Prove di collaborazione tra La Grande Course e ISMF

Dopo un matrimonio difficile e interrotto prematuramente, La Grande Course e International Ski Mountaineering Federation tornano a collaborare, come ha anticipato anche a Skialper Adriano Favre, presidente LGC, in un’intervista pubblicata sul numero di aprile, in uscita a breve. Favre si è incontrato con il suo omologo ISMF, Thomas Kähr, ad Arvier, in Valle d’Aosta, alla presenza delle delegazioni dei comitati esecutivi delle due organizzazioni. Uno dei primi passi concreti in questa direzione sarà l'organizzazione di un Campionato del Mondo long-distance all'interno di una delle gare LGC già esistente. Un team di progetto congiunto si occuperà di intraprendere gli interventi necessari per la realizzazione di questo obiettivo nel più breve tempo possibile. LGC ha, inoltre, manifestato la propria intenzione a collaborare attivamente all'interno di ISMF, in una modalità che dovrà ancora essere definita. Il desiderio di LGC è, quindi, quello di contribuire attivamente al rafforzamento di ISMF quale piattaforma globale per lo scialpinismo.
Al fine di raggiungere questo obiettivo, ISMF dovrà avviare un progetto specifico di collaborazione e i vari settori di competenza all'interno di ISMF dovranno deliberare su questo progetto integrativo. Inoltre, i settori di collaborazione più importanti includeranno il potenziamento dei giovani talenti ma anche gli ambiti relativi all'anti-doping e all'attività dei giudici. Si pensa inoltre a un coordinamento nella comunicazione tra le due organizzazioni.


Transilvania, la polvere di Dracula

L’inverno 2015-2016 verrà ricordato come ‘l’inverno che non c’è’. Il tempo è passato a vedere i siti meteo inesorabilmente forieri di cattive notizie: anche questa settimana di neve non se ne parla e allora non resta che prendere le scarpette e andare a scalare. Così passano le vacanze di Natale, il Capodanno e anche oltre finché… Squilla il telefono e dall’altra parte il Cis mi dice: «Ho sentito un amico che lavora in Romania, lì c’è neve, potremmo andare a vedere». Fino a quel momento della Romania avevo solo un vago ricordo di un tema scritto a scuola, qualche film del conte Dracula, ma nulla che avesse a che fare con la neve o con lo sci. Dopo qualche ricerca su internet, mi trovo ad acquistare un biglietto con destinazione Bucarest ed eccoci davanti al check-in con in mano uno zaino e una sacca da sci. La ragazza addetta alle operazioni di imbarco guarda la sacca e con sorriso sornione ci domanda: «Sci? Non sapevo che in Romania si sciasse». Meno male che aveva tante doti, ma nessuna di queste legata alla neve o allo sci…

© Alessio Cerrina

NEBBIA E POWDER Siamo un gruppo ristretto: io, il Cis (Andrea Cismondi) e Albi (Alberto Torassa). Dopo qualche ora di volo, sognando e fantasticando, ci ritroviamo ad atterrare a Bucarest. Sulla pista c’è un mucchio di neve. Bene, quella sarà l’unica che vedremo nella giornata in quanto la passeremo tra la nebbia e la pioggia. Mentre l'umidità ci entra nelle ossa, ritiriamo la macchina a nolo, una Ford Fiesta che scopriamo essere più capiente del previsto o noi più piccoli di quanto immaginavamo. Sta di fatto che riusciamo a infilarci tutto dentro. Durante il viaggio abbiamo cambiato programma svariate volte - il meteo non è stato decisamente dalla nostra parte - e in serata ci siamo ritrovati sulle montagne del Fagaras, in un albergo alla partenza della cabinovia che porta a Balea Lake. Qui conosciamo un addetto degli impianti di risalita che parla un cattivo italiano e ha lavorato per alcuni anni in Italia. Ci descrive la stagione come la peggiore degli ultimi 30 anni: «Poca neve». Perfetto, ecco il resoconto del primo giorno: tanti chilometri, tanta pioggia, niente neve. La tristezza e lo sconforto vengono placate solo dalla birretta serale. Però la mattina del secondo giorno ha un nuovo gusto, quello della polvere. La pioggia del giorno prima in quota ha lasciato una spanna di powder e dopo la colazione si decide il programma: andiamo su Balea Lake e rimaniamo in quota. Prendiamo la prima funivia, un impianto a fune vetusto che mi ricorda tantissimo la vecchia cabinovia per salire al Bianco. Il quadro reca la scritta Fitre Milano e mi sento quasi a casa.

© Alessio Cerrina

BALEA LAKE, FINALMENTE NEVE La vista fuori cambia. Il verde e marrone lasciano spazio al bianco candido e… sbam! Siamo in inverno! Scendiamo a Balea Lake, un lago ghiacciato contornato da colate di ghiaccio e da canali di neve, il paese dei balocchi per noi. Prendiamo una stanza in un albergo sul lago e poi via, si montano le pelli agli sci: è il momento di dare spazio alla fantasia. Tutto da scoprire e da fare, in giro solo noi. La giornata ci regala tre discese su una spanna di polvere su fondo duro, concludendola alla grande mangiando omelette e bevendo birra. Ora il tutto inizia ad avere senso. La mattina seguente ripartiamo alla scoperta del territorio e, indossati i ramponi, con gli sci in spalla risaliamo il canale dietro all’albergo, che ci porta sulla cresta. Qui gli spazi si aprono e lo sguardo corre sul bianco delle montagne e i colori scuri della pianura. Una serie di discese ci regalano quel sound sognato per mesi: la libertà di sciare e di essere liberi di lasciare la nostra firma su un manto perfetto.

© Alessio Cerrina

BENEDETTO SALVAMONT La vacanza continua: riscendiamo a valle, ricarichiamo la macchina e ripercorriamo al contrario la strada di qualche giorno prima con destinazione Busteni. Il terzo giorno ha inizio prendendo la cabinovia che ci porta sull’altipiano dei Monti Bucegi. Le previsioni meteo sono tornate brutte, un forte vento spazza l’altipiano e le nuvole viaggiano veloci. A peggiorare la situazione, Cabana Babele, il rifugio dove pensavamo di rimanere a dormire, ci delude: niente dormire, niente mangiare. In quota con brutto tempo, neve ventata, senza mangiare e senza bere… La giornata non poteva iniziare peggio e nello sconforto proviamo a raggiungere la capanna della Salvamont (quello che in Italia sarebbe il soccorso alpino) nella speranza di qualche buona notizia. Ed ecco come un inizio pessimo può trasformarsi in una gran giornata. È una stupenda baita di montagna e il tipo che vive dentro non solo ci offre un posto dove dormire ma ci darà da mangiare, indicazioni per le gite e per concludere in bellezza una sberla colossale di vino rosso. Rimaniamo due giorni sull’altopiano scorrazzando tra una vetta e un'altra, tutte con dislivelli molto contenuti, ma con gran neve e con il parco giochi a nostra disposizione. Qui ci facciamo anche una cultura sul soccorso alpino di zona e arriviamo a una sola conclusione: vietato farci male! L’ultima gita sull’altipiano, con destinazione Monte Omu e discesa nei canali fino a valle, viene stoppata a metà. Troppi accumuli da vento: vediamo di non andarcela a cercare! Cambiamo discesa e rientriamo a valle con la cabinovia per trasferirci in un albergo di Sinaia dove ci viene regalato l’ingresso in piscina, bagno turco e sauna: perché non approfittarne? Abbiamo sognato i pendii di Sinaia ma la nostra vacanza è terminata al Cota 2000, un bar sulle piste: tempo troppo brutto. Non ci resta che… fare tappa su Bucarest per dare uno sguardo alla capitale prima di caricare gli sci sul volo di rientro per l’Italia.

Questo articolo è stato pubblicato su Skialper 108

© Alessio Cerrina

Ripresa agonistica? Troppo alto il rischio giuridico

L'elenco delle gare annullate, o rinviate, si allunga di giorno in giorno. Ma quando si potrà realisticamente tornare a correre in un trail o una sky marathon? Difficile a dirsi, di sicuro fino alla fine dello stato di emergenza, cioè il 31 luglio, appare improbabile che possa svolgersi una gara, alla luce anche dei rischi giuridici ai quali andrebbero incontro gli organizzatori. A questo proposito la FISKY, una delle federazioni coinvolte nell'organizzazione di eventi, ha preso una posizione chiara comunicando che «fino al 31 luglio 2020 non sono autorizzate manifestazioni che fanno riferimento alla nostra Federazione, salvo eventuali nuove disposizioni delle competenti autorità». Sull'argomento abbiamo chiesto un parere all'avvocato Flavio Saltarelli.

 

La ripresa agonistica per l’oudoor running non è dietro l’angolo. Sino a che il Covid 19 rappresenterà un probabile pericolo, anche giuridicamente sarà assai sconsigliabile gareggiare, se non a condizione di enormi rischi ed improponibili sforzi, anche economici, delle organizzazioni. Questo è ciò che ho in estrema sintesi risposto in questi giorni ai numerosi organizzatori di competizioni di trail e skyrunning i quali mi hanno interpellato domandandomi: Quando potremo riprendere a correre in gara? Che cosa eventualmente si rischia?.

La responsabilità degli organizzatori (come costruita dalla giurisprudenza) a tutela degli atleti si configura allorquando in gara gli atleti medesimi incorrano in pregiudizi non imprevedibili e riconducibili, secondo la miglior scienza ed esperienza, al comportamento colposo degli organizzatori. Ad oggi l’unica certezza per garantire la salute dal Covid 19 pare essere il mantenimento di un’adeguata distanza di sicurezza; distanza di sicurezza che non sarebbe ipotizzabile tenere ed assicurare in tutti i momenti delle competizioni di trail e skyrunning. Infatti, anche eventuali partenze a cronometro, non impedirebbero frazioni di gara caratterizzate da estrema vicinanza tra gli atleti (pensiamo ad esempio ai sorpassi); senza poi voler considerare le difficoltà di poter fruire della necessaria e tempestiva assistenza medica in loco.

Solo, dunque, attraverso un quasi impossibile monitoraggio temporalmente aggiornato con relativa certificazione della salute degli ammessi alla partenza gli organizzatori potrebbero tutelarsi, dimostrando di non essere in colpa in ipotesi di successivi sintomi da virus accusati dagli atleti partecipanti, sintomi la cui eziologia potesse essere riconducibile all’ambito della gara.

In via preliminare va ricordato che la colpa (intesa come imprudenza, imperizia o inosservanza di leggi, ordini, regolamenti e discipline) è l’elemento costitutivo della responsabilità civile e penale; colpa che viene meno - di fatto - solo quando gli organizzatori sono in grado di dimostrare di aver assunto ogni precauzione a garanzia della salute degli atleti.

Sotto il profilo normativo, ai fini della responsabilità civile rileva l’art. 2043 del Codice civ. laddove obbliga il risarcimento di ogni danno conseguente a fatti lesivi ingiusti patiti; per quanto attiene la responsabilità penale le fattispecie di reato ipotizzabili sono, invece, quelle di lesioni ed omicidio colposo.

Più difficile - ma non impossibile - , inoltre, configurare a carico degli organizzatori, in ipotesi di scoppio di focolaio in seguito alla gara organizzata, il gravissimo reato di epidemia di cui all’art. 438 Codice Penale, il quale prevede: Chiunque cagiona un'epidemia mediante la diffusione di germi patogeni è punito con l'ergastolo. Trattasi di delitto che ha come elemento costitutivo il dolo (la volontarietà e la consapevolezza di cagionare l’epidemia) ma non impossibile da configurarsi anche nel caso di evento non voluto, ma frutto di comportamento gravemente imprudente, in quanto nel nostro ordinamento esiste anche il cosiddetto dolo eventuale che ricorre ove un soggetto - pur non volendo cagionare specificatamente un evento - essendo consapevole del pericolo, o dovendo esserlo, corre il rischio di cagionarlo e l’evento si verifica.

Da ultimo, non è remota la possibilità di finire alla sbarra per delitto colposo contro la salute pubblica, fattispecie prevista e punita dall’art. 452 del Codice penale che punisce con la reclusione da uno a cinque anni chiunque commette, per colpa, appunto, uno dei fatti preveduti dall’articolo 438 Cp., cioè contribuisce anche per imperizia o imprudenza al diffondersi di un’epidemia.


Ski Trans Alt Tirol

Novembre 2017. Attenzione, quella che avete sotto gli occhi non è la solita proposta.  È la sintesi di un percorso durato diversi anni... qui dentro c'è tutta l'essenza della mia personale chiave di lettura dello scialpinismo. C'è la mia formazione di geografo, la passione per la storia, il piacere di perdersi tra le montagne, il valore della condivisione e il vizio di documentare l'esperienza per non perdere un giorno i ricordi e le emozioni vissute…
Avrei potuto tenere questo viaggio per me, invitare solo qualche amico intimo, invece ho deciso di provare a realizzarlo in quella che sento essere la mia veste più naturale, e cioè quella della Guida alpina. Se qualcuno raccoglierà il mio invito e vorrà unirsi anche solo per un tratto di questo lungo viaggio, ne sarei onorato!

Dopo diverse stagioni di incubazione, nell’autunno scorso finalmente il progetto sembrava delinearsi in maniera chiara nella mia mente ed era pronto a essere partorito. Così mi sono deciso a prendere la tastiera stendendo le specifiche minime per spiegarlo alle persone che intendevo coinvolgere e ho inviato il file, accompagnato dal messaggio di cui sopra. È questo il gioco che mi attira dell’alpinismo: prendere un’idea, un sogno, una visione, per quanto balzana o assurda, valutarla da ogni angolazione, magari scartarla, oppure digerirla, metabolizzarla, pianificarla, attendere il momento opportuno, agire e infine trasformarla in qualche cosa di concreto, tangibile, vero. Un po’ come rubare piccoli lembi da una dimensione fantastica e immaginaria e portarli nel mondo reale. Una chiave di lettura che può essere applicata alle vie nuove, o alle discese con gli sci, e che in questi anni ho spesso provato a portare anche all’interno del mio lavoro di Guida, con proposte o progetti un po’ particolari e insoliti. Per quanto riguarda questa traversata del Tirolo Storico, credo che l’idea sia nata davanti a una carta, anzi una piccola mappa in rilievo delle Alpi che tengo appesa alla parete di casa. Un giorno ho posato l’attenzione sulla zona di massima estensione dell’arco alpino sull’asse Nord-Sud, segnalata in basso giusto dall’inconfondibile goccia del Lago di Garda, e da lì sono partito alla ricerca di un percorso dove il rilievo subisse meno interruzioni possibili e permettesse di rimanere in quota. Ho sempre avuto il desiderio di perdermi dentro alle montagne, di starci il più tempo possibile, per godere quelle sfumature che le gite mordi e fuggi spesso non lasciano il tempo di cogliere e niente meglio dello scialpinismo di traversata si adatta a questo proposito! Quel che è successo dopo è pura fortuna. Mano a mano che seguivo con gli occhi questo ipotetico percorso, mi sono reso conto che la linea più logica dal Garda correva attraverso la Catena del Lagorai, dove sono cresciuto, e poi sulle Dolomiti, per proseguire sulle montagne dell’Alta Pusteria e quindi fino in Austria. Ho provato a figurarmi il percorso in inverno ed ho capito di aver trovato la vena d’oro: un vero e proprio regalo della natura che sembrava concedere un viaggio con gli sci in un contesto scenografico unico per varietà e spettacolarità. Dagli uliveti di un piccolo angolo di Mediterraneo incastonato tra le montagne ai mastodontici ghiacciai degli Alti Tauri, attraversando zone non certo molto frequentate, ma sempre provvidenzialmente provviste di strutture in grado di fornire il necessario supporto logistico.

