Provaci ancora Xavier

Su Skialper 106 un’intervista a Thevenard, che non sarà al via dell’UTMB

È arrivato secondo proprio nel fine settimana alla Marathon du Mont Blanc, segno che Chamonix ce l’ha veramente nel cuore. E infatti Xavier Thévenard alla cittadina ai piedi del Monte Bianco deve tutto. Monsieur grande slam è l’unico ad aver vinto la trilogia CCC, TDS e UTMB e al secondo posto nella classifica della gara maggiore insieme a D’Haene e Olmo, dietro solo a roi Kilian che conta tre vittorie. Le perle del 2013, con record, e 2015 sul traguardo di Chamonix sono nella storia del trail. Xavier è un cecchino quasi infallibile. Poche gare, ancora meno errori. Difficilmente sbaglia. Dietro quel viso da bambino e la statura mignon se paragonato per esempio a D’Haene, si cela un astuto calcolatore, al quale non sfugge nulla prima, durante e dopo la gara. Nel 2016 però non sarà al via dell’UTMB. «Le ultra vanno preparate bene ed è ancora più importante il recupero. Per me due all’anno sono sufficienti e quest’anno voglio vedere posti nuovi. C’è chi ne fa di più, ma io non voglio rischiare, voglio correre ancora a lungo e non distruggermi» ha dichiarato nell’intervista esclusiva rilasciata a Skialper e pubblicata sul numero 106, ora in edicola.

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A questo link la presentazione completa del numero.


Facelli e Gingreau hanno sciato l'Arete de Peuterey

La linea era stata discesa da Vallencant/Baud e De Benedetti

Ogni anno arriva quel momento in cui si tirano le somme. Si tirano le somme su quanto si è lavorato duramente nei mesi precedenti, da novembre fino a maggio. Si tirano le somme delle ore rubate al sonno, ai parenti, agli amici,alle morose e al lavoro. Si tirano le somme delle rinunce ai vari powder day per poter allenare la famosa 'gamba'. Si tirano le somme dei dislivelli e di quante discese siamo riusciti a fare. Tutto ciò, in funzione del 'colpo finale', oltre il quale entriamo nei mesi morti, che precedono la riattivazione autunnale del nostro orologio biologico...Anche noi di Skialper 'tireremo le somme' sul numero di agosto-settembre con una rassegna completa delle imprese di sci ripido della stagione, intanto però, ecco una ghiotta anticipazione.

MONTE BIANCO/ARÊTE DE PEUTEREY - Il 24 giugno scorso Lorenzo Facelli e Jerome Gingreau, dopo essere saliti nel tardo pomeriggio al rifugio Gonella, risalgono la via normale al Monte Bianco con alle spalle solo due ore di sonno. L’accesso alla vetta più alta delle Alpi da questo versante è lungo, remoto e non ha nulla a che vedere con le vie che salgono dal versante francese. Una volta raggiunta la vetta, scendono verso la cima minore italiana e, dopo aver scavato parte della cornice, scendono 'en boucle' la famosa Arête de Peuterey. Sciata per la prima volta dal duo Vallencant/Baud nel 1977 e ripresa qualche anno più tardi da Stefano De Benedetti senza doppie nel couloir Eccles, questa discesa è di sicuro una delle più belle e ambite dell’intero arco alpino. La quota, la lunghezza (oltre 1.400 m), le varie esposizioni e i pericoli oggettivi che presenta, fanno sì che solo pochi sciatori si siano cimentati ad oggi, in quello che è considerato un vero e proprio ‘viaggio' serio e selettivo. Nel couloir Eccles il duo ha effettuato una doppia e un po' di dry-ski per poi arrivare sotto al Gran Pilier d’Angle e concludere la discesa attraverso il tormento ghiacciaio della Brenva. Una performance di assoluto livello se si considera sia la discesa sia l’avvicinamento by fair means dal fondovalle.

