Dobratsch, la montagna di tutti
Quello che in Italia molto spesso non si ha il coraggio di fare, di solito viene fatto all’estero. Sembra una banalità, ma non lo è. E questa volta non bisogna andare troppo lontano. Basta arrivare in Friuli, raggiungere Tarvisio, passare il confine e fermarsi in Carinzia. A pochi chilometri da Villach c’è un monte, il Dobratsch. Fino al 2001 skilift e seggiovie portavano sciatori e vacanzieri in quota e il Monte Dobratsch era una delle tante stazioni sciistiche alpine, «poi le istituzioni locali hanno capito che non era più conveniente mantenere in piedi gli impianti di risalita. I costi di gestione erano troppo alti e i passaggi annuali erano crollati dal milione del 1991/1992 ai 100.000 del 2000/2001» racconta Alex Kleinegger, 33 anni, project manager del NaturPark Dobratsch.

Sì, avete capito bene, parco naturale. In quattro e quattr’otto gli impianti sono stati smontati, venduti a una compagnia russa, che tra l’altro li sta ancora utilizzando in una qualche sperduta località degli Urali, e il Dobratsch è diventato il primo parco naturale della Carinzia. Una decisione dovuta in primis alla sostenibilità economica, ma non solo. «Dal Dobratsch proviene l’acqua potabile che utilizza tutta l’area circostante, compresa Villach - continua Alex - Per mantenere delle piste di qualità e un innevamento costante si era arrivati al punto di dover creare un bacino idrico per la neve programmata, ma si è deciso di non mettere a rischio una risorsa come l’acqua». Ora questo monte, sotto la cui cima, a 2.150 metri, si trova la chiesa più alta d’Europa, è diventato una meta turistica ancora più famosa di quando gli impianti di risalita erano in funzione. Non ci sono più i pistaioli ma sono decine, in un giorno infrasettimanale qualsiasi, gli scialpinisti che salgono i quasi 1.200 metri di dislivello che separano il parcheggio di Heiligengeist dalla Gipfelhaus, il nuovissimo rifugio sulla cima del Dobratsch. Anche qui l’inverno non è stato generoso, di neve per essere fine febbraio ce n’è poca, e la salita, per lo più lungo quelle che una volta erano le vecchie piste, a questo giro è spesso su ghiaccio vivo. Ma Theresa, una scialpinista locale e maestra di sci, salendo al rifugio Rosstratten a quota 1.773 metri, mi assicura che quando c’è polvere il Dobratsch è un piccolo paradiso, anche per la quasi totale assenza di rischio valanghe data la sua conformazione. Non posso che fidarmi, mangiandomi le mani a sentire le pelli che non tengono. I coltelli? Ovviamente in macchina al caldo nel parcheggio.
Scialpinisti, ma non solo. Il Dobratsch con la chiusura degli impianti è diventato, a detta di Alex, la montagna di tutti. Una strada, a pagamento, arriva di fronte al Rosstratten, e dalle macchine scendono fondisti (c’è una pista di fondo), ciaspolatori, semplici escursionisti e famiglie intere disposte a farsi quasi 500 metri di dislivello trainando una slitta per poter poi scendere dalla cima, o quasi. In Piemonte si direbbe, forse con un po’ di puzza sotto il naso, una situazione un po’ da merenderos, e forse lo è. Ma è indubbio che decidere di eliminare degli impianti sciistici, che sia per motivi di sostenibilità economica o di sostenibilità ambientale, o entrambi come in questo caso, per lasciare spazio a un turismo più slow, più variegato, e forse anche più popolare, è stata una scommessa vincente. Una scommessa vincente che, come spesso succede, ha anche dei risvolti, seppur in minima parte, negativi: il continuo aumento dei visitatori ha portato a un incremento della sporcizia, di cartacce e rifiuti lasciati lungo i sentieri e sulla neve, e le migliaia di macchine che ogni anno salgono fino a 1.700 metri, per Alex «dovrebbero essere di meno, ma il gestore della strada è un privato e non ha interesse a ridurre il numero delle auto che pagano 15 euro di ticket». Problemi che a guardare tanti comprensori italiani e la loro ostinazione ad andare avanti con un modello di business che non funziona più fanno, sinceramente, un po’ sorridere.
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Aprono oggi le iscrizioni al Dirksen Derby
Il Dirksen Derby, uno degli eventi più iconici del mondo dello snowboard, è pronto a debuttare in Europa il prossimo 21 e 22 marzo 2020 ad Axamer Lizum, in Austria. Per la prima volta quest’inverno lo storico banked slalom sarà sostituito da un nuovo format di gara per splitboard. Le iscrizioni sono ufficialmente aperte online. Lanciato nel 2007 sul Monte Bachelor, in Oregon, il Dirksen Derby riunisce ogni anno snowboarder, artisti, musicisti e filmmaker. Nel corso delle edizioni ha raccolto oltre 250.000 dollari per sostenere individui e associazioni, comprese le ONG ambientaliste, attraverso 1% For The Planet. Il fondatore del Derby, l’ambassador snow Patagonia Josh Dirksen, ha ideato l’evento partendo da una singola gara con 58 partecipanti, fino a farlo diventare quello che è oggi: un appuntamento imperdibile per la community dello snowboard, che combina competizioni, musica, arte, ambientalismo e vibrazioni positive. Per la prima edizione europea la nuova gara per splitboard prevede due run di salita e discesa: una in programma sabato 21 marzo e una domenica 22 marzo, i cui tempi saranno sommati per stabilire la classifica finale. La competizione sarà aperta a splitboarder di ogni età e livello, suddivisi nelle categorie maschile e femminile. Inoltre, Dirksen Derby sarà una delle tappe del tour Worn Wear, che offrirà riparazioni gratuite di capi di abbigliamento tecnico da neve, con l’obiettivo di farli durare più a lungo nel tempo, riducendo così il loro impatto ambientale.
Hélias Milleroux: «mi piace stare in montagna»
Eppure sono abbastanza allenato! È la frase che mi rimbomba in testa. Accompagna il ritmo delle pulsazioni. Bam! Bam! Bam! Eppure sono abbastanza allenato. Eppure sono abbastanza allenato. Eppure sono abbast…
In anni di montagna ho imparato a riconoscere alcuni segnali che il mio corpo inequivocabilmente mi invia in certe situazioni. Quando sento quel suono sordo di quando il cuore mi pulsa in testa è perché sto tirando. Il cervello dice alle gambe di andare a tutta, i muscoli e i polmoni sono leggermente meno d’accordo. In altre parole mi stanno tirando il collo! Non mi piace la cosa, non concepisco le gare in montagna, ma non mi piace la posizione di chi le sta prendendo: testa bassa e pedalare.
La risalita del Col des Flambeaux, seppur con i suoi soli 200 metri, spesso occupa, per chi si è cimentato con un qualche itinerario del versante italiano del Monte Bianco, un posto d’onore nel girone delle sofferenze alpinistiche. La giornata in fondo è finita, la modiva cala: mi son sempre detto che uno soffre in quella risalita per una pura questione psicologica, ci si sente già in funivia. Eppure oggi è diverso, siamo solo andati a fare un giro per scattare un po’ di foto, niente sbatta, relax, eppure la corda è bella tesa, anche più di come urlano le diverse Guide presenti sul percorso ai loro clienti barcollanti. Manco sudo per il freddo e sono al gancio. Una decina di metri dietro di me Federico parla poco, non penso sia concentrato per qualche foto: al gancio anche lui. Con i guanti non riesco neanche a prendere il cellulare in tasca: cardiologia non è nei preferiti e mi costerebbe una fermata che non mi posso permettere. La fatica sta cedendo il posto allo stordimento, sta per iniziare un personale Goa party, i contorni delle montagne intorno stanno diventando curvi e colorati, alcune spirali si diffondono bizzarre probabilmente dalle giacche fluo di altri alpinisti, un mix tra un film di Tim Burton e un rave. A un certo punto il flow cambia, tutto sta andando più piano, i colori tornano a essere quelli ordinari: la corda è meno tesa. Confuso alzo la testa, guardo avanti e lo vedo, Hélias, un braccio quasi fuori uso per una caduta in un crepaccio con un cliente la settimana prima; mi sorride e mi chiede: Do you have a cigarette, please?.
Forse sono ancora nel film di Tim, o forse è semplicemente così andare in montagna dietro a un Piolet d’Or. Insieme a Frédéric Degoulet e Benjamin Guigonnet, Hélias Millerioux è stato infatti insignito della più prestigiosa onorificenza del mondo alpinistico nel 2018 in seguito alla loro nuova linea sulla parete Sud del Nuptse: 2.200 metri di ghiaccio e roccia, terreno tecnico a oltre 7.000 metri. Se si sbircia tra i criteri di selezione per le salite che ambiscono al Piolet d’Or come seconda voce si trova: spirit of exploration. Spirito di esplorazione. Non siamo stupiti.
Abbiamo pensato di incontrare Hélias proprio perché è uno dei pochi alpinisti a tutto tondo sulla piazza a incarnare in toto la ricerca di avventura nel senso più romantico del termine. Trentadue anni, parigino, Guida alpina, che sia legato su una parete di misto o con gli sci, ha un modo preciso di vivere il mondo della montagna, all’inseguimento di esperienze il cui esito è incerto o inaspettato, ma proprio per questo pieno di fascino. Un avventuriero. Il classico tipo che se ti dice esco a prendere un pacchetto di sigarette, probabilmente ha già lo zaino pronto in macchina!

Ciao Hélias! Come nelle altre nostre interviste, partiamo dal principio, raccontaci chi sei, da dove arriva la tua famiglia…
«Guarda, famiglia normalissima, parigina. Con loro ho sempre fatto escursioni. Ho una sorella e un fratello che non posso certo definire grandi appassionati di montagna. Quando ho scoperto la montagna, ho poi passato la maggior parte della mia giovinezza a Fontainebleau, proprio come nella classica tradizione della scuola parigina, a partire da Pierre Allain e il Groupe de Bleau per intenderci».
Dove nasce la tua passione per la montagna? O forse è meglio dire per l’avventura? Spiando le tue imprese e le foto dei viaggi pare proprio che tu sia attratto dall’esplorare, dallo stare in montagna?
«Una volta scoperta la montagna da ragazzino, ho iniziato a desiderare di fare la Guida, perché lo vedevo come il modo per potere starci il più tempo possibile. Oggi ci trascorro più di 200 giorni l’anno, di cui almeno 70 per lavoro. Se penso a cosa mi ha portato a scalare, penso che sia legato a quando con mio padre - avrò avuto 11 anni - camminavo in montagna o su qualche ghiacciaio, ma senza raggiungere delle vere cime. Ritengo che sia stato quel senso di frustrazione legato alla volontà disattesa di raggiungere una cima durante quelle escursioni. Volevo essere sul punto più alto, guardare sull’altro versante. A 16 anni ho poi iniziato a frequentare dei camp estivi organizzati dalle federazioni alpinistiche francesi per i giovani. Da lì poi è partito tutto».
Hai un curriculum spaventoso: alpinismo, sci, ghiaccio, falesia e difficoltà, c’è una preferenza?
«Sinceramente no. Mi piace tutto, variare, è lo stare in montagna stesso che mi piace, non mi importa facendo cosa. A dire il vero mi sono avvicinato allo sci in montagna solo quando ho intrapreso il percorso per diventare Guida alpina: gli assi mi permettevano di essere veloce in inverno e primavera. Potevo utilizzarli per compiere quelle salite che a volte avevo tralasciato perché poco tecniche. Il terreno classico per intenderci. E poi a volte quei lenzuoli di neve si possono pure scendere!».
Con gli sci hai compiuto discese di tutto rispetto – il Nant Blanc all’Aiguille Verte per esempio – cosa ti piace di quel tipo di discese?
«Quando ho iniziato con lo sci su quel tipo di terreno ripido e tecnico ero un follower: non avevo esperienza, seguivo gente più esperta e abituata a quelle discese. Così ho imparato. Ci tengo a dire che non amo la definizione steep ski, mi piace parlare di sci di montagna, nel quale si possono incontrare terreni più o meno difficili. Per me non è un problema se durante una discesa devo mettere via gli sci e scendere con mezzi alpinistici, come per il Nant Blanc ad esempio. Non lo nascondo, vivo sempre un’esperienza e valuto i miei limiti».
Lo sci anche per spostarsi in alta quota: il viaggio in Pakistan di cui parla il movie Zabardast, il tentativo al Nanga Parbat. Pensi che sia il futuro, visto anche l’incremento di exploit degli ultimi due anni, dal K2 al Lothse e al Nanga Parbat?
«Penso che sugli ottomila lo sci sia un mezzo quasi ideale, specie per accorciare i tempi di discesa. Se farò altri ottomila, come al Nanga Parbat (nel 2016, dal versante Diamir in sci da 7.800 metri, ma in cima a piedi in un secondo attacco alla vetta) penso che me li porterò. Sono i mezzi giusti per muoversi sulla neve su terreno non troppo tecnico. A 4.500 o a 7.500 sciare è uguale da un punto di vista tecnico, ma ci si deve fermare molte più volte per respirare. Scendi più lento, ma io mi ritrovo con il mio stile che non è quello dei grandi curvoni supersonici. Penso che una sfida realistica per la prossima generazione di sciatori siano i 14 ottomila con gli sci!».
Sei un alpinista e sciatore completo? C’è stata una volta che avresti voluto avere gli sci o magari viceversa?
«Sì, sul Gasherbrum II per la discesa mi avrebbero fatto davvero comodo. Non uso materiale ultra leggero, ma avrei pagato volentieri il prezzo del peso in salita».
A proposito di sci, il Mount Logan di quest’anno?
