TORX 2026
Al TORX i numeri arrivano sempre dopo. Prima ci sono le montagne, le notti, il sonno che manca e una Valle d’Aosta attraversata da un capo all’altro. Solo alla fine resta il tempo, quello che decide le classifiche e quest’anno ha riscritto più di un record. L’edizione 2026 ha portato ancora una volta il TORX oltre i suoi stessi riferimenti, con prestazioni che hanno cambiato la storia del TOR330, del Tot Dret e del Tor des Glaciers.
Dopo dieci giorni di gare, ha lasciato dietro di sé cinque nuovi record e 1.789 finisher su 2.606 partenti, il numero più alto nella storia della competizione. Ma più ancora dei numeri complessivi, è stata la qualità di alcune prestazioni a dare un significato particolare a questa edizione.
Il TOR330 ha visto un nuovo record assoluto e un risultato storico per la classifica femminile. Il TOR130 ha portato per la prima volta un atleta sotto le 21 ore. E sul TOR450, la gara che più di tutte allontana l'idea dell'ultra come semplice competizione di velocità, Franco Collé ha trovato una nuova dimensione della propria storia al TORX.
TOR330 – Tor des Géants: Zhao corre nella storia, Hartmuth entra nel podio assoluto
Trecentotrenta chilometri, circa 24.000 metri di dislivello e una successione di Alte Vie che, alla fine, lascia molto meno spazio alla velocità pura di quanto possano suggerire i tempi dei primi. Quest'anno, però, il cronometro è tornato protagonista.
Jiaju Zhao ha vinto il TOR330 in 65h55'22", diventando il primo atleta cinese a conquistare il Tor des Géants e, soprattutto, abbassando il precedente record di Victor Richard, che nel 2025 aveva chiuso in 66h08'22". Zhao è stato l'unico a scendere sotto le 66 ore, precedendo di quasi un'ora lo svizzero Jonathan Schindler, secondo in 66h55'06". Terzo il cinese Weiqiang Zhang, in 71h53'56".
Ma il risultato che più modifica la storia del TOR330 è quello di Katharina Hartmuth. La tedesca ha chiuso in 67h10'09", a poco più di un'ora dal vincitore, conquistando non soltanto la vittoria femminile ma anche il terzo posto assoluto. È la prima donna a salire sul podio assoluto del Tor des Géants. Il suo tempo rappresenta inoltre il nuovo record femminile della gara, migliorando di circa dodici ore il precedente primato.
Dietro Hartmuth, la classifica femminile ha visto Huiping Zhang seconda in 80h35'31" e Manuela Vilaseca terza in 82h31'56". Quarta Melissa Paganelli, prima italiana, in 82h55'29"; quinta Claire Bannwarth in 88h37'07".
È un risultato che va oltre la semplice vittoria femminile. Hartmuth ha corso a un ritmo sufficiente per inserirsi tra i primi tre di una delle ultra più dure e lunghe del calendario, in una gara nella quale la classifica assoluta continua a raccontare una sfida con una componente fisica e mentale difficile da tradurre in numeri. E proprio per questo il suo terzo posto è probabilmente uno degli episodi destinati a rimanere più a lungo nella memoria di questa edizione.
Anche i numeri dei finisher raccontano una gara particolare: dei 1.118 partenti, 690 hanno raggiunto Courmayeur, pari al 61,7%. È il secondo miglior dato nella storia del TOR330, alle spalle dei 743 arrivati del 2025.
TOR130 – Tot Dret: Lemoine rompe il muro delle 21 ore
Se il TOR330 è la gara della lunga permanenza in montagna, il TOR130 – Tot Dret rappresenta una sorta di versione compressa dello stesso viaggio: 130 chilometri e circa 12.000 metri di dislivello, abbastanza per entrare nella dimensione dell'ultra ma ancora abbastanza vicino alla velocità da permettere ai migliori di correre per gran parte del percorso.
Quest'anno Nicolas Francesco Lemoine ha spostato ancora più avanti il limite. L'italo-francese ha vinto in 20h53'03", diventando il primo atleta a scendere sotto le 21 ore e migliorando di 17'06" il precedente record di Gionata Cogliati, fissato nel 2024 in 21h10'09".
Alle sue spalle Ke Li, secondo in 22h34'23", e Giulio Vettori, terzo in 22h51'38".
Nel femminile ha vinto la statunitense Stephanie Howe, capace di chiudere in 25h35'47" e di occupare anche il settimo posto assoluto. Seconda Fangyuan Wen in 27h43'12", terza Tatiana Mitkina in 30h54'03".
La gara di Lemoine racconta anche qualcosa che difficilmente compare in una classifica. Durante la discesa dal Col de Champillon, l'atleta si è fermato per prestare assistenza a un concorrente impegnato in un'altra gara, rimanendo con lui fino all'arrivo dei soccorsi prima di riprendere la propria corsa. Un episodio che non cambia il risultato finale, ma che restituisce una delle dimensioni meno misurabili dell'ultratrail.
TOR450 – Tor des Glaciers: Collé cambia distanza
E poi c'è il TOR450. Quattrocentocinquanta chilometri e circa 32.000 metri di dislivello positivo, lungo le Alte Vie 3 e 4. Qui la parola "gara" sembra quasi diventare insufficiente: la gestione del sonno, dell'alimentazione, delle crisi e del ritmo entra nella prestazione tanto quanto la capacità di correre.
A vincere è stato Franco Collé, al debutto sulla distanza. Il valdostano ha impiegato 122h01'57", precedendo il tedesco Volker Fohrmeister, secondo in 126h22'41", e Alessandro Roncato, terzo in 130h29'23".
Per Collé è un capitolo nuovo in una storia che al TORX sembrava già avere pochi spazi da esplorare. Dopo quattro vittorie al TOR330, il valdostano ha scelto di misurarsi con la distanza maggiore e al primo tentativo ha conquistato il successo. Il suo tempo è il secondo più veloce nella storia del TOR450, anche se il confronto con il record di Sébastien Raichon va letto tenendo conto delle modifiche al percorso introdotte nel 2026, che hanno aggiunto circa quattro chilometri.
Tra le donne ha vinto la statunitense Kaitlin Allen, in 147h49'29", davanti ad Amy Sproston in 153h03'00" e alla francese Céline Rouquié, terza in 156h02'11". Il tempo di Allen è il secondo miglior crono femminile nella storia della prova.
© foto TORX
Salomon S/LAB Genesis 2, la scarpa trail per il vero terreno tecnico
Il fenomeno del trail running ha indubbiamente portato a espandere i cataloghi delle aziende, molteplici varianti di scarpe, vest e abbigliamento permettono al giorno d'oggi di trovare esattamente il prodotto che fa al caso nostro. Ci sono scarpe che cercano di essere polivalenti, adattandosi a più terreni e altre che si specializzano. La S/LAB Genesis 2 appartiene alla seconda categoria. Salomon ha preso uno dei suoi modelli più riusciti per le lunghe distanze su terreno tecnico e lo ha ripensato quasi da zero, senza inseguire la corsa all'altezza dell'intersuola o alle piastre. Il risultato è una scarpa che, più che stupire al primo passo, convince man mano che il terreno diventa complicato.

