Kilian Jornet e Julbo: una storia di montagna
Ci sono collaborazioni che nascono in una sala riunioni e altre che sembrano semplicemente il naturale punto di arrivo di una storia iniziata molto tempo prima. Quella tra Kilian Jornet e Julbo appartiene chiaramente alla seconda categoria.
Perché prima ancora dei record, delle UTMB vinte, degli Everest saliti in stile alpino o dei concatenamenti impossibili, c’era un bambino cresciuto tra le montagne dei Pirenei catalani, in un rifugio d’alta quota gestito dai suoi genitori. Un bambino che passava più tempo sugli sci o sui sentieri che altrove e che imparava molto presto una cosa fondamentale: in montagna l’attrezzatura non è un dettaglio estetico, ma uno strumento per muoversi meglio, più leggeri e più sicuri.
In quel mondo fatto di neve, vento e ghiacciai, gli occhiali Julbo erano già parte del paesaggio. Del resto il brand francese, nato nel 1888 nel Giura, ha costruito la propria identità proprio accanto agli alpinisti e alle guide di alta montagna, sviluppando alcuni dei primi occhiali da ghiacciaio pensati per affrontare la luce riflessa da ghiaccio e neve.
Molto prima che la partnership diventasse ufficiale, Kilian utilizzava già prodotti Julbo. Una scelta coerente con la sua filosofia del fast & light, quella stessa idea di movimento essenziale che negli anni ha cambiato il modo di interpretare lo sci alpinismo e il trail running moderno. Nel 2011, durante gli anni delle competizioni con la FEDME (l'equivalente del nostro CAI), Jornet sceglieva già le Aerolite, tra le prime montature monolente fotocromatiche sviluppate dal marchio francese: leggere, minimali, funzionali. Esattamente ciò che cercava.
Ma ridurre Kilian Jornet al solo concetto di performance sarebbe limitante. Perché la sua traiettoria sportiva è sempre sembrata andare oltre il cronometro. Certo, ci sono i numeri impressionanti: quattro vittorie all’UTMB, cinque Hardrock 100, sette titoli mondiali di skyrunning e quattro nello sci alpinismo. Ma quello che continua a renderlo una figura unica è forse il modo in cui ha trasformato la montagna in uno spazio di esplorazione personale prima ancora che agonistica.
Negli ultimi anni i suoi progetti hanno raccontato proprio questo. Dall'Alpine Connections, il concatenamento di tutti gli 82 Quattromila delle Alpi in soli 19 giorni, fino al recente States of Elevation, probabilmente una delle sue avventure più radicali. Un viaggio di 31 giorni attraverso gli Stati Uniti, collegando le 72 cime oltre i 14.000 piedi esclusivamente a piedi e in bicicletta: oltre 5.000 chilometri e più di 123.000 metri di dislivello. Non una semplice impresa sportiva, ma un modo diverso di attraversare il territorio, rallentando, osservando e cercando una connessione più profonda con l’ambiente.
Ed è forse qui che il percorso di Julbo e quello di Kilian finiscono davvero per incontrarsi. Non solo nella ricerca della performance, ma in una visione comune della montagna: un luogo fragile da vivere con rispetto, dove innovazione e sostenibilità devono procedere insieme.
Per questo l’ufficializzazione della partnership, arrivata nel 2026, appare quasi come una formalità. Una storia che esisteva già da anni e che oggi prende forma anche in una nuova collezione di occhiali firmata Kilian Jornet Series. Una linea sviluppata insieme all’atleta catalano, pensata per chi vive la montagna e il trail con la stessa idea di essenzialità, protezione e libertà di movimento che da sempre caratterizza il suo approccio.
Più che una semplice operazione commerciale, il tentativo di trasformare in prodotto una filosofia maturata in migliaia di ore passate tra sentieri, ghiacciai e creste alpine.

© foto Julbo
Ghiacciai alpini sempre più fragili: il caldo record di maggio preoccupa già l'estate
Mentre sull’Europa centro-occidentale è in corso una delle più intense e durature ondate di calore mai registrate nel mese di maggio, i ghiacciai alpini si preparano ad affrontare l’estate in condizioni sempre più delicate. E i dati che arrivano dalla Svizzera non lasciano molto spazio all’ottimismo.
Secondo il nuovo report della rete di monitoraggio GLAMOS, al 30 aprile 2026 l’equivalente idrico della neve accumulata sui ghiacciai Svizzeri risultava inferiore del 25% rispetto alla media. In circa vent’anni di osservazioni, soltanto il 2010, il 2011 e soprattutto il 2022 avevano fatto registrare valori peggiori. Un inverno povero di precipitazioni nevose, seguito da un aprile eccezionalmente mite, ha lasciato i ghiacciai con riserve già ridotte prima ancora dell’inizio della stagione calda.