«Dopo il Nuptse ero davvero stanco. È stato un progetto che mi ha impegnato per anni. Nel 2017 ho anche assistito al tragico incidente di un membro del team Scott per una caduta di pietre nel Couloir Angelique. È stato un anno duro. Avevo fatto un sacco di cose. Mi sentivo contento ma non felice, e c’è una bella differenza! L’idea del Mount Logan, 5.959 metri, in Yukon, mi frullava in testa fin da prima: volevo un’avventura. È la montagna più alta del Canada, la seconda in Nord America dopo il Denali, ed è molto vicina al confine con l’Alaska. Nel corso di un’altra spedizione avevo visto quel fiume di ghiaccio: volevo risalirlo, scalare, sciare. Qualcosa di divertente e allo stesso tempo avventuroso. Per il Logan avevamo una mappa, un punto di inizio e uno di fine: il resto spettava a noi! Alla partenza eravamo io, Thomas Delfino, Alexandre Marchesseau e Grégory Douillard, una guida fluviale, visto che volevano tornare scendendo il fiume sul lato opposto della montagna fino al mare e su una canoa fino ad allora avevo passato solo un pomeriggio in vita mia. Abbiamo deciso di partire dal Malaspina Glacier dopo essere atterrati a Yukutat. Piccolo aneddoto: il secondo giorno uno sciamano locale è venuto per scacciare gli spiriti cattivi che aleggiavano su di noi: pare che il giorno prima ci fosse stata una curiosa coincidenza tra il canto di un uccello e l’abbaiare di un cane, segno di grande sventura, o almeno qualcosa del genere. È un ghiacciaio enorme, guarda questo punto sulla cartina, sembra stretto: beh, saranno dieci chilometri!».
Altri spazi!
«Assolutamente, siamo partiti con una slitta e zaini da 35 chili per ciascuno con l’idea di stare fuori più di un mese e mezzo. Avevamo programmato otto giorni fino al campo base, ma ne abbiamo impiegati il doppio. Siamo arrivati in un punto dove il ghiacciaio, largo quasi 15 chilometri, era insuperabile, un dedalo di crepacci che con le nostre slitte trainate a sci ci avrebbe richiesto troppo tempo e altrettanti rischi. Siamo riusciti a superarlo risalendo delle montagne sui suoi fianchi: sulla mappa erano definite hill, colline. Ma ci sono voluti due giorni».
Poi siete arrivati al campo base, quanto vi siete fermati e che via avete scelto per la cima?
«Ci siamo riposati un giorno, per noi i veri giorni di riposo dovevano essere quelli con tempo bello. Con il brutto, la neve e la pioggia, in alta quota non ti riposi davvero, devi sempre fare qualcosa: spalare, evitare che entri acqua, sei teso e il clima uggioso porta a pensare e alla fine non ci si riposa. Con il sole invece ci si rilassa davvero e così abbiamo fatto. Abbiamo deciso di salire e provare a sciare la Cresta Est del Mount Logan: ci abbiamo impiegato dieci giorni ed essere lenti ma continuare a salire anche con tempo non ottimale è stata una delle chiavi del successo. L’altra è stata la decisione di costruire sempre delle grotte nella neve per i bivacchi. In cave fa più caldo, non c’è il pericolo che il vento te la rovini e sei protetto dai pericoli: è stato vincente e, una volta rodati, ci impiegavamo solo un paio d’ore a costruirla con delle buone pale in alluminio! Una volta in cima, siamo scesi per l’itinerario di salita. Una cresta prima immensa e poi un filo che s’insinua in una parete di seracchi. L’ho percorsa tutta in sci a eccezione di due sezioni troppo affilate, per un totale di trecento metri lineari. Abbiamo spezzato la discesa su due giorni. Incredibile sciare nello stretto tecnico su una montagna tanto enorme!».
Poi c’è stata la discesa del fiume sul lato opposto, fino di nuovo all’oceano…
«Esatto, ma prima di raggiungere il fiume abbiamo dovuto percorrere di nuovo con le pelli l’immenso ghiacciaio sul lato opposto del Mont Logan per giorni. A quel punto abbiamo depositato parte del materiale che non ci serviva più sull’aereo e abbiamo iniziato a navigare un fiume non impetuoso ma immenso, completamente immersi nella wilderness dell’Alaska e dello Yukon. Alla fine questa che temevamo si è rivelata la parte più facile».
Invece per la spedizione in Pakistan, nel Karakorum, di Zabardast eri la guida ingaggiata per accompagnare i membri o hai partecipato anche alla creazione del progetto?
«L’idea qui era di Thomas Delfino, un ragazzo splendido, sempre motivato per le avventure. L’ho conosciuto allora e poi mi ha accompagnato quest’anno al Logan. Sono stato ingaggiato dalla produzione del film come Guida, ma ho chiesto di venir aiutato da Yannik Graziani visto che la crew era di otto persone. Alla fine siamo diventati un gruppo, non c’erano più distinzioni e quello che mi piace del film è che ha raccontato questo spirito, così come si sono vissuti i diversi momenti della spedizione».
Ogni anno fai diverse spedizioni: quali sono le tre cose che non devono mancare nelle tue avventure?.
«Mi piace esplorare le montagne e per me una buona spedizione deve avere tre ingredienti: uno, buoni amici, perché per me è una vacanza;
due, deve essere un viaggio prima di tutto. E se hai fortuna e tutto è andato per il verso giusto, si riesce realizzare anche qualche obiettivo;
tre, l’estetica. Un aspetto non legato alla difficoltà, ma alla bellezza in sé della linea. Prima non nascondo di essermi concentrato solo sui numeri, ma mi sono accorto che si perde tutto il resto.
Le grosse montagne sono meravigliose, mi attraggono proprio perché richiedono più tempo, più energie».
Domanda semplice, ma sempre difficile per un alpinista: una montagna che vorresti scalare. E una che vorresti sciare.
«Certamente il K2, che è nei prossimi imminenti progetti, oppure anche il Masherbrum, ce ne sono molte in realtà che mi piacerebbe salire. Invece con gli sci vorrei ripercorrere una linea che ho salito alcuni anni fa: la parete Sud del Monte St. Elias, sempre al confine tra Yukon e Alaska. Quando si è giovani come me adesso, si ha più tempo, quindi meglio dedicarsi a grandi montagne. Per esempio, in Patagonia mi piacerebbe andare, ma… tra un po’ di anni».
Come organizzi le tue spedizioni, sei maniacale o lasci qualcosa al caso?
«Non lascio molto al caso, non ce lo si può permettere per questo genere di spedizioni. Penso di essere abbastanza maniacale. Spesso si commettono degli errori nella fase organizzativa che capisci poi sul campo. Ma sbagliando s’impara tanto. Basti pensare al cibo, o al materiale da impiegare. Poi durante la spedizione cerchi di gestire le diverse situazioni».
Proponi anche ai tuoi clienti questa visione di alpinismo?
«Mi è capitato, ma solo con quelli che conosco meglio e con cui ho un rapporto di estrema fiducia. Son sincero, non mi trovo molto a mio agio. In spedizione, specie ad alta quota, ci sono molti più rischi. Mi basta pensare al mio incidente della scorsa settimana quando sono caduto nel crepaccio alla base della normale per il Mont Blanc du Tacul con il cliente che è rimasto fuori. Un incidente banale di questo tipo potrebbe avere ben altre conseguenze su alcune montagne del mondo. Poi quando ci si ingaggia davvero devi pensare a te stesso e non è facile gestire i clienti».
E invece qui sulle Alpi ci sono posti dove trovi ancora l’avventura?
«È sempre più difficile, ma ad esempio un massiccio come quello degli Écrins ha ancora molto da offrire. Specie in inverno sono diverse le vie dure dove puoi rimanere solo per chilometri».
Last but not least: durante la tua carriera alpinistica ti sei mai ispirato a qualcuno?
«Mi sento di risponderti di no. Se scali con l’idea di un mentore davanti a te che ti guida nelle scelte, non lo stai facendo nel modo giusto. Perché non lo stai facendo davvero per te stesso. Ed è quello che conta, specie se vuoi vivere la tua personale avventura!».
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Alla ricerca del cristallo perfetto
«Non sono cattiva, è che mi disegnano così» dice Jessica, avvenente moglie di Roger Rabbit. Mi è capitato più volte, circumnavigando il mondo con gli sci, d'incontrare paesi e villaggi che vengono dipinti dagli organi d'informazione in maniera del tutto contraddittoria con la realtà. La fame di potere dell'uomo lo porta a fare guerre e creare tensioni in luoghi dove le popolazioni vorrebbero ritrovare il sorriso e venir dipinte in maniera più positiva.
Figuriamoci in Siberia, regione russa che va dai monti Urali alla Kamchakta, terra del freddo e dei Gulag, ma anche dei monaci della Buriazia, della Transiberiana e dei monti Altai. Già, i monti Altai… In un’intervista sul libro Uomini & Neve avevo letto che sui monti Altai in novembre si trova il cristallo perfetto. Chi si è lanciato in una simile dichiarazione è Taro Tamai, surfer e snowboarder giapponese che in una delle sue esplorazioni nevose ha colto l'opportunità di essere nel posto giusto al momento giusto.
Cartina in mano, uno dei posti della terra più lontani dal mare, dove nevica e fa freddo, è proprio la zona dei monti Altai. Taro parlava della Mongolia, nel mese di novembre, con il rischio di rimaner bloccato fino a primavera. Cristallo perfetto in novembre? Temperatura media -30 gradi, boschi, neve che si alza con un soffio? Non si può resistere bisogna andare! Proviamoci, ma dalla parte russa che ha strade in più, un minimo di organizzazione e qualche impianto di risalita per sgranchirsi le gambe dopo l'estate.

L'impatto con il clima all'uscita dall'aereo a Novokuznetsk è proprio un impatto! Pietrificati, montiamo su un pulmino guidato da un autoctono: il freddo è tale che lo sterzo quasi non gira. Arriviamo a Seregesh, gli impianti girano, ma le nostre gambe no. È talmente freddo che sembra di avere le gambe di vetro, mi sento disconnesso dagli sci e dalla neve, come se avessi la febbre, ma non sono io quello caldo, è fuori da me che fa freddo! Dopo la sgranchita e il primo contatto con il cristallo perfetto il viaggio continua nel cuore dei monti Altai e, per raggiungere il mitico villaggio di Luzhba, ci tocca un trasferimento a bordo della ferrovia suburbana. Il percorso dalla cittadina di Mezdurecensk è surreale: questa piccola linea ferroviaria collega una miniera di carbone alla cittadina da dove siamo partiti. I treni che la percorrono sono pesantissimi e il nostro convoglio trasporta gli operai che seguono la manutenzione continua che questa linea necessita, trasportando con loro enormi attrezzi ferrosi che non so come riescano a maneggiare con quelle temperature.
A guardare fuori dal finestrino sembra sembra un posto normale, ci sono bambini che salgono e scendono, scuole, signore che vendono ciambelle alle stazioni un po' come in campagna su un treno di terza classe. Lo sbarco a Luzhba riporta alla realtà delle cose: fa talmente freddo che le ciglia si aggrovigliano tra loro. Cristiano corre inutilmente per scaldarsi, Pasti si mette la maschera da sci e perde la parola, Martino quasi perde un’unghia per scattare foto.Michele mi affianca con la barba che sembra un cono gelato al contrario e mi dice: «hei uomo!». Io mi guardo attorno, sono la Guida alla ricerca del cristallo perfetto, ma vorrei essere un bagnino con una piadina su un pedalò. Mi faccio coraggio, raggiungiamo la casetta, che per fortuna è calda, e sorseggiamo una buona zuppa che Alexey ci ha preparato. Siamo i primi ospiti della stagione, le montagne intorno a noi sono piccole, nessuna traccia. Però non usciamo… ci vuole una bella motivazione. Il sole si alza, ma cambia ben poco, il mercurio del termometro si è ritirato sotto il minimo.

Per non sentirsi ancora più impotenti patiamo a esplorare la zona. Dimitri e Grigory ci spiegano i segreti delle montagne, battere traccia è una libidine: la neve è talmente leggera che si sposta con lo sguardo. Sarò mica diventato il Mosè delle nevi? In discesa guardo Giacomo e il Furla, sembrano sottomarini mentre Martino scompare urlando. Ogni discesa viene ripetuta due o tre volte per linee diverse, alla fine fine sono sempre più di mille metri al giorno. A un certo punto del nostro soggiorno si presenta un fronte ‘caldo’: la temperatura sale fino ai -20 e nevica! Fiocca con questo freddo? Sì! E il cristallo perfetto diventa pure abbondante. Io mi sento un po' meno Mose' e batter traccia diventa un tantino più difficile. Mi scordo del colore dei miei sci e raggiungo il record negativo di due ore per 250 metri di dislivello, neanche in Himalaya! Ma la sensazione dì sciare dentro tutta quella neve, accarezzati in ogni poro dalla fata bianca è qualche cosa di indescrivibile, è come essere avvolti nella seta. Fare il bagno con tanta schiuma fa passare qualsiasi fatica e freddo.
Mentre scrivo queste righe l'inverno è quasi finito. È stato un inverno balordo questo sulle Alpi e in Dolomiti. Quelle sciate siberiane hanno sconvolto tutti i gradi di paragone con le altre. Qualche giorno fa ho incontrato in un bar a Mestia Grygori, eravamo entrambi a cercare cristalli in Svanezia, Georgia, ma ci siamo dati appuntamento per il prossimo autunno: chi viene?
Un viaggio sui Monti Altai richiede una buona dose di sopportazione del freddo. Non basta coprirsi bene, se siete freddolosi meglio evitare. Oltre ai vestiti ci vuole anche del grasso di foca da mettere sulla pelle. Il freddo è accentuato anche dal vento, sempre presente nell’area. Bisogna mettere in conto circa 11 giorni, con due di trasferimenti. Si vola su Mosca e Novokuznetsk. I pernottamenti sono in hotel o strutture simili, con un buon livello di calore e la cucina locale, con prevalenza di carne e pesce di fiume e qualche rara verdura. A Seregesh ci sono anche degli impianti di risalita e la località è famosa perché ospita il più grande raduno al mondo di bikini sugli sci.

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Avventure kirghize
Mi capita spesso di sorvolare il planisfero con l’occhio satellitare di Google. Durante queste perlustrazioni mi spingo avanti il più possibile, ma l‘immagine zoomata dall’occhio virtuale presto diventa sfocata. Oltre può proseguire solo l’immaginazione, addentrandosi tra le pieghe della terra, fantasticando su posti remoti e misteriosi. Lascio alla fantasia il compito di appagare la curiosità e ricercare tutti gli stimoli che la tecnologia non può raggiungere, stimoli che solo viaggiando fisicamente si possono percepire e che danno la possibilità di arricchirsi di sensazioni ed emozioni nuove. Il viaggio per me è ispirazione e libertà totale di muoversi, lasciando che sia la natura con cui si entra in armonia a determinare la rotta da seguire.
