Outdoor Italia: i produttori di articoli sportivi adottano rifugisti e Guide

Un gemellaggio tra le aziende che producono articoli sportivi outdoor e gli operatori turistici, dai rifugisti alle Guide alpine ed escursionistiche. Per fare conoscere il territorio dove dare sfogo alla nostra passione outdoor e chi di outdoor vive. Un’iniziativa per fare sistema. È la campagna social e digital #OUTDOORITALIA voluta da IOG Italian Outdoor Group di Assosport, l’associazione nata nel 2000 che raggruppa le principali aziende italiane leader nella produzione, importazione e distribuzione di abbigliamento, calzature e attrezzatura per l’attività outdoor e gli sport di montagna, con un totale di oltre 40 aziende associate. Un’iniziativa che vuole essere la rinascita dopo #IORESTOACASA, quanto di più in contrasto possibile con la ragione di esistere dell’industria outdoor, che ha tuttavia risposto in maniera responsabile, contribuendo nei mesi scorsi a promuovere attraverso i propri canali di comunicazione le misure di contenimento, raccomandando agli appassionati di rimanere in casa e di sospendere le attività sportive a contatto con l’ambiente.

In pratica i marchi italiani leader del mercato dell’outdoor che aderiscono a IOG Italian Outdoor Group hanno adottato alcuni operatori e strutture sul territorio che verranno presentati sul sito dell’associazione e sui canali social. «Siamo una delle destinazioni turistiche outdoor più amate nel mondo: dal mare, alla collina, alla montagna, il nostro ambiente naturale rappresenta la dimensione ideale per una vacanza rigenerativa a contatto con la natura. Pensiamo che sia nostro compito impegnarci per promuovere questo straordinario patrimonio, rendendo protagonisti quegli operatori che da questo ambiente traggono la propria fonte di sostentamento, aiutandoli a farsi conoscere meglio, in Italia e nel mondo, fornendo un aiuto concreto per la ripresa» ha dichiarato Luca Pedrotti, amministratore delegato del brand Lizard e presidente di IOG. «Abbiamo trovato un’intesa solida con una parte importante dei nostri associati, fra i quali figurano tutti i marchi Italiani leader nel mercato dell’outdoor, per portare avanti un’iniziativa che vorremmo diventasse un esempio su come si possa e si debba reagire con spirito pragmatico e solidale di fronte a un problema che ci deve vedere uniti, oggi più che mai».

La campagna, iniziata dal 15 giugno, si protrarrà fino a tutto il mese di luglio e agosto. «Ogni azienda socia di IOG ha attivato la propria rete di contatti sul territorio, offrendo loro la possibilità di fornire un messaggio promozionale sotto forma di video o di testo corredato da immagini, da diffondere attraverso il sito web e i canali social di IOG e attraverso i canali di comunicazione delle stesse aziende associate, per dare ancora maggiore eco al messaggio».


Ortovox continua a sostenere i rivenditori fisici tramite l'online shop

Con la campagna Support Your Local Ortovox Dealer, lanciata durante la chiusura forzata dei negozi imposta dall’emergenza Covid-19, il marchio outdoor ha versato ai rivenditori locali il 25% del fatturato ottenuto tramite l’online shop ortovox.com. Come annunciato lo scorso anno, Ortovox punta a unire il commercio al dettaglio specializzato con il proprio online shop. La nuova piattaforma del negozio digitale continuerà a fungere da base tecnica per i servizi B2B, garantendo numerosi vantaggi per i rivenditori locali.
A questo scopo, Ortovox, attraverso il nuovo online shop, si affida anche a Outtra. Questo strumento consente di verificare la disponibilità dei prodotti presso il negozio più vicino all’utente. In questo modo i negozianti collegati a Outtra possono contare su una vetrina digitale e hanno la possibilità di integrarla nella propria pagina web. Per proseguire questa collaborazione attiva con i rivenditori, Ortovox ha deciso inoltre di prolungare la campagna Support Your Local Dealer anche dopo la riapertura dei negozi e di continuare a sostenere i rivenditori specializzati versando il 10% del valore di tutti gli ordini (non resi) effettuati tramite l’online shop. Prima di confermare l’acquisto il cliente dovrà selezionare uno dei dieci rivenditori più vicini all’indirizzo di fatturazione che appariranno automaticamente sulla schermata. In questo modo il consumatore finale potrà quindi scegliere liberamente il rivenditore da sostenere. Il nuovo online shop incoraggia infine il consumo responsabile. Chiunque desideri acquistare un prodotto in negozio, infatti, può verificarne la disponibilità nell’online shop e successivamente contattare il negoziante di fiducia. Al fine di evitare il più possibile resi eccessivi degli ordini effettuati online e allo stesso tempo per contribuire alla tutela ambientale, Ortovox addebita ai consumatori finali una quota di cinque euro per ogni reso. Per ogni ordine non reso Ortovox dona cinque euro al fondo per la conservazione di Tarkine, l’ultima foresta vergine della Tasmania, terra natale delle pecore di razza Merino di Ortovox. Inoltre tutti i cartoni utilizzati per gli imballaggi vengono realizzati con carta riciclata.


