Patagonia, finisce l'era Marcario

Quando nel 2008 Rose Marcario varcò la porta dell’headquarter di Ventura, in California, per assumere il ruolo di CFO di Patagonia, nessuno poteva immaginare che avrebbe lasciato un segno così indelebile nella storia del marchio di abbigliamento tanto da avvicinarsi a quello del suo carismatico fondatore, Yvon Chouinard. Patagonia ha ufficialmente annunciato che Marcario, fino a qualche giorno fa presidente e CEO del brand, ruolo che ricopriva da sei anni, da oggi, 12 giugno, lascia ogni carica. Secondo quanto riportato da Fast Company, che ha dato la notizia in esclusiva il 10 giugno, Marcario aveva comunicato all’azienda la sua decisione di lasciare a fine anno, ma la necessità di riorganizzare il business in seguito all’emergenza Covid-19 ha reso più urgente un cambio al vertice, in modo che il nuovo modello di sviluppo venga pensato fin dall’inizio dal nuovo team dirigenziale. Team dirigenziale che però non c’è ancora e la fase di transizione verrà per ora guidata dal COO Doug Freeman in attesa che Chouinard trovi una persona degna di raccogliere l’eredità di Marcario.

Marcario lascia Patagonia nel momento di più grande prosperità nella sua storia lunga 47 anni e da quando ha messo piede in azienda il giro d’affari è quadruplicato, superando il miliardo di dollari. Il ruolo della manager in questa storia di successo è di primo piano e, al suo arrivo, a un’immagine aziendale forte non corrispondeva un’organizzazione altrettanto importante. L'immagine pubblica di Marcario, dapprima dietro le quinte, è rapidamente cresciuta, soprattutto nell’era Trump, fino ad arrivare a creare un’alchimia con quella di Chouinard difficilmente rinnovabile. Patagonia si è sempre più trasformata in uno strumento di cambio, con visioni e campagne dal forte impatto politico e apparentemente in contrasto con il modello di business dominante nel mondo dell’outdoor e della moda, fino ad arrivare ad appoggiare apertamente alcuni candidati nelle elezioni midterm del 2018 in Nevada. In questi anni sono stati prodotti film a sostegno delle cause ambientali, destinati 10 milioni di dollari risparmiati grazie alla politica fiscale dell’amministrazione Trump a iniziative di tutela dell’ambiente. Sono arrivati anche un fondo di venture-capital interno per finanziare start-up sostenibili e Patagonia Action Works, un digital hub per mettere in contatto attivisti e organizzazioni ambientali.

Nella fase pubblica degli ultimi anni anche il coming out nella comunità LGBT che l’ha fatta salire al primo posto dell’indice Queer 50 di Fast Company che raggruppa le personalità più influenti della comunità LGBT nel mondo del business e del tech. In una dichiarazione rilasciata proprio a Fast Company c’è la sua filosofia del business: «Non è tempo di essere riservati, di essere complici, di stare zitti. Stiamo vivendo in un momento in cui è così importante per le aziende guidare questa nuova economia, questa nuova visione, questo futuro ambizioso degli affari come forza per il bene. Perché quello che abbiamo visto negli ultimi 25 anni è stato il business come forza del male». Un’eredità pesante, una nuova sfida per un marchio che ha fatto parlare di sé ben oltre il perimetro dell’industria outdoor. Ma la linea del futuro l’ha già tracciata la stessa Marcario, lasciando un’azienda in salute e con valori ben definiti al suo successore. Chiunque sarà.


Michele Graglia, oltre le ultra

La storia dell’ultra running risale ai tempi dell’antica Grecia, ma solo nell’ultimo decennio correre sulle lunghe distanze è diventato un argomento di discussione comune, permettendo a chiunque, purché abbastanza coraggioso di sperimentare la sensazione indescrivibile di spingere il proprio limite, di esplorare le proprie potenzialità. Andare oltre 42,195 chilometri e diventare ultrarunner non è un’impresa facile, richiede indubbiamente un’enorme quantità di desiderio e impegno. E forse anche un pizzico di follia. Si dice spesso che l’ultra è mentale al 90% e l’altro 10% è nella tua testa. Questo per sottolineare quanto sia importante il coinvolgimento personale, la propria forza trainante e la motivazione per superare i mille alti e bassi che si incontrano in distanze così ampie. Il corpo può portarti lontano, ma quando arriva il momento, quando ogni muscolo del corpo ti chiede di fermarti, è solo la tua capacità di recupero e ciò che ti motiva ad andare avanti che può aiutarti a raggiungere quel traguardo.

Sviluppare una solida routine di allenamento e seguire uno stile di vita sano è ovviamente fondamentale, ma possono esserci diversi approcci all’allenamento, specialmente se pensiamo in termini di tecnicità, distanza, quota, temperature estreme. Visto che il corpo può portarti solo fino a un certo punto, secondo me, se esiste una ricetta per il successo per arrivare in fondo, la si trova in qualità non fisiche. Bisogna allenare la pazienza, il rispetto e la gratitudine: la corsa ultra richiede tempo e perseveranza. Dobbiamo sviluppare un senso di gioia verso l’idea di passare un’intera mattinata o addirittura un giorno a correre nella natura, spesso soli con i nostri pensieri, e naturalmente anche con i calzini sporchi. Non dovremmo mai avere fretta, ma goderci semplicemente il viaggio. Il successo sulle lunghe distanze nasce anche da un senso di rispetto per la natura, una sorta di consapevolezza esistenziale verso la madre terra e la profonda connessione che  sviluppiamo entrando in contatto con la sua pura semplicità. È una cultura dell’umiltà, insieme al rispetto per i grandi spazi aperti.

