Il freeride entra nella storia: sarà disciplina olimpica ai Giochi Olimpici invernali del 2030
Per anni è stato lo sport ribelle della montagna. Nato lontano dagli impianti, dai tracciati e dalle porte, cresciuto su ripide pareti dove a contare sono la scelta della linea, il controllo, la fluidità e lo stile. Ora il freeride compie il passo più grande della sua storia: il Comitato Olimpico Internazionale ha approvato l'ingresso ufficiale dello sci e dello snowboard freeride nel programma dei Giochi Olimpici Invernali delle Alpi Francesi 2030.
Si tratta di una decisione destinata a cambiare il futuro della disciplina. Per la prima volta i migliori rider del mondo si contenderanno una medaglia olimpica affrontando pendii naturali, senza un tracciato prestabilito, proprio come avviene oggi nel Freeride World Tour
L'ingresso alle Olimpiadi non è arrivato per caso. È il risultato di un percorso iniziato negli anni novanta con le prime competizioni internazionali e consolidato dalla nascita del Freeride World Tour, che dal 2008 rappresenta il massimo circuito mondiale.Un'accelerazione decisiva è arrivata nel 2022, quando la International Ski and Snowboard Federation ha acquisito il Freeride World Tour, integrando ufficialmente la disciplina all'interno della federazione internazionale dello sci. Da quel momento il lavoro si è concentrato sulla costruzione di un percorso condiviso con il CIO, mantenendo però l'identità del freeride.

Le gare olimpiche si disputeranno su pendii non preparati, senza porte né tracciati obbligati, ogni atleta dovrà scegliere la propria linea e sarà valutato da una giuria secondo i criteri già utilizzati nel Freeride World Tour:
- scelta della linea;
- controllo
- fluidità
- tecnica
- salti e difficoltà complessiva
L'obiettivo dichiarato è quello di trasferire alle Olimpiadi lo spirito della disciplina senza trasformarla in qualcosa di diverso
Nel comunicato diffuso dal Freeride World Tour, il fondatore e CEO Nicolas Hale-Woods ha definito la decisione un momento storico.
«L'inclusione olimpica rappresenta il riconoscimento di decenni di lavoro da parte di atleti, organizzatori e dell'intera comunità freeride. Abbiamo sempre creduto che questa disciplina meritasse il palcoscenico più importante dello sport mondiale.»
Hale-Woods ha però ribadito anche un concetto caro a tutto il movimento: l'ingresso ai Giochi non dovrà snaturare il freeride, che continuerà a basarsi sulla lettura della montagna, sulla creatività e sulla libertà di interpretazione delle linee.
Anche il presidente della FIS, Alexander Ospelt, ha sottolineato come il freeride rappresenti una delle discipline in maggiore crescita degli sport invernali, grazie soprattutto al forte sviluppo del settore giovanile e delle competizioni internazionali.
L'ingresso nel programma olimpico porterà inevitabilmente nuovi investimenti, maggiore copertura mediatica e una crescente professionalizzazione.
Molte federazioni nazionali inizieranno infatti a creare squadre dedicate, percorsi giovanili e programmi di sviluppo. Negli Stati Uniti, ad esempio, U.S. Ski & Snowboard ha già annunciato l'inserimento ufficiale del freeride tra le proprie discipline agonistiche.
La vera sfida sarà però mantenere l'equilibrio tra spettacolo e autenticità. Il freeride è nato come espressione dello sci lontano dalle piste e dai format tradizionali delle competizioni. Portarlo alle Olimpiadi significherà trovare un compromesso capace di garantire sicurezza, giudizi trasparenti e sostenibilità organizzativa senza perdere ciò che lo rende unico.
Dopo lo sci alpinismo, che ha debuttato ai Giochi di Milano Cortina 2026, anche il freeride conquista il palcoscenico olimpico. Due discipline profondamente diverse, ma accomunate dallo stesso terreno di gioco: la montagna. È un riconoscimento importante per un modo di vivere lo sci che fino a pochi anni fa sembrava troppo libero, troppo difficile da incasellare in un regolamento olimpico. Oggi, invece, entra ufficialmente nella storia dello sport.
Resta una domanda, forse la più interessante: riuscirà il freeride a conservare la propria anima anche sotto i Cinque Cerchi? La risposta arriverà nel 2030, sulle pareti delle Alpi francesi.
© foto Freeride World Tour
Prima discesa integrale con gli sci del Nanga Parbat senza ossigeno per Andrzej Bargiel
L'alpinista polacco Andrzej Bargiel ha completato la prima discesa integrale con gli sci dalla cima del gigante pakistano, salendo e scendendo senza l'utilizzo di ossigeno supplementare. Un'impresa che chiude un progetto iniziato oltre dieci anni fa e che conferma Bargiel come uno dei più grandi interpreti dello sci ripido d'alta quota.

Una linea che sembrava impossibile
Con i suoi 8.126 metri, il Nanga Parbat è uno degli Ottomila più complessi e pericolosi dell'Himalaya. Il suo nome è legato alla storia dell'alpinismo, dalla celebre salita della parete Rupal di Reinhold Messner fino ai numerosi tentativi di discesa con gli sci che, negli anni, si erano sempre arrestati bruscamente.
L'ostacolo era sempre lo stesso: la grande barriera di seracchi della parete Diamir. Tutti gli sciatori erano stati costretti a togliere gli sci e proseguire a piedi, interrompendo la continuità della discesa. Bargiel, invece, è riuscito a individuare una linea sciabile lungo la Via Messner, superando il delicato traverso sotto i seracchi e mantenendo gli sci ai piedi fino a quota 4.400 metri, dove termina l'innevamento continuo. È la prima volta che una discesa collega senza interruzioni la vetta del Nanga Parbat con il limite della quota neve.
L'impresa è iniziata il 28 giugno, quando il polacco ha lasciato il campo base, posto a 4.200 metri, alle sei del mattino. Dopo aver trascorso una notte al Campo II (6.200 m) e una al Campo III (6.850 m), ha raggiunto la vetta, dove si è fermato 45 minuti prima di calzare gli sci.
L'intera ascensione è stata compiuta senza ossigeno supplementare. Bargiel ha trascorso circa due ore sopra i 7.900 metri, nella cosiddetta zona della morte, prima di iniziare una discesa che si è conclusa alle 15 del 30 giugno, per un tempo complessivo di 2 giorni e 9 ore tra campo base, vetta e ritorno.
«Sapevo che il successo di questo progetto sarebbe dipeso dal momento giusto e dalle condizioni giuste della montagna. Sono felice che siamo riusciti a trovare una linea che rendesse possibile completare l'intera discesa in sicurezza», ha raccontato Bargiel al termine della spedizione.
