Alex Honnold, la libertà è perfezione

«Scusatemi, ma non sono abituato alle strade italiane, sono strettissime e la gente guida veloce. È pericoloso. E poi non ci sono le marce automatiche e io, alle marce manuali, non ci sono abituato». Quando uno che ha scalato Freerider su El Capitan, appeso a tacche millimetriche, senza corda e imbracatura, 900 metri sopra il vuoto, ti dice così, ti lascia senza parole. Quando Alex Honnold, protagonista assoluto del documentario Free Solo, premiato con l’Oscar, si è presentato allo stabilimento La Sportiva in Val di Fiemme, aveva la faccia stravolta. Ma la visita alle linee di produzione del marchio che gli fornisce le scarpette d’arrampicata (per la cronaca in Free Solo ha usato le TC Pro) è stata l’occasione per conoscere il vero Alex Honnold, lontano dagli stereotipi e dai flash. Prima che fosse sulla bocca di tutti. Ed Emilio Previtali quel giorno c’era. Così, per parlare a modo nostro di quello che in questo momento è probabilmente il più popolare (a dispetto del suo carattere schivo) sportivo outdoor, su Skialper 125 di agosto-settembre abbiamo pubblicato e adattato un capitolo tratto dal libro celebrativo dei 90 anni di La Sportiva, realizzato dalla nostra casa editrice. E ad Alex abbiamo anche riservato la copertina, una prima per Skialper, che non aveva mai pubblicato cover legate al mondo del climbing. C’è sempre l’eccezione che conferma la regola… Lo scatto di copertina è stato realizzato dal team di Jimmy Chin, regista di Free Solo insieme alla compagna Elizabeth Chai Vasarhelyi.

«In una solitaria i dettagli sono tutto. Mani e piedi. Per piediintendo dire: scarpe. Per le mani a volte uso una colla che asciuga la pelle delle dita che non deve essere né troppo secca, né troppo umida. Deve essere giusta. Se la pelle è troppo secca, non puoi fidarti degli appigli perché non li senti bene e sei costretto a tirare con le braccia più del necessario, sprechi un sacco di energie, non va bene. Se la pelle è troppo umida invece, se suda e scivola, la magnesite non basta. Non riesci a fidarti come dovresti perché hai paura di perdere la presa. La pelle delle dita deve essere giusta, né troppo secca né troppo umida».

Questa e tante altre chicche su Skialper 125 di agosto-settembre: info qui.


Uyn Vertical Courmayeur Mont Blanc, vince Daniel Antonioli

Sole, catena del Monte Bianco in bella vista, con temperature in quota vicine allo zero. Giornata giusta a Courmayeur per la quinta edizione del vertical firmato dall’azienda Uyn di Asola. Partenza alle 7,30 dal centro di Courmayeur, poi quasi subito con il naso all’insù verso il Pavillon, per affrontare infine pendenze ancora più ardue nell’ultimo tratto fino a Punta Helbronner. Pietraia, passaggi ripidi, scale da oltrepassare per arrivare sulla terrazza panoramica. Fin dall’inizio, a fare l’andatura, è stato l’alpino Daniel Antonioli che ha sfruttato anche l’assenza di Kilian Jornet, che era originariamente previsto al via insieme ad Emelie Forsberg. È passato primo al Pavillon, è arrivato in solitaria sulla terrazza, tra gli applausi del pubblico e del colonnello del Centro Sportivo Esercito, Patrick Farcoz. L’alpino ha vinto in 1h 46’18”, davanti al francese Thibault Anselmet (1h 47’16”) e a Daniele Felicetti (1h 47’52”). La gara femminile è invece stata vinta da Ilaria Veronese, scialpinista e ciclista che è sempre rimasta davanti a tutte. Ha concluso ventunesima assoluta, coprendo i 2.000 metri di dislivello positivo in 2h 08’47”. Secondo posto per Elisa Pallini in 2h 19’05” e terzo per la francese Noémie Grandjean in 2h 22’41”.

K1000 A BRUNOD E MURADA - Sono invece stati 95 i concorrenti che hanno gareggiato nel K1000 di venerdì sera, corso sui sentieri - illuminati dalle frontali - che da Courmayeur hanno portato al Pavillon. È stata sfida fino all’ultimo metro tra i valdostani Mathieu Brunod e Davide Cheraz, con successo del primo che ha preceduto di 10 secondi l’avversario, chiudendo con il crono di 48’47”. Terzo gradino del podio per Mattia Luboz, a 2’55” dalla vetta e reduce dalla prima edizione del vertical La Thuile. Tripletta Esercito in ambito femminile. A vincere, in modo piuttosto netto, è stata l’azzurra di sci alpinismo, Giulia Murada (55’56”), davanti all’esperta Gloriana Pellissier (59’11”) e a Giulia Compagnoni (1h 04’02”).

KKIDS PER 45 GIOVANI - Venerdì mattina spazio ai più giovani. Circa cinquanta bambini hanno animato l’area del Pavillon che ha ospitato la Kkids non competitiva. Nessuna classifica per loro, solo un primo approccio alla disciplina, con Nutella party finale e premio di partecipazione per tutti. Il Uyn vertical Courmayeur Mont Blanc - prova del Défi Vertical - ha anche chiuso il circuito VK3000, iniziato con Chaberton e Monterosa Sky Marathon. A tornare a casa con il trofeo sono stati Ilaria Veronese e Giovanni Bosio (quinto assoluto). Premiata anche la combinata K1000/K2000 (gare venerdì e sabato), vinta da Giuliana Arrigoni e Davide Cheraz.
Domani alle 15,30, Emilie Forsberg presenterà il libro Correre, Vivere, pubblicato dalla nostra casa editrice. Appuntamento a Punta Helbronner, nella nuovissima libreria LaFeltrinelli.


Anche Kilian Jornet e Emelie Forsberg in gara all'Uyn vertical Courmayeur Mont Blanc

I 400 pettorali a disposizione sono andati ancora una volta esauriti. Il Uyn vertical Courmayeur Mont Blanc anche quest’anno ha fatto il pieno di iscritti e nel K2000 di sabato si preannuncia uno spettacolo unico. Come uniche saranno le due stelle internazionali che saranno al via della gara di sola salita che dal centro di Courmayeur porterà i concorrenti sulla terrazza panoramica di Punta Helbronner.
Sabato 3 agosto in griglia di partenza ci sarà Kilian Jornet, uomo icona della montagna e delle grandi imprese, scialpinista e atleta di corsa in montagna che ha vinto otto volte la Skyrunner World Series. E al suo fianco non mancherà Emelie Forsberg, svedese e altra protagonista dello scialpinismo e dei trail.
Nella gara femminile sarà presente anche Lisa Borzani, che cercherà la migliore condizione in vista del decennale del Tor des Géants, mentre in quella maschile atleti austriaci, finlandesi, francesi, britannici, norvegesi, olandesi, polacchi, spagnoli, americani, svizzeri e ucraini, ma anche gli alpini del Centro Sportivo Esercito, Daniel e Robert Antonioli e Denis Trento.
La gara regina sarà anticipata, come da tradizione, dal K1000 che si correrà venerdì sera (2 agosto) e che arriverà al Pavillon. Una sfida in notturna che vedrà impegnati un centinaio di concorrenti. Ci saranno anche Davide Cheraz, Mattia Luboz, Gloriana Pellissier e la scialpinista Giulia Murada.
Sempre venerdì saranno impegnati anche i bambini. Alle 11 in zona Pavillon verrà organizzata una prova non competitiva che costeggerà il Giardino Botanico Saussurea e che sarà aperta ai giovani tra gli 8 e i 15 anni. Le iscrizioni (costo 15 euro) potranno essere effettuate venerdì mattina alla partenza della funivia Skyway.
Il programma del Uyn vertical Courmayeur Skyway è lungo e molto articolato. Oltre alle due gare adulti, che partiranno alle 21 di venerdì (K1000) e alle 7,30 di sabato (K2000), sono previsti alcuni incontri dedicati a chi ama lo sport e la montagna. Venerdì, alle 18, al Jardin de l’Ange confronto con i trailer di oggi e di ieri, alla presenza di Bruno Brunod, Ettore Champretavy, Milena Béthaz e Francesca Canepa. Domenica 4 luglio, alle 15,30, a Punta Helbronner, Emilie Forsberg presenterà il libro “Correre, Vivere” della nostra casa editrice, best seller dell’estate.


