Kilian alla sfida delle 24 ore
I rumour si susseguono da settimane, dunque ora c’è la conferma ufficiale: Kilian Jornet, dopo avere corso in 29’59’’ una 10 km su strada, è pronto per una nuova avventura, lontano da quelle per le quali è conosciuto. Il 21 o 22 novembre (queste le prime date ipotizzate, ma tutto dipenderà dalle condizioni meteo) scenderà sulla pista di atletica di Måndalen, in Norvegia per correre per 24 ore consecutive. La pista misura 400 metri e Kilian ogni quattro ore invertirà il senso di corsa. Il precedente record è stato stabilito nel 1997 da Yiannis Kouros, che ha percorso 303,506 chilometri in 24 ore. La Norvegia, dove vive Jornet, è relativamente immune dalla pandemia COVID-19. Tuttavia, per rispettare le precauzioni sanitarie, lo stadio sarà chiuso agli spettatori durante l’evento. Ci si aspetta che le temperature scendano fino a zero gradi Celsius di notte e oscillino tra 8-15 gradi durante il giorno.
«La motivazione è quella di uscire dalla mia zona di comfort, provare sfide diverse e vedere cosa sono in grado di fare, sia che si tratti di arrampicare in alta quota o, in questo caso, di correre su terreno pianeggiante» ha raccontato Kilian. «È divertente scoprire le esperienze diverse che posso realizzare, e allenarmi in piano è un buon test e un'opportunità per imparare in termini di nutrizione e ritmo, e poi provare ad applicare questi risultati a diverse attività, come ai progetti di alpinismo».
Ai piedi di Kilian la nuova Salomon S/LAB Phantasm, una scarpa da corsa su strada ultraleggera che sarà lanciata nella primavera 2021. Con design dinamico (drop di 6 mm) sviluppato con i migliori atleti, la S/LAB Phantasm, si concentra su peso, traspirabilità e una transizione rapida che si ottiene con un profilo rocker curvo e, poi, grazie alla schiuma più leggera e reattiva di Salomon, chiamata Energy Surge. Una tomaia quasi invisibile in TPU Mesh conferisce alla scarpa un design leggero e traspirante. Pesa solo 199 grammi.
«Sono così tanti chilometri che non riesco nemmeno a visualizzarli» afferma Kilian. «Ho visto gli splits di Yiannis quindi voglio stare al passo il più a lungo possibile. Conosco la velocità che devo mantenere ogni ora, quindi conosco il ritmo per ogni chilometro e ogni giro. Naturalmente, le prime 10 ore saranno un po' più veloci e poi rallenteranno ora dopo ora, quindi ho un piano preciso e so quanto dovrò correre ogni ora. La cosa importante è non avere problemi muscolari ed essere in grado di mangiare senza avere grandi momenti critici». Kilian ha lavorato molto di più sulla velocità. «Ho lavorato principalmente sulla velocità perché le mie gambe non sono abituate a muoversi così speditamente. Per prepararmi, ho svolto tre giorni di allenamento sulla velocità ogni settimana in pista o su strada. Ma la forma con cui corri in pianura è molto diversa da come corri in montagna, dove sei più in alto, passi sopra gli ostacoli e metti i piedi in posti diversi a seconda del variare del terreno». Gran parte della ricerca durante l'allenamento si è concentrata sulla riduzione al minimo degli infortuni che potrebbero derivare dal movimento ripetitivo della corsa su terreno piatto. Infatti Kilian è stato costretto a ritardare il progetto nelle ultime settimane a causa di alcuni fastidiosi infortuni muscolari che si sono verificati prima della sua prima gara su strada di 10 km, la famosa gara di Hytteplanmila in Norvegia. «Penso che la sfida più grande sia essere in grado di allenarsi in modo coerente e non avere infortuni perché il passaggio al terreno piatto è molto difficile per i muscoli. L'allenamento è stato un po' frustrante negli ultimi mesi, passando da un infortunio all'altro. Mi sono allenato bene e poi mi sono infortunato e avrei dovuto riposare. Dopo la gara di 10 km ho dovuto interrompere l'allenamento e recuperare. Ora il piano è quello di fare una buona settimana di allenamento e vedere come si sente il mio corpo, quindi fare riposare i tessuti muscolari e recuperare per il progetto».

Soul Silk
SONDALO, OTTOBRE 2018 — IL TELEFONO SQUILLA
È il mio amico Yanez. Dopo i soliti convenevoli di chi non si sente da qualche tempo, mi dice: «Avrei un’idea un po’ strana, vorrei fare un viaggio diverso dal solito e mi ispira l’Oriente, magari la Via della Seta». Abbraccio di slancio l’idea e conveniamo che la bici sarebbe il mezzo ideale. Pervaso da una sorta di delirio di onnipotenza rilancio dicendo che sarebbe un peccato non abbinare qualche montagna e il progetto inizia a prendere forma.
VALTELLINA, INIZIO APRILE 2019 — TUTTO PRONTO, ANZI NO
Mancano meno di due settimane alla partenza e mancano soprattutto molte delle cose essenziali. La nostra e-Bike e il carretto artigianale sono ancora in fase di ultimazione a Torino e a Trento, non ci sono i visti per la Cina, dobbiamo fare gli ultimi vaccini, pensare a come raccontare la nostra avventura. Ci sono ancora tanti dubbi e poche certezze. In casa una catasta di oggetti da portare, in disordine quanto i nostri pensieri. Nel mezzo c’è anche il lavoro, da portare a termine prima possibile in vista della lunga assenza. Il conto alla rovescia spaventa, ma suona liberatorio dallo stress di dover pensare a troppi aspetti, troppo complessi per poter essere risolti.

LIVIGNO, 18 APRILE — SI PARTE
La salita notturna con le pelli al Piz dal Canton con l’amico Max per vedere l’alba e la discesa in parapendio dal Carosello 3000 assomigliano, per me, a un film già visto. La differenza è che oggi, fatta colazione, non si torna a casa. Presa la bici rimasta a dormire al Montivas, inizio a realizzare che oggi è il grande giorno. Sale l’emozione, saluto gli amici a Livigno, riempio le borse con le ultime cose e comincio a pensare: lo sto facendo davvero.
FALCADE, 20 APRILE — MARMOLADA
È stata una giornata grandiosa. Sole, amici, una nuova vetta raggiunta con gli sci, la prima ufficiale del nostro viaggio con la bandiera dell'ADMO (Associazione Donatori di Midollo Osseo), di cui siamo testimonial. Il tutto dopo essermi incontrato ieri con Yanez a Mezzolombardo e aver raggiunto a Moena gli amici della Scufoneda per una serata di festa. Il progetto prende forma, siamo entrambi un po’ smarriti nel trovarci catapultati in questa nuova realtà senza aver mai provato né i mezzi né avere fatto esperienza di tutti gli altri aspetti organizzativi di un viaggio così complesso. Ma l’insieme rende tutto molto elettrizzante.
LOGATEC, 23 APRILE — ARRIVEDERCI ITALIA
Siamo in Slovenia, ora non giochiamo più in casa. La pioggia è battente, le strade insidiose, i freni non vanno e affrontiamo le discese come funamboli incoscienti. Maciniamo chilometri ogni giorno, dall’alba al tramonto, sono giornate interminabili. Le soste diurne sono funzionali solo a ricaricare le batterie, visto che i pannelli solari non riescono ad aiutarci con queste condizioni. E le sere le passo a lavorare al pc e a preparare i report per sponsor, giornalisti e account social fino a notte. Ci fa male un po’ dappertutto, schiena, piedi, sedere, ginocchia, ma la motivazione è alta e siamo abituati a sopportare. Puntiamo verso l’ex Jugoslavia, ma ben lontani dalle ridenti coste turistiche e pure dalle belle montagne, per le quali dovremo attendere le terre balcaniche.
BIVACCO DEL MUSSALA, 2 MAGGIO — PROFUMO DI VETTA
Stasera bivacchiamo nel locale invernale del rifugio ai piedi del Monte Mussala (2.925 metri), il più alto della Bulgaria, nel massiccio del Rila. Ci abbiamo messo un’ora per poter utilizzare questo rustico locale a causa del ghiaccio e della neve che lo hanno invaso e di certo non è il posto più accogliente dove abbia dormito. Tuttavia l’idea di non doverci preoccupare di cercare un albergo, fare il check-in, cercare una sistemazione per il carretto e svuotarlo per poi ricaricarlo il mattino seguente mi fa sentire rilassato. È bello avere solo uno zaino. Il meteo anche oggi non è dei migliori, ma la salita fino a qui è stata relativamente semplice. Un po’ di portage iniziale e poi pendii abbastanza dolci. Domani saliremo in vetta per l’alba. Manca qualche centinaio di metri alla cima, alcuni da fare con gli sci ai piedi, altri senza, visto che si tratta di una cresta attrezzata, ma siamo ottimisti che sarà una gran giornata.
UCHISAR, 12 MAGGIO — I CAMPANILI DELLE FATE
È tornato il sole, fa caldo. Dopo un mese di pioggia continua sembra di essere in vacanza. Anche il panorama e l’ambiente ci riempiono gli occhi dopo tanti chilometri a pedalare su stradoni persi nel nulla e accompagnati solo dal rumore dei camion e del muezzin che cinque volte al giorno diffonde le litanie musulmane dai minareti delle innumerevoli moschee. Yanez, che odiava la pioggia, sembra rinato e in Turchia iniziamo a sentirci un po’ a casa. I chilometri giornalieri non sono calati, ma i nostri dolori sì. Tra noi e la bici stiamo iniziando finalmente ad avere la meglio noi. Oltre le caratteristiche formazioni di tufo e i campanili delle fate, all’orizzonte, svetta imponente l’Erciyes che con i suoi 3.916 metri è la vetta più alta dell’Anatolia. L’idea che quella sarà la nostra prossima metà e che ci andremo in bici fa salire un’emozione difficile da poter descrivere.
KAYSERI, 14 MAGGIO — IL GIGANTE DELL’ANATOLIA
Tornare a mettere gli sci è stato fantastico. Abbiamo lasciato i carretti a Kayseri e, sci in spalla, siamo saliti di primo mattino in bici fino al passo, a circa 2.000 metri, dove, seguendo le ultime lingue di neve, abbiamo iniziato a risalire le piste del comprensorio sciistico. Dopo alcune centinaia di metri di dislivello, abbandonate le piste, per alcuni avvallamenti e su dolce pendenza ci siamo via via portati ai piedi del pendio finale, maestoso e illibato. Il sole, complice l’esposizione a Est, stava già scaldando la neve, le condizioni erano ottimali e abbiamo iniziato a risalire il canale di accesso ai pendii soprastanti con numerosi dietrofront. La pendenza cresce in progressione dai 30° fino ai 40° finali per arrivare alla cresta sommitale che conduce brevemente alla vetta sciistica. Salire questo imponente vulcano con lo sguardo che pian piano spaziava a perdita d’occhio su tutta l’Anatolia fino a lambire le coste del Mar Nero a Nord e del Mediterraneo a Sud è stata una sensazione che non potrò dimenticare, qualcosa di nuovo. Poi la discesa, su firn perfetto, con le nostre tracce a disegnare solitarie il ripido pendio sommitale. Arte del divertimento. Da lì in poi è stata una lenta perdita di quota, godendosi la giornata di sole e la brezza dell’aria sul viso.


KHULO, 21 MAGGIO — FANGO
Sì, siamo a Khulo, piccolo e povero abitato rurale sperduto tra le montagne della Georgia. Il meteo è tornato tiranno e le strade, qui in gran parte sterrate, sono lingue di fango. Non ho mai amato il fango e doverlo affrontare con una bici a quattro ruote è una prova di pazienza prima ancora che di abilità o forza. L’unico conforto è il fatto di sapere che dopo tre settimane di Ramadan qui il vino c’è, ma rimane una magra consolazione. Purtroppo non abbiamo tempo per aspettare che il meteo e le strade migliorino, non possiamo fare soste e ci rendiamo conto che riuscire a stare al passo con la tabella di marcia è davvero impegnativo.
