La velocità dietro casa

François Cazzanelli ha portato il fast & light nell’alpinismo classico con imprese in Alaska o Himalaya. Ma il suo stile è nato sulle montagne di casa, dove anche quest’inverno si è inventato un concatenamento unico con Francesco Ratti lungo 51 chilometri di creste

Alcune delle domande che avevo in mente per François trovano praticamente risposta nelle telefonate intercorse per organizzare questa chiacchierata. «Domani è perfetto, ma se per te va bene sentiamoci nel primo pomeriggio, al mattino sono impegnato». Poi scopri che al mattino sono impegnato stava per domani mattina vado a farmi un giretto sulla cresta Triftjigrat sul versante Nord del Breithorn Occidentale: approccio in sci partendo ovviamente da Cervinia, discesa sul lato svizzero, salita della cresta e sciata su Cervinia. Roba easy, quattro ore. Una mattinata appunto. François d’altronde non ha bisogno di grosse presentazioni, lo avevamo già incontrato qualche numero addietro per parlare sempre del suo modo leggero e veloce di andare in montagna. Un modo che lo ha portato a compiere diversi exploit sulle montagne del mondo, dall’Alaska all’Himalaya. Figlio d’arte per eccellenza: i cognomi Cazzanelli, da parte di papà, e Maquignaz, da parte di mamma, sono legati da più di un secolo al mestiere di Guida alpina e all’alpinismo. Nessuna forzatura quindi ha fatto sì che la sua strada seguisse le orme tracciate dai propri avi già da ben cinque generazioni, diventando membro delle Guide del Cervino nel 2012, a soli 22 anni.

Se l’alpinismo apparteneva già al suo DNA, il motore lo ha invece costruito a partire dalle gare di scialpinismo giovanile e poi nella Sezione Militare di Alta Montagna del Centro Sportivo Esercito di Courmayeur. François lo avevo incontrato solo una volta in falesia a Finale, a Bric Scimarco; penso che nemmeno si ricordi, avevamo scambiato qualche parola con amici comuni. Già sapevo chi era e in quel periodo si stava rimettendo da un incidente al braccio occorsogli durante la spedizione al Kimshung, in Himalaya. Rimasi colpito dalla naturalezza con cui si muoveva anche in un periodo di non particolare forma. Era a suo agio nel mondo verticale e lo lasciava percepire. Penso che per lui l’andare in montagna sia così: una cosa naturale, veloce e leggera, fast & light (F&L) appunto.

François ha saputo portare questo suo modo di muoversi nel proprio alpinismo, a partire dalle montagne di casa, dalla sua valle, la Valtournenche. Ha spesso cercato l’avventura uscendo dalla porta di casa, sulle sue montagne, dal Cervino a quelle meno altisonanti, ma non meno affascinanti, disegnando storie che sanno di grande alpinismo classico ma rivisitato in un nuovo modo, veloce ed efficace. Delle imprese a tutti gli effetti, in estate e in inverno, con i suoi compagni. Muoversi veloci, su terreno sempre più tecnico, è certamente una delle direzioni che l’alpinismo moderno sta prendendo, dagli alpinisti d’élite come François e via via allargando la base tra gli adepti non professionisti. Il F&L fa sentire più liberi, apre nuove possibilità, a patto di essere umili e preparati. Andare veloci, ma senza la fretta di farlo subito. E penso che la persona che abbiamo davanti sia quella giusta per parlarne: François è il nostro uomo.

© Damiano Levati/Storyteller-Labs

Ormai una parte dell’alpinismo di punta sta seguendo la direzione della velocità. Cosa rappresenta questa filosofia per te? Ti ci ritrovi?

«Con Kilian ci sentiamo e me lo ha chiesto anche lui, ogni tanto ne abbiamo parlato. Mi ritrovo in un alpinismo fast & light, perché mi sento a mio agio. Se devo scegliere una parola, penso possa essere libertà. Che è la sensazione che mi regala l’andare per monti in questo modo».

Da dove arriva secondo te questo modo di muoversi in montagna? Chi sono stati i precursori?