© Matteo Pavana

In seconda battuta ho realizzato che la linea ideale correva giusto lungo il confine di quello che fino al secolo scorso era il Tirolo Asburgico, ovvero la regione più meridionale dell’immenso impero Austro-Ungarico. I primi ordinamenti che sanciscono l’estensione del territorio tirolese dal Lago di Garda fino alla zona montuosa del Kaisergebirge risalgono agli inizi del 1500: da quel tempo lontano, i confini del Tirolo storico rimasero pressoché invariati fino al termine della Prima Guerra Mondiale, quando le province di Trento e Bolzano vennero annesse al Regno d’Italia. Le genti che abitano questa regione transfrontaliera risultano pertanto accomunate da secoli di storia, con tratti distintivi comuni che ancora oggi sopravvivono nonostante l’appartenenza a nazioni diverse, e la suggestione di poterle idealmente riunire con questa traversata mi sembrava un ulteriore valore aggiunto. Certamente non volevo dare alcuna connotazione politica dell’iniziativa, ma questo collegamento dettato al contempo dalla geomorfologia e dalla storia mi è sembrato avere quasi un valore di messaggio universale, ovvero quello delle montagne come spazio d’unione, piuttosto che elemento di separazione come spesso si vorrebbe far credere. Il caso ha voluto che durante la traversata il Tirolo Storico fosse sempre presente, da un vecchio calendario di stampo asburgico trovato in un bivacco sul Lagorai alle stampe storiche dei bed & breakfast dove abbiamo dormito. In ogni modo, l’entusiasmo e l’apprezzamento che ho raccolto ancora prima di partire mi ha sorpreso e gratificato ed è stato lo stimolo decisivo per buttarsi a capofitto in quest’avventura. La traversata è stata pianificata a tappe di tre giorni ciascuna, da svolgersi ogni due settimane in maniera da poter sfruttare i periodi con le condizioni presumibilmente ottimali. Le tappe in programma erano sette, per un totale di 21 giornate sugli sci su uno sviluppo di poco inferiore ai 400 chilometri. Giovanna e Alberto sono stati i temerari che si sono offerti di seguirmi in tutti gli appuntamenti, dall’inizio alla fine, mentre tanti altri amici si sono aggregati a una o più tappe, ognuno compatibilmente con i propri impegni. Viste le ambiziose premesse, ci voleva una partenza in grande stile e dai connotati simbolici: così siamo partiti direttamente con gli sci in spalla dal centro storico di Riva del Garda, un tempo estremo avamposto sud-occidentale della Mitteleuropa, e abbiamo preso una barca a vela per navigare sul ‘fiordo’ del Garda fino a Malcesine, dove la funivia del Monte Baldo ci ha portati in quota, permettendoci di calzare gli sci in direzione Monte Altissimo di Nago.

La prima giornata si è conclusa a Festa di Brentonico e l’indomani per portarci sul Monte Stivo abbiamo inforcato le E-bike, giusto per adattarci allo stile vacanza outdoor che tanto caratterizza l’Alto Garda. Dal rifugio Marchetti la terza giornata ci ha visto seguire la lunga cresta che conduce alle Tre Cime del Bondone, raramente percorsa d’inverno, per poi riprendere le biciclette e scendere fino in Piazza Duomo a Trento, per un aperitivo in grande stile all’Aquila d’Oro, dove anche la statua del Nettuno pareva guardarci perplessa. Due settimane più tardi abbiamo iniziato a fare sul serio e, nonostante il maltempo, siamo salpati per la mitica traversata del Lagorai. Devo dire che da quando ho memoria scialpinistica ho visto davvero pochissimi gruppi, forse tre-quattro in tutto, portare a termine il percorso integrale che dal Monte Panarotta porta al Passo Rolle o viceversa. La carenza di punti di appoggio lungo il percorso obbliga a tappe lunghe e complesse e di certo scoraggia l’approccio a questa magnifica Haute Route che attraversa vallate silenziose e fuori dal tempo. Vista la quantità di neve fresca presente e la scarsa visibilità, anche noi abbiamo dovuto deviare dal tracciato ottimale ed evitare diverse cime, ma è stato comunque un punto di orgoglio riuscire a portare a termine queste due tappe difficili dove serve anche spirito di adattamento e lavoro di squadra.

© Matteo Pavana

A marzo siamo approdati in Dolomiti, dove la presenza antropica cambia radicalmente, ma come tutti sanno la scenografia è talmente grandiosa da lasciare sempre a bocca aperta. Nei primi tre giorni dal Rolle a Corvara abbiamo ancora pagato pegno con il meteo, sebbene con dei risvolti positivi, come la possibilità di affrontare la Val Mezdì, alias il fuoripista più famoso e gettonato delle Alpi Orientali, in perfetta solitudine! Quando è stato il tempo di ripartire dalla Val Badia, però, ai piani alti hanno deciso che dopo tante bastonate era il tempo della carota, e ci sono state regalate tre giornate da cineteca, con neve commovente e un susseguirsi ininterrotto di scenari mozzafiato: Lagazuoi, Fanes, Sennes, Croda Rossa d’Ampezzo, Tre cime di Lavaredo… per rubare le parole all’amico e collega Marco Maganzini, «SciAlpinismo con la A maiuscola, tra pareti di disperante verticalità!».

In aprile abbiamo provato a sfuggire all’avanzare della primavera alzandoci di quota e inoltrandoci nel gruppo delle Vedrette di Ries, inseguiti da un caldo feroce ed esagerato… qui per la prima volta siamo dovuti tornare sui nostri passi e rinunciare a svalicare sul Collalto, visto che alle 9.30 del mattino a 3.000 metri c’erano quindici gradi. Il gran finale, ovvero i tre giorni conclusivi, ci hanno visto invece impegnati sugli Alti Tauri. Da programma inizialmente avevo pensato di spingermi fino al Grossglockner, ma il tempo splendido e le condizioni strepitose ci hanno invogliato a chiudere in bellezza con tre belle cime: in ordine Picco dei Tre Signori, Großer Geiger e GroßVenediger, prima di scendere fino a Matrei e quindi a Lienz, con prati e alberi ormai in fiore ad annunciare il cambio di stagione.

© Alessandro Beber

Mi sono chiesto che cosa resterà di questa fantastica cavalcata da Sud a Nord. Sicuramente gli incontri lungo il percorso, perché una traversata di questo tipo è fatta anche per conoscere persone, prima fra tutti i tanti rifugisti con i quali abbiamo condiviso fantastiche serate. E poi tre momenti emergono sopra a tanti ricordi. Dal punto di vista paesaggistico la lunga tappa dal Lagazuoi al rifugio Sennes, nel cuore delle Dolomiti, davvero una di quelle scialpinistiche che ti rimangono nella testa a lungo. Per quanto riguarda lo sci, non dimenticherò i mille metri di dislivello su perfetto firn, tutti tra i 25 e 30 gradi, dal Collalto, sopra Anterselva, e la lunghissima discesa dal GroßVenediger, con oltre 2.000 metri di dislivello. Col senno di poi, direi che meglio di così non poteva andare: al di là delle 14 giornate di bel tempo sulle 21 totali e delle ottime condizioni d’innevamento, la traversata è stata letteralmente al di sopra delle aspettative, e questo soprattutto grazie al fattore umano, ovvero la passione che tutti i partecipanti hanno messo in questa piccola grande sfida. Come ha detto giustamente Barbara, siamo stati trascinati in un turbine di emozioni e amicizia. Per questo sarò eternamente riconoscente a tutti gli amici che ci hanno creduto e mi hanno aiutato in tante maniere diverse, dai sopralluoghi preventivi ai carichi di viveri da portare in bivacco, fino al grosso lavoro fatto con foto e riprese per documentare adeguatamente l’esperienza. A nome di tutti, credo di poter dire che la prima attraversata scialpinistica del Tirolo Storico sia stata e rimarrà un’esperienza indimenticabile: ora la strada è aperta, e auguriamo a quelli che in futuro vorranno ricalcare il nostro cammino di divertirsi almeno quanto noi! E io, finalmente, ho potuto tagliarmi la barba. Sì, perché me l’ero tagliata appena prima della partenza a gennaio e durante la prima tappa mi hanno detto: adesso lasciala crescere per tutta la traversata. Così ho fatto, aspettando l'ultimo giorno per tagliarla!

Traversata del Tirolo Storico

Tappe 1-3: dal 12 al 14 gennaio 2018, da Riva del Garda a Trento via Malcesine, Monte Grande, Monte Altissimo di Nago, Monte Stivo, Cima Alta, Cornetto del Bondone, Viote.

Tappe 4-6: dal 2 al 4 febbraio 2018, dalla Panarotta alla Val Campelle via passo della Portela, lago di Erdemolo, rifugio Sette Selle, passo dei Garofani, Passo Cadino, lago delle Buse, forcella Montalon, forcella Valsorda, Colle di San Giovanni, Malga Conseria.

Tappe 7-9: dal 23 al 25 febbraio 2018, da Malga Sorgazza a San Martino di Castrozzavia forcella Magna, Malga Val Cion Alta, passo Copolà, rifugio Refavaie, cima Paradisi, cima Fossernica, Malga Miesnotta di sopra, forcella Valzanchetta.

Tappe 10-12: dal 9 all’11 marzo 2018, da Passo Rolle a Colfosco in Badia via Monte Mulaz, Falcade, Passo San Pellegrino, Forca Rossa, Malga Ciapela, Marmolada, Porta Vescovo, Passo Pordoi, rifugio Boè, Val Mezdì.

Tappe 13-15: dal 23 al 25 marzo 2018, da passo Falzarego alla Val Fiscalina via Lagazuoi, forcella del Lago, rifugio Fanes, forcella Ciamin, Fodera Vedla, rifugio Sennes, Ra Stua, forcella Colfiedo, passo Cima Banche, Lago d’Antorno, rifugio Auronzo, rifugio Locatelli, valle di Sasso Vecchio.

Tappe 16-18: dal 6 all’8 aprile 2018, da Santa Maddalena in Val Casies a Riva di Tures, via Hoher Mann, forcella Hexenscharte, Passo Stalle, lago di Anterselva, Schwarze Scharte (respinti!), trasferimento con mezzi pubblici a Riva di Tures, salita al triangolo di Riva e discesa per la Valle dei Dossi.

Tappe 19-21: dal 20 al 22 aprile 2018, da Predoi a Matrei, via Picco dei Tre Signori, Reggentörlscharte, Essener und Rostocker Hütte, Großer Geiger, Kürsinger Hütte, Venediger Scharte, GroßVenediger, Gschlosstal, Tauer.

Mezzi di trasporto utilizzati: Barca a vela, funivie e seggiovie, E-bike, furgone Fiat Ducato, treni, autobus.

Lunghezza tappe: tra i 900 e i 2.300 metri di dislivello, gradualmente in crescendo.

Dislivello medio giornaliero: 1.300 metri.

Sviluppo medio giornaliero (solo sci, senza i trasferimenti): 22 chilometri. 

Sponsor: Scarpa, Millet, Völkl, Marker, Julbo, APT Valsugana, Guide Alpine Mountime-Outdoor Adventures

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 118

© Alessandro Beber

Tour de La Meije quattro giorni au refuge

Continua la pubblicazione dei più interessanti articoli di viaggio di Skialper per non dimenticare che gli sci sono la migliore scusa per partire alla scoperta del mondo.

1893. È già passato un po’ di tempo se ci riflettiamo. Una storia racconta che quattro persone tra cui Cristophe Iselin si incontrarono verso sera fuori dal paese di Glarus, quasi di nascosto, per non stuzzicare la curiosità e l’ilarità dei vicini: da lì partirono con sci verso il colle Pragel. Uno era con le racchette ma le cronache giustamente non lo citano troppo volentieri. La salita in sci al suddetto passo, quota 1.554 metri, nel Canton Glarona, in Svizzera, è da considerarsi la prima vera scialpinistica sulle Alpi. A scanso di fake news, si può dunque pensare che quel giorno sia iniziata la storia dello scialpinismo. Mi è sempre piaciuto pensare che questa disciplina non si sia mai allontanata troppo dalle proprie origini: gli sci rimangono il miglior modo di muoversi in montagna in ambiente innevato. Non ce n’è. Sono fatti per sostenere, distribuire il peso sul manto nevoso limitando la fatica dei nostri spostamenti, aiutandoci e agevolandoci. Non saremmo lì in mezzo alle bianche alture senza di loro. O forse ci saremmo, magari con un paio di ciaspole, ma forse a quel punto avremmo pantaloni attillati, zaini enormi, pile rossi, calli sulle caviglie e sui polpacci e insomma… addio stories su Insta, salamini gratis da parte del salumificio dello zio che ci sponsorizza e zero tipe rimorchiate in ufficio mostrando le discese del weekend mentre ululiamo giù da vertiginosi pendii cercando di avere l’espressione delle Guide di Cham.

© Federico Ravassard

Forse diamo troppo per scontata l’importanza dei nostri sci. Ma è la loro natura intrinseca di mezzo di trasporto che ci consente di fare i fighetti. E come ogni mezzo di trasporto sono fatti per permetterci di affrontare un viaggio. Uno spostamento che si compie da un luogo di partenza a un altro distante dal primo. Una linea che collega due punti sulla neve. L’occasione per riscoprire l’essenza dello scialpinismo è stata del tutto inaspettata. Il cellulare si illumina: messaggio. È Mathias, un collaboratore di una rivista francese sempre del settore sci e outdoor. Mi informa che i rifugisti degli Écrins e l’ente turismo dei Pais des Écrins, nelle Alpi del Delfinato, in Francia, stanno organizzando un viaggio stampa per promuovere e far scoprire il loro meraviglioso massiccio. Un raid a sci negli Écrins! Meraviglia! La risposta è ovvia. Il massiccio transalpino lo conosco abbastanza bene, da Torino non è così distante e offre un terreno selvaggio con infinite discese, canali, pareti. Una mecca dello sci, selvaggia e spesso isolata. Negli anni però l’approccio è sempre stato un po’ mordi e fuggi. Quando ho cercato di ricordare tutte le volte che ero stato da quelle parti, la sequenza che mi veniva in mente è stata sempre più o meno la stessa:

  • Uno: sveglia ad orari in cui la Convenzione di Ginevra vedrebbe certamente la violazione dei diritti umani;
  • Due: caffè e biscotti in automatismo;
  • Tre: macchina, motore, fari, cassa dritta propedeutica all’occhio aperto;
  • Quattro: appuntamento tipo scambisti in qualche parcheggio autostradale o meglio di centro commerciale… con le quattro frecce;
  • Cinque: auto, velocità elevata;
  • Sei: arrivo, salita, sciata;
  • Sette: birra, Pastis, nutrimento, guarda foto, guarda parete, discuti, sogna;
  • Otto: auto, velocità elevata (ma in senso contrario);
  • Nove: ritardo;
  • Dieci: fai cose, dimostrati disponibile con i tuoi cari, sei in ritardo, dimostrati collaborativo.
© Federico Ravassard