Anche Janusz Gołąb, che ha seguito il progetto, ha sottolineato la complessità dell'impresa: «È stato uno dei progetti di sci più complessi che abbia mai visto in alta montagna. Andrzej ha dovuto leggere e risolvere il terreno in tempo reale per tutta la discesa. Sul Nanga Parbat non c'è spazio per il caso».
L'ultimo tassello di un progetto iniziato nel 2015
Quella sul Nanga Parbat rappresenta il capitolo conclusivo di un progetto che Bargiel porta avanti da oltre un decennio. Nel 2015 aveva firmato la prima discesa integrale del Broad Peak, seguita nel 2018 dalla storica prima sciata del K2. Nel 2023 sono arrivate le discese di Gasherbrum I e Gasherbrum II, mentre nel 2025 è diventato il primo uomo a salire e scendere con gli sci dall'Everest fino al campo base senza utilizzare ossigeno supplementare.
Con il successo sul Nanga Parbat aggiunge un altro tassello a una collezione senza precedenti: è infatti il primo scialpinista ad aver scalato e sciato Broad Peak, K2, Gasherbrum I, Gasherbrum II, Everest e Nanga Parbat, sempre senza l'ausilio di ossigeno supplementare.
Più che una semplice "prima", quella di Bargiel racconta l'evoluzione dello sci ripido d'alta quota. Su montagne esplorate da decenni esistono ancora linee da immaginare e problemi da risolvere. In questo caso non è bastata la tecnica sugli sci o la capacità alpinistica: è servita soprattutto la pazienza di aspettare le condizioni perfette e la lucidità di leggere una montagna che, fino a oggi, aveva sempre costretto tutti a fermarsi prima della fine.
© foto RedBull
Western States, Puppi secondo in una gara da record: vince Bouillard, Kilian si ritira
La Western States 100 ha mantenuto le promesse. Il campo partenti era probabilmente il più competitivo della storia della gara e il risultato finale è stato all'altezza delle aspettative: record del percorso sia al maschile sia al femminile, quattro uomini sotto il precedente primato della corsa e un Francesco Puppi protagonista fino agli ultimi chilometri.
L'azzurro ha chiuso al secondo posto in 13h51'08", al termine di una gara straordinaria che lo ha visto anche al comando dopo il 70° miglio. Per il bergamasco si trattava dell'esordio assoluto sulla distanza delle 100 miglia (160 km), un debutto che vale uno dei migliori risultati di sempre per un atleta italiano in una delle gare di trail più iconiche al mondo.
Puppi all'attacco, poi il ritorno di Bouillard
Come previsto, la gara è partita su ritmi elevatissimi. Tra i protagonisti fin dalle prime rampe sopra Olympic Valley c'erano Hans Troyer, Jim Walmsley, Kilian Jornet, Vincent Bouillard, Ryan Montgomery e proprio Puppi.
Dopo una prima parte condotta da Troyer, il ritmo ha iniziato a selezionare il gruppo di testa. Puppi è rimasto sempre nelle posizioni di vertice e, intorno al 71° miglio, ha preso il comando della corsa, transitando con un vantaggio di circa due minuti.
Alle sue spalle, però, Vincent Bouillard non ha mai perso contatto. Il francese, capace lo scorso anno di sorprendere il mondo del trail vincendo l'UTMB praticamente da outsider, ha costruito una rimonta paziente e costante. Dopo essere rimasto stabilmente tra i primi tre per tutta la giornata, ha raggiunto Puppi a circa 10 miglia dall'arrivo, piazzando l'attacco decisivo sulla salita di Quarry Road.
Da quel momento non si è più voltato indietro. Bouillard ha tagliato il traguardo di Auburn in 13h46'15", demolendo di 23 minuti il precedente record della Western States, stabilito da Jim Walmsley nel 2019 (14h09'23").
Puppi ha difeso con autorità la seconda posizione, fermando il cronometro a 13h51'08", mentre Ryan Montgomery ha completato il podio in 13h53'55". Anche Thomas Cardin, quarto in 14h07'58", è riuscito a correre sotto il vecchio record della gara.

Kilian e Walmsley costretti al ritiro
Tra gli uomini più attesi (almeno a livello mediatico) c'era naturalmente anche Kilian Jornet, al ritorno alla Western States dopo molti anni. Lo spagnolo è rimasto nelle prime posizioni nella fase iniziale della gara, ma ha progressivamente perso terreno fino al ritiro intorno al 38° miglio. Sorte simile anche per il quattro volte vincitore Jim Walmsley, che ha dovuto abbandonare la corsa dopo essere rimasto a lungo nel gruppo di testa.
Anche tra le donne cadono i record
La giornata californiana verrà ricordata anche per la gara femminile, dove Jennifer Lichter ha riscritto la storia della Western States. L'americana ha vinto in 15h28'05", abbassando di 1'28" il record del percorso stabilito da Courtney Dauwalter nel 2023.
Alle sue spalle Riley Brady ha chiuso in 15h42'14", davanti alla canadese Marianne Hogan (15h51'44"). Un dato rende l'idea del livello raggiunto dalla competizione: ben dieci donne hanno corso tempi che, in molte edizioni precedenti, sarebbero valsi il podio.
Una Western States destinata a entrare nella storia
Condizioni meteo insolitamente favorevoli, un livello tecnico eccezionale e un campo partenti senza precedenti hanno trasformato l'edizione 2026 della Western States in una delle più veloci di sempre.
Per Francesco Puppi resta una prestazione che conferma definitivamente il suo posto tra i migliori ultrarunner del panorama internazionale. Essere rimasto in testa per gran parte della seconda metà di gara, all'esordio sulle 100 miglia e contro avversari del calibro di Bouillard, Walmsley e Jornet, è forse il dato che più racconta il valore della sua prova. E se il francese ha confermato che il successo all'UTMB non era stato un caso, l'azzurro ha dimostrato di poter competere ai massimi livelli anche nella distanza regina dell'ultrarunning.
© foto Instagram Francesco Puppi / Kilian Jornet
Oliver Kaspar in solitaria sul Tocllaraju a 22 anni
Alcune montagne rappresentano un obiettivo. Altre diventano un richiamo a cui è impossibile non rispondere.
Per Oliver Kaspar, ventiduenne toscano, il richiamo del Tocllaraju è stato proprio questo: irresistibile. Una montagna di 6.034 metri nella Cordillera Blanca, in Perù, il cui nome in lingua quechua significa trappola di ghiaccio. Un nome che racconta bene il carattere della montagna, segnata da grandi seracchi, crepacci e da una parete finale che raggiunge i 65-70 gradi di inclinazione.