La capacità di tollerare esperienze spiacevoli e di soffrire durante una corsa ha molto più a che fare con la testa che con il corpo. È proprio come la meditazione. Solo esplorando le nostre menti scopriamo che siamo senza limiti e che la percezione del dolore è tutta relativa. C’è un detto buddista che sembra perfetto: Il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è facoltativa. Ricordiamo a noi stessi perché stiamo facendo quello sforzo e niente ci impedirà di raggiungere il nostro obiettivo. È importante sviluppare la pianificazione strategica. Qui entrano in gioco una grande quantità di tentativi ed errori, ma con il tempo capirai cosa funziona per te e cosa no. Una volta che abbiamo scoperto e messo a fuoco i bisogni, tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno è pianificare in anticipo, praticare. Capire gli aspetti logistici di questo sport, in particolare rifornimento, idratazione e equipaggiamento.

Per sviluppare l’abilità di pianificare non c’è un’alternativa all’esperienza. La pratica rende perfetti, quindi bisogna continuare a provare. Poi trovare i migliori stimoli: abbiamo tutti diverse ragioni per cui partecipiamo a una gara ultra, ma c’è un tratto che li accomuna, la motivazione, forse l’aspetto più importante. Bisogna scavare nel proprio io alla ricerca di quell’unica ragione per cui si è disposti ad alzarsi ogni giorno prima dell’alba per spingere un po’ più in là i propri limiti. Capire che cosa ci fa correre cento chilometri, quando tutto dentro di noi fa male e sembra non esserci più forza per andare avanti, che cosa ci fa mettere un piede davanti all’altro finché non raggiungiamo il nostro obiettivo. Trovare quella ragione che, quando il gioco si fa duro, ci prenderà per mano, anche solo per un momento, ci permetterà di sfruttare il nostro infinito potenziale, connettendoci con la parte più profonda di noi stessi e sperimentare la vera felicità.

Michele Graglia

 

MICHELE IN PILLOLE

I tre personaggi che mi hanno ispirato a spingermi oltre nella corsa sono Dean Karnazes, Anton Krupicka e Marco Olmo. Leggere il libro di Karnazes mi ha aperto le porte a una ragione di vita perché per me l’ultrarunning non è uno sport ma uno stile esistenziale. L’idea di ritrovarsi ad attraversare spazi estremi sulle proprie gambe in modo primordiale è stata come un colpo di fulmine, ma non sapevo come iniziare. Mi piace l’ultra come concetto di spingersi oltre, che sia sulla strada, deserti o in alta montagna, non amo chiudermi in una gabbia.

Sono istruttore di yoga e lo yoga ha rivoluzionato la mia vita e soprattutto la percezione del tempo e dello spazio. Mi ha insegnato a vivere nel momento, ad assaporare l’ora, a dare il meglio di me stesso in quell’istante. Così ti distacchi dalle distrazioni, non hai aspettative e stress. Un concetto che applicato alla corsa mi aiuta a dare tutto me stesso in quel frangente e la somma di ogni minuto ti porta all’arrivo. Senza pensare a quello che sarà ed è stato.

Di solito faccio due ore di corsa prima di colazione, che spesso è presto, alle 7. Ho un’alimentazione quasi vegana. Ogni tanto mangio uova, prima delle gare importanti salmone, sono goloso di sushi. A fine mese mi gratifico con il gelato. È stato un percorso graduale, ho provato su me stesso quello che funzionava e che non funzionava. Mi sono avvicinato a uno stile di nutrizione low carb, hi fat (pochi carboidrati, tanti grassi) con tanti oli, di oliva e cocco, per esempio, frutta secca, avocado, ogni tanto quinoa, verdure, insalate a foglia scura, tanti spinaci, rucola, songino. L’unico carboidrato sono le patate dolci americane. Fuori stagione qualche pizza me la concedo però. Mi sono accorto che togliendo la carne mi sentivo più leggero.

Programmo la stagione al contrario: guardo all’obiettivo principale, di solito a fine estate o in autunno, e costruisco il resto di conseguenza. Il caldo a livello fisico ti distrugge di più del freddo, non puoi combatterlo, puoi solo cercare di limitarne gli effetti e hai bisogno dell’aiuto di un’equipe. Alla Badwater fai fuori anche 38-40 litri di acqua in 24 ore. Il freddo è meno invasivo, basta coprirsi. Ma è più pericoloso, se hai un minimo problema e non riesci a infilarti la giacca sei fregato. Però il caldo a livello atletico è stressante, devi bere una goccia d’acqua anche ogni minuto, se c’è vento secco ti disidrati senza sudare.

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© Dino Bonelli

Gilles Sierro, lo sci come arte

Parlare a quattr’occhi con chi hai sempre incrociato solo virtualmente è un piacere che ritengo fondamentale per poter conoscere qualcuno, specie al giorno d’oggi che mettersi in contatto con altre persone è questione di un click. Quando poi incontri un grande sciatore, diventa un privilegio. Vedere dove abita, come vive, gli occhi con cui guarda le sue montagne, ti fa capire un mondo di sfumature che si perderebbero tra i filtri di un più asettico scambio di mail. Gilles Sierro è un grande sciatore. Vive di sci e per lo sci. Non usa frasi fatte e ti basta uno sguardo per capire che la sua vita è veramente votata a questa disciplina. È cresciuto e vive nei pressi di Hérémence, Vallese, vicino ad Arolla. In linea d’aria pochi chilometri dal confine italiano. Con condizioni di neve migliori per raggiungerlo avremmo fatto prima con una pellata forse. Ce lo hanno detto anche gli operai al tunnel del Gran San Bernardo, chiuso.