Skialper 125: the reason why

The reason why. Il motivo che ci fa alzare alle cinque del mattino per andare ad allenarci, che ci fa massacrare di fatica per portare a termine una cento miglia con le scarpe da trail ai piedi, oppure che ci fa salire l’adrenalina a mille quando ci infiliamo in un ripido canalino tra le rocce. È questo il tema di Skialper 125 di agosto-settembre, 160 pagine tutte da leggere durante le vacanze estive. E da guardare, a partire dalla copertina, uno scatto di Jimmy Chin, il regista del documentario Free Solo, premiato con l’Oscar, che immortala il climber Alex Honnold sulla vertiginosa parete di El Capitan. Dopotutto il perché è sempre stato all’origine della ricerca dell’uomo. Una domanda profonda, che abbiamo cercato di interpretare in modo leggero, nel nostro stile. Ma è un po’ come quei film di Checco Zalone che fanno ridere con la scusa di riflettere su problemi o argomenti seri. Skialper 125 sarà in edicola a partire dal 2 agosto.

FRANÇOIS CAZZANELLI, PROVA A PRENDERMI - La Guida valdostana ha chiuso un 2018 da incorniciare e aperto il 2019 con lo stesso ritornello. Il record alle quattro creste del Cervino e la Cresta Cassin al Denali affrontata in stile fast & light sono gli ultimi exploit ma, proprio mentre Skialper andava in stampa, François si è regalato anche l’integrale di Peuterey in meno di 16 ore. Lo abbiamo incontrato ai piedi del suo Cervino per parlare di alpinismo, velocità, leggerezza. E naturalmente del Denali. E lo abbiamo fatto fotografare da Achille Mauri, pensando proprio ai concetti di tempo e velocità.

© Damiano Levati

A CLOSE CALL CON JESPER PETERSSON - Lo sciatore svedese, in coppia con Mikko Heimonen, è uno di quelli che ha sciato l’impossibile nella zona del Monte Bianco, aprendo linee in continuazione negli ultimi anni. Poi a maggio, mentre si trovava sul Khalitna Queen, in Alaska, è stato trascinato per 800 metri in uno stretto canale da una placca a vento, procurandosi diverse fratture alle vertebre e alle costole. «Se trascorri un sacco di tempo in montagna su pendii ripidi, la domanda non è se accadrà qualcosa, ma piuttosto quando accadrà qualcosa – ha detto Jesper-. Però se sei preparato e utilizzi tutta la tua esperienza e conoscenza, ritengo che non sia davvero più pericoloso che guidare una macchina ad alta velocità incrociando auto in senso opposto distanti solo qualche metro».

© Mikko Heimonen

LE RAGIONI DI FRANCO - Giornalista di successo, globetrotter, perché Faggiani, responsabile dell’ufficio stampa del Tor des Géants, ha iniziato a scrivere libri in cui la montagna e comunque la natura non mancano mai? Simone Sarasso ha intervistato l’autore dei libri La Manutenzione dei Sensie Il guardiano della collina dei ciliegi.

ALEX HONNOLD, LA LIBERTÀ È PERFEZIONE - Tempo fa, quasi un anno, La Sportiva ci ha chiesto di scrivere il libro per celebrare i primi 90 anni di attività. Tra i vari capitoli ce n’è uno che racconta della visita in azienda del climber americano, fresco di Freerider slegato. Poi quell’impresa ha portato alla realizzazione del documentario Free Solo, premiato con l’Oscar, e per celebrare il riconoscimento abbiamo adattato il testo, scritto da Emilio Previtali, trasformandolo in un articolo da leggere con molta attenzione. Più the reason why di così...

© Jimmy Chin

ANDREA GALLO, IL FUTURO HA UN CUORE ANTICO - Freerider, skateboarder, climber e uno dei pionieri di Finale Ligure; ma anche regista di video clip di alcuni dei più famosi trapper. Andrea Gallo continua ad attraversare mode e attività sportive con leggerezza e ha più di qualche cosa da dire su alcuni degli sport che amiamo di più. E poi ha appena pubblicato Finale 51, la nuova guida cartacea per il climbing nella località ligure…

© Federico Ravassard

LA CONFRATERNITA DI BARKLEY MARATHONS - Purtroppo sei stato ammesso alla Barkley Marathons. Già la risposta alla domanda d’iscrizione lascia presagire quanto faticosa sia la gara sulle colline del Tennessee, considerata la ultra più difficile al mondo. In più di 30 anni sono state accettate oltre mille iscrizioni, una quarantina all’anno, ma solo in 18 volte un concorrente ha tagliato il traguardo. Ci sono poche certezze sulla Barkley, la lunghezza e il dislivello sono stimati, la partenza può avvenire tra mezzanotte e le dodici e i concorrenti vengono avvertiti un’ora prima dal suono della conchiglia… Eppure c’è chi farebbe carte false per provarla tutti gli anni. Quattordici pagine di storie, con le stupende fotografie di Alexis Berg.

© Alexis Berg
© Alexis Berg

PRIMA/DOPO LA LUT - La La Sportiva Lavaredo Ultra Trail è la gara simbolo delle lunghe distanze in Italia. Per documentare volti, ma anche gambe e fisici prima e dopo i 120 chilometri Federico Ravassard si è presentato sulla linea del traguardo e ha fotografato alcuni dei protagonisti. Naturalmente prima e dopo…

© Federico Ravassard
© Federico Ravassard

DENTRO LA DOLOMYTHS RUN ULTRA - Il racconto di Luca Carrara della Sellaronda in versione estiva e i consigli per affrontare al meglio il giro dei passi. Con il pettorale o senza.

© Martina Valmassoi

URMA - Una gara clandestina, a inviti. Cinquanta chilometri per riscoprire le vere motivazioni che ti fanno alzare la mattina e allenarti. Cinquanta chilometri per riscoprire il trail come scusa per stare insieme e andare oltre lo stereotipo iscrizione-certificato-pacco gara-medaglia-classifica-punteggio ITRA.

© Sara Lando

DREI ZINNEN ALPINE RUN, CORRERE NEL MITO - Si arriva ai piedi delle montagne simbolo delle Dolomiti. Eppure questa grande classica della corsa in montagna è molto di più di quel panorama che ti dà forza sul traguardo. E merita di essere percorsa anche senza il pettorale. Siamo andati a provare il percorso della gara in programma il 14 settembre con il presidente del comitato organizzatore e ci siamo fatti dire tutte le dritte per vivere un’esperienza unica in uno degli angoli più belli dei Monti Pallidi, anche senza il pettorale, magari per una vacanza all’insegna dello sport.