CAMPI DI SABIRKEND, 27 MAGGIO — L’UOMO DEL GELSO
Oggi è stata una giornata diversa. Siamo entrati in Azerbaigian senza sapere cosa ci aspettava. Lasciavamo uno stato post sovietico, la Georgia, e tornavamo in uno stato musulmano. Questo era tutto ciò che sapevamo. Si tratta di un Paese arido, rurale, con piccoli e rari villaggi così distanti tra loro che questa sera non siamo riusciti ad arrivare da nessuna parte per dormire. Ci siamo così fermati vicino alla strada, sotto ad alcuni alberi di gelso, nei campi. Con i nostri carretti non possiamo allontarci dalle strade e siamo costretti a cercare giacigli di fortuna per la notte, sperando che non vengano a cacciarci, come è già successo. Giusto il tempo di iniziare ad accamparci ed ecco che vediamo una macchina farsi largo tra i radi albusti. Scende un uomo con due bambini e inevitabilmente si dirige verso di noi. Iniziamo a far finta di voler togliere il disturbo chiedendo scusa, ma con autorevolezza, alzando le mani, ci ferma. Non parla la nostra lingua, non parla inglese, ma ci ha visto e ha capito tutto. Ci indica i campi, il frutteto e ci fa capire che è tutto suo. E tra la nostra incredulità ci fa segno di sedere, di rimanere. Si allontana un attimo per poi tornare con delle more di gelso tra le mani, per noi, in segno di ospitalità, con un sorriso che non potrò dimenticare. Non avrei mai immaginato di trovare una popolazione così calorosa e ospitale. Abbiamo visto gente che ci salutava dalle case, dai tetti, dai campi, dalle auto. Pronti a offrirci il thè, o meglio il cay, per poi circondarci, incuriosita e sorridente.
MAR CASPIO, 1 GIUGNO — LA NAVE FANTASMA
Tutti i forum online che avevamo letto su questo traghetto, che non è null’altro che una nave cargo, nonché l’unica via per attraversare il Mar Caspio, ne parlavano come di una sorta di nave fantasma. E ora abbiamo capito il perché. Quando ieri mattina ci siamo recati al porto ci hanno detto di ripassare dopo pranzo, per farci poi riferire che potevamo acquistare i biglietti e che forse la nave ci sarebbe stata la sera seguente o il giorno successivo. Sembrerebbe anche semplice a raccontarlo, se non fosse che quasi nessuno parla l’inglese ed estorcere ogni informazione equivaleva a una trattativa. Decidiamo di optare per una doppia, visto il costo esiguo, e attendiamo il mattino seguente per chiamare il porto e avere qualche certezza in più. Dopo vari tentativi, a mattino inoltrato pensiamo di aver capito di doverci presentare alle nove. Qui il condizionale è d’obbligo viste le profonde difficoltà a comunicare. Morale della favola, dopo ore passate seduti per terra, l’imbarco è avvenuto alle due di notte, per salpare quasi alle sei. In camera 32 gradi, umidità non calcolabile e nessuna finestra. La prima notte sono svenuto per qualche ora prima di fuggire, mentre Yanez vagava per la nave. La seconda notte l’ho passata direttamente all’aperto, sul ponte. Sui social postavo foto dalla barca, il tramonto, praticamente una crociera. La realtà invece parla di una giornata passata a tentare di lavorare al pc in una sala con più di 30 gradi, film anni ‘70 in lingua russa in tv, attorniato da camionisti uzbeki e kazaki. E pensare che avevo passato metà viaggio in attesa della prima giornata di riposo.
DESERTO UZBEKO, 9 GIUGNO — C’ERA UNA VOLTA L’ASFALTO
Se il deserto kazako inizialmente era parso inospitale, era comunque un luogo con il quale abbiamo imparato a convivere. Il deserto uzbeko no. In Kazakistan la temperatura superava i 40 gradi all’ombra, ma era un caldo secco. Qui la sera la temperatura rimane ben oltre i 30 gradi e l’umidità sale alle stelle, togliendoci l’unico momento di conforto. In più le zanzare, sì, pure loro, a rendere la notte insofferente. Di giorno, oltre al caldo afoso, le mosche che ci attorniamo e la perenne disidratazione che il bere acqua e bevande quando ci sono 40 gradi non attenua minimamente. Infine l’asfalto. Che non c’è più. Le perfette strade kazake sono un lontano ricordo. Viaggiamo a 15 chilometri all’ora se va bene, cercando vanamente di schivare le buche sebbene con quattro ruote risulti impossibile. Nuvole di polvere e auto che sorpassano senza alcuna regola. Qui non esiste il codice della strada, forse perché nemmeno esiste la strada.
KAZAKISTAN, 4 GIUGNO — INCONTRI RAVVICINATI CON IL DESERTO
Siamo nel deserto da tre giorni. Il primo abbiamo percorso circa 80 chilometri per arrivare alla città di Aktau e devo ammettere che è stato anche figo. Lingue di asfalto perfette a perdersi dritte fino all’orizzonte. Il silenzio, l’idea del nulla, qualche cammello. Poi il caldo che pian piano è salito ma, complice la compagnia di due ciclisti canadesi e un australiano incontrati in traghetto, è stato sopportabile. Il secondo giorno abbiamo familiarizzato con le aree d’ombra (un gazebo di cemento) ogni 40 chilometri, con il doversi organizzare per le scorte idriche e con la notte nella steppa. Oggi, il terzo, iniziamo a capire perché gli altri ciclisti abbiano preso il treno. Quando nel deserto tira vento, il vento tira contrario. Sempre. Visto che oggi abbiamo percorso poco più di 100 chilometri nel nulla, nessun punto di ristoro, nemmeno una parvenza di curva. Alienante.

OLMALIQ, 21 GIUGNO — IL RAGAZZO CHE CORREVA NEI CAMPI
A un certo punto ho visto un ragazzino che correva nei campi poco davanti a noi. Sembrava una gazzella. Mi sono subito chiesto perché corresse visto che in quei posti il tempo sembra essersi fermato e la fretta è un termine usato solo da noi rari occidentali. Poi, a un certo punto, ci siamo scambiati uno sguardo da lontano e ho capito. Ho capito che stava correndo per arrivare alla strada in tempo per salutarmi. Ho rallentato, mi sono fermato, gli ho dato la mano, come qui si suole fare. Ci siamo guardati negli occhi e poi… e poi non ci siamo detti nulla. Forse perché non avevamo nulla da dirci. O forse perché in fondo ci eravamo già detti tutto.
UZBEKISTAN, 18 GIUGNO — NON È POI COSÌ LONTANA SAMARCANDA
Mi ricordo da piccolo quando ascoltavo questa frase della celebre canzone di Vecchioni e sinceramente, oggi, mi verrebbe voglia di chiamarlo e farci due chiacchiere al riguardo. Tuttavia la soddisfazione di essere finalmente arrivati in questa storica e importante città della Via della Seta fa passare ogni cosa in secondo piano. Anche oggi, come ogni volta che siamo in città, mi sono svegliato alle cinque per uscire a fotografare l’ora blu e l’alba. Sebbene la stanchezza e il bisogno di riposare non manchi, la motivazione è stata più forte. Una città magica, intrisa di storia e ancora scevra dal turismo di massa. Una città vera e popolata da persone che ogni giorno scopriamo più ospitali e di cuore. E sono contento per Yanez che può festeggiare meritatamente il suo compleanno qui a Samarcanda! Ora ci crediamo, la via è ancora lunga, ma il grosso del deserto è passato e forse sta per cominciare la parte più bella del viaggio.
CAMPO BASE DEL PIK LENIN, 30 GIUGNO — YURTE
Queste strane tende sono gli unici elementi che spezzano l’ampiezza dei verdi prati del Kirghizistan. Sinuose lingue di asfalto risalgono ardite i passi montuosi fino a sfiorare i 4.000 metri, collegando i radi villaggi. Bambini, cavalli e pace fino a perdita d’occhio, d’udito e di pensiero. I giorni scorsi abbiamo coperto la parte conclusiva della Pamir Highway, una delle strade più alte e affascinanti del mondo, fino al villaggio di Sary Tash. Un paese indietro nel tempo, come molte delle zone incontrate in questo ultimo mese di viaggio. Qui si usa ancora l’abbaco, i bambini giocano scalzi lungo le strade e ti sorridono. E le persone lasciano che siano il tempo e la natura a scandire la loro giornata nonché la loro vita. All’orizzonte la bianca muraglia, la catena del Pamir, con le vette che superano i 6.000 metri e determinano il clima di questa regione. Tra esse il Pik Lenin che, con i suoi 7.134 metri, è la nostra prossima meta. Oggi siamo arrivati al campo base a circa 3.600 metri e non è stato facile. La strada sterrata, che poi è diventata un sentiero di montagna e infine la pioggia, che da un po’ avevamo dimenticato, ci hanno reso molto impegnativa la giornata. Ma siamo qui, tra tende e yurte, pronti finalmente a rimettere gli sci in attesa che domani arrivino i nostri due amici dall’Italia.

CAMPO 1 DEL PIK LENIN, 12 LUGLIO — ARIA SOTTILE
Sono stati 12 giorni intensi, passati tra il campo base, il campo uno e quelli alti autogestiti. Un’esperienza sicuramente diversa dal solito e che appare ancora più strana se pensiamo al fatto che sia stata vissuta nel bel mezzo di un viaggio in bici. Dai 40 gradi del deserto ai -20 o più dell’ultimo campo. Dal livello del mare a oltre 6.000 metri in due settimane. Avevamo voglia di rompere la routine ciclistica, sebbene qui in Kirghizistan le ore pedalate scorressero leggere come non mai. I dieci chilometri a piedi per giungere ai 4.350 metri del campo uno lungo un sentiero di montagna, affiancati dai portatori a cavallo, incredibili equilibristi, ci hanno proiettato in una nuova dimensione. Al campo uno abbiamo passato molti giorni nella nostra tenda e nella yurta della piccola agenzia alla quale ci eravamo affiancati dove Nabi, le cuoche e gli altri ci hanno fatto sentire parte di un’unica famiglia. Abbiamo raggiunto il campo due per attrezzarlo in autonomia, siamo saliti un paio di volte sullo Yuhina Peak, una vetta di 5.100 metri sopra il campo uno, sia per il piacere di farlo che per acclimatamento. E abbiamo via via osservato e capito come funzionasse la vita in spedizione. Peccato che ci mancasse la cosa più importante, ossia il tempo. Il tempo di aspettare che le condizioni fossero quelle ottimali. Quest’anno la copertura nevosa è molto buona, complice il fatto di essere arrivati il giorno stesso dell’apertura del campo base. Tuttavia siamo praticamente gli unici con gli sci, vista la scarsa sciabilità della lunga cresta per la vetta e le difficoltà oggettive e logistiche di scendere dalla parete Nord. Ci abbiamo comunque provato dal campo tre a raggiungere la vetta, forzando la situazione, ma freddo e vento forte ci hanno portati a dover desistere nonostante la cima fosse lontana all’orizzonte ma a sole alcune centinaia di metri di dislivello. Decisione sofferta, ma credo saggia. Non si trattava di tener duro, ma di rischiare salute e congelamento ai piedi. Rimane rammarico, ma anche consapevolezza. Il Lenin viene venduto come uno dei 7.000 più facili, non presentando tratti alpinistici particolarmente difficili, ma l’esposizione al vento della lunga cresta sommitale, insieme alla sottovalutazione, ne fa una delle montagne con più morti ogni anno.
