A close call con Jesper Petersson

È svedese ed è uno dei più prolifici skibum di Chamonix, dove passa sei mesi all’anno. Una vita dedicata allo sci fino all’incidente della primavera 2019 in Alaska, quando è stato trascinato per 800 metri in un canale da una placca a vento

© Sofia Sjöberg

In tutti gli sport, ciclicamente, si incontrano quei giocatori che per il modo con cui impattano sul gioco possono essere definiti a tutti gli effetti un crack. Sono atleti di gran classe, che portano qualcosa di mai visto, di nuovo per estro o disciplina. Ronaldo, Inter, campionato italiano 1998, per intenderci. So che con questa citazione mi sto attirando le ire della dirigenza di Skialper, ma se devo portare l’esempio di cosa sia un crack in uno sport non penso che ci sia niente di più evidente e non troppo remoto per spiegarlo. Perdonatemi. Anzi no, vi sto parlando di Ronaldo, quello vero, non ho niente da farmi perdonare. Una cosa simile è capitata anche nello sci sulle pendici del Monte Bianco. Qualche anno fa si è costituito un team formidabile di due sciatori che hanno iniziato a macinare discese. In maniera impressionante, con una dedizione e una costanza che li ha resi un vero e proprio crack nell’ambiente.

In primavera non di rado nei bar sui due lati del Monte Bianco è capitato di sentire dire Sono arrivati! Hanno iniziato. Addirittura – lo giuro – una volta mi sono trovato nel bel mezzo di una colorita conversazione: Sono arrivati i mangiapesce! Adesso non si scherza più; naturalmente con riferimento poco lusinghiero al forte team finnico-svedese che aveva appena iniziato a tritare anche quell’anno in maniera seriale tutti i più bei pendii estremi del Bianco. Negli ultimi sei o sette anni Mikko Heimonen e Jesper Petersson hanno collezionato un’attività fantastica in termini di discese. Sono diventati uno dei riferimenti dello steep skiing a Chamonix e ciò non è semplice data la concorrenza. Abbiamo parlato con Jesper: trent’anni, svedese, determinato a lasciare parlare i fatti ma al tempo stesso molto equilibrato. E forse equilibrato è il termine che meglio lo descrive, almeno a un primo impatto. Pochi fronzoli, disponibile. Fa piacere incontrare persone così.

© Mikko Heimonen

Jesper, sei uno degli sciatori più prolifici di Chamonix negli ultimi anni. Siamo curiosi di sapere qualcosa di più su di te, a partire, come si fa nelle più tradizionali interviste, da dove arrivi e come hai scelto Chamonix. parlaci insomma di chi è davvero Jesper Petersson.

«Beh, sono un ragazzo di trent’anni che arriva da Karlstad, nel centro della Svezia. Attualmente vivo a Lund, nella parte meridionale del Paese. Lavoro come elettricista in una grande compagnia elettrica. Ho trascorso gli ultimi sette inverni a Cham, ai piedi del Monte Bianco, dove ho cercato di sciare il più possibile. Devo dire che scio da quando ho quattro anni, ma che praticavo questo sport al massimo un paio di settimane l’anno, fino a quando sono arrivato a Chamonix. Non sono mai stato un garista e non ho mai partecipato a competizioni, ma ho sempre sciato per divertimento. Però esercitarmi e allenarmi mi piace molto, fa parte del mio DNA».

Lavori in estate e sci per gli altri sei mesi l’anno: ti consideri dunque uno skibum?

«I primi anni sì, mi vedevo come uno skibum. Oggi piuttosto come un mountain athlete anche se, non avendo sponsor particolari che mi pagano, non sono un vero professionista, ma forse potrei dire un professional skibum».

Solitamente quando ritorni sulle Alpi? E cosa fai negli altri periodi dell’anno? Come ti prepari per la stagione sciistica?

«Negli ultimi sei anni ho sempre trascorso circa sei mesi a Cham solo per sciare e salire montagne. Normalmente arrivo in dicembre e me ne vado a giugno. La maggior parte delle linee che vogliamo sciare vanno in condizioni tra aprile e giugno. Mi piace utilizzare gli altri mesi per sciare ed entrare in forma. La stagione 2019 è stata un po’ più corta perché ho dovuto lavorare a lungo e sono poi andato in spedizione in Alaska. Fuori stagione, come detto, lavoro in Norvegia e in Svezia, cercando di mettere da parte più soldi possibili in modo da poter sciare tutto l’inverno senza lavorare. Normalmente mi alleno dalle cinque alle venti ore a settimana, soprattutto correndo, andando in mountain bike o in palestra».