© Giuseppe Ghedina

LA GRANDE MURAGLIA CAMUNA - Alla Bocchetta di Valmassa, in Valcamonica, è rimasta praticamente intatta la seconda linea di fortificazioni della Grande Guerra. Interamente costruite a secco, è impressionate come queste strutture abbiano resistito all’usura del tempo, al vento, alla pioggia e alle nevicate, qui particolarmente abbondanti. «Qui i soldati salirono, utilizzando la strada militare appositamente realizzata, solamente nei periodi più caldi della guerra, quando si temeva, appunto, lo sfondamento del fronte e quindi l’invasione da parte degli austrici – scrive Tatiana Bertera su Skialper - Ma aspettarono, a volte anche per lungo tempo, fino al segnale di cessato allarme, per poi tornarsene a valle ed essere, magari, spediti su un altro fronte».

© Gabriele Facciotti

ANTICIPAZIONI E PROVE - Le ultime novità presentate alla fiera Outdoor by Ispo, ma anche la prova della prima scarpa da trail termoformabile, Tecnica Origin, della nuova Hoka One One Arkali, ideale per hiking e approach, e della new entry Scott Kinabalu RC 2.0.

PORTFOLIO - Abbiamo ampliato la sezione fotografica a inizio rivista, ora di dieci pagine, e con questo numero la rubrica volta pagina: verrà curata ogni volta da un affermato fotografo che selezionerà non solo i suoi scatti, ma anche quelli dei colleghi. Naturalmente cercando di restare fedele all’argomento del numero. Abbiamo iniziato affidando il lavoro a Damiano Levati.

© Damiano Levati

Vetrina milanese per la sesta edizione dell’Adamello Ultra Trail

Vetrina milanese per la sesta edizione dell’Adamello Ultra Trail, disegnata tra i camminamenti della Grande Guerra. Alla presenza degli assessori regionali Davide Caparini (Bilancio, Finanza e Semplificazione), Martina Cambiaghi (Sport e Giovani) e Mauro Testini (presidente Unione dei Comuni Alta Valle Camonica), il comitato organizzatore della super classica camuna ha svelato date e novità. Le date da segnarsi in agenda sono quelle del 20, 21, 22 settembre. Tre giornate, a dir poco intense, che porteranno i concorrenti della 6ª edizione nei paesi, sui sentieri e sulle montagne dell’Alta Valle Camonica.
I primi a partire, venerdì 20 settembre da Vezza d’Oglio, saranno gli eroi della 170km (11.400 m D+), il giorno successivo nel cuore di Ponte di Legno sarà la volta dei concorrenti impegnati sulla 90K (5900m D+), mentre domenica (sempre da Ponte di Legno) spazio ai runner della 30 Trail. La proposta minore, in collaborazione con Rosa Associati, apre la porta ai neofiti della specialità e ai runner puri facendo dell’AUT un evento a tutto tondo per gli amanti della corsa in natura.
Per i non agonisti da non perdere i 20 km della Slow Trail, la non cronometrata Ludico Motoria Fiasp aperta agli appassionati di cammino, a conferma di come AUT sia un evento per tutti. L’evento rientra nel calendario del Festival del Cammino 2019.


La festa del Giir

Più forti del tempo che passa, di una supposta fase di ‘stanca’ dettata da mode e cambio generazionale a livello organizzativo, più forti delle calamità naturali, del fango e della natura che quando vogliono sono più forti e ti fanno male.
Ma Premana non si ferma, e dietro a questo mantra la macchina del Giir ha retto, portando a casa un’edizione cui non sono mancati i numeri, i campioni, il tifo e la passione.
E cosi è stata ‘la Festa del Giir’, come il condottiero Fil Fazzini ha ricordato ai microfoni nel dopo gara, giunta dopo la prova più difficile che ha imposto ridimensionamento degli storici tracciati di gara e, dulcis in fundo, un meteo a forte rischio anche nel week-end.
Ma niente, testa alta ed avanti, il Giir di Mont 2019 salpa in un sabato sera piovoso, riscaldato dalla storia incredibile di Milena Bethaz, la guardia parco del Gran Paradiso colpita da un fulmine e tenacemente tornata a vivere in maniera attiva la sua montagna. Lei l’ospite d’onore in un gremito Palasole, nel consueto appuntamento della vigilia che ha poi visto sfilare i tantissimi elites invitati dall’organizzazione e provenienti da tutto il mondo, con molti di loro a caccia dei punti decisivi in quella che era anche la 4^ è tappa del circuito La Sportiva Mountain Running Cup.
Domenica di nuvole ed incertezza, ma la Via Roma si anima di buon mattino: volontari, sponsor, espositori e tutto l’apparato mediatico che racconta il Giir sono al loro posto, pronti ad accogliere 500 atleti protagonisti sulla distanza regina e 238 sul Mini, per l’occasione accorciate rispettivamente a 21 (con 2076 D+) e 11 (1000 D+) km.
Poche gocce allo start, poi una mattinata che fila via liscia mentre sugli alpeggi e gli inediti passaggi di questa edizione salgono attesa, adrenalina e tensione.
Scappa via subito Gabriele Bacchion, il folletto del Tornado Running Team che sogna la grande vittoria da mettere in bacheca. Il varesino raggranella solo una manciata di secondi al passaggio al Piz d’Alben, dove il più in palla sembra il favorito di giornata Daniel Antonioli (La Sportiva - Falchi Lecco). Poco lontano anche il keniano di Run2gether Jonah Kiplagat Kemboi mentre nella gara donne la Neozelandese Ruth Croft innesta subito le marce alte per volare subito via dalle avversarie più agguerrite: la basca Ohiana Kortazar è a 1’30”, la rumena Denisa Dragomir a 2’.
Dalla croce di Piz d’Alben gli atleti si lanciavano sull’ Alpe Chiarino e successivamente in direzione di Lavinol per imboccare il lungo tratto di salita verso Premaniga, transitando anche dal centro storico di Premana.
Bacchion non dà la spallata decisiva ma mantiene circa mezzo minuto su Antonioli, mentre nella gara donne la Croft fa letteralmente il vuoto lasciando dietro di sé una avvincente lotta per il podio.
L’ascesa a Premaniga e Solino, come tradizione impone, decide la gara: Bacchion scappa via, all’ultimo gpm sono 3’10” sulla coppia formata da Daniel Antonioli e dallo spagnolo Antonio Perez Martinez (Wild Trail Project-Nike) sui quali cerca disperatamente di rientrare l’idolo di casa Mattia Gianola (AS Premana).
Il rettilineo di via Roma, che ha salutato negli anni Mejia, Burgada, Mamu, Puppi e tante leggende della corsa in montagna, accoglie festante un Gabriele Bacchion incredulo, il Giir di Mont 2019 è suo, la vittoria costruita con tenacia nella prima parte e poi resa trionfale con un finale perfetto che gli vale il 2h17’05” finale. Martinez (2h19’23”) è la medaglia d’argento mentre Antonioli (2h20’12”) bissa il podio del 2018, centrando la medesima posizione.
Gianola (2h21’31”) e Ionut Zinca (2h23’24”) chiudono una top five in cui talento, esperienza e tecnica si fondono alla perfezione.
Vittoria di proporzioni schiaccianti al femminile per una dominante Ruth Croft. La portacolori del Team Scott sigilla il suo Giir con il crono finale di 2h36’20”, lontanissima la migliore delle avversarie, Denisa Dragomir (Team Serim) che con una rimonta magistrale nella difesa finale chiude per l’ennesima volta sul podio di premana, per la skyrunner rumena crono finale di 2h39’23”, terzo posto per la basca Oihana Kortazar (Salomon Santiveri) in 2h41’03” a precedere la spagnola Azara Garcia de Los Salmones (Team AML Sport) e la rumena Ingrid Mutter (team Compresssport).
Nel mini giir, quest’anno ridotto alla distanza di 11 km, vittorie straniere: si impongono il Keniano Japhet Mwenda Mutwiri e la gallese Heidi Davies.
La short race maschile ha visto salire sul podio anche il rumeno Gyorgy Szabolcs Istvan e l’italiano Filippo Curtoni, al femminile suona l’inno per sua maestà britannica, con la Davies sul podio salgono anche Holly Page ed Emma Clayton.
In chiave La Sportiva Mountain Running Cup considerevoli passi avanti compiuti dal vincitore di giornata Bacchion e dai suoi inseguitori più prossimi Daniel Antonioli e Mattia Gianola. Nel ranking femminile la capoclassifica Paola Gelpi chiude all’ottavo posto di giornata.
Erano altre le priorità di Premana dopo il 12 giugno, eppure a distanza di un mese e mezzo tutto è filato liscio, malgrado mille difficoltà la classica premanese ha celebrato il proprio rito, e sì, Premana non si ferma!