Al Bianco sono sempre gentilissimi e accettano i quaranta e più euro anche se sono stropicciati. Poi il Col des Montets con la prima neve e i larici rossi, vuoi mettere? La schilometrata passa che quasi ti chiedi perché lo hanno fatto il Gran San Bernardo. Alla domanda invece di perché forse eravamo gli unici a non sapere della chiusura una risposta ce la siamo data dopo un secondo e faceva rima con… leoni. Poi le luci di un pomeriggio di novembre in un villaggio di chalet in legno svizzeri annullano o quasi i sensi di colpa. Per trovare quello di Gilles l’indicazione è poi ineccepibile: lo riconoscerete dalla buca delle lettere fatta con gli sci. Dopo circa mezz’ora passata a visitare ogni cortile della borgata, Gilles ha capito che era meglio se ci veniva incontro anche se il nostro navigatore si stava ostinando a indicarci una strada (in effetti corretta) che poi abbiamo scoperto essere la più innevata di tutto il vallese. È arrivato in retromarcia. Dopo un caffè abbiamo iniziato a conoscerci.

Una casella della posta decisamente da... skipper ©Federico Ravassard

 Gilles, la prima domanda che ci si fa tra sciatori in questo periodo: Sei carico per la stagione? Hai voglia di sciare oppure hai ancora voglia di altro?

«È vero! È la domanda classica del periodo tra chi scia! In realtà ho già iniziato questa settimana qui sopra. Con un amico ho testato un po’ il drone per fare delle riprese. La Magic Valley (come chiama la Val d’Hérens) è la mia casa, in stagione il comprensorio qui vicino è collegato con Verbier. Non posso lamentarmi. Anche se quando mi chiedono quale sia il mio spot preferito sono sempre in difficoltà perché in realtà il posto preferito è dove scio in quel momento, perché sto facendo proprio ciò che mi piace!».

Montagnard o sciatore? Ti piace vivere la montagna anche nelle altre stagioni?

«Posso ritenere di essere entrambe le cose, specie per il genere di sci che pratico. Sono diventato Guida proprio per poter sciare il più possibile, per vivere la mia passione quasi dieci mesi l’anno, tra clienti, spedizioni, viaggi e attività personale. Generalmente in luglio e agosto pratico attività più alpinistiche. I miei periodi preferiti per lo sci sono l’inizio dell’estate per la pente raidee il pieno inverno, quando riesco a godermi senza stress lo sci: freeski nel pieno della sua definizione, vivere la sensazione di gioco, di scivolare».

In una parola, facci capire che cosa è lo sci per te?

«Sembra banale ma posso dire che è vita: nel senso che la mia vita è orientata allo sci in modo totale. Perché è la cosa che mi è sempre piacito di più fare. Sono uno ski addicted nel senso più puro del termine. Ad esempio, quando a maggio finisco la stagione invernale con i clienti, stacco una settimana, vado al mare, faccio bici, libero la mente e mi preparo per iniziare la mia stagione dello sci. Lo faccio per lo sci».

Veniamo al tuo sci preferito, allo ski de pente, sinceramente non mi piace molto la definizione di sci ripido, o estremo, sei d’accordo?

«Non mi piace la parola estremo, ormai non ha più senso. Su qualsiasi rivista e ancor peggio sui diversi canali social dove ormai gira l’informazione tutto viene passato per estremo: usano termini come leggenda, enorme, ogni fatto viene galvanizzato. È talmente tutto leggendario che ormai lo sci estremo ha perso di significato perché il termine stesso è stato abusato e banalizzato. Se ci riflettiamo, il livello di estremo dipende dal limite soggettivo di ognuno. Paradossalmente anche una pista rossa può risultare estrema per un principiante. Un altro problema che vedo in questo mondo è che sono pochissimi quelli che sciano solo per se stessi. Grazie anche alla facilità di accesso alle informazioni sta diventando un circo in certi posti. Mi è capitato di parlarne con Davide Capozzi. Vedi il bacino di Argentière: è un posto dove le linee classiche sono indiscutibilmente bellissime, ma si riempie all’inverosimile perché sono conosciute, hanno nomi spendibili. Un piacere anche maggiore, senza anima viva intorno, lo si può trovare su una linea sconosciuta, ma appunto: non la conoscerebbe poi nessuno (ride)».

La tua idea di skieur de pente quindi quale è?

«Per fare veramente pente raide secondo me sono necessarie tre cose: bisogna essere buoni sciatori, e ce ne sono sempre di più in giro. Devi essere un alpinista e, cosa veramente importante, paziente. La pazienza! Sulle linee davvero impegnative le buone condizioni sono fondamentali. È veramente difficile trovare quelle perfette. Per sciarle in un bel modo, con una sciata estetica, è necessario aspettare il giusto momento. Ad esempio, prendiamo l’anno scorso: avete presente la parete nord della Pigne d’Arolla, qui sopra casa mia? È stata scesa, ma con doppie e derapate tra le rocce per cento e passa metri. Ed è una parete che diventa buona quasi tutti gli anni. Basta aspettare. Per me una discesa di quel tipo è inconcepibile. Anche su progetti più impegnativi sto aspettando da anni il momento giusto, ho visto bianche certe pareti in autunno mentre la parte bassa era impercorribile. Oppure, sempre qui in zona, il Mont Blanc de Cheilon è stato sceso per adesso non dalla punta. Ma secondo me potrebbe arrivare il momento. Mi piace aspettare, per cercare di scendere le pareti nel momento perfetto. Ci vuole pazienza».