Una sorta di decalogo, operazioni automatizzate. Che è un po’ quello di chi si spara le gite in giornata. Qualche menoso dirà che è un modo consumista figlio dei nostri tempi. Sì. Ma siamo un po’ tossici dell’aria aperta e della neve, con la faccia abbronzata delle Guide di Cham, sempre loro, ma magari abitiamo a 200 chilometri da dove vorremmo sciare, lavoriamo in ufficio, cantiere, ospedale o in università: quindi appena possiamo settiamo quella maledetta sveglia ancora un quarto d’ora prima perché magari ci scappano altri 300 metri in più. Un raid però è diverso. È un viaggio, ci si sposta in montagna, si entra in sintonia, si rimane ovattati dall’ambiente che ci circonda. Si riesce ad entrare in esso, passando attraverso diversi stati d’animo, ascoltando il proprio corpo, specie il giorno in cui le gambe andranno meno. Da un punto a un altro, una linea, con gli sci. Un sogno. Dopo gli ultimi consulti sul meteo, non proprio stabile dopo un inverno secco e avaro di precipitazioni come quello di quest’anno, il raid viene confermato.  Il tour della Meije, giro classico del massiccio. Quattro giorni La Bérarde to La Bérarde: nel mezzo tutti i rifugi e i loro gestori che accolgono alpinisti e scialpinisti in queste vallate remote. Si parte! Dopo una notte a La Grave in un posto degno di un film di Tarantino, con Federico arriviamo a La Bérarde sorprendentemente in orario. Si conosce il gruppo, si fa un piccolo briefing con le due Guide, Julia e Mathilde, e si parte in direzione del vallone di Etacons, dominato dal versante meridionale della Meije. Nei viaggi, oltre ai chilometri, al dislivello e alle discese, sono le persone che si incontrano, spesso per la prima volta, a caratterizzare la linea del percorso. Le impressioni che riceviamo da questi incontri diventano un tutt’uno con quelle del nostro movimento, creando l’esperienza. In questo caso abbiamo avuto l’occasione di condividere il rifugio quasi sempre con i soli rifugisti, complice la poca gente in giro e le previsioni non così definite. E fu così che…

© Federico Ravassard

Sandrine - Refuge du Promontoire

Oggi il menù prevede solo salita. Non c’è fretta, abbiamo tutta la giornata per arrivare al Refuge du Promontoire. Il set-up che preferisco per i raid classici non è leggero, lo sci è largo e lo scarpone un onesto 1.400 grammi. Piuttosto si alleggerisce lo zaino con meno cambi e pazienza per i vicini di branda. Le nuvole in cielo intanto si dissipano e arriviamo al Refuge du Châtelleret proprio dove il piatto vallone inizia a impennarsi in direzione Brèche de La Meije. Charles, occhi blu, mascella squadrata e abbronzatura non certo timida, ci accoglie con la sua compagna in questa isola spersa nel sole del vallone circondato da picchi che ben superano i 3.500 metri. Dopo una meravigliosa omelette, ripartiamo alla volta del Promontoire dove le nuvole che ci avevano avvolto con del nevischio lasciano posto a un bel sole. La gestrice è Sandrine, una gentile ragazza bionda. Giovane, con sorriso che lascia trasparire timidezza e una luce irrequieta negli occhi. Quelle persone che sembrano scappare da qualcosa. Le primissime rughe intorno agli occhi blu confermano che in realtà sta vivendo la vita che ha scelto: nata a Chamonix, sono sei anni che gestisce dei rifugi dopo aver lavorato per quattro come aiuto al Refuge Albert 1er ai piedi dell’Aiguille de Chardonnet, nel Bianco. Sandrine serve tutti, sparecchia, rassetta la cucina e poi mangia anche lei in sala. Convincerla a fare qualche foto si scontra con la sua timidezza, ma ce la facciamo e le strappiamo una risata quando ci improvvisiamo come sui set con le modelle e le chiediamo prima uno sguardo imbronciato e poi una mano nei capelli e uno più sexy. Ci perdonerà, credo. Ah, sappiate che Sandrine vi scatterà anche lei qualche foto: con una piccola automatica bianca, ruberà un momento del vostro passaggio per ricordo, senza chiedervi di mettervi in posa, quasi di nascosto. È timida, l’ho detto.

Jeff - Refuge de l’Aigle

Il giorno seguente, se non sarete trascinati a valle dal compagno che si dovrà legare con voi e se scamperete le insidie della conserva corta con gente poco avvezza ai ramponi risalendo il budello del Serret du Savon, ai piedi dei seracchi della parete Nord della Mejie, arriverete in quel magnifico nido d’aquila (appunto!) che è il Refuge de L’Aigle. Siamo su un cucuzzolo ai piedi della Meije Orientale che domina il caleidoscopico Glacier de l’Homme e il vasto Glacier du Tabuchet. Jeff è il rifugista: sulla cinquantina, sorriso da marinaio. A sedici anni è scappato da Parigi, biglietto sola andata per le montagne del Sud della Francia. Un richiamo a cui non ha saputo resistere. Ha lavorato prima come portatore, poi al Refuge du Viso e quindi al Refuge des Écrins. Fino all’anno scorso quando… Chiacchierando, ho collegato questo dettaglio subito e ho capito che mi trovavo davanti alla voce che per anni mi ha risposto al telefono quando chiamavo il Refuge des Écrins per chiedere info sulle condizioni e nevicate di fine primavera. Tutto per capire se sarebbe stato il giorno buono per scendere integralmente i 4.102 metri della Barre des Écrins per il versante Nord. Mai una volta che all’accento italiano rispondesse con info certe: solo pessimismo, desolazione e condizioni catastrofiche. Poi puntualmente il giorno dopo almeno una pulminata di francesi scendeva la parete. Eccolo davanti a me il maledetto! Non sembra neanche così scorbutico, anzi è simpatico, tanto che alle mie rimostranze la serata si anima e finiamo con una risata davanti a una birra. Accidenti a te Jeff!

Sabine - Refuge Villar d’Arène

Dopo la notte all’Aigle, il risveglio sul mare di nubi dopo una lieve nevicata fa sorgere qualche dubbio sul fatto di essere effettivamente svegli. Forse si sogna ancora e il dubbio permane anche durante la discesa del Tabuchet, intonso fino a Villar d’Arène. Dopo un provvidenziale passaggio a Pied du Col il nostro gruppetto riprende a salire in direzione del rifugio per la notte. La giornata è primaverile e la luce sulle pareti nord dell’Agneaux, in fondo al Cirque d’Arsine, fa capire che sarebbe il momento buono per sciarle. Questa notte dormiremo al Refuge Chamossière. Essendo però un viaggio alla scoperta dei vari rifugi che potrebbero fare da appoggio a questo raid, è d’obbligo una tappa enogastronomica al rifugio di Villar d’Arène, situato a circa cinquanta metri lineari dal Chamossière. Qui facciamo la conoscenza con Sabine, 20 anni trascorsi in questo angolo di paradiso. E arriva anche il momento critico del viaggio: la tarte au chou di Villar d’Arène. Una torta-sformato di cavolo, castagne e carni assortite che Sabine ci presenta con un sorriso sfidante. Ragazzi dimenticatevi tutte quelle barrette, cibi, gel che riportano la scritta energetica. Qui si gioca in un altro campionato. Eccellenza contro Champions League. Un’iniezione calorica e di fiducia in se stessi. Sabine si ripresenta al nostro tavolo solo dopo più di un’ora. A raccogliere i cocci di un gruppo disfatto dalla sfida appena sostenuta e a condividere ancora un dolce e un sorso di vino. Menzione per Federico a tavola: testa altissima.

Seb - Refuge Chamossière

Se qualcuno dicesse che Seb Louvet è uno che fa 1.300metri/ora non penso che si vedrebbero molte mani alzate di saputelli contestatori o diffidenti. Lo si capisce subito. Entri nel rifugio, curato come una spa, e ci si imbatte in una cyclette con i pedalini. Si allena dunque anche col brutto. Quindi si allena sempre. Seb è magro, molto magro. Persino le mani, seppur decisamente forti, sono magre. Seb corre, pedala, scia. E non lo fa piano. Seb è colui che ha organizzato il tutto per promuovere il giro della Meije e i suoi rifugi. Ha capito che i rifugi funzionano e rendono se costituiscono una rete tra di loro. Negli Écrins ci sono due associazioni di rifugi in base ai dipartimenti regionali, Hautes Alpes e Isère, ma sarebbe meglio che si ragionasse nell’ambito del massiccio e non secondo suddivisioni burocratiche. Il rifugista ci fa notare che l’attenzione è sempre maggiore, anche da parte della politica e degli enti turistici. Ci confessa che sua madre quando era giovane gli avrebbe dato dei soldi per dormire in un albergo piuttosto che saperlo in un rifugio. Erano luoghi più spartani, un punto di ricovero tra il parcheggio e la cima prefissata. Ora è diverso, il tempo dell’alpinismo vero in questa parte di Écrins secondo Seb è finito. Si lavora molto più con il trekking e il trail running. Il rifugio è diventato una meta a se stante al pari di una cima. Il Chamossière è un gioiellino molto curato con tanto legno e materiali naturali utilizzati per la ristrutturazione. Vale la pena di venirci anche solo per vederlo e cenare. A Seb piace chiacchierare e ci confessa che non sente alcuna competizione con il vicinissimo rifugio di Villar d’Arène di Sabine, anzi collaborano e si aiutano. La cucina di Sabine è super, ma lui ci va solo a prendere il caffè perché se no addio ai sacrifici che fa con l’allenamento. Per Seb quella del rifugista non è stata una vocazione, ma uno scherzo del destino: la prima cosa che aveva iniziato a sorvegliare era una rifugista dell’Adèle Planchard. La vita è strana.

Fanny - Refuge Adèle Planchard

Oggi si torna alla Bérarde, ma allunghiamo il giro verso il Col della Casse Désert per passare a conoscere il nuovo gestore del rifugio Adèle Planchard. Ventitre anni, riccioli d’oro e occhi azzurri: Fanny sorride nel suo piccolo regno al cospetto delle più belle montagne degli Écrins, ai piedi della Grand Ruine. Non ci fermiamo molto, ma quanto basta per capire che, seppur così giovane, ha trovato il suo mondo. La sua pace. Serenità, se dovessi scegliere una sola parola per descriverla. Ad aiutarla Cristophe, un omone timido che d’estate fa il malgaro in un altro massiccio transalpino. Omelette di rito e salpiamo a riprendere la nostra linea immaginaria che chiuderà il cerchio alla Bérarde. Oggi le gambe van da sole. La discesa sui pendii Ovest della Casse Déserte passa dalla farina alla neve trasformata senza praticamente nessuna zona di transizione. Ambiente Écrins, l’aria in faccia, sole. Ognuno un po’ per sé, liberi. Perché fare scialpinismo? Perché è bello.

TOUR DE LA MEIJE

Il raid in sci de La Meije è uno dei più classici e famosi delle Hautes Alpes. Un percorso vario, in alta montagna, riservato a scialpinisti preparati, a loro agio anche con ramponi e qualche basilare manovra alpinistica. Un itinerario che si può prestare a numerose varianti, regolando i tempi di percorrenza in funzione delle ambizioni e delle condizioni del momento. Il periodo migliore generalmente è ad aprile. Gli Écrins e i loro rifugi vi sapranno stupire. Quello che i nostri inviati hanno percorso è l’anello con partenza e arrivo alla Bérarde, sperduto paesino francese, vero cuore del Massif des Écrins.

 Giorno 1: La Bérade (1.720 m) – Refuge du Promontoire (3.092 m)

Milletrecentosettandue metri di sola salita per raggiungere uno dei più iconici e famosi rifugi del massiccio, arroccato ai piedi della cresta del Promontoire. Dalla Bérarde risalire il vallone des Etacons, superare il Rifugio Châtelleret (altro punto d’appoggio) e dirigersi verso la Brèche de La Meije. Giunti sui pendii che la precedono, svoltare verso destra riportandosi in direzione delle rocce della cresta del Promontoire, dove sorge il rifugio.

D+ = 1.372 m

Difficoltà = 2.3 E1

Giorno 2: Refuge du Promontoire (3.092 m) – Brèche de La Meije (3.357 m) – Serret du Savon (3.399 m) - Refuge de L’Aigle (3.450 m)

Dal Promontoire, prima con le pelli e poi con i ramponi, reperire la Brèche de La Meije (100 m, 45°), quindi a seconda delle condizioni scendere il ghiacciaio lato La Grave per circa 300 m e ripellare quindi costeggiando la parete Nord del Gran Pic della Meije fino in corrispondenza dell’attacco del Couloir Gravellotte (sceso da Tardivel nel 1997); proseguire in discesa svelti sotto i seracchi del Corridor fino alla base del Couloir del Serret du Savon che si risale per circa 250 m (massimo 45°) e poi brevemente con le pelli si arriva al Refuge de l’Aigle.

D+ = 900 m circa in funzione del punto delle ripellate

Difficoltà = 3.3 E3 (tratto sotto ai seracchi, couloir a 45° in salita, tratto alpinistico in discesa o possibile doppia dalla Brèche della Meije)

Giorno 3: Refuge de L’Aigle (3.450 m) - Meije Orientale (3891m) - Villar d’Arène (1.600 m) – Pont de l’Arsine (1.700 m) – Refuge Chamossière (2.106 m)

Dal Refuge de l’Aigle salire alla sella Nord della cresta a sinistra della cima della Meije Orientale, percorre tutta la cresta con passi di misto facile in funzione delle condizioni e giungere in vetta. Una volta tornati al luogo dove si sono lasciati gli sci è possibile scegliere tra la discesa del Glacier de l’Homme (soluzione più diretta e che vi porta già più vicino al Rifugio Chamossière senza bisogno di passaggi) o quella del Glacier du Tabuchet da noi percorsa fino a Villar d’Arène. Da qui in autostop raggiungere il parcheggio nei pressi del camping di Pont d’Arsine e in circa un’ora e mezza raggiungere il rifugio con comoda salita.

D+ = 800 m

D- = 2.200 m

Difficoltà = 3.3 E1

Giorno 4: Refuge Chamossière (2.106 m) – Col de la Casse Déserte (3.483 m) – La Bérarde (1.720 m)

Dal Rifugio salire il pianeggiante e lungo vallone di Valfourche passando sotto all’evidente canale Nord della Roche Faurio, poco prima di giungere al canale della Brèche Charrier, ben visibile davanti a voi, svoltare sulla destra e rimontare il vallone via via più ripido (ultimi 100 m a 45°) fino al Col de la Casse Déserte. Da lì scendere i pendii ovest (primi 100 m ripidi, possibile doppia) fino a reperire il vallone di Etacons poco sotto al Rifugio Chatelleret e di qui alla Bérarde.

D+ = 1.400 m

D- = 1.700 m

Difficoltà = 3.3 E2

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124

© Federico Ravassard

Fast is the new trendy

Visto che la nostra diretta quotidiana su Instagram sarà con Denis Trento, abbiamo pensato di riproporvi l'articolo pubblicato su Skialper 124 sulle sue imprese in velocità nel massiccio del Monte Bianco in compagnia di Robert Antonioli. Così arrivate preparati ;)

Per tutti coloro che hanno vissuto negli anni avanti Kilian, partire dal fondovalle per scalare una montagna suonerà più blasfemo ancora dell’additare il catalano come una sorta di profeta. Anche io, pur essendo da sempre nel mondo delle gare, in passato poche volte avevo osato provare un simile approccio, se non per salire su vie facili, con la sola ottica di fare un lungo. Con Manfred Reichegger, nei nostri anni da atleti, partendo dal punto più alto raggiungibile con mezzi a motore avevamo salito le normali di Bianco e Jorasses. Una decina di anni fa, quando, sempre insieme, abbiamo scalato l’Innominata al Bianco, solo il fatto di aver snobbato i bivacchi Eccles in favore di una buona cena al Monzino, per l’epoca era sembrata una mezza impresa. Oggi tutto è diverso. Sono cambiati i materiali, i metodi di allenamento, ma soprattutto a essere cambiata radicalmente è la mentalità. Il successo commerciale delle gare di trail ha sdoganato l’idea che, per chiunque, sia possibile percorrere distanze lunghissime, senza per forza doversi fermare a fare tappa nei rifugi.