Val Brevettola Skyrace a Jean Baptiste Simukeka e Daniela Rota

È il ruandese Jean Baptiste Simukeka ad aggiudicarsi la quarta edizione di Val Brevettola Skyrace. L’atleta Serim, società che si è aggiudicata il titolo italiano di skyrunning a squadre, ha concluso la gara in 2h11’ 52’’. Simukeka è riuscito a prevalere sul compagno di squadra Dennis Bosire Kiyaka, che si era aggiudicato il Gpm. Terzo il detentore del record del percorso, ancora imbattuto, Paolo Bert. Quarto il figlio d’arte Dennis Brunod. In campo femminile, torna a vincere sui sentieri della val Brevettola, diramazione della Valle Antrona, in provincia del Verbano Cusio Ossola, la bergamasca Daniela Rota, seguita da Cecilia Pedroni e Elena Vanzini.
Un percorso suggestivo, reso ancor più sublime dalle nuvole che hanno avvolto le montagne ossolane. Poi, il sole, tornato a splendere nel momento del taglio del traguardo del primo atleta. La quarta edizione della Val Brevettola è stata un vero e proprio inno alla montagna, con le sue difficoltà e la sua durezza. Sono stati 230 gli atleti a sfidare il maltempo e le piogge. Eppure, sono stati loro a spuntarla, coronando una quarta edizione spettacolare e di altissimo livello tecnico. «Una gara unica, che ogni anno mi richiama qui in modo irresistibile: sarà sempre nel mio calendario» ha affermato la vincitrice Daniela Rota.
«Ho visto un paese che, incredibilmente unito, si muove per questo evento e per questo ricordo. Tornerò sicuramente». Sono queste le parole del grande Bruno Brunod, icona e leggenda dello skyrunning, giunto a Montescheno, paese di partenza e di arrivo della manifestazione, al seguito del figlio Mathieu. L’evento, infatti, ha come obiettivo centrale quello di ricordare due ragazzi, Manuel e Davide, scomparsi in montagna nel 2016. Furono i loro amici, quell’anno, a ideare una gara in loro ricordo. E sono sempre loro, seguiti dall’intero paesino (di 400 abitanti) e da 250 volontari, a perpetuare la loro memoria raccontando il volto più bello, più puro, più concreto delle loro montagne.


Franco Collè padrone dell’Hoka One One Monterosa EST Himalayan Trail

Era l’uomo più atteso, il campione assoluto di questa seconda edizione dell’Hoka One One Monterosa EST Himalayan Trail (MEHT) e non ha deluso le aspettative. Il valdostano Franco Collè del Team Hoka Italia, unico doppio vincitore del Tor Des Geants, ha vinto la competizione al cospetto della parete Est del Monte Rosa presentandosi a Macugnaga, dopo aver corso e dato spettacolo nei 60km previsti del tracciato con 4500m D+, in 8h09’37”. Al femminile successo per la spagnola Estelita Santin Fernandez che ha concluso in 10h52’22”. Gara nella parte più alta e difficile annullata causa maltempo, come previsto dal pomeriggio si sono abbattuti temporali nella zona e l’organizzazione per motivi di sicurezza ha dovuto sospendere la gara nelle due distanze più lunghe da 38km e 60km radunando i partecipanti che non erano ancora transitati riportandoli in sicurezza all’arrivo.
Hoka One One Monterosa EST Himalayan Trail (MEHT) organizzato da Sport Pro-Motion, società organizzatrice anche di Nexia Audirevi Lago Maggiore Half Marathon e Sportway Lago Maggiore Marathon, ha scelto un posto unico in Europa per far vivere un'emozione unica. Gli atleti, tantissimi gli stranieri provenienti da oltre 20 nazioni, hanno potuto ammirare il salto di 2.500 metri, dal ghiacciaio del Belvedere fino alla Punta Dufour a 4634 mslm, con il passaggio sulla Diga di Mattmark/Saas Almagell e scollinamento al Passo del Monte Moro.
Alle spalle del fuoriclasse Franco Collé troviamo Stefano Ruzza ben distanziato in 8h50’51” e Carlo Bonnet, terzo, in 9h25’59”, mentre non ha concluso la gara Giulio Ornati, il vincitore del Meht 2018 e consulente tecnico per il percorso di questa seconda edizione 2019. Per la gara femminile secondo posto per Chiara Innocenti in 12h07’58” e terzo invece per la britannica Jenny Rice in 12h20’40”.
«Per me la montagna è tutto, ben vengano questi trail dove c’è montagna vera a 360 gradi – il pensiero del vincitore Franco Collé appena tagliato il traguardo -. Sentieri molto tecnici fin da subito e stamattina uno spettacolo, stupenda la parete Est e il Rosa davanti. Pomeriggio purtroppo si è annuvolato ed è arrivata la pioggia ma lo sapevamo. La prima parte è straordinaria, ma la seconda parte non va sminuita, mi avevano preavvertito dicendo che sarebbe andata via liscia, invece è affascinante anche la seconda parte. Tornerò senz’altro per farmela con il sole».
Come previsto oltre alla gara principale da 60km si sono corse anche altre quattro distanze che hanno consentito la presenza totale di circa 600 atleti. Nella 15K (1000m D+) successo per Fabio Falcioni in 1h27’59” e tra le donne per Priscilla Rigo in 1h53’27”, la 23K (1600m D+) con un percorso che passava sotto la parete EST del Monte Rosa è stata dominata dal favorito Mattia Bertoncini, bronzo ai Mondiali 2018 di Skyrunning U23 e astro nascente della nazionale under 23. Ha vinto in 2h30’17” mentre al femminile primo posto per Anna Cremonesi in 3h40’55”.
Ancora si è disputata la 38K (2900m D+) che presentava un percorso tecnico che consentiva di assaggiare l'imponenza dei “4.000 svizzeri”. In questa distanza primo posto per Riccardo Montani in 4h49’43”, tra le donne si è imposta Cecilia Pedroni con 6h13’41”. Si è disputata per la prima volta anche la staffetta 38K+22K (2900 m + 1600 m D+), in questo caso primo posto per il team composto da Singenberger Martino - Dorici Enea in 8h55’34”.