KASHGAR, 20 LUGLIO — SE QUESTO È IL FUTURO, NE HO PAURA
Eravamo preparati all’idea dei severi controlli cinesi e all’idea che qui la musica sarebbe cambiata, tanto che avevamo saggiamente deciso, dopo il Pik Lenin, di lasciare ai nostri amici italiani tutto il materiale alpinistico e non necessario, regalare il carretto e procedere solo con le borse. Tuttavia mai avremmo pensato di trovare una situazione così surreale. Punti di controllo, check-point a ogni entrata e uscita del Paese. Check-point a ogni ingresso stradale. Telecamere a ogni incrocio, pure sulle ciclabili, poliziotti antisommossa armati a presidiare paesi e città, sottopassi, piazze e ogni luogo di assembramento. Veniamo trattati come se fossimo dei ricercati, fermati e schedati a ogni spostamento con l’obbligo di dimostrare provenienza e destinazione tramite prenotazioni o altri documenti. Vorrebbero che avessimo una guida turistica per controllarci, forse anche nei pensieri. Per strada siamo perennemente fermi per ore per questi motivi. Purtroppo la regione dello Xinjiang, soprattutto nell’ultimo decennio, è stata teatro di forti repressioni a causa della richiesta di maggiore autonomia. Anche la comunicazione è molto difficile, nessuno parla inglese e, a differenza delle altre popolazioni, qui comunicare a gesti o per intuizione pare impossibile. Siamo ormai diventati maestri di Google Translate, ma è difficile lo stesso perché basta una parola non compresa e il dialogo salta. Nei poveri Paesi orientali ho avuto spesso la sensazione di viaggiare nel passato, ma se questo è il futuro, ne ho paura. La tecnologia ha preso il posto della capacità di comprensione, riflessione, comunicazione. Automatizzazione di pensieri e comportamenti. Per il resto qui è pieno di motorini elettrici e di mercati trattandosi di una delle città storiche della Via della Seta. Anche la cucina, se si evitano certi piatti inquietanti, non è per nulla male. I giorni scorsi abbiamo percorso un tratto della Karakorum Highway, la strada asfaltata più alta al mondo, tra possenti montagne di terra rossa, valli immense e ghiacciai. Quante terre inesplorate, ho pensato. Un peccato che questi ambienti vengano preclusi, non salvaguardati, da questo regime.

OSH, 25 LUGLIO — UN VIAGGIO NON È UNA GARA
Quando siamo partiti non sapevamo bene da dove saremmo rientrati, ma pensavo da qualche città cinese, se tutto fosse andato bene. Invece siamo di nuovo qui a Osh, in Kirghizistan, in attesa del volo di rientro. Ci abbiamo provato a proseguire il viaggio nel cuore della Cina, ma non ci è stato permesso o meglio, non alle condizioni che per noi erano fondamentali, quelle che hanno ispirato, mosso e caratterizzato l’intero viaggio. In primis la libertà. Non è stata una scelta facile, ma un viaggio non è una gara, con una meta da raggiungere a ogni costo, è un’avventura che dev’essere vissuta secondo il fluire degli eventi e seguendo i propri ideali di viaggio. Proseguire verso oriente in quel clima che non ci stimolava, oltre a crearci numerose difficoltà, non aveva senso. Abbiamo quindi deciso di rientrare verso il Kirghizistan da un altro passo montuoso per compiere un interessante giro ad anello, ma anche questo ci è stato impedito dalle assurde restrizioni e regole cinesi, costringendoci quindi al rientro in Kirghizistan dalla via di andata. Varcato il confine una sensazione di libertà ha ripreso a pervaderci, abbiamo di nuovo pedalato accarezzati dal vento, gustandoci l’ultimo tramonto, l’ultimo soffio di avventura. Della quale spero ricorderemo per sempre ogni momento, ogni difficoltà, ogni sorriso, ogni cultura non solo vista, ma vissuta.
NUMERI
100 giorni di viaggio totali
9.700 chilometri percorsi in bici
90.000 metri di dislivello positivo 12 Stati attraversati 17,4 chilometri la velocità media in bici 557 le ore pedalate
2.000.000 le pedalate stimate 21 le forature di gomme totali 24 le gomme cambiate tra carretti e biciclette 3 il numero dei raggi rotti
2.735 il massimo dislivello fatto in un giorno tra bici e sci 218 i chilometri della tappa più lunga centinaia le persone e i sorrisi incrociati infinite le emozioni vissute
TOGLIETEMI TUTTO MA NON IL MIO CARRETTO
Il nostro carretto durante il viaggio era un po’ come la borsa di Mary Poppins. E non ne abbiamo mai saputo il peso effettivo, stimato forse in 80 chili totali. Un ritrovato di tecnologia artigianale tanto funzionale e robusto quanto problematico per l’ingombro e la struttura pensata per renderlo facilmente chiudibile, ma proprio per questo difficile da svuotare. Abbiamo scelto il telaio in acciaio e non alluminio per la paura che si potesse rompere e di non poterlo quindi saldare. Mentre la scelta del policarbonato è stata dettata dalla necessità di leggerezza e di resistenza agli urti. Al suo interno c’era di tutto. Il materiale da scialpinismo, con i nostri sci Ski Trab Magico.2 le cui punte fuoriuscivano, scarponi Scarpa Alien RS, artva, pala e sonda, ramponi, piccozza, casco, zaini, imbrago e corda da ghiacciaio della Camp. Poi avevamo il necessario per campeggiare, quindi la tenda e il sacco a pelo Camp, più il sacco bivacco monoposto della Outdoor Research, fornellini, pentole. La Karpos ci ha fornito i vestiti per ogni situazione, dal deserto all’alta quota, dalla bici allo scialpinismo; i guanti, diversi modelli per ogni temperatura, erano di OR, il casco e le scarpe da bici e da tempo libero Scott. Computer, materiale fotografico, ricambi e attrezzi di ogni tipo per la bici, oltre al pannello fotovoltaico sul tetto e la centralina energetica annessa all’interno, pochi effetti personali, una borsa con alcuni medicinali, viveri e riserve idriche, soprattutto per il deserto, completavano il fardello.
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Alle 19 la prima del film sulla spedizione al Mount Logan di Millerioux & co
Seicento chilometri a piedi, 200 sugli sci e 330 di rafting sul Columbia River. La spedizione al Mount Logan di Helias Millerioux, Alexandre Marchessau, Thomas Delfino e Gregory Douillard, nelle parole dello stesso Millerioux «è stata una delle mie spedizioni preferite, un mix di bellezza, impegno e paesaggi incredibili». Da quell’avventura di 52 giorni in Alaska è stato prodotto un film, Mount Logan, che verrà proiettato per la prima volta in live screening questa sera alle 19, in diretta dalla sede di Scott Sports e con la presenza di Helias, Alexandre e Thomas. Il film sarà trasmesso sul canale Youtube e direttamente sul sito internet di Scott Sports.
Scialpinismo in crescita, ma pesano le restrizioni degli ultimi DPCM
È un po’ il mantra di inizio stagione: sciare nelle località sciistiche sarà più difficile e allora si assisterà a una crescita dello scialpinismo. Quello che, nei limiti degli stock disponibili, è successo negli Stati Uniti a marzo, dove in alcune zone il lockdown è stato più leggero ed è iniziato dopo rispetto a noi. Ma è davvero così? E la vendita di attrezzatura e abbigliamento per hiking e trail running in estate come è andata? Lo abbiamo chiesto a tre negozianti specializzati che si trovano in zone geografiche diverse.
«Fino a un paio di settimane fa c’era un buon interesse sullo scialpinismo, anche se in parte era collegato con la chiusura e i mancati acquisti di marzo-aprile» dice Diego Cavallo di Cavallo Centro Sport di Borgo San Dalmazzo che in questi giorni presidia il negozio, lasciato aperto dall’ultimo DPCM, ma desolatamente vuoto. «Oggi è entrata una persona, appena il contagio ha iniziato a salire e sono arrivate le nuove misure si è fermato tutto, mentre l’estate è andata bene, soprattutto per l’hiking: è in parte cambiata la clientela ma la stagione è stata comunque interessante».
Anche Danilo Noro di XL Mountain di Settimo Vittone, vicino a Ivrea, è tranquillo in negozio, dove in questi giorni arrivano soprattutto corrieri con la merce. «Fino a un paio di settimane fa c’era moltissimo interesse, uno degli ultimi sabati prima dell’entrata in vigore del DPCM è stata una giornata da record, poi si è fermato tutto». È interessante conoscere meglio la clientela che ha affollato i negozi in autunno. «Prevalentemente nuova, in arrivo dalla pista, con poca esperienza nella scelta dei materiali per lo skialp» dice Danilo. XL Mountain si trova lungo la strada per le località valdostane e c’è una parte di clientela che ha ricercato l’attrezzatura da scialpinismo per evitare di prendere gli impianti di risalita, risalendo lungo le tracce aperte accanto alle piste del Monterosa Ski, ma con l’obiettivo poi di ridiscendere in pista. «C’è stata anche tanta richiesta per bambini e ragazzi, ma in carenza di attrezzatura alcuni hanno ripiegato sullo sci di fondo» conclude Danilo che conferma i buoni numeri estivi dell’hiking e del trail.
«Fino a inizio/metà ottobre c’è stato molto interesse, sia nel negozio fisico che sul sito internet, con aumenti a due zeri nelle vendite di attrezzatura per lo scialpinismo, oggi il punto vendita è chiuso, il sito fa registrare ancora numeri alti e tanto interesse, ma le vendite si sono quasi fermate del tutto» dice Ivan Divenuto, che gestisce Memo Alpine Outwear di Campo Tures, in Alto Adige. La sensazione, come è avvenuto in estate, almeno da queste parti, è che sia in crescita l’attrezzo ma più fermo l’abbigliamento. «In estate abbiamo assistito ad aumenti notevoli nella vendita di scarpe da hiking, mentre non è stato così per l’abbigliameno: è arrivata tanta clientela nuova che non poteva fare a meno delle scarpe tecniche e probabilmente si è arrangiata per l’abbigliamento, magari senza avere obiettivi troppo specifici» conclude Ivan. Più che la neve si aspetta qualche decisione per capire cosa e quando sarà possibile fare, questo è il mantra del momento.
La velocità dietro casa
Alcune delle domande che avevo in mente per François trovano praticamente risposta nelle telefonate intercorse per organizzare questa chiacchierata. «Domani è perfetto, ma se per te va bene sentiamoci nel primo pomeriggio, al mattino sono impegnato». Poi scopri che al mattino sono impegnato stava per domani mattina vado a farmi un giretto sulla cresta Triftjigrat sul versante Nord del Breithorn Occidentale: approccio in sci partendo ovviamente da Cervinia, discesa sul lato svizzero, salita della cresta e sciata su Cervinia. Roba easy, quattro ore. Una mattinata appunto. François d’altronde non ha bisogno di grosse presentazioni, lo avevamo già incontrato qualche numero addietro per parlare sempre del suo modo leggero e veloce di andare in montagna. Un modo che lo ha portato a compiere diversi exploit sulle montagne del mondo, dall’Alaska all’Himalaya. Figlio d’arte per eccellenza: i cognomi Cazzanelli, da parte di papà, e Maquignaz, da parte di mamma, sono legati da più di un secolo al mestiere di Guida alpina e all’alpinismo. Nessuna forzatura quindi ha fatto sì che la sua strada seguisse le orme tracciate dai propri avi già da ben cinque generazioni, diventando membro delle Guide del Cervino nel 2012, a soli 22 anni.
Se l’alpinismo apparteneva già al suo DNA, il motore lo ha invece costruito a partire dalle gare di scialpinismo giovanile e poi nella Sezione Militare di Alta Montagna del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur. François lo avevo incontrato solo una volta in falesia a Finale, a Bric Scimarco; penso che nemmeno si ricordi, avevamo scambiato qualche parola con amici comuni. Già sapevo chi era e in quel periodo si stava rimettendo da un incidente al braccio occorsogli durante la spedizione al Kimshung, in Himalaya. Rimasi colpito dalla naturalezza con cui si muoveva anche in un periodo di non particolare forma. Era a suo agio nel mondo verticale e lo lasciava percepire. Penso che per lui l’andare in montagna sia così: una cosa naturale, veloce e leggera, fast & light (F&L) appunto.