«Forse ti stupirò, ma personalmente ritengo che sia una storia con origini antiche. Pensa che Luigi Carrel negli anni ’30 teneva un libretto dove si annotava tutti i tempi delle salite al Cervino da Valtournenche. Però secondo me le origini vanno cercate in grandi personaggi degli anni Ottanta: uno dei più grandi è stato senza dubbio Erhard Loretan, tra i primi a capire che a volte la chiave del successo per salire sugli Ottomila era scalare in velocità. Poi Profit, il suo tempo sull’Integrale di Peuterey è ancora un riferimento. Anche Patrick Berhault con le idee dei concatenamenti».

Arrivi dallo scialpinismo agonistico e da una famiglia di Guide. È stata una crasi naturale la tua?

«Sì, le due cose si sono poi fuse. Ho iniziato con gli itinerari alpinistici, più tecnici in senso stretto e poi mi è venuto il tarlo che arriva dallo skialp di percorrere le vie in velocità, di muovermi veloce in montagna».

Che limiti ha il F&L su terreno tecnico?

«Più il terreno diventa tecnico, più essere veloci e leggeri diventa una specialità riservata a un’élite alpinistica. Ti basti pensare alle salite in velocità sul Nose. Fantascienza! Ovvio che su terreno via via più tecnico parte del tempo deve essere impiegato per proteggersi, per assicurarsi, per fare sosta. Anche nell’alpinismo però c’è voglia di confrontarsi con il tempo, ma personalmente non penso che vada cercata la velocità per confrontarsi con un tempo, ma perché invece è in grado di offrirti la possibilità di godere di un maggior numero di prospettive stando in montagna. Spesso si vuole correre senza saper camminare: per muoverti veloce in montagna ritengo che sia fondamentale avere un curriculum alpinistico classico. Ci devi passare, devi essere un alpinista. Succede lo stesso nelle grandi gare di scialpinismo: per vincerle, per andare forte, non bastano i metri di dislivello che puoi macinare a bordo pista. Devi essere uno scialpinista».

E i limiti imposti dal materiale?

«Il materiale va spiegato. Va chiarito quando è il momento di utilizzarlo, in funzione delle condizioni del momento. Tanta gente si porta dietro quello sbagliato. Me ne accorgo anche come Guida».

La velocità è sicurezza o comporta dei rischi?

«Bisogna imparare a muoversi con del margine, lasciarsi sempre un 20 per cento. Questo l’ho imparato da Kilian. È quello che ti fa portare a casa la pelle. E poi non è trascurabile il fatto che muoversi veloci significa stare meno in giro e conseguentemente meno esposti ai pericoli oggettivi: l’ho imparato negli anni, specie con il mio mestiere di Guida alpina».

È appena trascorso un periodo di lockdown e tutti ci siamo trovati a dover limitare gli spostamenti, rimanendo più nelle vicinanze. Tu hai sempre valorizzato la tua valle, vero?

«Sono attaccato alla mia valle, è la mia terra, casa mia. Ho la fortuna di osservare le montagne tutto l’anno. Così facendo, con le diverse luci che sa regalare ogni stagione, si riesce sempre a scoprire qualcosa di nuovo, un risvolto, un dettaglio, un diedro, una fessura. E questo mi motiva per immaginare altre avventure».

A cosa si presta meglio la Valtournenche? Anche al di là del Cervino, c’è ancora qualcosa da scoprire?

«Dipende dalla fantasia dell’alpinista. È conosciuta per lo sci, ma abbiamo chiodato falesia, aperto vie di ghiaccio e misto. Per l’arrampicata e l’outdoor in generale credo che abbia un potenziale molto alto».

Lo hai dimostrato con l’ultima traversata, il primo concatenamento invernale delle Catene Furggen, Cervino, Grandes Murailles e Petites Murailles. Raccontaci tutto, come è nata l’idea?