Monte Rosa Walser Trail a Andrea Macchi e Lisa Borzani

I temporali e la forte pioggia che, a tratti ha accompagnato il lungo viaggio dei trailer sulle montagne e i sentieri dei walser, non sono riusciti a rovinare la grande festa della MWT 2019. Andrea Macchi e Lisa Borzani sulla lunga, Mattia Colella e Elisabetta Negra sulla prova intermedia, Mattia De Guio e Stefania Canale sulla breve sono i vincitori della settima edizione. Quasi 800 concorrenti da 12 differenti nazioni a Gressoney Saint Jean hanno sfidato il meteo per correre su tracciati di rara bellezza. Domani mattina gran finale con la 5k non competitiva rivolta alle famiglie.
Pioggia nella notte, temporali intermittenti e ribasso repentino delle temperature hanno mietuto vittime importanti, ma non sono riusciti a sovvertire i valori in campo. Andrea Macchi e Lisa Borzani, super favoriti dei pronostici, sono riusciti a porre la loro griffe nell’albo d’oro della 114 km; la prova principe della Monte Rosa Walser Trail.
Pronti, via e il gruppetto dei migliori ha subito provato a fare ritmo nella prima salita al Rifugio Sottile e nella seconda importante ascesa al Colle della Salza. La notte, caratterizzata da forti temporali, ha contribuito a rimescolare non poco le carte in tavola. Andrea Macchi, per difendersi dal freddo, ha cambiato marcia e salutato il resto della ciurma. Alle sue spalle, se Gianluca Galeati e Michele Tavernaro hanno alzato bandiera bianca, l’esperto Patrick Bohard ha macinato sorpassi su sorpassi sino a guadagnare la seconda piazza. Al traguardo di Gressoney Saint Jean, sotto la pioggia, successo per un super Macchi che, dopo una lunga cavalcata solitaria, ha stoppato il cronometro sul tempo di 18h13’12”. Seconda piazza per il francese Bohard in 19h23’16” e gradino più basso del podio per Nicola Poggi (20h26’33”).
Nella gara in rosa la due volte vincitrice del Tor de Géants Lisa Borzani ha battagliato nelle prime fasi di gara con la veneta Cristiana Follador, per poi salutare tutte e procedere in solitaria. La forte trailer padovana, ma aostana d’adozione, ha vinto in 21h53’54” davanti a Melissa Paganelli 22h48’01” e Cristiana Follador 23h16'25"
Mattia Colella e Elisabetta Negra più forti di tutti sulla prova intermedia che, per motivi di sicurezza data la forte pioggia del pomeriggio, è stata ridotta di circa 10km. Visto il protrarsi della perturbazione il comitato organizzatore ha infatti giustamente deciso di tagliare colle Ranzola riportando tutti i runner il prima possibile al quartiere generale di Gressoney Saint Jean. Classifica alla mano Mattia Colella ha vinto in 5h19’24”, mettendo dietro Danilo Lanternino (5h19’50”) e Giovanni Quaglia (5h28’50). Al femminile l’atleta di casa Elisabetta Negra, fermando il cronometro sul tempo di 6h22’40”, è invece riuscita a tenere dietro Katrin Bieler (6h34’52”) e Annalisa Faravelli (716’03”).
Il meteo non ha spaventato i runner della 20k che in quasi 300 si sono sfidati sul bel percorso che li ha portati in scorci incantati delle Valli dei Walser dove il tempo sembra essersi fermato. I più forti di giornata sono stati Mattia Federico De Guio (1h32’44”) e Stefania Canale (1h59’21”). Sul podio con De Guio sono saliti anche Ante Zikovic (1h37’37”) e Alex Perolini (1h37’42”) Al femminile a conquistare la seconda piazza è stata Marcella Pont (2h01’47”), mentre terza è giunta Helena Gleda (2h09’55”).


Yak sul Monte Rosa

Gennaio 2019, ore 7.30, termometro ben sotto allo zero. Anche questa volta ho peccato di troppa fiducia verso la capacità della riserva, così mi ritrovo ad avvicinare sconosciuti a Piedimulera per chiedere dove posso trovare un benzinaio aperto. I pochi con cui sono riuscito a comunicare abbassando il finestrino si sono dimostrati tutti molto disponibili e concordi nell’indicarmi la stessa direzione: «dopo il ponte, a destra, sempre dritto!». Nessun giro di parole inutile, gente di montagna. Al benzinaio, dove arrivo evitando gli ultimi singhiozzi del motore, il cassiere si stupisce un po’ nel vedermi vestito da sci vista la siccità di questo inizio inverno e l’assoluta mancanza di materia prima sul landascape  circostante. Macugnaga?mi domanda diretto. Alla mia risposta affermativa, scuote il capo in senso di approvazione e in modo molto consapevole: la cosa mi rincuora. Un po’ di neve ci sarà se il benzinaio che sembra saperne non si è troppo stupito.

Rimonto sul mezzo. In realtà sono solo io a riferirmi al mio furgoncino con il termine mezzo. Dopotutto non è una macchina normale, ma una in cui riesci a dormirci dentro agile, che supera sterrati e fa a sportellate con i guard rail per risvegliarti quando magari decidi di assopirti un secondo alla guida. È un mezzo, innegabile! Da Piedimulera la strada inizia salire decisa, tortuosa. Ed è dopo un non ben precisato numero di svolte che appare Lei, la parete Est del Monte Rosa! Enorme, occupa tutto l’orizzonte e la visuale concessa dagli scoscesi pendii ai lati della strada. L’ultima volta che sono stato da queste parti, la strada l’ho percorsa in senso contrario, a bordo di un bus di linea dove occupavamo le ultime sedute ed avevamo un certo agio di posti liberi intorno, probabilmente garantito da quell’odore di libertà che le lunghe giornate in montagna ti appiccicano addosso. Su quella parete ci eravamo appena stati con gli sci, canalone Marinelli in boucle da Gressoney. Era la primavera di qualche anno fa. Vederla così, risalendo la valle, è stato diverso. Una sensazione grandi paesaggi che ti aspetteresti di trovare magari alla vista di vallate d’oltreoceano e invece ecco che appena sopra Piedimulera… sbam! La Est, nel sole!

Cercando un po’ in giro, credo di essermi ritrovato nella descrizione che il grande scrittore e regista italiano Mario Soldati aveva dato di questa parete: «Immane, alto fino a metà del cielo, ecco il massiccio del Rosa, con i suoi bianchissimi ghiacciai e le sue pareti di roccia nera. Non diverso è lo spettacolo dell’Himalaya. Lo guardiamo tra le lacrime. Che cosa c’è di più bello su questa terra? Il monte Rosa visto da Macugnaga è eroico».

