L’estate 2026 racconta una montagna sempre più attrattiva, ma non ovunque allo stesso modo. Ci sono luoghi che faticano a contenere i visitatori e altri che avrebbero bisogno di più presenze per sostenere economie e comunità. Nel mezzo, una domanda: quando il turismo diventa troppo?
C’è una fotografia della montagna italiana che racconta due storie opposte. Da una parte, sentieri affollati, parcheggi pieni e code per raggiungere un panorama diventato virale. Dall’altra, valli che avrebbero molto da offrire, ma faticano a farsi conoscere, con strutture ricettive da sostenere, servizi da mantenere e attività economiche che avrebbero bisogno di nuovi visitatori. Due facce dello stesso fenomeno, che forse sarebbe più corretto osservare insieme prima di pronunciare una parola ormai ricorrente: overtourism.
Secondo le stime dell’Osservatorio sulla montagna estiva di JFC, riportate da ANSA a fine luglio, gli arrivi nelle aree montane e appenniniche italiane avrebbero raggiunto oltre 79 milioni di presenze, in crescita rispetto all’estate precedente. A spingere la domanda, anche le temperature elevate, che hanno reso l’altitudine un’alternativa al caldo delle città e delle coste. La montagna non è più soltanto una destinazione invernale: è sempre più spesso anche un luogo in cui cercare sollievo climatico, sport e natura.
Ma una crescita complessiva non significa che tutti i territori stiano vivendo la stessa stagione. E soprattutto non racconta, da sola, se il turismo sia sostenibile per chi quei luoghi li abita.
QUANDO UN LUOGO DIVENTA UNA DESTINAZIONE
Nell’estate appena trascorsa, alcune immagini hanno restituito con particolare evidenza il lato più problematico di questa attrattività. Le Tre Cime di Lavaredo e i Cadini di Misurina sono tornati tra i percorsi più frequentati, mentre altre mete alpine hanno dovuto fare i conti con concentrazioni di visitatori in punti circoscritti. A volte basta un contenuto condiviso sui social per trasformare un luogo poco conosciuto in una destinazione improvvisamente affollata.
È successo anche in Val di Fassa, dove il rifugio Friedrich August è finito al centro dell’attenzione per i suoi krapfen. La diffusione virale della notizia ha attirato centinaia di persone, creando code lungo un sentiero di montagna. Un episodio apparentemente marginale, ma indicativo di un cambiamento: talvolta non è più soltanto il territorio a richiamare le persone, ma un singolo elemento, un’immagine, un’esperienza raccontata online.
In questi casi, il problema non è necessariamente il numero assoluto dei visitatori. Conta dove si concentrano, in quale momento arrivano e quali conseguenze producono. Un sentiero stretto, un parcheggio limitato o un ecosistema fragile possono andare in difficoltà anche senza milioni di presenze. E una località può vivere picchi insostenibili in poche giornate, pur registrando numeri annuali apparentemente gestibili.
Prenotazioni, gestione degli accessi, trasporto pubblico e informazioni aggiornate sui flussi possono contribuire a distribuire meglio le presenze. Ma servono strumenti adatti ai singoli contesti, non necessariamente le stesse regole ovunque. E bisogna chiedersi se sia sufficiente limitare gli ingressi o se sia possibile orientare parte della domanda verso altri luoghi e altri periodi dell’anno.
UNA MONTAGNA CHE NON SI RIEMPE DAPPERTUTTO
Il sondaggio UNCEM dedicato al turismo nell’estate 2026 offre un punto di partenza interessante. Alla domanda sulla presenza di un problema di presenze eccessive nel proprio territorio, il 54,7% dei partecipanti ha risposto negativamente, mentre il 38,7% ha riconosciuto l’esistenza del problema. Non è una fotografia esaustiva di tutte le destinazioni montane italiane, ma suggerisce che l’overtourism non venga percepito allo stesso modo ovunque.
Il quadro complessivo è positivo: il 62,7% degli intervistati ha valutato favorevolmente la stagione estiva e il 63,2% ha segnalato un aumento di arrivi e presenze rispetto agli anni precedenti. Il 73,1% considera il proprio territorio dotato di una buona vocazione turistica. Eppure, quando si passa dalle potenzialità alla capacità di trasformarle in sviluppo, emergono alcuni ostacoli.
Per il 50,6% dei partecipanti è necessaria una maggiore collaborazione tra associazioni locali, amministrazioni e imprese. Il 42,2% chiede strutture ricettive migliori, mentre il 32,8% vorrebbe più promozione e comunicazione. Sono indicazioni che raccontano territori interessati a crescere, ma che non sempre dispongono degli strumenti per farlo.
C’è poi un dato significativo sulla gestione dei flussi: soltanto il 27,9% dichiara che nel proprio territorio esistono strumenti per regolare eventuali presenze eccessive, mentre il 49,7% afferma che non ci sono. Anche dove il problema viene riconosciuto, dunque, spesso non esistono le risposte per affrontarlo.
Il discorso si allarga. Perché se alcune località devono capire come accogliere meno persone contemporaneamente, altre avrebbero bisogno di accoglierne di più. Non necessariamente attraverso grandi impianti o nuove infrastrutture, ma facendo conoscere sentieri, borghi, prodotti e possibilità di vivere la montagna che restano fuori dalle rotte più battute.
DISTRIBUIRE, NON SOLO ALUMENTARE
Promuovere una valle meno conosciuta non significa semplicemente spostare il problema da un luogo all’altro. Se una destinazione viene lanciata senza preparare servizi, mobilità e capacità ricettiva, rischia di riprodurre le stesse difficoltà di quelle già sovraffollate. La promozione deve procedere insieme alla cura del territorio e alla costruzione di un’offerta coerente con le sue caratteristiche.
Significa raccontare la montagna anche attraverso le valli laterali, i percorsi meno celebri, le attività locali e le stagioni intermedie. Migliorare i collegamenti dove possibile, mettere in rete gli operatori e costruire motivi per fermarsi più a lungo, anziché concentrare tutto in una visita veloce. Per una località montana, infatti, il turismo può significare lavoro, reddito per le imprese e servizi che rimangono disponibili anche per i residenti. Può contribuire a mantenere vivi i paesi durante tutto l’anno. Ma perché accada, l’aumento dei visitatori deve tradursi in valore per la comunità, non soltanto in traffico, pressione ambientale e costi aggiuntivi.
La domanda, allora, resta aperta. Esiste davvero l’overtourism in montagna? Probabilmente sì, in alcune destinazioni celebri e in molti luoghi in cui i flussi superano la capacità del territorio di sostenerli. Ma esiste anche una montagna che non riesce ad attirare abbastanza visitatori per mantenere vive le proprie economie.
Forse il punto non è stabilire se la montagna abbia bisogno di più o meno turismo, ma capire dove, quando e in quale forma.
Come gestire chi arriva dove sono già tutti, senza dimenticare chi aspetta ancora qualcuno?