«L’idea ha iniziato a prendere forma parlando con mio papà che aveva fatto la prima invernale della traversata delle Grandes e Petites Murailles. È una cresta che vedo dal letto, nel vero senso della parola, ce l’ho davanti agli occhi. Tutti i tentativi li avevo già fatti con Francesco Ratti. Nel 2017, la prima volta, forse non avevamo ben idea di che cosa ci aspettava, nel 2018 c’era troppa neve. Nel 2019 abbiamo commesso un errore di valutazione cercando giorni non freddi. Il caldo ci ha fermato tra la Punta Ester e la Punta Lioy: neve marcia a 3.800 metri e cornici poco rassicuranti».

Il percorso come lo hai studiato? L’hai definita una cresta di proporzioni himalayane, giusto?

«È una cresta enorme, comprende in totale 20 vette: la più alta è quella del Cervino con i suoi 4.478 metri. Per le sue dimensioni, per le altezze e per i passaggi vertiginosi la cresta è sicuramente una delle più spettacolari delle Alpi: misura circa 51 chilometri ininterrotti con 4.800 metri di dislivello positivo. Nel 2019 avevamo incluso anche la Dent d’Hérens, poi abbiamo capito che ci avrebbe fatto perdere troppo tempo. Non ho vergogna a dire che abbiamo capito che dovevamo tenere un profilo più basso e accontentarci di passare per il Colle delle Grandes Murailles, evitando la vetta di questo quattromila e rimanendo proprio sul confine naturale della Valtournenche».

Ti confesso che apprezziamo molto quando un alpinista come te ci confida che ha tenuto un approccio più conservativo, valutando condizioni e limiti. Ti fa onore. Ora passiamo ai dettagli tecnici, raccontaci nei particolari questa vostra avventura.

«Memori dei nostri errori, quest’anno abbiamo scelto i giorni più freddi dell’inverno. Siamo partiti il 20 gennaio dal rifugio Theodulo con una temperatura di -23 gradi e, raggiunto il bivacco Bossi, abbiamo proseguito sulla cresta del Furggen fino alla spalla di Furggen per poi deviare sulla via Piacenza. Sulla Piacenza ci siamo trovati ad affrontare alcune lunghezze non banali che ci hanno impegnato parecchio. Finalmente, alle quattro del pomeriggio in punto, siamo arrivati in vetta al Cervino. Da qui siamo scesi e abbiamo pernottato alla Capanna Carrel, a 3.830 metri, raggiunta alle cinque e mezza e perfetta per trovare riparo dal vento forte che ha soffiato per tutta la notte. Una prima giornata in cui tutto è filato per il verso giusto. L’indomani la sveglia è suonata alle quattro e alle sei siamo partiti per per quello che sarebbe stato il giorno più impegnativo».

Il secondo giorno?

«Sì, un sacco di vento e temperature basse. Siamo scesi al Colle del Leone e poi abbiamo affrontato il traverso del Leone fino al Colle del Breuil. Da qui in sequenza: Punta Maria Cristina (3.708 m), Punta Maquignaz (3.841 m), Punta Carrel (3.841 m), Punta Bianca (3.918 m) dove abbiamo dovuto affrontare condizioni difficili, con neve alla vita e poi ghiaccio nero. Finalmente alle cinque e mezza abbiamo raggiunto il bivacco Perelli, a 3.831 metri».

