Karpos Lastei, quando la tecnicità non ha bisogno di farsi notare
Una buona giacca tecnica si riconosce anche da quanto poco chiede in cambio. Non deve ricordarti continuamente che è impermeabile, termica, antivento o costruita per la montagna: deve semplicemente funzionare quando serve. È questo il punto di partenza della famiglia Lastei di Karpos, pensata per unire protezione e leggerezza in capi che non cambiano identità quando dall'ambiente outdoor si passa alla città.
La Lastei Up Jacket è l'evoluzione di uno dei modelli storici di Karpos e mantiene una costruzione ibrida che punta soprattutto sul rapporto tra protezione, calore e peso. Sulle spalle, sul cappuccio e nella parte bassa del busto utilizza il tessuto K-Dry, impermeabile fino a 20.000 colonne d'acqua, mentre davanti e dietro il Pertex Quantum protegge dal vento e favorisce la traspirazione. L'isolamento combina PrimaLoft Silver Active 100 e K-Synthetic Down Micro, entrambi realizzati in poliestere riciclato. Il peso dichiarato è di 559 grammi: abbastanza per affrontare una giornata fredda, non troppo per finire nello zaino quando la temperatura sale.
È probabilmente proprio questa la caratteristica che si apprezza di più nell'uso: la Lastei Up non obbliga a decidere in anticipo dove la si utilizzerà. Può essere lo strato caldo da infilare sopra il resto durante una discesa di sci alpinismo, una giacca per una camminata invernale o semplicemente quella che si prende uscendo di casa quando il termometro scende. Il cappuccio, le tre tasche, la patta antivento interna e la regolazione al fondo completano una costruzione molto concreta, senza aggiungere elementi soltanto per far sembrare il capo più tecnico.

La Lastei Active Plus Jacket segue la stessa filosofia, ma con un peso ancora più contenuto: 472 grammi. Anche qui K-Dry sulle zone maggiormente esposte e Pertex Quantum sul corpo, con la stessa combinazione di PrimaLoft Silver Active 100 e K-Synthetic Down Micro. È una giacca che punta sulla libertà di utilizzo più che sulla specializzazione: abbastanza protettiva per una giornata all'aperto con condizioni difficili, abbastanza leggera e comoda da poter essere utilizzata anche nei passaggi più tecnici.

In entrambe, insomma, la tecnica non è fine a se stessa. La costruzione ibrida serve a distribuire isolamento e protezione dove servono davvero, mentre il design rimane pulito. È un approccio interessante perché mette in discussione una distinzione sempre meno netta tra abbigliamento outdoor e quotidiano: se una soluzione funziona sul sentiero, non c'è necessariamente motivo per cui debba rimanere confinata lì.
La Lastei nasce così con un'ambizione semplice: essere quella giacca che non devi decidere quando usare. La infili per andare al lavoro, la porti nello zaino durante una gita, la tiri fuori quando il vento aumenta. Dalla città alla montagna, più che cambiare capo, cambia semplicemente il contesto.
Ottant’anni di maglioni rossi: i Ragni di Lecco festeggiano
Alcuni gruppi alpinistici appartengono a una parete o ad una montagna, e altri che finiscono per appartenere a una città intera. I Ragni di Lecco, nati nel 1946 ai piedi delle Grigne, sono probabilmente entrambe le cose. Per ottant’anni i loro maglioni rossi hanno viaggiato dalle Alpi alla Patagonia, dall’Himalaya al Karakorum, costruendo una delle storie più importanti dell’alpinismo italiano.
Tra i protagonisti che hanno fatto la storia del gruppo ci sono Riccardo Cassin, Carlo Mauri, Walter Bonatti e, nelle generazioni successive, Matteo Della Bordella, Matteo De Zaiacomo, Luca Schiera e molti altri. Dalle grandi pareti del passato alle spedizioni e alle nuove aperture contemporanee, l'identità dei Ragni è rimasta legata a un'idea di alpinismo esplorativo, spesso lontano dalle logiche della semplice conquista della vetta. Oggi il gruppo continua a investire sui giovani, anche attraverso il rapporto con il CAI Eagle Team.
Per festeggiare gli ottant’anni, dal 16 al 18 ottobre Lecco diventerà il teatro della prima edizione del Lecco Climbing Festival. Tre giorni in cui l'alpinismo esce dalle montagne e invade la città, con talk, mostre, incontri, arrampicata urbana, proiezioni e attività per il pubblico. In programma ci sono nomi come Silvo Karo, Sean Villanueva O'Driscoll, Nicolas Favresse, Luka Lindic, Marcel Schenk, Alessandro Baù e Matteo Della Bordella, insieme a numerosi Ragni di ieri e di oggi.

Tra gli appuntamenti ci saranno la mostra dedicata agli 80 anni del gruppo, la presentazione del volume La storia dei Ragni di Lecco in 80 vie, il RampeGamma, competizione di street boulder nel centro storico, una torre di arrampicata in Piazza Cermenati e diverse serate alpinistiche. Ci sarà spazio anche per il trail running, con un test delle scarpe SCARPA e una corsa sulle rive del lago.
Più che una celebrazione del passato, l'idea è quella di mettere sullo stesso palco la memoria delle grandi pareti e chi quelle pareti dovrà ancora provare a salirle. Per tre giorni, insomma, Lecco torna a fare quello che sa fare da ottant’anni: guardare verso l’alto.