Arriva Scott Supertrac RC 2

Scott lancia ufficialmente oggi la nuova Supertrac RC 2, la versione aggiornata della scarpa per medie distanze nata nel 2016. La v2 del modello della linea RC, pensata per gare su terreni anche tecnici e runner evoluti, mantiene la caratteristica suola radiale che è stata migliorata sotto il punto di vista della tenuta e della durata e aggiunge un rockplate in carbon-kevlar nella zona mediale per migliorare la stabilità e la protezione dal basso. La tomaia è realizzata con materiali Schoeller, per la precisione Coldblack e 3XDry. Il peso complessivo è di 270 grammi e il drop di 5 mm. L'intersuola è in Aerofoam Infinity che restituisce il 14% in più di risposta rispetto a strutture più tradizionali e garantisce un buon assorbimento. Scott Supertrac Rc 2 è già in vendita a 159,90 euro.

https://youtu.be/g416of6LHpI


Estefania Troguet: «Voglio essere me stessa anche a 8.000 metri»

E poi, quasi all’improvviso, il Nanga Parbat. La nona montagna più alta della Terra, con i suoi 8.126 metri di altezza, si lascia raggiungere nel punto più alto ed esposto portando nella storia della disciplina un nuovo nome. Quello di Estefania Troguet che lo scorso luglio ha conquistato il massiccio montuoso del Kashmir senza l’aiuto dell’ossigeno e quasi senza dirlo a nessuno, sussurrandolo appena. Ma, come succede in montagna, una parola detta da una cima diventa un’eco che si diffonde e amplifica. Così a soli 27 anni l’alpinista andorrana si è ritrovata a essere una donna da spedizioni, una di quelle che annoverano tra i propri numeri anche quello a quattro cifre che fa la differenza nel mondo dell’alpinismo: un ottomila. Lei che fino a qualche tempo prima era solo una ragazza appassionata di montagna, una sportiva, un’atleta. Ma prima di tutto una Maestra di sci nata e cresciuta ad Andorra, micro-stato dell’Europa sud-occidentale, situato nei Pirenei, tra la Francia e la Spagna, circondato dalle montagne. Quando nasci tra le cime, in un certo modo, è come se la tua strada fosse in parte segnata. Perché la gente di montagna è come quella di mare: quando hai a che fare con questi elementi della natura così incredibili, forti e insieme immensi, crei fin da subito un qualcosa che non si può spiegare esattamente.
Li vedi fuori, ma li senti dentro, come una sorta di malinconia permanente, di desiderio costante, di attrazione potente.

Chi sa cogliere questi segnali ne va alla ricerca. Stefy è una di queste persone. «Non so spiegare bene cosa e quando sia successo, so solo che è successo. Ho guardato le montagne e ho detto voglio andare là in alto. Avevo 20 anni. Mio padre è un Maestro di sci e io sono nata con gli sci ai piedi, ho gareggiato e sono diventata Maestra a mia volta e per me la montagna era solo quella invernale. Non sono mai stata un’appassionata di outdoor. Poi un giorno mio cugino mi ha chiesto se volevo andare in cima al Montserrat, ovvero la montagna più alta della Catalogna, e io ho accettato, un po’ come una sorta di prova. Il feeling che ho provato era così bello che non ho più smesso. Ho cominciato a viaggiare per il mondo, sono diventata anche Guida alpina di media montagna. Ho messo il mio corpo alla prova diverse volte e lui ha reagito bene in quota. La montagna mi ha insegnato più cose su di me che qualsiasi scuola e così ho cominciato: trekking, arrampicata, alpinismo. È arrivato tutto insieme». Inaspettato, come un colpo di fulmine che ti mette sottosopra lo stomaco, così è stato vederla lassù. Lei, colorata e piena di gioia, con le labbra rosso fuoco anche in montagna per non rinunciare alla femminilità che porta con orgoglio. Tocco di rossetto sulle labbra a rimarcare che la montagna è un posto per tutti e tutte, nonostante per secoli l’accesso alle donne sia stato considerato un tabù. Ma i pregiudizi nascono nella testa, prima che nella realtà. «Quando andavo in montagna e mi vedevano con il rossetto sulle labbra, mi dicevano: non puoi scalare, dove vai?. Mi sottovalutavano solo perché mi concedevo di essere me stessa. Figurarsi quando sono partita per il Nanga Parbat. Tutti credevano che non ce l’avrei fatta. E questo a lungo andare mette dei dubbi anche alla persona più sicura di sé. Già non sapevo come avrebbe reagito il mio corpo, visto che era la prima volta che mi confrontavo con quelle quote, non ero sicura nemmeno io di riuscirci, però ci credevo, molto più di quanto non facessero gli altri. Poi lassù ho visto che il mio corpo reagiva bene, mi sono sentita forte come non mai e questo mi ha impresso qualcosa dentro di indelebile».