Monte Bianco 4.809 m - Arête de Peuterey integrale - 1.400 m 45°/50° - tratti a 55°


Regole islandesi

Su Skialper 106 alla scoperta dell’isola con sci e pelli

«Se si pensa alla parola isola, le prime immagini che vengono in mente, a meno di non avere una personalità deviata, sono scene idilliache a base di palme, pescatori abbronzati in canottiera e spiagge di sabbia rovente. Poi, però, succede che i nostri schemi mentali vengano ribaltati. Sull’isola ci si arriva col piumino, una borsa con sci e scarponi e i capelli scompigliati dal vento gelido: benvenuti in Islanda». Comincia così l’articolo ‘Regole islandesi’ su Skialper di giugno-luglio, con le splendide fotografie di Federico Ravassard.

5 MOTIVI PER ANDARCI -
Trova un pretesto per viaggiare, guardati intorno e sentiti su un altro pianeta, scia con le balene, vai a fare il turista, portati qualcosa a casa. Questi i simpatici motivi individuati per programmare un viaggio con sci e pelli in Islanda, dove abbiamo anche avuto l’opportunità di provare i nuovissimi scarponi Lupo Carbon TI di Dalbello. Dieci pagine tutte da leggere ma soprattutto da guardare, alla scoperta degli incredibili paesaggi di un’isola decisamente trendy negli ultimi tempi…

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Nico Valsesia, record sul monte Elbrus

Nel progetto ‘From Zero To

Nico Valsesia ce l’ha fatta. Per il suo progetto ‘From Zero To’ ha completato domenica l’ascesa no-stop del monte Elbrus, partendo dal mare di Sochi. Il percorso prevedeva la partenza sulle rive del Mar Nero, con una pedalata di circa 650 km fino ad Azau, a 2600 metri di quota, quindi il percorso a piedi fino alla cima della montagna, la vetta più alta della Russia è considerata anche (secondo la scuola che pone i confini continentali in corrispondenza della catena del Caucaso) la vetta più alta d’Europa.
Ecco il racconto dell’impresa dal suo sito www.nicovalsesia.com
è stata durissima, molto più del previsto e molto più di ogni altro record precedente; ma anche questa volta Nico ce l’ha fatta. Alle 12.28 ha raggiunto la cima dell’Elbrus dopo essere partito, alle 4.33 del mattino del giorno precedente, dalla cittadina di Sulak, sul Mar Caspio, 5642 metri più in basso (anzi, 5671, considerato che il Caspio sta in una depressione a – 29 metri sul livello del mare) e 525 km lontano.
Non è stato facile, dicevamo: tanto che alla fine, quando Nico è sceso dalla funivia che lo ha riportato a valle, molti del team avevano gli occhi umidi dalla commozione.
Ma raccontiamo le cose con ordine: prima di tutto un po’ di dati. Partito alle 4.33 del mattino del 25 giugno dalla località di Sulak, sul mar Caspio (una depressione in ogni senso, sia perché si trova a meno 29 metri di quota, sia perché è una cittadina di raro squallore), Nico ha pedalato per 510 km fino a raggiungere alle 00.50 il villaggio di Azau, ai piedi del monte Elbrus, a 2350 metri di altitudine. Ci aspettavamo già che fosse una salita impegnativa e faticosa… Ma non pensavamo tanto: prima 400 km di nastro d’asfalto drittissimo e piatto, con temperature che nel corso della giornata hanno raggiunto i 35 gradi e con un traffico infernale, disordinato e pericolosissimo che non perdonava un solo istante di distrazione; poi con 100 km di valle caratterizzata da continui saliscendi spaccagambe e una serie di strappi con pendenze davvero impegnative, tanto da portare il dislivello positivo totale, nei nostri primi calcoli approssimativi, a oltre il doppio dei 2000 metri di quota guadagnati.
Così, Nico è arrivato nella notte ad Azau davvero provato. A creare problemi, oltre alla stanchezza generale, era soprattutto lo stomaco: dopo aver vomitato lungo la strada, per lo sforzo e per il freddo, non è riuscito a dormire neppure per l’ora e mezza prevista, a causa della nausea e del malessere. E quando si è alzato il suo aspetto era davvero pessimo: nessuno del team, inclusi quelli che lo avevano accompagnato alla RAAM, lo aveva mai visto in simili condizioni, e si iniziava ad avere forti dubbi sul fatto che riuscisse anche solo a rimettersi in cammino, per non parlare di completare un’ascensione tanto lunga e impegnativa come quella che lo aspettava. Ma tant’è, Nico è Nico: alla fine, dopo il trattamento di Luca (osteopata e capo spedizione) e una minestra calda faticosamente deglutita, alle 3.20 è ripartito a piedi per la seconda parte del percorso: 15 km di salita alla vetta del monte Elbrus, a 5642 metri di altezza.
Da quel momento in poi, nel corso della notte i collegamenti si sono interrotti: Nico è salito con la sua frontale, e gli aggiornamenti successivi li abbiamo avuti solo verso le 5 del mattino, quando è stato avvistato da Massimo (uno dei due cameraman saliti in quota la sera prima, che lo aspettava a 3500 metri). “Avanza molto lentamente”.
Da lì in avanti, è difficile rendere il senso di confusione e preoccupazione dell’intera mattinata. Luca, alla base di Azau, riceveva aggiornamenti via whatsapp da Massimo, che a quota 4000 era a sua volta in contatto radio con Nico (che stava salendo molto faticosamente) e con il secondo cameraman Alberto (che, dopo aver passato la notte in rifugio, si stava avviando verso la vetta per essere raggiunto da Nico nell’ultimo tratto). Ma le notizie sulla condizione fisica dei due erano frammentarie e preoccupanti, i black out della linea frequenti, l’impossibilità di valutare se Nico e Alberto fossero in grado di proseguire quasi totale…e nel frattempo le ore passavano e i rischi nel raggiungere la vetta aumentavano.
Mai come questa volta è stata una questione di testa e di volontà, assai più che di fiato e di gambe: Nico e Alberto, nonostante tutto, si sono incontrati, si sono dati la carica a vicenda e alla fine, alle ore 12.28, hanno raggiunto la cima, fissando così il tempo totale della prestazione di Nico a 31 ore e 55′ (“questa volta ho proprio raschiato il fondo del barile” è stata una delle prime frasi di Nico in vetta, stremato.
Tutto è bene ciò che finisce bene: il meteo, perfetto, ha continuato a tenere, e dalla base è stato organizzato il recupero dei due a quota 5100 con un acrobatico gatto delle nevi
’.