 Quello che ritieni il tuo più bell’exploit?

«La Dente Blanche sud-sud/ovest, dalla punta con due miei amici di qui, con cui ho condiviso l’attesa e la speranza di poterla sciare proprio come abbiamo fatto. Con le condizioni del 2013 e solo una doppia di meno di quaranta metri. Questo è proprio l’esempio di cosa intendo per ski de pente».

Ho letto che di cercatori di linee in realtà pensi che ce ne siano pochi, una decina tra Chamonix, Vallese e Valle d’Aosta? Chi sono?

«Senza dubbio tra questi posso citarti Davide Capozzi, Pica Herry. Anche Fransson, che purtroppo se ne è andato. Penso che abbiamo lo stesso modo di intendere questo tipo di sci. Personalmente mi piace cercare linee il più possibile pulite, possibilmente senza doppie o dry ski su cui alcuni si sono specializzati. Non è quello il mio modo di sciare».

©David Carlier

Abbiamo parlato anche con Pierre Tardivel nell’intervista dello scorso mese dell’attuale tendenza della ricerca della massima fluidità e velocità possibili nello scendere certe pareti. Negli ultimi anni sono usciti parecchi video e immagini di questo tipo. Cosa ne pensi? Credi che sia, come ritengono alcuni, qualcosa di rivoluzionario, oppure no?

«Vedere sciare certe pareti in quel modo è senza dubbio impressionante, per la velocità stessa intendo. Non per la linea. Se si vuole parlare di rivoluzione bisogna specificare che è relativo alle linee classiche e più aperte. Non sono nuovi problemi, linee inedite o molto tecniche».

Però forse è stato messo nero su bianco come sciatori professionisti possono sciare pareti - sono d’accordo - classiche. Per un’attività libera come lo ski de pente dove anche lo sciatore della domenica, se preparato, può confrontarsi, se vuole, sullo stesso terreno di gioco del professionista, si è visto quale sia il livello e il margine dei professionisti! Si sono messi un po’ in ordine i valori tra tutti quelli che fanno discese e si spacciano per pro o ambiscono a esserlo.

«Su questo posso concordare. Però secondo me non si può parlare di rivoluzione nello sci ripido. L’evoluzione, per come la vedo, passa nella ricerca della linea. Sia chiaro, nutro molto rispetto per sciatori come Jérémie Heitz: ha spinto in avanti il limite del freeride. Però la mia visione di sci ripido, forse anche per questioni di età, ritengo sia differente».

Pensi che lo sci estremo nel futuro continuerà a progredire sulle Alpi oppure si sposterà in alta quota? Vedi dei limiti in questo?

«A mio avviso continuerà sempre sulle Alpi e le discese classiche vedranno sempre più sciatori, complici l’evoluzione dei materiali e le migliori capacità e preparazione. Questo discorso vale per le classiche. Su linee nuove non penso che ci sarà mai molta gente: per uno sciatore la preparazione e la ricerca delle condizioni è più complicata e ci si deve investire molto più tempo. Nella quota invece non vedo seriamente un limite. Prima o poi ci sarà qualcuno che ci mostrerà come fare e allora proprio quel limite non ci sarà più. Proprio come per certe salite se pensiamo a Ueli Steck o alle ascese in velocità di Kilian».

Un lato affascinante degli sciatori come te è il loro rapporto con i rischi e la paura durante l’azione.

«Io dico sempre che bisogna distinguere tra rischi e pericoli. I primi capita di prenderli, di accettarli e devi sempre cercare di minimizzarli. Tra i secondi invece non si deve dimenticare di considerare anche la pressione, le aspettative che uno ha intorno, la social pressure: sono come i seracchi. Personalmente anche con i miei sponsor cerco sempre di minimizzare e gestire al meglio questi aspetti. Poi l’aspetto mentale è importantissimo: ad esempio due anni fa in primavera avevo per la testa troppi pensieri. C’erano buone condizioni in montagna, ma non nella mia testa. E ho preferito tagliarmi fuori da questa situazione proprio perché non ero al 100 per cento mentalmente».

Che ruolo gioca la paura in quello che fai. Pierre Tardivel ci diceva che in realtà si mantiene sempre un margine.

«È importante prima e dopo, non durante l’azione. Bisogna essere focalizzati. Si deve sempre scendere mantenendo un margine di sicurezza: se sali e magari capisci che non ci sono le condizioni, devi saper rinunciare, anche se poi non posti nessuna foto su Facebook (ride)».

Gilles, quali sono stati i tuoi miti?

«Senza dubbio Dédé Anzévui, Guida e sciatore fortissimo di questa zona. Poi Stefano De Benedetti. Una linea che ho sognato a lungo e che mi piacerebbe sciare è proprio la sua parete est della Aiguille Blanche de Peuterey

Veniamo alle domande tecniche che ci si fa tra sciatori: che materiale usi, quali sono i tuoi setting?