Il Kirghizistan è un’ispirazione che vale un viaggio. Volevo controllare con i miei occhi questo posto selvaggio dalla bellezza leggendaria. A sedurmi è stato il Tien Shan, un sistema di valli che si sviluppa a Sud del lago Issyk-kul e che si snoda tra montagne in gran parte inesplorate. Per un viaggio in autonomia di questo tipo è fondamentale cercare di stabilire un piano da seguire raccogliendo il maggior numero di informazioni e basandosi sulla propria esperienza. Fortunatamente le condizioni meteorologiche ci hanno permesso di portare a segno il piano che avevo in testa, ossia quello di inoltrarci qualche giorno nella natura selvaggia ed esplorare la solitaria valle del fiume Burkhan in compagnia di mio padre, che non era mai stato fuori dall’Europa. Con lui ho iniziato a fare alpinismo e con lui ho coltivato la passione per la montagna. Ci tenevo a realizzare questo sogno insieme. In una decina di giorni abbiamo dormito sotto cieli stellati, in tenda, in yurte o in case abbandonate. Abbiamo raggiunto sei cime inesplorate di cui cinque sopra i quattromila metri, abbiamo sciato, guadato fiumi gelidi, fatto il bagno in un centro termale abbandonato, abbiamo visto aquile, marmotte, yak, stambecchi, cammelli, abbiamo pescato, interagito con pastori che mai prima avevano visto volti occidentali e abbiamo scoperto i diversi tratti di una civiltà lontana che solo in piccola parte ho potuto comprendere.
Le uniche informazioni riguardanti la morfologia del territorio della zona che sono riuscito a raccogliere prima di partire erano vecchie tavole militari russe in scala 1:100.000 e curve di livello digitali a 25 metri. Qualche informazione fondamentale è contenuta nel report Mountaineering regions of Kyrgyzstan, redatto da Vladimir Komissarov, presidente del Club Alpino del Khirghizistan, che mi ha confermato che nella zona interessata quasi tutte le cime risultavano inesplorate. L’ampia valle del fiume Burkhan si estende a una quota di circa 2.800 metri e i punti di accesso sono principalmente due, situati a Ovest, oltre ai passi coperti di neve che superano i quattromila metri sul versante orientale. Una via di accesso è quella che sale dal crocevia del paese di Kochkor, con una strada sterrata che corre a lungo in una vallata incantevole, fino a un passo a 3.100 metri, per poi riabbassarsi dolcemente all’entrata della valle. L’altra via è quella che si svolge tortuosa attraverso le gole che conducono fino al paese di Naryn. In entrambi i casi l’accesso è lungo e in caso di cattivo tempo non sarebbe sicuramente percorribile.
Il mio più grande dubbio prima di partire riguardava l’ipotetica quota del manto nevoso. Dovevo individuare la giusta finestra in cui la neve fosse abbastanza alta per accedere alla valle, ma non troppo per riuscire a raggiungere alcune cime e sciarle.Ipotizzando che il periodo più adatto fosse quello delle vacanze pasquali, siamo atterrati a Bishkek il 13 di aprile scorso. Ci siamo fermati in città giusto il tempo di racimolare le provviste necessarie e, dopo aver recuperato un fuoristrada e un po' di attrezzatura da campeggio, ci siamo messi subito in viaggio. Dopo una sosta a Kochkor per fare il pieno di carburante, siamo ripartiti subito verso l’imbocco della valle. Quella del fiume Burkhan è una valle che da Ovest si sviluppa verso Est per quasi cento chilometri. Totalmente inaccessibile in inverno per via della neve, rinasce lentamente con l’arrivo dell’estate quando le greggi di yak tornano a popolare gli jailoo più alti (pascoli estivi). A circa un terzo del suo sviluppo la valle si divide: un ramo più ampio prosegue in direzione Est fino al Pereval Arabel dove incrocia la strada che dalle gole di Barskoon conduce verso le imponenti miniere d’oro di Kumtor (campo di allenamento del cosmonauta Jurij Gagarin). Un secondo ramo piega invece verso Nord e poi verso Est lungo una stretta valle dove scorre il fiume Jil-Suu e conduce all’alto passo Tosor, permettendo un collegamento con la regione dell’Issyk-Kul meridionale. Le due valli isolano tre le loro braccia il massiccio montuoso dell’Uchemchek.
C’è una sola strada sterrata che però dopo il ponte sul fiume all’altezza della biforcazione con la valle del Jil-Suu si perde nel nulla. Rimangono alcune tracce di pneumatici delle Lada o degli UAZ dei pastori che in estate raggiungono gli jailoo più alti.Guidando in direzione della valle, abbiamo superato alcuni piccoli villaggi e incrociato gli sguardi dei pastori e cacciatori che ci scrutavano stupiti in sella ai loro cavalli, accompagnati dai fedeli Taigan. Le chiazze di neve diventavano sempre più frequenti man mano che si saliva di quota e in alcuni punti arrivavano a invadere la strada fangosa. Con molta attenzione abbiamo proseguito e, al calar della notte, siamo arrivati allo scollinamento, al cospetto della solitaria valle del fiume Burkhan. Qui abbiamo piazzato il campo, preparo la cena e in brave ci siamo infilati nei nostri sacchi a pelo.
L’indomani la giornata era stupenda ed eravamo ansiosi di mettere gli sci ai piedi, ma ci siamo accorti subito che l’approccio alle montagne non era dei più facili. Gli spazi sono immensi, le montagne si erigono distanti dal fondovalle dove corre la strada. A Sud la neve era sciolta dal sole, anche a quote elevate, mentre a Nord era molto abbondante, ma spesso per raggiungere i versanti settentrionali gli avvicinamenti erano lunghi e complicati. La mattina il terreno gelato dalla notte consente di muoversi con la macchina lungo le praterie. Il pomeriggio diventa molto più complicato. Con il calore diurno diventa tutto morbido e fangoso, i ruscelli accrescono la loro portata e i numerosi coni valanghivi con l’innalzarsi delle temperature rischiano di sfondarsi sotto il peso dell’auto. Un altro problema è che, prima di raggiungere il fondovalle, i pendii di numerose cime si infilano in profonde forre che in alcuni casi non è possibile risalire.
Ci è voluta tanta attenzione nella valutazione degli itinerari, sapendo che non erano consentiti errori di valutazione: essere soccorsi in quelle zone sarebbe stato impossibile. Tutte le sere era fondamentale l’appuntamento telefonico con il mio amico Andrea Migliano del rifugio Acque Minerali in Valle Orco. Dopo aver controllato le tabelle meteo, con una rapida telefonata satellitare mi aggiornava sulle previsioni meteo. Come prima gita abbiamo optato per una cima proprio all’ingresso della valle, vicino all’area dell’Urochishche Irisu. Ci siamo avvicinati il più possibile con l’auto, abbiamo guadato un fiume e risalito un crinale che ci ha portato fino a una cresta e, senza troppe difficoltà, alla cima. In realtà la neve accumulata era molta e, appena ci siamo tolti gli sci, ci siamo accorti della difficoltà nel procedere. Faticando più del previsto siamo riusciti comunque a raggiungere la vetta a quota 4.094 metri (Angera Too). La discesa in neve polverosa lungo il canale Nord è stata spaziale!
Come seconda tappa abbiamo deciso di inoltrarci nella valle del fiume Jil-Suu dove, dopo pochi chilometri, ci siamo imbattuti in un vecchio centro termale abbandonato, probabilmente costruito durante i lavori della strada per il passo Tosor. Le grandi vasche erano vuote e la spettrale struttura principale portava i segni di un conflitto armato. Però abbiamo deciso di farne la nostra casa per la notte e ci siamo accorti che in uno sgabuzzino isolato a un centinaio di metri a monte c’era ancora una vasca con acqua calda sorgiva. Così ci siamo concessi un paio di birre a mollo nella vasca prima di andare a dormire. Al mattino abbiamo provato ad addentrarci nella valle, ma le numerose valanghe cadute sulla strada ci hanno fatto tornare sui nostri passi. Avendo individuato un sistema di cime a corona della testa occidentale del massiccio dell’Uchemchek, abbiamo deciso di provare a raggiungerne qualcuna. L’accesso più rapido era tramite una stretta gola che dalla mappa russa sembrava aprirsi poi in un ampio pendio rivolto a Ovest. Siamo riusciti a raggiungere un paio cime, Choku Giorgio (4.136 m) e Choku Bona (4.117 m), ma abbiamo dovuto rientrare velocemente a causa del rapido rialzo termico. In serata purtroppo sono arrivate anche brutte notizie dagli aggiornamenti meteo di Andrea: rischiare di rimanere bloccati nella valle non era un’opzione percorribile e così ci siamo diretti al paese di Naryn dove abbiamo pernottato. Avremmo voluto andare a vedere il lago Songkol ma una frana sulla strada ce l’ha impedito, però dopo un consulto con Andrea e confortati dalle previsioni meteo, siamo ritornati nella valle del Burkhan. Così la sera dopo eravamo nuovamente allo scollinamento, ma nel bel mezzo di una bufera. Un tempo da lupi. Proprio in queste condizioni mi è sembrato di scorgere la forma di quello che sembrava davvero essere un lupo. Sapevo di essere nei territori dove vive lo schivo leopardo delle nevi, dei lupi però non avevo notizia. Di certo non ci siamo fermati a controllare e siamo riusciti a raggiungere la valle e passare una notte tranquilla anche se un po' bagnata.
Le grandi nevicate e l’innalzamento delle temperature hanno condizionato il nostro approccio alla montagna il giorno seguente. Dopo esserci infilati in una stretta valle e aver camminato per una decina di chilometri, iniziava finalmente la neve, ma ben presto ci siamo accorti che le condizioni del manto nevoso erano pessime e siamo rientrati. Tornati all’auto, abbiamo risaliamo la valle del fiume Burkhan fino alle pendici della cima più alta della parte occidentale dell’Uchemchek dove abbiamo individuato una possibile linea di salita da Sud. Passata la notte, la mattina seguente ci siamo inerpicati lungo i ripidi pendii erbosi fino a raggiungere la neve. La rotta che avevamo ipotizzato tracciandola sul GPS si è rivelata praticabile e senza intoppi abbiamo raggiunto la vetta a 4.254 metri (Lambda Peak) passando prima da una punta minore a quota 4.196 metri (Choku Max). Proseguendo lungo la valle abbiamo deciso di esplorare l'altro versante, quello a Sud. Alla sveglia ci è toccato subito il guado del Burkhan la cui acqua gelida ci arrivava quasi fino alla vita. La camminata prima di calzare gli sci è stata piuttosto lunga. Le temperature erano alte e, raggiunta una cima a 3.950 metri (ChokuLato) che ci ha regalato una vista pazzesca su tutte le montagne circostanti, abbiamo deciso di fare dietrofront. È stata la nostra ultima avventura con gli sci perché la sera il consueto aggiornamento meteo non ha lasciato spazio a dubbi: brutto tempo per tanti giorni. Così abbiamo attraversato spazi sconfinati, ammirando montagne senza nome in ogni direzione, tra dirupi, gole, paesaggi desertici, vallate boscose, colline erosive con sfumature cangianti a perdita d'occhio. Abbiamo visitato la sponda meridionale del lago Issyk-kul e Karakol, pernottando in accoglienti case locali e yurte particolarmente apprezzate da mio padre che prima di quest’anno non aveva mai dormito in una tenda. Abbiamo anche avuto modo di apprezzare la birra locale e il cibo, che ha superato di gran lunga le nostre aspettative per varietà e qualità. Abbiamo apprezzato di meno la polizia locale che, con strane multe per il superamento di ancor più strani limiti di velocità, ci ha alleggerito dei Som rimasti nei portafogli prima del volo di rientro.
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Scialpinismo (r)etico
Un passo, un altro, bastoncini in sincro, bastoncini che reggono tutto il tuo peso, le braccia stanche, le gambe dure. Il respiro, il solo suono del tuo respiro e delle pelli che si aggrappano all’elemento bianco e candido che ti riempie di gioia infantile e che allo stesso tempo cela i mostri della tua mente. Pensi di potercela fare? Le gambe, in loro risiedono saggezza e consapevolezza, ma il più delle volte non sei capace di ascoltare ciò che provano a sussurrarti. Sarà che sei impegnata a sentire il suono del tuo respiro e non puoi permetterti di perdere il ritmo. Prima o poi spezzerò il fiato, prima o poi i muscoli si scalderanno. Il cuore batte all’impazzata e non sai più se è perché stai sputando sangue o se sei emozionata come una quindicenne imbarazzata e tremolante di fronte al ragazzo dei suoi sogni.
I tuoi gesti sono pesati, misurati, calibrati al dettaglio. Gesti che ancora non sono automatici e che richiedono la tua massima concentrazione. Batti il pendio, stacca gli sci. Metti il casco, leva le pelli.
Non una volta che le riattacchi dritte sulla plastica. Non una. Chiudi gli scarponi: troppo lenti, troppo stretti. Zaino in spalla, sci ai piedi. Inspira, espira. Vai. Sei qui per questo.
Butti le punte verso il basso e in momento tutto scompare: il dolore, la preoccupazione di non farcela, la paura. Senti le lamine rompere la neve sottile, fai una curva, poi un’altra, prendi velocità. Forse troppa? Non importa: stai planando. Sei la neve, sei una pernice, sei un gipeto.
Quattro. Quattro dannate curve e tutta la fatica non ha più senso, o forse ha finalmente senso. So perché sono qui. Come ci sono arrivata?
L’inverno è alle porte e mi chiedo come farò a trascorrere i prossimi mesi in furgone. Potrei installare un riscaldamento ma non ne ho molta voglia. Altro gasolio nell’atmosfera, oltre tutto quello che d’estate mi porta in giro tra passi alpini con salite in prima. Il mio stile di vita, per quanto semplice ed essenziale, richiede molto all’ambiente e sento di dover fare una pausa per restituire qualcosa a questo mondo.
Quest’estate sono andata a trovare i miei nonni nella casa di montagna di famiglia. Dopo cena tornavo a dormire nel furgone che avevo parcheggiato in giardino, chiudevo il portellone e tutto quello che c’era fuori svaniva per un’intera notte. Ero improvvisamente a casa con Ombra appallottolato a terra sul tappetino e mio padre che era venuto a trovarmi. Parlavamo, giocavamo a backgammon. Io perdevo il più delle volte e cercavo di rosicare il meno possibile.
Una mattina mia nonna, incuriosita come tutti dalla mia vita, mi chiese dove avrei preso casa l’inverno seguente. Bella domanda, non saprei - Beh, mica vorrai far dormire il tuo cane al freddo?