Il Cervino cambia e l’estate non è finita senza lasciare traccia
Una nuova frana, staccatasi il 29 settembre, ha portato la Società delle Guide del Cervino a sconsigliare, al momento, la salita lungo la Via Italiana. Il distacco ha interessato in particolare il tratto del Lenzuolo e, secondo le Guide, la situazione resta in evoluzione, con condizioni che possono cambiare rapidamente. È un altro episodio dopo le frane e le colate detritiche che avevano interessato la montagna durante l’estate.
Il Cervino diventa così anche una delle immagini più concrete di un’estate alpina segnata dal caldo. I numeri di Copernicus raccontano un 2026 eccezionale: tra giugno e agosto la temperatura media dell’Europa è stata di 1,17 °C sopra la media 1991-2020, facendo dell’estate appena conclusa la terza più calda mai registrata in Europa. Nell’Europa occidentale il dato è ancora più netto: 21,69 °C di media, 2,54 °C sopra la norma, il valore più alto della serie.
Anche agosto ha lasciato un segnale importante. A livello globale è stato il più caldo agosto mai registrato, con una temperatura media dell’aria di 16,96 °C, +0,85 °C rispetto alla media 1991-2020. In Europa la media è stata di 20,26 °C, +1,10 °C, mentre Italia, Francia, Svizzera, Austria e gran parte dei Balcani hanno registrato anomalie generalmente comprese fra +3 e +5 °C.
Non è corretto attribuire una singola frana al cambiamento climatico. Ma il contesto nel quale avviene non è neutro: temperature elevate e prolungate possono contribuire alla degradazione del ghiaccio e del permafrost e modificare la stabilità dei terreni d'alta quota. E così il Cervino, ancora una volta, non è soltanto una cima da salire: è anche un luogo nel quale osservare quanto velocemente stiano cambiando le condizioni della montagna.
Karpos guarda oltre: stile e know-how Lifestyle
L’abbigliamento outdoor non finisce necessariamente quando termina il sentiero. È da questa idea che nasce Karpos Lifestyle, una nuova collezione che prende il linguaggio della montagna e lo porta nella quotidianità, tra città, tempo libero e vita all’aria aperta. Capi in cui il DNA tecnico di Karpos incontra vestibilità più rilassate e un’estetica pensata per essere vissuta anche lontano dalla montagna.
Il concetto scelto da Karpos è riassunto nel claim Born in the outdoors. Worn everywhere.: la montagna rimane il punto di partenza, ma i capi sono pensati per muoversi anche fuori dal suo ambiente naturale, tra città, tempo libero e quotidianità. Una contaminazione che parte dal DNA tecnico del marchio e lo rilegge in una chiave più rilassata.
Tra i primi capi della collezione ci sono gli Abete Evo Pants, pantaloni in velluto tinto capo che prendono una strada piuttosto diversa rispetto al classico pantalone tecnico da montagna. Il tessuto e le colorazioni ispirate al sottobosco li collocano in una dimensione più casual, mentre il fit ergonomico e la costruzione elastica mantengono un legame evidente con il mondo outdoor. Traspiranti, comodi e pensati per accompagnare tanto il tempo libero quanto la vita all'aria aperta.
Anche alcuni dettagli raccontano però da dove arrivano: le tasche anteriori e posteriori sono aperte e studiate per non intralciare l'imbrago. Una soluzione che ricorda molto dell'approccio della collezione: non trasformare un capo lifestyle in un'attrezzatura tecnica, ma portare nella vita quotidiana una parte dell'esperienza maturata da Karpos nell'abbigliamento da montagna. La vita è elastica e chiusa con bottoni, mentre davanti c'è anche un piccolo taschino porta monete.
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Più dichiaratamente outdoor, ma con un'estetica che guarda al passato, è invece il Moiazza Retrò Hoodie W Fleece. Qui il riferimento sono gli anni Ottanta, interpretati attraverso un fleece dal look vintage pensato per funzionare sia come strato intermedio sotto una giacca nelle giornate fredde sia, più semplicemente, come capo da tutti i giorni.
Il tessuto punta su un elevato rapporto calore/peso e il capo è quindi pensato anche per condizioni di freddo intenso. Il cappuccio sagomato e la zip frontale completano una costruzione semplice, mentre le due tasche anteriori chiuse con zip aggiungono una dose di praticità senza cambiare il carattere rétro del fleece. Il tessuto principale è inoltre realizzato al 100% in materiale riciclato.
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Con Lifestyle, insomma, Karpos prova a spostare il confine dell'abbigliamento outdoor senza cancellarlo. Non più soltanto capi che devono necessariamente portare con sé l'idea di una prestazione, ma vestiti nati dalla montagna e capaci di vivere anche quando la montagna non è la destinazione. Una questione di materiali, vestibilità e dettagli, ma anche di abitudine: perché per chi passa molto tempo all'aperto, alla fine, il confine tra quello che indossa in montagna e quello che sceglie nel resto della settimana può diventare piuttosto sottile.
27 ore e 29 minuti: il nuovo record del GR20
A settembre nel mondo del trail running c'è una certezza, oltre alle blasonatissime gare, è il periodo in cui tentare di abbassare il tempo sul sentiero più famoso della Corsica. Ventisette ore e ventinove minuti per attraversare la Corsica da nord a sud, seguendo il GR20. È il nuovo limite fissato da Aurélien Dunand-Pallaz, che ha percorso i circa 166 chilometri del celebre sentiero corso con quasi 12.000 metri di dislivello positivo, abbattendo di oltre due ore il precedente record. Un'impresa che porta ancora più in là un limite che, negli ultimi anni, sembrava già essere stato spinto al massimo.