© Stefano Jeantet

I tempi sono maturati velocemente, mancava però ancora un illuminato che avesse la visione per portare tutto questo dai sentieri alle alte quote, passando però per vie con difficoltà non banali, e a questo ha provveduto Kilian Jornet. Storicamente, non si può dire che a livello alpinistico mancassero gli esempi di salite in velocità: negli anni ’80/’90 tutti i big dell’epoca si sono cimentati in salite lampo e concatenamenti, mettendo al centro del tutto la ricerca della difficoltà, meglio ancora se in quantità sproporzionate. In questi concatenamenti la performance alpinistica andò a comprimere un po’ gli spazi di stile ed etica, ammettendo qualsiasi mezzo per spostarsi da una nord all’altra. Dall’elicottero al deltaplano, l’importante era riuscire ad andare il più velocemente possibile a mettere il sedere nei calci. L’eredità di Profit, Boivin e soci è stata raccolta a distanza di molti anni da Ueli Steck. Purtroppo il suo ricordo rimarrà indissolubilmente legato a un cronometro, mentre il suo stile era invece connotato da un’etica molto severa e da una prospettiva in cui lo sviluppo della velocità era il fattore determinante per fare il passo successivo sulle montagne più alte del mondo. Pur avendo incentrato l’attività sul salire in velocità vie molto tecniche, nel suo ultimo periodo neppure un alpinista con la A maiuscola come Ueli ha potuto rimanere insensibile al nuovo stile che si stava affermando. D’altronde, esiste forse uno stile più logico ed elegante del partire dal fondovalle, scalare una o più montagne e tornare al punto di partenza con il minimo materiale indispensabile, in un solo, rapido, assalto? In questo stile la velocità rappresenta ovviamente una componente essenziale: senza di essa non sarebbe possibile fare così tanto dislivello. Senza di essa non si avrebbe la sensazione di cavalcare le montagne.

© Stefano Jeantet

Pur condividendo la ricerca della rapidità, gli approcci a questo tipo di salite sono molto differenti a seconda che si parta dal lato trail running oppure da quello alpinistico. A creare confusione, al di là delle basi culturali, è proprio la disciplina in sé: per la metà del tempo si corre su sentieri, per l’altra metà si scalano vie alpine. Nella prima parte della giornata si starebbe quindi bene in scarpette, pantaloncini e canotta; nella seconda ramponi, piccozze e friend diventano fondamentali per la riuscita. Quanti e quali materiali portare è ovviamente la questione cruciale. In questo caso non esiste una lista ideale, come ama imporre il sindaco di St. Gervais per la salita al Bianco. Il discorso è però molto semplice e, sia in alpinismo che nelle gare di corsa, ha radici antiche: la velocità è inversamente proporzionale al peso. Detto ciò, bisogna essere ben consapevoli che dovrò essere capace di compensare con le mie capacità la mancanza di ogni attrezzo della cui compagnia deciderò di fare felicemente a meno nelle ore di avvicinamento e di ritorno a valle. Come Guida alpina non posso prescindere dall’avere con me attrezzatura alpinistica adeguata e di autosoccorso, con qualche piccolo adeguamento magari sul materiale delle talloniere dei ramponi o sui millimetri della corda. Ma soprattutto, nonostante si vada di fretta, non posso tralasciare le procedure corrette di utilizzo dello stesso quando sono legato con qualcuno (nella fattispecie Robert Antonioli). Con procedure corrette intendo anche lo scegliere di percorrere senza la corda i tratti in cui non ci si può proteggere correttamente. A volte la corda, piuttosto che essere un fattore di sicurezza, comporta soltanto un duplicarsi delle conseguenze in caso di incidente. È quindi ovvio che la ricerca del record o della performance pura passi per lo scalare in solitaria, ma questo è un discorso con implicazioni troppo personali e che comporta un’accettazione del rischio troppo grande per poter essere trattato in poche righe. A ogni modo, anche se il cronometro per uno sportivo è il termine di paragone per eccellenza, fortunatamente nell’alpinismo è solo uno degli elementi per valutare un’ascensione e vale molto meno dell’estetica della via, dello stile con cui viene affrontata e delle difficoltà affrontate. Purtroppo però il tempo rimane l’unico fattore obiettivamente misurabile grazie a cronometri e gps. Va da sé che quindi entri in gioco un po’ di sana competizione ma, visto il numero crescente di praticanti, mi auguro di non arrivare a vedere anche segmenti dell’Innominata su Strava!

3 GIRI IN MONTAGNA IN VELOCITÀ

Nella stagione estiva 2018 Denis Trento e Robert Antonioli hanno concluso ognuno dei tre raduni della squadra di scialpinismo del Centro Sportivo Esercito con un’uscita in quota con difficoltà alpinistiche affrontata in velocità. La prima tappa è stata la salita al Monte Bianco per la cresta dell’Innominata il 28 giugno con partenza e arrivo dal campeggio La Sorgente in Val Veny e rientro dal rifugio Gonella e dal Miage. Secondo step il 4 agosto concatenando la Courmayeur Mont Blanc Skyrace, chiusa al sesto e ottavo posto da Trento e Antonioli, con la cresta di Rochefort e la traversata delle Grandes Jorasses. La discesa è avvenuta dal Boccalatte e poi fino a Planpincieux. Terza e ultima tappa sul Monte Rosa il 25 agosto: partenza da Staffal, nella valle del Lys e giro che ha toccato Lyskamm, colle del Lys, punta Dufour e punta Zumstein. Ogni giro è stato affrontato in modalità fast & light ma con tutta l’attrezzatura alpinistica e di autosoccorso necessaria, seppur nella versione più leggera possibile.

1 — 3.442 M D+ / 3.442 M D- / 35 KM

Camping La Sorgente Monte Bianco (6h10’)

Rifugio Monzino (1h15’) Rifugio Gonella (7h40’)

Bivacchi Eccles (3h10’) Lago Combal (9h25’)

Col Eccles (3h40’) Camping La Sorgente (9h57’).

 

2 — 3.772 M D+ / 3.200 M D- / 24,5 KM

Courmayeur Punta Helbronner (1h52’ Denis Trento, 1h53’ Robert Antonioli) / 25’ cambio di assetto

Gengiva (3h13’) Aiguille du Rochefort (3h40’) Canzio (5h08’) / 10’ pausa punta Walker (8h40’) Boccalatte (10h40’) / 10’ pausa Planpincieux (11h30’)

 

3 — 3.831 M D+ / 3.831 M D- / 35 KM

Staffal Rifugio Sella (2h13’) / 20’ circa di pausa Lyskamm Occidentale (4h10’)

Lyskamm Orientale (4h43’) Colle del Lys (5h15’) Punta Dufour (7h37’) Punta Zumstein (8h31’) Rifugio Mantova (9h42’) / 10’ pausa Staffal (11h39’)

© Stefano Jeantet

QUATTRO CHILI IN MENO

Robert e io abbiamo approcciato questo tipo di salite in modo abbastanza dilettantesco, anche perché la nostra prima salita non era preventivata e l’unica cosa che ci interessava era passare una bella giornata in montagna. In occasione dell’Innominata infatti Robert aveva a disposizione soltanto materiale vetusto e pesante, ma nemmeno io ero veramente al top della leggerezza. Il che ha comportato diversi chili di peso supplementare. Nonostante ciò, quella rimane forse la nostra performance migliore. Nelle salite successive abbiamo prontamente corretto il tiro, riuscendo a selezionare con più precisione il materiale strettamente necessario. Eppure, sommando al materiale alpinistico il vestiario, l’acqua e il cibo, non siamo mai riusciti a partire con meno di otto chili sulle spalle. Per andare sotto quel peso, bisognava scendere a compromessi sulla sicurezza che non eravamo pronti ad accettare. In definitiva, per essere veramente leggeri in montagna bisogna andare da soli e senza corda. Meglio ancora se nudi e scalzi! Tabella comparativa tra materiale convenzionale (vale a dire quello che Denis avrebbe utilizzato lavorando come Guida alpina) e quello più leggero che è stato realmente utilizzato. Bisogna ricordare che adottando uno stile convenzionale, per queste salite al 90% bisogna aggiungere il materiale da bivacco: intimo di ricambio, fornellino, pentolino, posata, cibo liofilizzato. Il che aggiunge almeno un altro chilo al peso della zaino.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124

© Stefano Jeantet

Free republic of La Grave

Seduti sul divano, sogniamo nuove avventure. E allora, per iniziare a programmarle queste avventure, vi riproponiamo il nostro storico reportage su La Grave.

La Grave. Poco più di 500 abitanti, una manciata di hotel, due pub, una telecabina vecchia quasi quarant’anni e uno ski-lift sul ghiacciaio per salire da 1.400 a 3.600 metri, poco più o poco meno. Chilometri di piste battute: zero. Definire La Grave una normale stazione sciistica, almeno secondo i nostri canoni, sarebbe quantomeno inappropriato: qui si viene per sciare liberi, il più possibile. Nelle strade del paese non ci sono negozi di moda, non incontri signore con pelliccia e chihuahua al guinzaglio e i fighetti del freeride, quelli con tutoni colorati perfettamente puliti e sci da 130 mm al centro senza neanche una riga. In compenso conosci Guide in pensione che al mattino suonano il sax e bevono Pastis, ragazzi svedesi che passano qui la stagione con l’unico obiettivo di sciare e sciare ancora e americani che sfoggiano orgogliosi i portasci appartenuti a Glen Plake sulla loro auto. Ci si può innamorare di una manciata di case annidate ai piedi di un ghiacciaio? A noi, nei cinque giorni passati lì, è successo. L’esperienza dello sci in questo villaggio fuori dal tempo e dalle regole comincia con la sua telecabina. Trenta cabine, divise a gruppi di cinque, lente e scricchiolanti. Ci sali sopra sapendo che potresti anche rimanere lì per tre quarti d’ora, si può dire che il loro ritmo rispecchi quello degli abitanti, lento, rilassato e assolutamente noncurante di ciò che succede nel mondo esterno, al di là del Col du Lautaret. Arrivati in cima, quello che ti si para davanti non ha paragoni in nessun altro comprensorio sciistico: qui non lo si può neanche chiamare sci fuoripista, perché, di fatto, la pista non esiste. Neanche un chilometro di neve battuta. Solo itinerari liberi, su tutti i versanti e di tutti i tipi. Larghi valloni di facile accesso, canali con avvicinamenti alpinistici, tour di più giorni attraverso i ghiacciai, boschetti verticali cosparsi di cliff. E nel caso non si fosse sazi, sul versante opposto si trovano ancora altre discese, da cui si rientra poi sfruttando gli impianti di Les 2 Alpes, poiché il ghiacciaio sommitale è lo stesso. Le alternative sono letteralmente infinite, si possono mettere le pelli per arrivare all’imbocco di un canale polveroso, per poi continuare giù per ampi pendii in neve trasformata e scendere in paese rimbalzando su gobbe ghiacciate tra gli alberi. Il tutto ripetuto più volte dalle nove del mattino alle cinque del pomeriggio, che tanto del pranzo se ne può anche fare a meno.

© Federico Ravassard

IL SINDACO GUIDA E LA COMMISSIONE Non esiste una località sciistica al mondo gestita come La Grave. Il sindaco, Jean-Pierre Sevrez, con un passato da Guida alpina (anche questa una notizia non comune…), risponde alle autorità nazionali in caso d‘incidente sulle montagne e per questo ha le sue responsabilità in un comprensorio dove si può scendere praticamente ovunque. Responsabilità delle quali si fa carico con l’aiuto della ‘Commissione’, un gruppo di volontari che si riunisce dopo le nevicate o quando c’è brutto tempo per valutare le condizioni della montagna. La TGM (Télépherique des Glaciers de la Meije), società che gestisce la telecabina, si occupa esclusivamente di portare in quota le persone. La decisione ultima sull’apertura o chiusura però spetta al sindaco. Un sistema che finora ha funzionato, con qualche scricchiolio. Nella scorsa estate lo skilift sul ghiacciaio, che garantiva l’apertura per lo sci estivo, non ha girato. Problema di responsabilità. Secondo Denis Creissels, presidente della TGM, non spettava alla TGM garantire la sicurezza. In passato le piste aprivano con l’avallo degli allenatori degli sci club che si allenavano ma per questa estate la società che gestisce l’impianto non se l’è sentita di accollarsi ancora la responsabilità.

L’ATMOSFERA: IL COVO DEGLI SKI-BUM Lo ski-bum è un tipo di individuo caratterizzato da un’età variabile dai 18 ai 99 anni e un’unica, dannatamente importante, priorità: sciare il più possibile. Per farlo, tutto il resto è secondario: basta guadagnare il minimo necessario facendo il lavapiatti alla sera, fare del riscaldamento in casa un optional costoso e della birra con genepì la principale fonte di nutrimento. L’aria che si respira a La Grave è unica. Sciatori di tutte le nazionalità, tantissimi nordici e americani e ovunque facce che ti sorridono, pronte a condividere una discesa o una cena insieme. Certamente nei giorni di powder nessuno è amico di nessuno, ma non c’è quella tensione permanente che si respira nelle località come Chamonix: qui è tutto più rilassato e i local sono i primi a volere essere ospitali. Un esempio? L’avere dormito due notti a casa di un barista conosciuto la sera prima.

© Federico Ravassard

LA COLONIZZAZIONE DI DOUG COOMBS Tra i personaggi che hanno il merito di avere reso La Grave quella che è, non si può non fare il nome di Doug Coombs (avete presente i K2 Coomback?). Famoso per avere vinto il primo World Extreme Skiing Championship nel 1991 a Valdez, Alaska, e avere dato anche il via all’heliski nella stessa zona, Coombs iniziò a organizzare camp di sci ripido a Jackson Hole dopo l’incontro con Patrick Vallençant, che aveva già avviato attività simili a Chamonix. Dopo pochi anni scoprì La Grave, dove si trasferì e spostò i suoi corsi, facendola conoscere al pubblico d’oltreoceano. Come una calamita, diversi sciatori decisero poi di seguirlo, tra cui Pelle Lang e Joe Vallone, che hanno raccolto l’eredità di Doug, scomparso nel 2006 insieme a Chad Vander Ham in un incidente nel Couloir Polichinelle, sulla montagna che lo aveva adottato. La figura di Doug è ormai entrata a fare parte della storia di La Grave: ovunque viene esposta la sua attrezzatura (ad esempio, una custodia per gli occhiali utilizzata come ancoraggio per una sosta, visibile allo Skiers Lodge). Oppure basti pensare alla grafica degli attuali Coomback, realizzata utilizzando una cartina topografica della zona da un’idea di Pelle per commemorare l’amico.

JOE VALLONE, FROM USA TO LA GRAVE Joe l’abbiamo conosciuto quasi per caso, una mattina al bar. La sua storia è pazzesca: newyorkese di nascita, negli anni ’80 si spostò in Colorado per iniziare una carriera in quello che era il freeski delle origini, fatto di gobbe e tute dai colori fluo. Poi la scoperta della montagna, quella vera, ad opera dell’amico e mentore Doug Coombs, che lo convinse a spostarsi in Francia e a diventare Guida alpina, finendo infine per prendere la residenza fissa a La Grave. Joe è stato protagonista di una delle migliori discese fatte durante il nostro soggiorno. La sera prima ci aveva chiesto se avessimo già programmi per l’indomani. «Not really» la nostra risposta. Così, quasi per caso, io e Margherita ci siamo ritrovati catapultati in un sogno, a sciare il Couloir La Voute in compagnia di Joe, Micah e Zahan, in un clima che non si sarebbe respirato da nessun’altra parte.

PELLE LANG E LO SKIERS LODGE Assieme a Joe, Coombs ha fatto arrivare a La Grave un altro ski-bum: Pelle Lang, Guida alpina svedese dai modi pacati, da annoverare fra coloro che hanno reso conosciuta all’estero La Grave. Nel 2003 Pelle mise le mani su un vecchio hotel che restaurò in gran parte da solo, dando forma a quello che oggi si chiama Skiers Lodge. Una struttura unica nel suo genere, poiché oltre ai servizi alberghieri può contare su uno staff di 15 Guide alpine di tutte le nazionalità che ogni giorno accompagnano gli ospiti dell’albergo. Durante la nostra cena una domanda ha fatto brillare gli occhi a Pelle. Quando gli ho chiesto se La Grave fosse cambiata dal suo arrivo negli anni ’90, lui ha risposto con un sorriso e una parola: «No».