La prima sensazione è quella di una piattaforma piuttosto bassa e molto connessa al terreno, drop da 6 mm, (due millimetri in meno rispetto alla precedente Genesis). Non è quindi una scarpa massimalista: l'ammortizzazione c'è, ed è sufficiente anche quando i chilometri diventano tanti, ma non prende mai il sopravvento sulla percezione di quello che succede sotto i piedi.
È soprattutto nei traversi, nei cambi di direzione e sui sentieri più tecnici che questa impostazione paga. La piattaforma è stata allargata e il nuovo activeCHASSIS lavora sul controllo laterale senza irrigidire eccessivamente la scarpa. In appoggio la Genesis 2 rimane composta, mentre l'avampiede conserva una buona capacità di flettersi e seguire il terreno. Non c'è la sensazione di correre sopra la superficie, ma dentro di essa.
Anche l'intersuola va nella stessa direzione. La nuova costruzione optiFOAM combina mescole differenti e introduce una componente più solida, con una risposta più stabile rispetto alla Genesis precedente. La differenza si avverte soprattutto quando si aumenta il ritmo: non è una scarpa esplosiva, ma restituisce comunque bene la spinta e soprattutto non chiede di essere accompagnata dal piede.

Sotto, la nuova contaGRIP con tasselli da 4,5 mm è una delle parti più convincenti del progetto. Su terreno smosso, ghiaioso e sconnesso la presa è profonda e progressiva, con una buona capacità di mordere quando si spinge in anche sulle salite più ripide. È una suola pensata per muoversi senza alcun problema indistintamente dal terreno che incontra sotto di essa, abbiamo provato ad utilizzarla anche su vie di stampo alpinistico e sia la sensibilità che il grip restituiti sono risultati ottimali, al pari di una scarpa d'approccio.
La tomaia in Matryx Micro è leggera, asciutta e soprattutto molto ben strutturata. Tiene il piede senza trasformare la calzata in una morsa, caratteristica che diventa interessante sulle distanze lunghe, quando un po' di spazio in più davanti alle dita può fare la differenza. Il Quicklace resta rapido e pratico, mentre la costruzione tipo calza e la ghetta integrata contribuiscono a tenere fuori buona parte di polvere e piccoli detriti.
Con 272 grammi dichiarati per scarpa, la Genesis 2 non è più una specialista della leggerezza assoluta, ma il peso passa in secondo piano proprio perché la scarpa riesce ad accompagnarci anche sui terreni più tecnici senza limitarci e lo fa con una piattaforma stabile, un buon contatto con il terreno, una calzata precisa ma non esasperata e una suola capace di affrontare superfici molto diverse. Una scarpa da lunghe distanze, sì, ma con abbastanza agilità e grip per divertirsi quando il sentiero finisce e il terreno diventa più verticale.
Cinque pareti nord, cinque vie storiche
A volte in montagna la difficoltà non sta soltanto in quello che si scala, sta nel proseguire. Scendere da una cima, attraversare, raggiungere la parete successiva e ricominciare, sapendo che ogni metro percorso è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande. L'altoatesino Marian Aßmair e Michael Stadler hanno trasformato questo concetto in una lunga giornata sulle Tre Cime di Lavaredo, concatenando cinque vie storiche sulle pareti nord e raggiungendo cinque cime attraverso una unica linea continua.
Il risultato sono circa 2.000 metri di arrampicata, 56 tiri in cinque pareti, percorsi con una corda singola da 40 metri e una semistatica da 30. Dal primo tiro all'ultima cima sono trascorse 14 ore e 15 minuti, quindici ore considerando le pause.
Ma i numeri, da soli, raccontano solo una parte della storia. L'idea era nella testa dei due alpinisti già da tempo: collegare alcune delle linee più rappresentative delle Tre Cime senza interrompere la linea, utilizzando forcelle, cenge e discese per passare da una parete all'altra, non semplicemente salire cinque vie nello stesso giorno, ma costruire una traversata attraverso le pareti nord del massiccio.
La sveglia, metaforicamente, suona nel cuore della notte. Alle 3:45 Smair e Stadler iniziano a muoversi e alle 4:30 sono già all'attacco della prima via, la Cassin-Ratti alla Cima Ovest. È l'inizio di un viaggio attraverso quasi un secolo di storia dell'alpinismo dolomitico, da Cassin a Comici, passando per Preuss.
Il concatenamento segue un ordine geografico quasi naturale, ma alpinisticamente tutt'altro che scontato. Prima la Cima Ovest lungo la Cassin-Ratti (7a), poi la Cima Grande attraverso la Comici-Dimai (6b). Da lì la linea continua verso la Torre Preuss , percorsa lungo la Fessura Preuss (5b), quindi sulla Punta di Frida attraverso la Dülfer (4b), prima dell'ultima salita sulla Cima Piccola lungo la Innerkofler (4b).
Cinque nomi che appartengono a epoche diverse ma che, messi uno dopo l'altro, compongono una sorta di atlante verticale della storia delle Dolomiti.
La Cassin-Ratti sulla parete nord della Cima Ovest è una delle grandi realizzazioni dell'alpinismo degli anni Trenta. La Comici-Dimai sulla Grande è uno degli itinerari simbolo delle Tre Cime e dell'evoluzione dell'arrampicata su grandi pareti dolomitiche. Preuss, Dülfer e Innerkofler rimandano invece ancora più indietro, alle origini dell'arrampicata moderna e a una generazione che sulle Dolomiti iniziò a cambiare radicalmente il modo di muoversi sulla roccia. Percorrerle consecutivamente significa quindi attraversare non soltanto cinque pareti, ma differenti capitoli dell'alpinismo.