E il caldo, appunto, è arrivato in anticipo. In questi giorni l’isoterma di 0 °C sulle Alpi si mantiene attorno ai 4000 metri, quote normalmente associate al cuore dell’estate. La Società Meteorologica Italiana parla apertamente di un evento tra i più intensi, lunghi ed estesi mai registrati a scala secolare in maggio sul continente europeo. Un anticiclone subtropicale disteso dal Marocco all’Europa centrale sta infatti portando temperature eccezionali in gran parte del continente.
Anche il Nord Italia sta vivendo giornate fuori scala. A Moncalieri, nell’osservatorio storico del Collegio Carlo Alberto attivo dal 1865, sono stati registrati 37,6 °C: nuovo record assoluto di temperatura massima per maggio. Record battuti anche a Torino-Caselle, Novara-Cameri, Milano-Malpensa e Dobbiaco, con anomalie che in alcune località hanno raggiunto i 10 °C sopra la media del periodo. Situazioni simili si stanno verificando in Francia, Spagna e perfino nel Regno Unito, dove i Kew Gardens di Londra hanno superato i 35 °C, demolendo i precedenti record nazionali di maggio.

Per i ghiacciai alpini significa una cosa molto semplice: la fusione sta accelerando con settimane di anticipo. E considerando la scarsità di neve residua accumulata durante l’inverno, il rischio è quello di assistere a nuove e marcate perdite di massa glaciale già nei prossimi mesi.
Un fenomeno che chi frequenta la montagna percepisce sempre più chiaramente. Crepacci che si aprono prima, ghiacciai sempre più sottili, accessi che cambiano anno dopo anno. Dall’Oberland Bernese al Monte Rosa, passando per Adamello e Ortles-Cevedale, il paesaggio alpino sta entrando in una fase di trasformazione rapida, dove quello che un tempo sembrava eterno oggi appare fragile e temporaneo.
© foto GLAMOS e Società Meteorologica Italiana
La doppia linea himalayana di Bartek Ziemski
Nel grande alpinismo himalayano contemporaneo, sempre più spesso dominato da spedizioni commerciali, corde fisse e logistica mastodontica, ogni tanto emerge ancora qualcuno capace di riportare tutto all’essenziale. Salire da soli, con il minimo indispensabile, e scendere seguendo una linea che sembra pensata più per un sogno che per la realtà.
Bartek Ziemski, trentunenne polacco, ha appena scritto una pagina destinata a rimanere nella storia dello sci alpinismo d’alta quota: nella stessa stagione ha completato la discesa con gli sci sia dell’Everest sia del Lhotse, senza ossigeno supplementare e senza supporto personale di sherpa sopra i campi alti.
Un’impresa enorme non soltanto per la quota, 8849 metri dell’Everest e 8516 del Lhotse, ma soprattutto per lo stile scelto. In un Himalaya dove spesso l’obiettivo è semplicemente raggiungere la cima, Ziemski ha cercato qualcosa di diverso: una continuità tra salita e discesa, tra alpinismo e sci ripido, tra esposizione e fluidità.
La prima grande tappa è arrivata il 12 maggio sul Lhotse. Dopo aver raggiunto la vetta in autonomia e senza ossigeno, il polacco ha infilato gli sci sulla cima della quarta montagna più alta della Terra e si è lanciato lungo il ripidissimo couloir occidentale, una linea che solo in pochissimi avevano osato immaginare. Condizioni difficili, neve dura, tratti ghiacciati e un’esposizione costante sopra uno dei versanti più impressionanti dell’Himalaya.
Pochi giorni più tardi Ziemski è tornato sull’Everest, completando una nuova discesa con gli sci dalla montagna più alta del pianeta. Anche in questo caso senza bombole e senza supporto dedicato, affrontando da solo la lunga discesa fino al campo base attraverso il caos del Khumbu Icefall.
L’impresa assume ancora più peso se inserita nel contesto storico dello sci sugli Ottomila. Solo una manciata di atleti è riuscita davvero a trasformare le grandi montagne himalayane in linee sciabili complete, e ancora meno lo hanno fatto senza ossigeno supplementare. Il connazionale Andrzej Bargiel aveva aperto una nuova frontiera sull’Everest nel 2025, Ziemski ora porta quella visione ancora oltre, concatenando Everest e Lhotse in pochi giorni e confermandosi come uno dei più forti interpreti dello sci d’alta quota contemporaneo.
C’è poi un altro aspetto che colpisce. Le immagini diffuse dal Khumbu mostrano uno sci essenziale, quasi fragile rispetto all’enormità dell’ambiente circostante. Curve brevi, ghiaccio vivo, passaggi tra seracchi e scale sospese sulle crepacciate. Non è lo sci estetico delle grandi pareti alpine, ma qualcosa di diverso: una forma estrema di adattamento alla montagna. Con queste discese Ziemski sale a nove Ottomila sciati senza ossigeno. Numeri che iniziano a collocarlo in una dimensione storica dello ski mountaineering himalayano. Ma forse la cosa più impressionante è un’altra: il modo silenzioso con cui sta costruendo il proprio percorso, lontano dai riflettori e vicino a un’idea di alpinismo che sembrava appartenere a un’altra epoca.