«Generalmente scio con assi da 100-110 millimetri sotto il piede: così lo scarpone non tocca mai e poi sono gli sci che anche per lavoro uso di più, con i quali ho più confidenza: non ci sono sorprese. Scarponi tipo TLT6 o affini: non mi pongo particolari limiti per il peso dell’attrezzatura. Però gli sci devono essere facili, non esageratamente rigidi o duri. Generalmente 177 centimetri di misura circa. Attacchi tipo pin montati un centimetro indietro rispetto al centro scarpone: ho meno coda quando giro nello stretto e davanti ho la sensazione che galleggino meglio. Comunque ribadisco, non sono un fanatico del peso, anche se cerco di portare il meno possibile compatibilmente con ciò che faccio. Ad esempio preferisco i ramponi con le punte frontali in acciaio e la talloniera in alluminio».

I tuoi posti preferiti per sciare nel nostro paese?

«Senza dubbio Helbronner, è assolutamente fantastico! E poi Dolomiti, dove è tutto così vicino, di facile accesso e ci sono linee bellissime».

Come ti vedi tra 20 anni, quale potrà essere il tuo modo di sciare?

«Tra vent’anni? Spero di far conoscere alcune linee classiche, magari ai miei figli. Ah, dimenticavo, certamente non su uno snowboard!»

Chissà come mai lo avevamo capito già dalla cassetta della posta…

Chi è Gilles Sierro

Svizzero, classe ’79, Guida alpina, alpinista, Istruttore di sci certificato. Se chiediamo a lui: sciatore, punto. Cresciuto nel villaggio di Hérémence, non distante da Arolla, nel cuore delle Alpi Svizzere, tra Chamonix e Zermatt. Ha fatto le prime scivolate ad appena due anni, per poi praticare prima sci agonistico e quindi freestyle con l’arrivo dell’adolescenza fino a competere in Coppa del Mondo di halfpipe. La scelta di diventare alpinista e quindi Guida è stata presa per poter sposare il più possibile la sua passione per lo sci. Balzato alle cronache nel 2013 per la fantastica nuova discesa diretta dalla parete sud-sud/ovest della Dent Blanche (4.364 m), non smette di fare progetti e di riempire di neve le sue giornate in attesa delle condizioni perfette per poterli portare a termine.

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Gilles Sierro con i suoi sci ©Federico Ravassard

ATK Race si fonde con Gimec

ATK Race si fonde per incorporazione con GIMEC, altra società controllata dalla famiglia Indulti, alla guida di ATK, che così unisce le forze e cambia ragione sociale in ATK Sports srl. L'operazione è stata formalizzata nel mese di aprile, in pieno lockdown. A seguire il comunicato ufficiale dell'azienda.

Con la presente siamo lieti di annunciare che le società ATK RACE srl e GIMEC srl, già controllate dalla Famiglia Indulti, sono state formalmente riunite sotto il nome di ATK SPORTS S.R.L. 
Questa operazione palesa gli obbiettivi di forte espansione che ci siamo posti e crea
le condizioni per un progetto di leadership internazionale nello Sviluppo, Ingegnerizzazione e Produzione di prodotti finiti, componenti e sistemi per il mondo dello Sport,
in particolare il segmento Outdoor.
Le ottimizzazioni tecniche, industriali e commerciali già avviate da entrambe le realtà verranno condivise, per raggiungere la massima efficienza e assicurare performance d’eccellenza, con l’obiettivo di proporci ai nostri partner con un’offerta ancora più completa.
Nel breve termine, “ATK BINDINGS” sarà il marchio principale controllato da ATK SPORTS, ma è destinato a non rimanere solo.
La sfida Universale che stiamo affrontando in queste settimane dimostra, ancora una volta, come collaborare sia la chiave per costruire un futuro migliore.

ATK SPORTS.

Solida come ieri, Flessibile come oggi, Presente come sempre.


Michael Sinn: freeride, skialp e video. Da fare vedere ai figli

Sentirsi dire in tipico accento sud-tirolese da un ragazzo con un gran piede che partecipa regolarmente al circuito FWQ scio per divertimento, per il resto faccio l’agricoltore spiazza un po’. Dopotutto cercavamo gente che si muovesse senza clamore, sotto traccia. Agricoltore? Conoscendo un po’ l’Alto Adige le scimmie che battono i coperchi nel mio cervello iniziano a dipingere il classico paesaggio alpestre: baite, dolci pascoli e Michael con un filo d’erba all’angolo della bocca che scruta il gregge. Naaaaaaa… maledette scimmie, sono fuori strada. «Scio da sempre, ho fatto gare dai quattro ai 19 anni, anche qualcuna in Coppa Europa con la Nazionale. Ho studiato Agraria e quando ho finito ho iniziato a lavorare nell’azienda di famiglia».