François ha saputo portare questo suo modo di muoversi nel proprio alpinismo, a partire dalle montagne di casa, dalla sua valle, la Valtournenche. Ha spesso cercato l’avventura uscendo dalla porta di casa, sulle sue montagne, dal Cervino a quelle meno altisonanti, ma non meno affascinanti, disegnando storie che sanno di grande alpinismo classico ma rivisitato in un nuovo modo, veloce ed efficace. Delle imprese a tutti gli effetti, in estate e in inverno, con i suoi compagni. Muoversi veloci, su terreno sempre più tecnico, è certamente una delle direzioni che l’alpinismo moderno sta prendendo, dagli alpinisti d’élite come François e via via allargando la base tra gli adepti non professionisti. Il F&L fa sentire più liberi, apre nuove possibilità, a patto di essere umili e preparati. Andare veloci, ma senza la fretta di farlo subito. E penso che la persona che abbiamo davanti sia quella giusta per parlarne: François è il nostro uomo.

Ormai una parte dell’alpinismo di punta sta seguendo la direzione della velocità. Cosa rappresenta questa filosofia per te? Ti ci ritrovi?
«Con Kilian ci sentiamo e me lo ha chiesto anche lui, ogni tanto ne abbiamo parlato. Mi ritrovo in un alpinismo fast & light, perché mi sento a mio agio. Se devo scegliere una parola, penso possa essere libertà. Che è la sensazione che mi regala l’andare per monti in questo modo».
Da dove arriva secondo te questo modo di muoversi in montagna? Chi sono stati i precursori?
«Forse ti stupirò, ma personalmente ritengo che sia una storia con origini antiche. Pensa che Luigi Carrel negli anni ’30 teneva un libretto dove si annotava tutti i tempi delle salite al Cervino da Valtournenche. Però secondo me le origini vanno cercate in grandi personaggi degli anni Ottanta: uno dei più grandi è stato senza dubbio Erhard Loretan, tra i primi a capire che a volte la chiave del successo per salire sugli Ottomila era scalare in velocità. Poi Profit, il suo tempo sull’Integrale di Peuterey è ancora un riferimento. Anche Patrick Berhault con le idee dei concatenamenti».
Arrivi dallo scialpinismo agonistico e da una famiglia di Guide. È stata una crasi naturale la tua?
«Sì, le due cose si sono poi fuse. Ho iniziato con gli itinerari alpinistici, più tecnici in senso stretto e poi mi è venuto il tarlo che arriva dallo skialp di percorrere le vie in velocità, di muovermi veloce in montagna».
Che limiti ha il F&L su terreno tecnico?
«Più il terreno diventa tecnico, più essere veloci e leggeri diventa una specialità riservata a un’élite alpinistica. Ti basti pensare alle salite in velocità sul Nose. Fantascienza! Ovvio che su terreno via via più tecnico parte del tempo deve essere impiegato per proteggersi, per assicurarsi, per fare sosta. Anche nell’alpinismo però c’è voglia di confrontarsi con il tempo, ma personalmente non penso che vada cercata la velocità per confrontarsi con un tempo, ma perché invece è in grado di offrirti la possibilità di godere di un maggior numero di prospettive stando in montagna. Spesso si vuole correre senza saper camminare: per muoverti veloce in montagna ritengo che sia fondamentale avere un curriculum alpinistico classico. Ci devi passare, devi essere un alpinista. Succede lo stesso nelle grandi gare di scialpinismo: per vincerle, per andare forte, non bastano i metri di dislivello che puoi macinare a bordo pista. Devi essere uno scialpinista».
E i limiti imposti dal materiale?
«Il materiale va spiegato. Va chiarito quando è il momento di utilizzarlo, in funzione delle condizioni del momento. Tanta gente si porta dietro quello sbagliato. Me ne accorgo anche come Guida».
La velocità è sicurezza o comporta dei rischi?
«Bisogna imparare a muoversi con del margine, lasciarsi sempre un 20 per cento. Questo l’ho imparato da Kilian. È quello che ti fa portare a casa la pelle. E poi non è trascurabile il fatto che muoversi veloci significa stare meno in giro e conseguentemente meno esposti ai pericoli oggettivi: l’ho imparato negli anni, specie con il mio mestiere di Guida alpina».
È appena trascorso un periodo di lockdown e tutti ci siamo trovati a dover limitare gli spostamenti, rimanendo più nelle vicinanze. Tu hai sempre valorizzato la tua valle, vero?
«Sono attaccato alla mia valle, è la mia terra, casa mia. Ho la fortuna di osservare le montagne tutto l’anno. Così facendo, con le diverse luci che sa regalare ogni stagione, si riesce sempre a scoprire qualcosa di nuovo, un risvolto, un dettaglio, un diedro, una fessura. E questo mi motiva per immaginare altre avventure».
A cosa si presta meglio la Valtournenche? Anche al di là del Cervino, c’è ancora qualcosa da scoprire?
«Dipende dalla fantasia dell’alpinista. È conosciuta per lo sci, ma abbiamo chiodato falesia, aperto vie di ghiaccio e misto. Per l’arrampicata e l’outdoor in generale credo che abbia un potenziale molto alto».
Lo hai dimostrato con l’ultima traversata, il primo concatenamento invernale delle Catene Furggen, Cervino, Grandes Murailles e Petites Murailles. Raccontaci tutto, come è nata l’idea?
«L’idea ha iniziato a prendere forma parlando con mio papà che aveva fatto la prima invernale della traversata delle Grandes e Petites Murailles. È una cresta che vedo dal letto, nel vero senso della parola, ce l’ho davanti agli occhi. Tutti i tentativi li avevo già fatti con Francesco Ratti. Nel 2017, la prima volta, forse non avevamo ben idea di che cosa ci aspettava, nel 2018 c’era troppa neve. Nel 2019 abbiamo commesso un errore di valutazione cercando giorni non freddi. Il caldo ci ha fermato tra la Punta Ester e la Punta Lioy: neve marcia a 3.800 metri e cornici poco rassicuranti».
Il percorso come lo hai studiato? L’hai definita una cresta di proporzioni himalayane, giusto?
«È una cresta enorme, comprende in totale 20 vette: la più alta è quella del Cervino con i suoi 4.478 metri. Per le sue dimensioni, per le altezze e per i passaggi vertiginosi la cresta è sicuramente una delle più spettacolari delle Alpi: misura circa 51 chilometri ininterrotti con 4.800 metri di dislivello positivo. Nel 2019 avevamo incluso anche la Dent d’Hérens, poi abbiamo capito che ci avrebbe fatto perdere troppo tempo. Non ho vergogna a dire che abbiamo capito che dovevamo tenere un profilo più basso e accontentarci di passare per il Colle delle Grandes Murailles, evitando la vetta di questo quattromila e rimanendo proprio sul confine naturale della Valtournenche».
Ti confesso che apprezziamo molto quando un alpinista come te ci confida che ha tenuto un approccio più conservativo, valutando condizioni e limiti. Ti fa onore. Ora passiamo ai dettagli tecnici, raccontaci nei particolari questa vostra avventura.
«Memori dei nostri errori, quest’anno abbiamo scelto i giorni più freddi dell’inverno. Siamo partiti il 20 gennaio dal rifugio Theodulo con una temperatura di -23 gradi e, raggiunto il bivacco Bossi, abbiamo proseguito sulla cresta del Furggen fino alla spalla di Furggen per poi deviare sulla via Piacenza. Sulla Piacenza ci siamo trovati ad affrontare alcune lunghezze non banali che ci hanno impegnato parecchio. Finalmente, alle quattro del pomeriggio in punto, siamo arrivati in vetta al Cervino. Da qui siamo scesi e abbiamo pernottato alla Capanna Carrel, a 3.830 metri, raggiunta alle cinque e mezza e perfetta per trovare riparo dal vento forte che ha soffiato per tutta la notte. Una prima giornata in cui tutto è filato per il verso giusto. L’indomani la sveglia è suonata alle quattro e alle sei siamo partiti per per quello che sarebbe stato il giorno più impegnativo».
Il secondo giorno?
«Sì, un sacco di vento e temperature basse. Siamo scesi al Colle del Leone e poi abbiamo affrontato il traverso del Leone fino al Colle del Breuil. Da qui in sequenza: Punta Maria Cristina (3.708 m), Punta Maquignaz (3.841 m), Punta Carrel (3.841 m), Punta Bianca (3.918 m) dove abbiamo dovuto affrontare condizioni difficili, con neve alla vita e poi ghiaccio nero. Finalmente alle cinque e mezza abbiamo raggiunto il bivacco Perelli, a 3.831 metri».
Diciamo non proprio un’esperienza plaisir…
«Il terzo giorno alle sei abbiamo deciso di partire: sempre vento e freddo sui -20 gradi. Obiettivo il bivacco Paoluccio. Si comincia con la Punta Margherita (3.905 m), poi la Punta dei Cors (3.849 m) e finalmente il bivacco Ratti dove ci è scappata una piccola pausa per mangiare qualcosa. Poi Punta Ester, di nuovo con molta neve e infine ecco il posto dove ci siamo ritirati l’anno scorso, la Punta Lioy (3.816 m), la porta di quella che abbiamo soprannominato la fossa dei leoni, ovvero la forcella che separa la Lioy dai Jumeaux. Un angolo un po’ tetro della cresta, dove dico sempre che le prospettive vengono totalmente capovolte. Non proprio un bel posto. Arrivati al colletto la neve però era perfetta e abbiamo raggiunto agevolmente la Punta Giordano (3.872 m). La cresta in questo punto è davvero ariosa, un coltello che ci ha costretto ad attrezzare delle calate in doppia e poi, con due tiri, siamo arrivati sulla Punta Sella, a 3.872 metri. Erano le cinque del pomeriggio e finalmente abbiamo visto che la cresta davanti a noi iniziava a scendere, ma il bivacco Paoluccio era ancora lontano. Lo abbiamo raggiunto con le frontali alle otto, stanchi ma ormai con la consapevolezza che c’erano buone possibilità di arrivare a valle il giorno seguente. Entrati nel bivacco sembrava di essere in un altro mondo: le temperature si sono alzate e il Paoluccio, a differenza del Perelli, era asciutto e senza neve. Da valle Damiano, il fotografo, ci ha avvertito che le condizioni meteo stavano per cambiare: sveglia puntata alle cinque con l’obiettivo di terminare l’opera».
Ultimo giorno: 23 gennaio, come è andata?
«Alle sette fuori dal bivacco: sulle Petites Murailles la neve era perfetta e la temperatura non più estrema: in tre ore abbiamo raggiunto il Mont Blanc du Créton (3.406 m). Dopo non molto abbiamo visto il bivacco Florio, lì abbiamo capito che era fatta! Ci siamo slegati, abbiamo tolto il casco e raggiunto il Col des Dames e giù nel Vallone di Vofrède, tutto su buona neve. A valle abbiamo stappato una bottiglia di Prosecco. E poi pizza!».
Domanda più tecnica: il materiale usato?
«Una corda da 50 metri, una serie di friend, quattro viti da ghiaccio, tre piccozze in due per consentire al primo di cordata di procedere in sicurezza nei tratti di ghiaccio più difficili, ramponi Grivel G12, una scelta di chiodi a lama utilissimi sulla roccia delle Grandes Murailles, un sacco a pelo a testa. Tranne che per la prima notte alla Carrel, dove abbiamo sfruttato il comfort del locale riservato alle Guide, avevamo dietro tutto il cibo e il gas per il fornello per i quattro giorni: poco meno di 15 chili di zaino».
Qualche piccolo segreto?
«Mi mettevo gli scaldini nel sacco a pelo tutte le notti (ride, ndr), una conseguenza del fatto che avevamo volutamente scelto i giorni più freddi di tutto l’inverno».