© foto Bartek Ziemski
Zegama, il mito continua: tra fango, folla e il ritorno di Kilian
Ci sono gare che assegnano una vittoria e gare che, invece, definiscono un immaginario. La Zegama-Aizkorri appartiene alla seconda categoria. Da oltre vent’anni la maratona basca è molto più di una semplice tappa del calendario internazionale: è una delle gare simbolo del trail running europeo, dove il pubblico trasforma i sentieri in uno stadio a cielo aperto e dove il fango, quasi ogni anno, diventa parte integrante della leggenda.
Nata nel 2002 nel piccolo paese di Zegama, nei Paesi Baschi, la corsa attraversa il massiccio dell’Aizkorri lungo 42 chilometri e oltre 5.000 metri di dislivello. Numeri importanti, certo, ma ciò che rende unica questa gara è l’atmosfera: migliaia di persone assiepate sui prati di Sancti Spiritu, campanacci, urla, nebbia e pioggia che spesso trasformano il percorso in una lunga lotta contro il terreno.

Negli anni Zegama è diventata il riferimento assoluto per il trail tecnico e alpino. E inevitabilmente il suo nome si è legato a quello di Kilian Jornet. Il catalano qui ha costruito una parte fondamentale della propria leggenda: undici vittorie in dodici partecipazioni, un dominio probabilmente irripetibile.
Per questo il suo ritorno nel 2026 era uno degli elementi più attesi dell’edizione del venticinquesimo anniversario. Dopo un periodo dedicato soprattutto ai suoi progetti personali tra Alpi, Pirenei e Stati Uniti, Kilian si è ripresentato sulla linea di partenza della gara che più di ogni altra sembra appartenergli.
Ma Zegama, anche per i più grandi, non regala nulla. L’edizione 2026 si è corsa in condizioni durissime, tra pioggia e fango, in pieno stile basco. Kilian è partito nelle prime posizioni, sostenuto da un pubblico che lo ha accolto come una leggenda vivente, ma nel corso della gara ha dovuto rallentare a causa di problemi fisici alla gamba sinistra. Ha comunque concluso la prova, chiudendo lontano dalle posizioni di vertice ma ricevendo lungo tutto il percorso l’omaggio della folla.
Davanti, invece, è stata la giornata di Elhousine Elazzaoui, capace di vincere per il secondo anno consecutivo, impresa riuscita prima soltanto a Kilian. Alle sue spalle grande prova dell’azzurro Daniel Pattis, autore di una gara solidissima che gli è valsa un prestigioso secondo posto.
Al femminile, invece, la protagonista assoluta è stata Tove Alexandersson. La svedese ha dominato all’esordio a Zegama firmando anche il nuovo record della gara con una prestazione impressionante nonostante le condizioni proibitive.
Zegama-Aizkorri 2026 – podio uomini
Elhousine Elazzaoui – 3h45’07”
Daniel Pattis – 3h45’27”
Taylor Stack – 3h52’17”
Zegama-Aizkorri 2026 – podio donne
Tove Alexandersson – 4h08’09”
Malen Osa – 4h23’56”
Sara Alonso – 4h25'51"
© foto iRunFar/Meghan Hicks
Una nuova linea sul Breithorn Orientale
Cazzanelli e compagni aprono Alla Ricerca del Drago.
Ci sono linee che nascono da un’idea improvvisa e altre che rimangono lì per anni, osservate da lontano, immaginate, lasciate sedimentare nella testa fino al momento giusto. La nuova via aperta da François Cazzanelli insieme a Etienne Janin e Stefano Stradelli appartiene probabilmente alla seconda categoria.
Sul versante italiano del Breithorn Orientale 4.141 m, il gruppo ha aperto Alla Ricerca del Drago, una nuova linea di misto e ghiaccio che sale per circa 800 metri con 14 tiri lungo un settore severo e poco frequentato della montagna. Una salita moderna nello stile e nell’approccio, ma profondamente legata all’alpinismo classico: osservazione, pazienza, finestra giusta e capacità di leggere la montagna.
Nei racconti condivisi sui social da Cazzanelli emerge soprattutto questo: non tanto la ricerca della difficoltà estrema fine a sé stessa, quanto quella di una linea logica, elegante, capace di attraversare la parete seguendo debolezze e intuizioni mai scontate. Una salita affrontata in più giorni di tentativi, studio delle condizioni e lavoro collettivo.
Il nome scelto, Alla Ricerca del Drago, riprende il drago che è il simbolo che Reinhold Messner utilizzò nel suo celebre articolo L’assassinio dell’impossibile per rappresentare quell’idea di avventura e di impossibile che l’alpinismo deve continuare a custodire. I tre, nel loro piccolo, su questa parete lo hanno cercato a modo loro, vivendo qualcosa di unico e autentico.
Ed è forse anche questo uno degli aspetti più interessanti della salita. In anni in cui molte grandi pareti delle Alpi sembrano ormai conosciute, l’impressione è che esista ancora spazio per l’esplorazione, a patto di cambiare prospettiva: cercare le finestre giuste, adattarsi a un ambiente che evolve e accettare un’alpinismo più effimero, legato alle condizioni del momento. Cazzanelli negli ultimi anni ha costruito gran parte del proprio percorso proprio su questa idea di alpinismo veloce, tecnico e contemporaneo, spesso sul Monte Bianco e sul Cervino, dove velocità e leggerezza non significano semplificazione, ma maggiore esposizione e necessità di precisione assoluta.
Alla Ricerca del Drago si inserisce perfettamente in questa filosofia: una linea che probabilmente non diventerà classica nel senso tradizionale del termine, ma che rappresenta bene una certa evoluzione dell’alpinismo moderno sulle Alpi.