Il francese ha infatti tolto più di due ore al 29h46' di François D'Haene, stabilito appena pochi mesi fa. Prima di lui, il record era passato dalle mani di Kilian Jornet, che nel 2009 aveva completato il GR20 in 32h54', a quelle dello stesso D'Haene nel 2016, con 31h06', e poi di Lambert Santelli, capace nel 2021 di scendere a 30h25'. Una progressione che racconta bene quanto velocemente sia cambiato il modo di affrontare questo sentiero.
Dunand-Pallaz, 33 anni, non è però un nome nuovo ai vertici dell'ultratrail. Il francese ha costruito la propria carriera sulle gare lunghe e sui terreni tecnici, conquistando nel 2023 due delle vittorie più importanti del suo palmarès: la Hardrock 100, negli Stati Uniti, e la Diagonale des Fous, alla Réunion. Nello stesso anno ha vinto anche la Wildstrubel by UTMB, confermandosi tra gli specialisti delle grandi distanze.

Il GR20 era però un progetto diverso. Dunand-Pallaz conosce bene la Corsica: da bambino aveva visitato l'isola numerose volte con la famiglia e, negli anni, aveva iniziato a coltivare l'idea di affrontare il percorso in velocità. La preparazione è stata specifica, con ricognizioni sul tracciato e una squadra di nove pacer impegnata ad accompagnarlo a staffetta lungo i 166 chilometri. Poche settimane prima del tentativo aveva inoltre vinto la Restonica Trail, 110 km e 7.200 metri di dislivello positivo, proprio in Corsica.
Il nuovo record arriva in una stagione in cui il GR20 è tornato al centro dell'attenzione anche per il tentativo di Hillary Gerardi. L'americana ha affrontato la traversata con l'obiettivo di battere il record femminile di Anne-Lise Rousset, 35h50' dal 2022. Non è riuscita nell'impresa, ma ha comunque chiuso in 38h42', facendo segnare il secondo miglior tempo femminile sul percorso.
In pochi mesi, quindi, il GR20 ha visto protagonisti alcuni dei più forti interpreti dell'ultratrail mondiale. E mentre il record femminile resta quello di Rousset, quello maschile è ora nelle mani di Dunand-Pallaz. Un nuovo limite, su un percorso che continua a dimostrare di avere ancora spazio per essere corso più velocemente.
© foto Instagram Rising Story
Terzo oro mondiale per Cristian Minoggio
Cristian Minoggio ha aggiunto un altro tassello a una stagione già difficile da dimenticare. A La Gomera, ai Campionati del Mondo di Skyrunning, l'italiano ha conquistato per la terza volta consecutiva il titolo mondiale nella SkyUltra, dopo gli ori del 2022 e del 2024. Sul percorso di 63 km e circa 4.100 metri di dislivello positivo ha chiuso in 6h12'12", con quasi sette minuti di vantaggio sullo spagnolo Julen Calvo.
Più che la singola gara, però, il risultato racconta la continuità di un atleta che negli ultimi anni si è costruito uno spazio importante nel panorama dell'ultratrail e dello skyrunning. Minoggio, 42 anni, corre per il Kailas Fuga Team ed è oggi campione mondiale ed europeo di ultraskyrunning; il suo profilo internazionale comprende risultati sulle diverse distanze dell'ultra, non soltanto sulle prove più tecniche dello skyrunning.

La stagione 2026 aveva già offerto una conferma importante a Chamonix. Il 28 agosto Minoggio ha vinto la CCC, 107,8 km e 6.200 metri di dislivello positivo, fermando il cronometro a 10h21'48". Dopo essere transitato quinto a La Fouly e secondo a Champex-Lac, ha preso il comando a Trient e lo ha mantenuto fino al traguardo, precedendo il portoghese Miguel Arsénio e lo statunitense Hans Troyer.
Due vittorie molto diverse, quindi, ma unite dalla stessa capacità di gestire gare lunghe e complesse. Alla CCC Minoggio ha dimostrato di poter competere ai vertici dell'ultratrail internazionale, a La Gomera ha confermato invece una specialità nella quale, ormai, il suo nome è legato a una continuità rara: tre titoli mondiali SkyUltra in quattro anni. E se alla CCC il risultato era arrivato dopo una gara di oltre dieci ore, sul vulcanico terreno di La Gomera gli sono bastate poco più di sei ore per aggiungere un altro oro alla collezione.
Per l'Italia, quello di Minoggio è stato inoltre il primo oro della rassegna iridata di La Gomera, in un Mondiale chiuso dalla Nazionale con tre ori, due argenti e tre bronzi.
© foto Instagram Cristian Minoggio
Hillary Gerardi, il GR20 oltre il record
Per quasi due giorni Hillary Gerardi ha attraversato la Corsica da nord a sud, inseguendo il record femminile del GR20. Il tempo di Anne-Lise Rousset è rimasto davanti a lei, ma arrivare a Conca aveva un significato che andava oltre il cronometro: dedicare quella traversata a Kalie McCrystal, l’amica e atleta canadese scomparsa poche settimane prima sul Cervino.
La franco-americana è partita da Calenzana, nel nord della Corsica, con l’obiettivo di migliorare il record femminile del GR20, stabilito nel 2022 da Anne-Lise Rousset in 35 ore, 50 minuti e 40 secondi. Gerardi ha raggiunto Conca dopo 38 ore e 42 minuti, fermando il cronometro oltre il tempo di riferimento ma facendo comunque segnare il secondo miglior tempo femminile sulla traversata.