Kaspar ha scelto di affrontarla in completa autonomia. Nessun portatore, nessun mulo per il trasporto del materiale, nessun compagno di cordata. Tutto l'occorrente trasportato sulle spalle fino all'ultimo campo, allestito a circa 5.100 metri dopo due giorni di avvicinamento.
«Agii d'impulso. Sentii il richiamo magnetico che la sua forma esercitava su di me e, dopo due giorni di camminata, mi ritrovai a 5100 metri. Senza nessun'altra tenda né cordata, la parte razionale era preoccupata; in fondo, però, l'essere completamente da solo mi riempiva l'animo di fuoco», racconta Oliver nel post pubblicato sui social.
La partenza arriva all'una di notte. Il freddo è intenso e il cielo, limpido, anticipa una giornata perfetta dal punto di vista meteorologico. «Appena vidi il cielo stellato rimasi immobile: il Toc mi guardava come un predatore con la preda».

La salita, però, è tutt'altro che semplice. I primi crepacci obbligano a continui cambi di itinerario e mettono subito alla prova la determinazione del giovane altoatesino. «Mi misero terrore e dubitai svariate volte». Più in alto il vento aumenta d'intensità, tanto da spostarlo continuamente. «Sentivo lo zaino fare da vela, spostando il mio baricentro in continuazione».
Sotto quota seimila arriva il momento più atteso: il muro finale di neve dura e ghiaccio, inclinato fino a 70 gradi, che rappresenta la sezione chiave della via. È qui che Oliver descrive con maggiore intensità il significato della sua salita.
«Eccoci qui. Il muro tanto ambito e temuto. Stare appeso alle piccozze su quella neve dura, con il vuoto sotto i talloni, credo non sia stata una prova di coraggio, ma più una dichiarazione d'amore verso il Toc. Ero disposto ad arrivare fino a questo punto: senza corda, senza seconde possibilità».
Parole che raccontano una filosofia prima ancora che una prestazione. La scelta della solitaria, infatti, non viene descritta come ricerca del rischio fine a sé stesso, ma come il modo più diretto per vivere un rapporto intimo con la montagna.
Una volta raggiunta la vetta, l'emozione prende il sopravvento. «Le lacrime di gioia e di freddo mi bagnavano le guance. Grazie, Toc!».
A soli 22 anni Oliver Kaspar aggiunge così un'altra salita di rilievo al proprio percorso alpinistico. Un'impresa che va oltre il dato tecnico e che racconta il desiderio di misurarsi con una montagna severa nella maniera più essenziale possibile: da solo, con ciò che serve nello zaino e con la consapevolezza che spesso in montagna non esistono scorciatoie.
© foto Instagram Oliver Kaspar
DDL caccia, un futuro che ci riguarda
Può essere una salita all'alba con le pelli, quando il silenzio è rotto solo dal respiro e dal rumore ritmico delle lamine sulla neve dura. Oppure una corsa in quota su un sentiero in cresta, con il terreno che cambia sotto i piedi e lo sguardo che si apre su ghiaioni, boschi e pascoli. In entrambi i casi, basta un incontro con un camoscio, una marmotta o un rapace in volo per ricordarsi che in montagna non siamo mai davvero soli: la natura non fa da sfondo, è parte dell'esperienza.
Negli ultimi giorni si è tornato a parlare del Disegno di Legge 1552 sulla caccia, in discussione in questi giorni al Senato, il quale però non riguarda soltanto cacciatori e ambientalisti. Riguarda tutti coloro che vivono la natura. Riguarda chi cerca il silenzio di un bosco, chi attraversa un parco naturale, chi si emoziona quando incontra un animale selvatico.
Il punto più preoccupante non è nemmeno il contenuto delle singole norme. È il metodo.
In qualsiasi ambito, dalla medicina all'ingegneria, dalla meteorologia alla gestione delle valanghe, le decisioni vengono prese ascoltando chi studia i fenomeni e applica il metodo scientifico nello studio dei fenomeni naturali. Nel caso della fauna selvatica esiste un organismo pubblico incaricato di fornire queste valutazioni: l'ISPRA, l'Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.
Vale la pena ricordarlo: ISPRA non è un'associazione ambientalista, non è un gruppo di attivisti e non rappresenta una posizione politica. È l'ente scientifico dello Stato Italiano che si occupa di monitoraggio ambientale, biodiversità e conservazione della fauna. Eppure il nuovo disegno di legge punta a ridurre il peso dei suoi pareri, trasformandoli da riferimento sostanzialmente vincolante a semplice consultazione. In altre parole: la politica potrà decidere anche contro le indicazioni della propria comunità scientifica.
È un precedente che dovrebbe preoccupare chiunque, indipendentemente dalle proprie idee sulla caccia.
Le contestazioni mosse da numerose società scientifiche, associazioni ambientaliste e persino da organizzazioni mediche riguardano infatti aspetti molto concreti: l'ampliamento delle aree cacciabili, l'estensione dei periodi venatori, l'utilizzo di richiami vivi, l'utilizzo di strumenti di puntamento notturno, la riduzione del ruolo delle aree protette e l'indebolimento dei meccanismi di tutela per diverse specie selvatiche.
Per chi vive la montagna il tema delle aree protette è particolarmente sensibile.
I parchi nazionali e regionali non sono semplicemente territori sottratti allo sviluppo. Sono laboratori viventi. Sono i luoghi grazie ai quali oggi possiamo ancora osservare stambecchi sulle Alpi, cervi negli Appennini, aquile reali, gipeti e molte altre specie che nel secolo scorso erano arrivate vicino all'estinzione locale.
Lo stambecco stesso, simbolo di tante montagne da noi frequentate, esiste ancora sulle Alpi perché qualcuno decise di proteggerlo quando ne rimanevano poche decine di esemplari. Se oggi possiamo fermarci durante una salita e ammirare un branco muoversi tra le rocce, è grazie alla conservazione, non grazie allo sfruttamento.
Spesso il dibattito viene semplificato in modo fuorviante: o si è a favore della caccia oppure contro. La realtà è molto più complessa.
Esistono effettivamente situazioni in cui alcune specie possono creare problemi ecologici, sanitari o agricoli. Il caso dei cinghiali è il più noto. Ma il contenimento faunistico non coincide necessariamente con l'attività venatoria ricreativa. La letteratura scientifica e le esperienze internazionali mostrano che la gestione delle popolazioni animali richiede monitoraggi continui, controllo della fertilità dove possibile, ripristino degli equilibri ecologici, prevenzione dei danni e interventi selettivi basati su dati biologici. Non slogan.