Il difficile arriva anche tra una via e l'altra, è proprio qui che un concatenamento di questo tipo assume una dimensione differente rispetto alla somma delle singole salite.
Dalla Cima Ovest bisogna scendere e attraversare il canale settentrionale per raggiungere la Cima Grande. Dalla Grande il percorso prosegue oltre la Paternsattel, la Forcella Lavaredo, in direzione della Torre Preuss, della Punta di Frida e infine della Cima Piccola.
La difficoltà diventa quindi quella di mantenere continuità ed efficienza in un terreno estremamente complesso. Bisogna conoscere non solo le vie, ma anche le discese, gli accessi e i collegamenti. Individuare rapidamente l'itinerario corretto, gestire le corde senza perdere tempo, scegliere quando mangiare e bere e mantenere lucidità mentre nelle braccia e nelle gambe si accumulano centinaia di metri di arrampicata.
Su una singola via un errore nella gestione può costare qualche minuto. In un concatenamento di 56 tiri, piccoli ritardi ripetuti decine di volte possono trasformarsi in ore.
E poi c'è la componente fisica. Dopo la Cassin non c'è il rifugio, ma la Comici. Dopo la Comici non è finita: bisogna scendere, attraversare e tornare nuovamente sulla roccia. E quando si raggiungono Torre Preuss e Punta di Frida, nelle braccia c'è già buona parte dei duemila metri verticali della giornata.
È probabilmente questa continuità a raccontare meglio la prestazione: riuscire a mantenere un ritmo sufficientemente alto non per qualche tiro, ma per un'intera giornata, alternando arrampicata, discese e trasferimenti. Una questione di velocità, ma soprattutto di efficienza
Marian racconta che tutto ha funzionato particolarmente bene e che i due sono riusciti a mantenere un buon ritmo durante l'intera giornata. Dietro una frase apparentemente semplice c'è probabilmente uno degli elementi decisivi del concatenamento. Su un terreno del genere l'efficienza passa da centinaia di piccoli gesti: preparare una sosta, recuperare il compagno, sistemare la corda, iniziare immediatamente il tiro successivo, orientarsi sulle cenge, trovare una calata, ripartire. Ridurre al minimo i tempi morti diventa importante quasi quanto essere veloci nell'arrampicata vera e propria.
Alle 18:45, quindici ore dopo essere partiti, Smair e Stadler raggiungono la quinta e ultima cima.
Cinque montagne, cinque itinerari, ma soprattutto un'unica linea immaginaria disegnata attraverso uno dei gruppi montuosi più iconici delle Dolomiti. È forse questo l'aspetto più interessante del loro concatenamento: prendere vie nate come obiettivi indipendenti, ciascuna con la propria storia e la propria cima, e trasformarle nei singoli capitoli di una sola, lunghissima giornata sulle Tre Cime.
TRE CIME — FIVE NORTH FACES — 14H 15MIN by Marian Aßmair
Il caldo di oggi, la neve di domani
L’estate 2026 si è lasciata alle spalle una lunga serie di record di temperatura. E ora, inevitabilmente, per noi malati lo sguardo va all’inverno, sempre se di inverno si potrà parlare.
Un’estate calda non significa automaticamente un inverno caldo, così come una singola stagione non può prevedere quanta neve cadrà nei mesi successivi. Ma il contesto nel quale ci prepariamo ad affrontare il prossimo inverno è sempre più difficile da ignorare.
Secondo il CNR-Ibe, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia almeno dal 1950. Agosto, a sua volta, è risultato il mese di agosto più caldo della serie, con un’anomalia di +3,5 °C rispetto alla media 1991-2020. È quanto riporta la Società Meteorologica Italiana nel suo bilancio dell’estate, sulla base dei dati CNR e Copernicus.
Il dato non riguarda però soltanto l’Italia. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale, con un’anomalia di circa +2,5 °C rispetto al periodo 1991-2020, superando anche il precedente riferimento del 2003. A livello globale, agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato per il mese.