La montagna crea dipendenza, inutile girarci attorno. La giovane andorrana comincia a essere impaziente, agitata. I soldi degli sponsor sono finiti eppure c’è ancora così tanto da fare. Così la bella e forte alpinista vende la macchina regalatale dal padre, una Fiat Abarth 500, compagna di mille avventure, per regalarsene una sola di avventura: a settembre Estefania parte ancora, questa volta per il Nepal, a raggiungere la vetta del Manaslu, anche questa volta senza ossigeno. Un’avventura difficile, dove non sono mancati momenti duri non solo per il fisico, ma anche per la mente. E non parliamo solo di fatica e paura, ma in un certo modo anche un po’ di distacco da quel genere di alpinismo così commerciale. Nonostante ciò, l’atleta dal rossetto rosso ha conquistato un altro Ottomila. Di ritorno dal Nepal Estefania ha cominciato ad allenarsi di nuovo, questa volta ancora più duramente perché ora sa cosa vuol dire raggiungere un ottomila, sa cosa serve al suo corpo e lo tiene costantemente in allenamento. «Mi sto dedicando a tempo pieno al mio essere atleta, lo posso dire con orgoglio. Questo significa fare dei sacrifici, tra cui, per esempio, rinunciare al lavoro di Maestra di sci. Purtroppo gli orari sono inconciliabili con gli allenamenti e avevo bisogno di concentrarmi bene. Ora lavoro con i brand che credono in me e che mi accompagneranno nella prossima avventura, come Ferrino. Purtroppo non ho più macchine da vendere (ride) e devo aspettare di raccogliere consensi per la mia prossima spedizione perché mi piacerebbe molto raggiungere un altro ottomila». Nel suo allenamento la Troguet combina il running per allenare la parte cardio, il climbing per prendere maggiore confidenza con la roccia, lo skialp, circuiti di potenza e un po’ di pesistica. Poco yoga e meditazione ancora, anche se è nei suoi prossimi obiettivi visto che nei buoni propositi del 2020 ha messo quello di cercare un po’ di calma, aspetto questo che le appartiene solo quando è in montagna. «La maggior parte del tempo mi alleno da sola, anche se mi piace quando qualche amico viene con me perché in fondo la condivisione è la base della vita. È vero che la montagna è in un certo senso un aspetto egoistico, ma dall’altra parte un compagno di cordata è fondamentale per assicurarti la vita. È sempre questione di equilibrio tra i due aspetti, sulla roccia e in città allo stesso modo».

Estefania non ha cambiato la sua vita da quando è diventata una piccola celebrità, ma sicuramente il suo esempio ha cambiato quella di qualcun altro. Attiva sui social media, la sua pagina Instagram è volata in poco tempo da pochi seguaci a più di 30.000 follower nel mondo, tra cui molte donne. «La cosa bella dei social media è che ti connettono con il resto del mondo e avvicinano le persone, anche se solo virtualmente. Ho ricevuto molti messaggi di supporto e mi sento di poter dire di far parte di una community di donne che vanno in montagna e che non hanno nulla da invidiare agli uomini per quanto riguarda forza e tenacia. Siamo molto forti ed è importante che ce lo ricordiamo. Il mio rossetto sarà sempre con me, simbolo ormai di questa provocazione che lancio alle ragazze che come me hanno il coraggio di mettersi alla prova».

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128


È in arrivo Skialper 130

Un numero da leggere e conservare, come un libro. Con tanti capitoli dedicati all’alpinismo e agli alpinisti, ma, come nel nostro stile, alla ricerca della novità e della velocità. Ecco Skialper 130 di giugno-luglio, in arrivo nelle edicole a partire dal prossimo 23 giugno. In copertina un tributo a Ueli Steck firmato da Jonathan Griffith.

IO E UELI - Non poteva che essere dedicato a Ueli Steck l’articolo introduttivo del numero perché Ueli è il padre e il mentore di un certo modo di intendere l’alpinismo. Un ritratto inedito di Simone Favero che l’ha conosciuto da vicino quando lavorava nel reparto marketing di Scarpa. Un Ueli Speed Machine, ma anche umano, nella vita di tutti i giorni. Soprattutto un Ueli maestro più che idolo.

© Roberta De Min

STEVE HOUSE - L’impresa con Vince Anderson sulla Rupal Face al Nanga Parbat, ma anche la sua teoria dell’allenamento, così ben spiegata in Allenarsi per un nuovo alpinismo e Allenarsi per gli sport di montagna, appena pubblicati in italiano dalla nostra casa editrice. Alessandro Monaci ha intervistato l’alpinista americano partendo dall’attualità e dalle difficoltà di allenamento durante il lockdown, per arrivare al passato più lontano.

DANI ALRNOLD - Nell’ultimo inverno è stato in Siberia, dove ha trovato «un freddo ben più intenso» di quello che aveva provato sugli Ottomila. Veronica Balocco ha intervistato Dani Arnold, ripercorrendo i suoi record di velocità, ma anche aspetti più intimi come il rischio, la paura, la perdita dei compagni di avventura. L’articolo è illustrato dalle splendide foto realizzate in Siberia da Thomas Monsorno, pubblicate in esclusiva da Skialper.

© Thomas Monsorno

HEINI HOLZER - La rivalità per l’apertura di una nuova via. Flashback negli anni Sessanta con il racconto della prima sulla via degli amici, al Civetta, quando la cordata composta da Heini Holzer, Sepp Mayerl, Reinhold Messner e Renato Reali beffò altri team.