La fauna selvatica, inoltre, non è soltanto un patrimonio naturale. È anche una risorsa economica.
Negli Stati Uniti milioni di persone visitano ogni anno i grandi parchi nazionali per osservare fauna selvatica. Lupi, alci, bisonti e orsi generano un indotto turistico enorme per le comunità locali. Lo stesso sta avvenendo in molte aree europee, dove il wildlife watching è diventato una componente importante dell'economia montana.
Anche sulle Alpi italiane il valore di un gipeto osservato in volo o di un branco di stambecchi incontrato durante una camminata supera ampiamente il valore di un trofeo. Chi corre, cammina, scala o scia sa bene che la presenza degli animali rende un ambiente più ricco, più vivo, più autentico.

La montagna non è soltanto uno spazio da utilizzare, è una relazione. Per questo la domanda che dovremmo porci non è se una nuova legge favorisca una categoria piuttosto che un'altra. La domanda è più semplice: quale natura vogliamo lasciare a chi percorrerà questi sentieri tra vent'anni?
Una natura gestita attraverso ricerca, conoscenza e dati. Oppure una natura in cui la politica decide di ignorare proprio chi la studia per mestiere. La differenza tra queste due strade non riguarda soltanto gli animali: riguarda il nostro modo di stare al mondo.
E allora la domanda diventa un'altra: chi ha davvero bisogno di questa legge? Non gli allevatori, per i quali esistono già strumenti efficaci di prevenzione e indennizzo. Non la fauna selvatica, che da questa riforma ha tutto da perdere. E nemmeno una categoria fragile o a rischio. I cacciatori, come noi scialpinisti, trail runner, alpinisti o escursionisti, sono persone che scelgono di dedicare tempo e risorse a una passione che esiste grazie alla natura stessa. Proprio per questo sorprende che la risposta proposta sia meno tutela e non più conoscenza.
Perché la fauna selvatica non appartiene a chi la osserva, a chi la fotografa o a chi la caccia. Appartiene a tutti. È un bene comune, un patrimonio costruito in decenni di conservazione. E quando si decide del suo futuro, la domanda più importante non dovrebbe essere chi ne trae beneficio oggi, ma che cosa rischiamo di perdere domani.
Questo è un invito a informarsi. Perché solo attraverso la conoscenza, il confronto e il dialogo si possono affrontare temi complessi come il rapporto tra uomo e natura. E perché il futuro delle nostre montagne merita decisioni basate sui fatti, non sulle contrapposizioni.
© foto archivio Skialper
Iris Pessey corre sul tetto d'Europa
Partire dal centro di Chamonix nel cuore della notte, raggiungere la vetta del Monte Bianco in poco più di cinque ore e tornare in valle volando. Sembra uno di quei progetti che nascono attorno a un tavolo tra amici e che rimangono confinati nel mondo delle idee. Per Iris Pessey, invece, è diventato realtà.
Giovedì 18 giugno, alle 3.30 del mattino, la trentiquattrenne francese è partita dalla chiesa di Chamonix con un obiettivo ambizioso: raggiungere nel minor tempo possibile i 4.806 metri del Monte Bianco. Cinque ore e due minuti più tardi era in vetta, firmando il nuovo record femminile di salita da Chamonix e migliorando di dieci minuti il precedente riferimento stabilito nel 2023 da Hillary Gerardi.
L'impresa, però, non si è conclusa sul punto più alto delle Alpi. Dopo una breve sosta, il tempo necessario per preparare l'attrezzatura e attendere il momento giusto, Pessey è decollata in parapendio dalla cima del Monte Bianco. Trentadue minuti dopo era di nuovo sul sagrato della chiesa di Chamonix, là dove tutto era iniziato. Cronometro fermo a 5 ore, 34 minuti e 1 secondo. Un secondo record, questa volta nella categoria "hike and fly", che combina salita a piedi e rientro in volo.
I numeri raccontano solo in parte la portata della prestazione. Tra la piazza di Chamonix e la vetta ci sono circa 16 chilometri e oltre 3.800 metri di dislivello positivo lungo l'itinerario classico che passa dai Grands Mulets, dai Plateaux e dall'Arête des Bosses. Un terreno che richiede non solo motore atletico, ma anche competenze alpinistiche, capacità di gestione della quota e una perfetta conoscenza delle condizioni della montagna.
«Al momento dell'arrivo non ho pensato al tempo», ha raccontato Pessey dopo l'impresa. «Ho sentito soprattutto sollievo e gratitudine per tutte le persone che mi hanno aiutata a costruire questo progetto. Perché in fondo questa avventura non è mai stata una questione individuale, ma un'avventura condivisa».
Sul proprio profilo Instagram, l'atleta ha invece sintetizzato la giornata con il suo consueto entusiasmo: «Dopo qualche litro di sudore e una buona dose di endorfine... boom! Record battuto in 5h34».
Dietro questo risultato ci sono più di due anni di preparazione, sopralluoghi e studio della linea migliore. Secondo quanto riportato dalla stampa francese, il progetto è stato costruito nei minimi dettagli, dall'analisi dell'itinerario alla scelta della finestra meteorologica ideale per consentire sia la salita sia il decollo dalla vetta.
Ex fondista e biatleta, oggi allenatrice della nazionale britannica di biathlon, Pessey è ormai un volto noto nel mondo della corsa in montagna. Nel suo curriculum figurano il successo alla MCC by UTMB 2024, un bronzo mondiale nello skyrunning e diversi risultati di rilievo nelle competizioni verticali e trail.
L'impresa sul Monte Bianco arriva inoltre a pochi giorni da uno degli appuntamenti più attesi della stagione, i 90 km della Marathon du Mont-Blanc. Se l'idea era mandare un segnale alle avversarie, difficilmente avrebbe potuto essere più chiaro.
© foto Adrien Colleur / Noa Barrau
Julbo Faster L Kilian Jornet: un solo occhiale, mille condizioni
Ci sono collaborazioni che nascono da una sponsorizzazione e altre che si costruiscono negli anni, attraverso migliaia di ore passate in montagna. Quella tra Kilian Jornet e Julbo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Da oltre un decennio l'atleta catalano contribuisce allo sviluppo dei prodotti del marchio francese, portando sul tavolo esigenze molto specifiche: leggerezza, protezione, stabilità e soprattutto versatilità. Perché chi corre dalle foreste alle creste alpine, spesso nello stesso allenamento, ha bisogno di attrezzatura capace di adattarsi rapidamente ai cambiamenti dell'ambiente.