Come ti sei allenato?
«Niente di specifico, ti direi andando tanto in montagna. Ho comunque fatto dry-tooling e tanti metri con le pelli per allenare il fiato».
Qualche aneddoto?
«La notte al bivacco Perelli: dopo il secondo giorno, con quel vento che ci aveva schiaffeggiati durante tutto il percorso, siamo arrivati e abbiamo trovato la porta semi-aperta, con tutto il bivacco invaso dalla neve. Abbiamo dovuto spiccozzare e liberare un posto per dormire: una notte bella fredda. Avrei fatto qualsiasi cosa per scaldarmi… non pensare male, non proprio qualsiasi!».
Oltre che alla storia dell’alpinismo, sei attento anche alla storia delle montagne?
«È molto importante, specie per una montagna che sento mia. È qualcosa che si tramanda. Nel web si trovano molte informazioni ormai, ma a volte sono poco attendibili e si perdono dei dettagli che invece i racconti dei local ti sanno dare. A questo proposito vi invito a leggervi la storia di questa cresta che ho riportato sul mio sito. Si parte dal 1940 fino ad arrivare all’invernale di mio padre Valter nel 1985 e al mio giro in velocità con Kilian Jornet nell’agosto del 2018».
Possiamo dire che il tuo è un alpinismo classico?
«Penso di sì, perché sento che è il terreno dove riesco a esprimermi come voglio, un terreno tecnico dove non si muove uno skyrunner puro, ma che mi consente di essere veloce ed efficace. Sento che qui la velocità può aprirmi davvero molti orizzonti. È questo ciò che mi piace».
QUESTO ARTICOLO È USCITO SU SKIALPER 130

Buff presenta lo scaldacollo con filtri e trattamento antibatterico
Dopo la mascherina sportiva, con l’arrivo dell’inverno, ecco lo scaldacollo che filtra i batteri. Lo ha presentato Buff e si chiama Filter Tube. In apparenza non è diverso dal famoso neckwarmer della casa spagnola, ma all’interno una tasca ospita un filtro usa e getta a tre strati, di cui uno in nanofobra chiuso tra due strati idrorepellenti. A realizzare i filtri, efficaci fino a un giorno intero, è Ahlstrom-Munksjö, che dichiara la rispondenza alla norma EN14683:2019 delle maschere chirurgiche di tipo I e II e un’efficienza di filtrazione del 98%, anche se lo scaldacollo non è certificato come dispositivo medico o di protezione individuale. Inoltre Filter Tube ha subito il trattamento antibatterico Heiq Viroblock ed è lavabile a 60 °C. Nella confezione di vendita sono presenti 5 filtri e sono poi acquistabili a parte confezioni da 30 filtri. Filter Tube è disponibile in 17 diversi design e costa 23.95 euro. Info: www.nov-ita.com

Quelli della notte
È nata nel 2010 con una formula diversa e ora, alla decima edizione, è diventata una grande classica dello skialp in pista e in notturna, come la Sellaronda nelle Dolomiti. La Monterosa Skialp, che nel 2020 ha visto crollare i record maschili e femminili e la partecipazione di tutti gli atleti top, non è solo una gara con 120 coppie che si sfidano nella notte sulle piste del MonterosaSki, ma un evento che prende forma il giorno dopo che è finita l’edizione precedente. E Franco Torretta, direttore d’esercizio della Monterosa SpA, oltre che appassionato skialper, lo sa bene.

Qual è il calendario degli organizzatori della gara?
«L’organizzazione parte immediatamente dopo la chiusura dell’edizione precedente, con la definizione delle collaborazioni con gli enti istituzionali (Regione, comuni di Ayas e Gressoney La Trinitè, sci club, consorzi turistici) e gli accordi con gli sponsor. Da aprile a dicembre io ed Henri Grosjeaques ci occupiamo di verificare ed eventualmente integrare il materiale di pista, di predisporre i pacchi gara e i ricordi per i volontari, la strategia comunicativa con MonterosaSki, i piani B per la gara con percorso ridotto o modificato a seconda delle condizioni meteo o di innevamento, di pensare possibili alternative al percorso originale (per esempio per il 2021 si sta ragionando su una diversa partenza da Gressoney), di stabilire la data».
Quanti volontari coinvolgete?
«Circa 80 per la gestione dell’ufficio gara, di partenza, arrivo, delle 14 zone di cambio assetto, per i ristori e la tracciatura. Gli enti esterni coinvolti sono i Vigili del Fuoco, il Soccorso Alpino, il Corpo Forestale della Valle d’Aosta e il 118. La sola preparazione dei pacchi gara (chip, spille, pettorali, buoni pasto, gadget) coinvolge circa cinque persone per un giorno, tre giorni prima della competizione; della sala congressi per l’accoglienza, cena e la premiazione si occupano i Vigili del Fuoco volontari nei tre giorni precedenti la gara, mentre per predisporre il parterre alla partenza e arrivo e smontarlo ci vogliono cinque persone per circa un giorno di lavoro».
Come segnalate il percorso?
«Con 620 bandiere verdi per la salita, 620 bandiere rosse per la discesa, 30 bandiere gialle per le parti a piedi e 200 torce luminose per i cambi di direzione in pista e le zone di cambio; inoltre ci sono tre palloni luminosi e 30 fari per le zone di cambio».
Quanti mezzi sono coinvolti nella preparazione delle piste e quanto ci vuole?
«Dieci battipista tra le 17,15, orario di chiusura al pubblico delle piste di sci, e le 18, su un percorso di circa 30 chilometri».
E il dopo?
«La rimozione di tutto il materiale in pista, per esempio bandiere, reti, illuminazione, e la battitura delle piste inizia verso mezzanotte e dura per circa due ore».
Che cosa vuol dire sicurezza?
«Abbiamo due medici rianimatori, tre defibrillatori, due ambulanze (ad Ayas e Gressoney) e 15 pisteur sul percorso. La gara è a coppie in modo che il compagno possa dare l’allarme al primo punto di controllo, è obbligatorio l’artva per ricercare un eventuale disperso a bordo pista, come lo smartphone acceso per dare l’allarme e poi vengono registrati i pettorali a ogni cambio assetto per poter seguire ogni squadra».
MonterosaSki è una delle località pioniere in Italia, con itinerari dedicati alla risalita con sci e pelli a bordo pista, quali sono i numeri dell’offerta?
«Abbiamo predisposto quattro itinerari con dislivelli da 550 a 650 metri. Lo skipass giornaliero costa 10 euro e lo stagionale 70 euro, con la possibilità dell’acquisto in prevendita a 60 euro. La stagione 2019/20 ha visto la vendita di 380 stagionali e 3.750 giornalieri contro 380 stagionali e 3.500 giornalieri l’anno precedente. Chi acquista lo stagionale partecipa a un concorso con in palio premi per un valore di circa 3.000 euro, tra cui due paia di sci Ski Trab».
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Io e Ueli
C’è un detto piuttosto famoso che suggerisce di non incontrare mai i propri idoli, perché c’è molta più certezza che dubbio di rimanere delusi, di vedere crollate le colonne portanti su cui abbiamo costruito le nostre verità: o peggio, le nostre più intime emozioni. Personalmente non ho mai completamente corso questo rischio, quello di veder crollare il simulacro di qualcuno che ponevo sopra all’umano, non ho mai avuto idoli, non mi piaceva il nome nemmeno quando avevo l’età in cui sognavo il motorino. Io ho sempre preferito i maestri. Un maestro, da magister, è colui il quale conosce così tanto una disciplina da poterla insegnare agli altri, o più precisamente, con l’aiuto della Treccani: chi eccelle in un’arte, in una scienza, in una disciplina, o in singole forme d’arte e manifestazioni di cultura, così da poter essere considerato una guida, un caposcuola. Ecco perché cercavo, il più delle volte in maniera inconscia e irrazionale, un maestro nelle cose che facevo: mi sentivo studente della disciplina e non avevo paura di incontrare un caposcuola, una guida: io ne avevo viscerale bisogno. E dall’adolescenza ai trent’anni avevo due passioni che mi muovevano a fare passi avanti nella conoscenza: la letteratura e la montagna. Per la prima ho corso il rischio del contatto con il magister, era Mario Rigoni Stern e mi ha insegnato, attraverso i suoi racconti e poi di persona, il vero significato delle parole umiltà, conoscenza, saggezza, selvaticità e salvazione. Attraverso i lemmi dei suoi racconti sono cresciuto e grazie a loro in special modo ho trovato la maniera di assestarmi, collocarmi più obliquo che storto in questo mondo.
Per la seconda, il magister per me come per molti - credo - è stato papà. Sulle sue spalle abbiamo visto i primi sentieri di montagna, con lui ci siamo alzati la mattina presto, abbiamo preso il sentiero che era ancora buio, percorse tracce conosciute e poi altre, meno battute, mano a mano che si cresceva. Ma poi viene il momento che forse cresci davvero, senti di volerti spingere un po’ oltre, un po’ più in su alla ricerca di quell’altrove più materico che astratto, benché effimero. Per me sono state la letteratura di montagna prima, l’arrampicata poi, a muovere quel desiderio di salire, andare, consumare libri, pelle sui polpastrelli e coltivare sogni; di essere quella generazione post Nuovo Mattino ma pre qualcos’altro, con il desiderio di andare in montagna con un approccio che fosse culturale e rispettoso, ma moderno. Evoluto nei mezzi, sia quelli più materiali che quelli filosofici.
Ho incontrato, ma meglio sarebbe dire che mi sono scontrato con il simulacro Ueli Steck, nel 2008, attraverso quel video della salita della Via Heckmair in 2 ore, 47 minuti e 33 secondi: più di un’ora in meno rispetto alla sua stessa salita di un anno prima. Non avevo le competenze per capire interamente, intendo nella sua completezza, il valore di quel tempo e dubito tutt’oggi che siano più di dieci le persone che all’epoca riuscirono a comprendere che si era di fronte a un passaggio del Rubicone, a un nuovo assassinio del drago, senza scomodare gli dei (o gli idoli). Io ricordo fotogramma per fotogramma le movenze di Ueli, le sue espressioni e quella sua particolare tecnica di salire, anche su pendii molto verticali, correndo e utilizzando le piccozze come semplici pesi di bilanciamento per la parte superiore del corpo, piccozze che seguono il suo poco armonico incedere sempre dinamico in ogni movenza, mai statico. Da lì in poi Ueli Steck è stato per tutti The Suisse Machine e difficilmente la storia ricorda un soprannome più azzeccato.
Ammetto oggi di averlo preso in giro, più di qualche volta, per quella che credevo fosse una tecnica sopraffine studiata in maniera precisa e maniacale, ma ho poi scoperto essere molto più semplicemente la sua naturale postura, la sua maniera di camminare per andare a prendere un caffè, prim’ancora che di correre lungo la parete Nord dell’Eiger. A quasi trent’anni o giù di lì mi sono trovato spesso a prendere un caffè con Ueli Steck, anzi a dirla tutta mi sono trovato sempre nella condizione di vedere la sua faccia fare capolino dalla porta dell’ufficio e sentire le parole Simone, mi offri un caffè?. Quando la vita ti concede il sogno e il privilegio di lavorare fianco a fianco, come pari, a quella persona che avevi scoperto essere il tuo maestro, beh, sei fortunato davvero. Ho fatto il responsabile marketing per un’azienda, SCARPA, che aveva Ueli Steck come principale testimonial, l’atleta più importante e il responsabile dello sviluppo dei prodotti per l’alpinismo; insieme al team di ricerca e sviluppo capitanato da Davide Parisotto, Ueli formava una squadra che oscillava tra la follia, il genio e il passo successivo a questi.