Ciak, action cam

Su Skialper in edicola le migliori telecamere ai raggi X

Senza aver paura di esagerare, si può affermare che l’avvento delle action-cam ha veramente cambiato il modo di raccontare lo sport. Se prima creare delle immagini di qualità in ambiente era appannaggio di campioni con troupe cinematografica al seguito, nel giro di 10 anni (la prima GoPro Hero è infatti uscita nel 2006) il mercato è letteralmente esploso: tutti i maggiori brand di elettronica hanno in catalogo almeno un modello e chiunque, dotato di un minimo di creatività e buon gusto, può ora creare video che hanno se stessi come soggetto. Su Skialper di giugno-luglio abbiamo provato i modelli più adatti per gli sport outdoor.

COSA GUARDARE - La qualità d’immagine è importante, ma non bisogna trascurare anche altri fattori: l’ergonomia, la facilità d’uso (essenziale, perché a nessuno piace tirare fuori il foglietto delle istruzioni in un powder-day), la durata della batteria e la qualità degli accessori.

IN PROVA - Abbiamo provato Sony HDR AZ1 VR, Garmin Virb XE, Ricoh WG M2. GoPro Hero Session, GoPro Hero 4 Silver e Ricoh Theta M15 (immagini a 360 gradi).

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Quattro passi tra i giganti

Su Skialper alla scoperta degli angoli più suggestivi del Tor

Il Tor des Géants è un’impresa da uomini duri: 330 chilometri e 24.000 metri di dislivello positivo da percorrere da soli e senza tappe imposte dagli organizzatori la rendono una delle prove di endurance trail più dure al mondo. Però… però si può anche pensare di percorrerlo solo in parte, magari alla scoperta degli angoli più suggestivi delle alte vie della Valle d’Aosta. È quello che propone Luca Albrisi sul numero di giugno-luglio di Skialper.