La collezione sviluppata insieme a Kilian nasce proprio da questa filosofia e il FASTER L KILIAN JORNET REACTIV ne rappresenta forse l'espressione più orientata alla corsa veloce e alle attività endurance.
Montatura essenziale, ma studiato nel dettaglio
A un primo sguardo il FASTER L colpisce per il design estremamente pulito. La montatura è ridotta all'essenziale e punta chiaramente a minimizzare il peso senza compromettere la stabilità. Una volta indossato, l'occhiale trasmette immediatamente una sensazione di leggerezza grazie ai soli 19 grammi di peso. Nelle uscite di corsa lunghe, dove spesso gli occhiali vengono indossati per molte ore consecutive, questa caratteristica diventa fondamentale, l'assenza di punti di pressione evidenti permette infatti di dimenticarsi quasi della loro presenza.
Le aste con Grip Tech garantiscono un buon compromesso tra grip e comfort, la struttura avvolgente mantiene l'occhiale stabile anche durante le discese più movimentate o nei tratti tecnici dove vibrazioni e continui cambi di direzione possono mettere in crisi modelli meno sportivi. Inoltre il nasello regolabile si adatta ad ogni naso.
Particolarmente riuscita anche la ventilazione. Pur offrendo una copertura generosa, la lente rimane sufficientemente distante dal viso da favorire la circolazione dell'aria, limitando l'appannamento nelle salite più lente o nelle giornate umide.
La vera protagonista è la lente Reactive 0-3 High Contrast
Se la montatura convince, è la lente a fare realmente la differenza. Julbo è stata una delle aziende che più ha investito nello sviluppo delle lenti fotocromatiche e la tecnologia REACTIV rappresenta ancora oggi uno dei punti di riferimento del settore. Nel caso del FASTER L Kilian Jornet troviamo la REACTIV 0-3 High Contrast, una lente che lavora in un range estremamente ampio, passando da una categoria 0 a una categoria 3 in funzione dell'intensità luminosa.
Tradotto sul terreno significa poter partire all'alba, attraversare un bosco fitto, uscire in cresta sotto il sole pieno e rientrare al tramonto senza mai sentire la necessità di togliere gli occhiali. È una caratteristica che può sembrare marginale finché non la si prova realmente durante una lunga giornata in montagna. Molti occhiali fotocromatici funzionano bene in determinate condizioni, ma mostrano limiti quando la luce diventa molto scarsa. In questo caso la trasmissione luminosa particolarmente elevata della categoria 0 permette invece di mantenere una visione naturale anche all'interno dei boschi o nelle prime ore del mattino.
All'estremo opposto, quando il sole aumenta di intensità, la lente si scurisce rapidamente offrendo una protezione adeguata per la maggior parte delle situazioni che si incontrano durante trail running, escursionismo veloce e skyrunning.
Contrasto e lettura del terreno
L'altro aspetto che emerge chiaramente durante l'utilizzo riguarda il lavoro sul contrasto. La tecnologia High Contrast non punta semplicemente a scurire la visione, ma aumenta la separazione tra colori e dettagli. Radici, rocce, cambi di consistenza del terreno e piccoli ostacoli risultano più leggibili, soprattutto nelle situazioni di luce piatta o filtrata dagli alberi. È una caratteristica particolarmente apprezzabile nel trail running tecnico, dove la velocità di lettura del terreno spesso determina anche la velocità di corsa. Rispetto a molte lenti tradizionali, la percezione dell'ambiente rimane inoltre molto naturale, senza dominanti cromatiche invasive che dopo diverse ore possono affaticare la vista.
Per chi è pensato?
È un prodotto progettato per chi si muove velocemente e attraversa ambienti diversi durante la stessa uscita o per chi cerca un'occhiale unico che si adatti a tutte le uscite, senza doversi preoccupare. Trail runner, skyrunner, escursionisti veloci e praticanti di mountain bike (le aste leggere e flessibili si adattano alla maggior parte dei caschi) troveranno nella combinazione tra peso contenuto, stabilità e lente fotocromatica una soluzione estremamente versatile. Il Faster L Kilian Jornet Reactiv non nasce per chi cerca un occhiale esclusivamente da alta montagna o da ghiacciaio ma va sottolineata l'esistenza della lente Reactive High Contrast 0-4 disponibile su altre montature, che si adatta anche all'uso su ghiacciaio e su neve.
La sensazione finale è quella di un occhiale sviluppato seguendo una logica molto vicina al modo di vivere la montagna di Kilian Jornet: meno specializzazione estrema e più adattabilità. Perché le attività outdoor raramente si svolgono in condizioni costanti e avere una lente capace di seguire l'evoluzione della luce, anziché costringerci a continui compromessi, può fare una differenza molto più grande di quanto si immagini.

FASTER L KILIAN JORNET REACTIV
© foto Jacopo Chianale
Martina Valmassoi vince la Trail 100 Andorra by UTMB
I Pirenei non fanno sconti. E la Trail 100 Andorra by UTMB, una delle prove più tecniche e spettacolari del circuito UTMB World Series, lo ricorda ogni anno a chi si presenta sulla linea di partenza. La distanza regina, la Ultra 105K, propone infatti 105 chilometri e circa 6.900 metri di dislivello positivo attraverso le montagne del principato, tra lunghe salite, creste d'alta quota e discese spesso molto impegnative.
L'edizione 2026 ha richiamato quasi 3.800 partecipanti provenienti da tutto il mondo, confermando la crescita internazionale dell'evento andorrano e il suo ruolo sempre più centrale nel calendario trail europeo.
Tra gli uomini la vittoria è andata allo statunitense Rod Farvard, autore di una prova solida e regolare conclusa in 13h32'35". Alle sue spalle il francese Paul Creuzet in 14h07'03" e lo spagnolo Dylan Roces in 14h16'00".
Ma a catturare l'attenzione degli appassionati italiani è stata soprattutto la gara femminile. Una vittoria senza discussioni. Martina Valmassoi ha preso in mano la corsa fin dalle prime fasi e non ha più lasciato spazio alle avversarie. L'atleta bellunese ha tagliato il traguardo di Ordino in 14h54'05", imponendosi con oltre un'ora di vantaggio sulla svizzera Mélanie Delasoie e più di due sulla ceca Andrea Vlasakova. Una prestazione dominante su un percorso che non concede tregua e che richiede capacità di gestione, esperienza in quota e grande efficienza sulle lunghe distanze.