Nel massiccio del Monte Bianco hai sciato tutte o quasi le linee principali, spesso con il tuo socio Mikko Heimonen. puoi raccontarci di più della vostra amicizia? Si dice che sia uno sciatore veramente di alto livello…

«Mikko è uno sciatore molto talentuoso e motivato, forse il migliore al mondo quando si parla di curvare su neve dura e ripida. Io e lui portiamo avanti una profonda amicizia: è 23 anni più vecchio di me, ma è uno dei miei migliori amici. Non dobbiamo parlare molto tra di noi, ci conosciamo così bene e abbiamo spesso gli stessi obiettivi che tutto diventa facile. L’ho incontrato per la prima volta nel 2013 sulla parete Nord dell’Aiguille du Midi: ci siamo parlati e abbiamo deciso di sciare insieme il giorno dopo. Da quel momento in poi abbiamo disegnato molte linee ed esplorato il massiccio del Monte Bianco senza Guide, sponsor o elicotteri. Siamo semplicemente due amici che amano praticare lo sci e stare fuori in montagna con gli sci».

Quindi confermi che i compagni giusti sono molto importanti sul terreno ripido?

«Hai bisogno di un buon partner per sciare così tante cime come abbiamo fatto io e Mikko. Nessuno dei due avrebbe sciato tutte quelle linee se non avesse avuto l’altro. Quando sei un buon team, ogni operazione è più facile, dal controllare il meteo, fino a prendere la giusta decisione in posti difficili».

Cosa ti ha portato a diventare uno steep skier? O un alpinista?

«Lo sci ripido è un palcoscenico amatoriale: noi non siamo degli sciatori o climber professionisti. Siamo un mix tra le due attività: devi essere anche alpinista se vuoi diventare un buon steep skier! Mi vedo come uno sciatore, ma ho abbastanza esperienza di scalate e di alpinismo. La ragione per cui mi sento più uno sciatore è che su un pendio sono più a mio agio con gli assi nei piedi piuttosto che con i ramponi».

L’avventura nel gruppo del Monte Bianco che ricordi più volentieri?

«Certamente quando abbiamo sciato la parete Nord dell’Aiguille Blanche de Peuterey. È una meravigliosa parete glaciale che trattiene la neve per pochi giorni durante la stagione e nemmeno tutti gli anni. Non è stata la più grande o ripida linea tra quelle percorse, però il fatto che sembri così vicina e contemporaneamente così lontana, lì nel selvaggio versante della Brenva, la rende speciale».

Invece la tua linea perfetta nelle Alpi, ammesso che non l’abbia già sciata?

«La mia dream line è stata quella nel Couloir Nord-Est del Col Armand Charlet. Lo abbiamo sciato nell’aprile 2016, con timing perfetto e condizioni pazzesche dalla cima in fondo. Non penso di aver mai chiuso una big line così con quelle condizioni».

Pensi che ci sia ancora spazio per vero sci d’avventura qui sulle alpi? O bisognerà guardare altrove, più in quota, come in Alaska, Ande o Himalaya?

«Questo tipo di sci sulle Alpi è diventato quasi la normalità. La gente vuole spingere i propri limiti fuori dalla zona di comfort. Nei prossimi dieci o vent’anni vedremo persone sciare in Himalaya così come ora stanno facendo sulle Alpi. Gli sciatori e gli alpinisti sono sempre più in forma, vivono in maniera più salutare e utilizzano materiali sempre più leggeri. Inoltre l’aumento delle temperature dalle nostre parti significa inverni più corti e meno nevosi. Tutti questi fattori faranno sì che diventerà sempre più naturale guardare verso le montagne più alte del mondo. Sulle Alpi se vuoi l’avventura devi innalzare il livello, ma s’innalza anche quello di rischio».

Noi di Skialper amiamo particolarmente quando gli sci diventano uno strumento per esplorare i luoghi: qual è la tua idea di viaggio e come lo progetti?

«Quest’anno sono stato in Alaska, che a dire il vero è stata la mia prima esperienza con gli sci al di fuori di Chamonix. Ero stato in Kirghizistan per scalare, ma niente di difficile. Abbiamo scelto l’Alaska per sciare semplicemente perché nessuno del nostro team c’era stato prima».

Ci puoi raccontare qualcosa di più dell’Alaska? Quali erano gli obiettivi e cosa avete sciato?

«Il nostro team era composto da me, Enrico Mosetti, Tom Grant e Ben Briggs. L’obiettivo numero uno erano la parete Sud del Denali e la Nord del Mount Hunter. Quest’ultima non l’abbiamo trovata così invitante guardandola dal campo base del Denali, in foto sembrava davvero molto diversa. Abbiamo avuto l’ingenua idea di provare la Sud del Denali direttamente dal campo a 4.200 metri anziché da quello a 5.200. Il tempo instabile, con finestre non più lunghe di un giorno, ha reso la parete difficile da sciare: hai bisogno di almeno due giorni di bel tempo. Quando siamo arrivati in cima, io e Tom, abbiamo aperto il Couloir Messner per la prima volta in questa stagione. Nei giorni precedenti avevamo sciato l’Orient Express partendo un po’ sotto l’inizio della linea, come tour di acclimatamento».

Abbiamo saputo che hai avuto quella che in gergo si definisce una close call durante la discesa della Kahiltna Queen.

