarpe da trail
Il passo è tranquillo, ma l'hashtag allenamenti non lascia spazio a dubbi. Vasco Rossi, che sta preparando il Vasco No Stop Live 2019, che prenderà il via il 27 maggio a Lignano, si tiene in forma anche con qualche corsetta. E, guadando meglio il post pubblicato qualche giorno fa su Instagram, ai suoi piedi un occhio attento nota che indossa delle Akyra di La Sportiva. Nella foto Vasco è ritratto su un terreno misto (sembrano degli autobloccanti di un parcheggio), ma non mancano foto e video di corsa in spiaggia, dove sicuramente le Akyra si trovano meglio...
Latemar Mountain Race pronta al debutto
Si chiama Latemar Mountain Race la nuova competizione fiemmese che va a sostituire, dopo tredici fortunate edizioni, la Stava Mountain Race. In cabina di regia c'è sempre l’Unione Sportiva Cornacci di Tesero, ma la proposta agonistica è stata radicalmente rinnovata, come hanno spiegato nella serata di presentazione presso la Sala Bavarese di Tesero, il presidente del sodalizio Alan Barbolini assieme al suo staff e a Giulia Delladio, responsabile marketing de La Sportiva.
A dare lustro all’incontro ci hanno pensato gli atleti di punta del Team La Sportiva, presenti in Val di Fiemme per il meeting di inizio stagione. A partire da Johnathan Wyatt, Nadir Maguet, Miguel Caballero Ortega, Cristian Modena, Daniele Rota, Paola Gelpi, quindi i campioni fiemmesi Paolo Larger (vincitore di due edizioni della Stava Mountain Race) e l’azzurro del fondo Stefano Gardener.
Anzitutto nuova è la data, non più posizionata a fine giugno, ma domenica 8 settembre. La gara sarà ancora valida come prova finale de La Sportiva Mountain Running Cup, il circuito che esordirà il 9 giugno con la Ledro Skyrace, per proseguire il 23 giugno con la Skylakes, il 14 luglio con la Pizzostella Skymarathon e il 28 luglio con il Giir di Mont, chiudendosi con la gara fiemmese.
La chicca è però rappresentata dal tracciato, che è stato completamente modificato, con uno sviluppo in quota immerso nei paesaggi dolomitici. «Abbiamo deciso di voltare pagina – ha esordito il presidente della Cornacci Alain Barbolini – cercando di rendere il percorso più attraente e panoramico per la massa di appassionati di corsa in montagna. La Latemar Mountain Race avrà una lunghezza di 25 km e un dislivello di 1.500 metri, dati simili alla prima versione della gara fiemmese».
Nuovi anche il luogo di partenza e di arrivo: non più Tesero, ma Pampeago, mentre rimane il passaggio sul Monte Cornon e sul Monte Agnello nella parte inziale, come ha spiegato Sergio Zeni (responsabile della sezione atletica dell’Us Cornacci): «Abbiamo cercato di ricavare un percorso godibile, che consenta di rilanciare la nostra competizione, con uno sconfinamento nella zona di Obereggen grazie alla preziosa collaborazione dei cugini altoatesini. Non mancherà il transito sulla montagna di casa, il Monte Cornon, dal quale prende nome proprio la storica società organizzatrice di Tesero e sul Monte Agnello, aggiungendo però il contesto dolomitico, andando ad esplorare la catena del Latemar. Una doppia occasione per vivere contesti paesaggistici stupendi».
Partenza dunque a 2.000 metri nei pressi dell’arrivo della seggiovia Latemar di Pampeago, quindi prima parte in leggera discesa per salire poi fino ai 2.250 metri del Doss dei Branchi, a seguire il transito sotto la croce del Monte Cornon (2.180 metri), Monte Agnello (2.350 metri), per scendere al rifugio Passo Feudo, porta d’ingresso al gruppo dolomitico del Latemar. Una seconda parte immersa fra le rocce, che porterà al punto più alto, il rifugio Torre di Pisa a 2.672 metri, quindi alla forcella dei Camosci (2.560 metri). Da lì inizia la tecnica discesa che porta verso la stazione di arrivo della seggiovia Oberholz di Obereggen, da dove parte il famoso sentiero 22, parte del percorso tematico Latemarium. In chiusura il tratto con un dislivello dolce verso il rifugio Mayrl e all’arrivo di Pampeago a quota 1.750 metri.