LA GRAVE BY NIGHT Quando finisci di sciare, qui sei solo a metà dell’opera. Subito, con ancora gli scarponi ai piedi, dall’arrivo della funivia attraversi la strada ed entri al bar dell’Hotel Castillon, dove ritrovi tutti quelli con cui hai sciato nell’arco della giornata. Tutti con il sorriso stampato sulla faccia, dallo svedese che si è preso una pausa dal Freeride World Tour, alla signora austriaca di mezza età che una pausa l’ha presa dal suo lavoro come manager. Dopo cena le scelte non sono molte, ma non ne faranno rimpiangere altre. Il Bois des Fées si spartisce la piazza (e i fegati degli abitanti) con il K2 Pub. Quando trovate uno dei due chiuso, è perché i suoi baristi sono a fare festa nell’altro. La sera del nostro arrivo un prestigiatore stava segando una donna in tre al Bois des Fées, mentre Lambert, barista del K2, spillava birre al genepì dietro il bancone dei ‘concorrenti’. Qualcuno, non ricordo più chi, mi ha avvertito di non prendere il punch perché, a quanto pare, era corretto con LSD.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 108, SE VUOI RICEVERE TUTTI I NUMERI DI SKIALPER A CASA TUA ABBONATI

© Federico Ravassard

Le migliori birre après-ski

Visto che abbiamo lanciato il numero 129 #inspired by pizza power... con una buona pizza non può mancare la giusta berretta. Ed ecco che vi proponiamo il test che abbiamo pubblicato sul numero 109 ;)

Un classico di fine gara, una birretta. Sì, ma quale? Facciamo un test? Allora abbiamo chiamato Luca Giaccone, che non sono io, ma un mio omonimo che è anche uno dei più importanti esperti del settore, autore della guida Slow Food sulle birre. Io al massimo vi avrei detto: «a me piacciono le birre che sanno di birra». Lui sa tutto in materia. Così abbiamo cercato un po’ di birre in mezzo ai monti, quelle artigianali così come quelle ‘industriali’. Non tutte per carità, ma un po’ di valli sull’arco alpino le abbiamo toccate. Una sorta di edizione zero, senza pretese di avere trovato tutte le birre possibili, senza dare giudizi definitivi. Poi abbiamo chiamato un terzetto di ‘esperti’: un atleta, Pippo Barazzuol, che abbiamo scoperto che la birra se la fa in casa, una Guida alpina, Alessio Cerrina e un allenatore di sci, freerider e gestore di rifugio (il Valasco nelle Alpi Marittime), Andrea Cismondi, per avere anche un loro parere.

© Federico Ravassard

«Le degustazioni, quelle vere - ha subito messo le cose in chiaro Luca Giaccone - sono per pochi e interessano pochi. Alla fine ognuno beve la birra che preferisce. Ma una cosa è certa, fa bene e vi porto l’esperienza di mio padre che a 80 anni fa ancora tanti chilometri in bicicletta all’anno e tutti i giorni si beve una birra…». Luca ha spiegato le differenze tra le etichette, gli errori più comuni, ci ha insegnato a sentire i profumi, pensate, persino a riconoscere la provenienza dei luppoli. Ci ha raccontato migliaia di aneddoti, con una passione dentro che eravamo tutti lì assorti nei suoi fantastici discorsi. E poi Claudio Manoni, chef del Caffè Bertaina di Mondovì, dove siamo stati ospiti, si è fatto prendere con una serie di piatti incredibili, giusti per i vari abbinamenti. Cibo-birra, altra aspetto che pochi di noi prima avevano considerato. Cosa ne è venuto fuori? Che le birre si distinguono in due grandi famiglie, lager (a bassa fermentazione) e ale (ad alta fermentazione) e forse questo lo avevamo letto da qualche parte. Che quando si versa nel bicchiere la schiuma bisogna farla eccome, che il doppio malto è una dicitura tutta italiana che non esiste nel mondo, che più che la data di scadenza bisognerebbe inserire quella di produzione, perché molte birre maturano nel tempo. Che le birre industriali tanto male non sono, anzi: se prodotte con qualità all’inizio perdono pochissimo nel processo di pastorizzazione, prima dell’imbottigliamento. Che il livello dei birrifici italiani è molto alto (pensate che la birra Elvo di Graglia, nel Biellese, che – ahimè - non abbiamo bevuto, ha vinto tre premi all’European Beer Star, battendo anche i tedeschi nella categoria German style…), che molti propongono abbinamenti particolari e interessanti, persino il genepy. Abbiamo capito che c’è la birra ideale per il fine-gara che va giù leggera che è una meraviglia, quella che va benissimo con un piatto di ravioli, quella che serve nel relax davanti al camino. Insomma che ognuno può trovare la birra che preferisce. Qualcosa abbiamo capito, abbiamo un briciolo di consapevolezza di quello che beviamo e siamo pronti a un vero test, il più atteso della prossima stagione. E allora, mastri birrai, segnalateci le vostre birre, atleti e appassionati mandateci la vostra candidatura e soprattutto il vostro curriculum in materia...

© Federico Ravassard

IL TEST

ARTIGIANALI

 

TROLL Daü

Vernante (CN)

www.birratroll.it

Gradazione alcolica: 3.9

Descrizione: dal birrificio della Val Vermenagna una birra bionda e aromatizzata. L’abbiamo bevuta come aperitivo ed è piaciuta a tutti per la sua leggerezza tanto che alla fine l’abbiamo nominata come la più adatta per il dopo gara.

 

BEBA Toro

Villar Perosa (TO)

www.birrabeba.it

Gradazione alcolica: 6.8

Descrizione: una birra ambrata, molto profumata e corposa. Poca amara: viene consigliata con le carni rosse o i formaggi, noi l’abbiamo bevuta con i ravioli al plin: un abbinamento che è piaciuto tantissimo a tutta la tavolata.

 

LES BIÈRES DU GRAND ST. BERNARD Gnp

Etroubles (AO)

www.lesbieres.it

Gradazione alcolica: 8

Descrizione: il birrificio valdostano si trova sulla strada del Gran San Bernardo: tra le tante birre prodotte abbiamo scelto quella al genepy. Una pils con gradazione alcolica più alta, che va benissimo lontano dalla gara, nei momenti di relax.

 

REVERTIS 33

Caiolo (SO)

www.revertis.it

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: il birrificio valtellinese utilizza il livello di amaro misurato in percentuale per nominare tutti i suoi prodotti. Abbiamo bevuto la 33: una pils piacevole che ha sorpreso tutti per i suoi profumi, facilmente riconoscibili.

 

BATZEN BRÄU Urporter

Bolzano

www.batzen.it

Gradazione alcolica: 5.5

Descrizione: un birrificio nel cuore di Bolzano nella storica Ca’ de Bezzi dove bere e mangiare. Da qui arriva la Batzen Bräu: noi abbiamo bevuto la Porter, birra ad alta fermentazione e di colore nero. Piaciuta a tutti, da bere a fine serata davanti al camino.

 

SUPERMERCATO

 

MENABREA La 150° bionda

Biella

www.birramenabrea.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: la 150 è la birra prodotta per celebrare i 150 anni di fondazione del birrificio biellese. Abbiamo scelto la lager, una bionda sempre molto bevibile. Va benissimo dopo una lunga gita.

 

PEDAVENA

Pedavena (BL)

www.fabbricadipedavena.it

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: una istituzione per i veneti, la birra Pedavena, insieme all’altra linea, la birra Dolomiti. Birra chiara e leggera che è piaciuta molto, anche in questo caso ideale per ‘consolarsi’ nel dopo gara.

 

FORST Kronen

Forst/Lagundo (BZ)

www.forst.it

Gradazione alcolica: 5.2

Descrizione: alzi la mano chi andando verso la Val Venosta non si è fermato a mangiare e bere alla Forst. Noi abbiamo bevuto la Kronen, una birra corposa, ma davvero gradevole.

 

ALTRE ARTIGIANALI

 

1816 LA BIRRA DI LIVIGNO Pils

Livigno (SO)

www.1816.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: la birra più alta d’Europa, questo il lancio del birrificio di Livigno con si identifica nella quota di produzione. Classica bionda, fresca e leggera.

 

STELVIO Dahu

Bormio (SO)

www.birrastelvio.it

Gradazione alcolica: 6

Descrizione: l’azienda di Bormio che produce il Braulio ha anche la linea di birre, la Stelvio. Una birra rossa dove si sente la tostatura del malto. L’abbiano bevuta insieme ai formaggi: un ottimo abbinamento.

 

MASO ALTO Ruspante

Lavis (TN)

www.masoalto.com

Gradazione alcolica: 5.5

Descrizione: si chiama agribirrificio perché producono anche orzo e luppolo utilizzati poi nelle birre. Tra le tre birre trentine abbiamo bevuto la Ruspante: birra ambrata, ottima con i formaggi.

 

BIRRA DI FIEMME Weizenbier

Daiano (TN)

www.birradifiemme.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: dalla Val di Fiemme, abbiamo scelto la Weizenbier. Poco amara e dal sapore fruttato dove si avverte l’aroma di chiodi di garofano.

 

UN'ALTRA BIRRA DA SUPERMERCATO...

 

CASTELLO La Decisa

San Giorgio di Nogaro (UD)

www.birracastello.it

Gradazione alcolica: 4.8

Descrizione: dal Friuli ecco la birra Castello. Abbiamo provato La Decisa: una lager a bassa fermentazione. Equilibrata e piacevole da bere.

 

... PER LA PIERRA MENTA...

 

BRASSERIE DU MONT BLANC La Blanche

La Motte-Servolex (FRA)

www.brasserie-montblanc.com

Gradazione alcolica: 4.7

Descrizione: quando si va alla Pierra Menta si trova un po’ dappertutto la birra prodotta vicino a Chamonix. Tra le tante abbiamo bevuto La Blanche. Davvero piacevole, leggera, perfetta insieme ai formaggi.

 

ALPHAND Stout

Vallouise (FRA)

www.brasserie-alphand.com

Gradazione alcolica: 5

Descrizione: la birra prodotta da Luc Alphand, insieme al fratello Lionel, nei pressi di Briançon. Tra le tante birre in produzione abbiamo scelto la Stout che ricorda un po’ le irlandesi. Ottima per il fine serata.

 

... E INFINE UNA SPECIAL GUEST

 

BARAZZUOL Pippo

A casa sua

Gradazione alcolica: non si sa...

Descrizione: special guest, la birra di casa Barazzuol. Se la fa lui e se la beve solo lui, ovviamente. A Pippo piace e a noi? Sì, e ha anche passato anche l’esame di Luca Giaccone. Qualche piccola modifica da apportare nella produzione, ma ci siamo.

 

IL PARERE DEL MEDICO

Proibita per i top, ok per gli altri

Anche se dopo la gita è spesso una tradizione consolidata e socialmente molto coinvolgente, la birra, come tutti gli alcolici, non dovrebbe far parte della dieta standard dell’atleta. Prima e durante gli allenamenti o gare è assolutamente controindicata, nel recupero è spesso concessa anche se il suo poco alcol può essere sufficiente a compromettere questa importantissima fase della preparazione atletica. Non vorrei però neanche demonizzare la birra: per prima cosa ha poco alcol, meno della metà del vino per esempio, poi contiene una quantità di sali non trascurabile (potassio e fosforo, ma molto dipende dal tipo di acqua utilizzata per la preparazione) e non ultimo è ricca di folati, vitamine indispensabili al nostro organismo. Quindi? Per gli atleti di vertice, i professionisti che vivono del loro fare sport, la birra, come gli altri alcolici, secondo me è un piacere proibito, chi invece, come la maggior parte di noi, fa sport per il piacere di farlo e non ha sogni olimpici, può godersi tranquillamente la sua birra, senza esagerare, dopo una gita epica. Non siamo in fondo nati solo per soffrire anche se il piacere può avere un prezzo da pagare.

Alessandro Da Ponte

 

 

 


Lo sci come scusa

Continuiamo a pubblicare gli articoli di viaggio più belli usciti su Skialper per non perdere la voglia di sognare.

Essendo cresciuta a Salt Lake City, non ho mai avuto bisogno di viaggiare per andare a sciare. Le Wasatch Mountains sono piene di linee incredibili e per la maggior parte della stagione ricoperte dalla migliore neve della terra.  Lo sci è la mia scusa per partire alla scoperta di un mondo diverso. Così, quando scelgo di viaggiare, cerco solitudine e avventura in posti dove non molti altri sono andati. Quando hai tanta bella neve a casa, il viaggio vuol dire esplorare le vette spelacchiate dal vento delle Ande, affrontare i couloir vista oceano dell’Islanda. O sciare uno degli ultimi ghiacciai dell’Africa.

Montagne della Luna - Uganda

«A me sembra molto spaventoso - dice la nostra guida al Rwenzori, Enock, mentre scuote con decisione la testa - Tutti questi crepacci e la pendenza. Molto spaventoso». Faccio click nei miei attacchi sulla parte più alta del Ghiacciaio Margherita. Si tratta di un caos frammentato di ghiaccio soffocato dai detriti che precipita dalla terza cima più alta dell'Africa prima di fondersi in una lussureggiante giungla equatoriale e di fluire a valle per formare il Nilo. Nonostante si sia stia sciogliendo molto velocemente, il Ghiacciaio Margherita è il più grande rimasto in Africa. Il climate change ha ridotto quelli sul Kilimangiaro e sul Monte Kenya a minuscole schegge, semplici ricordi della loro originaria grandezza. Ed è per questo che siamo qui, dopo sei giorni di avvicinamento, a mettere gli sci ai piedi per la prima volta. Siamo arrivati sulle montagne dopo una settimana di marcia lungo un sentiero appena tracciato nella foresta pluviale dell'Uganda, dove le scimmie gridano nel verde intenso e i camaleonti passano pigramente il tempo su foglie più grandi della mia testa. Le foreste di bambù, vere e proprie ripide scale di fango tra mura di fogliame, sembravano essere state create con il preciso scopo di fare ingarbugliare le punte degli sci che sporgevano dai nostri zaini. Poi sono arrivate le famigerate torbiere verticali, vale a dire un bel trekking nelle pozzanghere che ha occupato i giorni rimanenti, mentre noi alternativamente sprofondavamo fino al ginocchio nella melma o saltellavamo tra i ciuffi d'erba che sporgevano dalla palude.

Quando finalmente siamo entrati nella zona più montuosa, il nostro sguardo per un istante ha catturato, in lontananza, delle creste ondulate, quasi dei marosi: le mitiche Montagne della Luna. Punteggiato da maestose cime innevate ma dalla vetta rocciosa, un po’ come i Nunatak, questo massiccio che supera di poco i 5.100 metri ha suscitato l’interesse dei viaggiatori già nel 150 d. C. quando Tolomeo, il geografo greco, lo identificò per la prima volta come la sorgente del Nilo. Nei secoli successivi scrittori, scienziati, alpinisti e alcuni sciatori hanno viaggiato per testimoniare quanto sono anomale queste montagne ghiacciate che si ergono sopra una giungla tropicale soffocante. La nostra salita verso la vetta è iniziata alle tre e trenta del mattino. La luce brillante delle stelle si rifletteva sulla cresta frastagliata mentre salivamo su strisce di roccia lucidate da migliaia di anni di scrub glaciale. Gli sci tintinnavano sulle spalle nel buio della notte. Con me c’erano altri tre sciatori con la vocazione di Tarzan: Brody Leven, Kasha Rigby e Robin Hill. Arrivati a un piccolo ghiacciaio piatto lungo la salita per il Picco Margherita, ecco che ci siamo trovati completamente avvolti nella nebbia e il cielo è diventato scuro. «Nove anni fa ci sarebbero voluti quarantacinque minuti per attraversare le nevi eterne in questo punto» spiega Enock, mentre segue i pali di bambù che segnano il percorso. Il ghiaccio si sta sciogliendo così velocemente che a noi ne bastano quindici. Dopo quello che abbiamo visto negli ultimi giorni, sembra incredibile essere arrivati finalmente su un ghiacciaio. Un bagliore arancione color fuoco filtra attraverso le nuvole mentre ci mettiamo i ramponi e iniziamo a salire verso il punto più alto dell'Uganda.