Il GR20 è uno dei grandi itinerari della montagna europea: attraversa la Corsica da nord-ovest a sud-est, da Calenzana a Conca, lungo circa 180 chilometri e con intorno ai 12.000 metri di dislivello positivo. Un percorso nato per essere affrontato in molti giorni e che, nella sua parte settentrionale soprattutto, presenta terreno roccioso, passaggi tecnici e caratteristiche quasi alpine.

Gerardi ha invece cercato di percorrerlo praticamente tutto d’un fiato, in meno di 36 ore. Una differenza che cambia completamente il significato del percorso: non ci sono più le giornate di cammino, le soste ai rifugi e il tempo per recuperare. Rimangono la progressione continua, la notte, la fatica che si accumula e un terreno che non concede davvero di correre per chilometri come su un tracciato veloce.
Ma nelle settimane precedenti alla partenza il record aveva smesso di essere l'unica cosa importante. Kalie McCrystal, atleta canadese e amica di Gerardi, era scomparsa sul Cervino all'inizio di settembre, durante una ricognizione in vista di un tentativo di record sulla salita e discesa della montagna lungo la Cresta del Leone. Gerardi era stata tra le persone coinvolte nelle prime fasi delle ricerche e McCrystal avrebbe dovuto far parte anche del suo team per il progetto sul GR20.
È in questo contesto che Gerardi ha deciso comunque di partire. Il record rimaneva l'obiettivo dichiarato, ma la traversata assumeva inevitabilmente un significato diverso. «Volevo il record», ha raccontato dopo l'arrivo, spiegando però che le settimane precedenti erano state molto difficili e che aveva voluto affrontare il GR20 anche per rendere omaggio a Kalie.
Il tentativo si è complicato soprattutto nella parte finale, dopo una notte difficile e quando la fatica aveva ormai consumato gran parte delle risorse. Il tempo di Rousset si è progressivamente allontanato e a Conca Gerardi è arrivata in 38h42'. Non il record che aveva inseguito, dunque, ma una traversata portata a termine in condizioni fisiche e mentali molto dure. La stessa Gerardi ha spiegato di aver trovato nell'équipe che la accompagnava la forza per arrivare fino in fondo quando le risorse mentali sembravano ormai esaurite.
© foto Instagram Hillary Gerardi
TORX 2026
Al TORX i numeri arrivano sempre dopo. Prima ci sono le montagne, le notti, il sonno che manca e una Valle d’Aosta attraversata da un capo all’altro. Solo alla fine resta il tempo, quello che decide le classifiche e quest’anno ha riscritto più di un record. L’edizione 2026 ha portato ancora una volta il TORX oltre i suoi stessi riferimenti, con prestazioni che hanno cambiato la storia del TOR330, del Tot Dret e del Tor des Glaciers.
Dopo dieci giorni di gare, ha lasciato dietro di sé cinque nuovi record e 1.789 finisher su 2.606 partenti, il numero più alto nella storia della competizione. Ma più ancora dei numeri complessivi, è stata la qualità di alcune prestazioni a dare un significato particolare a questa edizione.
Il TOR330 ha visto un nuovo record assoluto e un risultato storico per la classifica femminile. Il TOR130 ha portato per la prima volta un atleta sotto le 21 ore. E sul TOR450, la gara che più di tutte allontana l'idea dell'ultra come semplice competizione di velocità, Franco Collé ha trovato una nuova dimensione della propria storia al TORX.
TOR330 – Tor des Géants: Zhao corre nella storia, Hartmuth entra nel podio assoluto
Trecentotrenta chilometri, circa 24.000 metri di dislivello e una successione di Alte Vie che, alla fine, lascia molto meno spazio alla velocità pura di quanto possano suggerire i tempi dei primi. Quest'anno, però, il cronometro è tornato protagonista.
Jiaju Zhao ha vinto il TOR330 in 65h55'22", diventando il primo atleta cinese a conquistare il Tor des Géants e, soprattutto, abbassando il precedente record di Victor Richard, che nel 2025 aveva chiuso in 66h08'22". Zhao è stato l'unico a scendere sotto le 66 ore, precedendo di quasi un'ora lo svizzero Jonathan Schindler, secondo in 66h55'06". Terzo il cinese Weiqiang Zhang, in 71h53'56".
Ma il risultato che più modifica la storia del TOR330 è quello di Katharina Hartmuth. La tedesca ha chiuso in 67h10'09", a poco più di un'ora dal vincitore, conquistando non soltanto la vittoria femminile ma anche il terzo posto assoluto. È la prima donna a salire sul podio assoluto del Tor des Géants. Il suo tempo rappresenta inoltre il nuovo record femminile della gara, migliorando di circa dodici ore il precedente primato.
Dietro Hartmuth, la classifica femminile ha visto Huiping Zhang seconda in 80h35'31" e Manuela Vilaseca terza in 82h31'56". Quarta Melissa Paganelli, prima italiana, in 82h55'29"; quinta Claire Bannwarth in 88h37'07".
È un risultato che va oltre la semplice vittoria femminile. Hartmuth ha corso a un ritmo sufficiente per inserirsi tra i primi tre di una delle ultra più dure e lunghe del calendario, in una gara nella quale la classifica assoluta continua a raccontare una sfida con una componente fisica e mentale difficile da tradurre in numeri. E proprio per questo il suo terzo posto è probabilmente uno degli episodi destinati a rimanere più a lungo nella memoria di questa edizione.