Per finire, ci sono già le prime conferme di partecipazione, quelle di Nadir Maguet e Paola Gelpi, i quali a fine serata hanno espresso la volontà di essere al via domenica 8 settembre.
Topturfestivalen, rotta per il nulla
Le stagioni invernali non si sa mai quando farle finire. Se uno ha passione vera per lo sci, uno strascico di inverno da qualche parte lo trova sempre. Uno, se vuole, può andare avanti tranquillamente a sciare fino a metà dell’estate, fino a giugno o a luglio, ma è chiaro che quello che sta facendo, da un certo momento in poi, è tirare avanti. Trascinarsi, e le passioni non bisogna mai trascinarle. A giugno si è in quella terra di mezzo che è il passaggio di stagione, periodo bellissimo, per carità, si può sciare ma si può anche correre e pedalare, arrampicare, camminare, fare un sacco di altre cose divertenti e anche niente, si può mettersi in spiaggia con una bella rivista di sci sotto l’ombrellone e godersi l’estate aspettando un altro inverno ancora. È per queste ragioni, per il bisogno di farla finita, che quando sai di dover andare a sciare alle Svalbard a giugno capisci che quella che sta per succederti è una cosa diversa. È un bypass delle stagioni, una circonvallazione del tempo. Tra l’inverno (anzi, la primavera inoltrata) e l’estate si inserirà un altro inverno ancora, uno vero, una stagione breve laterale ortogonale al trascorrere ordinario dei mesi. Cielo blu o nebbia che non si vede un tubo, neve, pelli di foca umide, scarponi bagnaticci e puzzolenti, il clack degli attacchi che si chiudono, gambe sudate, orecchie gelate, firn o polvere, diagonali e dietro-front, quel sapore amarognolo della borraccia, aria fredda della cima, sudore ghiacciato giù per la schiena, il caldo confortante dei guanti asciutti prima di scendere, insomma inverno. Vero. Scialpinismo vero. Le Svalbard - tu lo sai, ci sei già stato due volte - sono un mondo a parte. Una deviazione magica della linea spazio-temporale.

L’occasione per andare a giugno alle Svalbard è un festival. Esatto, un festival, proprio come la Skieda o la Scufoneda, quegli eventi insomma dove ci si incontra e ci si ritrova tra amanti dello scialpinismo e del telemark e si sta insieme, si fanno delle belle gite e si scia, ciascuno al proprio ritmo. E si fa anche un po’ di festa, certo, quella senza distinzione di livello tecnico e di capacità, a fare festa siamo tutti bravi uguali, non serve neanche impegnarsi. Basta avere voglia di stare insieme. La caratteristica del Topturfestivalen (così si chiama l’evento, l’organizzazione è norvegese) è che questo festival è itinerante e mi spiego: nel caso non lo sapeste le Svalbard sono isole relativamente vicine al Polo Nord e a primavera il ghiaccio che le ricopre e che riempie i fiordi si scioglie. Questo significa che si può navigare intorno alla terraferma e al pack. Vi serve una barca, se fate un grosso festival vi serve una grossa barca, cioè una nave. I ragazzi che hanno ideato il Topturfestivalen, che si svolge in questa modalità dal 2016, ne hanno trovata una che si chiama Nordstjernen e che è una nave da crociera artica costruita nel 1956 e recentemente restaurata e hanno deciso di farla diventare il campo base itinerante del festival. Avete capito bene: il campo base del festival è la nave. E la nave, naviga. Per capirci: è come se andaste alla Skieda a Livigno e invece che dormire in albergo (ammesso che andiate mai a dormire, alla Skieda) dormite in una cabina. Invece che guardare fuori dalla finestra della camera da letto, guardate fuori da un oblò. Invece che vedere Livigno fuori dall’oblò e il Mottolino, vedete delle montagne senza nome e in buona parte dei casi mai salite o mai sciate prima. Magari vi capita di vedere anche delle balene di Baluga o delle orche.