© foto Instagram François Cazzanelli
Rachel Entrekin riscrive il trail: vince la Cocodona 250 davanti a tutti
Per anni è rimasta una specie di confine invisibile dell’ultrarunning: una donna può davvero vincere una delle grandi ultra moderne battendo anche gli uomini? Non una gara minore o una prova locale, ma un evento tra i più estremi e competitivi del calendario internazionale.
Ora quella risposta esiste. E porta il nome di Rachel Entrekin.
Alla Cocodona 250, una delle ultramaratone più estreme al mondo, l’americana ha fatto qualcosa che fino a oggi, ad altissimo livello, non era mai successo: ha vinto la classifica assoluta, uomini compresi. E non lo ha fatto per caso, o approfittando di una start list ridotta. Lo ha fatto dominando.
La Cocodona è una gara fuori scala anche per gli standard dell’ultrarunning: 253 miglia (oltre 400 chilometri) attraverso l’Arizona, quasi 12.000 metri di dislivello positivo, tre giorni di corsa tra deserto, rocce rosse, foreste e alte quote, con sonno, nutrizione e gestione mentale che contano quanto le gambe.


Entrekin ha chiuso in 56h09’48”, demolendo il record del percorso e diventando la prima donna nella storia della gara a vincere overall. Dietro di lei, il primo uomo, Kilian Korth, ha tagliato il traguardo in 57h28’36”: oltre un’ora e diciotto minuti di distacco.
In un mondo, quello dell’endurance estremo, dove le differenze fisiologiche tendono ad assottigliarsi con l’aumentare delle distanze, il risultato ha immediatamente assunto una dimensione simbolica. Non solo perché una donna ha battuto gli uomini, ma perché lo ha fatto in una gara che rappresenta una delle nuove frontiere dell’ultra contemporanea.
Eppure, per chi segue da vicino questo mondo, il nome di Rachel Entrekin non arriva dal nulla. Classe 1991, originaria dell’Alabama, dottoressa in exercise science e fisioterapista, Entrekin ha costruito la propria carriera lontano dai riflettori tradizionali del trail. Prima gli FKT sulle grandi linee americane, poi le ultra da 100 miglia e infine le gare monster da 200+.
La Cocodona era già casa sua: aveva vinto anche nel 2024 e nel 2025, abbassando ogni volta il record femminile. Ma quest’anno il salto è stato enorme. Oltre sette ore più veloce rispetto al suo tempo dell’anno scorso e più di due ore sotto il precedente record assoluto della gara. E tutto questo in un’edizione dal livello altissimo, con atlete come Courtney Dauwalter, Megan Eckert e Heather Jackson al via. Dauwalter, probabilmente il volto più iconico dell’ultrarunning moderno, ha chiuso seconda donna e sesta assoluta.
Forse è proprio questo l’aspetto più interessante: la sensazione che il trail stia entrando in una nuova fase. Nelle ultra più lunghe, dove il ritmo si mescola alla gestione della fatica, del sonno e della lucidità mentale, il margine tra uomini e donne sembra sempre più sottile.
La vittoria di Entrekin non cancella le differenze fisiologiche, ma dimostra ancora una volta che sulle distanze estreme il concetto di prestazione cambia profondamente. Conta la resistenza, certo, ma anche la capacità di rimanere efficienti per giorni, di alimentarsi, di soffrire senza crollare, di continuare a muoversi quando il corpo smette di essere razionale.
E forse è proprio per questo che la sua vittoria ha avuto un impatto così forte: non solo perché storica, ma perché sembra raccontare qualcosa del futuro dell’ultrarunning.
© foto Norda / Somer Kreisman
Salomon Adaptive: ridurre i costi, allargare l'accesso
Nato dall’incontro tra Airbus e Salomon, il progetto Adaptive punta a rendere più accessibili le protesi per gli sport outdoor, affrontando uno dei limiti più concreti: il costo.
L’idea prende forma grazie a Jérôme Bernard che, dopo aver perso due gambe e un braccio da bambino, decide di cercare una soluzione concreta. Vivendo vicino agli stabilimenti Airbus, propone di riutilizzare materiali compositi e fibra di carbonio dell’A350 per creare una protesi da corsa. Da quel primo passo, il progetto si amplia grazie al coinvolgimento di studenti e, successivamente, di Salomon, entrando nel mondo degli sport di montagna.
Oggi Adaptive guarda a un panorama ampio: trail running, scialpinismo, snowboard, trekking. Discipline diverse, unite da un problema comune. I costi delle protesi sportive restano infatti proibitivi: una protesi da running parte mediamente da 6.000–8.000 euro, mentre per sci o snowboard si possono superare facilmente i 10.000 euro. Spese che spesso non vengono rimborsate, perché considerate legate al tempo libero e non alla necessità quotidiana.
Il progetto lavora proprio per cambiare questa prospettiva. Le prime soluzioni sviluppate, anche grazie a un team di para-atleti coinvolti nei test, puntano a ridurre drasticamente i prezzi senza compromettere funzionalità e sicurezza. Una protesi da scialpinismo ha oggi un costo di produzione intorno ai 2.500 euro, con l’obiettivo di scendere sotto i 1.000 sul mercato. Per il running, si parte da circa 2.000 euro, ma con margini di ulteriore riduzione grazie all’utilizzo combinato di materiali come legno, fibra di vetro e carbonio.