© Mary McIntyre

Il ghiacciaio conduce a una cresta sommitale insidiosa, dove facciamo scrambling fino a 5.109 metri di quota e al confine tra l'Uganda e la Repubblica Democratica del Congo. Guardando le valli popolate di foreste impenetrabili, i grandi laghi scuri e le file di cime scoscese e rocciose ornate da sbuffi di nebbia si capisce perché i gruppi estremisti abbiano usato questa regione per organizzare attacchi di guerriglia durante l'ultima guerra civile. È un luogo soprannaturale, spettrale e impenetrabile. L'aria umida proveniente dalla giungla viene trasportata in alto in raffiche calde e, mentre respiro il suo odore, il mio sguardo scivola verso il basso. È finalmente ora di sciare. Mentre taglio le prime curve sulla neve resa soffice dal sole, nella parte alta del ghiacciaio, la mia mente viaggia verso le prime parole che abbiamo scambiato in questo viaggio: «Potrebbe non esserci affatto la possibilità di sciare - ha detto ossessivamente Brody, assicurandosi che fossimo preparati per il peggior scenario possibile - Non voglio che nessuno abbia false aspettative su quello che troveremo». Eppure lo sci supera le aspettative e io sfrutto al massimo il dislivello che siamo riusciti a mettere insieme con tanta fatica. Vicino alla fine del ghiacciaio disegniamo curve proprio sotto formazioni di ghiaccio fantasticamente scolpite.

Mi avvicino alla punta del ghiacciaio: un passaggio ripido e ghiacciato che abbiamo salito legandoci. Brody accenna una curva saltata che porta all'amara fine. Le lamine stridono sulla sabbia e sulla roccia incastonate nel ghiaccio antico. Passiamo su lastre di roccia appena rivelate, nascoste sotto una guaina gelata dall'ultima era glaciale e osservando silenziosamente le gocce che si sciolgono formando rigagnoli, quindi ruscelli e laghetti color acquamarina nel loro viaggio a valle. Enock gesticola per mostrarci una scala bianca che ondeggia senza speranza sulle rocce, 15 metri sopra le nostre teste: «Tre anni fa siamo scesi sul ghiaccio, ecco quanto si è sciolto». Guardare questo rudere del recente passato ci lascia attoniti, nella vastità del ghiaccio che è svanita e nel tempo infinitesimale che è bastato per farla scomparire. Tornando al campo base, Enock spiega: «Per noi, è una questione di lavoro e di denaro che entra nella comunità. E ancora più importante, acqua». L’altra guida, Edison, ci dice: «Quando ero un ragazzino c'era sempre neve su queste colline. Se si può fare qualcosa per evitare che i nostri ghiacciai scompaiano completamente, se potessimo prenderci per mano e farlo insieme, sarei molto contento». I nostri sci sono al tempo stesso attrezzi e strumenti per creare una liaison con posti come questo. È un modo per incontrare la gente del posto e ascoltare le loro storie, per testimoniare i cambiamenti che stanno attraversando le comunità. L'Uganda è una scelta bizzarra per lo sci primaverile: si possono disegnare curve decisamente più belle con uno sforzo molto minore in quasi ogni altra parte del mondo. Ma questa esperienza è molto più di una discesa sugli sci e ti sbatte contro un muro profondo di tristezza tinta di stupore.

Dopo due giorni a ritroso sui nostri passi, inondati da incredibili acquazzoni, abbiamo raggiunto piccoli appezzamenti agricoli che punteggiano le ripide colline sopra il villaggio di Kilembe. I bambini urlavano, offrendoci il cinque e facendoci sorridere con il loro Hel-los! Il sentiero da qui in poi serpeggia sotto cespugli di caffè disseminati di bacche color viola e si aggrappa al fianco della collina tra raccolti di mais, zucca e patate. Le foreste impenetrabili, i fiumi impetuosi e la natura selvaggia svaniscono nel ricordo. Enock ed Edison avanzano con orgoglio, un’altra cima nel loro curriculum. Posso solo immaginare gli abitanti del villaggio che discutono sulle strane lance piatte che sporgono dai nostri pacchi ed Enock che risponde loro, forse nel modo in cui ha risposto a noi sulla montagna: «A me sembrava molto spaventoso! Questi muzunghi sono pazzi. Hanno portato quelle cose per otto giorni per rischiare di morire scivolando giù per il ghiaccio solo per qualche minuto!». Dentro di me sorrido e faccio vedere un video di Brody sugli sci per mostrare loro perché siamo venuti qui. Mi guardo indietro verso le montagne e mi rendo conto che questo momento è solo una parte della nostra avventura. Siamo venuti qui per esplorare, per testimoniare, per imparare. Le Montagne della Luna, e le persone che le chiamano casa, si sono dimostrate più che all'altezza dell’alone di leggenda che le circonda.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 121, INFO QUI

© Mary McIntyre

I sentieri effimeri dei Thule

Abbiamo corso su un terreno vergine. A malapena, se mai, calpestato da esseri umani prima; non c’era sentiero da seguire. Dovevamo semplicemente adattarci alla geografia del luogo: un gelido mare di cobalto alla nostra destra e lingue di vecchia neve che scendono tra scarpate e cavità, lasciando solo piccole strisce di tundra. Ogni nuovo passo era la ricerca del percorso nel suo senso più vero. Andavamo a caccia di macchie di vegetazione più liscia, costeggiavamo paludi e cercavamo di saltare sopra i gelidi ruscelli del disgelo, consapevoli di essere veramente nel bel mezzo del nulla. Non avevamo una città o un villaggio come meta, non c’era nessun segno di civiltà; nessuna comunicazione con il nostro pick-up, solo un tempo e un luogo prestabiliti per l’appuntamento e la speranza che la barca a vela fosse in grado di navigare tra i fiordi ghiacciati per venire a prenderci. La sensazione di evasione era palpabile, il senso di bellezza primordiale e di lontananza insuperabile. Però anche qui, sulla selvaggia costa orientale della Groenlandia, l’impatto dell’uomo sul mondo era evidente.

Il nostro piano era semplice. Vivere su una barca a vela di 60 piedi, utilizzandola per accedere alla costa selvaggia di Ammassalik. Sbarcare la mattina, correre dai 15 ai 40 chilometri ogni giorno fino al nostro punto di raccolta e sperare che il nostro capitano, Siggi - un uomo la cui esperienza è superata solo dalle storie che racconta - fosse in grado di navigare per venire a prenderci e che i fiordi non fossero troppo pieni di iceberg. Sulla terraferma ci aspettava un incredibile paesaggio. Il nostro piccolo gruppo completamente isolato per ore, a esplorare e giocare come ospiti temporanei nella natura selvaggia. Eravamo in balia dell’equilibrio precario del meteo: i venti chiudevano le insenature con il ghiaccio; fronti caldi scioglievano ciò che restava del ghiaccio marino costiero. Avevamo programmato la nostra visita per settembre, lasciando agire un’intera stagione calda per pulire i percorsi dove avremmo corso. Visto che le nostre mete erano indefinite, abbiamo avuto letteralmente centinaia di chilometri da esplorare. Il bello di avere un piano così semplice è che il viaggio diventa molto più che una corsa nella natura. Certo, spostarci a piedi era il modo più efficace per vivere questa terra così prepotente da vicino, ci ha permesso di interagire e giocare con un nuovo terreno. In quegli otto giorni vissuti insieme c’era un valore intrinseco molto più grande della mera esplorazione, una connessione con il luogo che non avremmo potuto raggiungere in meno giorni e con modalità diverse. Usare i nostri piedi come mezzo di locomozione ci ha dato il tempo di immergerci in quello che i nostri occhi vedevano. La vista non è stata l’unico senso, abbiamo potuto accarezzare con le mani i minuscoli fili d’erba sferzati dal vento, percepire ogni minima asperità di quella roccia forgiata dagli elementi sotto la suola delle nostre scarpe.

© Kelvin Trautman

Duemila anni fa la Groenlandia era disabitata. Le popolazioni nomadi e i coloni della preistoria avevano da tempo abbandonato i suoi aspri paesaggi. Mentre scendevamo dal tender che abbiamo usato per sbarcare nei luoghi più selvaggi, l’acqua di mare densa scivolava contro lo scafo a rompere il silenzio di un giorno tranquillo. Sette di noi, inclusa la nostra guida, Inga, sono scesi a terra. Anche se ci eravamo abituati alla routine di quella vita, il semplice atto di mettere piede su un lembo di terra nuovo era sempre una sensazione unica. Lo abbiamo fatto con trepidazione, pensando a quello che devono avere provato quei primi coloni, gli antenati dell’attuale popolazione Inuit, sbarcati per cacciare e raccogliere bacche, cercando di vivere della terra e magari alla ricerca di luoghi dove fermarsi definitivamente. Un vero senso di avventura ci ha pervasi, cercando ognuno di costruire il proprio percorso. Il cielo di un blu intenso ci ha permesso di essere parte per qualche istante di quel paesaggio così effimero. Il grande volume di esperienze ha richiesto un lavoro straordinario del fisico e della mente per adattarci. Spesso c’era una crudezza brutale, nuove lacrime che il paesaggio non aveva avuto tempo di addolcire. Il ghiaione sulle ripide discese era instabile, la roccia frantumata rotolava sotto i piedi. Anche le piccole valli sono state profondamente scolpite dalla potenza dei fiumi e delle cascate. Solo i fiori selvatici rompevano quell’aridità, il loro colore delicato era una macchia decisa in quel paesaggio, ma in qualche modo in armonia con la terra che li circondava. C’era poca fauna selvatica nell’entroterra e siamo stati contenti di non aver incontrato il più pericoloso degli abitanti: Inga aveva un fucile per tenere lontano gli orsi polari, ma ce ne sono sempre di meno, disorientati e affamati per il cambiamento climatico. Più calcavamo quella terra, più ci rendevamo conto che l’impronta dell’uomo raggiunge anche gli angoli più remoti del mondo e gli effetti sono ancora più dirompenti in questa primordiale solitudine.

Ritornare sulla barca ogni sera era come rientrare a casa, ci ha aiutato a metabolizzare quell’esperienza in un paesaggio così alieno. A differenza di una tenda o del dormire di rifugio in rifugio, ha creato in noi un senso di stanzialità nel flusso costante del viaggio. C’era un giusto contrasto tra i confini di quella piccola barca a vela e gli spazi infiniti che solcavamo di giorno. Anche quando la barca era ormeggiata, eravamo consapevoli che il nostro spazio minuscolo era ancorato sul bordo di un grande oceano, cullandoci dolcemente sopra all’abisso nero del mare. Abbiamo usato il tempo a bordo per rilassarci e resettarci. Abbiamo trascorso lunghe serate in cambusa a mangiare, bere e condividere storie. Un viaggio così, tutti insieme, ha un significato che va oltre la semplice compagnia. Ha voluto dire imparare dai punti di vista degli altri, arricchendo i propri pensieri ed esperienze. Sdraiato in coperta, le mani dietro la testa, mi sono trovato spesso a guardare il cielo nero. L’inverno arriva presto a Nord e l’aria fresca della notte pizzicava la pelle scoperta, in contrasto con l’intimità del mio sacco a pelo. Le luci del nord ballavano, cascate di luce fosforescente a fare lo slalom tra milioni di puntini di stelle. È stato un istante eterno, nel quale rendermi conto dell’assoluta meraviglia del mondo, senza volerlo imprigionare in un mirino, un’immersione totale nel momento, cercando di viverlo, piuttosto che catturarlo.

© Kelvin Trautman

La fotografia mi consente di visitare questi luoghi e toccarli con mano. Affronto con piacere la responsabilità di documentare quello che vedo e condividere storie. Spesso avviene tutto senza uno scopo più profondo che lasciare lavorare la mia ispirazione, ma a volte c’è un messaggio più importante da trasmettere. In Groenlandia siamo stati in grado di correre in molti più posti di quanto avremmo potuto fare anche solo pochi anni fa: il riscaldamento globale ha reso più veloce lo scioglimento della calotta glaciale. I ghiacciai si stanno ritirando dalla costa verso l’entroterra, lasciando vedere ogni anno un po’ di più di ciò che stava sotto. Nel breve termine questa potrebbe essere una buona notizia per i pochi che come noi si avventurano su queste terre a piedi, ma l’impatto sul resto del mondo è potenzialmente devastante. Le calotte glaciali della Groenlandia conservano l’otto per cento dell’acqua dolce del mondo. Quello che un tempo era in cassaforte sta rapidamente riempiendo gli oceani, cambiando il corso delle correnti e portando all’innalzamento del livello del mare. È una storia che tutti avevamo letto prima di venire qui, ma vedere con i propri occhi quello che sta succedendo e documentarlo mi ha segnato più di tante parole e numeri. Il segnale che il mondo sta cambiando e potrebbe non essere mai più lo stesso è visibile e tangibile, è soprattutto impossibile da ignorare.

La storia umana dell’isola è un flusso che si interseca con quello del clima, avanzando e ritirandosi nel corso dei secoli. Ai momenti di solitudine fanno da specchio periodi di boom demografico, con insediamenti lungo la costa, da Ovest a Sud, e infine sulla costa orientale che abbiamo esplorato. È incredibile pensare che le persone abbiano potuto vivere in questo luogo inospitale per circa sette secoli. Il popolo Thule è pieno di risorse e di spirito d’adattamento, è sopravvissuto alla piccola era glaciale, in estenuante equilibrio tra inverni rigidi e brevi estati, cacciando balene e foche. Un giorno abbiamo corso meno, Anna ed io abbiamo fatto un giro in kayak nelle acque dell’Artico, vicino alla barca. Il kayak è così radicato nella storia locale tanto da essere un vero e proprio simbolo nazionale. Facendo lo slalom tra gli iceberg condannati a morte, tutto ciò che potevamo sentire era il costante gocciolare del ghiaccio che si scioglie, interrotto dai rumori più forti e dal crepitio dei pezzi che si sgretolavano e si tuffavano nel mare, sollevando onde lunghe e minacciose verso le nostre piccole canoe. Abbiamo navigato per un po’ in questo cimitero di iceberg, ancora una volta comprendendo che l’apparente solidità di ciò che si erge come un monumento, che si tratti di un ghiacciaio, una montagna o un iceberg, è effimera.