Non è fantastico? Longyearbyen è lontana. È proprio su, su, a guardare la carta geografica la trovate molto oltre la Scandinavia. In volo da Tromsø servono altre due ore e mezza ma è tempo speso bene, fidatevi. Quando ci arrivate, a Longyearbyen, nel vostro orologio biologico sembra esserci qualcosa che non funziona, il sole a giugno è sempre molto alto nel cielo ed è sempre giorno. Pieno giorno. La luce non è tenue e slavata come ve la aspettavate, è forte e abbagliante, cristallina, riflessa ancora con forza dalla neve e dal ghiaccio che hanno appena iniziato a sciogliersi. La cittadina in effetti è polverosa e sporca, un po’ come una stazione di sci a chiusura impianti, ma in fondo a voi cosa ve ne importa, voi nel tempo di qualche ora sarete a bordo della nave. Andrete via. Alle Svalbard latente nei vostri sensi ci sarà sempre, almeno nei primi giorni, quella sensazione bizzarra di svarionamento che la mancanza di buio notturno e la carenza di melatonina insinuano nel sistema nervoso. È un po’ come se foste in bilico tra un paio di birre di troppo, l’iperattività promossa da svariate Red Bull bevute una dietro l’altra come un adolescente eccitato e quei colpi di sonno che vi colgono nei dopo pranzo a casa di parenti che visitate di rado mentre vi mostrano le diapositive dell’ultima vacanza al mare. Il tempo di uno spuntino in uno dei locali del paese (andateci piano con gli spuntini, la luce continua vi fa venire una fame atavica e continua) e poi via, verso il porto e verso la vostra barca. Chiamarla barca è profondamente inesatto. Riduttivo. Quella su cui state per salire è una nave, piccola, ma nave. La differenza tra una barca e una nave, anche se non siete dei marinai, dovrebbe esservi chiara. La lunghezza complessiva della nave è di 88 metri. La Nordstjernen è una barca da crociera artica ed è attrezzata per rompere il ghiaccio se necessario fino a uno spessore di trenta centimetri; per resistere all’eventuale impatto con pezzi di ghiaccio vagante ha uno spessore dell’acciaio a prua di circa quarantacinque centimetri, perlomeno questo è quello che mi hanno raccontato. E io ci credo. Quarantacinque centimetri sono uno spessore rassicurante, per me che non ho un grande rapporto con le navi, lo ammetto. Soffro il mal di mare anche sul traghetto Piombino-Portoferraio per via del mio sistema propriocettivo che (così mi hanno detto) è così sensibile che alla minima variazione di stabilità sotto i piedi, vado in sofferenza. E sto male. Non so se è vera la storiella della sensibilità che mi hanno raccontato, però io mi ci consolo. Comunque il Mar Glaciale Artico, guardandolo dalla banchina del porto, non mi sembra agitato.

Salgo a bordo con la mia sacca, i miei scarponi e i miei sci da telemark che deposito sul ponte della nave. Il personale di bordo è molto gentile e simpatico, sono quasi tutti ragazzi e ragazze filippine, tra loro c’è solo qualche lupo di mare vichingo. Gli altri partecipanti alla crociera, a parte il mio amico Keith che è inglese, sono tutti norvegesi. Un norvegese si riconosce da tre cose: perché è grande e grosso come e più di un olandese (sono molto più grandi di un italiano medio); perché è molto gentile e quasi sempre porta la barba (a parte le ragazze, parlo della barba); e poi perché parla norvegese. Quella cosa che nei Paesi scandinavi parlano tutti tranquillamente inglese, credetemi, non è mica vera. I norvegesi parlano norvegese ed eventualmente, se proprio devono e sono costretti, anche inglese. I briefing informativi sono in norvegese, le istruzioni di cabina e i menù sono in norvegese, le conversazioni al bar in norvegese. Voi dovete accontentarvi di cercare di capire cosa fanno gli altri e intercettare le espressioni del volto o i gesti. Nel caso non abbiate capito, siccome i norvegesi sono gentili, vi spiegano meglio in un inglese ben scandito e comprensibile. Una volta a bordo la vita è semplice: mangiare, bere, dormire, mangiare, farsi trasportare con il gommone sulla terra ferma, pellare, pellare, pellare, sciare, pellare, sciare, pellare, sciare, eccetera, tornare a bordo in gommone, bere, godere del panorama a poppa, fare la doccia (a bordo, in piccolo, ci sono tutti i comfort) mangiare, chiacchierare con gli altri croceristi, bere, bere, dormire. E ricominciare da capo. Il trasferimento sulla terra ferma per sciare è abbastanza semplice, una volta a terra la vostra gita di scialpinismo comincia, c’è quasi sempre un breve avvicinamento pianeggiante da fare, ottimo per il warm-up, e poi si sale. Si trova di tutto, dai pendii ampi e morbidi ai pendii più ripidi e impegnativi, mai estremi a meno che uno li vada intenzionalmente a cercare.