CON I GIGANTI - I giganti sono i quattro quattromila della Valle d’Aosta, ma anche gli atleti che portano a termine la gara. Ecco perché, per consigliare quattro circuiti nei punti più suggestivi del Tor, ci siamo fatti accompagnare da Franco Collè e Giancarlo Annovazzi, due valdostani che conoscono il tracciato e i territori circostanti come le proprie tasche. Franco certo non ha bisogno di presentazioni, si è posizionato al quinto posto nel 2012, terzo nel 2013 e primo nel 2014, oltre ovviamente ad aver raggiunto innumerevoli successi in altre competizioni internazionali. Giancarlo invece rientra in una élite molto ristretta, quella dei Senatori del Tor des Géants, cioè coloro che hanno tagliato il traguardo a tutte le edizioni della competizione, almeno fino al via dell'ultima.

QUATTRO CIRCUITI - Ecco dunque quattro circuiti tra gli 11 e i 24 chilometri in zone diverse: quello Walser, nella valle di Gressoney, quello di Niel, quello tra Ollomont e Col Champillon e  quello di Courmayeur.

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Chris Davenport, maestro di stile

Su Skialper in edicola un’ampia intervista allo statunitense

Una carriera da punti esclamativi, dalle gare alle salite in tempi record di cime famose. Concatenamenti complessi e ambiziosi, come i Centennial del Colorado, sciati nell’arco di due anni, e il poker d’assi - Cervino, Eiger, Monte Bianco e Monte Rosa - discesi in dieci giorni. Oltre quaranta film sullo sci, collaborazioni con gli sponsor tecnici, una bella famiglia e una forte determinazione. La solita storia felice di un personaggio che ha fatto della sua passione il suo lavoro? Certo, ma molto altro ancora. Su Skialper di giugno-luglio Lucia Prosino ha intervistato questo gentleman agguerrito dello sci… Ecco qualche anticipazione.

MARINELLI - «Beh, è una parete di circa 2000 metri, la più lunga nelle Alpi, e non si dimentica facilmente. Fa parte di quella manciata di esperienze che ti porti dentro a lungo. Nel 2008 l’abbiamo trovato in condizioni fantastiche. Si tratta di una linea che sembra non finire mai, davvero. Quello che conta veramente per me, ogni volta che cerco una linea da sciare, o un’avventura alpinistica, è la bellezza. La bellezza in tutta la sua magnificenza, come un’opera d’arte che coglie il tuo sguardo al primo impatto».

TELECAMERA - «Mi sono reso conto che davanti alla telecamera ero più propenso a correre rischi. Non mi curavo così tanto dei pericoli incombenti perché mi premeva trovare l’inquadratura perfetta. Infatti, le due grandi valanghe alle quali sono scampato sono state scaturite mentre stavamo filmando. Avevo scelto di sciare in un modo che non userei se fossi con un cliente o con amici, un modo molto più aggressivo di affrontare pendii e discese. Si era trattato di un vero campanello d’allarme per me, una sorta di trappola. Ho perso molti amici sciatori, sono quindi più prudente adesso».

NEVI - «Viaggio spesso per lavoro e noto sempre le differenze tra la powder leggera e veloce che c’è da noi, ad esempio, o quella profonda del Giappone, dove sono stato di recente. Ogni luogo ha le sue caratteristiche e si rivela essere sempre una sorpresa. Come per il surf e l’arrampicata, ogni onda e ogni tipo di roccia regala sensazioni diverse: così è per la neve. Anche per questo adoro viaggiare».

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Runningstan

Su Skialper in edicola diario di corsa lungo la Via della Seta

«Il Dmitry è un vasto ghiacciaio appeso sul versante nord del monte Koshevoi (4.262 m), sul confine tra Kazakistan meridionale e Kirghizistan settentrionale, nell’estremo est di entrambi i Paesi, a pochi chilometri dalla Cina. Di per sé questa mole di neve perenne non fa notizia ne per le dimensioni, che comunque sono notevoli, né per altri conclamati record ma, grazie anche alla sua neve farinosissima, è un gran bel posto dove andare a fare heli-ski» Comincia così il racconto ‘on the road’ di Dino Bonelli lungo la Via della Seta pubblicato su Skialper di giugno-luglio. E di heli-ski, in realtà, si parla poco. Perché? Perché…