Parallelamente, il progetto cresce anche sul piano esperienziale: test in ambiente reale, uscite in montagna, obiettivi condivisi. Non solo sviluppo tecnico, ma anche visione. Far vedere cosa è possibile fare, creare un immaginario diverso, più inclusivo.
Adaptive non è solo un progetto di innovazione, ma un cambio di prospettiva. Perché rendere accessibile lo sport significa allargare davvero i confini della montagna. E, in fondo, ricordare che i limiti più difficili da superare non sono sempre quelli fisici, ma quelli legati alle opportunità.
© foto Michele Guarneri
Bivacchi: tra essenza e attrazione, la ricerca di un nuovo equilibrio
C’è stato un tempo in cui il bivacco era poco più di una scatola nel vuoto. Lamiera, legno, qualche branda, il minimo indispensabile per resistere. Un luogo pensato per l’urgenza, per il temporaneo, per chi era già dentro la montagna e aveva bisogno di una pausa, di un riparo, di una possibilità. Non una meta, ma una risposta. Non un’esperienza da cercare, ma una presenza da trovare, se necessario.
Oggi, sempre più spesso, i bivacchi sono anche altro. Architetture curate, linee moderne, materiali innovativi. Alcuni sono diventati veri e propri oggetti di design in quota: belli, iconici, fotografati. Raggiungerli è diventato un obiettivo in sé, un piccolo viaggio accessibile, raccontabile, condivisibile. In certi casi, quasi un simbolo.
È un cambiamento evidente, figlio di una montagna che negli ultimi anni si è aperta a nuovi sguardi e nuove frequentazioni. La curiosità è aumentata, il desiderio di vivere un’esperienza diversa anche. Dormire in bivacco, per molti, non è più una necessità ma una scelta, un modo per avvicinarsi all’alta quota senza affrontare itinerari complessi. E in questo non c’è nulla di sbagliato.

Anzi, è un segnale positivo. Significa che la montagna continua ad attrarre, a generare interesse, a costruire relazioni. Significa che c’è una nuova generazione che si avvicina, magari partendo da un bivacco prima di spingersi oltre.
Il punto, semmai, è trovare un equilibrio. Perché il bivacco non nasce come meta, ma come mezzo. Non è un punto di arrivo, ma un luogo di passaggio. È stato pensato per chi attraversa la montagna su più giorni, per chi affronta itinerari lunghi e impegnativi, per chi ha bisogno di una sicurezza in più in ambienti dove il margine di errore è ridotto. La sua funzione primaria resta quella di rifugio di emergenza o di appoggio essenziale, spesso in contesti isolati, lontani da qualsiasi altra infrastruttura.
La sua forza, da sempre, sta proprio nell’essenzialità. Nel fatto di esserci, senza chiedere nulla in cambio. Senza prenotazioni, senza servizi, senza mediazioni.
E proprio qui nasce la sfida contemporanea: come preservare questa natura in un contesto in cui la frequentazione cambia?
Non si tratta di opporsi a chi sale per curiosità o per il semplice piacere di vivere una notte in quota. Sarebbe miope. Piuttosto, si tratta di accompagnare questa evoluzione, dandole forma e senso.
Alcune soluzioni stanno già emergendo, o potrebbero farlo. In contesti particolarmente frequentati, si può immaginare un sistema di prenotazione leggero, magari digitale e flessibile (come già accaduto per i rifugi CAI), che non trasformi il bivacco in un rifugio ma aiuti a gestire i flussi nei periodi di maggiore affluenza. Non una regola rigida, ma uno strumento.