I dislivelli sono di 800 metri a risalita, se ne fanno quanti se ne vuole. Abbiamo navigato a sud delle isole, in una zona chiamata Hornsund Fijiord. È il classico paradiso per lo scialpinismo classico (scusate il gioco di parole) e le montagne sono bellissime. In salita ogni tanto vale la pena di fare una pausa e sollevare lo sguardo all’orizzonte, il paesaggio è surreale. Ci sono montagne dalle forme alpine, fatte di rocce, pendii ripidi, ghiacciai e perfino delle meringhe di ghiaccio lavorato dal vento e giù, in basso, c’è il blu del mare. Ci sono i fiordi ancora ingombri di ghiaccio, in lontananza. Il cielo è azzurro se siete fortunati (noi lo siamo stati, per tutto il viaggio non abbiamo visto una nuvola) ed è evidente che vi trovate in un luogo ai confini del mondo. Non c’è niente e nessuno per chilometri e chilometri. Beh, a parte gli orsi polari, certo. È per quello che uno di voi, quando andate a sciare, si porta appresso un fucile. La faccenda di andare a sciare con il fucile è un po’ destabilizzante all’inizio. Uno può reagire in due modi: o è veramente preoccupato e ossessionato dalla paura di venire attaccato e sbranato da un orso polare; oppure vede quella dell’incontro come una remota possibilitàdi cui non preoccuparsi minimamente, come se fosse qualcosa che fa parte del pacchetto vacanza. In realtà l’atteggiamento corretto sta a metà strada tra queste due posizioni. Il pericolo di incontrare un orso è concreto e reale, poi gli orsi sono interessati più alle foche di cui si cibano che agli esseri umani ma sono predatori e per questa ragione non bisogna mai sottovalutare i rischi di un incontro faccia a faccia. Il pericolo è più consistente in prossimità del mare, in quota ci si può davvero rilassare e godere dello spazio immenso, della solitudine e dei pendii.
La qualità dello sci è fantastica, a nord si può trovare neve polverosa (il nord, alle Svalbard, è comunque un’esposizione che subisce la trasformazione per via del sole di mezzanotte, il metamorfismo della neve è soltanto un po’ più lento) a sud, est e ovest si scia su ottimo firn e corn snow, che è quella condizione della neve ancora ricca d’aria ma in avanzato stato di trasformazione che è difficile trovare da noi sulle Alpi. Quando sei in cima a una montagna e cominci a scendere il panorama davanti a te è strepitoso. Capisci che stai per affrontare davvero una di quelle discese epiche che ricorderai per tutta la vita. Ecco perché a fine giornata, quando, dopo l’ultima discesa, arrivi in spiaggia e ti ritrovi una grigliata di carne, la musica, una tenda-sauna, birra che scorre a fiumi e gente che balla come all’après-ski del Tonale, capisci che lì, quella sera, si sta per consumare una festa indimenticabile. D'altronde poi per tornare a dormire non devi nemmeno guidare, non devi far altro che un cenno a uno dei gentilissimi conducenti di gommone di riportarti a bordo e poi, una volta in cabina, schiantare dal sonno al piano superiore del tuo letto a castello. È difficile spiegare a parole le ragioni valide per andare alle Svalbard a sciare, io ne ho messe a fuoco tre principali: uno, ogni volta che hai la possibilità di andare a sciare in un luogo della terra dove non c’è nessuno intorno per decine o centinaia di chilometri, bisogna sempre trovare il modo di farlo. L’esplorazione, l’andare a sciare in luoghi in cui non lo ha ancora mai fatto nessuno è una esperienza umana che vale sempre la pena. Due, mare e montagna, sci e navigazione, neve e acqua sono i due estremi che si toccano, non bisogna mai rinunciare alle esperienze estreme, quando per farle non c’è bisogno di mettersi in ginocchio. Tre, dieci curvoni a manetta sulla parete ovest dell’Hornsundtinden che finiscono in spiaggia e nel mare più blu che voi abbiate mai visto, valgono una stagione intera. O forse anche due o tre. O dieci.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 113 di Skialper, acquistabile qui

Le novità Camp per le scalate
L’imbragatura Energy, i rinvii Photon Express KS e il nuovo cordino di posizionamento Swing, dotato di bloccante ergonomico che consente di regolare facilmente e con precisione, anche con il dispositivo sotto carico, la propria distanza dagli ancoraggi. Sono tre dei prodotti di punta del marchio di Premana per una estate all’insegna dell’alpinismo.