Io ho comunque continuato a vederlo quel video del 2008, una sera anche a cena con Ueli, che nel frattempo era diventato qualcosa come un amico, anche se intimamente non sono mai riuscito a pensarlo o vederlo come tale. Un maestro non può diventare un amico, non lo credo possibile. Ho continuato a vedere quel video perché era parte del passato e il legame con la realtà, era quello che mi teneva connesso e concentrato e mi permetteva di lavorare con lui. Ho visto Ueli passare ore provando e riprovando a secco in ufficio ogni prototipo per trovare lo spessore giusto di un’intersuola, immaginare quale dovesse esserne la densità del materiale. L’ho ascoltato trasferire dettagliatamente le sensazioni che provava con un sottopiede in carbonio su un piede e uno in materiale caricato carbonio, quindi meno rigido, sull’altro. Una volta, per provare quella che sarebbe stata non una calzatura, ma un prototipo che era la rappresentazione materica di quel suo concetto in divenire, sempre nuovo ed evoluto di alpinismo, ha fatto l’integrale della Cresta di Peuterey in 15 ore e 55 minuti. Alla ricerca di… nessun exploit. Era solo un test per fare un ulteriore step di evoluzione al Rebel Ultra, così si chiamava quella scarpa, che non era già più uno scarpone da alpinismo, ma piuttosto una scarpa da trail evoluta.
Era tanto un maniaco della precisione quanto, talvolta, completamente fuori dagli standard e anche un po’ impacciato in quelle che sono le cose quotidiane, a noi più normali. Dormivamo spesso nello stesso appartamento, tre stanze messe a disposizione da SCARPA quando facevo tardi in ufficio (sempre, in pratica) che condividevo con gli ospiti che venivano in azienda. Con alcuni era divertente, con Ueli era uno spasso e accadeva sempre qualcosa di assurdo: uno dei must era l’allarme che partiva la mattina a causa delle sue uscite a orari impossibili per andare a fare allenamento: anche venti chilometri di corsa attorno ad Asolo prima dell’alba. Poi una doccia, dieci ore con il team prodotto, e quasi sempre guidava la sera stessa fino a casa, per non perdere l’alba della mattina dopo e andare a provare i prototipi che aveva appena sviluppato. Ricordo che tutti i discorsi erano incentrati sui materiali, ogni dettaglio doveva essere più leggero; un’ossessione quella verso la leggerezza che non era mai fine a se stessa, ma racchiudeva anzi una necessità ed era un primigenio stimolo a migliorarsi, darsi obiettivi in cui l’asticella doveva sempre alzarsi di almeno due tacche. Ci siamo ubriacati anche, qualche volta. Il piano era uscire a cena in un posto di cui non ricordo il nome, ma era comodo a piedi e si trovava a tre minuti dall’ufficio. Al rientro c’era sempre una birra gelata in frigo prima di andare a dormire; una volta abbiamo anche dormito testa-piedi sul letto matrimoniale perché nell’altra stanza c’era Heinz Mariacher.
A cena, se eravamo da soli, riuscivo ad avere il coraggio di chiedergli qualcosa di più personale, altrimenti parlavamo più in generale dei progetti futuri, qualche volta del rinnovo del contratto o delle gare di trail, che faceva come allenamento fisico e mentale per le salite in stile veloce sugli Ottomila. Come la Sud dell’Annapurna, 28 ore da campo base a campo base; impensabile e impossibile, fino al 9 ottobre del 2013, utilizzando calzature pensate per attività a quote molto più basse, leggere come una scarpa per andare al Bianco, con una ghetta che aveva una zip di chiusura a spirale, sviluppata da Ueli e Simone in gran segreto. Questo sistema faceva sì che il piede non subisse nessuno stress durante la scalata, nessuna forza doveva essere dispersa, neanche quella (minima) assorbita da una normale zip centrale durante l’ascesa; ogni dettaglio era funzionale al suo gesto e tendeva alla perfezione, dalla mescola del battistrada fino al disegno della ghetta. Il nome della zip fu battezzato all’unanimità, davanti alla macchina del caffè, con Ueli appena tornato dalla spedizione: ovviamente onion closure. Dopo l’Annapurna ci inventammo un’intervista sotto il portico della bellissima casa di Cristina Parisotto sulle colline di Asolo, con vista sulla rocca di epoca medievale. Era difficile trovare qualcuno che potesse avere la sensibilità e le parole giuste da condividere con Ueli. Dopo quella tremenda e visionaria corsa di 28 ore su una delle pareti più spaventose al mondo, pensammo che fosse necessario avere un alpinista, anziché un giornalista. Hervé (Barmasse) disse che sarebbe stato un onore per lui e così quella che nasceva come un’intervista si trasformò in una chiacchierata tra due ragazzi, con Ueli che raccontò con estrema lucidità la salita, le sue sensazioni e quella fredda consapevolezza che si prova dopo un’esperienza così intensa: consapevolezza che lo tormentò per un po’, dopo l’Annapurna.
Ma l’immagine che ricorderò sempre di Ueli non è questa, non è nemmeno una tra le decine di foto che ho selezionato per i cataloghi in quegli anni. Non è una delle foto che ancora custodisco, prese dalle consuete gare di linguacce dopo cena, non è la sua faccia sorridente e sorniona quando entrava in ufficio. C’è una foto in cui corre nella Valle del Khumbu, lo scatto è di Dan Patitucci ed è così perfetto che prende il momento esatto in cui il tallone del piede davanti e la punta del piede dietro non toccano il terreno. Ho sempre adorato quella foto, ancora prima che Ueli mi raccontasse di quell’allenamento mattutino al cospetto dell’Ama Dablam su uno dei suoi sentieri preferiti. A pochi chilometri da quel luogo, il 30 aprile del 2017, una pira ha illuminato per sempre la valle del Khumbu, e le sue faville si sono posate su alberi, rocce e torrenti. Io credo che lì da qualche parte risieda anche la sua anima. E che corra veloce, e leggera.
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Cambio al vertice di Rossignol
Cambi in vista al Gruppo Rossignol che controlla, tra gli altri, i marchi Rossignol, Dynastar e Lange. Dopo 16 anni alla guida, Bruno Cercley cederà il ruolo di CEO
a Vincent Wauters durante il primo trimestre del 2021, mantenendo un ruolo non esecutivo come Presidente e membro del Consiglio. Riportiamo a seguire il comunicato ufficiale dell'azienda.
Bruno CERCLEY ha fatto il suo ingresso in Rossignol nel 2002, lasciando poi l’azienda nel 2005 dopo l’acquisizione di Quiksilver. Nel 2008 ha guidato una cordata che ha acquisito Rossignol da Quiksilver e, al termine della transazione, ha quindi assunto la carica di CEO.Sotto la guida di CERCLEY, il Gruppo Rossignol è cresciuto fino a diventare oggi uno dei principali player del mondo negli sport invernali, con un portfolio di brand tra cui Rossignol, Dynastar, Lange e Look. Dopo un drastico piano di ristrutturazione attuato nel 2009, i marchi del Gruppo hanno costantemente aumentato le loro quote di mercato e negli ultimi anni hanno registrato un successo senza precedenti nella Coppa del Mondo di sci. Un risultato ottenuto con anni di investimenti nella progettazione e realizzazione di prodotti da parte di persone competenti e appassionate. Grazie a questo impegno CERCLEY è stato nominato “Chevalier de la Légion d’Honneur”, onorificenza conferita dalla Repubblica francese.
Con la guida di CERCLEY, Rossignol ha anche lanciato con successo una collezione completa di abbigliamento ed è entrato nel mercato della mountain bike, ampliando così il ruolo di Pure Mountain Company. Il posizionamento ottenuto oggi, permetterà di sfruttare al meglio le potenzialità dei suoi marchi, per continuare ad accelerarne la crescita futura.
Vincent WAUTERS entrerà a far parte del gruppo Rossignol a partire dall’1 dicembre 2020 con l’obiettivo di consolidare lo sviluppo globale del core business del Gruppo e continuare a sviluppare l’enorme potenziale rappresentato dall’abbigliamento e dall’e-commerce. Vincent e Bruno lavoreranno insieme per una transizione graduale della direzione generale nel corso del primo trimestre 2021. Vincent ha una grande esperienza al vertice di aziende del settore sportivo outdoor: in precedenza è stato CEO di Hunter Boots, presidente di Arc'teryx e membro del consiglio esecutivo di Amer Sports Corporation come responsabile Global Operations e delle categorie abbigliamento e attrezzature. Wauters ha anche ricoperto diverse posizioni operative presso Newell Rubbermaid ed è stato uno dei primi dipendenti di Amazon in Francia.
Bruno CERCLEY ha dichiarato: “Ripercorrendo quello che abbiamo realizzato nell'ultimo decennio, sono molto orgoglioso di aver avuto il grande privilegio di guidare i dipendenti in questa incredibile avventura. Abbiamo recuperato la nostra posizione di leader nel mondo sci con Rossignol, raddoppiato la nostra quota di mercato degli scarponi, abbiamo creato una vera e propria business unit dedicata all’abbigliamento, in costante crescita e supportata da un posizionamento unico del marchio. Siamo diventati un partner importante per gli appassionati di montagna lungo tutte le stagioni dell’anno, sull’onda dello slogan “Another Best Day”. Sono molto grato alle persone che hanno lavorato così duramente insieme a me per realizzare questi obiettivi. Questo è il momento giusto per organizzarci e continuare a sviluppare la nostra visione e portarla avanti con solidi piani d'azione. L'ingresso di Vincent nel Gruppo è un'enorme opportunità che non potevamo perdere. Sono molto entusiasta di lavorare insieme lui per garantire una transizione fluida ed efficiente. Rimarrò coinvolto nel futuro del Gruppo da una prospettiva più strategica, come Presidente e membro del Consiglio".

Vincent WAUTERS ha aggiunto: “È un grande onore entrare a far parte di un gruppo così iconico ed autentico come Rossignol. Quello che è stato realizzato sotto la direzione di Bruno negli ultimi anni è davvero notevole e non vedo l'ora di lavorare con tutti i team e i nostri partner per scrivere insieme il prossimo capitolo di questa storia piena di passioni”.

“È stato un privilegio lavorare con Bruno negli ultimi sette anni. Ha guidato un'importante trasformazione del Gruppo e sta cedendo a Vincent una società forte e performante. Penso che l'eredità dei marchi e dell'organizzazione del Gruppo Rossignol sia in buone mani con Vincent, che con la sua esperienza in marchi iconici di abbigliamento e sport invernali e le sue competenze in marketing, e-commerce e operations, porterà nuove capacità importanti per accelerare la nostra crescita”, ha commentato Hugo MAURSTAD, rappresentante di Altor e presidente del consiglio di amministrazione.
Scialpinismo (R)etico
Un passo, un altro, bastoncini in sincro, bastoncini che reggono tutto il tuo peso, le braccia stanche, le gambe dure. Il respiro, il solo suono del tuo respiro e delle pelli che si aggrappano all’elemento bianco e candido che ti riempie di gioia infantile e che allo stesso tempo cela i mostri della tua mente. Pensi di potercela fare? Le gambe, in loro risiedono saggezza e consapevolezza, ma il più delle volte non sei capace di ascoltare ciò che provano a sussurrarti. Sarà che sei impegnata a sentire il suono del tuo respiro e non puoi permetterti di perdere il ritmo. Prima o poi spezzerò il fiato, prima o poi i muscoli si scalderanno. Il cuore batte all’impazzata e non sai più se è perché stai sputando sangue o se sei emozionata come una quindicenne imbarazzata e tremolante di fronte al ragazzo dei suoi sogni.
I tuoi gesti sono pesati, misurati, calibrati al dettaglio. Gesti che ancora non sono automatici e che richiedono la tua massima concentrazione. Batti il pendio, stacca gli sci. Metti il casco, leva le pelli. Non una volta che le riattacchi dritte sulla plastica. Non una. Chiudi gli scarponi: troppo lenti, troppo stretti. Zaino in spalla, sci ai piedi. Inspira, espira. Vai. Sei qui per questo. Butti le punte verso il basso e in un momento tutto scompare: il dolore, la preoccupazione di non farcela, la paura. Senti le lamine rompere la neve sottile, fai una curva, poi un’altra, prendi velocità. Forse troppa? Non importa: stai planando. Sei la neve, sei una pernice, sei un gipeto. Quattro. Quattro dannate curve e tutta la fatica non ha più senso, o forse ha finalmente senso. So perché sono qui. Come ci sono arrivata?