Per la Valmassoi si tratta di un successo che conferma la sua straordinaria versatilità. Negli anni l'atleta delle Dolomiti è riuscita infatti a costruire un percorso unico nel panorama della corsa in montagna italiana, muovendosi con naturalezza tra trail running, skyrunning e prove di lunga durata.
Originaria di Limana, nel Bellunese, Martina Valmassoi è cresciuta ai piedi delle Dolomiti, montagne che hanno plasmato il suo modo di correre. Prima ancora dei risultati internazionali, è stata la passione per l'ambiente alpino a guidarne il percorso sportivo. Una passione che l'ha portata a distinguersi soprattutto nelle gare più tecniche e nelle lunghe traversate di montagna. Negli ultimi anni il suo nome è comparso con sempre maggiore frequenza nelle classifiche delle grandi ultra europee e internazionali. Dalla Diagonale des Fous alla Hardrock 100, passando per numerose prove del circuito UTMB e del mondo skyrunning, Valmassoi si è costruita la reputazione di atleta resistente, capace di gestire lunghe ore di gara senza perdere lucidità. Una caratteristica che emerge in particolare sui percorsi alpini, dove l'esperienza e la conoscenza della montagna contano quanto la velocità pura.
La vittoria in Andorra conferma come la bellunese sia oggi una delle interpreti più solide del trail running internazionale sulle distanze ultra. Forse non è un caso che una delle sue migliori prestazioni sia arrivata proprio su un percorso come quello andorrano. La 105K attraversa un ambiente montano severo, fatto di lunghe salite e terreni tecnici. Su tracciati di questo tipo non bastano il motore e la preparazione atletica. Servono esperienza, capacità di leggere il terreno e quella familiarità con l'ambiente alpino che spesso fa la differenza quando le ore di gara diventano molte e la stanchezza inizia a farsi sentire.
Ad Andorra, Martina Valmassoi ha dimostrato ancora una volta di possedere tutte queste qualità. E lo ha fatto nel modo più convincente possibile: vincendo una delle gare più prestigiose del calendario trail europeo e lasciando il segno su una corsa che continua a richiamare alcuni dei migliori interpreti della disciplina.
© foto Instagram Martina Valmassoi
Nuovo record mondiale di hike&fly per Aaron Durogati
Per gli appassionati di volo libero il suo nome è noto da anni. Pilota di parapendio tra i più forti al mondo, vincitore della prestigiosa Red Bull X-Alps nel 2025 e protagonista di numerose competizioni internazionali di hike & fly, Durogati ha costruito la propria carriera muovendosi costantemente tra cielo e montagna. Ma prima ancora dei risultati è il suo approccio a renderlo un atleta particolare: per lui camminare, correre, salire e volare non sono attività separate, bensì parti di un unico movimento.
Negli anni ha affinato una preparazione che combina le qualità di un ultrarunner con quelle di un pilota d'élite. Lunghe giornate in quota, migliaia di metri di dislivello, allenamenti di resistenza e una profonda conoscenza dell'ambiente alpino gli hanno permesso di diventare uno dei riferimenti mondiali dell'hike&fly, disciplina che unisce la salita a piedi o di corsa alla discesa in parapendio.


Una preparazione che ha trovato la sua espressione più estrema nel nuovo record mondiale stabilito sulle montagne sopra casa, tra la Val d'Adige e le Dolomiti.
L'obiettivo era semplice solo sulla carta: accumulare il maggior dislivello positivo possibile in 24 ore utilizzando esclusivamente le proprie gambe per salire e il parapendio per tornare a valle.
Alla fine della sfida, Durogati ha totalizzato 19.424 metri di dislivello positivo in 23 ore e 42 minuti, superando nettamente il precedente record mondiale. Una quota che equivale a scalare quasi due volte l'Everest partendo dal livello del mare e che supera di oltre 200 metri la somma delle altezze dell'Everest e del K2.
Per riuscirci ha ripetuto più volte lo stesso anello sul Monte Slogen a Skylstad, in Norvegia, sfruttando una salita di circa 1.000 metri di dislivello e utilizzando il parapendio per tornare rapidamente al punto di partenza. Un meccanismo apparentemente semplice che però richiede una perfetta combinazione di capacità fisiche, condizioni meteorologiche favorevoli e abilità di volo. Ogni ciclo prevedeva una lunga salita a ritmo sostenuto, seguita da pochi minuti di preparazione del parapendio e da una discesa in volo. Quindi di nuovo da capo. Per quasi un giorno intero.
Dietro il record c'è un livello di allenamento impressionante. Durante la prova Durogati ha mantenuto una frequenza cardiaca media di circa 118 battiti al minuto, un dato che può sembrare moderato ma che assume tutt'altro significato se mantenuto per quasi ventiquattro ore consecutive. Significa rimanere costantemente in una zona aerobica efficiente, evitando i picchi che avrebbero compromesso la durata dello sforzo.
Ancora più impressionante è il bilancio energetico. Secondo i dati raccolti durante il tentativo, il consumo complessivo ha superato le 10.000 chilocalorie, un valore che corrisponde a circa sei-sette giorni del fabbisogno energetico di una persona media. Per sostenere uno sforzo simile è stata necessaria una strategia alimentare continua, con assunzione costante di carboidrati e liquidi durante tutta la giornata e la notte.


L'hike & fly è una disciplina difficile da definire. Non è trail running, non è alpinismo, non è semplicemente parapendio. Richiede infatti la capacità di essere competitivi in ciascuna di queste attività senza potersi specializzare completamente in nessuna. Per questo atleti come Durogati devono possedere il motore aerobico di un ultrarunner, la resistenza mentale di chi affronta gare di lunga durata e la sensibilità tecnica necessaria per leggere l'aria, valutare le condizioni meteorologiche e prendere decisioni corrette quando si trovano sospesi nel vuoto.
Un record che guarda oltre i numeri, i 19.424 metri di dislivello resteranno negli annali della disciplina. Ma il significato dell'impresa va oltre il semplice dato statistico. Negli ultimi anni l'outdoor ha visto crescere l'interesse verso attività ibride, capaci di unire diverse competenze e diversi modi di vivere la montagna. L'hike&fly è probabilmente una delle espressioni più complete di questa tendenza: un modo di muoversi che elimina i confini tra salita e discesa, tra terra e aria.
Con il suo nuovo record mondiale, Aaron Durogati ha dimostrato ancora una volta di essere uno degli interpreti più avanzati di questa filosofia. Un atleta che non si limita a percorrere la montagna, ma la attraversa in tutte le sue dimensioni.