ALLA RICERCA DELL’ELICOTTERO - Nel maggio del 2000, con un gruppo di nove amici, tutti italiani e tre guide locali, Dino stava facendo heli-ski su queste montagne quando il grosso elicottero cadde sul ghiacciaio. Ecco che, dopo 15 anni, Bonelli ha avuto l’idea di tornare per vedere se il relitto del Mil Mi-8-MT V-1 era ancora lì…

CORSA E HIKING - La Silk Road non è una vera e propria strada come erroneamente viene figurata nell’immaginario collettivo, ma con questo mitico nome si indicano itinerari terrestri lungo i quali nell'antichità si sono snodati i commerci tra l'impero cinese e quello romano. Il famoso commerciante veneziano Marco Polo contribuì notevolmente all’espansione di alcune di queste rotte che s’intersecavano nella leggendaria Samarcanda. Inoltre questo via di commerci è un’ottima scusa per correre o camminare nelle steppe del Turkmenistan, del Kazakistan e del Kirghizistan e dell’Uzbekistan. Oppure per una corretta tra i monumenti di città mitiche.

FUOCO - Da non perdere inoltre il cratere di Darvaza, nell’infuocato deserto di Karakum, una landa sabbiosa che di giorno arriva e supere i 50° all’ombra. Darvaza è una voragine di origine artificiale causata da un incidente nel 1971, quando una perforazione effettuata con lo scopo di cercare petrolio ha fatto crollare il terreno e aperto una via di fuga al gas naturale, che è stato incendiato volontariamente per evitare conseguenze ambientali peggiori.

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Different spring

Su Skialper in edicola tre itinerari con bici e pelli in Centro Italia

«Ci abbiamo pensato un bel po’, i dubbi sull’innevamento, considerando che questo è stato un inverno con scarse precipitazioni nel Centro Italia, erano alti. Poi con Andrea, il mio amico fotografo, abbiamo deciso di andare ugualmente. Pronti, via, partiti per questo tour tra i Parchi Nazionali del Centro Italia. Dai Sibillini alla Laga e al Gran Sasso con bike, pelli e ovviamente Argo, il mio cagnone, incomparabile compagno di scorribande in montagna». Inizia così l’articolo di Lorenzo Alesi (con le belle foto di Andrea Tomassetti) intitolato 'Different Spring’ che celebra questa strana primavera a suon di powder sul numero in edicola di Skialper.

DAL VETTORE AL GRAN SASSO - Il Monte Vettore, da qualunque angolazione lo si guardi, emana sempre un fascino particolare. La salita da Forca di Presta a Cima Lago (900 metri di dislivello), con il panorama che si apre a ovest sulla Piana di Castelluccio e a est sul Mare Adriatico, è sempre spettacolare. Ed ecco perché è la prima meta di Lorenzo. Il giorno seguente Monti della Laga: la quota neve è alta e la salita in bici da Ceppo fino al Lago dell’Orso è abbastanza dura, ma ne vale la pena. Infine il Gran Sasso, con anche una breve parentesi in SUP (strano up padre su laghetto) e una nevicata che riporta l’inverno e la powder..

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Sci e snowboard sulla Nord dei Piz Palu’

Le ultime discese in primavera

La muraglia dei Piz Palù (3901 metri), composta dai tre famosi speroni (Kuffner-Bumiller-Zippert) e dalle tre rispettive cime (orientale 3882 metri, centrale 3901m e punta Spinas o occidentale 3823m) è finalmente tornata alla ribalta in campo sciistico in questi ultimi due anni grazie alla ripetizione di alcune discese intraprese negli anni pioneristici da personaggi come Heini Holzer, Franz Seeberger e Stefano De Benedetti.
Dopo le discese dello scorso anno dalla via Soresini al Palù Orientale da parte delle forti guide alpine Bordoni-Mottini (autunno 2014), Cardelli-Dalla Pozza insieme a Maurizio Davarda in snowboard (primavera 2015) e dalla via Corti-Comino alla Punta Spinas, eseguita sempre da Mottini (primavera 2015) quest’anno altri sciatori si sono cimentati col baratro delle Nord dei Palù.