L’inverno è alle porte e mi chiedo come farò a trascorrere i prossimi mesi in furgone. Potrei installare un riscaldamento ma non ne ho molta voglia. Altro gasolio nell’atmosfera, oltre tutto quello che d’estate mi porta in giro tra passi alpini con salite in prima. Il mio stile di vita, per quanto semplice ed essenziale, richiede molto all’ambiente e sento di dover fare una pausa per restituire qualcosa a questo mondo. Quest’estate sono andata a trovare i miei nonni nella casa di montagna di famiglia. Dopo cena tornavo a dormire nel furgone che avevo parcheggiato in giardino, chiudevo il portellone e tutto quello che c’era fuori svaniva per un’intera notte. Ero improvvisamente a casa con Ombra appallottolato a terra sul tappetino e mio padre che era venuto a trovarmi. Parlavamo, giocavamo a backgammon. Io perdevo il più delle volte e cercavo di rosicare il meno possibile.

Una mattina mia nonna, incuriosita come tutti dalla mia vita, mi chiese dove avrei preso casa l’inverno seguente. Bella domanda, non saprei - Beh, mica vorrai far dormire il tuo cane al freddo? Così, grazie a questa simpatica considerazione di nonna Angela, avevo un’altra ragione per parcheggiare il furgone per qualche mese. Meno gasolio nell’atmosfera, più caldo per il povero Ombra. Le mie priorità si sono subito delineate: quattro mura isolate dalla civiltà (non si può certo passare dalla vita in furgone alla vita in condominio), sciare ogni giorno e provare in punta di piedi a creare meno danni possibili al nostro pianeta. Ma nessuno ha la palla di vetro e ogni anno non sappiamo se la neve arriverà, quando arriverà e soprattutto dove. Chi vive come me, nomade della neve, ogni stagione invernale fa una scommessa e ne accetta le conseguenze. Prende la cartina delle Alpi, studia altitudini e statistiche, punta un dito e parte.
Il mio furgone resterà coccolato dal clima tiepido del centro Italia, assopito per qualche mese. Io, invece, mi dirigo verso mete più frizzanti. Arrivo a Santa Caterina Valfurva il primo dicembre, alle porte dell’inverno meteorologico. Apro le porte della baita che mi, ci ospiterà per i prossimi mesi. È piccola, accogliente, perfetta sostituta della mia casa a quattro ruote. Spesso mi viene chiesto se mi farò lo skipass stagionale. No. Questo sarà l’inverno del non chiedere niente alla natura. Sarà l’inverno in cui mi modello alla sua volontà. Sarà l’inverno del cuore gonfio e delle gambe stanche. Ha senso passare un inverno in una località sciistica senza usare gli impianti di risalita? Forse no, ma penso lo abbia per me. I primi mesi sono quelli del vento e della difficoltà. Faccio fatica a riprendere confidenza con gli sci e sicuramente un po’ di ore in pista velocizzerebbero il processo. Ma questo è anche l’inverno della pazienza e del lasciare che le cose avvengano con i loro tempi. Arriverà anche la neve, ti sentirai più confidente. Aspetta. Vogliamo tutto e subito. Lavoriamo tutta la settimana come dei matti e il week-end prendiamo le nostre auto cariche di sci e bisogno di evadere e ci dirigiamo verso il resort più vicino. Abbiamo solo quei giorni per sciare e se la neve non c’è, poco importa: la compriamo. Proviamo anche a comprare il tempo, tutto il tempo che impiegheremmo per salire con i nostri mezzi, viaggiando su eco-mostri che un giorno, quando farà troppo caldo anche solo per sparare, resteranno dove sono. Una ferita che non può più essere rimarginata.
Ammetto che sia bello poter fare 20 run in fresca senza dover batter traccia per ore, godendosi solo la discesa e sono certa che non posso chiedere a tutti di provare come me a trascorrere un inverno secondo i ritmi della natura. Il tempo, quello no che non lo possiamo comprare. Sarò una scrittrice scannata, un’eterna principiante, ma ho un cuore gonfio e del tempo da investire sulle mie gambe. Ho salito tanti metri quanti ne ho sciati. Alcuni li ho solo scesi. Incapace per il dolore di impostare una curva decente. Ho pellato piano, in silenzio, attenta al respiro della natura. Ho visto le aquile volarmi vicino, ho visto Ombra annusare l’aria e rizzare le orecchie attento al movimento dei branchi di camosci. Ho pellato veloce, a volte, e riso insieme agli amici. Ho visto Ombra sparire correndo in mezzo alla neve fresca, l’ho sentito piangere per la fatica e mugugnare dalla gioia pura del semplice andare veloce verso il basso. Ora sento i rumori di una primavera che arriva precoce e che sta sciogliendo la neve che ho spalato intorno alla baita. Vorrei chiedere alla natura di rallentare un attimo e aspettarmi. Ma non posso, non voglio, questo è l’inverno che dedico a lei. E alle mie gambe. Quattro. Quelle quattro dannate curve mi hanno restituito già tutto. Quattro curve tracciate su una tela immacolata. La luce del tramonto che colora il pendio. La neve fresca che ti innalza dal suolo.
Stai planando.
Sei tu, i tuoi sci, ma improvvisamente sei anche la neve e la luce e l’aria che ti sposta i capelli.
Il tempo non esiste più.
Il fondo valle nemmeno si vede.
La fatica è un ricordo lontano.
Non avevi bisogno di dare un senso al tuo inverno. Ma l’hai appena trovato. Pensavi di restituire qualcosa alla natura ma anche questa volta è più quello che hai preso che quello che hai dato. In fondo cosa sono due gocce di sudore e un po’ di lacrime? Non so dove sarò il prossimo inverno. Non so se sarò migliorata tecnicamente, né so se farò un po’ meno fatica in salita. So che non investirò i miei soldi in uno skipass stagionale. Certo è che le mie scelte non cambieranno lo stato delle cose. Verranno costruite nuove seggiovie, nuove funivie che portano dritte verso il cielo. Voleranno nel cielo elicotteri che vomiteranno turisti inconsapevoli su cime selvagge. Ma io ho il mio tempo. E le mie gambe.
E questo basta.
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A close call con Jesper Petersson
In tutti gli sport, ciclicamente, si incontrano quei giocatori che per il modo con cui impattano sul gioco possono essere definiti a tutti gli effetti un crack. Sono atleti di gran classe, che portano qualcosa di mai visto, di nuovo per estro o disciplina. Ronaldo, Inter, campionato italiano 1998, per intenderci. So che con questa citazione mi sto attirando le ire della dirigenza di Skialper, ma se devo portare l’esempio di cosa sia un crack in uno sport non penso che ci sia niente di più evidente e non troppo remoto per spiegarlo. Perdonatemi. Anzi no, vi sto parlando di Ronaldo, quello vero, non ho niente da farmi perdonare. Una cosa simile è capitata anche nello sci sulle pendici del Monte Bianco. Qualche anno fa si è costituito un team formidabile di due sciatori che hanno iniziato a macinare discese. In maniera impressionante, con una dedizione e una costanza che li ha resi un vero e proprio crack nell’ambiente.
In primavera non di rado nei bar sui due lati del Monte Bianco è capitato di sentire dire Sono arrivati! Hanno iniziato. Addirittura - lo giuro - una volta mi sono trovato nel bel mezzo di una colorita conversazione: Sono arrivati i mangiapesce! Adesso non si scherza più; naturalmente con riferimento poco lusinghiero al forte team finnico-svedese che aveva appena iniziato a tritare anche quell’anno in maniera seriale tutti i più bei pendii estremi del Bianco. Negli ultimi sei o sette anni Mikko Heimonen e Jesper Petersson hanno collezionato un’attività fantastica in termini di discese. Sono diventati uno dei riferimenti dello steep skiing a Chamonix e ciò non è semplice data la concorrenza. Abbiamo parlato con Jesper: trent’anni, svedese, determinato a lasciare parlare i fatti ma al tempo stesso molto equilibrato. E forse equilibrato è il termine che meglio lo descrive, almeno a un primo impatto. Pochi fronzoli, disponibile. Fa piacere incontrare persone così.

Jesper, sei uno degli sciatori più prolifici di Chamonix negli ultimi anni. Siamo curiosi di sapere qualcosa di più su di te, a partire, come si fa nelle più tradizionali interviste, da dove arrivi e come hai scelto Chamonix. parlaci insomma di chi è davvero Jesper Petersson.
«Beh, sono un ragazzo di trent’anni che arriva da Karlstad, nel centro della Svezia. Attualmente vivo a Lund, nella parte meridionale del Paese. Lavoro come elettricista in una grande compagnia elettrica. Ho trascorso gli ultimi sette inverni a Cham, ai piedi del Monte Bianco, dove ho cercato di sciare il più possibile. Devo dire che scio da quando ho quattro anni, ma che praticavo questo sport al massimo un paio di settimane l’anno, fino a quando sono arrivato a Chamonix. Non sono mai stato un garista e non ho mai partecipato a competizioni, ma ho sempre sciato per divertimento. Però esercitarmi e allenarmi mi piace molto, fa parte del mio DNA».
Lavori in estate e sci per gli altri sei mesi l’anno: ti consideri dunque uno skibum?
«I primi anni sì, mi vedevo come uno skibum. Oggi piuttosto come un mountain athlete anche se, non avendo sponsor particolari che mi pagano, non sono un vero professionista, ma forse potrei dire un professional skibum».
Solitamente quando ritorni sulle Alpi? E cosa fai negli altri periodi dell’anno? Come ti prepari per la stagione sciistica?
«Negli ultimi sei anni ho sempre trascorso circa sei mesi a Cham solo per sciare e salire montagne. Normalmente arrivo in dicembre e me ne vado a giugno. La maggior parte delle linee che vogliamo sciare vanno in condizioni tra aprile e giugno. Mi piace utilizzare gli altri mesi per sciare ed entrare in forma. La stagione 2019 è stata un po’ più corta perché ho dovuto lavorare a lungo e sono poi andato in spedizione in Alaska. Fuori stagione, come detto, lavoro in Norvegia e in Svezia, cercando di mettere da parte più soldi possibili in modo da poter sciare tutto l’inverno senza lavorare. Normalmente mi alleno dalle cinque alle venti ore a settimana, soprattutto correndo, andando in mountain bike o in palestra».
Nel massiccio del Monte Bianco hai sciato tutte o quasi le linee principali, spesso con il tuo socio Mikko Heimonen. puoi raccontarci di più della vostra amicizia? Si dice che sia uno sciatore veramente di alto livello…
«Mikko è uno sciatore molto talentuoso e motivato, forse il migliore al mondo quando si parla di curvare su neve dura e ripida. Io e lui portiamo avanti una profonda amicizia: è 23 anni più vecchio di me, ma è uno dei miei migliori amici. Non dobbiamo parlare molto tra di noi, ci conosciamo così bene e abbiamo spesso gli stessi obiettivi che tutto diventa facile. L’ho incontrato per la prima volta nel 2013 sulla parete Nord dell’Aiguille du Midi: ci siamo parlati e abbiamo deciso di sciare insieme il giorno dopo. Da quel momento in poi abbiamo disegnato molte linee ed esplorato il massiccio del Monte Bianco senza Guide, sponsor o elicotteri. Siamo semplicemente due amici che amano praticare lo sci e stare fuori in montagna con gli sci».
Quindi confermi che i compagni giusti sono molto importanti sul terreno ripido?