Accanto a questo, diventa fondamentale la comunicazione: spiegare cosa è un bivacco, a cosa serve, quali sono le priorità. Rendere chiaro, anche a chi si avvicina per la prima volta, che quello spazio non è pensato per il comfort ma per la sicurezza. Che lasciare posto, condividere, adattarsi fa parte dell’esperienza stessa.
Un altro aspetto riguarda proprio il progetto. Se è vero che i nuovi bivacchi sono spesso più belli e accoglienti, è altrettanto importante che non perdano la loro identità. Funzionalità, resistenza, semplicità devono restare centrali, anche quando il linguaggio architettonico si evolve. Perché il rischio non è tanto che i bivacchi diventino mete, questo è già accaduto, ma che smettano di essere ciò per cui sono nati.
La montagna, però, ha sempre avuto la capacità di riequilibrare. E chi la frequenta, prima o poi, impara. Impara che un bivacco non è un rifugio, che non sempre c’è posto, che l’imprevisto fa parte del gioco. Impara che condividere uno spazio minimo con altri è parte dell’esperienza, non un limite.
Forse il futuro dei bivacchi sta proprio qui: nel restare luoghi aperti, accessibili, ma anche riconosciuti per quello che sono. Non solo scenari, non solo esperienze da collezionare, ma presidi silenziosi, pensati per chi in montagna cerca qualcosa che va oltre la meta.
Un equilibrio sottile, come una cresta. Ma, proprio per questo, necessario.
© foto Ben Tibbetts
No Fall Lines vince il Premio ITAS 2026, un omaggio alla cultura dello sci ripido
C’è un modo di raccontare la montagna che va oltre l’impresa, oltre la cronaca, oltre persino la tecnica. È quello che sa intrecciare storia, passione e cultura, restituendo a una disciplina il suo significato più profondo. È anche per questo che No Fall Lines di Giorgio Daidola si è aggiudicato il Premio ITAS del Libro di Montagna 2026 per la sezione Alpinismo e sport di montagna, uno dei riconoscimenti più prestigiosi della letteratura alpina.
Nato nel 1971 per iniziativa di ITAS Mutua, il Premio ITAS celebra ogni anno le opere capaci di raccontare la montagna in tutte le sue dimensioni: esplorazione, ambiente, cultura, avventura e memoria. Un premio che, nel tempo, è diventato un punto di riferimento per chi vede nelle terre alte non solo un luogo da vivere, ma anche da comprendere e narrare.

Con No Fall Lines, Daidola firma un’opera destinata a lasciare il segno. Un viaggio nella storia dello sci ripido, disciplina che accompagna l’evoluzione stessa dello sci alpino sin dalle sue origini. «La passione per lo sci ripido è sempre esistita», ha ricordato durante la cerimonia di premiazione, facendo risalire le radici di questa pratica alla fine dell’Ottocento, quando il racconto della traversata della Groenlandia di Fridtjof Nansen contribuì a diffondere la cultura dello sci sulle Alpi.
Daidola ripercorre oltre un secolo di storia, individuando tre grandi epoche. La stagione pionieristica della prima metà del Novecento, segnata dai primi manuali, dall’introduzione delle lamine e dalle guide di itinerari di figure come Ettore Castiglioni. Poi l’epopea dello sci estremo tra gli anni Settanta e Ottanta, quando una ristretta élite di fuoriclasse portò gli sci sulle grandi pareti delle Alpi, trasformando l’impossibile in realtà. Infine, l’era contemporanea, quella della diffusione di massa, favorita dall’evoluzione di materiali e tecniche che hanno reso il ripido più accessibile, senza però cancellarne il fascino né le insidie.
Nel suo discorso durante la premiazione, Daidola ha sottolineato proprio questo doppio volto della modernità: da un lato una pratica più democratica, dall’altro un cambiamento stilistico e culturale. Se un tempo ogni sciatore esprimeva sul ripido una personalità unica, oggi la tecnica tende a uniformare i gesti. Eppure, la scintilla originaria resta intatta. Come scrisse Stefano De Benedetti, uno dei protagonisti del libro, «l’antica scintilla del ripido è diventata un incendio».
A lui, autore della prefazione e prezioso compagno di viaggio nella realizzazione del volume, Daidola ha rivolto un ringraziamento speciale. De Benedetti ha inoltre arricchito il libro con un racconto inedito dedicato alla sua ultima grande discesa: quella dell’Innominata, sul versante sud del Monte Bianco, nel giugno del 1986. Una linea che, ancora oggi, conserva un’aura quasi mitica.
Ma No Fall Lines non è soltanto un libro per specialisti. È un’opera che parla a tutti coloro che nella neve vedono qualcosa di più di una semplice superficie da attraversare. È il racconto di una passione che unisce generazioni, di un dialogo continuo tra uomo, tecnica e montagna. E, soprattutto, è un invito a non perdere il gusto della vera neve dei grandi spazi bianchi, quella che la montagna continua a offrire, anche in tempi più complessi.
Con questo riconoscimento, il Premio ITAS celebra non solo un libro, ma un intero patrimonio culturale: quello dello sci ripido, delle sue storie, dei suoi protagonisti e della sua inesauribile capacità di ispirare.