Numeri che, per chi scia, possono sembrare lontani. Ma non lo sono.
La prima cosa da chiarire è che un’estate caldissima non permette di prevedere l’inverno. Potremo ancora avere grandi nevicate, settimane fredde e stagioni memorabili. Il clima non cancella la variabilità meteorologica.
Il problema è la tendenza di fondo.
Con l’aumento delle temperature, soprattutto alle quote più basse, una parte delle precipitazioni che un tempo cadeva come neve arriva più facilmente sotto forma di pioggia. E quella che cade dura meno: la fusione primaverile arriva prima, riducendo progressivamente la durata del manto nevoso.
Per noi significa cose molto concrete. Forse partiremo più spesso a gennaio invece che a dicembre. Cercheremo quota ed esposizioni favorevoli. Aspetteremo la nevicata giusta. Faremo più chilometri per trovare le condizioni che una volta erano dietro casa.
Sono piccole rinunce, se guardate dalla prospettiva di uno sciatore che può cambiare destinazione.
Ma la questione non riguarda soltanto noi.
L’estate 2026 ha portato con sé anche una severa siccità in molte zone d’Europa, suoli estremamente secchi, incendi e livelli molto bassi di grandi fiumi come Po, Rodano, Reno e Danubio. Solo le precipitazioni di fine agosto hanno permesso una parziale ripresa.
E qui la neve smette di essere semplicemente il terreno sul quale facciamo una curva.
Il manto nevoso è una riserva d’acqua naturale: accumula precipitazioni durante l’inverno e le restituisce progressivamente alla montagna durante la primavera e l’estate. Se diminuisce la neve, o se si scioglie molto prima, cambia anche il modo in cui l’acqua arriva a fiumi, ecosistemi, agricoltura e produzione idroelettrica.
La montagna che perde neve non perde soltanto la possibilità di sciare.
Non serve essere catastrofisti. Serve essere realisti. La scienza non ci sta dicendo che domani il mondo finirà, ma che il mondo che conosciamo sta cambiando e che il ritmo dipende anche dalle nostre scelte. Il caldo estremo, la siccità, gli incendi, la scarsità d’acqua e gli eventi meteorologici più intensi non sono problemi del futuro: sono già parte del presente. La vera domanda, allora, non è soltanto quanta neve troveremo questo inverno, ma in quale mondo vogliamo vivere tra venti, trenta o cinquant’anni.La prossima volta che aspetteremo una perturbazione, quindi, potremmo guardare il cielo con un'attenzione diversa. Non solo perché vogliamo sciare, ma perché abbiamo capito quanto sia prezioso poterlo ancora fare.
Fonti:
SNP Ambiente clima estate 2026
Copernicus Climate Bulletins
Maga Skymarathon 2026: Boffelli non si ferma più
Quattro montagne, 39 chilometri, 3.000 metri di dislivello positivo e un terreno che ha poco a che vedere con il trail running più corribile. La MAGA SkyMarathon è tornata sabato 5 settembre sulle Prealpi Orobie Bergamasche, portando i concorrenti sui crinali di Menna, Arera, Grem e Alben, le quattro montagne dalle cui iniziali nasce il nome della gara. Una prova entrata anche quest'anno nel circuito Merrell Skyrunner World Series e che ha confermato la propria fama di gara tanto spettacolare quanto tecnica.
Il tracciato da 39 km e 3.000 m D+ alterna ripide salite, creste aeree, pietraie e discese tecniche, chiedendo molto più della semplice capacità di correre forte in salita. È un percorso dove servono piede sicuro, esperienza e capacità di leggere il terreno, con passaggi che portano lo skyrunning verso una dimensione più vicina all'alpinismo che al trail tradizionale. La MAGA non è infatti una gara da interpretare soltanto con il cronometro: il terreno impone di cambiare continuamente ritmo e modo di muoversi.
Quest'anno la gara ha fatto registrare il sold out su entrambe le distanze, con 637 atleti accreditati e 23 nazioni rappresentate: 295 sulla SkyMarathon e 342 sulla Skyrace da 24 km e circa 1.400-1.450 metri di dislivello positivo. Numeri che confermano la crescita internazionale della manifestazione.
Poi c'è William Boffelli. O, più semplicemente, quello che ormai sembra essere diventato il problema di chiunque si presenti sulla linea di partenza con lui.
Il bergamasco ha vinto la MAGA in 4h25'28", davanti al francese Lucien Mermillon, staccato di 5'12", e a Daniel Antonioli, terzo a 7'28". Quarto Mattia Tanara in 4h48'00", quinto lo svizzero Martin Anthamatten in 4h50'47". Una top five di livello internazionale, con cinque atleti racchiusi in poco più di 25 minuti.
Boffelli on ha battuto il record della gara, che appartiene ancora a Nadir Maguet dal 2024, ma non è questo il dato più interessante della giornata. Il dato interessante è che Boffelli continua a vincere praticamente ovunque decida di correre.
La MAGA arriva infatti appena due settimane dopo un'altra vittoria pesante, quella al Trofeo Kima. Al debutto sui 52 km e 4.200 metri del Sentiero Roma, Boffelli aveva vinto una delle gare più tecniche e prestigiose dello skyrunning internazionale in 6h07'43", sfiorando anche il record di Finlay Wild.
Ma il 2026 di Boffelli non è soltanto una stagione di trail. È una stagione trasversale, costruita tra scialpinismo, skyrunning, gare e record. In primavera, insieme a Mathéo Jacquemoud, ha stabilito il nuovo FKT della Haute Route Chamonix-Zermatt: 103 km e oltre 8.000 metri di dislivello positivo completati in 13h27'49", abbassando nettamente il precedente riferimento.
Sempre quest'anno ha vinto la Pizzostella Skyrunning, chiudendo in 4h45'38", mentre in inverno aveva conquistato anche la classifica finale della Grande Course, il circuito che riunisce alcune delle grandi classiche dello scialpinismo.
È questo forse l'aspetto più significativo della sua stagione: Boffelli non sta semplicemente infilando una serie di vittorie nella stessa disciplina. Sta riuscendo a trasferire la propria condizione fisica e soprattutto la propria capacità di muoversi in montagna da uno sport all'altro, dalle creste con gli sci ai sentieri tecnici di una skymarathon. E quasi sempre davanti a tutti.
Rimanendo sugli atleti italiani: la MAGA avrebbe potuto avere un finale diverso. Nadir Maguet, infatti, era stato il protagonista della prima parte della gara. Il valdostano è transitato in testa sulle prime due montagne, Menna e Arera, imponendo subito un ritmo importante. La sua corsa si è però fermata prima di poter difendere quel primato: Maguet è stato costretto al ritiro a causa di un problema alla schiena. Da quel momento Boffelli ha preso il controllo della gara e non lo ha più lasciato.

Al femminile la gara ha avuto invece un cambio di scenario nella seconda parte. Roberta Jacquin è rimasta a lungo al comando, ma sulla quarta salita ha perso terreno. Natalie Beadle ne ha approfittato, prendendo la testa e arrivando al traguardo in 5h27'50". La britannica non si è limitata a vincere: ha anche stabilito il nuovo record femminile della MAGA, migliorando il precedente primato di Hillary Gerardi. Seconda la francese Eva Delafosse, terza proprio Jacquin.
Una giornata che ha quindi premiato due interpretazioni diverse ma ugualmente convincenti della skyrace: la continuità e la forza di Boffelli tra gli uomini, la rimonta di Beadle tra le donne. E, sullo sfondo, una MAGA che continua a essere quello che promette il suo nome: quattro montagne, quattro caratteri diversi e una gara che non concede molto a chi non sappia stare davvero in montagna.
© foto MAGA skymarathon
Trofeo Kima: la prima di Boffelli e il poker record di Gerardi
936 corridori, 40 nazioni, 52 chilometri e 4.200 metri di dislivello positivo nel regno del granito. Il Trofeo Kima 2026 consacra l'esordio perfetto di William Boffelli e consegna Hillary Gerardi alla leggenda con il nuovo primato della gara regina.
Alcune gare si corrono con i polmoni, altre con le gambe. Il Trofeo Kima si corre con il cuore in gola e le mani sulla roccia. Nella Yosemite d’Europa, dove il granito cede il passo soltanto al mito, la grande corsa sul Sentiero Roma ha celebrato un’edizione 2026 da record.
Un’edizione segnata da cifre impensabili per una gara così severa e tecnica: 936 partecipanti giunti da 40 Paesi distribuiti sulle quattro prove del weekend. Numeri che rendono omaggio al sogno di Ilde Marchetti, ideatrice e anima dell'evento nel ricordo del fratello Pierangelo, e confermano quanto la Val Masino sia ormai il centro di gravità permanente dello skyrunning mondiale.
LA PRIMA VOLTA DI BOFFELLI: ATTACCO SUL GRANITO
Nella prova regina valevole per la Merrell Skyrunner World Series (52 km, 4.200 m D+, 7 passi alpini tutti sopra i 2.500 metri) erano in 458 a scattare alle 7:30 da Filorera. Tra catene, creste aeree e nevai, l’uomo del giorno è stato William Boffelli. Al suo debutto assoluto su questo tracciato di puro alpinismo dinamico, il bergamasco in forza al Team Kailas Fuga ha gestito la prima parte salendo appaiato a Federico Nicolini e al francese Felix Guglielmo verso Bocchetta Roma. Ma è stato nel tratto verso il Rifugio Allievi che Boffelli ha alzato il ritmo: una progressione costante, spietata, che gli ha permesso di staccare gli avversari e chiudere in solitaria a Filorera fermando il cronometro sul tempo di 6h07'43”. Un tempo vicinissimo al record storico di Finlay Wild (6h05'57”) siglato due anni fa.
Alle sue spalle, la solida prestazione di Mattia Bertoncini (secondo in 6h12'38”) e il podio completato da Federico Nicolini in 6h17'04”.
GERARDI NELLA LEGGENDA: POKER E NUOVO RECORD
Se al maschile si è celebrata una prima partecipazione, tra le donne la narrazione è tutta per un’infinita conferma. Hillary Gerardi ha riscritto ancora una volta la storia del Kima.
La portacolori del Team Scarpa / Black Diamond non si è accontentata di centrare il suo quarto successo consecutivo sul Sentiero Roma, eguagliando il poker storico firmato tra anni ’90 e 2000 da leggende come Corinne Favre e Morena Paieri, ma ha voluto demolire il suo stesso primato. Gerardi ha fermato il tempo a 7h25'54”, abbassando di quasi cinque minuti il 7h30'38" che le apparteneva.
Piazza d’argento per una sorprendente Lucille Germain (Team Nnormal), capace di una pazzesca seconda parte di gara con cui è risalita dalla settima fino alla seconda posizione (7h32'04”). Terzo gradino del podio per Roberta Jacquin in 7h54'42”.