FABIAN BUHL - Prima Ganesha (8c) con uno stile purissimo: dal basso, in solitaria, autoassicurandosi, con appena quattro spit su sette tiri. Poi il volo in parapendio dal Cerro Torre, primo a gettarsi nel vuoto dopo avere scalato la vetta sudamericana. Non c’è dubbio che Fabian Buhl sia uno dei climber più creativi e Federico Ravassard l’ha sottoposto a una raffica di domande, dal boulder al parapendio, passando per… la cucina.

© Dani Arnold

ALLA RICERCA DI TOM BALLARD - Uno straordinario reportage di Michael Levy sulla vita di Tom Ballard, morto sul Nanga Parbat nel 2019 insieme a Daniele Nardi. Il racconto della sua vita, delle sue imprese, da quella in invernale sulle grandi pareti Nord delle Alpi, sulle orme di Rébuffat, all’apertura di A Line Above the Sky in dry-tooling. Soprattutto il racconto della sua vita sulla scia di quella della madre, la grande alpinista Alison Hargreaves, morta sul K2 quando Tom era bambino. Un articolo pubblicato anche sulla rivista Rock and Ice, frutto di un dettagliato lavoro di ricerca, con tante testimonianze di ha conosciuto Ballard. Venti pagine da leggere come un romanzo.

© Gloria Ramirez

FRANÇOIS CAZZANELLI - L’alpinismo classico in velocità, è questa la mission di François che abbiamo già intervistato su Skialper. Ma questa volta dalla Guida alpina della Valtournenche ci siamo fatti raccontare non solo del suo stile, ma soprattutto dell’ultima impresa, il concatenamento invernale delle Catene Furggen, Cervino, Grandes Murailles e Petites Murailles chiuso nell’ultimo inverno insieme a Francesco Ratti. Lo ha intervistato Andrea Bormida.

© Damiano Levati/Storyteller-Labs

ALEX TXIKON - È rientrato appena prima del lockdown dall’Everest, che non è riuscito a scalare, e dalle Isole Shetland Meridionali, dove era arrivato in barca a vela dal Cile appena prima di partire per l’Himalaya, con solo un paio di giorni di break tra le due avventure. Con Alex Txikon abbiamo parlato di Nanga Parbat, Everest, K2, di salite invernali, Antartide, droni, igloo, testa, fisico, Edurne Pasaban…

KILIAN A NUDO - Se Steck è il padre dell’alpinismo in velocità, Kilian lo è delle imprese in quota arrivando dal trail running. Andrea Bormida lo ha intervistato chiedendogli quello che avremmo sempre voluto chiedere al re del fast & light. Abbiamo parlato di materiali, dalle scarpe, agli sci e alle piccozze, di rischio, di allenamento, di Stéphane Brosse, della sua idea di alpinismo, di Ueli Steck e di tanto altro. E Kilian non si è sottratto a nessuna domanda.

© Jordi Saragossa

L’ARTE DEL CONFINO - Una riflessione sulle montagne, sull’alpinismo e il lockdown di Ben Tibbetts, chiuso nella sua casa di Chamonix nei giorni difficili dell’emergenza pandemia a disegnare le grandi pareti Nord delle Alpi. Una riflessione sulla bellezza dell’andare in montagna, ma anche sulle sensazioni che si provano a tornare ad assaporare sprazzi di quella libertà perduta.

© Ben Tibbetts

MUST HAVE - Ben 23 pagine di prodotti per l’alpinismo selezionati dalla redazione e fotografati dal nostro fotografo di fiducia Daniele Molineris.

E POI… - Le discese di sci ripido sul Monte Bianco appena finito il lockdown, albe in quota, grandi Quattromila alpini e le imprese alpinistiche di Andrea Lanfri, atleta diversamente abile, sono gli argomenti del nostro portfolio fotografico. Mattia Salvi invece traccia un romantico parallelo tra la solitaria di Gian Piero Motti al Pilier Gervasutti e il primo passo dell’uomo sulla Luna, separati solo da poche ore, nei pensieri a inizio rivista.

Skialper 130 sarà in vendita in edicola dal 23 giugno ed è prenotabile qui

© Ilaria Cariello

 

 

 

 

 

 

 


Masters Trecime Fix Carbon per il trail

Nella Outdoor Guide ora in distribuzione nelle edicole, tra i bastoni da trail running, abbiamo provato anche Masters Trecime Fix Carbon, che nei test si è a volte inaspettatamente chiuso sotto forti pressioni perché, probabilmente, in flessione accentuata, il tasto poteva aprirsi. L'azienda ci ha segnalato che quella fornita e testata era una vecchia versione e che ora il problema è risolto ed è cambiato anche un po' il look. Masters Trecime Fix Carbon è in carbonio. A seguire riportiamo la scheda tecnica e le foto aggiornate del prodotto. www.masters.it

In 4 sezioni, i tubi sono rispettivamente: ø 14mm x 1pz in fibra di carbonio 100%, ø 12mm x 2pz in CaluTech, ø 12 mm x 1 pz in AluTech 7075 e il sistema di fissaggio della prima sezione è Push-Pull.

