Nel grande alpinismo himalayano contemporaneo, sempre più spesso dominato da spedizioni commerciali, corde fisse e logistica mastodontica, ogni tanto emerge ancora qualcuno capace di riportare tutto all’essenziale. Salire da soli, con il minimo indispensabile, e scendere seguendo una linea che sembra pensata più per un sogno che per la realtà.
Bartek Ziemski, trentunenne polacco, ha appena scritto una pagina destinata a rimanere nella storia dello sci alpinismo d’alta quota: nella stessa stagione ha completato la discesa con gli sci sia dell’Everest sia del Lhotse, senza ossigeno supplementare e senza supporto personale di sherpa sopra i campi alti.
Un’impresa enorme non soltanto per la quota, 8849 metri dell’Everest e 8516 del Lhotse, ma soprattutto per lo stile scelto. In un Himalaya dove spesso l’obiettivo è semplicemente raggiungere la cima, Ziemski ha cercato qualcosa di diverso: una continuità tra salita e discesa, tra alpinismo e sci ripido, tra esposizione e fluidità.
La prima grande tappa è arrivata il 12 maggio sul Lhotse. Dopo aver raggiunto la vetta in autonomia e senza ossigeno, il polacco ha infilato gli sci sulla cima della quarta montagna più alta della Terra e si è lanciato lungo il ripidissimo couloir occidentale, una linea che solo in pochissimi avevano osato immaginare. Condizioni difficili, neve dura, tratti ghiacciati e un’esposizione costante sopra uno dei versanti più impressionanti dell’Himalaya.
Pochi giorni più tardi Ziemski è tornato sull’Everest, completando una nuova discesa con gli sci dalla montagna più alta del pianeta. Anche in questo caso senza bombole e senza supporto dedicato, affrontando da solo la lunga discesa fino al campo base attraverso il caos del Khumbu Icefall.
L’impresa assume ancora più peso se inserita nel contesto storico dello sci sugli Ottomila. Solo una manciata di atleti è riuscita davvero a trasformare le grandi montagne himalayane in linee sciabili complete, e ancora meno lo hanno fatto senza ossigeno supplementare. Il connazionale Andrzej Bargiel aveva aperto una nuova frontiera sull’Everest nel 2025, Ziemski ora porta quella visione ancora oltre, concatenando Everest e Lhotse in pochi giorni e confermandosi come uno dei più forti interpreti dello sci d’alta quota contemporaneo.
C’è poi un altro aspetto che colpisce. Le immagini diffuse dal Khumbu mostrano uno sci essenziale, quasi fragile rispetto all’enormità dell’ambiente circostante. Curve brevi, ghiaccio vivo, passaggi tra seracchi e scale sospese sulle crepacciate. Non è lo sci estetico delle grandi pareti alpine, ma qualcosa di diverso: una forma estrema di adattamento alla montagna. Con queste discese Ziemski sale a nove Ottomila sciati senza ossigeno. Numeri che iniziano a collocarlo in una dimensione storica dello ski mountaineering himalayano. Ma forse la cosa più impressionante è un’altra: il modo silenzioso con cui sta costruendo il proprio percorso, lontano dai riflettori e vicino a un’idea di alpinismo che sembrava appartenere a un’altra epoca.

© foto Bartek Ziemski