EXTREME, TRAIL E MINI: LA FESTA DELLA VAL MASINO
Un’ora dopo la partenza della prova lunga, il Kima ha messo in campo la sua sorella minore ma non meno affilata: la Kima Extreme Skyrace (27,5 km per 1.890 m D+ e il passaggio chiave al Valico del Barbacan a 2.570 m). Tra i 222 al via, sigillo per il trentino Alex Rigo (Karpos, 2h59'39”) davanti al tedesco Julius Ott e al britannico Charlie Allmond. In campo femminile assolo per la veneta Martina De Silvestro (Nortec Vj, 3h32'19”), scortata sul podio dalle inglesi Carys Mai Hughes e Alexandra Whitaker.
A completare la festa, il Kima Trail di 15 km (con percorso parzialmente rivisto per l'esondazione del torrente in zona Rasica) e il Mini Kima di 6 km, conditi dal dominio della pattuglia messicana guidata da Axel Francisco e Angel Francisco Corona Carretero e Josefina Perez Licona.
La Val Masino va in archivio lasciando la sensazione che il Kima non sia semplicemente una gara, ma il metro di misura assoluto per chiunque voglia definirsi uno skyrunner.
I PODI DI GIORNATA
Trofeo Kima (52 km - 4.200 m D+)
Uomini:
William Boffelli (Kailas Fuga) – 6h07'43”
Mattia Bertoncini – 6h12'38”
Federico Nicolini – 6h17'04”
Donne:
Hillary Gerardi (Scarpa / Black Diamond) – 7h25'54” (Nuovo Record)
Lucille Germain (Nnormal) – 7h32'04”
Roberta Jacquin – 7h54'42”
Kima Extreme Skyrace (27.5 km - 1.890 m D+)
Uomini: Alex Rigo (2h59'39”) | Julius Ott (3h01'00”) | Charlie Allmond (3h03'44”)
Donne: Martina De Silvestro (3h32'19”) | Carys Mai Hughes (3h38'19”) | Alexandra Whitaker (3h44'33”)
© foto Trofeo Kima
Utmb 2026: una settimana di grandi sfide, record e un trionfo italiano
Chamonix ha chiuso un'altra settimana da capitale mondiale del trail running. Dal 24 al 30 agosto, le otto gare dell'HOKA UTMB Mont-Blanc hanno portato migliaia di runner sui sentieri tra Italia, Svizzera e Francia, con le tre prove simbolo: OCC, CCC e UTMB a rappresentare le finali UTMB World Series nelle rispettive categorie 50K, 100K e 100M.
L'edizione 2026 sarà ricordata soprattutto per la velocità delle gare, per alcuni arrivi decisi sul filo dei secondi e per una vittoria italiana che ha illuminato la giornata della CCC. A imporsi nella prova da Courmayeur a Chamonix è stato infatti Cristian Minoggio, protagonista di una delle prestazioni più importanti della sua carriera e capace di portare l'Italia sul gradino più alto del podio di una delle gare più prestigiose del calendario internazionale. Accanto a lui, nel corso della settimana, sono arrivati i successi di Ben Dhiman e Blandine L'Hirondel nella gara regina, di Frédéric Tranchand e Lauren Gregory nella OCC e di Rémy Brassac e Sarah Vieuille nella TDS.
UTMB: DHIMAN E L'HIRONDEL NELLA GARA REGINA
La prova più attesa, la UTMB, ha confermato il suo status di appuntamento centrale della settimana. Il percorso ufficiale dell'edizione 2026 prevedeva 174 km e 9.900 metri di dislivello positivo, con partenza da Chamonix e un lungo viaggio attorno al massiccio del Monte Bianco.
In campo maschile Ben Dhiman ha firmato una prestazione dominante, migliorando il secondo posto ottenuto nel 2025 e conquistando la vittoria in 18h16'29". Alle sue spalle si sono classificati Baptiste Chassagne e Caleb Olson. La gara ha avuto anche un elemento particolare: la partenza è stata ritardata dalle condizioni meteorologiche, ma questo non ha impedito al vincitore di mantenere un ritmo straordinario lungo l'intero percorso realizzando il record della gara, che però è stata leggermente accorciata a causa delle condizioni meteorologiche.
La prova femminile ha regalato un altro capitolo storico. Blandine L'Hirondel ha vinto in 21h55'49", completando così il prestigioso tris OCC-CCC-UTMB. La francese è diventata la seconda atleta capace di conquistare tutte e tre le grandi finali UTMB World Series. Sul podio con lei Rachel Entrekin ed Emily Schmitz.
UTMB – UOMINI
Ben Dhiman 18:16:29
Baptiste Chassagne 18:47:38
Caleb Olson 18:48:24
UTMB – DONNE
Blandine L'Hirondel 21:54:49
Rachel Entrekin 22:15:54
Emily Schmitz 22:17:28
CCC: MINOGGIO REGALA ALL'ITALIA UNA VITTORIA STORICA
Se la UTMB ha incoronato i protagonisti della 100M, la CCC ha consegnato all'Italia il risultato più importante della settimana. La gara, con partenza da Courmayeur e arrivo a Chamonix passando per Champex, rappresenta la finale della categoria 100K delle UTMB World Series. Nel 2026 il percorso ha subito modifiche ed è arrivato a circa 107,8 km.
Cristian Minoggio ha conquistato la vittoria davanti al portoghese Miguel Arsenio e all'austriaco Hans Troyer. Per il piemontese, classe 1984, un successo di enorme prestigio sul palcoscenico più importante del trail running internazionale.
Tra le donne si è imposta la norvegese Yngvild Kaspersen, al suo secondo successo nella CCC. Alle sue spalle Toni McCann e Miao Yao, protagoniste di una gara combattuta prima dell'allungo decisivo della vincitrice. Kaspersen ha chiuso in 12h01'14".
CCC – UOMINI
Cristian MINOGGIO 10:21:48
Miguel ARSENIO 10:27:25
Hans TROYER 10:33:29
CCC – DONNE
Yngvild KASPERSEN 12:01:14
Toni MCCANN 12:06:14
Miao YAO 12:15:41
OCC: TRANCHAND DOMINA, GREGORY VINCE PER TRE SECONDI
La OCC ha aperto le grandi finali della settimana con una gara da 60 km e 3.500 metri di dislivello positivo. Partenza da Orsières e arrivo a Chamonix per una prova sempre più veloce e competitiva, oggi riferimento della categoria 50K.
La gara maschile ha visto Frédéric Tranchand prendere il comando nelle prime fasi e non lasciarlo più. Il francese ha chiuso in 5h10'08", precedendo il keniano Nashon Kiplimo, secondo in 5h14'37", e lo spagnolo Miguel Benitez, terzo in 5h17'43".
Ancora più spettacolare il finale della gara femminile. Lauren Gregory ha rimontato nel tratto conclusivo, superando prima Sara Alonso e poi Naomi Lang a pochissima distanza dal traguardo. La statunitense ha vinto in 6h08'07", appena tre secondi davanti a Lang, mentre Alonso ha completato il podio in 6h09'11".
OCC – UOMINI
Frédéric TRANCHAND 05:10:08
Nashon KIPLIMO 05:14:37
Miguel BENITEZ 05:17:43
OCC – DONNE
Lauren GREGORY 06:08:07
Naomi LANG 06:08:10
Sara ALONSO 06:09:11
TDS: LA FRANCIA DOMINA LA GARA PIÙ TECNICA
La settimana dell'UTMB è iniziata con una delle sue prove più dure e tecniche. La TDS, partita da Courmayeur, ha proposto nel programma ufficiale un percorso di 145 km e 9.500 metri di dislivello positivo, con arrivo a Chamonix.
In campo maschile Rémy Brassac ha conquistato la vittoria in 19h28'43", davanti a Pierre-Adrien Hivert e Nicolas Court. Tra le donne successo per Sarah Vieuille in 22h08'16", seguita da Alice Meignié e Alyssa Clark.
Podio italiano purtroppo svanito con Davide Rivero che ha concluso la gara tagliando il traguardo al terzo posto, ma è scivolato al sesto posto nella classifica ufficiale a causa di una penalità di 45 minuti a causa di un cambio zaino, non permesso durante la gara.
TDS – UOMINI
Remy BRASSAC 19:28:43
Pierre-Adrien HIVERT 20:14:26
Nicolas COURT 20:56:52
TDS – DONNE
Sarah VIEUILLE 22:08:16
Alice MEIGNIÉ 22:30:29
Alyssa CLARK 22:54:19
Dalla TDS alla UTMB, passando per le finali OCC e CCC, l'edizione 2026 ha confermato ancora una volta la dimensione unica della settimana di Chamonix. Otto gare, distanze e filosofie diverse, ma un unico centro gravitazionale per il trail running internazionale. E per l'Italia, questa volta, c'è anche un nome da mettere in primo piano: quello di Cristian Minoggio, vincitore della CCC.
ASICS Blazeblast: ammortizzazione e spinta per il trailrunning
ASICS entra con decisione nel segmento del trail più scorrevole con una scarpa che punta prima di tutto su divertimento e versatilità. La nuova BLAZEBLAST è pensata per i terreni più scorrevoli dove aumentare il ritmo, terreno compatto, strade bianche e nei percorsi misti tra asfalto e sterrato. Una filosofia che porta nel mondo off-road alcune delle sensazioni più apprezzate delle scarpe ASICS da strada.
Maneggiandola la prima caratteristica che si nota è l'intersuola generosa, realizzata in FF BLAST MAX. L'ammortizzazione è abbondante e morbida, ma senza trasformare la scarpa in una piattaforma eccessivamente cedevole. La risposta è elastica e la falcata invita a correre in modo naturale, soprattutto sui ritmi facili e medi. Sotto l'avampiede entra in gioco il Trampoline Pod, una particolare costruzione studiata per aumentare la sensazione di rimbalzo e rendere più energica la fase di stacco. Il risultato è una scarpa che predilige una corsa fluida e rotonda, capace di rendere piacevoli anche le uscite lunghe.