© Kelvin Trautman

È innegabile che la terra sia in costante trasformazione, indipendentemente dall’intervento dell’uomo. I fossili di mare in cima alle montagne e le nuove isole vulcaniche sono lì a testimoniarlo. Mentre alcuni di questi cambiamenti sono lenti in rapporto alle nostre brevi esistenze, altri sono molto più rapidi, e il risultato diretto dell’attività umana. Siamo in un ecosistema collegato da ragnatele e le azioni delle persone dall’altra parte del pianeta hanno un impatto diretto e misurabile qui. Non solo misurabili attraverso le generazioni, ma in anni. Il fiordo di ghiaccio protetto dall’UNESCO vicino a Ilulissat si è ritirato di quasi dieci chilometri tra il 2001 e il 2004. Ma questa non è solo una storia di cambiamento del paesaggio: dagli orsi polari al bue muschiato e alle foche, qui la velocità catastrofica del cambiamento climatico sta facendo una selezione naturale e gli animali lottano per accaparrarsi il cibo e adattarsi al nuovo clima. Le conseguenze del climate change sono davvero globali. Più ghiacci si sciolgono, più il livello del mare sale e minaccia terre lontane come il Bangladesh e le isole del Pacifico. Dal macro al micro e viceversa, di nuovo, il nostro tempo in Groenlandia ci ha fatto riflettere su come tutto sia collegato. Ritornando al piccolo insediamento di Kulusuk, mi è stato difficile accettare l’impatto che gli uomini stanno producendo in questo angolo del mondo appena sfiorato dalla presenza umana. La Groenlandia e le regioni polari sono il campanello d’allarme del cambiamento climatico, una verità ancora più cruda in questa natura così primordiale. L’origine umana delle trasformazioni che abbiamo visto è duramente metabolizzata dal paesaggio incontaminato nel quale ci siamo immersi. Sono tornato a casa con un sospiro di sollievo, ma anche con il peso di una tremenda responsabilità sulle spalle. Non tutti potranno visitare la Groenlandia o vivere le nostre esperienze. Né quell’esperienza rimarrà cristallizzata e identica ancora per molto tempo. Il danno è già stato fatto e ogni giorno peggiora, minuto dopo minuto. C’è un rimedio? Forse ci sono degli indizi nella nostra storia per capire come gestire il climate change. La popolazione Thule si è adattata ed è sopravvissuta, lavorando in un ambiente che cambia frequentemente. Nella nostra breve esistenza su questo pianeta, sembra che vogliamo prosperare a spese di altre specie, o di quelli nella nostra che sono meno fortunati. Fa sorridere pensare che il termine groenlandese per definire queste lande desolate sia Kalaallit Nunaat, vale a dire la Terra delle Persone. Questa isola è stata disabitata così a lungo ed è ancora così vuota, eppure mostra più di tanti luoghi i segni pesanti delle azioni degli uomini. Forse riusciremo ad adattarci a un ambiente che cambia velocemente, c’è ancora molto da salvare, così tanto da combattere. Questa storia, queste immagini, sono più di un semplice reportage di una vacanza di corsa nella natura. Sono un fermo immagine su un luogo in metamorfosi artificiale, un esempio potente del perché abbiamo bisogno di uno sforzo ancora più grande come individui, collettività e governi per cambiare i nostri comportamenti. Potrebbe essere già troppo tardi e probabilmente troveremo un modo per adeguarci se così fosse, ma c’è qualcosa di più importante che combattere per la propria casa?

© Kelvin Trautman

LA GROENLANDIA È LA PIÙ GRANDE ISOLA AL MONDO

Circa l’80% della sua superficie è coperta da ghiacci, quella non occupata dalle nevi eterne è grande quanto la Svezia.

Il Northeast Greenland National Park è grande circa cento volte lo Yellowstone National Park.

L’Artico si sta scaldando a un ritmo due volte più veloce del resto del mondo con la Groenlandia sud-occidentale che ha visto il maggiore aumento delle temperature, di circa 3 °C negli ultimi sette anni.

Dopo la regione antartica, la Groenlandia è la seconda più grande zona ghiacciata. Il ghiaccio è vecchio fino a 100.000 anni, profondo fino a due miglia e rappresenta circa l’8% delle riserve di acqua dolce terrestri. Se si sciogliesse completamente, il livello degli oceani potrebbe salire fino a oltre sette metri.

La parola Tinu, che significa dietro, è utilizzata dagli abitanti della Groenlandia per descrivere la regione orientale, una delle più selvagge sulla faccia della Terra: i 2.700 chilometri di costa ospitano il più grande parco nazionale del mondo e tre baie con soli 5.000 abitanti.

Si pensa che gli Inuit (Eskimesi) siano arrivati nella parte nord-occidentale della Groenlandia dal Nord America tra il 2.500 a.c. e l’inizio del secondo millennio d.c., usando le isole dell’Artico Canadese come tappe intermedie.

Della spedizione in Groenlandia hanno fatto parte le trail runner Anna Frost, Stefanie Bleich e Kimberley Jacobs, insieme a Steve Chrapchynski, I glaciologi Tómas Jóhannesson e Pálína Héðinsdóttir, lo skipper Sigurður Jónsson, oltre al fotografo Kelvin Trautman.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 123


Suffer fest Ice & Palms

Continuiamo a pubblicare i racconti più belli apparsi su Skialper per ricordare quanto è bello viaggiare e usare gli sci come mezzo di trasporto. E per sognare nuove avventure.

*suffer fest: neologismo di origine anglosassone, indica un’attività sportiva di endurance nella quale è previsto che buona parte (se non tutti) dei partecipanti siano costretti a una fatica prolungata con annessa sofferenza fisica e mentale.

Il Baden-Württemberg è uno dei principali land della Germania. La sua capitale è Stoccarda, conosciuta nel resto del mondo come la patria dell’automobile (Mercedes-Benz, Porsche, Bosch hanno sede qui, ad esempio), e l’economia dell’intera regione si basa largamente sull’industria. Confina con la Francia a Est e con la Svizzera a Sud, mentre i principali rilievi sono rappresentati dalla Foresta Nera, la catena dello Giura e le Prealpi del Lago di Costanza. Il Baden-Württemberg sembra un buon posto dove vivere, se non fosse per un piccolo dettaglio: il mare, specialmente quello caldo, è lontano, parecchio lontano. E di conseguenza, se un paio di amici si dovessero inventare di voler andare al mare in bicicletta, le cose si complicherebbero parecchio, specialmente se lungo l’itinerario ci si volesse portare dietro anche degli sci e decidere di utilizzarli nel miglior modo possibile.

I due amici sono Jochen Mesle e Max Kroneck che, oltre alla passione per lo sci scoprono di condividere anche quella per le pedalate, specialmente quelle lunghe e faticose, e per la fotografia, in particolar modo quella che ti impone di utilizzare apparecchi pesanti e scomodi. L’idea che partoriscono insieme ha le caratteristiche comuni di ogni suffer fest* che si rispetti: dev’essere lunga, fisicamente estenuante, particolarmente ricca di incognite e problematiche di varia natura, originare vesciche in vari punti del corpo e apparire insensata agli occhi delle persone normali. Et voilà, ecco il progetto Ice & Palms: Jochen e Max vogliono partire da casa loro a Dürbheim, nel Baden-Württemberg, raggiungere l’Austria e da lì attraverso i principali valichi alpini arrivare fino al lungomare di Nizza, senza mai utilizzare mezzi a motore e sciando il più possibile, filmando allo stesso tempo la loro avventura. Di tanto in tanto, poi, verranno raggiunti da amici che daranno una mano nella ripresa delle immagini.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

I loro destrieri saranno due bici gravel, equipaggiate con portapacchi anteriori e posteriori sui quali sistemare l’attrezzatura. Sci e scarponi dietro, insieme a uno zaino con il materiale per la notte. Sacca anteriore sinistra per il pentolame e macchine foto. Sacca anteriore destra: accessori e abbigliamento da pioggia, pronti per essere tirati fuori in poco tempo. Peso totale, cinquanta chili, grossomodo: vista l’agilità, più che destrieri li si potrebbe definire dei ronzini un po’ sovrappeso. Quello della partenza, nella primavera del 2018, è un momento strano, Jochen e Max sembrano fuori posto: un po’ come quei modelli da catalogo, ritratti in ambiente ma con abbigliamento e attrezzatura perfettamente in ordine e puliti. Ci vorranno un paio di giorni per cominciare a stropicciarsi il giusto e toccare la neve dopo più di 100 chilometri di distanza percorsa. Non è poi così male, tutto sommato, poter acclimatarsi in modo soft prima di arrivare sulle montagne vere. Viaggiare con bicicletta e sci al seguito significa perdere continuamente tempo a fare e disfare i bagagli, che richiedono un ordine maniacale, in perfetta antitesi con la natura degli sciatori. Ogni pezzo dev’essere nel posto giusto per essere trovato nel momento giusto: Mark Twight diceva che in montagna ci vuole un accendino in ogni tasca, per non impazzire quando si tratta di accedere il fornello in bivacco, e in bike packing non cambia più di tanto.
Al quarto giorno sono nell’Arlberg, da lì si dirigono verso la Svizzera. Di neve qui non sembra essercene molta, ma bisognava pur trovare un compromesso per poter beneficiare dell’apertura di quasi (tutti) i valichi. Sono le classiche condizioni in cui, una volta - come dicono i vecchi -  cominciava la stagione dello scialpinismo. A St. Anton un avventore in un bar chiede loro cosa faranno quando, una volta arrivati a Nizza, non troveranno più neve da sciare. «Ci siamo portati dietro anche il costume da bagno» la risposta perentoria.

Dopo nove giorni e 500 chilometri si comincia a fare sul serio. La coppia di ciclo-sciatori si avvicina al massiccio del Bernina e dalle sacche sulle ruote spuntano fuori piccozze e corde, ingredienti necessari per il menù dei giorni a seguire: Piz Bernina e Cima di Rosso, itinerari grandiosi che strizzano l’occhiolino alle pendenze sopra i 45°. Si muovono bene, dopo le prime tappe in cui hanno patito entrambi le conseguenze di infortuni occorsi durante la stagione invernale. Strano ma vero, le centinaia di chilometri in bicicletta hanno fatto da terapia e ora si avvicinano alla metà della distanza che separa la Germania dal Mediterraneo. Dopo due settimane di viaggio arrivano al Furkapass, che collega le Alpi Lepontine a quelle Bernesi. Su questi tornanti, negli anni ’60, Sean Connery sfrecciava sulla sua Aston Martin durante le riprese di Agente 007 - Missione Goldfinger, ma quando Jochen e Max arrivano alla sbarra del fondovalle capiscono in poco tempo che per loro il valico sarà tutt’altro che velocità e adrenalina: la parte alta non è ancora stata ripulita dalla neve ed è, in poche parole, chiusa al traffico. Non rimane altra scelta che accettare la sfida e caricarsi le biciclette letteralmente sugli zaini, tirare fuori le pelli e proseguire carichi come sherpa lungo i pendii innevati, sotto una leggera nevicata che non fa altro che rincarare la dose di sofferenza. I due viandanti procedono barcollanti sotto i loro carichi monumentali e, un passo alla volta, cominciano a salire verso i 2.436 metri del passo. La discesa è una scena surreale, fatta di curve molto controllate e allo stesso tempo storte come un quadro cubista, fino a quando, esausti, possono finalmente rimettere le ruote sull’asfalto, mentre il nevischio ora tramutato in pioggia fa apprezzare ancora di più la mutevolezza del meteo primaverile.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Sono passati ventun giorni dalla loro partenza e con 960 chilometri nelle gambe il Vallese si apre davanti a loro. Mentre a pochi chilometri i turisti gozzovigliano nei ristoranti di Zermatt, i nostri due eroi puntano gli sci verso mete sicuramente più di nicchia. «È bello ritrovarsi completamente soli in montagna e sapere di avercela fatta con le proprie forze» commentano, salendo verso il rifugio da cui partiranno il giorno successivo. Il Bishorn lo sciano nella nebbia, non senza qualche spavento. Le valanghe si fanno sentire ma non si fanno vedere, mentre a quattromila metri, immersi nel white-out, aspettano una finestra di cielo pulito per scendere il più velocemente possibile. Sul Brunegghorn, due giorni più tardi, vengono premiati dagli dei della montagna con una discesa memorabile, in una di quelle giornate in cui lo scialpinismo primaverile si manifesta in tutta la sua bellezza. Cielo azzurro, polvere fredda e, duemila metri più sotto, il verde dei pascoli a fare da quinta. La parete Nord è una pratica che viene liquidata in una decina di curve che giustificano pienamente lo sforzo supplementare di utilizzare assi da freeride al posto di perline da scialpinismo light: entrambi, infatti, hanno deciso di portarsi dietro sci oltre i 100 millimetri al centro e scarponi a quattro ganci da freetouring. L’attenzione della coppia, ormai innamorata del Vallese, si sposta a questo punto su un altro monumento del ripido, che risponde al nome di Grand Combin de Valsorey. Lo scivolo Nord-Ovest, che culmina a 4.184 metri, viene descritto da Max come una scala di Giacobbe, facendo riferimento all’affresco di Raffaello in cui il profeta biblico sogna una scalinata da cui gli angeli possano muoversi fra la Terra e il Cielo. Lo stesso scivolo in cui, nel film La Liste, Jérémie Heitz perdeva uno sci, riuscendo incredibilmente a salvarsi la pelle dopo una caduta a 50° di pendenza. Per i due la giornata si rivela fortunatamente meno adrenalinica, anche se la stanchezza inizia a farsi sentire. Proprio quel giorno avrebbero dovuto riposare, ma passare sotto a quella rampa senza sciarla non sarebbe stata un’azione da fedeli devoti alla causa dello sci.

© Max Kroneck, Jochen Mesle, Julian Rohn

Al trentesimo giorno, nei pressi del Gran San Bernardo, iniziano a manifestarsi i primi indizi che indicano che ormai è solo questione di pochi giorni prima di potersi spaparanzare in spiaggia. Nizza 323 km, recita un cartello nei pressi del tunnel. Pochi chilometri più in là, a Donnas, delle palme appaiono a bordo statale come oasi nel deserto. Come i barbari alla fine dell’Impero Romano, i due germanici continuano a calare verso Sud a bordo dei loro ronzini meccanici, nutrendosi unicamente di pizza, pasta e carboidrati vari per onorare la cultura del turismo tedesco in Italia. Valle di Susa, poi il Monginevro: il prossimo obiettivo sarà la Barre des Écrins, il quattromila più meridionale dell’arco alpino, e sarà anche l’ultima vetta in programma prima di dirigersi verso il Col du Vars e le spiagge francesi.
Quella sulla Barre è un’altra giornata memorabile. Si filmano a vicenda all’alba, mentre si dirigono, sci ai piedi, verso la terminale della parete Nord, che per l’occasione si è presentata con il vestito dei giorni di festa. Solitamente è un muro ghiacciato e non sempre la neve la ricopre in modo sufficiente per poter essere sciata. Solitamente non vuol dire sempre, e per i due l’ultima discesa del loro viaggio può cominciare direttamente dalla croce sommitale, dalla quale si può vedere tanto il Monte Bianco quanto il Golfo di Nizza. Chi ha già sciato nelle Alpi del Sud sa bene l’emozione che si prova a vedere il Mediterraneo scintillare in lontananza, la stessa che provano Jochen e Max mentre gli attacchi fanno clack.

Il Col du Vars è una formalità che viene sbrigata in fretta, aspettando l’ultimo ostacolo: il Col de la Bonnette, che con i suoi 2.715 metri è, insieme allo Stelvio, all’Iseran e all’Agnello, tra i più alti valichi asfaltati delle Alpi. Nel 2016 il Giro d’Italia era passato di qua in una tappa memorabile, la penultima: in soli 134 chilometri erano stati concentrati 4.100 metri di dislivello, con le salite al Vars, alla Bonnette e alla Lombarda per poi terminare sui tornanti che conducono al Santuario di Sant’Anna di Vinadio. Proprio qui, sul finale, Vincenzo Nibali aveva attaccato sul diretto concorrente Esteban Chaves, che si era visto sfilare la maglia rosa a meno di 24 ore dalla fine del Giro. Quel giorno, all’arrivo, i genitori di Esteban si erano resi protagonisti di una scena di sport indimenticabile, andando ad abbracciare il siciliano sul traguardo e complimentandosi con lui per la vittoria. Uno sgambetto è stato riservato anche a Max, che riesce a forare a meno di 30 km da Nizza, dopo 42 giorni e 1.800 chilometri di strade di montagna. L’arrivo sul lungomare è uno shock: dopo sei settimane in cui le uniche priorità erano state sciare, pedalare e più generalmente sopravvivere, il senso di smarrimento è totale. «Cosa faremo ora?», si chiedono i due, confusi al punto che pure scegliere dove andare a cenare rappresenta una sfida al pari della traversata del Furkapass innevato. Succede così che il capitolo finale del loro viaggio viene scritto in un ristorante messicano nel sud della Francia, un’idea assurda e apparentemente incomprensibile quanto voler partire dalla Germania per arrivare al Mediterraneo sciando e pedalando. Cosa ci insegnano Max e Jochen? Beh, di sicuro potrebbero illuminarci sulla loro gestione del tempo libero, ma è limitante dire che per intraprendere un progetto come Ice & Palms sia sufficiente trovare 40 giorni di ferie, anche perché, in un certo senso, loro in quel momento stavano lavorando, in quanto freeskier professionisti. No, Jochen e Max ci insegnano che le avventure più belle possono essere vissute anche dietro casa, che non è necessario viaggiare dall’altra parte del mondo per ritrovarsi in balia dell’incognito. E che l’incognito - o inesplorato, che fa più figo - può avere moltissime forme diverse: dalle condizioni della neve sul Grand Combin a quelle della strada sul Furkapass, fino a quelle fisiche di Max quando, nel trasferimento dalla Val d’Aosta alla Francia, si ritrova a macinare duemila metri di dislivello con 39 gradi di febbre. E ci insegnano anche in cosa consiste la creatività, ovvero su come prendendo due o più concetti e fondendoli insieme si possano creare infinite nuove idee. Tipo andare in bici e sciare, o sciare e andare al mare. Oppure, andare al mare pedalando e sciando. Insomma, ci siamo capiti. Un’ultima lezione potrebbero darcela sulla gestione della biancheria in sei settimane di ambienti umidi e freddi, ma quella è tutta un’altra storia.