Il maso di cui parla in realtà è una moderna azienda agricola con annessa cantina di Caldaro che produce ottimi e conosciuti vini locali, dal Lagrein al Sauvignon Blanc. «Ho fatto anche il maestro a Obereggen. La stagione invernale era quella con meno lavoro in azienda e riuscivo a conciliare le due cose. Ormai però da due anni il lavoro è aumentato, siamo un’azienda in espansione e quindi lavoro fisso a casa. Però non è un male perché ho più tempo per sciare libero come mi piace! Mi porto dietro il DNA della competizione e le gare di freeride e il FWQ è un modo divertente per conciliare diversi aspetti. Sto migliorando, anche se lo faccio solo per piacere, soprattutto per stare con il bel gruppo dei ragazzi italiani, andare in giro a sciare e divertirsi. In genere vado dove c’è neve. Nevica e c’è polvere? Allora faccio freeride. Non ne mette da un pezzo? Ecco che mi dedico allo skialp, percorrendo itinerari non necessariamente alla moda. Anzi, mi piace andare con gli sci in posti selvaggi. Non sono molti anni che faccio scialpinismo, ma mi piace sempre di più. Ho iniziato a pensarci dopo avere visto il film sul viaggio in Georgia del mio amico Wolfang Hell. Mi piace viaggiare e nel 2018 mi sono aggregato al loro viaggio in Siberia, sui Monti Altai: bei canali, belle cime e la discesa della parete Nord della cima più alta della zona. Nel 2019 poi è stata la volta del Marocco e dei suoi contrasti. I filmati che giriamo sono prima di tutto un bel ricordo che un giorno vorrei far vedere ai miei figli. E tutto questo mi piace sempre di più».

Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.


Diego Filosi, lo sci con leggerezza

Il numero di Diego l’ho avuto da suo nipote Alberto. Quando risponde gli spiego il motivo della mia telefonata. Dopo un attimo di silenzio mi risponde: «Non amo mettermi in mostra. L’ho già detto anche ad altri, preferisco starmene nel mio, sciare, fare le mie traversate, come un sacco di gente di cui raramente si viene a sapere quello che ha fatto».

Arriviamo a un compromesso quando gli prometto che potrà leggere quello che scriverò prima della pubblicazione. Si parte. Lo stile di Diego è leggero, da vero bergamasco: tutina, Merelli sempre nei piedi. È uno scialpinista non di primo pelo: di Lovere, classe ’63, ha sempre preferito i set-up ultralight. Diego è un appassionato di traversate con gli sci e anche per quelle usa attrezzi da vertical per ottimizzare al massimo il peso e poi – come dice lui – in salita su neve dura vanno meglio, batti meno e sei più efficace. Una di quelle a cui è più affezionato è la traversata dal Colle San Zeno fino all’Adamello e rientro al Passo del Tonale. Aprile 2013: 67 ore totali, 107 km, 7.100 metri di dislivello positivo. Un viaggio vero e proprio. Si muove per lo più da solo e, visti i progetti, non fatichiamo a crederlo.

«Da anni aspettavo il momento propizio per potare a termine questa lunga traversata, seguendo idealmente la traccia battuta trent’anni prima (fine marzo 1982) dagli sci dei miei amici e compagni di cordata Battista Pezzini e Federico Gualini e completando il loro percorso con la salita in vetta al Monte Adamello. Il progetto prevedeva il collegamento tra due cime molto care agli alpinisti locali, partire dal Colle San Zeno, sotto il monte Guglielmo, per arrivare in Adamello seguendo la via più logica. Negli anni, accompagnato da diversi amici, ho tentato di portarlo a termine, ma ho sempre incontrato qualche ostacolo: tempo avverso o neve impraticabile, condizioni fisico-mentali non ottimali o scarsa motivazione. Per questo avevo maturato la decisione di andare da solo: fare i conti con se stessi aumenta la probabilità di successo, anche se mi è spiaciuto un po’ non aver potuto condividere questa esperienza, unica nel suo genere». Non posso elencare tutte le traversate di Diego, ma ho letto alcuni racconti che mi ha inviato: li scrive in maniera minuziosa, annotando orari, emozioni, passaggi dei suoi percorsi. Come diari di viaggio d’altri tempi. Viaggi leggeri.

Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.


Giovanni Rovedatti: dieci, cento, mille curve

Giovanni, valtellinese di Morbegno, è di poche parole. Apprezzo molto chi riesce a esserlo: parlare meno è spesso un valore aggiunto non indifferente. Negli ultimi anni ci è capitato di scambiarci qualche impressione su alcune gite orobiche. Lavora in fabbrica alla Galbusera e per scrivere questo articolo ci siamo dovuti sentire verso l’ora di cena visto che aveva il turno di notte. Quando non conosco direttamente una persona le chiedo di raccontarsi un po’. «Son trentacinque anni che scio sulle montagne di queste zone. Si, è vero, ormai i posti nuovi qui in Valtellina, specie nelle Orobie, sono pochi, ma ci sono ancora. Ad esempio in Val Madre, vicino alla Val Tartano. Ho fatto anche tutti i quattromila delle Alpi, quelli che potevo con gli sci. Però ora sarebbe meglio che nevicasse: sto facendo delle gite che di solito si fanno più avanti approfittando del fatto che in basso le strade sono pulite come in tarda primavera. Ultimamente mi sono mosso in Val Bodengo».

A Giovanni però una domanda dovevo farla, stante il fatto che è forse uno di quegli sciatori che vantano le serpentine più perfette che ci siano in giro. Perché sempre curve corte? Non ti diverti anche a mollarli?. (Ride, ndr) «No, no, mi piace fare serpentina, mi piace fare più curve possibili, forse sono ancora alla moda veja, ma altrimenti dentro di me sento di non valorizzare abbastanza il pendio se facessi solo tre o quattro curve. Lo stesso per l’altra mia passione, la fotografia e i paesaggi. Sono tra i pochi che si ostina a scarrozzarsi dietro la reflex al posto di una compatta o di un telefonino». Ma è quando gli faccio la domanda più banale e allo stesso tempo difficile per un appassionato come lui che mi rendo conto di quanto sia innamorato di andarsene in giro per le sue montagne: perché ti piace sciare?