PRIMAVERA 2016. NON SOLO SCI MA ANCHE SNOW - A fine maggio 2016 lo svizzero Michi Stampfli firma la probabile prima discesa in snowboard della via Corti-Comino insieme al connazionale Armin Beeli. Neve perfetta e nessuna doppia lungo la discesa anche nella parte più ripida di fianco al seracco. Nel maggio 2010 sempre lo stesso snowboarder aveva messo a segno insieme all’amico Stefan Buhlmann, la discesa della parete ovest sempre alla punta Spinas sciando così quel pendio che rimane a destra dello sperone Zippert. Sempre a maggio un'altra ripetizione da parte della Corti-Comino da parte di Adelin Favre e del forte Sebastian De Saint Marie, sciatore con un curriculum mostruoso di discese nelle Alpi ma non solo, e compagno di ‘scorribande’ di Pierre Tardivel in discese come la via Brenvitudes al Col de la Brenva. La via Corti-Comino (combinazione in discesa della via Corti e della variante dedicata a Gianni Comino e aperta da Benigno Balatti e Norberto Riva nel 1980) ha tutte le caratteristiche per essere inserita nella top list delle Nord più belle delle Alpi a livello sciistico.

GIUGNO 2016 - Approfittando del freddo e della nuova neve tre sciatori (Cristian Botta, Andrea Bormida e Davide Terraneo) e uno snowboarder (Pietro Marzorati) salgono con la prima funivia del Diavolezza, con l’intenzione di sciare la via Soresini, purtroppo rovinata dalle scariche di ghiaccio e sassi. Saliti quindi da quello che è chiamato ‘quarto sperone’, dopo aver attraversato in mezzo a seracchi hanno puntato dritti alla cima riprendendo la via Soresini. L’itinerario di discesa è stato poi il medesimo della salita. Si scia la pala iniziale della via Soresini per poi entrare tra seracchi, fare pochi metri su una aerea cresta e buttarsi nel pieno del quarto sperone dei Palù che presenta pendenze costanti tra i 45°-50° gradi sostenuti. Una discesa estetica e che ha tutte le caratteristiche per diventare una classica, anche a causa delle difficoltà ‘contenute’ rispetto alle altre citate.

Nella foto, da sinistra verso destra:
Piz Palù Orientale 3882 m - Via del quarto Sperone. 500 m 45°/50°
Piz Palù Orientale 3882 m - Via Soresini 500 m 45/50° sezioni 55°
Piz Palù Occidentale,Punta Spinas 3823 m - Via Corti-Comino 700 m 50/55°
Piz Palù Occidentale,Punta Spinas 3823 m – Parete Ovest 600 m 45/ 50°


Gran Sasso Adventure

Su Skialper di giugno-luglio due itinerari in bici e a piedi

Dall’Adriatico alla vetta del Gran Sasso, dal mare alla cima più alta dell’Appennino, da o a 2.912 metri. In poco più di tre ore. Ecco una delle proposte che troverete sul numero in edicola di Skialper, disponibile su app iOS e Android e nelle migliori edicole. Una proposta per unire mare e montagna, per chi, in vacanza, non riesce proprio a non fare dislivello, sulle due ruote o… sui due piedi. Nella mia continua ricerca di nuovi spunti per realizzare servizi interessanti per Skialper ho trovato finalmente qualcosa di diverso. La storia è andata proprio così!

PAZZA IDEA - «Tra i partecipanti dell’Eco Trail del Gran Sasso, storica gara di corsa off-road che si svolge ogni anno ad agosto a Campo Imperatore e dintorni, incontro Armando Coccia, amico che sapevo avere un trascorso da forte ciclista e, parlando, mi viene in mente di organizzare un itinerario che sia un mix perfetto di corsa a piedi e bike da strada». Inizia così l’articolo di Luca Parisse, autore anche delle bellissime foto. Detto, fatto. Ecco che poco dopo Coccia insieme a Giovanni Vespa e ad Antonio Carfagnini si danno appuntamento a Roseto degli Abruzzi per raggiungere in bici Prati di Tivo e poi salire in vetta di corsa. 