Equy e Jacquemoud riscrivono il limite
Ci sono record che durano anni, e altri che sembrano esistere solo per essere superati. Sul Monte Bianco, oggi, il tempo scorre più veloce che mai. Samuel Equy e Mathéo Jacquemoud (ebbene sì, ci ritroviamo per l'ennesima volt in questa primavera a parlare di lui) hanno fermato il cronometro a 4h41’24”, nuovo riferimento assoluto come tempo di andata e ritorno con gli sci tra il sagrato della chiesa di Chamonix e la vetta più alta delle Alpi.
Un numero che impressiona già da solo. Ancora di più se si pensa a cosa rappresenta: 31 chilometri di sviluppo e circa 3.800 metri di dislivello positivo. Un itinerario che per molti richiede due giorni, e che loro hanno trasformato in meno di cinque ore di movimento continuo.

Il precedente record, stabilito appena un anno fa dall’italiano William Boffelli in 4h43’24”, è durato poco. E non è un caso che a riuscirci siano stati due atleti nel pieno della forma: Equy, reduce dalla vittoria alla Patrouille des Glaciers, e Jacquemoud, che di record e grandi traversate continua a fare una vera arte.
Partiti alle 6:56 da Chamonix, i due francesi hanno affrontato una salita resa complessa dalle condizioni della Jonction, sempre uno dei punti chiave dell’itinerario. Equy ha raggiunto la vetta in 3h41’, Jacquemoud appena un minuto più tardi. Poi, una discesa velocissima ma tutt’altro che semplice, su neve dura e in un ambiente che non concede distrazioni, tra seracchi, ghiaccio e la costante necessità di scegliere la linea giusta.
Al di là del cronometro, questa prestazione racconta bene l’evoluzione dello scialpinismo contemporaneo: sempre più veloce, sempre più preciso, sempre più vicino a un equilibrio sottile tra performance atletica, tecnica alpinistica e conoscenza profonda della montagna. Sul Bianco, come altrove, non basta andare forte. Bisogna sapere esattamente dove, quando e come farlo.
E forse è proprio questo il dato più impressionante: non solo aver abbassato il record, ma averlo fatto su un terreno dove ogni minuto guadagnato è il risultato di esperienza, strategia e capacità di leggere una montagna che cambia continuamente.
La prossima frontiera? Qual'è il limite attuale per questo itinerario? Difficile dirlo oggi, un po’ come accaduto con il muro delle due ore in maratona: per anni un simbolo, quasi un limite fisiologico, prima di trasformarsi in un obiettivo concreto. Anche sul Monte Bianco, ciò che ieri appariva irraggiungibile oggi è diventato semplicemente il prossimo traguardo.
© foto Noa Barrau / Victor Barcus
Patrouille des Glaciers, dominio francese
La Patrouille des Glaciers non è semplicemente una gara, nata come prova militare tra Zermatt e Verbier, è diventata negli anni una delle competizioni più iconiche e dure al mondo, un viaggio in quota da affrontare in cordata, dove resistenza, strategia e spirito di squadra contano quanto la gamba.
Nel 2026, questa tradizione si è rinnovata con un’edizione spettacolare, capace di numeri importanti, oltre 4.000 partecipanti tra Zermatt e Arolla con prestazioni di altissimo livello. Ma soprattutto, è stata l’edizione del dominio francese: per la prima volta nella storia, la Francia ha conquistato entrambe le classifiche principali, uomini e donne.
UOMINI: FRANCIA AL COMANDO
La gara maschile ha confermato il livello sempre più alto della competizione. Su un percorso che supera i 50 chilometri e attraversa ghiacciai, creste e lunghi tratti tecnici, la differenza non la fanno solo i watt, ma la capacità di gestione. La vittoria è andata alla squadra francese composta da Xavier Gachet, Samuel Equy e William Bon Mardion, che ha imposto ritmo e controllo lungo tutta la traversata completandola in 5 ore e 43 minuti, a pochi minuti dal record. Alle loro spalle il team svizzero, a 5 minuti e 18 secondi, le squadre svizzere hanno comunque confermato profondità e competitività, riuscendo a piazzarsi sul podio e a mantenere alta la tradizione di casa, senza però riuscire a contrastare davvero il dominio transalpino. È una gara che non lascia spazio all’improvvisazione: qui più che altrove emerge la dimensione collettiva dello sci alpinismo, si parte in tre e si arriva in tre, legati fisicamente e simbolicamente lungo tutto il percorso.
DONNE: RECORD E PRESTAZIONE STORICA
Se la gara maschile ha confermato i valori in campo, quella femminile ha scritto una nuova pagina. Il team francese composto da Axelle Gachet Mollaret, Margot Ravinel e Célia Perrillat Pessey ha firmato una prestazione straordinaria, vincendo e stabilendo il nuovo record della gara in 7h04’41’’. Un tempo che abbassa significativamente il precedente record e che racconta l’evoluzione tecnica e atletica dello sci alpinismo femminile. Non più solo resistenza, ma velocità, precisione e gestione perfetta della gara. Alle loro spalle, il team guidato dalla campionessa olimpica Marianne Fatton, pagando circa venti minuti ma mantenendo comunque un livello altissimo. Terzo posto per il trio composto da Caroline Ulrich, Alessandra Schmid e Thibe Deseyn.
Il dato più significativo, però, va oltre il podio: è la qualità complessiva della prestazione. Il record non è solo un numero, ma il segnale di una disciplina che continua a evolversi, spingendo sempre più in alto il limite.
UNA GARA CHE RESTA UNICA
La Patrouille des Glaciers resta una gara diversa da tutte le altre, paragonabile forse solo al Trofeo Mezzalama, non solo per la durezza del percorso o per la quota, ma per ciò che rappresenta: una sintesi tra alpinismo e competizione, tra strategia e resistenza, tra individuo e squadra.
In un’epoca in cui lo sci alpinismo si avvicina sempre più al formato olimpico e alle dinamiche dello sport moderno, la PDG conserva una dimensione più ampia. Qui il tempo conta, ma conta anche come ci arrivi. E forse è proprio questo il suo valore più grande: ricordare che, anche nel contesto della performance, la montagna resta un ambiente da attraversare prima ancora che da vincere.