«Mi piace fare scialpinismo. Mi piace da matti. Poi per carità, a volte vado anche in pista piuttosto che stare a casa. Ma la cosa che davvero amo è arrivare in cima, guardarsi intorno. Non so spiegarlo, è più bello, è quella roba lì». Lo capisco, perché altrimenti non farebbe centomila metri di dislivello all’anno…

Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.


Maurizio Agazzi, lo scrigno delle Orobie

Sfatiamo un pregiudizio sui bergamaschi: non sono orsi e silenziosi. Sono gente appassionata e quando ti raccontano qualcosa non si fanno certo mancare le parole. Maurizio non fa eccezione. Di Bergamo, classe 1970, tecnico informatico dalle mille sfaccettature, al momento impegnato con i ragazzi del collegio dove ha trascorso la sua infanzia. Alla montagna non ci arriva prestissimo, intorno ai vent’anni, ma passa attraverso la Scuola dei Ragni di Lecco e presto ne diventa dipendente. Non pensate a un classico malato del grado e della prestazione. La montagna come terreno, non per uno sterile egocentrismo, anzi!

Da buon bergamasco si innamora delle sue Orobie, un territorio più vasto di quanto si pensi, che nasconde infinite possibilità e una storia alpinistica e scialpinistica spesso poco conosciuta. Maurizio lo capisce e decide di portare avanti un discorso del tutto personale di rivalutazione storica e culturale della sua terra. Senza clamore, ma muovendosi sul campo. Nasce così un’idea ambiziosa, il progetto Lo Scrigno delle Alpi Orobie nel quale, accompagnato da molti amici, tra cui Yuri Parimbelli, si pone l’obiettivo di salire e riscoprire tutte le 524 cime delle Orobie che superano i duemila metri. Attraverso escursioni, arrampicata, alpinismo e uscite con gli assi nei piedi porta avanti questa impresa titanica di riscoperta e condivide con le sempre più numerose persone che lo seguono sul suo blog la storia che ogni cima si porta dietro. «Dare la giusta visibilità. Non voglio portare le vie e gli anfratti di queste montagne nei classici tam-tam social. Raramente parlo di difficoltà. Preferisco raccontare cosa provo, cosa mi ha portato a scegliere quel determinato percorso. Magari parlo di chi ha aperto una via. Ti faccio un esempio con un alpinista a cui mi sento molto legato: pochi sanno chi era Agostino Parravicini. Magari lo ricollegano solo al trofeo omonimo. Eppure è stato un fortissimo dei suoi anni: pur essendo scomparso giovanissimo ha portato a termine una serie impressionante di ascensioni. Ripercorrerle per arrivare su una determinata cima diventa un modo per tramandare una storia che andrebbe persa. Questo modo di andare in montagna probabilmente è stato la chiave del successo del progetto». Terminato il censimento delle cime, l’entusiasmo non accenna a diminuire e inizia questa seconda fase del suo progetto di riscoperta eroico-romantica attraverso il mettersi in gioco con avventure dal sapore antico. Poco rumore, Maurizio è un uomo in missione.

Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.


Le mappe di calore Suunto per mantenere la distanza di sicurezza

Può uno strumento pensato per la socialità contribuire al distanziamento sociale? Sì e così la tecnologia Suunto Heatmaps del costruttore finlandese di sportwatch può rappresentare uno strumento efficace non solo per conoscere i runner che stanno correndo nella propria zona, ma anche per la gestione del social distancing. Uno strumento utile non solo per chi ha un orologio Suunto. Chiunque, infatti, sul proprio smartphone può utilizzare le mappe di calore heatmaps attraverso l’app Suunto Wear, indipendentemente dalla presenza di Suunto 7, l’ultimo arrivato, al polso. Viceversa, i possessori dello smartwatch Suunto 7 possono visualizzare le heatmaps anche senza avere con sé lo smartphone. Suunto Heatmaps sono di rapida lettura e d’immediata comprensione, infatti, grazie agli esclusivi effetti grafici, sono messi in evidenza i percorsi con afflusso maggiore: l’intensità del colore evidenzia come certe zone piuttosto che altre siano state scelte in generale dal pubblico per svolgere attività sportiva. In sostanza, dove le “tracce” sono a intensità ridotta significa che tendenzialmente l’afflusso delle persone è stato minore, di conseguenza sarà più facile durante gli allenamenti mantenere la distanza di sicurezza, per se stessi e per gli altri che durante la corsa, come hanno dimostrato diversi studi, è superiore al generico metro di distanza perché i droplet si diffondo più lontano.

L'app Suunto Wear include mappe di calore per questi sport: corsa, trail running, ciclismo, mountain bike, tutti i percorsi, tutte le camminate, alpinismo, nuoto, surf e attività in spiaggia, tutto il paddling, sci nordico, sci alpino, sci alpinismo, skiroll, pattinaggio, golf.

Suunto 7 è l’ultimi sportwatch del marchio finlandese, in realtà classificabile a metà strada tra sportwatch e smartwatch perché include la maggior parte delle funzionalità Suunto, ma funziona con il sistema operativo Wear OS by Google e sfrutta, per esempio, le ottime mappe disponibili anche offline. Costa 479 € ed è disponibule nei colori Black Lime, Sandstone Rosegold, All Black, Graphite Copper, White Burgundy. Suunto 7 è stato testato dalla redazione tecnica di Skialper insieme ad altri sportwacth e GPS palmari all’interno della Outdoor Guide, in edicola a partire dal 10 giugno.