Ice & Palms è un cortometraggio di 32 minuti prodotto da El Flamingo Films e diretto da Jochen Mesle, Max Kroneck, Philipp Becker e Johannes Müller. 

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 124

https://youtu.be/AzyK5qr-WC0

https://vimeo.com/elflamingo/iceandpalms


La Promenade

In questi giorni in cui siamo confinati in casa, ecco il racconto del giro della Valle d'Aosta con gli sci ai piedi. Un'avventura per la quale saremmo tutti pronti a partire, ma che dovremo rinviare. Le montagne rimarranno lì ad aspettarci...

Fra i legni lunghi due metri e dieci e i palettoni da 106 millimetri sotto il piede scivolano via cinquant’anni. Come niente fosse. Decenni di vite, senza che la montagna se ne sia neppure accorta. Corse, salite, discese, gare, neve, pioggia e sole. E lei sempre uguale a se stessa. Sempre lì, a due passi da casa. Corrono via cinquant’anni, ma gli orizzonti restano immobili. Vicinissimi a tutto, ma lontanissimi dal mondo. E i ricordi di allora si fondono con quelli di oggi. Raccontando come tutto sia cambiato. È il 1970, i legni sono altissimi e stretti, fardelli sugli attacchi capaci di alzarsi non oltre un paio di dita. Pelli fissate a tre ganci laterali, una tenuta approssimativa, nello zaino l’attrezzatura per sistemarle nei momenti peggiori. Nello sconfinato bianco della Val d’Aosta, in condizioni di neve perfette e abbondanti, tre ragazzi. Guido, Ruggero, Carlo. Ad aprile, primi di sempre, tracciano il loro sogno: attraversare la regione sugli sci, da Champorcher a Gressoney. Tredici tappe, due giorni di sosta per maltempo, 37.000 metri di dislivello. Quando arrivano alla meta, il giorno della Festa del Lavoro, a unirli non è solo la sensazione di aver fatto qualcosa di mai visto. È la certezza di aver fissato un’amicizia. Di averla messa alla prova. Nelle difficoltà e nelle risate. «Resterà sempre uno dei ricordi più belli della mia vita» dirà uno di loro.

Cinquant’anni si dileguano in vapore. Ma le cose belle diventano cemento. Anno 2017, mese di maggio. La storia si ripete. Sulle stesse linee che ogni anno decine di persone ripercorrono, sugli stessi passi che gli atleti del Tor des Géants inanellano frenetici, il sogno di Guido, Ruggero e Carlo rinasce. È lo spirito a dettare le regole: nessuna sfida contro il tempo, nessun bisogno di leggerezza per correre più veloci. Lì, a due passi da casa, Shanty Cipolli e Simon Croux decidono semplicemente di ripercorrere quel che qualcuno ha già fatto. Per raccontare a tutti, senza esibizionismi alpinistici, che «per esplorare non si deve per forza andare lontano». Perché quando parti, come puoi apprezzare quello che trovi, se non sai quello che lasci?. Sono le montagne su cui si affaccia la camera da letto, rimaste lì nel tempo ad osservare, senza dire parola. I luoghi di una vita. Shanty Cipolli, nome sanscrito portato in dono da un viaggio paterno in Nepal, qui ci scia da sempre. Ventisei anni, maestro di sci di Antey, porta sulle gambe giganti e gare di skicross con i colori della nazionale, prima di approdare al mondo freeride e ai Qualifier per il World tour. «Studiavo da geometra, ma ho lasciato perché non era compatibile con tutti questi impegni» ammette. E lo sguardo a un futuro professionale si è ridisegnato di conseguenza: «Ora punto alle selezioni per diventare Guida alpina» non nasconde. E intanto, si scia. Un po’ la stessa storia di Simon Croux, ventunenne di Courmayeur, nato in Svizzera e posato sugli sci all’età di tre anni da una famiglia titolare di un locale sulle piste ed erede di una lunga tradizione di Guide alpine (il trisnonno Laurent era fra i consueti accompagnatori del Duca degli Abruzzi). Anche per lui gare di gigante, poi un salto alle competizioni freestyle e l’arrivo a soli 14 anni al Freeride World Tour junior. «Anche io ho dovuto lasciare la scuola: frequentavo il liceo sportivo, ero riconosciuto come atleta nell’ambito di una classe de neige. Ma niente: la mia attività non era vista alla pari dell’agonismo più classico, da sci club. E questo non mi ha aiutato». Oggi, tanto per chiarire com’è finita, è nei Qualifier del Freeride World Tour.

© Achille Mauri

Per Shanty e Simon, stuzzicati dal filmaker Michel Dalle, di Grobeshaus Production, l’idea di ripercorrere quel sogno lungo cinquant’anni, ritrovando lo spirito di quei lontani giorni scoperto per caso in un libro, è la scintilla. L’innesco di un’avventura diventata film con la voglia di mostrare a tutti cosa c’è là dietro. Dietro le cime di sempre. Oltre lo sguardo. A due passi da casa. Ma tra il fare per conservare e il fare per raccontare passano differenze immense. E dove Guido, Ruggero e Carlo scivolavano senza guardarsi indietro, pensando solo alla loro avventura, Shanty e Simon si trasformano in protagonisti. Accompagnati dal regista-snowboarder in split e illuminati dal volo di perlustrazione effettuato con l’amico Cesare Balbis, pezzo di storia del Soccorso Alpino valdostano, cercano soluzioni, inquadrature, momenti, luci e pensieri da cristallizzare. I chilometri si susseguono, i metri di dislivello scattano. «Ma i pesi dell’attrezzatura sono di per sé il segno che quel che si voleva non era la performance, piuttosto una forma di ricerca» chiarisce Michel. Il desiderio di dire qualcosa. Di vivere i luoghi della vita in modo diverso. Venti chili di materiale foto-video, sacco a pelo, fornellino, bombole, attrezzatura alpinistica, tende, cibo, acqua, sci, scarponi. Addosso a ciascuno c’è più di una ventina abbondante di chili. E da Courmayeur Arp, dove tutto inizia, le giornate si fanno pian piano sempre più dure. Sveglia alle 6 del mattino o giù di lì, pelli e sciolina fino alle 16, poi sosta. Se serve in tenda, dove la zanzariera deve restare aperta per evitare che tutto condensi, se si può in rifugio. Giorno dopo giorno, per ventidue albe e tramonti, corrono sotto le lamine La Thuile, il Rutor, la Valgrisa e il col Bassac Déré, il rifugio Benevolo, la Val di Rhêmes con la Punta Basei, la Valsavarenche con i Piani del Nivolet, il Miserin e Champorcher, Gressoney e il Colle Bettaforca, Champoluc e il Col di Nana, Torgnon, Saint Denis, Saint Barthélemy e il col Vessona, la Valpelline, il Gran San Bernardo e il Col Malatrà. La birra finale evapora qui, seduti fianco a fianco ad ammirare i 4.810 metri che sovrastano ogni cosa. E la mente corre veloce a tutto quel che è stato in così poco, ma anche tanto tempo: la salita durissima verso La Thuile e il Deffeyes, la volpe che curiosava in tenda e poi accettava uno spuntino, il caldo opprimente della Valgrisa. La giornata di relax totale sul ghiacciaio Goletta, all’ombra del Granta Parey. La voglia di uscire di rotta e salirlo, la decisione di farlo davvero. La fatica della parete dura e ripida. La bellezza della sciata fuori programma. E poi la polvere che solleticava le ginocchia sotto il Città di Chivasso, la durezza della salita al Miserin, la tappa a Chamois e Antey, con la grigliata a casa di Shanty e la parentesi di una notte nel letto di sempre. La polverella fine al Vessona, le tracce di lupi verso la Valpelline. Tutto si accavalla, tutto torna. Ma è tutto troppo caldo ancora. E giù dal Bonatti scalpita la voglia di dire basta alla fatica. «Era ora di arrivare  - ricorda Simon -. E ho tirato giù una linea dritta sulle pigne del bosco. Era fatta».

Venticinque minuti di film, poco più di un minuto per ogni giorno, un anno dopo sintetizzano e fermano nel tempo quelle emozioni. Campi larghi, silenzi, parole scelte con attenzione. E un racconto che non risparmia dettagli sulle difficoltà. Shanty e Simon che osservano la mappa, che scendono a fuoco nell’immenso del bianco. Che attendono in tenda. Che scherzano sul cibo. Sono i momenti televisivi. Dietro ai quali si nascondono le discussioni sulla scelta dell’itinerario, le rotte decise in base alle condizioni del momento, i consulti con gli amici di ogni valle, gli sguardi ai bollettini valanghe. La consapevolezza di percorrere una linea logicamente contraria all’usuale, sempre in partenza da ovest per scendere ad est, dal cemento del mattino alle insidie del pomeriggio. La speranza che il tempo regga, la fortuna di vedere che sarà così. I tratti più critici, i traversi a rischio. I momenti di confronto sulla scelta delle inquadrature. I tempi di assetto del regista nei punti strategici e più magici. Ma la neve si offre stabile. Perfetta. Ed è lei a legare ogni pezzo all’altro. Un giorno, due. «La camminata fin da subito si rivela più lunga e faticosa del previsto - recita Shanty, voce narrante sullo sfondo delle immagini -. Ma ormai non si torna più indietro. Adesso siamo qui, solo noi con le nostre forze». Ed è lì, nell’attimo della consapevolezza, che il vero sogno di Guido, Ruggero e Carlo riprende forza. «Gli spazi si fanno sempre più ampi - spiega Shanty -. E noi ci sentiamo piccoli». Puntini nel bianco. Proprio come cinquant’anni prima, pur sorretti da materiali, idee, attitudini e propositi molto lontani, i pupilli del CAI Guido Fournier, Carlo Vettorato e Ruggero Busa avevano immaginato. «Il nostro non voleva essere solo un esercizio fisico - ricorda Guido quasi cinque decenni dopo -. Era qualcosa di più. Che aveva in sé anche una componente estetica e naturalistica». Un’esperienza. «Un ricordo fantastico - chiarisce Carlo -. Che se avessi cinquant’anni meno, o anche solo 30 o 40, rifarei subito. Anche se so che non sarebbe più la stessa cosa».

© Achille Mauri

Anche Shanty e Simon lo dicono. È passato un solo anno, ma la voglia di rifare tutto è già forte. «Un rewind? Potendo farlo, mi muoverei a tappe - spiega il maestro di Antey -. C’è tanto, così tanto da sciare in quei luoghi che scorrere via veloci, in una sola linea di passaggio, sembra un peccato». E allora, chissà. Forse sarà domani, forse tra qualche tempo. Forse ci penserà di nuovo qualcuno tra cinquant’anni. Intanto il bello è ormai dentro al cuore e alla memoria. Una lotta contro il «freddo, il vento, la stanchezza, la fame, la condensa, gli scarponi ghiacciati». Con un finale che non ti aspetti. Perché «quando sei lassù a guardare le stelle, a sentire il silenzio, a vedere la luce del mattino, ti rendi contro che, nonostante tutto, ne è valsa la pena». E forse, a due passi da casa, ne varrà sempre la pena.

1.300 metri al giorno

La traversata scialpinistica della Val d’Aosta portata a termine nel maggio 2017 da Shanty Cipolli e Simon Croux è durata 22 giorni. Queste le tappe: Courmayeur Arp la Balme; La Thuile e Rutor; Valgrisa e Col Bassac Déré; Rhemes e Punta Basei; Valsavarenche e Piani del Nivolet; Miserin e Champorcher; Gressoney e Colle Bettaforca; Champoluc e Col di Nana; Torgnon; Saint Denis; Saint Barthelemy e Colle Vessona; Valpelline e Valle del Gran San Bernardo; Col Malatrà e Courmayeur. I due freerider valdostani hanno coperto circa 1.300 metri di dislivello al giorno, con alcune varianti e soste rispetto al classico percorso del Tor des Géants, facendo affidamento su mappe, cartine e telefonino, oltre a un GPS che però è stato utilizzato solo nei punti più critici. Membri del team Mammut, supportati da alcuni sponsor, hanno percorso la traversata con sci da freeride: per Simon Croux i Line Francis Bacon (104 mm sotto il piede) con attacchi Marker Kigpin; per Shanti Cipolli i Movement Go Strong (106 mm), sempre con Kingpin. Con loro il filmaker Michel Dalle, che ha seguito la traversata con una tavola split. Al seguito, quattro batterie da un chilo l’una, un corpo camera da cinque chili, un computer, caricatori, treppiedi e ottiche, per un totale di circa 20 chili di materiale video. Nel 1970 un itinerario analogo era stato percorso da Carlo Vettorato, Guido Fournier e Ruggero Busa: partiti da Champorcher il 17 aprile, arrivarono a Gressoney il primo maggio, chiudendo la linea in tredici tappe, con una sosta di due giorni per maltempo. Percorsero 37.257 metri di dislivello, di cui 17.842 in salita e 19.415 in discesa.

© Grobeshaus Production

Il film

Disponibile online su YouTube, La Promenade (25’ 48”) è il film che racconta i 300 chilometri e 20.000 metri di dislivello percorsi da Shanty Cipolli e Simon Croux nella loro avventura scialpinistica. Prodotto da Grobeshaus Production di Aosta, il video è stato scritto e diretto dal filmaker Michel Dalle, maestro di snowboard. Al suo attivo da un paio d’anni anche il film cAPEnorth, realizzato con la comproprietaria di Grobeshaus, Francesca Casagrande, per raccontare il viaggio su un’Ape Piaggio di due giovani aostani fino all’estremo nord della Scandinavia.

© Achille Mauri


Iscriviti alla newsletter


Mulatero Editore utilizzerà le informazioni fornite in questo modulo per inviare newsletter, fornire aggiornamenti ed iniziative di marketing.
Per informazioni sulla nostra Policy puoi consultare questo link: (Privacy Policy)

Puoi annullare l’iscrizione in qualsiasi momento facendo clic sul collegamento a piè di pagina delle nostre e-mail.

Abbonati a Skialper

la tua rivista preferita
a partire da 57 €per 6 numeri

La nostra sede

MULATERO EDITORE
via Giovanni Flecchia, 58
10010 – Piverone (TO) – Italy
tel ‭0125 72615‬
info@mulatero.it – www.mulatero.it
P.iva e C.F. 08903180019

SKIALPER
è una rivista cartacea a diffusione nazionale.

Numero Registro Stampa 51 (già autorizzazione del tribunale di Torino n. 4855 del 05/12/1995).
La Mulatero Editore è iscritta nel Registro degli Operatori di Comunicazione con il numero 21697

Privacy Policy - Cookie Policy

Privacy Preference Center

X