Eroico è il termine perfetto per descriverla: tre chilometri di larghezza, duemilacinquecento metri di altezza. Ghiacciai, seracchi che ne movimentano la continuità, a sinistra il profilo sinuoso della cresta Signal, a destra, meno vistosa, la Santa Caterina. Pochi scorci alle nostre latitudini sono paragonabili a quello che il Monte Rosa offre sul suo versante Est. Il Bianco da Courmayeur forse. Però la Est del Rosa ha qualcosa di diverso. Una bastionata che sa di classico, più in disparte rispetto alla cima principale delle Alpi. Meno ostentata nella sua grandiosità, eppure imponente. Più old school: una muraglia mitica dove occorre avere un gran fiato, una gran gamba, essere veloci per muoversi su terreni per lo più classici per migliaia di metri. Ai piedi di cotanta bellezza, in cima alla Valle Anzasca, Macugnaga: seicento anime che hanno deciso di vivere a 1.300 metri sotto la Est. Seicento anime di origini Walser che si tramandano miti e leggende spesso connessi alla grande montagna. Tra gli aneddoti più curiosi ricordo quello dei cosiddetti Gotwiarghini, in lingua walser buoni lavoratori. Sono baldanzosi gnomi alti circa due spanne. Quello che li rende speciali (oltre a essere gnomi, ben inteso) sono i piedi curiosamente palmati: non calzano scarpe, sono grandi camminatori, rapidissimi sui terreni scoscesi e i boschi della valle. Chi li ha incontrati giura che sul capo portino un inconfondibile cappello azzurro appuntito cosparso di campanelline, una per ogni anno d’età, e sono pure vecchissimi. A volte nei boschi capita di sentire uno strano tintinnio.

Agili, veloci, operosi, ingegnosi, trafficoni e molto ricchi, hanno da sempre aiutato le popolazioni degli alti pascoli, insegnando mestieri e ricompensando chi stava ai loro scherzi. Mentre alla guida mi perdo nel ricordare queste leggende, quasi non mi accorgo che arrivo in questo posto magico e un po’ fuori dal tempo di Macugnaga, rallento e lo supero. Poca gente in giro. Proseguo fin dove la strada termina, a Pecetto. alla partenza del piccolo impianto del Belvedere.

Ho appuntamento con Fabio. Sono qui per conoscere un vero local di questi posti. Uno che un po’ di questa leggenda e del carattere della sua terra se li porta a spasso per le montagne e con gli sci! Il Marinelli a 18 anni nel 1985, il Canalone della Solitudine 21 anni dopo, nel 2006. Fabio Iacchini arriva a tutto gas sul piazzale semideserto mentre sto fotografando le cime intorno illuminate da un sole ora più pallido. Non troppo alto di statura, capelli rasta, sguardo vispo, movenze agili, una stretta di mano e la voce che avevo sentito al telefono prende volto. Decidiamo che, visto che dobbiamo chiacchierare, tanto vale farlo nei suoi posti, una piccola salita con le pelli oltre il Belvedere verso la morena del Piccolo Fillar. Mi sono appena infilato uno scarpone che Yak è già pronto, eppure avrei giurato che un secondo prima era ancora in borghese. Primo tratto in funivia dove il sole lascia il posto a uno spesso velo che uniforma la luce e i profili del terreno. Si alza una bella arietta: caffè al bar e poi iniziamo a risalire una neve inox 18/10.

Chiacchieriamo, al grip delle pelli preferisco dopo poco quello dei coltelli mentre Fabio schizza su pattinando come un gatto. Presto lo recupero, ma il fiato per fargli delle domande è venuto decisamente meno. È rapidissimo: nella mia mente offuscata questa parola stamattina era già transitata, ma non riesco a connettere ora. Eppure… Il terreno spiana di nuovo, l’ipossia si allontana e torniamo a ciarlare: se gli spezzo il fiato con le parole magari mi salvo.

Yak, iniziamo come si facevano le interviste una volta, parlami un di te, della tua storia, sei un superlocal?

«Assolutamente di Macugnaga dal 1967! Arrivo da una famiglia di Guide alpine, da generazioni. Lo erano mio padre e i miei due nonni, uno dei quali aveva partecipato pure ai Giochi Olimpici negli anni ’20. Anche le donne della mia famiglia sono sempre state molto legate alla montagna: mia mamma e mia zia erano maestre di sci, così come innumerevoli cugini. Ho un fratello che fa altro nella vita, però anche lui ha partecipato per anni a gare di sci alpino. Insomma, in famiglia la montagna è sempre stata di casa: per il mestiere di mio papà ho sempre visto in giro moschettoni, corde, chiodi, scalette. Ho iniziato a fare sport sugli sci, poi sono arrivate le scarpette e la roccia e devo dire che quasi mi piaceva più scalare. In quegli anni uno vedeva Berhault ed Edlinger e provava a fare le stesse cose qui in valle, in Val Sesia o, appena avevamo una macchina, giù a Finale. Che stangate!».

Mi hai spiazzato. Pensavo che mi parlassi di sci, invece eccoci sulla roccia…

«Infatti sono diventato prima Guida (nel 1987) che Maestro di sci! Qui a Macugnaga con alcuni amici tra cui Bardes, Morandi e Meynet avevamo formato un bel gruppetto, abbiamo anche iniziato a chiodare le prime falesie. Nel 1987 c’è stata una gara di arrampicata qui a Macugnaga: vennero personaggi da rivista come Gallo, Ballerini, Mariacher, la Iovane e Raboutou. A noi si è aperto un mondo!».

 Allora è vero ciò che ho sentito dire, che in montagna ti piace fare tutto: alpinista a 360°?

«Sì, eccome! Non ho una preferenza: mi piace sciare, arrampicare, a volte anche in solitaria. Mi piace allenarmi, fare gare di sci, lo skyrunning (è stato quattordicesimo ai mondiali del 1998)e compiere concatenamenti in montagna. Ho iniziato cercando di imitare i grandi come Boivin e Profit: ero andato perfino a una sua serata ed era stato come vedere Cristiano Ronaldo per un adolescente di oggi! Quelli erano dei veri matti se si pensa a certi concatenamenti magari con decolli con il deltaplano dalle cime: altro che l’estremo di cui si parla adesso! Era pazzesco. E così ho iniziato a fare salite anche da solo: per quelle devi essere in bolla mentalmente. Come per lo sci estremo: devi farlo solo quando te lo senti, non sempre. Se non sei al cento per cento mentalmente, puoi fare un sacco di altre cose. Anche imparare a suonare uno strumento, perché no?».

Però non tenermi sulle spine, parlami di alcune di queste salite in velocità qui sopra Macugnaga, sono curioso!

«Partendo da Pecetto di corsa e leggero sono salito al Triangolo della Jazzi per la via delle Guide (600 m, VI max), ho proseguito per cresta fino in punta (2.400 m di dislivello dalla partenza) e sceso a Pecetto dopo aver recuperato gli scarponi, che avevo preventivamente lasciato in cima: 4 ore e 15 minuti. Oppure un’altra volta ho salito la via Buscaini al Piccolo Fillar con qualche tiro di 6a, proseguendo per la cresta di Santa Caterina, una delle vie classiche più belle del Rosa per isolamento e posizione. Giunto in cima alla Nordend, ho proseguito per cresta calcando la cima della Dufour, della Zumstein e poi fino alla Capanna Margherita. Da lì sono rientrato a Macugnaga con un volo in parapendio biposto con il mio amico Ale Bardes. Forse è stato il primo decollo dal Rosa. Il tutto in poco più di otto ore».