Energy
Energy è un’imbracatura leggera e confortevole in grado di soddisfare le esigenze del più ampio range di utilizzatori. L’interno termoformato e la notevole larghezza di cintura e cosciali garantiscono comodità e sostegno durante le sospensioni e le calate in doppia. I cosciali con fibbia scorrevole, ad ampiezza variabile ma non completamente apribili, uniscono l’assoluta sicurezza della costruzione fissa con la versatilità della costruzione regolabile. I 4 portamateriali in fettuccia con tubetto di rivestimento consentono un facile accesso a tutto l’equipaggiamento. Peso: 315 gr (taglia M).

Photon Express KS
Il rinvio per chi ama arrampicare a vista. I Photon Express KS sono equipaggiati con i leggerissimi moschettoni Photon (leva dritta per gli ancoraggi, leva curva per la corda, sempre con chiusura Keylock) e con fettuccia in poliestere (disponibile in 2 lunghezze: 11 e 18 cm). Il connettore per la corda è mantenuto in perfetta posizione dal Karstop Evo: un ferma moschettone in TPU di concezione innovativa, integrato nella fettuccia e quindi estremamente efficace, funzionale e inamovibile. Peso: 86 gr (11 cm) e 91 gr (18 cm).
Swing
Cordino di posizionamento estremamente funzionale, che consente una facile e rapida regolazione della distanza dell’arrampicatore dall’ancoraggio. Una volta collegato lo Swing all’imbracatura e alla sosta, basta ruotare il bloccante in alluminio per allontanarsi dall’ancoraggio (anche se l’attrezzo è sotto carico) e tirare il capocorda libero per compiere l’operazione inversa. Corda dinamica asolata da 9.7 mm di diametro. Utilizzabile con qualsiasi modello di moschettone a ghiera grazie all’ampio foro di attacco. Peso: 145 gr.

L’Atletica Valli Bergamasche detta legge sui sentieri di casa
Niente da fare, in casa non li batti: gli Orange di Privato Pezzoli la spuntano anche quest'anno portandosi a casa per il nono anno consecutivo il Trofeo Valli Bergamasche. Secondo piazzamento per una Atletica Valle Bremabana che tenta di far saltare il banco, ma gli manca davvero poco. Completa il podio la sorpresa di giornata del Team Tornado. Nella gara femminile assolo di Elisa Sortini davanti a Colli e Belotti.
Scaldati i motori e lucidate le scarpette è definitivamente iniziata la stagione 2019 della Corsa in Montagna italiana e come da tradizione è il Monte Beio della storica Leffe, luogo di nascita della nazionale italiana ad ospitare il primo atto di quella che sarà una lunghissima ed avvincente stagione.
Fin dalle prime battute di gara è duello tra gli ‘orange’ di Luca Cagnati e l’Atletica Valle Brembana con Nadir Cavagna. Tutto segue il copione: Cavagna consegna le sorti della gara al compagno Matteo Bonzi chiudendo in 32’42” (miglior crono di giornata) con 30” di vantaggio su Cagnati (33’12”) che passa il testimone ad Alessandro Rambaldini. Molto bene fin dall’inizio anche il Team Tornado: Gabriele Bacchion chiude la sua frazione in 33’22”, terzo davanti a Bernard Dematteis (Corrintime).