Le altre sezioni sono collegate da una resistente corda che può essere tensionata attraverso un sistema di regolazione ad avvitamento.

La manopola Falco nella nuova finitura nera, il passamano morbido e particolarmente leggero e il supporto filettato con puntale in tungsteno, fissato al supporto in alluminio anodizzato, completano le elevate caratteristiche tecniche del Trecime Fix.

In dotazione: 1 paio di rotelle ad avvitamento del diametro di 50mm e il pratico sacchetto in PE per riporre i bastoni dopo l'uso.

Il peso al paio è pari a 301 gr nella misura 100 cm.

Misure disponibili: 100 cm (chiuso 33 cm), 110 cm (chiuso 35 cm), 120 cm (chiuso 38 cm), 130 cm (chiuso 40 cm).

Prezzo: 129,95 euro


Pomoca, sotto la pelle

Dopo una porticina, che apriamo senza chiedere permesso, c’è un corridoio di una quindicina di metri. Lungo la parete di destra sono esposti in ordine cronologico una dozzina di set sci più pelli Pomoca. Si parte dalle più antiche pelli di foca-foca fissate con i cinturini sotto sci stretti e lunghi, per arrivare alle attuali Race e Climb Pro Glide, dieci metri più avanti. Come succede in simili occasioni a chiunque si ritrovi ampiamente dopo gli anta, resto vagamente spiazzato notando che le pelli che scandiscono le mie, di stagioni, iniziano subito dopo le prime. Quelle dei Flintstones. Che oltretutto facevano parte dell’armamentario di papà e alle quali diedi personalmente il colpo di grazia, lasciandole ammuffire.

Tutti pazzi per gli sci, per qualcuno solo status symbol o almeno segnale visibile di appartenenza. Le pelli invece sono alla base dello skialp, anche fisicamente, ma vengono trascurate dalla maggioranza. Si sta sopra le pelli mediamente per l’80% del tempo di un’uscita touring e dalle pelli dipende molto del successo della salita. Sicuramente dipende dalle pelli il piacere dello sci come ineguagliato mezzo di trasporto human powered sulla neve, ma ancora più sicuramente possono dipenderne un sacco di dispiaceri se vengono trascurate. Comunque 85 anni di ricerca e sviluppo Pomoca non sono trascorsi invano. Anche se il principio di base resta quello del pelo orientato nel senso che permette lo scivolamento in avanti e poi si aggancia alla neve fornendo appoggio al passo, le cose sono molto migliorate per tutti. Sciatori, sciatori distratti e foche.

© Federico Ravassard

Ricerca e sviluppo sono sempre stati condizionati, e sempre lo resteranno, dalla completa variabilità dei fattori. La neve prima di tutto; le caratteristiche della lana Mohair dalla capra d’Angora, che variano secondo l’età dell’animale e la sua alimentazione (la lana Merino invece è costante); la tendenza della colla all’instabilità in relazione soprattutto alla temperatura, elemento difficile da controllare così come la direzionalità finale della pelle (avete presente le pelli, rotoli interi, che traslano a destra o a sinistra rispetto all’avanzamento frontale?). Tutto sommato, i fattori stabili e ripetibili si limitano alle scelte nel processo di tessitura del semilavorato, alla membrana di rivestimento impermeabile e ai trattamenti. Il plush – vello, velluto, felpa – determina presa e scorrevolezza secondo la materia prima utilizzata e la tessitura delle fibre. È il momento in cui si decide la struttura della pelle, che pelle sarà. Fibre più fitte o più rade, più spesse o più sottili, più o meno angolate, lunghe o corte. Il principio generale è: più scorrevolezza uguale meno grip e viceversa. Il trattamento Everdry si fissa a tutta la lunghezza del pelo e, oltre agli effetti idrorepellenti contro la formazione di zoccolo o ghiaccio, migliora il fissaggio del tessile, l’angolazione delle fibre, l’aspettativa di vita utile, scorrimento e grip.

Il rivestimento deve separare il tessile e l’adesivo, formando quello strato impermeabile che impedisce a umidità e acqua di bagnare la colla, con tutte le conseguenze che chi c’era prima ricorda ancora molto bene. La produzione delle pelli resta un processo con forte componente manuale. Sicuramente non si tratta di artigianato puro perché posizionatori, macchinari e sistemi di controllo sono tipici strumenti industriali, ma l’automazione si ferma alla produzione in tessitura del plush in grandi tappeti in rotoli. Pomoca interviene poi con taglio laser, marcatura, spazzolatura, trattamenti vari, applicazione della colla e dei fissaggi, più i controlli qualità in diverse fasi. In estate e fino a settembre si concentra la gran parte della produzione, con l’impiego stagionale di circa il 50 per cento di lavoratori in più rispetto allo standard. Nell’estate 2018 il picco, con 50 giorni di produzione su 24 ore. Lo sci di montagna sta crescendo ancora. Sulle pareti della sede di Pomoca campeggiano immagini di azione dei testimonial, ma quelli più evidenti, quelli che ritornano con più frequenza, magari affiancati nello stesso spazio, sono Kilian Jornet e Jérémie Heitz. Anche sulla homepage pomoca.com. Tecnicamente lontani, antropologica- mente vicini, storicamente dirompenti. L’elemento dell’attrezzatura che condividono veramente, che potrebbero realmente scambiarsi, che li accomuna a ogni sciatore di montagna old /new school, sono solo le pelli. Con un po’ di attenzione tutte quelle nel corridoio all’entrata, comprese quelle della foca nata troppo presto rispetto al Mohair della famiglia Dufour, potrebbero ancora portarci su tutti quanti.