A fine ottobre le Azzorre ospiteranno il Golden Trail World Champ

La stagione agonistica del trail running è stata spazzata via dalla pandemia e anche gare simbolo come l'UTMB hanno alzato bandiera bianca, cancellando l'evento. Non si arrende invece l'organizzazione delle Golden Trail Series, marchiata Salomon ma di fatto diventata il circuito di riferimento del mondo trail, con l'adesione di molti top anche fuori dal parco atleti della casa di Annecy. Vista l'impossibilità di dare seguito a un tour su scala mondiale e l'annullamento degli eventi infatti si è pensato a un Golden Trail World Champ da disputare in un'unica data alle Azzorre, sempre che l'emergenza lo consenta.

L'appuntamento è dal 29 ottobre al primo novembre sulle isole di Pico e Faial, all'Azores Trail Run. So correranno quattro tappe, la prima di 26 km con 1,069 m D+, la seconda di 32 km con 1.343 m D+, la terza di 32 km con 2,363 m D+ e la quarta di 36 km con 1,453 m D+. I vincitori saranno l'uomo e la donna con un tempo cumulato minore. Ma ci saranno anche premi per le migliore performance in salita, discesa, nello sprint e premi giornalieri dello stesso tipo e per i vincitori di tappa. Il montepremi totale sarà di 100.000 euro e a giugno saranno rese note le modalità per ottenere i Golden Tickets che danno diritto a volo e ospitalità gratuite. Naturalmente saranno invitati di diritto i top ten del circuito 2019.

www.goldentrailseries.com

 


Cristian Botta e il cambio degli spigoli

Provincia cuneese, Busca downtown, trentacinque anni ma non si è mai abituato all’inevitabile invecchiamento e questo discorso lo precipita sempre in un grigio sconforto. Ricercatore all’università, tecnologie agroalimentari: roba di cibo, batteri e affini. Diverse pubblicazioni in merito, ampie discussioni con gli amici circa quelli più gustosi e dove trovarli. È diventato un punto di riferimento a suon di discese fuori e dentro i confini della Provincia Granda. Tradisce un aspetto rassicurante se lo si incontra nei post gita, ma in realtà è uno dei più feroci sciatori che ci sono in circolazione dal lato bello delle Alpi. Per tecnica e disinvoltura con gli assi nei piedi certamente un cabrì da montagna con a curriculum alcune classiche prestigiose, dalla parete Ovest del Monviso alla nuova discesa del2018 della Nord-Ovest del Täschhorn con Davide Terraneo.

Se si deve inquadrare un momento della sua sciata, penso a quella frazione di secondo in cui cambia spigolo agli assi: stai certo che se c’è lo spazio peruna curva, Cristian la farà. Non uno spettacolo per deboli di cuore se il terreno è esposto e particolarmente ripido. Mi ricordo un episodio in particolare durante una nuova discesa sul versante nord-orientale del Monte Matto, Valle Gesso, Alpi Marittime. Quel giorno eravamo riusciti asbucare sulla cresta sommitale. Come quest’inverno, a un monsone autunnale era seguita una bolla di alta pressione stabile lunga un paio di mesi. L’umida neve autunnale si era incollata e consolida sul roccioso pendio sommitale: un pongo perfetto, morbido in superficie. Tuttavia le prime curve da affrontare subito dopo aver calzato gli sci non rappresentavano certo un inizio soft: expo massima e quella tensione che si percepisce quando si deve abbandonare un luogo piatto come la cima per entrare nell’esposizione della parete. In quei primi dieci metri era tutto massimale: pendenza, esposizione, concentrazione. Io e Max stavamo indugiando su chi sarebbe stato il primo a entrare. Poi abbiamo visto Cristian scivolare in parete con disinvoltura. Bastone a tastare la neve, curva, curva sopra il primo salto in due metri quadri. Sorriso: «Le code dan quasi fastidio, toccano il pendio. È ripido».

Sono profondamente convinto che in parecchi a Chamonix dovrebbero ringraziare che la sua vocazione non sia stata lavorare in un bar o su unpeschereccio durante l’estate per poi fare lo skibum in inverno e primavera ai piedi del Bianco. Rappresenterebbe sicuramente un upset da quelle parti, come un vero underdog.

Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.


In montagna in sicurezza: i consigli del Soccorso Alpino ai tempi del Covid-19

Il numero di interventi di soccorso registrato dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico lo conferma: appena allentate le misure del lockdown la montagna è tornata quasi immediatamente al livello di frequentazione pre-pandemia. La voglia di natura, ma probabilmente anche di raggiungere luoghi frequentati sono probabilmente alla radice di questi numeri. Se la pandemia è un'occasione importante per fare conoscere la montagna anche a chi magari prima non la frequentava così assiduamente, in tempi di emergenza sanitaria è ancora più importante rispettare le regole di sicurezza. Ecco perché Il CNSAS ha realizzato una serie di brevi video con alcuni consigli basilari per la sicurezza e per il rispetto delle norme di distanziamento. I primi due riguardano le escursioni e le ferrate, ma ne seguiranno altri su quota, speleologia e torrentismo.

In evidenza in questa notizia puoi vedere il video sull'escursionismo, mentre qui quello sulle ferrate.

Tutti in montagna, ma in sicurezza!


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