La sfida continua con il sorpasso di Rambaldini che chiude la seconda frazione in 33’53” davanti al coraggioso Bonzi (34’56”) che cerca di ridurre al minimo il distacco dalle Valli sperando nella terza frazione del compagno Francesco Puppi.
Rientro fortunato e premiato quello del valdostano Xavier Chevrier che dopo un lungo periodo di infortunio si ripresenta a Leffe per aiutare la sua squadra a confermarsi ancora una volta sul più alto gradino del podio. E si conclude così la sfida del XVI Trofeo Valli Bergamasche, Chevrier (33’32”) porta gli orange alla nona vittoria consecutiva. Tempo complessivo dei 3 giri da poco più di 8km: 1h40’38”. Secondo posto per l’Atletica Valle Brembana in 1h41’14” e terzo grazie alle frazioni dei fratelli Italo e Roberto Cassol il Team Tornado con il crono di 1h43’25”.
Quarti classificati i nero-verdi della Recastello Radici Group (Piana-Ruga-Della Torre) che si aggiudicano anche la classifica per società, quinta la bresciana Corrintime (Bernard Dematteis-Cristini-Martin Dematteis). Ultima frazione velocissima per Martin Dematteis che chiude in 33’12” terzo miglior tempo di giornata tra tutte le frazioni.
Al femminile è vittoria di Elisa Sortini (Atletica Alta Valtellina) che distacca la sfidante Gaia Colli, che aveva provato nelle prime battute di gara a stare con la vincitrice che però ha la meglio e conclude la gara in 38’05”. Secondo posto quindi per Colli (39’59”) seguita da Valentina Belotti (40’34”) e vicinissima al podio Elisa Compagnoni (40’54”) che precede Galassi e Gelmi.
Sarà ancora Limone a ospitare la finale delle Migu Run Skyrunner World Series
Per la settima volta consecutiva sarà Limone sul Garda ad ospitare la finale delle Migu Run Skyrunner World Series. Mancava un tassello nel calendario ISF, definito in queste settimane. Per la stagione che sta per cominciare il nuovo format di coppa prevede che la tappa conclusiva, quella chiamata a decretare re e regina dell’estate, debba andare in scena su un percorso inedito riservato all’élite mondiale; al via saranno quindi ammessi solo gli atleti che nel corso della estate avranno guadagnato sul campo il pass per la prova definita Skymaster. Questa sfida andrà in scena sul percorso classico della Limone Extreme con l’aggiunta di una parte altamente spettacolare proprio sotto la cima del Monte Carone. La prova Skymaster partirà alle ore 13.30 di sabato 19 ottobre, avrà uno sviluppo di 27km e un dislivello positivo di 2600 metri. Ma il gran gala dello skyrunning continuerà a essere un evento per tutti, una gran festa di fine stagione. Infatti, resta confermata, confermatissima la Limone Skyrunning Extreme. Anche qui, alcune sostanziali novità. Innanzitutto l’orario di partenza, anticipato alle ore 9 per dare la possibilità a ogni singolo atleta di godersi le fasi conclusive della sfida mondiale. L’altra modifica riguarda il tracciato che eviterà ai concorrenti la durissima risalita sul Vertical della Mughéra rendendo la gara sostanzialmente meno dura, ma sempre altamente spettacolare con i suoi 21km di sviluppo 2000 m di salita e la medesima ultima funambolica discesa che ha contribuito a creare il mito della Limone Extreme. Ci sarà anche il vertical del venerdì che andrà in scena nel tardo pomeriggio di venerdì così da regalare ai concorrenti una salita e un arrivo in cima vista lago, impreziosito dalle luci del tramonto. Confermatissima anche la partnership con Dynafit; promosso sul campo e riproposto anche quest’anno il progetto #donna4skyrace sulla 10k non agonistica. Il 31 maggio aprono le iscrizioni.