© Federico Ravassard

CURIOSITÀ

Quante pelli?

Si stima che nel mondo, in 25 Paesi, si vendano ogni anno circa 300.000 units, set di pelli. Pomoca ne distribuisce 100.000, un terzo del totale, quota che la posiziona largamente come leader del mercato.

All’origine degli sport invernali

Dal 1867 la storia della famiglia Dufour è legata al turismo e agli sport invernali. Louis Dufour, albergatore di Les Avantes, è il primo a utilizzare gli sci nella Svizzera romanda. L’albergo di famiglia ospita la clientela prestigiosa di Montreux in un ambiente che oggi sarebbe all’avanguardia fitness & outdoor, organizzando anche gare di sci e di bob. Con il contributo del figlio Éric, ingegnere e sciatore di fondo, negli anni ’30 vengono ideate e prodotte dalla famiglia Dufour numerose attrezzature da montagna, una futuristica slitta di soccorso in tela che utilizza sci e bastoni dell’infortunato e le pelli antislittamento. Il marchio Pomoca viene registrato nel 1937 come acronimo di Peau (pelli, la pronuncia) - Mohair - Caoutchoutée (gommato). Le suole dei Dufour per scarpe da montagna e da città, in caucciù come precursore della gomma, vengono lanciate con successo nel 1941. La famiglia prosegue nello stesso settore anche con la generazione successiva, sviluppando l’impermeabilità delle pelli. Nel 2011 Pomoca entra nel gruppo Oberalp: nuovo capitolo, sfide inedite. Gli scarponi Dynafit, per restare in contesto ski touring, sono oggi gommati Pomoca.

Sci di fondo skin

Le pelli stanno rivoluzionando lo sci di fondo. Nella tecnica classica, per gli amici l’alternato, c’è sempre stato un cancello vero e proprio chiuso a quattro mandate davanti ai neofiti e agli occasionali: la sciolinatura di tenuta, quella che lascia penetrare il cristallo nello spessore ceroso al momento della spinta, e lo lascia fuori durante lo scorrimento. Se la sciolina è quella giusta per quella neve. Equilibrio delicato dipendente anche da un’infinità di altri elementi fisici, dalla tecnica dello sciatore alla struttura dello sci. In condizione zero (gradi), attorno al punto di fusione della neve, la situazione diventa ingestibile per la maggior parte. Ma proprio in queste condizioni di neve umida variabile le pelli danno il meglio. Sottili strisce di pelli race vengono applicate in produzione nelle sedi fresate al centro del ponte dello sci per lunghezze attorno ai 40 centimetri. Pomoca fornisce gli inserti di pelli sagomate ai migliori costruttori (che puntano molto sul sistema e ci stanno lavorando), gli sci da fondo skin sono già finiti sul podio ai massimi livelli. Chissà che anche nel mondo skialp race non si accenda qualche lampadina rispetto a pelli la cui zona utile è meno della metà del totale.

di Guido Valota

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 128

© Federico Ravassard

 


Desert Love Affair

Quando chiudo gli occhi e lascio divagare la mente, mi ritrovo sulla vetta di una montagna innevata e illuminata dai raggi del sole, con il riverbero e una leggera brezza che penetra nel casco e fa vibrare ogni capello. Essere su una vetta mi trasmette una sensazione di familiarità, ma anche di passione e avventura. Ma ora, con gli occhi chiusi e il vento che fa svolazzare i capelli, sento come un prurito sulla pelle. Attraversa la faccia e arriva ai denti. Sabbia. Sabbia negli scarponi, sotto gli sci e nella pelle. Questa volta, sulla vetta di una grande duna del Sahara, con una linea vergine da sciare sotto di me, mi ritrovo immerso in un corteggiamento con il deserto.

Il sole aveva assunto una tonalità rossastra filtrato da quelle nuvole di sabbia. Non c’erano alberi, né moto che rombavano per le strade e neppure negozi illuminati fino a notte fonda come a Marrakech. Era una città piatta che pullulava di vita e di commerci che si adagiava sulle colline. Le colline piano piano diventavano montagne e le montagne si perdevano nel cielo sporco. Dai ciliegi in fiore ai pini, dalla neve alla sabbia: avevamo viaggiato nove ore verso Sud-Ovest attraverso il Marocco e le valli dell’Atlante fino al villaggio di Merzouga, nella regione di Erg Chebbi, deserto del Sahara. Dietro di me c’erano i pro skier Chad Sayers e Tof Henry e il fotografo Daniel Rönnbäck che stavano sorseggiando una calda tazza di tè del deserto e sgranocchiando i biscotti che avevano trovato alla stazione di servizio. Un viaggio fino in Marocco per sciare dove quasi tutti non l’avrebbero fatto. Chad cercava la curva perfetta nella powder con profumo di deserto, Tof nuovi couloir in stile Chamonix e Daniel di catturare quell’allure esotica di un viaggio con gli sci in Africa attraverso l’obiettivo. E poi io, che mi sono unito all’avventura di una vacanza sciistica diversa in qualità di quarto nomade. Davanti a noi c’era Muhammad, la nostra guida del deserto. Ci siamo seduti sotto il cielo nuvoloso con la sabbia che stava ancora depositandosi al suolo dopo due giorni di tempesta. La luna piena bucava le nubi con la sua luce chiara e illuminava le sagome dei cammelli di Muhammad, Mali e Jimmy. Stavamo per lasciare il comfort della casa di Muhammad per un accampa- mento da dove il giorno successivo saremmo partiti per la nostra pellata sulle dune del deserto.