Così, grazie a questa simpatica considerazione di nonna Angela, avevo un’altra ragione per parcheggiare il furgone per qualche mese. Meno gasolio nell’atmosfera, più caldo per il povero Ombra.
Le mie priorità si sono subito delineate: quattro mura isolate dalla civiltà (non si può certo passare dalla vita in furgone alla vita in condominio), sciare ogni giorno e provare in punta di piedi a creare meno danni possibili al nostro pianeta. Ma nessuno ha la palla di vetro e ogni anno non sappiamo se la neve arriverà, quando arriverà e soprattutto dove. Chi vive come me, nomade della neve, ogni stagione invernale fa una scommessa e ne accetta le conseguenze. Prende la cartina delle Alpi, studia altitudini e statistiche, punta un dito e parte. Il mio furgone resterà coccolato dal clima tiepido del centro Italia, assopito per qualche mese. Io, invece, mi dirigo verso mete più frizzanti. Arrivo a Santa Caterina Valfurva il primo dicembre, alle porte dell’inverno meteorologico. Apro le porte della baita che mi, ci ospiterà per i prossimi mesi. È piccola, accogliente, perfetta sostituta della mia casa a quattro ruote.
Spesso mi viene chiesto se mi farò lo skipass stagionale. No. Questo sarà l’inverno del non chiedere niente alla natura. Sarà l’inverno in cui mi modello alla sua volontà. Sarà l’inverno del cuore gonfio e delle gambe stanche. Ha senso passare un inverno in una località sciistica senza usare gli impianti di risalita? Forse no, ma penso lo abbia per me.
I primi mesi sono quelli del vento e della difficoltà. Faccio fatica a riprendere confidenza con gli sci e sicuramente un po’ di ore in pista velocizzerebbero il processo. Ma questo è anche l’inverno della pazienza e del lasciare che le cose avvengano con i loro tempi. Arriverà anche la neve, ti sentirai più confidente. Aspetta. Vogliamo tutto e subito. Lavoriamo tutta la settimana come dei matti e il week-end prendiamo le nostre auto cariche di sci e bisogno di evadere e ci dirigiamo verso il resort più vicino. Abbiamo solo quei giorni per sciare e se la neve non c’è, poco importa: la compriamo. Proviamo anche a comprare il tempo, tutto il tempo che impiegheremmo per salire con i nostri mezzi, viaggiando su eco-mostri che un giorno, quando farà troppo caldo anche solo per sparare, resteranno dove sono. Una ferita che non può più essere rimarginata.
Ammetto che sia bello poter fare 20 run in fresca senza dover batter traccia per ore, godendosi solo la discesa e sono certa che non posso chiedere a tutti di provare come me a trascorrere un inverno secondo i ritmi della natura. Il tempo, quello no che non lo possiamo comprare. Sarò una scrittrice scannata, un’eterna principiante, ma ho un cuore gonfio e del tempo da investire sulle mie gambe. Ho salito tanti metri quanti ne ho sciati. Alcuni li ho solo scesi. Incapace per il dolore di impostare una curva decente. Ho pellato piano, in silenzio, attenta al respiro della natura. Ho visto le aquile volarmi vicino, ho visto Ombra annusare l’aria e rizzare le orecchie attento al movimento dei branchi di camosci.
Ho pellato veloce, a volte, e riso insieme agli amici. Ho visto Ombra sparire correndo in mezzo alla neve fresca, l’ho sentito piangere per la fatica e mugugnare dalla gioia pura del semplice andare veloce verso il basso.
Ora sento i rumori di una primavera che arriva precoce e che sta sciogliendo la neve che ho spalato intorno alla baita. Vorrei chiedere alla natura di rallentare un attimo e aspettarmi. Ma non posso, non voglio, questo è l’inverno che dedico a lei. E alle mie gambe. Quattro. Quelle quattro dannate curve mi hanno restituito già tutto. Quattro curve tracciate su una tela immacolata. La luce del tramonto che colora il pendio. La neve fresca che ti innalza dal suolo. Stai planando. Sei tu, i tuoi sci, ma improvvisamente sei anche la neve e la luce e l’aria che ti sposta i capelli.
Il tempo non esiste più.
Il fondo valle nemmeno si vede.
La fatica è un ricordo lontano.
Non avevi bisogni di dare un senso al tuo inverno. Ma l’hai appena trovato.
Pensavi di restituire qualcosa alla natura ma anche questa volta è più quello che hai preso che quello che hai dato. In fondo cosa sono due gocce di sudore e un po’ di lacrime?
Non so dove sarò il prossimo inverno. Non so se sarò migliorata tecnicamente, né so se farò un po’ meno fatica in salita. So che non investirò i miei soldi in uno skipass stagionale. Certo è che le mie scelte non cambieranno lo stato delle cose. Verranno costruite nuove seggiovie, nuove funivie che portano dritte verso il cielo. Voleranno nel cielo elicotteri che vomiteranno turisti inconsapevoli su cime selvagge.
Ma io ho il mio tempo. E le mie gambe.
E questo basta.

Magnini e Murada campioni italiani under 23 nell’individual
Vale il fattore casa per Davide Magnini, che nella sua Vermiglio ha centrato ieri il primo titolo italiano stagionale nella individual di sci alpinismo, rispettando il pronostico della vigilia. Il portacolori del Centro sportivo Esercito si è messo al petto lo scudetto tricolore under-23, imitato dalla compagna di squadra Giulia Murada sempre nella categoria Espoir, mentre fra gli Junior non ha tradito le attese il vicentino Matteo Sostizzo, con la trentina Lisa Moreschini che si è presa una rivincita sulla forte rivale Samantha Bertolina. Doppietta lombarda nella categoria Cadetti con Luca Vanotti oro al maschile ed Erika Sanelli al femminile.
Ha riscosso consensi l’organizzazione dello Sci club Brenta Team con il palio il trofeo Cavit, che ha proposto le sei sfide tricolori su percorsi con lunghezza diversa, ma con partenza e arrivo presso il Centro del fondo di Vermiglio, come due anni fa. E sono stati i numeri a darne conferma, visto che complessivamente si sono presentati al cancelletto oltre 300 partecipanti, compresi i Senior e Master, che hanno affrontato una gara promozionale, dove a trionfare sono stati Federico Nicolini del Brenta Team e Giulia Compagnoni del Centro sportivo Esercito.
LA CRONACA - Un Magnini senza rivali, dunque, al termine dei 1.384 metri di dislivello positivo, con quattro salite ed altrettante discese, capace di gestire le energie su un percorso che conosce alla perfezione, visto che aveva contribuito anche all'opera di tracciatura. Il suo tempo finale è risultato di 1h26’35”, una prestazione importante, visto che ha inflitto 5 minuti esatti al valtellinese Nicolò Ernesto Canclini, mentre il bronzo è andato al collo di Andrea Prandi, pure dello Sci club Alta Valtellina, a 53 secondi dall’argento.
Senza storia anche la sfida under 23 femminile: la valtellinese di Albosaggia Giulia Murada è rimasta sempre al comando, dal primo all’ultimo chilometro, concludendo la prova con il tempo di 1h18’23” dopo aver affrontato 1.098 metri di dislivello con tre salite e tre discese, precedendo di 5 minuti e 25 secondi la fassana Giorgia Felicetti, mentre in terza piazza, con un distacco importante, è giunta Marianna Mondini dell’Adamello Ski.
Perentoria l’affermazione del vicentino di Schio Matteo Sostizzo nella categoria Junior, dove ha lasciato sfogare gli avversari nel pianoro iniziale sullo stesso tracciato delle under 23 donne, per poi imprimere un ritmo irresistibile già nella prima salita, guadagnando la testa della corsa e mantenendola fino al traguardo, dove è giunto con un tempo di 1h07’33”, precedendo di 1’33” Pietro Festini Purlan dell’US Val Padola, mentre sul terzo gradino del podio si è piazzato Alessandro Gadola del Valtartano.
Giornata di rivincite invece per Lisa Moreschini di Peio, paese a pochi chilometri da Vermiglio, che su un tracciato di 714 metri di dislivello a lei congeniale e provato nei giorni precedenti, è riuscita a sfruttare al meglio le proprie caratteristiche. Ha imposto il proprio ritmo sin dalla prima salita, riuscendo a staccare la forte rivale valtellinese Samantha Bertolina. Sul traguardo la portacolori del Monte Giner ha chiuso con il tempo di 1h08’58”, precedendo di 3’28” l’alfiera dello Sci club Alta Valtellina, mentre terza, a quasi 8 minuti è giunta Silvia Berra della Polisportiva Albosaggia.
Passando ai Cadetti, Luca Vanotti dell’Albosaggia ha calato il tris al termine dei 714 metri di dislivello, aggiudicandosi il terzo oro su tre gare tricolori quest’anno. Sul traguardo ha preceduto di 55 secondi Gabriele Bardea dell’ASD Lanzada, quindi terzo si è piazzato Tommaso Colombini della Polisportiva Albosaggia. Fra le donne (520 metri di dislivello) primo titolo tricolore per Erika Sanelli del Premana, capace di concludere la sua prova con il tempo di 37’10”, precedendo di un minuto Noemi Gianola del Premana, con Nicole Valle della Polisportiva Albosaggia bronzo.
Lo Snow Safety Event Ortovox-Garmin a Livigno
Ortovox ormai da sette anni propone agli appassionati di montagna invernale, nell’ambito del suo programma Safety Academy, corsi ed eventi legati alla sicurezza su neve: i Corsi Safety Academy, le Safety Nights e i Safety Events, portati avanti in collaborazione con i negozi più tecnici. Tutti questi sono coordinati e gestiti dalle guide alpine UIAGM partners di ORTOVOX, a garanzia della massima qualità e uniformità didattica e operativa su tutto l’arco alpino.
Il prossimo appuntamento è Livigno Snow Safety Event, in programma sabato 18 gennaio, organizzato da Ortovox in collaborazione con alcuni rivenditori tecnici:
Mountain Planet https://www.mountainplanet.eu/
Silene Sport http://www.silenesport.it/
Zinermann https://www.zinermann.it/
Il Livigno Snow Safety Event sarà uno degli eventi sicurezza della stagione invernale 2020, realizzati nell’ambito della collaborazione con Garmin che sarà presente con il suo staff tecnico per la presentazione dei suoi prodotti e in particolare dell’ultimo dispositivo nato, il GPSMAP 66i. Sarà l’occasione per scoprire in dettaglio il prodotto e per vederlo in azione in uno degli ambiti – la montagna – in cui il suo supporto può rivelarsi di vitale importanza.
La giornata prevede una parte indoor presso la sala conferenze di Plaza Plachéda (APT di Livigno) https://www.livigno.eu/plaza-placheda.
IL PROGRAMMA DI MASSIMA
Ore 8.00 Ritrovo dei partecipanti presso la sala conferenze.
Ore 8.30 Apertura evento e presentazione
Ore 8.45 Presentazione Garmin®
Ore 9.30 Teoria sui temi della sicurezza su neve su protocollo Ortovox Safety Academy
Ore 10.00 Fine parte indoor
Coffee break
Ore 10.30 Trasferimento sugli impianti di Carosello 3000 (https://www.carosello3000.com/it/) e inizio giornata sulla neve. Durante la giornata verranno effettuate discese fuoripista guidate dalle Guide UIAGM del Pro Team, esercitazioni di ricerca, sondaggio e scavo di sepolti in valanga e messi in pratica i protocolli dell’autosoccorso.
Ore 15.30 Chiusura dell’evento.
ISCRIZIONI
Le iscrizioni, limitate a un massimo di 25 persone, sono aperte fino all’11 gennaio. Potranno essere fatte presso i negozi partner negli orari d’apertura o inviando un’email di richiesta a: manuel@outback.it
Stian Hagen, i miei primi 40 anni
Stian Hagen è uno dei pro skier più anziani ancora in attività. Insieme a leggende come Mike Douglas e Chris Davenport fa parte di questo mondo da più di un ventennio e non sembra avere nessuna intenzione di rallentare. Stian Hagen è lo ski bum che non ha mai rinunciato al suo sogno. È arrivato la prima volta a Chamonix con i suoi genitori, Unn e Finn Hagen, quando aveva 12 anni.
«Era estate e facevamo hiking. Ero totalmente rapito dalle montagne ma allora praticavo prevalentemente salto con gli sci e sci di fondo e quindi il free skiing non faceva in alcun modo parte della mia vita».
Stian torna a Chamonix a 19 anni con gli amici per una settimana bianca e, questa volta, l’impatto è dirompente. L'inverno successivo carica i bagagli nella sua Fiat ridotta male e guida fino a Chamonix per la prima stagione invernale da ski bum nella valle.
«I primi anni ho vissuto in una tenda all’Argentière per alcun mesi ogni inverno; sciavo tutti i giorni e conducevo una vita molto semplice. Mi alzavo la mattina, raggiungevo gli impianti e disegnavo curve con chi incontravo in montagna. La maggior parte delle persone aveva a mala pena un telefono prima dell'avvento dei social media quindi tutto era molto più spontaneo».
«Sono molto grato per le esperienze vissute e per il modo in cui le ho vissute. È stato fantastico vivere le prime stagioni invernali esclusivamente per me stesso, senza alcuna pressione degli sponsor, dei social media o di chiunque altro; potermi concentrare sullo sci e lavorare sui miei progressi».
Stian sciava tanto, ogni giorno, diventando sempre più bravo. Molto bravo. Era un telemarker quando arrivò a Chamonix ma già alla seconda stagione passò a sci e scarponi tradizionali. Si rese conto subito che l’attrezzatura per il telemark non gli avrebbe permesso di migliorare il suo modo di sciare e di affrontare le linee di ripido che aveva iniziato a frequentare. Una decisione saggia, visto come sono andate le cose. A quel tempo era una delle poche persone che sciavano sulle discese classiche del ripido nel massiccio del Monte Bianco come Mallory, Gervasutti e Colouir Jager.
«Oggi sciare sulla faccia nord dell’Anguille di Midi o su qualsiasi altra classica discesa ripida non rappresenta più una grande sfida per le persone. È spaventoso come tutto sia cambiato nel corso degli anni. Non fa per me, non mi interessa rischiare che qualcuno mi piombi addosso».
Stian parla spesso del tempo di esposizione: se ti trovi in montagna per molto tempo, sei dentro un elemento pericoloso che non può essere controllato.