Con un drop di 8 mm e un peso di circa 252 grammi, la BLAZEBLAST riesce a mantenere una buona leggerezza nonostante i volumi importanti dell'intersuola. La tomaia in tessuto tecnico intrecciato è morbida e ben ventilata, con una costruzione essenziale che privilegia il comfort. Il contenimento è adeguato alla destinazione d'uso e la filosofia è chiara: offrire sicurezza sullo sterrato, senza appesantire la scarpa con strutture protettive pensate per trail più tecnici.
La suola ASICSGRIP, con tasselli da 2,5 mm, conferma questa impostazione. Sullo sterrato compatto, sulle strade forestali e sui sentieri asciutti e scorrevoli la trazione è efficace e consente di correre con sicurezza riducendo al minimo l'attrito. La tassellatura meno pronunciata mostra i suoi limiti solamente quando il terreno diventa molto fangoso, sconnesso o estremamente ripido. Non è un difetto, quanto piuttosto una precisa scelta progettuale, la BLAZEBLAST infatti si esprime al meglio dove la continuità della corsa è la necessità principale.
BLAZEBLAST è quindi una scarpa particolarmente interessante sia per chi arriva dalla strada e vuole una scarpa ammortizzata e scorrevole senza cambiare completamente sensazioni sotto al piede e sia per chi ricerca un modello comodo senza rinunciare ad un buon ritorno elastico da parte dell'intersuola, anche il trail runner esperto che cerca un modello comodo e vivace per i recuperi o gli allenamenti su percorsi veloci la potrebbe apprezzare appieno. In poche parole un prodotto che cerca di rendere la corsa facile, ammortizzata e divertente.
CMP porta l'outdoor fuori dai sentieri con la nuova linea Moving
È da questa evoluzione che nasce Moving – Collective [of] Moving People, la nuova linea di CMP, brand veneto del gruppo F.lli Campagnolo, che unisce il know-how tecnico del brand a uno stile essenziale e contemporaneo, pensato per accompagnare ogni momento della giornata.