 E poi c’è sempre stato lo sci…

«Come ti dicevo è sempre stato di famiglia anche lo sci. Prima c’era lo spigolino, le gare. Poi lo skialp. Ho fatto anche la raspa, tutto ti aiuta ad aumentare il tuo bagaglio. Se ci pensi, le prime volte che vedevi gli svedesiqui sul Rosa scendere pendii in polvere con curvoni ad ampio raggio con quegli sci larghi, spesso pensavi ma butti via la discesa! Poi invece, se provi, capisci quanto è bello mollare gli sci nell’ovatta. Cresci ed evolvi solo se ti guardi in giro! Come per l’arrampicata, anche nello sci. Gente come Saudan o De Benedetti hanno spinto la disciplina proprio perché qualcuno li vedeva e allora decideva di imitarli. Di provarci. Sono fondamentali queste persone che ti stimolano e ci tengo a dire che per me è stato così anche nella famiglia delle Guide alpine».

È vero, l’innovazione di una disciplina passa attraverso quei personaggi che sanno ispirare le nuove generazioni. Ultimamente ritengo che lo sci in montagna aperta stia facendo dei bei passi in avanti. Ad esempio quest’anno è stato l’anno dello sci a 8.000 metri (k2, Lhotse, Cho Oyu). So che hai fatto molte spedizioni: secondo te cosa ci riserverà il futuro. L’estremo passa dalla quota?

«Secondo me sì, almeno per una parte dell’elite. Si cercherà di spostare il terreno di gioco. Cavolo, un 8.000 con gli sci a chi non piacerebbe? Sullo Shisha Pangma siamo arrivati in vetta, ma abbiamo sciato da 7.300 metri. Sul Laila nel 1995 invece abbiamo fatto la prima salita di una via che culminava con il filo della pinna e quest’anno ho visto che è stata scesa per la prima volta. Altri invece cercheranno di portare in montagna aperta uno stile di sci a grande velocità come il FWT. Vedi Jérémie Heitz!».

 A proposito di Himalaya, qui c’è il Monte Rosa…

«Per la gente di qui è fondamentale questa montagna, anzi spesso è quasi ingombrante, ci limita un po’. È una montagna di fatica, non è il Bianco, è meno tecnica ma ha dislivello, gran misto, la Santa Caterina, la Brioschi, vie dove al giorno d’oggi devi essere veloce, uscirne in sei o sette ore. Con la mentalità di adesso questo versante del Rosa sa offrire molto anche per lo sci».

Le discese estreme sul Rosa, tu hai iniziato presto: a 18 anni il Marinelli. Raccontami di quel giorno. Che cosa rappresenta il Marinelli per gli sciatori liberi?

«1985. Altri anni, altre stagioni. Non so spiegarmelo: se uno guarda i grafici delle precipitazioni globali di un anno, sembra che cada sempre la stessa acqua ma lo fa in modo diverso ora, e in maniera meno regolare. A giugno avevo appena chiuso la discesa integrale del Canalone Tuckett riprendendo quella di Claudio Schranz del 1980. Mi sentivo pronto e avevo potuto risalire il Canalone a luglio. Ero con mio fratello e il nostro amico Vittoni. Saudan aveva tracciato la via nel ’69. Era difronte a me e volevo farlo. Ci pensavo sempre. Così sono andato. Ho iniziato la discesa da quel colletto a destra del Colle del Papa guardando la parete. Il Marinelli è il massimo per lo sci: si scia davvero lì dentro».

Un sacco di possibilità, dal freeride allo sci estremo. Sei una Guida esperta, consigliaci un itinerario di freeride, una gita classica con le pelli, un itinerario più impegnativo su questo lato del Monte Rosa.

«Il Monte Moro i giorni post nevicata offre bei pendii, ma bisogna sapere cogliere l’attimo e le giuste condizioni vista la sua esposizione. Con le pelli non posso che consigliare la Grober o il Pizzo Bianco per la primavera: due itinerari di respiro, di vero scialpinismo. Ambiente e dislivello. Alzando l’asticella delle difficoltà, assolutamente il Marinelli. Consiglio però di approcciarlo preparati, magari iniziando a farsi la gamba con salita e discesa del Canalone Tyndall: 2.000 e più metri mettono in bolla».

Un po’ di storia dello sci nel Monterosa, quali sono state secondo te le tappe più importanti sul versante di Macugnaga?

In sintesi: Saudan e il Marinelli, la linea di Schranz, proprio sulla Est dello Jägerhorn, la via dei Francesi di De Benedetti e la mia discesa della Solitudine».

A proposito della Francesi: che mi dici di quelle voci che narrano di un leggendario concatenamento dello svizzero Dominique Neuenschwander, la Francesi e poi il lenzuolo sospeso della Brioschi?

«Guarda non so dirti. In quegli anni la tenevo d’occhio anche io ma non mi è mai sembrato che ci fossero le giuste condizioni. È pazzesco, ma se lo si dice, deve averlo fatto. E forse la Francesi l’ha anche ripetuta il fortissimo Battistino Bonali della Val Camonica. Comunque la via dei Francesi rimane ancora un muro psicologico».

Sempre parlando di storia dello sci, ci sono i mostri sacri come Stefano De Benedetti, ma la storia passa anche attraverso un sacco di sciatori che hanno spinto questa disciplina in avanti. Sei certamente uno di questi a nostro modo di vedere: raccontaci la discesa in cui hai sentito che hai fatto un passo in avanti.

«Certamente è come hai detto. L’evoluzione passa da lì. Sul Rosa ci sono gli Enzio, Michele e Giuseppe, poi Gobbi, Gabbio, Schranz e altri. Ognuno nel suo periodo e alla sua maniera. Per quanto mi riguarda credo che la discesa più significativa sia stata il Canalone della Solitudine. Si chiama così perché l’aveva salito da solo Ettore Zapparoli, l’alpinista poeta, poi scomparso, sempre sulla Est del Rosa. Li a fianco infatti c’è la Cresta del Poeta, altro itinerario ormai poco ripreso. Nel gennaio del 1993 avevo fatto la prima salita invernale e capito che come terreno si sarebbe prestato allo sci. In quell’anno avevo sciato due o tre volte il Marinelli e mi sentivo pronto. Mi sono fatto portare dall’elicottero a 3.900 metri di quota e poi ho proseguito a piedi fin quasi a 4.300, sotto al seracco, per capire come erano le condizioni del pendio. Alle 9 sono sceso su neve perfetta, fredda sulle parti più ripide. In basso ho messo un mancorrente in una strettoia con neve più marcia, ma a posteriori lo avrei potuto evitare. È stato il momento giustoper me: non avevo neanche paura».

Mi sembra di capire che ritieni che la velocità sia sempre più importante, qual è lo stile che preferisci? E il terreno?

«È vero. Però non ho un terreno preferito. Mi piace tutto in montagna. Salire, scendere, preferisco i versanti aperti (così come le falesie non dietro alle piante), i canali e anche le gobbe. Mi piace perfino sciare con gli stretti da tutina».

Il tuo pendio perfetto, anche se forse conosco già la risposta?

«Il Marinelli, specie dalla Silbersattel, fai tante di quelle curve!».

Una linea che vorresti ancora sciare sul Rosa?

«Preferirei non… Però mi piacerebbe ripetere il Gervasutti al Tacul: è perfetto».