«È importante sentirsi a proprio agio nel dire di no ed essere orgogliosi di aver preso una decisione prudente, essere tornati indietro o avere scelto un percorso più sicuro».
«15 anni fa, ero completamente selvaggio, non c'è dubbio al riguardo. Ho corso molti rischi, cercando di mettermi in mostra e di farmi un nome. Tipico per un ragazzo sui 20 anni, credo. Non ero totalmente al sicuro e cercavo l'adrenalina».
L’industria dello sci ha vissuto alcuni momenti difficili durante gli anni Novanta, all'ombra dello snowboard che esplodeva, attirando tutta l'attenzione. Però, proprio mentre Stian iniziava a imporsi come uno degli sciatori più completi della valle di Chamonix, il boom del free skiing stava per decollare. E improvvisamente tutti i marchi hanno riscoperto l’enorme potenziale degli sci in versione freeride.
«Fu del tutto fortuito per me, non avevo mai pianificato o immaginato di diventare uno sciatore professionista, è accaduto per caso. Sono stato molto fortunato e ne ho approfittato. Oggi sembra che i bambini abbiano già un piano a 12 anni e che sappiano esattamente quello che vogliono».
Nel corso di più di 10 anni, Stian è stato il protagonista di alcuni film per la Matchstick Productions e per altri produttori. Era, ed è ancora, l'unico sciatore big mountain norvegese star del cinema off piste. Per più di 20 anni è stato uno degli sciatori preferiti da alcuni dei migliori fotografi di sci e non si contano le riviste in tutto il mondo che hanno realizzato copertine con lui. È ancora un freeskier, ma in questa fase della sua vita lavora più come consulente e come sviluppatore di prodotti per i marchi che rappresenta.
«Mi sono sempre interessato all’attrezzatura, quindi avere la possibilità di lavorare con alcune delle aziende leader nel settore dello sci per sviluppare nuovi prodotti è sia divertente che appagante».
Forse è stata solo una transizione naturale in una lunga carriera, ma probabilmente anche la famiglia ha avuto la sua parte in questa scelta. Stian ha incontrato sua moglie Andrea Binning già nel 1999 quando è venuta a Chamonix per trascorrere un inverno ai piedi del Monte Bianco. Anche lei era una pro skier e la coppia ha condiviso tante avventure in montagna per molti anni. Andrea ha deciso di abbandonare la vita da sciatrice professionista sei anni fa, dopo la nascita del figlio Aksel. Adesso la coppia ha anche una figlia, Camilla, di tre anni.
«Il mio atteggiamento verso le montagne e il rischio è gradualmente cambiato. Quando vedi morire amici e persone nella tua comunità, ovviamente, diventi sempre più consapevole. Con i bambini e la famiglia che ti aspettano la cosa più importante alla fine della giornata è tornare a casa tutto intero».
A un certo punto Stian decise di provare a diventare Guida alpina, principalmente perché un suo amico si era iscritto al corso.
«Era un po’ un piano di riserva, qualcosa da fare dopo la carriera da sciatore. Non avrei mai pensato che sarei stato in grado di continuare a essere un pro skier dopo i 30 anni e sicuramente non dopo i 40. Fortunatamente ho continuato a fare lo sciatore professionista quindi, sinceramente, non ho lavorato molto come Guida». (ride)
«Però è bello avere il patentino in tasca. Sarà sempre possibile guadagnarsi da vivere facendo la Guida alpina qui a Chamonix. Avere questa possibilità mi ha dato una sicurezza in più per continuare nella mia carriera come sciatore, specialmente ora che abbiamo due figli. Posso sempre passare a fare la Guida se qualcosa dovesse andare storto e continuare a mantenere la mia famiglia».
Stian ha certamente fatto buon uso della sua formazione come Guida alpina quando ha aperto la Jotunheimen Haute Route qualche anno fa. È una Haute Route che attraversa il massiccio più alto della Norvegia, toccando i punti più alti al Galdhøpiggen (2.469 m) e al Glittertind (2.465 m). Il percorso collega sei stazioni di montagna, misura 77 chilometri e 7.208 metri di dislivello positivo. Fu durante un viaggio sulla catena dell’Atlante, in Marocco, che Stian e un amico ebbero l'idea della Jotunheimen Haute Route.
«Ci siamo resi conto che la Norvegia, nonostante le enormi opportunità per lo scialpinismo, non aveva un tour che collegasse le nostre vette più alte. Era davvero giunto il momento di fare qualcosa, così abbiamo progettato un giro di prova e ha subito funzionato perché c’erano già i rifugi necessari tra una tappa e l’altra».
La Jotunheimen Haute Route è diventata velocemente una haute route di successo e, dopo quasi cinque anni, migliaia di persone la percorrono ogni inverno. Due anni fa Stian ha scritto anche una guida per la casa editrice Fri Flyt che ovviamente ha contribuito a fare conoscere il percorso e a renderlo ancora più famoso.
Stian, che ora ha 42 anni, si sta destreggiando tra il ruolo di pro skier e uomo di famiglia. E non immagina di modificare la propria vita ma di andare avanti nello stesso modo.
«Mi piace davvero trovarmi nel punto dove mi trovo ora e tra cinque anni penso che starò esattamente qui. Mi diverte partecipare allo sviluppo di un prodotto, testare i prodotti e, ovviamente, tutto ciò che riguarda lo sci. Penso che le aziende abbiano capito che hanno bisogno di diversi personaggi come ambasciatori, quindi anche una vecchia carretta come me potrà ancora avere un posto nell'industria dello sci».
Originario di Oslo, classe 1974, con un passato come atleta giovanile nel salto con gli sci e nel fondo, Stian è stato una delle leggende del freeski e dello sci ripido quando in pochi affrontavano i couloir più ripidi del Monte Bianco. Ha anche partecipato per un paio di anni al Freeride World Tour, ma si è subito trovato più a suo agio come star dei film off piste di case produttrici del calibro di Matchstick Productions o Warren Miller.
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C’era una volta il west
Monaco di Baviera, Ispo 2018. Ormai da qualche anno, se vai all’Ispo, vedi freeride ovunque. Non c’è marchio, non c’è padiglione in cui almeno una delle foto utilizzate negli stand non ritragga uno sciatore immerso nella polvere con un completo colorato addosso. Qua e là product manager impacciati che parlano di rocker e sci larghi a clienti che li ascoltano annuendo, ignorando il fatto che fino a ieri per loro lo sciatore di riferimento era Alberto Tomba, mica Shane McConkey. I più ribelli, al massimo, tifavano Bode Miller.
Nei comprensori la scena non cambia molto: appena nevica spuntano sciatori che in settimana si fanno la barba ogni mattina prima di andare in ufficio e che nel weekend, da un paio di stagioni, girano a bordo pista con le braghe larghe e i twin tip rubati ai figli ululando steep and deep, ma alla fine le tracce che lasciano sono le stesse serpentine che si facevano già negli ’80. Tutti che fanno i freerider, ma pochi in fondo accetterebbero di esserlo per davvero. A tanti, invece, del destino del freeride frega poco o niente, il suo spirito può essere sacrificato in nome di qualche like sui social.
SCKREEECH. Freniamo tutti un attimo, per favore. Consumatori, brand, addetti ai lavori, anche noi giornali. Intendo proprio tutti. Che se si continua così il freeride muore per davvero. Abbiamo perso la bussola, ci siamo dimenticati quali sono le cose che contano quando si va a sciare. Abbiamo cominciato a preoccuparci più degli abbinamenti tra gusci e pantaloni piuttosto che di come arrivare a quel pendio rimasto vergine dopo l’ultima nevicata. O a imparare a memoria le geometrie degli sci che usciranno fra cinque anni, scordandoci che quelli dell’anno scorso vanno ancora benissimo e un paio nuovo costa almeno quanto lo skipass stagionale di una qualunque località. Tranquilli, ci sono anche io tra di voi, ci si fa compagnia nello smarrimento causato dalle insidie del marketing e dall’ansia da follower su Instagram, che se alla domenica sera non si pubblica una foto di deep powder abbiamo sprecato il weekend e potevamo anche starcene a casa.
A fine febbraio ho deciso di curarmi. La meta del mio rehab era una valle nell’Ovest, dove il freeride esiste da più di vent’anni e non è stato inventato ieri da un marketing manager di una multinazionale, dove lo sci libero non lo si pratica, lo si vive in tutti i suoi eccessi e i sacrifici che ti richiede. Dove tra l’essere e l’apparire si sceglie lo sciare, e se la neve è bella magari al lavoro ci si va un’altra volta, pazienza se il conto in banca a fine mese piange. Così sono andato a disintossicarmi a Gressoney da Zeo e i suoi amici, alla Baitella.
The Baitella State of Mind
La storia della Baitella è legata strettamente a quella di Zeo, che a Ondro Lommato, la frazione nella quale si trova, ci arrivò nel 1994. All’epoca frequentatore dell’ambiente dei centri sociali, il milanese Zeo si innamorò del posto e assieme agli amici cominciò poco alla volta a trasformarla in una specie di casa comune, dove trascorrere l’inverno e ospitare chi passava di qua per sciare. È impossibile tenere la conta di chi ha soggiornato nel corso degli anni, magari risvegliandosi con la testa che rimbombava dopo una serata di bisboccia. La leggenda della Baitella si è accresciuta quando il proprietario, inconsapevolmente, si è ritrovato a ricoprire anche il ruolo di local di riferimento dei rider stranieri che venivano a filmare ski movie sul Monte Rosa, innamorandosi a loro volta della Valle del Lys. Appena dopo la porta di ingresso c’è un muro sul quale gli ospiti lasciano una dedica, seria quanto basta. In alto a destra ci sono quelle di Chris Bentchetler, di Sean e Callum Pettit (ski you later, ha scritto), quella di Eric Pollard che ha anche disegnato uno dei suoi alberi, gli stessi presenti sulle serigrafie dei Line Skis, quando era stato qui per alcune scene di After the Sky Fall. E poi ci sono quelle della troupe di DPS, che qui ha filmato il cortometraggio Reverie in condizioni nevose da antologia. Gli amici italiani, poco più in là sullo stucco bianco, gli hanno detto ciano firmandosi come Riders de noartri.

La Baitella è stata per me il posto giusto da cui ricominciare la disintossicazione. Se dovessi pensare a quali sono i valori del freeride, ammesso che li si possa definire tali, beh, tanti di questi li ritrovo in Zeo. La condivisione, prima di tutto: condividere con qualcuno le proprie idee e i propri luoghi. Portare i nuovi amici nei propri secret spot, sperando che poi l’ubicazione di questi ultimi venga divulgata solo ai più meritevoli (a proposito: in questo reportage non troverete i nomi delle discese fotografate, sarebbe troppo facile leggerle su un giornale e andare a ripeterle dopo una nevicata. Mi spiace, ma i local mi hanno detto che sanno dove abita la mia famiglia…). Ma anche la consapevolezza dell’ambiente che ci circonda, l’essere consci che le Alpi non sono messe bene, e che tutti dovremmo impegnarci un pochetto per preservarle. Perlomeno per permettere ai nostri figli di provare l’ebbrezza della powder nei boschi sotto i 2.000 metri, ecco. E, soprattutto, l’essere presi bene. Che è una forma più forte dell’essere entusiasti, senza sfociare tuttavia nell’essere ossessionati. Essere presi bene significa fare l’ultima pellata partendo alle cinque del pomeriggio, per il semplice godere della luce e della neve, e non perché bisogna accumulare dislivello a tutti i costi. E poi magari, i giorni in cui fa brutto, starsene a poltrire a casa senza sentirsi in colpa, lasciando gli ossessionati a perdersi nella nebbia al posto nostro.
Ho poi conosciuto l’ecosistema di Gressoney del quale Zeo fa parte: una tribù eterogenea di indigeni della Valle del Lys della quale fanno parte Maestri, Guide, aspiranti Guide, fotografi di montagna, ma anche amatori che nella vita fanno tutt’altro. Età indefinita, dai venti agli over sessanta. Se li vedi da fuori non lo diresti neanche che passano le giornate a sciare insieme: qualcuno gira con padelloni da 120 millimetri sotto il piede, altri con degli assi che avranno sì e no quindici anni e oggi andrebbero bene per le gare. Abbigliamento, idem: si va da un estremo all’altro, dal tutone alla tutina. Ad accomunarli, però, sono le scelte che hanno fatto per arrivare fin qui, tutte mirate al poter trascorrere il maggior tempo possibile in montagna, rinunciando magari ai lussi di una vita e di un lavoro normali in cambio del potersi svegliare col Monte Rosa fuori dalla finestra. Era qui che volevo arrivare: il freeride non è una pratica e nemmeno un modo di vestirsi o di sciare. Il freeride è un percorso di vita.
- Weissmatten
Spesso trascurata a favore degli impianti di Gressoney La Trinité, quest’area dispone di una sola seggiovia biposto e, apparentemente. di pochi pendii accessibili dalla cima. Ma basta aver voglia di mettere le pelli anche solo per pochi minuti che si sblocca un mondo fatto di ripidi lariceti, riparati dalla folla che gira a Punta Jolanda, decisamente più frequentata. Prima regola del freeride, cercare sempre il pendio vergine, giusto?

- Il trasformista Andrea Gallo
Climber, fotografo, pioniere giornalista, sciatore-autore, videomaker della scena rap italiana: Andrea Gallo è stato ed è tutto questo. Negli anni ’80 Andrea fu uno dei più forti arrampicatori italiani, autore delle prime salite di pietre miliari del freeclimbing sparse tra Piemonte e Liguria. Basti pensare che la sua Hyaena, gradata solo 8b+, fa notizia ancora adesso quando viene ripetuta. Fu poi uno dei primi a credere nel paradiso outdoor di Finale Ligure, contribuendo attivamente al suo sviluppo e aprendo il primo negozio di attrezzatura da montagna in quella che era una cittadina della riviera ligure. Poi tornò su nelle montagne di casa, a Gressoney, dove partecipò alla stesura della prima guida di freeride della zona, Polvere Rosa. Come il serpente dell’Eden, Andrea continuò a tentare il resto del mondo rompendo gli schemi. Intramontabile lo speciale Freerider che curò per la rivista Alp nel 1999, dove scrisse delle attività libere dagli schemi che in futuro sarebbero state catalizzatrici dello stantio mondo della montagna: in quel numero si parlava di bouldering, di skibum a Chamonix, di drytooling e, ovviamente, di Gressoney.