Anche i numeri dei finisher raccontano una gara particolare: dei 1.118 partenti, 690 hanno raggiunto Courmayeur, pari al 61,7%. È il secondo miglior dato nella storia del TOR330, alle spalle dei 743 arrivati del 2025.
TOR130 – Tot Dret: Lemoine rompe il muro delle 21 ore
Se il TOR330 è la gara della lunga permanenza in montagna, il TOR130 – Tot Dret rappresenta una sorta di versione compressa dello stesso viaggio: 130 chilometri e circa 12.000 metri di dislivello, abbastanza per entrare nella dimensione dell'ultra ma ancora abbastanza vicino alla velocità da permettere ai migliori di correre per gran parte del percorso.
Quest'anno Nicolas Francesco Lemoine ha spostato ancora più avanti il limite. L'italo-francese ha vinto in 20h53'03", diventando il primo atleta a scendere sotto le 21 ore e migliorando di 17'06" il precedente record di Gionata Cogliati, fissato nel 2024 in 21h10'09".
Alle sue spalle Ke Li, secondo in 22h34'23", e Giulio Vettori, terzo in 22h51'38".
Nel femminile ha vinto la statunitense Stephanie Howe, capace di chiudere in 25h35'47" e di occupare anche il settimo posto assoluto. Seconda Fangyuan Wen in 27h43'12", terza Tatiana Mitkina in 30h54'03".
La gara di Lemoine racconta anche qualcosa che difficilmente compare in una classifica. Durante la discesa dal Col de Champillon, l'atleta si è fermato per prestare assistenza a un concorrente impegnato in un'altra gara, rimanendo con lui fino all'arrivo dei soccorsi prima di riprendere la propria corsa. Un episodio che non cambia il risultato finale, ma che restituisce una delle dimensioni meno misurabili dell'ultratrail.
TOR450 – Tor des Glaciers: Collé cambia distanza
E poi c'è il TOR450. Quattrocentocinquanta chilometri e circa 32.000 metri di dislivello positivo, lungo le Alte Vie 3 e 4. Qui la parola "gara" sembra quasi diventare insufficiente: la gestione del sonno, dell'alimentazione, delle crisi e del ritmo entra nella prestazione tanto quanto la capacità di correre.
A vincere è stato Franco Collé, al debutto sulla distanza. Il valdostano ha impiegato 122h01'57", precedendo il tedesco Volker Fohrmeister, secondo in 126h22'41", e Alessandro Roncato, terzo in 130h29'23".
Per Collé è un capitolo nuovo in una storia che al TORX sembrava già avere pochi spazi da esplorare. Dopo quattro vittorie al TOR330, il valdostano ha scelto di misurarsi con la distanza maggiore e al primo tentativo ha conquistato il successo. Il suo tempo è il secondo più veloce nella storia del TOR450, anche se il confronto con il record di Sébastien Raichon va letto tenendo conto delle modifiche al percorso introdotte nel 2026, che hanno aggiunto circa quattro chilometri.
Tra le donne ha vinto la statunitense Kaitlin Allen, in 147h49'29", davanti ad Amy Sproston in 153h03'00" e alla francese Céline Rouquié, terza in 156h02'11". Il tempo di Allen è il secondo miglior crono femminile nella storia della prova.
© foto TORX
Salomon S/LAB Genesis 2, la scarpa trail per il vero terreno tecnico
Il fenomeno del trail running ha indubbiamente portato a espandere i cataloghi delle aziende, molteplici varianti di scarpe, vest e abbigliamento permettono al giorno d'oggi di trovare esattamente il prodotto che fa al caso nostro. Ci sono scarpe che cercano di essere polivalenti, adattandosi a più terreni e altre che si specializzano. La S/LAB Genesis 2 appartiene alla seconda categoria. Salomon ha preso uno dei suoi modelli più riusciti per le lunghe distanze su terreno tecnico e lo ha ripensato quasi da zero, senza inseguire la corsa all'altezza dell'intersuola o alle piastre. Il risultato è una scarpa che, più che stupire al primo passo, convince man mano che il terreno diventa complicato.

La prima sensazione è quella di una piattaforma piuttosto bassa e molto connessa al terreno, drop da 6 mm, (due millimetri in meno rispetto alla precedente Genesis). Non è quindi una scarpa massimalista: l'ammortizzazione c'è, ed è sufficiente anche quando i chilometri diventano tanti, ma non prende mai il sopravvento sulla percezione di quello che succede sotto i piedi.
È soprattutto nei traversi, nei cambi di direzione e sui sentieri più tecnici che questa impostazione paga. La piattaforma è stata allargata e il nuovo activeCHASSIS lavora sul controllo laterale senza irrigidire eccessivamente la scarpa. In appoggio la Genesis 2 rimane composta, mentre l'avampiede conserva una buona capacità di flettersi e seguire il terreno. Non c'è la sensazione di correre sopra la superficie, ma dentro di essa.
Anche l'intersuola va nella stessa direzione. La nuova costruzione optiFOAM combina mescole differenti e introduce una componente più solida, con una risposta più stabile rispetto alla Genesis precedente. La differenza si avverte soprattutto quando si aumenta il ritmo: non è una scarpa esplosiva, ma restituisce comunque bene la spinta e soprattutto non chiede di essere accompagnata dal piede.