© foto Daniele Molineris/Red Bull Content Pool
Janja Garnbret entra nella storia: sua la prima salita femminile di Bibliographie 9b+
Ci sono atlete che dominano il proprio sport. E poi ci sono quelle che finiscono per ridefinirne i confini. Janja Garnbret appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
A soli 27 anni la slovena aveva già costruito un palmarès che, per molti, sarebbe bastato a una carriera intera: decine di vittorie in Coppa del Mondo, numerosi titoli mondiali e soprattutto due ori olimpici, conquistati a Tokyo 2020 e Parigi 2024. Per anni è stata semplicemente imbattibile nelle competizioni, al punto da trasformare ogni gara in una lotta per il secondo posto.
Eppure, negli ultimi anni, Garnbret ha progressivamente spostato parte delle proprie energie verso la roccia. Una scelta naturale per chi, dopo aver vinto tutto nelle competizioni indoor, cercava nuove motivazioni e nuove domande. La risposta è arrivata a Céüse, una delle pareti simbolo dell'arrampicata sportiva mondiale.
Qui, il 6 giugno, Janja ha scritto una nuova pagina di storia diventando la prima donna a scalare Bibliographie, una delle vie più difficili del pianeta, valutata 9b+.
Ma per capire davvero il valore dell'impresa bisogna parlare della via. Bibliographie si sviluppa attraverso circa 35 metri sul celebre calcare di Céüse attraverso oltre 80 movimenti estremamente impegnativi. Una linea che richiede forza, resistenza e una precisione quasi assoluta. La storia della via inizia nel 2009, quando viene attrezzata dall'americano Ethan Pringle. Per oltre dieci anni resta però un progetto irrisolto, quasi una leggenda moderna dell'arrampicata sportiva. A risolvere l'enigma è nel 2020 il tedesco Alexander Megos, che dopo anni di tentativi propone addirittura il grado 9c, il livello più alto mai immaginato nell'arrampicata sportiva. Sarebbe stata soltanto la seconda via al mondo dopo Silence di Adam Ondra a ricevere una valutazione simile. L'anno successivo arriva però la ripetizione di Stefano Ghisolfi, che trova una diversa sequenza di movimenti e suggerisce il declassamento a 9b+, valutazione poi accettata dallo stesso Megos e diventata il riferimento attuale.
Da allora Bibliographie è rimasta uno dei grandi testpiece mondiali. Prima di Janja erano riusciti a salirla soltanto cinque climbers: Alex Megos, Stefano Ghisolfi, Sean Bailey, Sébastien Bouin e Jorge Díaz-Rullo. Un elenco ristretto che racconta meglio di qualsiasi numero la difficoltà della linea.
Per Garnbret il successo assume un significato particolare anche perché arriva lontano dalle luci delle competizioni. Negli ultimi due anni la slovena ha dedicato sempre più tempo alla roccia, affrontando il processo lento e spesso frustrante del lavoro su una via estrema: studio dei movimenti, condizioni meteo perfette, tentativi falliti e ritorni continui. Un terreno molto diverso da quello delle gare, dove il risultato si misura in pochi minuti.

L'impressione è che questo non sia un punto di arrivo, ma una nuova partenza. Per anni Janja Garnbret è stata considerata la più forte atleta da competizione della sua generazione. Oggi sta dimostrando di poter lasciare un segno altrettanto profondo anche sulla roccia.
E forse è proprio questo l'aspetto più interessante della sua salita: non il fatto che sia la prima donna ad aver scalato Bibliographie, ma il fatto che una delle vie più difficili del mondo non venga più raccontata come un'impresa maschile o femminile. Semplicemente, come una delle più grandi prestazioni di arrampicata degli ultimi anni.
Qui il video di Janja Garnbret su Bibliographie.
© foto Jessica Glassberg/Red Bull Content Pool
Hervé Barmasse e il viaggio lungo la spina dorsale d'Italia
In un'epoca in cui l'avventura sembra spesso coincidere con la ricerca di luoghi lontani e montagne dall'altra parte del mondo, Hervé Barmasse continua a percorrere una strada diversa. Da anni l'alpinista valdostano dimostra che l'esplorazione non dipende necessariamente dalla distanza, ma dallo sguardo con cui si osserva ciò che ci circonda.
Guida alpina del Cervino da quattro generazioni, autore, regista e protagonista di alcune delle più significative ascensioni delle Alpi e dell'Himalaya, Barmasse ha sempre cercato un alpinismo capace di raccontare qualcosa che andasse oltre la prestazione. Dalle nuove vie sulla Gran Becca alle traversate integrali del Gran Sasso, fino alle spedizioni himalayane in stile alpino, il filo conduttore è sempre stato lo stesso: l'avventura esiste ancora, anche vicino a casa.
Forse è proprio da questa convinzione che nasce Endurance Italia, il suo nuovo progetto partito oggi, giovedì 4 giugno. L'obiettivo è semplice da spiegare e difficilissimo da realizzare: raggiungere e salire la vetta più alta di ciascuna delle venti regioni italiane, collegando ogni montagna alla successiva esclusivamente con le proprie forze. Niente auto, niente trasferimenti motorizzati. Solo bicicletta, cammino, corsa, alpinismo e, quando il mare lo renderà necessario, la vela. Un approccio che gli anglosassoni definiscono by fair means: affidarsi alle proprie energie per compiere un viaggio nella sua interezza.
I numeri aiutano a comprenderne la portata: oltre 6.000 chilometri di percorso, più di 90.000 metri di dislivello positivo e appena trenta giorni a disposizione. Per collegare isole e continente, Barmasse potrà contare sulla collaborazione di Giovanni Soldini, compagno di viaggio nei trasferimenti a vela tra Sardegna, Sicilia e penisola.
Ma sarebbe riduttivo leggere Endurance Italia soltanto attraverso i numeri. La particolarità del progetto è che molte delle montagne che Barmasse andrà a cercare sono sconosciute al grande pubblico. Alcune si trovano sulle Alpi più frequentate, altre emergono dagli Appennini, altre ancora dominano territori che raramente associamo all'alpinismo. Non tutte sono cime iconiche. Non tutte compaiono nei sogni degli alpinisti. E forse è proprio questo il loro valore.
Perché il viaggio di Barmasse sembra voler raccontare un'altra geografia dell'Italia. Una geografia fatta di dorsali, crinali, altipiani, vallate e montagne che spesso osserviamo soltanto dal finestrino di un'automobile. Luoghi che esistono ai margini delle nostre mappe mentali e che raramente diventano destinazione.
