Io e Ueli

Steck è il padre e il maestro di chiunque vada in montagna con stile veloce. Lontano dagli exploit e dal clamore, un ritratto intimo di chi, per lavoro, l’ha conosciuto da vicino, delle sue ossessioni, ma anche della sua umanità

© Roberta De Min

C’è un detto piuttosto famoso che suggerisce di non incontrare mai i propri idoli, perché c’è molta più certezza che dubbio di rimanere delusi, di vedere crollate le colonne portanti su cui abbiamo costruito le nostre verità: o peggio, le nostre più intime emozioni. Personalmente non ho mai completamente corso questo rischio, quello di veder crollare il simulacro di qualcuno che ponevo sopra all’umano, non ho mai avuto idoli, non mi piaceva il nome nemmeno quando avevo l’età in cui sognavo il motorino. Io ho sempre preferito i maestri. Un maestro, da magister, è colui il quale conosce così tanto una disciplina da poterla insegnare agli altri, o più precisamente, con l’aiuto della Treccani: chi eccelle in un’arte, in una scienza, in una disciplina, o in singole forme d’arte e manifestazioni di cultura, così da poter essere considerato una guida, un caposcuola. Ecco perché cercavo, il più delle volte in maniera inconscia e irrazionale, un maestro nelle cose che facevo: mi sentivo studente della disciplina e non avevo paura di incontrare un caposcuola, una guida: io ne avevo viscerale bisogno. E dall’adolescenza ai trent’anni avevo due passioni che mi muovevano a fare passi avanti nella conoscenza: la letteratura e la montagna. Per la prima ho corso il rischio del contatto con il magister, era Mario Rigoni Stern e mi ha insegnato, attraverso i suoi racconti e poi di persona, il vero significato delle parole umiltà, conoscenza, saggezza, selvaticità e salvazione. Attraverso i lemmi dei suoi racconti sono cresciuto e grazie a loro in special modo ho trovato la maniera di assestarmi, collocarmi più obliquo che storto in questo mondo.

Per la seconda, il magister per me come per molti – credo – è stato papà. Sulle sue spalle abbiamo visto i primi sentieri di montagna, con lui ci siamo alzati la mattina presto, abbiamo preso il sentiero che era ancora buio, percorse tracce conosciute e poi altre, meno battute, mano a mano che si cresceva. Ma poi viene il momento che forse cresci davvero, senti di volerti spingere un po’ oltre, un po’ più in su alla ricerca di quell’altrove più materico che astratto, benché effimero. Per me sono state la letteratura di montagna prima, l’arrampicata poi, a muovere quel desiderio di salire, andare, consumare libri, pelle sui polpastrelli e coltivare sogni; di essere quella generazione post Nuovo Mattino ma pre qualcos’altro, con il desiderio di andare in montagna con un approccio che fosse culturale e rispettoso, ma moderno. Evoluto nei mezzi, sia quelli più materiali che quelli filosofici.

Ho incontrato, ma meglio sarebbe dire che mi sono scontrato con il simulacro Ueli Steck, nel 2008, attraverso quel video della salita della Via Heckmair in 2 ore, 47 minuti e 33 secondi: più di un’ora in meno rispetto alla sua stessa salita di un anno prima. Non avevo le competenze per capire interamente, intendo nella sua completezza, il valore di quel tempo e dubito tutt’oggi che siano più di dieci le persone che all’epoca riuscirono a comprendere che si era di fronte a un passaggio del Rubicone, a un nuovo assassinio del drago, senza scomodare gli dei (o gli idoli). Io ricordo fotogramma per fotogramma le movenze di Ueli, le sue espressioni e quella sua particolare tecnica di salire, anche su pendii molto verticali, correndo e utilizzando le piccozze come semplici pesi di bilanciamento per la parte superiore del corpo, piccozze che seguono il suo poco armonico incedere sempre dinamico in ogni movenza, mai statico. Da lì in poi Ueli Steck è stato per tutti The Suisse Machine e difficilmente la storia ricorda un soprannome più azzeccato.

Ammetto oggi di averlo preso in giro, più di qualche volta, per quella che credevo fosse una tecnica sopraffine studiata in maniera precisa e maniacale, ma ho poi scoperto essere molto più semplicemente la sua naturale postura, la sua maniera di camminare per andare a prendere un caffè, prim’ancora che di correre lungo la parete Nord dell’Eiger. A quasi trent’anni o giù di lì mi sono trovato spesso a prendere un caffè con Ueli Steck, anzi a dirla tutta mi sono trovato sempre nella condizione di vedere la sua faccia fare capolino dalla porta dell’ufficio e sentire le parole Simone, mi offri un caffè?. Quando la vita ti concede il sogno e il privilegio di lavorare fianco a fianco, come pari, a quella persona che avevi scoperto essere il tuo maestro, beh, sei fortunato davvero. Ho fatto il responsabile marketing per un’azienda, SCARPA, che aveva Ueli Steck come principale testimonial, l’atleta più importante e il responsabile dello sviluppo dei prodotti per l’alpinismo; insieme al team di ricerca e sviluppo capitanato da Davide Parisotto, Ueli formava una squadra che oscillava tra la follia, il genio e il passo successivo a questi.