Sotto, la nuova contaGRIP con tasselli da 4,5 mm è una delle parti più convincenti del progetto. Su terreno smosso, ghiaioso e sconnesso la presa è profonda e progressiva, con una buona capacità di mordere quando si spinge in anche sulle salite più ripide. È una suola pensata per muoversi senza alcun problema indistintamente dal terreno che incontra sotto di essa, abbiamo provato ad utilizzarla anche su vie di stampo alpinistico e sia la sensibilità che il grip restituiti sono risultati ottimali, al pari di una scarpa d'approccio.
La tomaia in Matryx Micro è leggera, asciutta e soprattutto molto ben strutturata. Tiene il piede senza trasformare la calzata in una morsa, caratteristica che diventa interessante sulle distanze lunghe, quando un po' di spazio in più davanti alle dita può fare la differenza. Il Quicklace resta rapido e pratico, mentre la costruzione tipo calza e la ghetta integrata contribuiscono a tenere fuori buona parte di polvere e piccoli detriti.
Con 272 grammi dichiarati per scarpa, la Genesis 2 non è più una specialista della leggerezza assoluta, ma il peso passa in secondo piano proprio perché la scarpa riesce ad accompagnarci anche sui terreni più tecnici senza limitarci e lo fa con una piattaforma stabile, un buon contatto con il terreno, una calzata precisa ma non esasperata e una suola capace di affrontare superfici molto diverse. Una scarpa da lunghe distanze, sì, ma con abbastanza agilità e grip per divertirsi quando il sentiero finisce e il terreno diventa più verticale.
Cinque pareti nord, cinque vie storiche
A volte in montagna la difficoltà non sta soltanto in quello che si scala, sta nel proseguire. Scendere da una cima, attraversare, raggiungere la parete successiva e ricominciare, sapendo che ogni metro percorso è soltanto una parte di qualcosa di molto più grande. L'altoatesino Marian Aßmair e Michael Stadler hanno trasformato questo concetto in una lunga giornata sulle Tre Cime di Lavaredo, concatenando cinque vie storiche sulle pareti nord e raggiungendo cinque cime attraverso una unica linea continua.
Il risultato sono circa 2.000 metri di arrampicata, 56 tiri in cinque pareti, percorsi con una corda singola da 40 metri e una semistatica da 30. Dal primo tiro all'ultima cima sono trascorse 14 ore e 15 minuti, quindici ore considerando le pause.
Ma i numeri, da soli, raccontano solo una parte della storia. L'idea era nella testa dei due alpinisti già da tempo: collegare alcune delle linee più rappresentative delle Tre Cime senza interrompere la linea, utilizzando forcelle, cenge e discese per passare da una parete all'altra, non semplicemente salire cinque vie nello stesso giorno, ma costruire una traversata attraverso le pareti nord del massiccio.
La sveglia, metaforicamente, suona nel cuore della notte. Alle 3:45 Smair e Stadler iniziano a muoversi e alle 4:30 sono già all'attacco della prima via, la Cassin-Ratti alla Cima Ovest. È l'inizio di un viaggio attraverso quasi un secolo di storia dell'alpinismo dolomitico, da Cassin a Comici, passando per Preuss.
Il concatenamento segue un ordine geografico quasi naturale, ma alpinisticamente tutt'altro che scontato. Prima la Cima Ovest lungo la Cassin-Ratti (7a), poi la Cima Grande attraverso la Comici-Dimai (6b). Da lì la linea continua verso la Torre Preuss , percorsa lungo la Fessura Preuss (5b), quindi sulla Punta di Frida attraverso la Dülfer (4b), prima dell'ultima salita sulla Cima Piccola lungo la Innerkofler (4b).
Cinque nomi che appartengono a epoche diverse ma che, messi uno dopo l'altro, compongono una sorta di atlante verticale della storia delle Dolomiti.
La Cassin-Ratti sulla parete nord della Cima Ovest è una delle grandi realizzazioni dell'alpinismo degli anni Trenta. La Comici-Dimai sulla Grande è uno degli itinerari simbolo delle Tre Cime e dell'evoluzione dell'arrampicata su grandi pareti dolomitiche. Preuss, Dülfer e Innerkofler rimandano invece ancora più indietro, alle origini dell'arrampicata moderna e a una generazione che sulle Dolomiti iniziò a cambiare radicalmente il modo di muoversi sulla roccia. Percorrerle consecutivamente significa quindi attraversare non soltanto cinque pareti, ma differenti capitoli dell'alpinismo.

Il difficile arriva anche tra una via e l'altra, è proprio qui che un concatenamento di questo tipo assume una dimensione differente rispetto alla somma delle singole salite.
Dalla Cima Ovest bisogna scendere e attraversare il canale settentrionale per raggiungere la Cima Grande. Dalla Grande il percorso prosegue oltre la Paternsattel, la Forcella Lavaredo, in direzione della Torre Preuss, della Punta di Frida e infine della Cima Piccola.
La difficoltà diventa quindi quella di mantenere continuità ed efficienza in un terreno estremamente complesso. Bisogna conoscere non solo le vie, ma anche le discese, gli accessi e i collegamenti. Individuare rapidamente l'itinerario corretto, gestire le corde senza perdere tempo, scegliere quando mangiare e bere e mantenere lucidità mentre nelle braccia e nelle gambe si accumulano centinaia di metri di arrampicata.
Su una singola via un errore nella gestione può costare qualche minuto. In un concatenamento di 56 tiri, piccoli ritardi ripetuti decine di volte possono trasformarsi in ore.