- Una Malfatta ben fatta
Il Vallone della Malfatta è una delle discese più conosciute che da Punta Indren scendono sul lato valsesiano del Monte Rosa. Solitamente vi si accede tramite un canale che richiede una calata, o perlomeno di essere disarrampicato. Solitamente. Con Zeo e il Camicia l’abbiamo sciato in tutto il suo splendore, accedendoci sci ai piedi e lasciando le nostre firme nello zucchero, in una giornata in cui il cielo era quello che gli americani - che hanno un neologismo cool per qualsiasi cosa - definirebbero bluebird. Discese classiche come questa in queste condizioni richiedono essenzialmente un requisito: essere lì, in settimana, dopo una nevicata e alla prima funivia… tutto il resto sono chiacchiere da bar.

- Il Circo Barnum al Lago del Gabiet
Più si è, meglio è. Un giorno ci siamo ritrovati a pellare dalla diga del Gabiet in undici, in una bolgia colorata con poche idee in testa ma molto chiare: trovare abbastanza pendii immacolati per tutti. In testa il solitario Camicia, che non solo voleva battere tutta la traccia da solo, ma respingeva anche chi si offriva di dare il cambio a questo intagliatore che un giorno, da solo e per sfizio, aveva pellato per 5.100 metri di dislivello. Dietro, a seguire, il carrozzone del Circo Barnum: il più giovane era il ventunenne rasta Mattia, che per l’occasione aveva un paio di Dynafit al posto dei twin-tip da park; il più, ehm, saggio era Paolo, ormai in pensione. Gente che aveva fatto il Mezzalama mischiata ad altri che in salita facevano le pause a suon di sigarette e vin brulé, mischiata ad altri ancora che le pause non le facevano proprio perché erano i giorni di Burian e la temperatura a dir poco tonica. Chiedetelo a Zeo, che si è dovuto far prestare un phon al bar per scaldare le pelli ghiacciate.

- Sciare la luce
È successo anche di partire per l’ultima pellata all’ora in cui il sole stava per scomparire, salendo con il filo dell’ombra che seguiva poco più a valle. Faceva così freddo che i cristalli di neve non si legavano l’uno all’altro, ma rimanevano lì, sospesi nell’aria a luccicare come polvere d’oro. Davanti a me a battere la traccia c’erano il Camicia e i fratelli Thedy, dietro Zeo e Mattia. Con me era rimasto Francio, che saliva con calma trascinandosi dietro scarponi da pista e sci da 124 mm al centro. Abbiamo spellato proprio mentre il sole stava calando, il primo a danzare nella luce è stato il Camicia, mentre Francio si gustava una sigaretta rollata a meno venti.
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Arnold Lunn, una vita per lo sci
L'evoluzione dello sci, dall'inizio del Novecento fino allo sviluppo dello sci di massa, ha avuto nell'inglese Arnold Lunn il suo massimo artefice. Lunn ci ha lasciato una mole di libri e di saggi sullo sci (e non solo: parecchie sono le sue opere di pensiero e di filosofia) di grande importanza. Inoltre, gli annuari del The British Ski Year Book, di cui è stato direttore dal 1920 al 1971, sono una fonte imprescindibile di informazioni per chi si interessa alla storia dello sci moderno. È anche stato il direttore di The Alpine Ski Club Annual dal 1908 al 1912. I suoi scritti coprono un arco temporale di oltre sessanta anni e riflettono i grandi cambiamenti avvenuti nello sci dalla fine dell'Ottocento al 1974, anno in cui ci lasciò, a ottantasei anni. Lunn giocò anche un ruolo molto fondamentale in questi cambiamenti: l'evoluzione dello sci risulta infatti intimamente collegata a quella del suo pensiero. Viene soprattutto ricordato per il forte contributo che ha dato al discesismo competitivo, con l'invenzione dello slalom speciale e dell'Arlberg Kandahar, la mitica gara di combinata fra discesa libera e slalom che fino agli anni Settanta ha rappresentato il trofeo più prestigioso per uno sciatore alpino. Noi vogliamo però ricordarlo anche come grande sciatore di montagna. È davvero peculiare che, mentre si batteva per fare della discesa e dello slalom una disciplina olimpica, sia stato anche un appassionato cultore dell'alpinismo con gli sci, con numerosissime imprese da inserire nell'albo d'oro dello scialpinismo: basti citare la prima all’Eiger (3.970 m) e al Dom de Mischabel (4.545 m). Si può dire che Lunn iniziò a sciare facendo scialpinismo e continuò a farlo ad altissimo livello per tutta la sua lunga vita.
Scialpinismo e gare di sci alpino rappresentano due mondi che, salvo eccezioni, risultano oggi piuttosto distanti. Ma per Lunn non era affatto così. Egli era uno sciatore completo, amava ogni cosa dello sci, salvo indignarsi di fronte alla piega consumistica assunta dallo sci di massa e non condividere le tendenze dell'agonismo negli ultimi anni della sua intensa vita. Peculiare, direi unica, rimane la sua capacità di essere stato l'appassionato artefice dello sviluppo di due modi di vivere lo sci che con il tempo si sono distanziati sempre di più uno dall'altro. Ricordando le principali tappe della sua lunga vita vediamo di capire il segreto di questa felice sintesi.
Dall’India a Mürren
Arnold Lunn nasce a Madras in India nel 1888, il padre Henry è medico e pastore metodista. Rientrato in Inghilterra nel 1892 con la famiglia, Henry organizza a Grindelwald in Svizzera un incontro fra pastori metodisti, anglicani e non conformisti per tentare un'utopistica unificazione. Ovviamente non risolve nulla ma scopre le sue indubbie doti di organizzatore di viaggi. Abbandona quindi la professione di medico e costituisce la Sir Henry Lunn Ltd, un'agenzia specializzata nell'offrire agli inglesi facoltosi soggiorni nelle prime stazioni invernali svizzere, da Adelboden a Wengen, da Montana a Mürren. Nel 1905 crea la Public Schools Alpine Sports Club, che sarebbe diventata la più importante agenzia specializzata nelle vacanze invernali della Svizzera. Lo sci è una novità che interessa i ricchi inglesi e Henry, che non è uno sciatore, ha subito grande successo. Il figlio Arnold inizia a sciare a dieci anni, a Chamonix. Nasce spontanea in lui una grande passione per la montagna e per lo sci che non lo abbandonerà più per tutta la vita. Studente a Oxford, a venti anni fonda l'Alpine Ski Club, del quale il celebre alpinista e critico d’arte Martin William Conway fu il primo presidente. Neppure un grave infortunio a 21 anni durante un'arrampicata in Galles, in cui rischia di perdere una gamba, che rimarrà per sempre più corta dell'altra, mette fine alla sua passione per lo sci. Appena cade la neve in autunno, Arnold si trasferisce a Mürren per rimanerci fino a tarda primavera. La meravigliosa stazione dell'Oberland Bernese in cui si arriva, come a Wengen, solo con il treno a cremagliera, diventa la sua patria adottiva. A Mürren la Henry Lunn Ltd acquista il prestigioso Hotel des Alpes, diventato poi Palace Hotel. La camera numero 4 diventa il celebre ufficio, caotico e disordinato, di Arnold. In esso si svolgono le storiche riunioni che danno vita allo sci moderno.
Nel 1911 Arnold Lunn si reca a Montana (1.500 m), una stazione di sci del Vallese, su invito di Frederick Roberts, conte di Kandahar e Waterford, famoso vincitore della battaglia di Qandahār in Afghanistan e vice-presidente del Public Schools Alpine Sports Club, per collaborare al primo Roberts of Kandahar, la gara di discesa su terreno non battuto da lui inventata. Una gara di ben 1.500 metri di dislivello, con una parte di salita all'inizio per attraversare la Weisshornlücke (2.852 m) e il Rezlipass (2.830 m). Particolare da non sottovalutare: il punto di partenza, il rifugio Wildstrubel (2.791 m), viene raggiunto dai concorrenti in sei ore, il giorno prima della gara. Dieci membri del Public Schools sopra menzionato partecipano alla gara, vince Cecil Hopkinson in 61 minuti: è la prima volta che si misura il tempo in una gara di questo tipo. Lunn si rende subito conto del fascino e dell'importanza di una sfida così completa, antesignana di quelle attuali di freeride, e ottiene di effettuare il Roberts of Kandahar a Mürren nei successivi tre anni, immediatamente prima dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Lunn intervalla l'attività di promotore dello sci in Svizzera e ideatore di nuove gare con un'attività scialpinistica di prim'ordine. Nel febbraio 1908 compie, senza guide, insieme a Cecil Hilton Wybergh, anche lui membro del Public Schools Alpine Sports Club, un raid in sci di quattro giorni da Montana a Villars, attraverso i massicci del Wildstrubel e dei Diablerets. Sono anni in cui si tracciano con grande entusiasmo nuove grandi traversate con gli sci, come la Chamonix-Zermatt ad opera della guida Joseph Ravanel, nel gennaio 1909, con altre tre guide e due clienti. Lunn non è certo da meno e dal 2 al 7 gennaio 1912 effettua una grande traversata delle Alpi Bernesi da Kandersteg a Meiringen. Sono con lui il famoso professor François-Frédéric Roget (compagno delle prime gite di un altro grande: Marcel Kurz...) e tre portatori: Arnold Schmid, Christian Gyger e ‘Adolf’. Per quest'ultimo Lunn non scrive il cognome: nella sua relazione The Oberland from End to End sul The Alpine Ski Club Annual lo descrive come «il peggiore sciatore (ski-runner) e il peggiore portatore che ho avuto la sfortuna di incontrare». Per completezza aggiungiamo che Theodor Lalbermatten ha portato lo zaino del prof. Roget da Kippel al rifugio sopra Lótschenlücke, oggi chiamato capanna Hollandia.
Nel 1910 Arnold Lunn pubblica il primo volume di The Alpine Ski Club Guides: The Bernese Oberland, il massiccio da lui prediletto in cui ritornerà a più riprese. Il magistrale resoconto di Lunn di un'altra traversata primaverile dell'Oberland, dallo Jungfraujoch (già servito dalla ferrovia, dal 1912) a Meiringen, viene pubblicato nel libro Alpinismo invernale di Marcel Kurz. Lunn e Kurz, i due grandi dell'età d'oro e d'argento dello scialpinismo, si conoscono e si stimano, ma il caso vuole che non riescano mai a fare una gita o una traversata insieme. Nel 1913 Arnold Lunn pubblica Ski-ing, in cui introduce nelle gare di discesa il divieto di frenare con i bastoncini. Erano i tempi in cui nei punti difficili si preferiva spesso cadere anziché frenare. Per questo Vivien Caulfield, autore di How to Ski and How Not To del 1910 aveva inventato le gare no-fall, in cui vinceva chi riusciva a cadere meno! Come ricorda Daniel Anker su Der Schneehase-Jahrbuch des Schweizerischen Akademischen Skiclubs vol 37, 2002-2007, in quegli anni, oltre a Lunn e Caulfeild, diedero una notevole spinta allo sviluppo dello sci Rickmers con il suo Ski-ing for Beginners and Mountaineers (1910) e Richardson con The Ski-Runner (1910).
Sempre nel 1913 Arnold Lunn sposa Mabel Northcote. Bella, dolce, elegante, Mabel non è un’alpinista ma si innamora presto dello sci. Inizia una bella vita di coppia nella montagna bianca, un lungo viaggio durante il quale nascono i loro tre figli: Peter, Jaqueta e John. Mabel è di fede anglicana, lui è agnostico ma non rimarrà tale per tutta la vita. Nel 1916 Lunn fa conoscenza con un ragazzo di Mürren di quattordici anni che scia velocissimo a telemark, lasciando sulla neve tracce perfette. Si chiama Walter Amstutz ed è destinato a diventare uno dei suoi più cari amici e uno dei più famosi sciatori di tutti i tempi. Ideatore del Kl (chilometro lanciato, oggi speed skiing o sci di velocità), Amstutz va anche ricordato per l’invenzione delle famose lunghe molle che, collegando la parte posteriore dello scarpone allo sci, permettono di controllare meglio il tallone: le famose Amstutz-Feder o molle Amstutz. Il 18 giugno 1917, insieme alla guida Josef Knubel, Lunn compie la sua scialpinistica capolavoro arrivando, sci ai piedi, sul Dom de Mischabel (4.545 m), la cima più alta che si trova integralmente in Svizzera. Ancora oggi il Dom rappresenta uno dei traguardi più ambiti per gli scialpinisti di alto livello.
Nel 1921, un anno dopo aver effettuato, sempre con la guida Knubel, le prime scialpinistiche al Weisshorn (4.506 m, lasciando gli sci alla base delle rocce della cresta a 3.450 m) e al Brunegghorn (3.833 m), Lunn pubblica uno dei suoi libri più belli e innovativi: Alpine Skiing at All Heights and Seasons. Si tratta di un'analisi dello sci nelle quattro stagioni, con la primavera che primeggia sulle altre, come epoca ideale per lo sci. Il terzo capitolo, Spring Ski-ing, è un piccolo capolavoro di fondamentale importanza per chi considera lo sci qualcosa più di uno sport. Sempre nel 1921, a dimostrazione dell'eclettismo di Lunn, escono i primi articoli e disegni sul suo slalom, come gara di destrezza e velocità fra un ostacolo e l'altro. Prima di allora Mathias Zdarsky aveva già organizzato, nel 1905, una gara con passaggi obbligati sul Muckenkogel di Lilienfeld in Austria: l'obiettivo in quel caso non era il mantenimento della velocità ma la sua riduzione. Il primo slalom moderno ha luogo a Mürren nel 1922 e un articolo di Lunn su The British Year Book ne sottolinea la filosofia e il successo. Nel 1923 Mabel fonda il Ladies Ski Club, destinato a esercitare una grande influenza nello sviluppo dello sci femminile e a portare la squadra inglese a dominare in tutte le gare dell’epoca. Il 18 maggio 1924, come reazione alla prima Olimpiade invernale di Chamonix in cui sono presenti solo le discipline nordiche, Lunn fonda il Kandahar Ski Club e organizza la prima gara internazionale di discesa e slalom. Nella stessa stagione sale con Amstutz, Richardet e Amacher l'Eiger (3.970 m), portando gli sci fino allo Nördliches Eigerjoch (3.607 m). È la sua ultima scialpinistica importante, a trentasei anni di età.