«Hai bisogno di un buon partner per sciare così tante cime come abbiamo fatto io e Mikko. Nessuno dei due avrebbe sciato tutte quelle linee se non avesse avuto l’altro. Quando sei un buon team, ogni operazione è più facile, dal controllare il meteo, fino a prendere la giusta decisione in posti difficili».
Cosa ti ha portato a diventare uno steep skier? O un alpinista?
«Lo sci ripido è un palcoscenico amatoriale: noi non siamo degli sciatori o climber professionisti. Siamo un mix tra le due attività: devi essere anche alpinista se vuoi diventare un buon steep skier! Mi vedo come uno sciatore, ma ho abbastanza esperienza di scalate e di alpinismo. La ragione per cui mi sento più uno sciatore è che su un pendio sono più a mio agio con gli assi nei piedi piuttosto che con i ramponi».
L’avventura nel gruppo del Monte Bianco che ricordi più volentieri?
«Certamente quando abbiamo sciato la parete Nord dell’Aiguille Blanche de Peuterey. È una meravigliosa parete glaciale che trattiene la neve per pochi giorni durante la stagione e nemmeno tutti gli anni. Non è stata la più grande o ripida linea tra quelle percorse, però il fatto che sembri così vicina e contemporaneamente così lontana, lì nel selvaggio versante della Brenva, la rende speciale».
Invece la tua linea perfetta nelle Alpi, ammesso che non l’abbia già sciata?
«La mia dream line è stata quella nel Couloir Nord-Est del Col Armand Charlet. Lo abbiamo sciato nell’aprile 2016, con timing perfetto e condizioni pazzesche dalla cima in fondo. Non penso di aver mai chiuso una big line così con quelle condizioni».
Pensi che ci sia ancora spazio per vero sci d’avventura qui sulle alpi? O bisognerà guardare altrove, più in quota, come in Alaska, Ande o Himalaya?
«Questo tipo di sci sulle Alpi è diventato quasi la normalità. La gente vuole spingere i propri limiti fuori dalla zona di comfort. Nei prossimi dieci o vent’anni vedremo persone sciare in Himalaya così come ora stanno facendo sulle Alpi. Gli sciatori e gli alpinisti sono sempre più in forma, vivono in maniera più salutare e utilizzano materiali sempre più leggeri. Inoltre l’aumento delle temperature dalle nostre parti significa inverni più corti e meno nevosi. Tutti questi fattori faranno sì che diventerà sempre più naturale guardare verso le montagne più alte del mondo. Sulle Alpi se vuoi l’avventura devi innalzare il livello, ma s’innalza anche quello di rischio».
Noi di Skialper amiamo particolarmente quando gli sci diventano uno strumento per esplorare i luoghi: qual è la tua idea di viaggio e come lo progetti?
«Quest’anno sono stato in Alaska, che a dire il vero è stata la mia prima esperienza con gli sci al di fuori di Chamonix. Ero stato in Kirghizistan per scalare, ma niente di difficile. Abbiamo scelto l’Alaska per sciare semplicemente perché nessuno del nostro team c’era stato prima».
Ci puoi raccontare qualcosa di più dell’Alaska? Quali erano gli obiettivi e cosa avete sciato?
«Il nostro team era composto da me, Enrico Mosetti, Tom Grant e Ben Briggs. L’obiettivo numero uno erano la parete Sud del Denali e la Nord del Mount Hunter. Quest’ultima non l’abbiamo trovata così invitante guardandola dal campo base del Denali, in foto sembrava davvero molto diversa. Abbiamo avuto l’ingenua idea di provare la Sud del Denali direttamente dal campo a 4.200 metri anziché da quello a 5.200. Il tempo instabile, con finestre non più lunghe di un giorno, ha reso la parete difficile da sciare: hai bisogno di almeno due giorni di bel tempo. Quando siamo arrivati in cima, io e Tom, abbiamo aperto il Couloir Messner per la prima volta in questa stagione. Nei giorni precedenti avevamo sciato l’Orient Express partendo un po’ sotto l’inizio della linea, come tour di acclimatamento».
Abbiamo saputo che hai avuto quella che in gergo si definisce una close call durante la discesa della Kahiltna Queen.
«Il nostro ultimo giorno di sci è stato sulla sbalorditiva Kahiltna Queen, una delle più belle e grandi linee su cui abbia mai posato gli sci. Tom Grant e io stavamo cercando di percorrere tutta la discesa senza usare la corda per calate in doppia. Lo sci era davvero ingaggioso e tecnico. Avevamo appena raggiunto il couloir principale, dove le difficoltà erano minori, quando io ho provocato il distacco di una piccola placca a vento isolata. E lì è iniziata una caduta di 800 metri dentro al canale. La neve era sembrata in generale sicura ed è stata una fatalità staccare quella placca. Essere in buona forma e forte fisicamente ma anche avere un casco sulla testa sono i fattori che probabilmente mi hanno salvato la vita. Mi sono rotto il collo con fratture alle vertebre C6 e C7 e sette costole. Forse non riuscirò più ad avere una piena mobilità, ma cercherò di tornare in forma come lo sono stato prima dell’incidente. In futuro scierò di nuovo fuoripista e scalerò».
Dopo alcuni episodi come questo non è sempre facile reagire. Lo sci estremo ha dei rischi, come li gestisci?
«Se trascorri un sacco di tempo in montagna su pendii ripidi, la domanda non è se accadrà qualcosa, ma piuttosto quando accadrà qualcosa. Però se sei preparato e utilizzi tutta la tua esperienza e conoscenza, ritengo che non sia davvero più pericoloso che guidare una macchina ad alta velocità incrociando auto in senso opposto distanti solo qualche metro. Quando sei in montagna occorre sempre considerare e calcolare il rischio intorno a te. Non sempre è garantito che si prenda la decisione giusta, ma ogni decisione cerchiamo di ragionarla. Se salgo una linea dove so di dover trascorrere un sacco di tempo esposto e per esempio vedo che la neve cambia per l’aumento della temperatura, inizio ad avvertire una brutta sensazione e sento di dovermene andare. Poche volte ho avvertito una sensazione di questo tipo al mattino, ma a volte mi capita quasi di mettermi alla prova per cercare di capire se ho questo tipo di sensazioni. Uno può sempre girare i tacchi e tornare indietro, decisione che prendiamo più spesso di quanto la gente pensi. Dietro alle big line ci sono settimane di attesa e un sacco di preparazione».
Cosa cerchi nello sci che pratichi? I grandi pendii, l’estetica di una linea, insomma come decidi i tuoi obiettivi?
«Ho sempre cercato l’avventura, l’estremo, però prestando attenzione a tenermi fuori dai pericoli oggettivi come valanghe e scariche di sassi. Il mio obiettivo è cercare di portare a termine le linee che nessuno pensava possibili ed è quello che intendo continuare a fare quando sarò guarito».
Quale pensi che sia la tua reason why?
«Lo steep skiing è come la meditazione: la sola cosa che pensi quando sei là fuori è la curva successiva. Diventa come una sorta di rilassamento, devi focalizzare la tua attenzione su quel momento e dimenticare tutto il resto. Al giorno d’oggi sciare linee ripide non è più importante come lo era qualche anno fa, è l’avventura stessa quello che conta davvero: scoprire posti nuovi, esplorarli e sciarli con bella neve».
Negli ultimi dieci anni un numero di persone crescente ha iniziato a cimentarsi su pendii sempre più ripidi. Steep is cool, ma con i grandi numeri i rischi aumentano. tu come hai iniziato?
«Dopo un viaggio alpinistico in Kirghizistan nell’estate del 2012, ho deciso di diventare un alpinista migliore e mi sono trasferito a Cham. Naturalmente ho portato con me gli sci, però avevo scelto il Monte Bianco per migliorare le mie capacità alpinistiche. Poi è arrivato l’inverno del 2013: grandi quantità di neve e tutti che scendevano linee ripide! Così ho iniziato dalle discese classiche nel bacino dell’Argentière. È stato subito amore, avevo trovato qualcosa in cui ero bravo fin dall’inizio. Da quel momento ho iniziato ad allenarmi e a dedicarmi anima e corpo allo sci estremo».
Domanda tecnica di rito: il tuo set di attrezzatura preferito?
«Sono un ambassador per Salomon in Svezia e uso scarponi MTN Lab e sci MTN Explore 95. Mi piace muovermi leggero e veloce in montagna, il fast & light mi fa sentire più sicuro».
Un’ultima domanda: per lo sci su pendii ripidi preferisci nevi dure (come per le discese dei pionieri) o morbide e fredde come la powder? Cosa cerchi?
«Generalmente preferisco sempre fare nuove discese per me, non mi piace ripetere le linee. Amo il terreno tecnico e ripido. È importante, quando ti trovi in quel tipo di ambiente, sentirti sicuro per poter spingere a fondo e dunque cogliere il giorno giusto per una determinata linea. Da un punto di vista della sicurezza è meglio la neve assestata e dura come quella che si cercava negli old days, ma sinceramente preferisco la powder. La migliore da sciare è quella che cade umida durante la precipitazione e col freddo del mattino diventa un po’ più fredda e asciutta in superficie. È la neve perfetta e riconosci subito quella sensazione se l’hai già sciata!».
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Nasce LaMunt, il marchio di abbigliamento outdoor creato dalle donne per le donne
«LaMunt è il nuovo marchio di sport di montagna creato da donne per donne, che apre una nuova prospettiva femminile sugli sport alpini». Le parole di Ruth Oberrauch, membro dell’Executive Board del Gruppo Oberalp alla Virtual Convention del gruppo, organizzata in forma online lo scorso 29 ottobre, segnano la nascita del nuovo brand nel portafoglio del gruppo bolzanino.
LaMunt si rivolge a donne sicure di sé che vogliono vivere la montagna a modo loro. La frequenza delle attività, il livello di abilità e la velocità sono di secondaria importanza. Ciò che conta per le donne LaMunt è la propria passione per la montagna. Il marchio che si posiziona nel segmento premium, è la risposta del gruppo al crescente numero di donne che praticano sport di montagna e che sono alla ricerca di un abbigliamento che soddisfi le loro esigenze, senza compromessi in termini di funzionalità. È proprio qui che entra in gioco LaMunt, che combina funzionalità ed estetica proponendo smart fit solutions. Seguendo lo slogan del brand Shape her identity, la progettazione dei capi si sviluppa attorno al concetto di perfetta vestibilità per il corpo femminile, in modo che le donne si sentano a proprio agio durante tutte le attività. Dettagli ben studiati, possibilità di personalizzazione, materiali sostenibili e di alta qualità sono destinati a soddisfare le esigenze delle donne che vogliono esprimere la propria personalità anche attraverso l’abbigliamento in montagna. LaMunt sarà disponibile online e in modo esclusivo presso rivenditori selezionati a partire da gennaio 2022.
Come base per il lancio sul mercato del nuovo marchio LaMunt e come fonte di ispirazione per tutti i propri marchi per gli sport di montagna, il Gruppo Oberalp ha commissionato uno studio semiotico a Karmasin Behavioural Insights (Vienna, Austria), uno degli istituti di ricerca comportamentale più riconosciuti a livello internazionale, che ha analizzato i bisogni, la mentalità e gli atteggiamenti delle donne in montagna. La funzionalità dell'abbigliamento e dell'attrezzatura per gli sport di montagna sono risultati essere essenziali. Inoltre, per le donne il comfort e la vestibilità sono prioritarie, seguite dal design e dal prezzo. Grazie a questa ricerca si è potuto capire che gli scarponi e i pantaloni da montagna sono gli articoli più problematici per le donne, soprattutto a causa della loro vestibilità.
Le nuove proposte Salewa, Dynafit, Pomoca, Evolv, Wild Country e LaMunt sono state presentate con una sfilata nella suggestiva location del Messner Mountain Museum a Plan de Corones, progettato dall’archistar Zaha Hadid. Gli showroom virtuali e i video dei prodotti continueranno ad essere disponibili sulla piattaforma digitale convention.oberalp.com