E poi c'è la componente fisica. Dopo la Cassin non c'è il rifugio, ma la Comici. Dopo la Comici non è finita: bisogna scendere, attraversare e tornare nuovamente sulla roccia. E quando si raggiungono Torre Preuss e Punta di Frida, nelle braccia c'è già buona parte dei duemila metri verticali della giornata.
È probabilmente questa continuità a raccontare meglio la prestazione: riuscire a mantenere un ritmo sufficientemente alto non per qualche tiro, ma per un'intera giornata, alternando arrampicata, discese e trasferimenti. Una questione di velocità, ma soprattutto di efficienza
Marian racconta che tutto ha funzionato particolarmente bene e che i due sono riusciti a mantenere un buon ritmo durante l'intera giornata. Dietro una frase apparentemente semplice c'è probabilmente uno degli elementi decisivi del concatenamento. Su un terreno del genere l'efficienza passa da centinaia di piccoli gesti: preparare una sosta, recuperare il compagno, sistemare la corda, iniziare immediatamente il tiro successivo, orientarsi sulle cenge, trovare una calata, ripartire. Ridurre al minimo i tempi morti diventa importante quasi quanto essere veloci nell'arrampicata vera e propria.
Alle 18:45, quindici ore dopo essere partiti, Smair e Stadler raggiungono la quinta e ultima cima.
Cinque montagne, cinque itinerari, ma soprattutto un'unica linea immaginaria disegnata attraverso uno dei gruppi montuosi più iconici delle Dolomiti. È forse questo l'aspetto più interessante del loro concatenamento: prendere vie nate come obiettivi indipendenti, ciascuna con la propria storia e la propria cima, e trasformarle nei singoli capitoli di una sola, lunghissima giornata sulle Tre Cime.
TRE CIME — FIVE NORTH FACES — 14H 15MIN by Marian Aßmair
Il caldo di oggi, la neve di domani
L’estate 2026 si è lasciata alle spalle una lunga serie di record di temperatura. E ora, inevitabilmente, per noi malati lo sguardo va all’inverno, sempre se di inverno si potrà parlare.
Un’estate calda non significa automaticamente un inverno caldo, così come una singola stagione non può prevedere quanta neve cadrà nei mesi successivi. Ma il contesto nel quale ci prepariamo ad affrontare il prossimo inverno è sempre più difficile da ignorare.
Secondo il CNR-Ibe, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia almeno dal 1950. Agosto, a sua volta, è risultato il mese di agosto più caldo della serie, con un’anomalia di +3,5 °C rispetto alla media 1991-2020. È quanto riporta la Società Meteorologica Italiana nel suo bilancio dell’estate, sulla base dei dati CNR e Copernicus.
Il dato non riguarda però soltanto l’Italia. Secondo il Copernicus Climate Change Service, l’estate 2026 è stata la più calda mai registrata nell’Europa occidentale, con un’anomalia di circa +2,5 °C rispetto al periodo 1991-2020, superando anche il precedente riferimento del 2003. A livello globale, agosto 2026 è stato il più caldo mai registrato per il mese.

Numeri che, per chi scia, possono sembrare lontani. Ma non lo sono.
La prima cosa da chiarire è che un’estate caldissima non permette di prevedere l’inverno. Potremo ancora avere grandi nevicate, settimane fredde e stagioni memorabili. Il clima non cancella la variabilità meteorologica.
Il problema è la tendenza di fondo.
Con l’aumento delle temperature, soprattutto alle quote più basse, una parte delle precipitazioni che un tempo cadeva come neve arriva più facilmente sotto forma di pioggia. E quella che cade dura meno: la fusione primaverile arriva prima, riducendo progressivamente la durata del manto nevoso.
Per noi significa cose molto concrete. Forse partiremo più spesso a gennaio invece che a dicembre. Cercheremo quota ed esposizioni favorevoli. Aspetteremo la nevicata giusta. Faremo più chilometri per trovare le condizioni che una volta erano dietro casa.
Sono piccole rinunce, se guardate dalla prospettiva di uno sciatore che può cambiare destinazione.
Ma la questione non riguarda soltanto noi.
L’estate 2026 ha portato con sé anche una severa siccità in molte zone d’Europa, suoli estremamente secchi, incendi e livelli molto bassi di grandi fiumi come Po, Rodano, Reno e Danubio. Solo le precipitazioni di fine agosto hanno permesso una parziale ripresa.
E qui la neve smette di essere semplicemente il terreno sul quale facciamo una curva.
Il manto nevoso è una riserva d’acqua naturale: accumula precipitazioni durante l’inverno e le restituisce progressivamente alla montagna durante la primavera e l’estate. Se diminuisce la neve, o se si scioglie molto prima, cambia anche il modo in cui l’acqua arriva a fiumi, ecosistemi, agricoltura e produzione idroelettrica.
La montagna che perde neve non perde soltanto la possibilità di sciare.
Non serve essere catastrofisti. Serve essere realisti. La scienza non ci sta dicendo che domani il mondo finirà, ma che il mondo che conosciamo sta cambiando e che il ritmo dipende anche dalle nostre scelte. Il caldo estremo, la siccità, gli incendi, la scarsità d’acqua e gli eventi meteorologici più intensi non sono problemi del futuro: sono già parte del presente. La vera domanda, allora, non è soltanto quanta neve troveremo questo inverno, ma in quale mondo vogliamo vivere tra venti, trenta o cinquant’anni.La prossima volta che aspetteremo una perturbazione, quindi, potremmo guardare il cielo con un'attenzione diversa. Non solo perché vogliamo sciare, ma perché abbiamo capito quanto sia prezioso poterlo ancora fare.