Nel 1927 Hannes Schneider, inventore della tecnica dell'Arlberg e fantasioso interprete dei film di sci di Arnold Fanck, invita Lunn a St. Anton: nasce così fra i due un'amicizia e un sodalizio importante che porta all'invenzione dell'Arlberg-Kandahar. Si tratta di una gara di discesa libera e di un successivo slalom in cui l'ordine di partenza riflette la classifica della discesa: in questo modo è possibile, sommando i tempi, individuare nella combinata lo sciatore più completo. Sempre nel 1927 Lunn pubblica la sua prima monumentale History of Ski-ing, una insostituibile fonte di informazioni sulla storia dello sci. Nel 1928 viene organizzata a St. Moritz la seconda Olimpiade invernale, sempre aperta alle sole discipline nordiche. E Lunn e Schneider inventano a St. Anton il primo Arlberg Kandahar, che assume subito il ruolo di maggiore competizione internazionale per le discipline alpine. L’Arlberg Kandahar viene disputato ogni anno dal 1928 al 1970, salvo l'interruzione durante la Seconda Guerra Mondiale, in stazioni diverse: St. Anton, Chamonix, Garmisch-Partenkirchen, Sestriere. All'inizio degli anni Trenta la continua ricerca spirituale di Lunn, che si ritrova nelle sue opere The Flight from Reason (1930) e Difficulties (1932), lo porta ad abbracciare la fede cattolica. La sua prima passione rimane lo sci: sulla copertina della traduzione italiana di Now I see, Ora ci vedo, pubblicata dai salesiani della Sei nel 1937, c’è lui che imbraccia gli sci come una croce.
Grazie alle sue battaglie, la discesa e lo slalom sono finalmente accolti ai Giochi Olimpici del 1936 a Garmisch-Partenkirchen. Siamo però in piena epoca nazista. Lunn partecipa ai giochi come referente per lo slalom e suo figlio Peter è capitano della squadra britannica. Nessuno dei due prende parte alla cerimonia di apertura e al banchetto offerto da Hitler. Nel 1939 Lunn riesce a far raggiungere gli Stati Uniti a Hannes Schneider e famiglia, dopo l'incarcerazione di quest'ultimo senza una chiara motivazione, sostanzialmente perché inviso ai maestri di sci nazisti. Lo fa fingendo di accettare un ricatto: possibilità di espatriare per Schneider e famiglia in contropartita al mantenimento dell'Arlberg-Kandahar a St. Anton. Schneider riesce a partire ma l'Arlberg Kandahar ritornerà a St. Anton con lui solo nel dopoguerra, nel 1949. Nel 1952 Lunn pubblica The Story of Ski-ing una versione aggiornata e parecchio rivista rispetto a quella del 1927. Nel libro cambia idea su molti punti. Prima di tutto sulla tecnica di discesa. Nello stesso anno, per i suoi meriti nel mondo dello sci, viene nominato baronetto. Nel 1959 muore Lady Mable. Due anni dopo Lunn si risposa con la sua segretaria Phyllis Holt-Needham, assistant editor del British Ski Year Book, che non è una grande sciatrice. Era stata Mabel a presentarla ad Arnold e ad affermare che sarebbe stata la persona adatta per prendere un giorno il suo posto nella vita del marito... Nel 1969 Arnold Lunn pubblica la sua ultima opera sullo sci: si tratta di The Kandahar Story: a Tribute on the Occasion of Mürren's Sixtieth Skiing Season. Un tributo alla grande gara da lui ideata e a Mürren, sua patria adottiva. Muore a Londra nel 1974, a ottantasei anni. Il suo ultimo scritto è una poesia che parla della fede, della gioia di sciare e dell'immensa bellezza delle montagne. La traduzione in tedesco dell'amico Walter Amstutz viene affissa nel porticato della chiesa di Mürren.
La storia dello sci secondo Arnold Lunn
La storia dello sci nelle Alpi a suo parere si può dividere in quattro fasi:
- l'età dei pionieri 1890-1896
- l'età d'oro 1897-1917
- l'età d'argento 1918-1927
- l'età moderna 1928-1970
La prima è quella delle imprese di fine Ottocento, dalle prime traversate di Christophe Iselin e Conan Doyle con i fratelli Branger, fino alla salita all'Oberalpstock di Wilhelm Paulcke. L'età d'oro si apre con la traversata nell'Oberland Bernese di Paulcke e si chiude con la salita con gli sci fino in cima al Dom de Mischabel dello stesso Lunn. Durante questo periodo Lunn è un fervido sostenitore dello sci norvegese, ossia del telemark, del quale il grande interprete sulle Alpi è senza dubbio Wilhelm Paulcke. Lunn si schiera inizialmente con lui nella querelle con Zdarsky, che con la sua tecnica di Lilienfield propone uno sci più facile da apprendere e più adatto ai terreni alpini ma molto meno elegante. Già nel 1905 si notano però tentativi di creare una tecnica ibrida, con un'attrezzatura che permette di sciare sia secondo la tecnica di Lilienfield che a telemark, quando le condizioni di neve e il pendio si adattano alla sciata norvegese. Una felice sintesi dei due modi di sciare si ritrova nel testo Der alpine Skilauf del 1910, dell'ufficiale dell'esercito austriaco Georg Bilgeri. Con il tempo anche Lunn, già difensore della tecnica norvegese, cambia parzialmente idea e in The Story of Ski-ing del 1952 considera «magistrale» la sintesi di Bilgeri da cui nasce lo sci alpino. Ne segue quindi l'evoluzione che lo porta alla tecnica dell'Arlberg dell'amico Schneider: i suoi talloni sono quasi bloccati per ogni tipo di curva e di neve. Questo cambiamento in Lunn non deve stupire. È giustificato dalla lunghezza dell'arco temporale di riferimento e dalla forte evoluzione che lo contraddistingue.
L'età d'argento è segnata dal successo delle opere di Marcel Kurz e dello stesso Lunn. Di fondamentale importanza per fare il punto sullo sci di quegli anni sono i volumi Alpinisme hivernal del primo e Alpine Ski-ing at All Heights and Seasons e History of Ski-ing del secondo. Si può notare una perfetta sintonia in molte parti delle due opere. Il periodo d'argento si chiude con l'incontro fra Lunn e Schneider, che con la tecnica dell'Arlberg e i perfetti cristiania sembra avere definitivamente messo in cantina il telemark sulle Alpi. Nei film interpretati da Schneider, da Wunder des Schneeschuhs a Caccia alla volpe in Engadina, da La montagna sacra a L'ebbrezza bianca a fianco di Leni Riefensthal, Schneider mette in evidenza l'eleganza della sua tecnica dell'Arlberg a talloni bloccati. Egli peraltro non considera superato lo sci norvegese, ne riconosce gli aspetti estetici e si limita ad affermare che il suo cristiania si adatta a qualsiasi situazione. L'età moderna secondo Lunn si apre e si chiude con l'Arlberg-Kandahar, la gara perfetta che solo i grandi sciatori completi possono aspirare a vincere. Nell'età moderna lo scialpinismo si apre ai percorsi tecnici e al ripido: con riferimento al suo Oberland, Lunn ricorda la traversata dello Jungfraujoch con discesa sulla Wengernalp del 1939 e quella dell'Eigerjoch con discesa sulla Scheidegg del 1951. Senza dimenticare il raggiungimento con gli sci del Colle di Meade (7.160 m) in Karakorum da parte di Romilly Lisle Holdsworth nel 1931, record di altitudine dell'epoca.
L'età moderna rappresenta per Lunn un lungo periodo felice di soddisfazioni. Ciò non significa però che in questi anni della maturità, proprio lui non si renda conto che lo sci, accanto ai successi sia nel campo della competizione che nello scialpinismo, non stia correndo grossi rischi, con scelte di fondo che lui non condivide. La presa di distanze rispetto allo sci moderno, ossia alla sua stessa creatura, non è solo degli ultimi anni della sua lunga vita. Già nel 1941, in un simposio in cui si parlava di nuovi impianti di risalita, dice che ogni invenzione «dalle automobili alle teleferiche, rompe la barriera che ancora ci protegge dagli orrori della civilizzazione omologata». Lo storico Andrew Denning, nella sua approfondita ricerca Skiing into Modernity del 2015 interpreta le critiche e il pessimismo di Lunn sul futuro dello sci come «lamento di una élite che dallo sci ha avuto molto». Lunn farebbe insomma parte di quella esigua schiera di pionieri «saccenti ed entusiasti» che dovevano allo sci la loro celebrità. Sarà pure così ma non si può non essere d'accordo con Lunn quando afferma, nella sua autobiografia pubblicata nel 1941, che «lo sci è passato attraverso un ciclo spengleriano. È iniziato come cultura e contatto con la natura (...) sciavamo su nevi modellate solo dagli eventi naturali, dal sole, dal vento, da gelo e dal disgelo (...) oggi lottiamo in teleferiche gremite come i ghetti della civiltà metropolitana e la superficie su cui sciamo è dura e artificiale quasi come le pavimentazioni cittadine che nascondono la terra gentile». Frasi del genere, pronunciate oltre settanta anni fa da un uomo che amava profondamente lo sci, hanno il peso di una triste profezia...
Nel 1943 Lunn arriva a dichiarare che gli impianti minano il piacere di sciare. Se la prende anche con la specializzazione e il professionismo che interessa sempre di più il mondo delle gare, con gli atleti che sciano undici mesi all'anno, con le competizioni sempre più veloci e pericolose e sempre più distanti dal pubblico. In un'ultima intervista, rilasciata a Massimo di Marco per la rivista Sciare nel 1971, afferma senza mezzi termini che l'epoca dello sci che sta vivendo non gli piace. Pur dovendo molto del suo successo allo sviluppo dello sci e delle gare non manca di manifestare il pessimismo circa il rapporto fra sci e montagna. La sua negatività è legata in parte all'aver dovuto accettare la fine dell'Arlberg-Kandahar nella originale formula in cui era stato concepito, perché incompatibile con la Coppa del Mondo La sua passione a 360 gradi per il mondo bianco, dal grande scialpinismo alle gare intese come grandi feste dello sci, rimane genuina fino all'ultimo. Davvero un bell’esempio di un grande dello sci, sul quale val la pena meditare.
Tour de La Meije quattro giorni au refuge
1893. È già passato un po’ di tempo se ci riflettiamo. Una storia racconta che quattro persone tra cui Cristophe Iselin si incontrarono verso sera fuori dal paese di Glarus, quasi di nascosto, per non stuzzicare la curiosità e l’ilarità dei vicini: da lì partirono con sci verso il colle Pragel. Uno era con le racchette ma le cronache giustamente non lo citano troppo volentieri. La salita in sci al suddetto passo, quota 1.554 metri, nel Canton Glarona, in Svizzera, è da considerarsi la prima vera scialpinistica sulle Alpi. A scanso di fake news, si può dunque pensare che quel giorno sia iniziata la storia dello scialpinismo. Mi è sempre piaciuto pensare che questa disciplina non si sia mai allontanata troppo dalle proprie origini: gli sci rimangono il miglior modo di muoversi in montagna in ambiente innevato. Non ce n’è. Sono fatti per sostenere, distribuire il peso sul manto nevoso limitando la fatica dei nostri spostamenti, aiutandoci e agevolandoci. Non saremmo lì in mezzo alle bianche alture senza di loro. O forse ci saremmo, magari con un paio di ciaspole, ma forse a quel punto avremmo pantaloni attillati, zaini enormi, pile rossi, calli sulle caviglie e sui polpacci e insomma… addio stories su Insta, salamini gratis da parte del salumificio dello zio che ci sponsorizza e zero tipe rimorchiate in ufficio mostrando le discese del weekend mentre ululiamo giù da vertiginosi pendii cercando di avere l’espressione delle Guide di Cham.

Forse diamo troppo per scontata l’importanza dei nostri sci. Ma è la loro natura intrinseca di mezzo di trasporto che ci consente di fare i fighetti. E come ogni mezzo di trasporto sono fatti per permetterci di affrontare un viaggio. Uno spostamento che si compie da un luogo di partenza a un altro distante dal primo. Una linea che collega due punti sulla neve. L’occasione per riscoprire l’essenza dello scialpinismo è stata del tutto inaspettata. Il cellulare si illumina: messaggio. È Mathias, un collaboratore di una rivista francese sempre del settore sci e outdoor. Mi informa che i rifugisti degli Écrins e l’ente turismo dei Pais des Écrins, nelle Alpi del Delfinato, in Francia, stanno organizzando un viaggio stampa per promuovere e far scoprire il loro meraviglioso massiccio. Un raid a sci negli Écrins! Meraviglia! La risposta è ovvia. Il massiccio transalpino lo conosco abbastanza bene, da Torino non è così distante e offre un terreno selvaggio con infinite discese, canali, pareti. Una mecca dello sci, selvaggia e spesso isolata. Negli anni però l’approccio è sempre stato un po’ mordi e fuggi. Quando ho cercato di ricordare tutte le volte che ero stato da quelle parti, la sequenza che mi veniva in mente è stata sempre più o meno la stessa:
- Uno: sveglia ad orari in cui la Convenzione di Ginevra vedrebbe certamente la violazione dei diritti umani;
- Due: caffè e biscotti in automatismo;
- Tre: macchina, motore, fari, cassa dritta propedeutica all’occhio aperto;
- Quattro: appuntamento tipo scambisti in qualche parcheggio autostradale o meglio di centro commerciale… con le quattro frecce;
- Cinque: auto, velocità elevata;
- Sei: arrivo, salita, sciata;
- Sette: birra, Pastis, nutrimento, guarda foto, guarda parete, discuti, sogna;
- Otto: auto, velocità elevata (ma in senso contrario);
- Nove: ritardo;
- Dieci: fai cose, dimostrati disponibile con i tuoi cari, sei in ritardo, dimostrati collaborativo.