Diciamo non proprio un’esperienza plaisir…

«Il terzo giorno alle sei abbiamo deciso di partire: sempre vento e freddo sui -20 gradi. Obiettivo il bivacco Paoluccio. Si comincia con la Punta Margherita (3.905 m), poi la Punta dei Cors (3.849 m) e finalmente il bivacco Ratti dove ci è scappata una piccola pausa per mangiare qualcosa. Poi Punta Ester, di nuovo con molta neve e infine ecco il posto dove ci siamo ritirati l’anno scorso, la Punta Lioy (3.816 m), la porta di quella che abbiamo soprannominato la fossa dei leoni, ovvero la forcella che separa la Lioy dai Jumeaux. Un angolo un po’ tetro della cresta, dove dico sempre che le prospettive vengono totalmente capovolte. Non proprio un bel posto. Arrivati al colletto la neve però era perfetta e abbiamo raggiunto agevolmente la Punta Giordano (3.872 m). La cresta in questo punto è davvero ariosa, un coltello che ci ha costretto ad attrezzare delle calate in doppia e poi, con due tiri, siamo arrivati sulla Punta Sella, a 3.872 metri. Erano le cinque del pomeriggio e finalmente abbiamo visto che la cresta davanti a noi iniziava a scendere, ma il bivacco Paoluccio era ancora lontano. Lo abbiamo raggiunto con le frontali alle otto, stanchi ma ormai con la consapevolezza che c’erano buone possibilità di arrivare a valle il giorno seguente. Entrati nel bivacco sembrava di essere in un altro mondo: le temperature si sono alzate e il Paoluccio, a differenza del Perelli, era asciutto e senza neve. Da valle Damiano, il fotografo, ci ha avvertito che le condizioni meteo stavano per cambiare: sveglia puntata alle cinque con l’obiettivo di terminare l’opera».

Ultimo giorno: 23 gennaio, come è andata?

«Alle sette fuori dal bivacco: sulle Petites Murailles la neve era perfetta e la temperatura non più estrema: in tre ore abbiamo raggiunto il Mont Blanc du Créton (3.406 m). Dopo non molto abbiamo visto il bivacco Florio, lì abbiamo capito che era fatta! Ci siamo slegati, abbiamo tolto il casco e raggiunto il Col des Dames e giù nel Vallone di Vofrède, tutto su buona neve. A valle abbiamo stappato una bottiglia di Prosecco. E poi pizza!».

Domanda più tecnica: il materiale usato?

«Una corda da 50 metri, una serie di friend, quattro viti da ghiaccio, tre piccozze in due per consentire al primo di cordata di procedere in sicurezza nei tratti di ghiaccio più difficili, ramponi Grivel G12, una scelta di chiodi a lama utilissimi sulla roccia delle Grandes Murailles, un sacco a pelo a testa. Tranne che per la prima notte alla Carrel, dove abbiamo sfruttato il comfort del locale riservato alle Guide, avevamo dietro tutto il cibo e il gas per il fornello per i quattro giorni: poco meno di 15 chili di zaino».

Qualche piccolo segreto?

«Mi mettevo gli scaldini nel sacco a pelo tutte le notti (ride, ndr), una conseguenza del fatto che avevamo volutamente scelto i giorni più freddi di tutto l’inverno».

Come ti sei allenato?

«Niente di specifico, ti direi andando tanto in montagna. Ho comunque fatto dry-tooling e tanti metri con le pelli per allenare il fiato».

Qualche aneddoto?

«La notte al bivacco Perelli: dopo il secondo giorno, con quel vento che ci aveva schiaffeggiati durante tutto il percorso, siamo arrivati e abbiamo trovato la porta semi-aperta, con tutto il bivacco invaso dalla neve. Abbiamo dovuto spiccozzare e liberare un posto per dormire: una notte bella fredda. Avrei fatto qualsiasi cosa per scaldarmi… non pensare male, non proprio qualsiasi!».

Oltre che alla storia dell’alpinismo, sei attento anche alla storia delle montagne?

«È molto importante, specie per una montagna che sento mia. È qualcosa che si tramanda. Nel web si trovano molte informazioni ormai, ma a volte sono poco attendibili e si perdono dei dettagli che invece i racconti dei local ti sanno dare. A questo proposito vi invito a leggervi la storia di questa cresta che ho riportato sul mio sito. Si parte dal 1940 fino ad arrivare all’invernale di mio padre Valter nel 1985 e al mio giro in velocità con Kilian Jornet nell’agosto del 2018».

Possiamo dire che il tuo è un alpinismo classico?

«Penso di sì, perché sento che è il terreno dove riesco a esprimermi come voglio, un terreno tecnico dove non si muove uno skyrunner puro, ma che mi consente di essere veloce ed efficace. Sento che qui la velocità può aprirmi davvero molti orizzonti. È questo ciò che mi piace».

QUESTO ARTICOLO È USCITO SU SKIALPER 130

© Damiano Levati/Storyteller-Labs

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