L'Italia viene raccontata attraverso le città d'arte, le coste e i monumenti. Molto meno attraverso le montagne che la attraversano da nord a sud. Eppure, come ha spiegato lo stesso Barmasse, è proprio la montagna a rappresentare la vera spina dorsale del Paese, un filo continuo che unisce culture, paesaggi e biodiversità profondamente differenti tra loro.
Le difficoltà non mancheranno. Ci saranno le lunghe giornate in sella alla bici, i trasferimenti infiniti, il caldo di giugno sugli Appennini meridionali, i temporali estivi, le eventuali nevicate residue alle quote più alte delle Alpi. Ci sarà soprattutto la gestione della stanchezza, quella che si accumula giorno dopo giorno e che non si misura con un altimetro o un GPS.
Ma forse il vero ostacolo sarà un altro: mantenere viva la curiosità per un mese intero. Continuare a osservare ogni montagna come fosse la prima, ogni vallata come un luogo da scoprire e non semplicemente da attraversare.
Per questo Endurance Italia appare più come una grande esplorazione che come una sfida sportiva. Un viaggio che attraversa un Paese che crediamo di conoscere e che invece continua a nascondere spazi, storie e orizzonti inattesi.
In fondo, le montagne non servono soltanto a raggiungere una vetta. A volte sono il modo migliore per attraversare un territorio. E altre volte, come sembra suggerire il progetto di Hervé Barmasse, diventano il pretesto per riscoprire ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi senza fermarci davvero a guardarlo.

© foto Instagram Hervé Barmasse
Tyler Andrews, dal trai running al record dell'Everest
Per anni l’Everest è stato il regno degli alpinisti. Oggi, sempre più spesso, è diventato anche il terreno di gioco di atleti provenienti da un altro mondo: quello della corsa in montagna. Uomini capaci di trasformare una salita di migliaia di metri di dislivello in un problema di resistenza, velocità e gestione dello sforzo. Tra loro c’è Tyler Andrews, ultrarunner statunitense che a fine maggio ha firmato una delle imprese più impressionanti degli ultimi anni: la salita più veloce mai registrata dal campo base alla vetta dell’Everest.
Classe 1989, originario del Massachusetts e residente da anni a Flagstaff, in Arizona, Andrews non è un nome nuovo nel mondo dell’endurance. Prima di dedicarsi alle grandi montagne aveva già ottenuto la qualificazione agli Olympic Trials statunitensi di maratona con un personale di 2h15’52”, per poi spostare progressivamente il proprio interesse verso l’ultra running e soprattutto verso le prestazioni in quota.
Negli ultimi anni ha costruito una carriera particolare, a metà tra il trail runner e il velocista d’alta quota. Ha collezionato FKT (fastest known times) sulle grandi montagne del Sud America, stabilendo record di salita su cime come Aconcagua, Manaslu e Kilimangiaro, e nel dicembre 2025 ha persino realizzato un Everesting su tapis roulant in 8 ore, 17 minuti e 9 secondi, nuovo record mondiale della disciplina.
L’Everest rappresentava però il progetto definitivo. Un’ossessione coltivata per quasi sei anni e attraverso numerosi tentativi. Inizialmente Andrews puntava a una salita senza ossigeno supplementare, ma le condizioni della montagna e le difficoltà incontrate nelle precedenti spedizioni lo hanno portato a cambiare strategia.
Per capire il valore della sua prestazione bisogna fare un passo indietro. I record di velocità sull’Everest hanno sempre occupato una zona grigia tra alpinismo, atletica e sfida personale. Nel 2003 lo sherpa nepalese Lhakpa Gelu raggiunse la vetta dal Campo Base sud in 10 ore e 56 minuti, un tempo che per oltre vent’anni è sembrato quasi intoccabile.Ancora più controversi sono i record senza ossigeno. Nel 1998 Kazi Sherpa dichiarò una salita in poco più di 20 ore dal Campo Base alla vetta, una prestazione spesso citata ma mai completamente accettata come riferimento universale. Da allora numerosi atleti hanno provato a ridefinire il concetto di velocità sulla montagna più alta del mondo, portando sull’Everest approcci sempre più vicini a quelli del mountain running.
Negli anni più recenti, però, anche atleti con un background nel trail running hanno tentato di portare l’Everest nel campo della velocità. Nel 2017, Kilian Jornet, l’icona del trail e dell’ultrarunning, tentò la salita più veloce senza ossigeno, raggiungendo la vetta in 17 ore e 14 minuti, un’impresa che, seppur non battendo il record dal campo base alla cima, ha segnato uno spartiacque nel modo in cui si concepisce la velocità in alta quota. Anche Nirmal Purja, alpinista nepalese e celebre per il suo progetto 14 Peaks, ha stabilito un nuovo standard di velocità, salendo l’Everest, insieme al Lhotse, in meno di 24 ore, segnando un nuovo livello di performance estrema.
È in questo contesto che si inserisce Andrews. Partito dal Campo Base sul versante nepalese, ha raggiunto la cima dell’Everest a 8848 metri in 9 ore, 55 minuti e 43 secondi, abbattendo di oltre un’ora il record di Lhakpa Gelu Sherpa e diventando il primo uomo a scendere sotto la barriera delle dieci ore. Successivamente è rientrato al Campo Base fermando il cronometro a 16 ore e 32 minuti complessivi, stabilendo anche il miglior tempo andata e ritorno.
L’impresa è stata resa possibile da una preparazione quasi maniacale: acclimatazione specifica, monitoraggio fisiologico, conoscenza dettagliata della via e utilizzo di ossigeno supplementare a partire dal Campo 2. Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito tra gli appassionati. Molti osservatori hanno sottolineato come il confronto con salite senza ossigeno sia impossibile, mentre altri evidenziano che, indipendentemente dai mezzi utilizzati, coprire il percorso dal Campo Base alla cima dell’Everest in meno di dieci ore resta qualcosa di straordinario.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante della storia di Andrews. Non tanto il numero scritto sul cronometro, quanto il modo in cui sta cambiando il profilo degli atleti che si confrontano con l’alta quota. Corridori abituati a muoversi veloci, a leggere il terreno e a gestire la fatica per decine di ore stanno portando una nuova idea di prestazione sulle grandi montagne.
L’Everest rimane una montagna e non una pista di atletica. Ma sempre più spesso i protagonisti delle sue sfide arrivano dal mondo del trail running. E Tyler Andrews, con il suo record sotto le dieci ore, è probabilmente il simbolo più evidente di questa trasformazione.
© foto Tyler Andrews - Chris Fisher