Per lo sci che cerchi, quali sono i tuoi materiali preferiti.

«Ho sempre sciato con tutto. Inizialmente su terreno ripido preferivo attacchi più strutturati rispetto ai pin, ma era solo questione di mentalità. Per gli sci da qualche stagione uso dei Black Crows Orb Freebird, le ultime versioni le trovo nettamente migliorate e più equilibrate. Istintive e con un buon controllo anche su nevi dure. Lo uso come sci unico».

Un viaggio che vorresti fare?

«Sono innamorato dell’Himalaya e del Pakistan. Sono stato anche sull’Ama Dablam, abbiamo tentato una via nuova sull’inviolata Ovest del Makalu, poi sono stato sullo Shisha Pangma e sul Broad Peak. Mi piace la quota. Cavolo, un 8.000 sugli sci se mi piacerebbe!».

Negli occhi di Yak si accende una fiamma. Proprio in questo istante siamo tornati dalla nostra pellata e ci fermiamo davanti al Rifugio Ghiacciai del Rosa da Mirko e Stefania. Non mi sono slacciato il casco che Yak è sgattaiolato dentro per un toast piccante. Giuro di aver sentito uno strano tintinnio quando si è tolto il suo cappello azzurro…

QUESTO ARTICOLO È USCITO SU SKIALPER 122, INFO QUI

© Paolo Sartori

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Mountopia, ecco i vincitori

Obiettivo: percorrere in due giorni i 110 chilometri e 6.500 metri di dislivello della  Grossglockner Ultra-Trail (GGUT) affiancati da Klaus Gösweiner, vincitore della gara nel 2015 e nel 2017. Un obiettivo ma anche un premio riservato ai vincitori del concorso Mountopia Grossglockner Ultra-Trail che Dynafit ha proposto a tutti gli appassionati di corsa in montagna. Al termine di una selezione impegnativa che ha visto 20 finalisti, sono stati scelti l’americana Kendra Joseph, la norvegese Linda Hildenes, lo spagnolo Pedro Alonso Tejero e l’italiano Giorgio Bezzi. Dynafit, in collaborazione con i partner GORE® e PrimaLoft® fornirà ai vincitori l’equipaggiamento necessario, dalla testa ai piedi, per affrontare con successo questo progetto. Il concorso internazionale Mountopia GGUT, presentato lo scorso 14 maggio, ha visto la candidatura di ben 270 atleti di 25 nazioni diverse. Tutti gli aspiranti vincitori sono stati valutati da una giuria tecnica composta da atleti ed esperti di sport in montagna, e dopo una prima scrematura, sono stati individuati 20 finalisti, equamente divisi tra 10 uomini e 10 donne. Successivamente il gruppo ha preso parte a una tracking battle sul sito web di Dynafit nella quale ognuno poteva dimostrare le proprie qualità e di avere la stoffa per affrontare una due giorni di ultra trail particolarmente impegnativa.

UNA SELEZIONE IMPEGNATIVA

Una sfida virtuale ma entusiasmante, durata tre settimane, durante le quali i 20 finalisti hanno lottato con tutte le proprie forze per realizzare il grande sogno e che li ha visti percorrere un totale di 364.120 metri di dislivello e 7.731 chilometri (una media di 18,5 km e 867 m di dislivello quotidiano a testa). Ad avere la meglio sono stati, per gli uomini, l’italiano Giorgio Bezzi e lo spagnolo Pedro Alonso Tejero e, tra le donne, l’americana Kendra Joseph e la norvegese Linda Hildenes. I quattro hanno fatto breccia nelle scelte della giuria grazie al loro impegno e al loro entusiasmo. «Mountopia è ciò che mi spinge ad alzarmi la mattina presto e uscire, e quando le gambe non ne possono più, la mia Mountopia mi sprona: ‘Dai, ancora qualche metro di dislivello’ – spiega lo spagnolo Pedro Alonso Tejero – e quando la forza mentale mi sta per abbandonare, Mountopia mi mostra la strada e tiene viva la motivazione per continuare a correre. Mountopia è un sogno. Un sogno utopistico, che ora per me è diventato realtà».

NEL CUORE DELL’AUSTRIA

Il percorso, con partenza e arrivo a Kaprun, nella regione di Pinzgau, segue in gran parte il giro Glocknerrunde, il periplo del Grossglockner, la montagna più alta dell'Austria con i suoi 3.798 metri. Un itinerario, immerso nel Parco Nazionale degli Alti Tauri, tecnicamente impegnativo e che richiede una grande resistenza fisica e mentale.

Per maggiori informazioni: www.mountopia.com


Pila capitale europea della mountain bike dal 26 al 28 luglio

Pila, località che d’estate si trasforma in paradiso della mountain bike, torna ad essere teatro di grandi manifestazioni agonistiche di respiro internazionale: la sua anima downhill verrà celebrata nei prossimi giorni con la quarta tappa del circuito IXS European Downhill Cup, che torna a Pila dopo cinque anni, mentre ad agosto il nuovo circuito XCO sarà sede del Campionato Europeo Giovanile UEC, quest’anno in categoria 13/16 anni.

L'iXS European Downhill Cup, istituito nel 2008, è diventato il circuito più importante dopo la Coppa del Mondo. Pila avrà l'onore di ospitare la quarta di sei tappe sul collaudato percorso già tracciato della Coppa del Mondo nel 2005, a partire da quest’estate intitolata a Corrado Herin, recentemente scomparso. Questa gara di Coppa Europa è già stata ospitata da Pila per cinque edizioni consecutive, dal 2010 al 2014, rendendo il bike park Pila Bikeland talmente apprezzato a livello europeo da essere tutt’ora meta per tanti agonisti e appassionati di downhill provenienti da diverse nazioni europee. Alla quarta tappa dell’iXS European Downhill Cup 2019 sono attesi circa 400 atleti provenienti da 25 nazioni diverse, che porteranno con sé i propri team di tecnici meccanici e accompagnatori, per un totale di presenze che supererà le 1.500 persone durante i giorni della manifestazione.

 PROGRAMMA DELL’EVENTO

Venerdì 26 luglio

dalle 08.30                       Apertura Ufficio Gare

09h00 – 18h00                Accredito Atleti (pausa pranzo 1-2 pm)

10h00-12h00                   Ricognizione percorso a piedi

12h00-18h00                   Allenamento atleti

 

Sabato 27 luglio 

dalle 08.30                       Apertura Ufficio Gare

09h00-12h00                   Allenamento obbligatorio

12h00-13h00                   Allenamento non stop

13h00-14h00                   Allenamento Top 80 uomini-Top 10 Donne, Top 5 Masters and Top 5 U19 solo maschi

14h00-14h30                   Pista chiusa

Dalle 14.30                      Qualificazioni

 

Domenica 28 luglio

dalle 08.30                       Apertura Ufficio Gare

08h00-10h00                   Allenamento ufficiale

10h00-11h00                   Allenamento non stop

11h00-12h00                   Allenamento Top 80 uomini-Top 10 Donne, Top 5 Masters and Top 5 U19 solo maschi

12h00-12h30                   Pista chiusa

Dalle 12.30                      Finali Masters/U17/U19/Elite Uomini/Elite Donne

A seguire                          Super Finale Top 30 Elite Man

20 min.                             Dopo la gara cerimonia di premiazione

 


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