La collezione interpreta il movimento come un'attitudine, proponendo capi versatili capaci di passare con naturalezza dall'ambiente urbano alle attività all'aria aperta. Materiali performanti, dettagli funzionali e vestibilità rilassate sono il filo conduttore dell'intera linea.
La collezione propone un guardaroba completo che spazia da T-shirt, felpe e pantaloni fino a giacche e accessori, accomunati da un'estetica essenziale e da una costruzione pensata per adattarsi a contesti diversi. I tessuti tecnici, come quelli dotati di tecnologia Dry Function, favoriscono traspirabilità e asciugatura rapida, mentre i fit rilassati e le linee pulite garantiscono comfort e libertà di movimento durante tutta la giornata. Accanto ai capi più leggeri trovano spazio anche soluzioni pensate per affrontare condizioni meteo variabili, con giacche che integrano dettagli funzionali come cappucci regolabili, tessuti protettivi, inserti reflective e tasche con zip.
A completare la proposta ci sono accessori come bucket hat e cappellini, che rafforzano l'identità urban-outdoor della collezione, pensata per accompagnare con naturalezza chi passa dalla città ai sentieri, da un viaggio a un'escursione, senza dover cambiare modo di vestire.
Con Moving, CMP interpreta una tendenza sempre più attuale: portare le prestazioni e il comfort dell'abbigliamento outdoor anche fuori dai sentieri, senza rinunciare a uno stile essenziale e versatile. Una proposta pensata per chi vive il movimento come parte integrante della propria quotidianità.
Broad Peak, la valanga e il silenzio che rimane
Raccontare la montagna è facile quando si parla di nuove vie, record e grandi salite. Molto meno quando è la montagna stessa a interrompere una storia, lasciando dietro di sé soltanto domande e silenzio.
Sul Broad Peak (8.051 m), nel Karakorum pakistano, una violenta valanga ha travolto una spedizione internazionale, causando la morte di dieci alpinisti. Tra loro c'era anche Nirmal Purja, probabilmente il nome più conosciuto dell'alpinismo himalayano contemporaneo, insieme a guide nepalesi, clienti e alpinisti provenienti da diversi Paesi. Si tratta di uno dei più gravi incidenti collettivi degli ultimi anni su un Ottomila.
Non ci piace scrivere articoli su chi non c'è più. Preferiamo raccontare le salite riuscite, le nuove vie, le imprese che fanno sognare. Ma quando scompare una figura che ha contribuito a cambiare il volto dell'alpinismo moderno, fermarsi a riflettere diventa quasi un dovere.
Nirmal Purja divideva il mondo della montagna. Ex Gurkha e membro delle forze speciali britanniche, aveva rivoluzionato il concetto stesso di velocità sugli Ottomila con il progetto Project Possible, salendo tutti i quattordici Ottomila in appena sei mesi e sei giorni. Un'impresa che sembrava appartenere alla fantascienza e che lo aveva reso celebre ben oltre l'ambiente alpinistico, anche grazie al documentario 14 Peaks.
Ma Purja era anche uno degli alpinisti più discussi della sua generazione. L'utilizzo sistematico dell'ossigeno supplementare, il forte approccio commerciale alle spedizioni, una comunicazione spesso spettacolare e alcune polemiche degli ultimi anni gli avevano attirato numerose critiche. Per alcuni rappresentava una nuova idea di himalayismo, più veloce ed efficiente, per altri incarnava un modello troppo distante dall'alpinismo tradizionale.
È giusto ricordarlo anche così. Perché la montagna non ha bisogno di santi, ma di persone vere, con i loro meriti, le loro contraddizioni e i loro errori.
Questa tragedia lascia anche un'altra riflessione. Diversi membri della spedizione erano dotati di dispositivi di localizzazione satellitare e GPS. Strumenti ormai sempre più diffusi, capaci di indicare con precisione la posizione di una persona e di facilitare enormemente le operazioni di recupero. E infatti hanno permesso ai soccorritori di individuare rapidamente l'area dell'incidente e organizzare una delle operazioni di recupero più complesse mai affrontate sul Broad Peak.

Ma la tecnologia ha mostrato il proprio limite. Un GPS può dire dove sei, può inviare una posizione. Un drone può sorvolare un pendio. Nulla di tutto questo, però, può fermare una massa di neve che precipita lungo un versante a migliaia di metri di quota.
Anche sulle nostre montagne negli ultimi anni abbiamo imparato ad affidarci sempre di più alla tecnologia: satellitari, smartwatch, airbag, ARTVA sempre più evoluti. Sono strumenti straordinari, che aumentano le possibilità di sopravvivenza e rendono i soccorsi più efficaci. Ma nessuno di loro elimina il rischio.
La montagna, e la natura in generale, continua a ricordarci che la sicurezza non nasce dall'attrezzatura, ma dalle decisioni prese molto prima di uscire di casa. La tecnologia può aiutare quando qualcosa va storto, la prevenzione rimane l'unico vero modo per evitare che quel momento arrivi, ma il rischio zero non esiste.
Nei prossimi giorni si parlerà inevitabilmente di quote, seracchi, condizioni del manto nevoso e responsabilità. È giusto farlo? Serve a capire, a migliorare e a ridurre il rischio.
Oggi, però, forse è il momento di fermarsi un istante.
Per ricordare dieci alpinisti che sono partiti sognando una cima e non sono più tornati. E per ricordare anche Nirmal Purja, una figura che ha cambiato l'alpinismo contemporaneo, nel bene e nel male. Perché le montagne continueranno a dividere le opinioni, ma davanti alla loro forza siamo tutti, inevitabilmente, uguali.
© foto National Geographic
28 giorni per attraversare le Alpi: nuovo FKT per Sophie Woods
L'ultrarunner neozelandese ha completato la Via Alpina in 28 giorni, 17 ore e 59 minuti, stabilendo il nuovo Fastest Known Time (FKT) assoluto sul celebre itinerario che attraversa l'intero arco alpino da Muggia, alle porte di Trieste, fino al Principato di Monaco. Un tempo che non migliora soltanto il primato femminile, ma supera anche quello maschile, abbassando di oltre una settimana il precedente record assoluto.

La Via Alpina non è un sentiero qualsiasi. Il tracciato attuale misura 2.018 chilometri e accumula oltre 117.000 metri di dislivello positivo, attraversando otto Paesi: Italia, Slovenia, Austria, Germania, Liechtenstein, Svizzera, ancora Italia, Francia e infine Monaco, lungo alcuni dei passaggi più spettacolari e impegnativi delle Alpi. Per dare un'idea delle dimensioni dell'impresa, significa affrontare un dislivello equivalente a circa dodici ascensioni dell'Everest, distribuite in meno di un mese.
Per riuscirci Woods ha mantenuto una media impressionante di oltre 70 chilometri e più di 4.000 metri di salita ogni giorno, muovendosi per 14-18 ore quotidiane. Un ritmo che avrebbe già del sorprendente in condizioni ideali, ma che quest'estate si è scontrato con due intense ondate di calore, temporali, incendi boschivi e deviazioni obbligate lungo il percorso.