«Il nostro ultimo giorno di sci è stato sulla sbalorditiva Kahiltna Queen, una delle più belle e grandi linee su cui abbia mai posato gli sci. Tom Grant e io stavamo cercando di percorrere tutta la discesa senza usare la corda per calate in doppia. Lo sci era davvero ingaggioso e tecnico. Avevamo appena raggiunto il couloir principale, dove le difficoltà erano minori, quando io ho provocato il distacco di una piccola placca a vento isolata. E lì è iniziata una caduta di 800 metri dentro al canale. La neve era sembrata in generale sicura ed è stata una fatalità staccare quella placca. Essere in buona forma e forte fisicamente ma anche avere un casco sulla testa sono i fattori che probabilmente mi hanno salvato la vita. Mi sono rotto il collo con fratture alle vertebre C6 e C7 e sette costole. Forse non riuscirò più ad avere una piena mobilità, ma cercherò di tornare in forma come lo sono stato prima dell’incidente. In futuro scierò di nuovo fuoripista e scalerò».

Dopo alcuni episodi come questo non è sempre facile reagire. Lo sci estremo ha dei rischi, come li gestisci?

«Se trascorri un sacco di tempo in montagna su pendii ripidi, la domanda non è se accadrà qualcosa, ma piuttosto quando accadrà qualcosa. Però se sei preparato e utilizzi tutta la tua esperienza e conoscenza, ritengo che non sia davvero più pericoloso che guidare una macchina ad alta velocità incrociando auto in senso opposto distanti solo qualche metro. Quando sei in montagna occorre sempre considerare e calcolare il rischio intorno a te. Non sempre è garantito che si prenda la decisione giusta, ma ogni decisione cerchiamo di ragionarla. Se salgo una linea dove so di dover trascorrere un sacco di tempo esposto e per esempio vedo che la neve cambia per l’aumento della temperatura, inizio ad avvertire una brutta sensazione e sento di dovermene andare. Poche volte ho avvertito una sensazione di questo tipo al mattino, ma a volte mi capita quasi di mettermi alla prova per cercare di capire se ho questo tipo di sensazioni. Uno può sempre girare i tacchi e tornare indietro, decisione che prendiamo più spesso di quanto la gente pensi. Dietro alle big line ci sono settimane di attesa e un sacco di preparazione».

Cosa cerchi nello sci che pratichi? I grandi pendii, l’estetica di una linea, insomma come decidi i tuoi obiettivi?

«Ho sempre cercato l’avventura, l’estremo, però prestando attenzione a tenermi fuori dai pericoli oggettivi come valanghe e scariche di sassi. Il mio obiettivo è cercare di portare a termine le linee che nessuno pensava possibili ed è quello che intendo continuare a fare quando sarò guarito».

Quale pensi che sia la tua reason why?

«Lo steep skiing è come la meditazione: la sola cosa che pensi quando sei là fuori è la curva successiva. Diventa come una sorta di rilassamento, devi focalizzare la tua attenzione su quel momento e dimenticare tutto il resto. Al giorno d’oggi sciare linee ripide non è più importante come lo era qualche anno fa, è l’avventura stessa quello che conta davvero: scoprire posti nuovi, esplorarli e sciarli con bella neve».

Negli ultimi dieci anni un numero di persone crescente ha iniziato a cimentarsi su pendii sempre più ripidi. Steep is cool, ma con i grandi numeri i rischi aumentano. tu come hai iniziato?

«Dopo un viaggio alpinistico in Kirghizistan nell’estate del 2012, ho deciso di diventare un alpinista migliore e mi sono trasferito a Cham. Naturalmente ho portato con me gli sci, però avevo scelto il Monte Bianco per migliorare le mie capacità alpinistiche. Poi è arrivato l’inverno del 2013: grandi quantità di neve e tutti che scendevano linee ripide! Così ho iniziato dalle discese classiche nel bacino dell’Argentière. È stato subito amore, avevo trovato qualcosa in cui ero bravo fin dall’inizio. Da quel momento ho iniziato ad allenarmi e a dedicarmi anima e corpo allo sci estremo».

Domanda tecnica di rito: il tuo set di attrezzatura preferito?

«Sono un ambassador per Salomon in Svezia e uso scarponi MTN Lab e sci MTN Explore 95. Mi piace muovermi leggero e veloce in montagna, il fast & light mi fa sentire più sicuro».

Un’ultima domanda: per lo sci su pendii ripidi preferisci nevi dure (come per le discese dei pionieri) o morbide e fredde come la powder? Cosa cerchi?

«Generalmente preferisco sempre fare nuove discese per me, non mi piace ripetere le linee. Amo il terreno tecnico e ripido. È importante, quando ti trovi in quel tipo di ambiente, sentirti sicuro per poter spingere a fondo e dunque cogliere il giorno giusto per una determinata linea. Da un punto di vista della sicurezza è meglio la neve assestata e dura come quella che si cercava negli old days, ma sinceramente preferisco la powder. La migliore da sciare è quella che cade umida durante la precipitazione e col freddo del mattino diventa un po’ più fredda e asciutta in superficie. È la neve perfetta e riconosci subito quella sensazione se l’hai già sciata!».

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 125

© Mikko Heimonen

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