© foto Patrouille des Glaciers
La nuova linea è adattarsi
C’è un filo sottile che attraversa le ultime stagioni dello sci alpinismo: è la sensazione che qualcosa, rispetto al passato, non torni più con la stessa regolarità. Non è solo una questione di neve o di quota, ma di ritmo complessivo. Le finestre buone si accorciano, le condizioni cambiano più in fretta, gli equilibri tra esposizione, temperatura e trasformazione diventano meno leggibili basandosi sulla memoria. E questo costringe a un cambio di postura mentale.
Per anni lo sci alpinismo è stato anche un esercizio di fiducia nel tempo: la fiducia che certe regole si ripetessero, che le stagioni avessero una progressione affidabile, che l’esperienza accumulata bastasse a orientarsi con una certa sicurezza. Oggi questa fiducia non sparisce, ma si frammenta. E al suo posto entra qualcosa di più instabile: la necessità di leggere ogni giornata come un caso a sé.
È qui che il cambiamento climatico smette di essere un concetto generale e diventa una pratica quotidiana. Non si manifesta solo nelle grandi anomalie, ma nelle piccole incoerenze: un versante sud che si trasforma troppo presto, uno a nord che si rovina dopo pochi passaggi, un fondo che non consolida come ci si aspetterebbe, una finestra sicura che dura meno del previsto. Di fronte a questo scenario, il rischio più grande non è tecnico ma mentale: continuare a cercare la montagna di prima dentro una montagna che è già cambiata.

E invece lo sci alpinismo, oggi, richiede soprattutto un’altra competenza: l’adattamento. Non quello passivo, ma quello attivo e consapevole. Adattarsi significa cambiare orari senza nostalgia, scegliere itinerari meno iconici ma più coerenti con le condizioni reali, accettare che la linea desiderata non è sempre la linea giusta. Significa anche accettare che la rinuncia non è una perdita, ma una forma di precisione.
In questo senso, alcune voci che arrivano direttamente dalla montagna sono particolarmente chiare proprio perché non cercano di semplificare. Dal Rifugio Valasco, in Valle Gesso, ad esempio arriva un messaggio che va dritto al punto: non serve continuare a raccontarsi che una volta era meglio o che le condizioni sarebbero dovute essere diverse, serve piuttosto rimettere al centro la lettura del presente. La simpatica nota del team del rifugio lo dice in modo quasi brutale nella sua semplicità, non ha senso lamentarsi che a Capanna Margherita probabilmente ci sarebbe stata farina e in Valle Gesso no, o se a sud alle 14 la neve sfonda, o se un canale non è scorrevole per il fondo irregolare, o se un pendio nord è già tritato dai passaggi. Non perché queste osservazioni siano sbagliate, ma perché rischiano di restare dentro una grammatica vecchia, quella in cui la montagna doveva sempre rispettare le aspettative, invece la montagna non si adegua a noi.
A questo punto il ragionamento si sposta, non si tratta più di giudicare la qualità della neve in termini assoluti, ma di scegliere in funzione delle condizioni reali, nel tempo reale. È un cambio sottile ma radicale, perché sposta il centro della pratica dallo standard alla lettura.
Lo sci alpinismo classico, forse, sta diventando meno una disciplina di ripetizione e più una disciplina di interpretazione, dove non basta più sapere come si fa una gita, ma serve capire che gita ha senso fare oggi. Questo implica anche una forma di umiltà diversa, saper accettare che non esiste una neve ideale indipendente dal contesto, e che spesso ciò che chiamiamo neve brutta è semplicemente neve fuori tempo rispetto al nostro programma.
Da questo punto di vista, la frase finale del post del Rifugio Valasco è quasi una chiave di lettura: Non esistono nevi brutte, ma solo sciatori mediocri. Perché la qualità dell’esperienza non dipende solo da ciò che troviamo, ma da come lo interpretiamo.
In un mondo che cambia così velocemente, la vera competenza non è più riconoscere la condizione perfetta, ma saper lavorare con la condizione imperfetta. Non inseguire la montagna che ricordiamo, ma vivere quella che abbiamo davanti.
© foto Rifugio Valasco