Fonti:
SNP Ambiente clima estate 2026
Copernicus Climate Bulletins
Maga Skymarathon 2026: Boffelli non si ferma più
Quattro montagne, 39 chilometri, 3.000 metri di dislivello positivo e un terreno che ha poco a che vedere con il trail running più corribile. La MAGA SkyMarathon è tornata sabato 5 settembre sulle Prealpi Orobie Bergamasche, portando i concorrenti sui crinali di Menna, Arera, Grem e Alben, le quattro montagne dalle cui iniziali nasce il nome della gara. Una prova entrata anche quest'anno nel circuito Merrell Skyrunner World Series e che ha confermato la propria fama di gara tanto spettacolare quanto tecnica.
Il tracciato da 39 km e 3.000 m D+ alterna ripide salite, creste aeree, pietraie e discese tecniche, chiedendo molto più della semplice capacità di correre forte in salita. È un percorso dove servono piede sicuro, esperienza e capacità di leggere il terreno, con passaggi che portano lo skyrunning verso una dimensione più vicina all'alpinismo che al trail tradizionale. La MAGA non è infatti una gara da interpretare soltanto con il cronometro: il terreno impone di cambiare continuamente ritmo e modo di muoversi.
Quest'anno la gara ha fatto registrare il sold out su entrambe le distanze, con 637 atleti accreditati e 23 nazioni rappresentate: 295 sulla SkyMarathon e 342 sulla Skyrace da 24 km e circa 1.400-1.450 metri di dislivello positivo. Numeri che confermano la crescita internazionale della manifestazione.
Poi c'è William Boffelli. O, più semplicemente, quello che ormai sembra essere diventato il problema di chiunque si presenti sulla linea di partenza con lui.
Il bergamasco ha vinto la MAGA in 4h25'28", davanti al francese Lucien Mermillon, staccato di 5'12", e a Daniel Antonioli, terzo a 7'28". Quarto Mattia Tanara in 4h48'00", quinto lo svizzero Martin Anthamatten in 4h50'47". Una top five di livello internazionale, con cinque atleti racchiusi in poco più di 25 minuti.
Boffelli on ha battuto il record della gara, che appartiene ancora a Nadir Maguet dal 2024, ma non è questo il dato più interessante della giornata. Il dato interessante è che Boffelli continua a vincere praticamente ovunque decida di correre.
La MAGA arriva infatti appena due settimane dopo un'altra vittoria pesante, quella al Trofeo Kima. Al debutto sui 52 km e 4.200 metri del Sentiero Roma, Boffelli aveva vinto una delle gare più tecniche e prestigiose dello skyrunning internazionale in 6h07'43", sfiorando anche il record di Finlay Wild.
Ma il 2026 di Boffelli non è soltanto una stagione di trail. È una stagione trasversale, costruita tra scialpinismo, skyrunning, gare e record. In primavera, insieme a Mathéo Jacquemoud, ha stabilito il nuovo FKT della Haute Route Chamonix-Zermatt: 103 km e oltre 8.000 metri di dislivello positivo completati in 13h27'49", abbassando nettamente il precedente riferimento.
Sempre quest'anno ha vinto la Pizzostella Skyrunning, chiudendo in 4h45'38", mentre in inverno aveva conquistato anche la classifica finale della Grande Course, il circuito che riunisce alcune delle grandi classiche dello scialpinismo.
È questo forse l'aspetto più significativo della sua stagione: Boffelli non sta semplicemente infilando una serie di vittorie nella stessa disciplina. Sta riuscendo a trasferire la propria condizione fisica e soprattutto la propria capacità di muoversi in montagna da uno sport all'altro, dalle creste con gli sci ai sentieri tecnici di una skymarathon. E quasi sempre davanti a tutti.
Rimanendo sugli atleti italiani: la MAGA avrebbe potuto avere un finale diverso. Nadir Maguet, infatti, era stato il protagonista della prima parte della gara. Il valdostano è transitato in testa sulle prime due montagne, Menna e Arera, imponendo subito un ritmo importante. La sua corsa si è però fermata prima di poter difendere quel primato: Maguet è stato costretto al ritiro a causa di un problema alla schiena. Da quel momento Boffelli ha preso il controllo della gara e non lo ha più lasciato.

Al femminile la gara ha avuto invece un cambio di scenario nella seconda parte. Roberta Jacquin è rimasta a lungo al comando, ma sulla quarta salita ha perso terreno. Natalie Beadle ne ha approfittato, prendendo la testa e arrivando al traguardo in 5h27'50". La britannica non si è limitata a vincere: ha anche stabilito il nuovo record femminile della MAGA, migliorando il precedente primato di Hillary Gerardi. Seconda la francese Eva Delafosse, terza proprio Jacquin.
Una giornata che ha quindi premiato due interpretazioni diverse ma ugualmente convincenti della skyrace: la continuità e la forza di Boffelli tra gli uomini, la rimonta di Beadle tra le donne. E, sullo sfondo, una MAGA che continua a essere quello che promette il suo nome: quattro montagne, quattro caratteri diversi e una gara che non concede molto a chi non sappia stare davvero in montagna.
© foto MAGA skymarathon
