© Daniel Rönnbäck

Ora il pulviscolo della sabbia era sparito dall’aria, lasciando trasparire in tutta la sua potenza il contrasto tra il bronzo della sabbia e il blu intenso del cielo. Le nuvole correvano sopra di noi, creando un filtro ai potenti raggi del sole. Alle 8 il termometro segnava 22 gradi e la pelle iniziava a scottare. Con i turbanti ad avvolgere i capelli, gli sci sulla schiena e i bagagli ridotti al minimo siamo partiti in groppa ai cammelli verso un infinito di sabbia. Le tracce tra i granelli raccontavano le storie di altri viaggi. Nonostante il vento che aveva soffiato da Sud a Nord erano rimaste le tracce di altri cammelli passati prima dei nostri, di pesci delle sabbie (una specie di lucertola tipica del deserto) che scappavano dai topi del deserto e le piccole orme degli scarabei. Piccoli e paffuti, tutti neri con dei puntini sul guscio, gli scarabei avevano rimescolato la sabbia facendola sembrare ancora vergine e il Sahara si era fatto bello per noi dopo giorni di tempesta.

Eravamo da poco arrivati al campo che Tof stava già scrutando la sua prima discesa. Le dune di sabbia circondavano l’accampamento e creavano dei miraggi fatti di spine e couloir. Il vento del Sud aveva deposi- tato granelli di sabbia sui versanti Nord, creando delle piccole valanghe sui pendii oltre i 40 gradi. Con gli sci sugli zaini e gli scarponi ai piedi, eravamo pronti per la nostra avventura sulle montagne più alte che vedevamo. Jimmy e Mali salivano veloci nella sabbia lasciando impronte grandi il doppio di una mano umana. Eleganti e potenti allo stesso tempo, i cammelli ci hanno fatto guadagnare quota al comando di Chad e Tof. Siamo passati dalle valli di sabbia alle creste. Stare in groppa a un cammello è simile a cavalcare un cavallo, con la differenza che sembra di essere tre volte più alti ed è un ottimo punto di osservazione alla ricerca delle migliori linee. Man mano che salivamo di quota, aumentava la pendenza e a un certo punto abbiamo dovuto scendere e proseguire con gli sci ai piedi. La sabbia era calda e abrasiva e non abbiamo avuto bisogno delle pelli per scalare questi pinnacoli di 350 metri. Ogni duna cambiava mentre la guardavi, trasformata dalle forti folate di vento che arrivavano dall’Algeria, distante solo 17 chilometri. La serie di dune era diversa da come me la sarei aspettata: solo cinque chilometri di larghezza, ma ben 50 da Nord a Sud.

© Daniel Rönnbäck

Le più grandi erano al centro di quella striscia e le loro creste proiettavano ombre nere sulla sabbia più in basso. I miei sci per fortuna salivano senza nessun problema su quella sabbia così grippante e quasi non mi sono accorto di essere arrivato in cima e avere tutto il deserto ai miei piedi. Tof si è messo la sua maglietta e ha aperto le zip di ventilazione dei pantaloni mentre Chad serrava bene gli scarponi  e chiudeva gli attacchi. C’era eccitazione nell’aria ed eravamo in vetta al Sahara. Ero curioso di vedere Tof disegnare la prima discesa su una spina di 200 metri rivolta a Nord. Con le braccia larghe come ali e la nuvola di sabbia dietro come se fosse neve, si è messo sulla linea di massima pendenza. Chad ha infilzato i bastoni nella sabbia per spingersi e guadagnare velocità. La sabbia creava uno strato appiccicoso che frenava gli sci, come quando l’acqua ti rallenta sulla neve marcia. Il trucco era quello di riuscire a trovare lo strato più compatto dove potere scivolare piuttosto che sprofondare nella soffice polvere e impantanarsi. Chad è riuscito a disegnare una perfetta C dietro di lui, lasciando una scia esile. Sulla neve ti giri per guardare con soddisfa- zione i tuoi otto, sulla sabbia hai solo un momento per dare uno sguardo, prima che il vento cancelli i segni del tuo passaggio. Ho scritto la mia storia sulle dune, ma l’unica prova che è rimasta è stata la sabbia che si è infiltrata negli scarponi.