ROADBOOK - Il percorso affrontato per raggiungere il Gran Sasso dall’Adriatico parte da Roseto degli Abruzzi, sulla costa teramana e in poco più di 60 chilometri porta ai Prati di Tivo, da dove in circa 6 chilometri si può raggiungere la vetta dell’Appennino. Il tempo totale, andata e ritorno, impiegato dai tre compagni di avventura è stato inferiore alle sette ore…

FIAMME DI PIETRA -  Per chi preferisce usare solo gambe e piedi per andare alla scoperta del Gran Sasso d’Italia, ecco invece un circuito molto interessante, con partenza e arrivo a Campo Imperatore e uno sviluppo di una ventina di chilometri. Luca Parisse lo conosce bene e, insieme al runner Alessandro Novaria, ha voluto percorrerne solo una parte, per immortalare le pietre rese rosse del tramonto, le caratteristiche Fiamme di Pietra.

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Destinazione Finale

Sul Skialper un ampio reportage sulla localita’ ligure capitale outdoor

«Per un amante degli sport outdoor la Liguria può essere il paradiso o l’inferno, a seconda di come la si prenda. Ad agosto le code sull’Aurelia e le spiagge sovraffollate la rendono un girone dantesco del 2000. In tutti gli altri mesi… beh, in tutti gli altri mesi si va a Finale. Anzi, a Finalborgo. Nel giro di pochi anni, infatti, l’entroterra del finalese si è trasformato in un perfetto parco giochi per gli sport considerati ‘da montagna’, prima con l’arrampicata, poi con la mountain bike e più recentemente con il trail». Inizia così l’articolo di Federico Ravassard su Finale Ligure, il primo di una serie che Skialper dedicherà alle ‘capitali dell’outdoor’. Dodici pagine da non perdere, con tutti i personaggi, gli indirizzi e le dritte per una vacanza a dimensione trail, bike o climbing.

CALCARE A GOCCE E CAPRONI - Sull’arrampicata a Finale ci sarebbe abbastanza materiale da riempire libri e girarci film. Si parla infatti di una storia cominciata con le prime vie degli anni ’70 e che con l’esplosione del free-climbing ha dato origine a una delle più vaste aree scalabili in Europa: la conta arriva a qualcosa come ‘almeno’ 170 falesie e 3.000 tiri su tutte le difficoltà. Per la corsa invece ci sono i Cavrones. Fondato solo pochi anni fa da un gruppo di amici stufi dell’ambiente austero delle gare su strada, il team già nel corso della prima stagione è schizzato da 4 a 70 membri, tutti riconoscibili per la divisa che ricalca quella di un taglialegna e che comincia sempre più a farsi vedere in giro per le gare di tutta Italia. Una loro creazione è il Trail del Marchesato, dal cui percorso hanno poi dato origine, con manutenzione e segnaletica permanenti, al Sentiero Ermano Fossati, nato per commemorare un amico vigile del fuoco morto durante un intervento.

ENDURO - Finale è stata una delle prime località a sviluppare la mountain bike come attrazione turistica, anche grazie all’uso dei furgoni attrezzati per le risalite. Già alla fine degli anni ’90 Fabrizio Valenti e Fulvio Balbi iniziarono a preparare sentieri dedicati alle due ruote e a predisporre i primi servizi di bike shuttle, attirando da subito appassionati da tutta Italia che, soprattutto nei periodi più freddi, venivano qui a girare su percorsi come quello della Base Nato. Il loro lavoro è stato poi ripreso da appassionati come Ale&Ale (Alessandro Massa e la moglie Alessandra) che, a loro spese (e soprattutto fatica), hanno tracciato chilometri e chilometri di sentieri sfruttabili da tutti. Il botto è stato poi fatto con l’arrivo della tappa delle Enduro World Series (dopo aver ospitato con successo più volte il circuito italiano) che l’hanno resa una Mecca mondiale della disciplina, al punto che oggi ben l’80% dei bike shuttle e bike hotel sono stranieri, compresi numerosi professionisti e le case che vengono spesso qui a testare.

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