La quarantaduenne, nata in Nuova Zelanda ma residente nel Regno Unito e conosciuta nelle competizioni anche con il cognome da nubile Sophie Grant, non è nuova alle grandi avventure alpine. Nel suo curriculum figurano tre partecipazioni concluse al Tor des Géants, diversi piazzamenti di rilievo nelle grandi ultra europee e una lunga esperienza nello skyrunning. Ma la Via Alpina rappresentava qualcosa di diverso: non una gara, bensì un progetto personale costruito giorno dopo giorno, dove la vera sfida era continuare a muoversi quando il corpo chiedeva di fermarsi.
Anche l'approccio mentale è stato determinante. Woods ha raccontato di non aver mai pensato ai 2.000 chilometri nella loro interezza, ma di aver suddiviso il viaggio in piccoli obiettivi: una giornata, un'ora, persino pochi minuti alla volta. Un modo per rendere affrontabile qualcosa che, visto nella sua totalità, sarebbe parso semplicemente impossibile.

L'impresa conferma anche un'altra tendenza ormai evidente nel mondo dell'endurance: le grandi traversate stanno vivendo una nuova stagione. Sempre più atleti scelgono di misurarsi con itinerari storici piuttosto che con gare tradizionali, trasformando sentieri iconici in palcoscenici per sfide dove contano resistenza, logistica, capacità di adattamento e conoscenza della montagna almeno quanto la velocità.
La Via Alpina, nata per unire l'intero arco alpino attraverso una rete di sentieri escursionistici, aggiunge così un nuovo capitolo alla propria storia. E il tempo di 28 giorni, 17 ore e 59 minuti fissato da Sophie Woods diventa il nuovo riferimento assoluto per chi, un giorno, vorrà provare a correre da Trieste fino al Mediterraneo inseguendo il filo delle Alpi.
Trovate sul suo profilo Instagram il racconto della traversata giorno per giorno.
© foto Instagram Sophie Woods
In gara con ASICS a La Thuile
Ogni gara è anche un banco di prova per l'attrezzatura, soprattutto quando il percorso si sviluppa in alta montagna. Per questo abbiamo scelto di testare il nuovo equipaggiamento trail di ASICS direttamente sul campo, affrontando la 25 km della ASICS La Thuile Trail Memorial Edo Camardella, una delle prove più rappresentative del panorama trail alpino. L'evento, di cui ASICS è title sponsor, propone quattro distanze: 10 - 24 - 42 70 chilometri. Il nostro tester Paolo Dellavesa ha scelto di affrontare la 25 chilometriche si snodano con circa 1.500 metri di dislivello positivo lungo i sentieri di La Thuile, alternando lunghe salite corribili, single track tecnici e discese veloci in un ambiente spettacolare vista Monte Bianco. Per l'occasione ASICS ci ha fornito un setup completo, pensato per affrontare una gara dove leggerezza, stabilità, protezione e traspirabilità fanno davvero la differenza. Ecco come si sono comportati i prodotti che ci hanno accompagnato dal via fino al traguardo.

Per affrontare i 25 km della La Thuile Trail abbiamo scelto un setup ASICS pensato per correre veloce in ambiente alpino, dove leggerezza, traspirabilità e protezione devono convivere. Il completo Fujitrail, composto dalla t-shirt Fujitrail Elite SS Top e dai pantaloncini Fujitrail Elite Short, utilizza tessuti estremamente leggeri e ad asciugatura rapida che gestiscono al meglio il calore nelle lunghe salite e mantengono comfort anche quando il ritmo aumenta.

Sulle spalle c'era il nuovo Fujitrail Vest, un gilet da trail che ci ha sorpreso soprattutto per la stabilità. Anche affrontando discese veloci e tratti particolarmente sconnessi è rimasto sempre ben aderente al corpo, senza fastidiosi rimbalzi e senza limitare la respirazione. Le numerose tasche frontali permettono di avere gel, flask e piccoli accessori sempre a portata di mano, mentre lo scomparto posteriore offre spazio sufficiente per riporre la giacca impermeabile e il materiale obbligatorio senza dover comprimere eccessivamente il carico. Apprezzabile anche il sistema di regolazione elastico, che consente di adattare rapidamente il fit durante la gara mantenendo lo zaino stabile sia con le flask piene sia una volta svuotate. Un dettaglio che, sulle lunghe distanze, contribuisce a far dimenticare di averlo addosso.

Ai piedi abbiamo corso con le nuove FUJI LITE 7, una scarpa che ci ha convinto per il perfetto equilibrio tra leggerezza, precisione e reattività. Fin dai primi chilometri trasmette una sensazione di corsa molto naturale, con un'intersuola capace di assorbire bene gli impatti senza risultare troppo morbida o dispersiva. La risposta è pronta, soprattutto quando si aumenta il ritmo in salita o nei rilanci dopo i tratti più tecnici, mentre il peso contenuto rende la scarpa poco affaticante anche dopo diverse ore di gara. La suola ASICSGRIP si è dimostrata uno dei punti di forza del modello: il grip è sempre elevato su roccia asciutta, radici e terreno compatto, ma offre sicurezza anche sui tratti umidi tipici dei sentieri alpini. La tomaia avvolge il piede con precisione senza creare punti di pressione e mantiene un'ottima traspirabilità anche nelle fasi più intense della gara. Il risultato è una scarpa che invita a spingere, ma che allo stesso tempo rimane prevedibile e precisa negli appoggi, qualità fondamentali quando il percorso alterna lunghe salite, discese veloci e continui cambi di terreno.

Nello zaino trovava posto anche la Fujitrail Elite Waterproof Jacket, una giacca impermeabile a tre strati, comprimibile e altamente traspirante, scelta sia perché rappresenta un capo indispensabile del materiale obbligatorio in gara, sia per affrontare gli improvvisi cambi di meteo tipici delle montagne in periodo estivo. Una giacca essenziale ma completa, con tasca pettorale per riporre il telefono o le chiavi, cappuccio e fondo giacca regolabili tramite elastici e coulisse per il pollice che permettono di non far risalire le maniche anche durante i tratti più movimentati delle nostre uscite.
Test a cura di Paolo Dellavesa
© foto La Thuile Trail / ASICS Italia