Io ho comunque continuato a vederlo quel video del 2008, una sera anche a cena con Ueli, che nel frattempo era diventato qualcosa come un amico, anche se intimamente non sono mai riuscito a pensarlo o vederlo come tale. Un maestro non può diventare un amico, non lo credo possibile. Ho continuato a vedere quel video perché era parte del passato e il legame con la realtà, era quello che mi teneva connesso e concentrato e mi permetteva di lavorare con lui. Ho visto Ueli passare ore provando e riprovando a secco in ufficio ogni prototipo per trovare lo spessore giusto di un’intersuola, immaginare quale dovesse esserne la densità del materiale. L’ho ascoltato trasferire dettagliatamente le sensazioni che provava con un sottopiede in carbonio su un piede e uno in materiale caricato carbonio, quindi meno rigido, sull’altro. Una volta, per provare quella che sarebbe stata non una calzatura, ma un prototipo che era la rappresentazione materica di quel suo concetto in divenire, sempre nuovo ed evoluto di alpinismo, ha fatto l’integrale della Cresta di Peuterey in 15 ore e 55 minuti. Alla ricerca di… nessun exploit. Era solo un test per fare un ulteriore step di evoluzione al Rebel Ultra, così si chiamava quella scarpa, che non era già più uno scarpone da alpinismo, ma piuttosto una scarpa da trail evoluta.

Era tanto un maniaco della precisione quanto, talvolta, completamente fuori dagli standard e anche un po’ impacciato in quelle che sono le cose quotidiane, a noi più normali. Dormivamo spesso nello stesso appartamento, tre stanze messe a disposizione da SCARPA quando facevo tardi in ufficio (sempre, in pratica) che condividevo con gli ospiti che venivano in azienda. Con alcuni era divertente, con Ueli era uno spasso e accadeva sempre qualcosa di assurdo: uno dei must era l’allarme che partiva la mattina a causa delle sue uscite a orari impossibili per andare a fare allenamento: anche venti chilometri di corsa attorno ad Asolo prima dell’alba. Poi una doccia, dieci ore con il team prodotto, e quasi sempre guidava la sera stessa fino a casa, per non perdere l’alba della mattina dopo e andare a provare i prototipi che aveva appena sviluppato. Ricordo che tutti i discorsi erano incentrati sui materiali, ogni dettaglio doveva essere più leggero; un’ossessione quella verso la leggerezza che non era mai fine a se stessa, ma racchiudeva anzi una necessità ed era un primigenio stimolo a migliorarsi, darsi obiettivi in cui l’asticella doveva sempre alzarsi di almeno due tacche. Ci siamo ubriacati anche, qualche volta. Il piano era uscire a cena in un posto di cui non ricordo il nome, ma era comodo a piedi e si trovava a tre minuti dall’ufficio. Al rientro c’era sempre una birra gelata in frigo prima di andare a dormire; una volta abbiamo anche dormito testa-piedi sul letto matrimoniale perché nell’altra stanza c’era Heinz Mariacher.

A cena, se eravamo da soli, riuscivo ad avere il coraggio di chiedergli qualcosa di più personale, altrimenti parlavamo più in generale dei progetti futuri, qualche volta del rinnovo del contratto o delle gare di trail, che faceva come allenamento fisico e mentale per le salite in stile veloce sugli Ottomila. Come la Sud dell’Annapurna, 28 ore da campo base a campo base; impensabile e impossibile, fino al 9 ottobre del 2013, utilizzando calzature pensate per attività a quote molto più basse, leggere come una scarpa per andare al Bianco, con una ghetta che aveva una zip di chiusura a spirale, sviluppata da Ueli e Simone in gran segreto. Questo sistema faceva sì che il piede non subisse nessuno stress durante la scalata, nessuna forza doveva essere dispersa, neanche quella (minima) assorbita da una normale zip centrale durante l’ascesa; ogni dettaglio era funzionale al suo gesto e tendeva alla perfezione, dalla mescola del battistrada fino al disegno della ghetta. Il nome della zip fu battezzato all’unanimità, davanti alla macchina del caffè, con Ueli appena tornato dalla spedizione: ovviamente onion closure. Dopo l’Annapurna ci inventammo un’intervista sotto il portico della bellissima casa di Cristina Parisotto sulle colline di Asolo, con vista sulla rocca di epoca medievale. Era difficile trovare qualcuno che potesse avere la sensibilità e le parole giuste da condividere con Ueli. Dopo quella tremenda e visionaria corsa di 28 ore su una delle pareti più spaventose al mondo, pensammo che fosse necessario avere un alpinista, anziché un giornalista. Hervé (Barmasse) disse che sarebbe stato un onore per lui e così quella che nasceva come un’intervista si trasformò in una chiacchierata tra due ragazzi, con Ueli che raccontò con estrema lucidità la salita, le sue sensazioni e quella fredda consapevolezza che si prova dopo un’esperienza così intensa: consapevolezza che lo tormentò per un po’, dopo l’Annapurna.

Ma l’immagine che ricorderò sempre di Ueli non è questa, non è nemmeno una tra le decine di foto che ho selezionato per i cataloghi in quegli anni. Non è una delle foto che ancora custodisco, prese dalle consuete gare di linguacce dopo cena, non è la sua faccia sorridente e sorniona quando entrava in ufficio. C’è una foto in cui corre nella Valle del Khumbu, lo scatto è di Dan Patitucci ed è così perfetto che prende il momento esatto in cui il tallone del piede davanti e la punta del piede dietro non toccano il terreno. Ho sempre adorato quella foto, ancora prima che Ueli mi raccontasse di quell’allenamento mattutino al cospetto dell’Ama Dablam su uno dei suoi sentieri preferiti. A pochi chilometri da quel luogo, il 30 aprile del 2017, una pira ha illuminato per sempre la valle del Khumbu, e le sue faville si sono posate su alberi, rocce e torrenti. Io credo che lì da qualche parte risieda anche la sua anima. E che corra veloce, e leggera.

QUESTO ARTICOLO È USCITO SU SKIALPER 130

© Patitucci Photo

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