Una sorta di decalogo, operazioni automatizzate. Che è un po’ quello di chi si spara le gite in giornata. Qualche menoso dirà che è un modo consumista figlio dei nostri tempi. Sì. Ma siamo un po’ tossici dell’aria aperta e della neve, con la faccia abbronzata delle Guide di Cham, sempre loro, ma magari abitiamo a 200 chilometri da dove vorremmo sciare, lavoriamo in ufficio, cantiere, ospedale o in università: quindi appena possiamo settiamo quella maledetta sveglia ancora un quarto d’ora prima perché magari ci scappano altri 300 metri in più. Un raid però è diverso. È un viaggio, ci si sposta in montagna, si entra in sintonia, si rimane ovattati dall’ambiente che ci circonda. Si riesce ad entrare in esso, passando attraverso diversi stati d’animo, ascoltando il proprio corpo, specie il giorno in cui le gambe andranno meno. Da un punto a un altro, una linea, con gli sci. Un sogno. Dopo gli ultimi consulti sul meteo, non proprio stabile dopo un inverno secco e avaro di precipitazioni come quello di quest’anno, il raid viene confermato. Il tour della Meije, giro classico del massiccio. Quattro giorni La Bérarde to La Bérarde: nel mezzo tutti i rifugi e i loro gestori che accolgono alpinisti e scialpinisti in queste vallate remote. Si parte! Dopo una notte a La Grave in un posto degno di un film di Tarantino, con Federico arriviamo a La Bérarde sorprendentemente in orario. Si conosce il gruppo, si fa un piccolo briefing con le due Guide, Julia e Mathilde, e si parte in direzione del vallone di Etacons, dominato dal versante meridionale della Meije. Nei viaggi, oltre ai chilometri, al dislivello e alle discese, sono le persone che si incontrano, spesso per la prima volta, a caratterizzare la linea del percorso. Le impressioni che riceviamo da questi incontri diventano un tutt’uno con quelle del nostro movimento, creando l’esperienza. In questo caso abbiamo avuto l’occasione di condividere il rifugio quasi sempre con i soli rifugisti, complice la poca gente in giro e le previsioni non così definite. E fu così che…

Sandrine - Refuge du Promontoire
Oggi il menù prevede solo salita. Non c’è fretta, abbiamo tutta la giornata per arrivare al Refuge du Promontoire. Il set-up che preferisco per i raid classici non è leggero, lo sci è largo e lo scarpone un onesto 1.400 grammi. Piuttosto si alleggerisce lo zaino con meno cambi e pazienza per i vicini di branda. Le nuvole in cielo intanto si dissipano e arriviamo al Refuge du Châtelleret proprio dove il piatto vallone inizia a impennarsi in direzione Brèche de La Meije. Charles, occhi blu, mascella squadrata e abbronzatura non certo timida, ci accoglie con la sua compagna in questa isola spersa nel sole del vallone circondato da picchi che ben superano i 3.500 metri. Dopo una meravigliosa omelette, ripartiamo alla volta del Promontoire dove le nuvole che ci avevano avvolto con del nevischio lasciano posto a un bel sole. La gestrice è Sandrine, una gentile ragazza bionda. Giovane, con sorriso che lascia trasparire timidezza e una luce irrequieta negli occhi. Quelle persone che sembrano scappare da qualcosa. Le primissime rughe intorno agli occhi blu confermano che in realtà sta vivendo la vita che ha scelto: nata a Chamonix, sono sei anni che gestisce dei rifugi dopo aver lavorato per quattro come aiuto al Refuge Albert 1er ai piedi dell’Aiguille de Chardonnet, nel Bianco. Sandrine serve tutti, sparecchia, rassetta la cucina e poi mangia anche lei in sala. Convincerla a fare qualche foto si scontra con la sua timidezza, ma ce la facciamo e le strappiamo una risata quando ci improvvisiamo come sui set con le modelle e le chiediamo prima uno sguardo imbronciato e poi una mano nei capelli e uno più sexy. Ci perdonerà, credo. Ah, sappiate che Sandrine vi scatterà anche lei qualche foto: con una piccola automatica bianca, ruberà un momento del vostro passaggio per ricordo, senza chiedervi di mettervi in posa, quasi di nascosto. È timida, l’ho detto.
Jeff - Refuge de l’Aigle
Il giorno seguente, se non sarete trascinati a valle dal compagno che si dovrà legare con voi e se scamperete le insidie della conserva corta con gente poco avvezza ai ramponi risalendo il budello del Serret du Savon, ai piedi dei seracchi della parete Nord della Mejie, arriverete in quel magnifico nido d’aquila (appunto!) che è il Refuge de L’Aigle. Siamo su un cucuzzolo ai piedi della Meije Orientale che domina il caleidoscopico Glacier de l’Homme e il vasto Glacier du Tabuchet. Jeff è il rifugista: sulla cinquantina, sorriso da marinaio. A sedici anni è scappato da Parigi, biglietto sola andata per le montagne del Sud della Francia. Un richiamo a cui non ha saputo resistere. Ha lavorato prima come portatore, poi al Refuge du Viso e quindi al Refuge des Écrins. Fino all’anno scorso quando… Chiacchierando, ho collegato questo dettaglio subito e ho capito che mi trovavo davanti alla voce che per anni mi ha risposto al telefono quando chiamavo il Refuge des Écrins per chiedere info sulle condizioni e nevicate di fine primavera. Tutto per capire se sarebbe stato il giorno buono per scendere integralmente i 4.102 metri della Barre des Écrins per il versante Nord. Mai una volta che all’accento italiano rispondesse con info certe: solo pessimismo, desolazione e condizioni catastrofiche. Poi puntualmente il giorno dopo almeno una pulminata di francesi scendeva la parete. Eccolo davanti a me il maledetto! Non sembra neanche così scorbutico, anzi è simpatico, tanto che alle mie rimostranze la serata si anima e finiamo con una risata davanti a una birra. Accidenti a te Jeff!
Sabine - Refuge Villar d’Arène
Dopo la notte all’Aigle, il risveglio sul mare di nubi dopo una lieve nevicata fa sorgere qualche dubbio sul fatto di essere effettivamente svegli. Forse si sogna ancora e il dubbio permane anche durante la discesa del Tabuchet, intonso fino a Villar d’Arène. Dopo un provvidenziale passaggio a Pied du Col il nostro gruppetto riprende a salire in direzione del rifugio per la notte. La giornata è primaverile e la luce sulle pareti nord dell’Agneaux, in fondo al Cirque d’Arsine, fa capire che sarebbe il momento buono per sciarle. Questa notte dormiremo al Refuge Chamossière. Essendo però un viaggio alla scoperta dei vari rifugi che potrebbero fare da appoggio a questo raid, è d’obbligo una tappa enogastronomica al rifugio di Villar d’Arène, situato a circa cinquanta metri lineari dal Chamossière. Qui facciamo la conoscenza con Sabine, 20 anni trascorsi in questo angolo di paradiso. E arriva anche il momento critico del viaggio: la tarte au chou di Villar d’Arène. Una torta-sformato di cavolo, castagne e carni assortite che Sabine ci presenta con un sorriso sfidante. Ragazzi dimenticatevi tutte quelle barrette, cibi, gel che riportano la scritta energetica. Qui si gioca in un altro campionato. Eccellenza contro Champions League. Un’iniezione calorica e di fiducia in se stessi. Sabine si ripresenta al nostro tavolo solo dopo più di un’ora. A raccogliere i cocci di un gruppo disfatto dalla sfida appena sostenuta e a condividere ancora un dolce e un sorso di vino. Menzione per Federico a tavola: testa altissima.
Seb - Refuge Chamossière
Se qualcuno dicesse che Seb Louvet è uno che fa 1.300metri/ora non penso che si vedrebbero molte mani alzate di saputelli contestatori o diffidenti. Lo si capisce subito. Entri nel rifugio, curato come una spa, e ci si imbatte in una cyclette con i pedalini. Si allena dunque anche col brutto. Quindi si allena sempre. Seb è magro, molto magro. Persino le mani, seppur decisamente forti, sono magre. Seb corre, pedala, scia. E non lo fa piano. Seb è colui che ha organizzato il tutto per promuovere il giro della Meije e i suoi rifugi. Ha capito che i rifugi funzionano e rendono se costituiscono una rete tra di loro. Negli Écrins ci sono due associazioni di rifugi in base ai dipartimenti regionali, Hautes Alpes e Isère, ma sarebbe meglio che si ragionasse nell’ambito del massiccio e non secondo suddivisioni burocratiche. Il rifugista ci fa notare che l’attenzione è sempre maggiore, anche da parte della politica e degli enti turistici. Ci confessa che sua madre quando era giovane gli avrebbe dato dei soldi per dormire in un albergo piuttosto che saperlo in un rifugio. Erano luoghi più spartani, un punto di ricovero tra il parcheggio e la cima prefissata. Ora è diverso, il tempo dell’alpinismo vero in questa parte di Écrins secondo Seb è finito. Si lavora molto più con il trekking e il trail running. Il rifugio è diventato una meta a se stante al pari di una cima. Il Chamossière è un gioiellino molto curato con tanto legno e materiali naturali utilizzati per la ristrutturazione. Vale la pena di venirci anche solo per vederlo e cenare. A Seb piace chiacchierare e ci confessa che non sente alcuna competizione con il vicinissimo rifugio di Villar d’Arène di Sabine, anzi collaborano e si aiutano. La cucina di Sabine è super, ma lui ci va solo a prendere il caffè perché se no addio ai sacrifici che fa con l’allenamento. Per Seb quella del rifugista non è stata una vocazione, ma uno scherzo del destino: la prima cosa che aveva iniziato a sorvegliare era una rifugista dell’Adèle Planchard. La vita è strana.
Fanny - Refuge Adèle Planchard
Oggi si torna alla Bérarde, ma allunghiamo il giro verso il Col della Casse Désert per passare a conoscere il nuovo gestore del rifugio Adèle Planchard. Ventitre anni, riccioli d’oro e occhi azzurri: Fanny sorride nel suo piccolo regno al cospetto delle più belle montagne degli Écrins, ai piedi della Grand Ruine. Non ci fermiamo molto, ma quanto basta per capire che, seppur così giovane, ha trovato il suo mondo. La sua pace. Serenità, se dovessi scegliere una sola parola per descriverla. Ad aiutarla Cristophe, un omone timido che d’estate fa il malgaro in un altro massiccio transalpino. Omelette di rito e salpiamo a riprendere la nostra linea immaginaria che chiuderà il cerchio alla Bérarde. Oggi le gambe van da sole. La discesa sui pendii Ovest della Casse Déserte passa dalla farina alla neve trasformata senza praticamente nessuna zona di transizione. Ambiente Écrins, l’aria in faccia, sole. Ognuno un po’ per sé, liberi. Perché fare scialpinismo? Perché è bello.
TOUR DE LA MEIJE
Il raid in sci de La Meije è uno dei più classici e famosi delle Hautes Alpes. Un percorso vario, in alta montagna, riservato a scialpinisti preparati, a loro agio anche con ramponi e qualche basilare manovra alpinistica. Un itinerario che si può prestare a numerose varianti, regolando i tempi di percorrenza in funzione delle ambizioni e delle condizioni del momento. Il periodo migliore generalmente è ad aprile. Gli Écrins e i loro rifugi vi sapranno stupire. Quello che i nostri inviati hanno percorso è l’anello con partenza e arrivo alla Bérarde, sperduto paesino francese, vero cuore del Massif des Écrins.
Giorno 1: La Bérade (1.720 m) – Refuge du Promontoire (3.092 m)
Milletrecentosettandue metri di sola salita per raggiungere uno dei più iconici e famosi rifugi del massiccio, arroccato ai piedi della cresta del Promontoire. Dalla Bérarde risalire il vallone des Etacons, superare il Rifugio Châtelleret (altro punto d’appoggio) e dirigersi verso la Brèche de La Meije. Giunti sui pendii che la precedono, svoltare verso destra riportandosi in direzione delle rocce della cresta del Promontoire, dove sorge il rifugio.
D+ = 1.372 m
Difficoltà = 2.3 E1
Giorno 2: Refuge du Promontoire (3.092 m) – Brèche de La Meije (3.357 m) – Serret du Savon (3.399 m) - Refuge de L’Aigle (3.450 m)
Dal Promontoire, prima con le pelli e poi con i ramponi, reperire la Brèche de La Meije (100 m, 45°), quindi a seconda delle condizioni scendere il ghiacciaio lato La Grave per circa 300 m e ripellare quindi costeggiando la parete Nord del Gran Pic della Meije fino in corrispondenza dell’attacco del Couloir Gravellotte (sceso da Tardivel nel 1997); proseguire in discesa svelti sotto i seracchi del Corridor fino alla base del Couloir del Serret du Savon che si risale per circa 250 m (massimo 45°) e poi brevemente con le pelli si arriva al Refuge de l’Aigle.
D+ = 900 m circa in funzione del punto delle ripellate
Difficoltà = 3.3 E3 (tratto sotto ai seracchi, couloir a 45° in salita, tratto alpinistico in discesa o possibile doppia dalla Brèche della Meije)
Giorno 3: Refuge de L’Aigle (3.450 m) - Meije Orientale (3891m) - Villar d’Arène (1.600 m) – Pont de l’Arsine (1.700 m) – Refuge Chamossière (2.106 m)
Dal Refuge de l’Aigle salire alla sella Nord della cresta a sinistra della cima della Meije Orientale, percorre tutta la cresta con passi di misto facile in funzione delle condizioni e giungere in vetta. Una volta tornati al luogo dove si sono lasciati gli sci è possibile scegliere tra la discesa del Glacier de l’Homme (soluzione più diretta e che vi porta già più vicino al Rifugio Chamossière senza bisogno di passaggi) o quella del Glacier du Tabuchet da noi percorsa fino a Villar d’Arène. Da qui in autostop raggiungere il parcheggio nei pressi del camping di Pont d’Arsine e in circa un’ora e mezza raggiungere il rifugio con comoda salita.
D+ = 800 m
D- = 2.200 m
Difficoltà = 3.3 E1
Giorno 4: Refuge Chamossière (2.106 m) – Col de la Casse Déserte (3.483 m) – La Bérarde (1.720 m)
Dal Rifugio salire il pianeggiante e lungo vallone di Valfourche passando sotto all’evidente canale Nord della Roche Faurio, poco prima di giungere al canale della Brèche Charrier, ben visibile davanti a voi, svoltare sulla destra e rimontare il vallone via via più ripido (ultimi 100 m a 45°) fino al Col de la Casse Déserte. Da lì scendere i pendii ovest (primi 100 m ripidi, possibile doppia) fino a reperire il vallone di Etacons poco sotto al Rifugio Chatelleret e di qui alla Bérarde.
D+ = 1.400 m
D- = 1.700 m
Difficoltà = 3.3 E2
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