Giro dopo giro, salita dopo salita, Tof e Chad hanno preso confidenza e il sorriso sui loro volti ne era la prova più evidente. Hanno sciato spine e versanti aperti fino a quando il sole ha iniziato a tramontare. Il bagliore della luce si è trasformato in un arancione vivo quando finalmente il vento da Sud è diventato fresco. In vetta, con gli occhi chiusi e la faccia illuminata dagli ultimi raggi, con il vento che accarezzava la pelle e la sabbia soffice sotto i piedi, mi sono sentito a casa, proprio come su una vetta innevata. Tof ci ha lasciati per godersi un’ultima discesa fino all’accampamento mentre i turisti erano saliti sulla duna più alta per vedere il tramonto. La sera è stata allietata dal calore delle braci di tamerice che hanno rosolato una pizza del deserto, carne e verdure. Muhammad e i suoi portatori ci hanno trasmesso tutto il loro amore per l’Africa battendo le mani sui tamburi e cantando. Muhammad è uno di noi.

Ha viaggiato 52 giorni in groppa a un cammello da Timbuktu, dove vive la sua famiglia, in cerca di legno di frassino da bruciare, nuove opportunità e vino. Il Marocco è la creazione di un nomade. La sua cultura, la religione e le abitudini sono il risultato del vagabondaggio di Berberi, Arabi e viaggiatori che hanno traversato il più grande deserto del mondo fino alle vette innevate dell’Atlante o al Mediterraneo alla ricerca di commerci, viveri e amore. Con la sabbia intrappolata tra gli interstizi del mio attacco Kingpin e il turbante rosa legato allo zaino, anche io ho lasciato un segno nel Paese dei nomadi. Mentre le tracce sparivano nella sabbia e le dune venivano modellate dal vento, mi sono sentito a casa. Gli sciatori sono dei nomadi. Ogni montagna è una nuova avventura da scrivere. Giriamo il mondo in cerca di linee ancora da sciare, grandi pareti e nuovi tipi di neve. O sabbia. Siamo una tribù di entusiasti girovaghi. Senza uno stile di vita precostituito, solo un’avventura dietro l’altra. Dando il benvenuto a nuovi nomadi da fare entrare nelle nostre vite e nuove discese nel nostro viaggio.

Donny O'Neill

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© Daniel Rönnbäck

Scialpinismo in falesia

Ho imparato che nella vita non bisogna dare nulla per scontato. Ho imparato che la bellezza è spesso relativa e che dipende dagli occhi con cui guarda lo spettatore. Ho imparato che se un posto è famoso per una cosa non è detto che non possa essere apprezzato per altri motivi. Ho imparato che ci sono alcuni luoghi con un’energia particolare, e non c’è stagione che tenga, la loro forza la sprigionano sempre. Ho anche imparato che è bello andare un pochino controcorrente, e quindi perché non andare in un posto totalmente lontano dai primi pensieri e dalle mete che istintivamente vengono in mente pensando allo scialpinismo?

© Alice Russolo

Céüse. C’è chi dice che sia la falesia più bella del mondo; c’è chi dice che sia la falesia più bella di Francia. Noi pensiamo che sia La Falesia. Ho letto che in cima, o forse meglio dire sopra, ai suoi bellissimi quanto duri tiri, c’è un altipiano. Sciabile. Il punto più alto, il Pic de Céüse, si trova a 2.016 metri. Pensando a Céüse, credo che la maggior parte di noi chiudendo gli occhi se la immagini così: una imponente scogliera a forma di ferro di cavallo in cima a un promontorio che aspetta solo di essere arrampicata. Un luogo silenzioso, tanto famoso quanto selvaggio. Un luogo in cui i tramonti sono belli da far paura, soprattutto quando si è ancora appesi sul tiro, baciati dagli ultimi raggi di sole.

Siamo abituati a vederla dal basso, ad arrivare ai suoi piedi dopo un’ora di cammino.
Ma cambiamo le carte in tavola. Arriviamoci dall’alto, vediamo cosa c’è sopra e se la magia del posto vale anche per l’altro versante. Ogni aspettativa è stata più che rispettata. Alla partenza della stazione sciistica abbandonata ci sono degli scialpinisti. Tutti francesi, Marco e io siamo gli unici non local. Scarichiamo l’attrezzatura dalla macchina, convinti di fare un giro ad anello tutt’intorno al suo perimetro, di circa 13 chilometri. Poi ci ragioniamo qualche secondo in più, la giornata è splendida, tutti hanno le pelli ai piedi e d’impulso decidiamo di cambiare i piani, così mettiamo nello zaino anche corda, imbrago e rinvii, che non si sa mai. Nel settore Un Point sur l’Infini c’è una ferrata che porta alla base della falesia.

© Alice Russolo

Il paesaggio è spettacolare e ci siamo solo noi e un branco di camosci. Abbiamo optato per il percorso più lungo, nonché più panoramico, e siamo fuori dalle tracce battute dai local. Passiamo sopra ai vari settori, alcuni riconoscibili anche dall’alto, La Cascade, Biographie, Demi Lune, un Point sul l’Infini, dove ci caliamo. C’è neve fino alla base della falesia ma al sole e contro la roccia la temperatura è perfetta per scalare. Giusto il tempo di fare qualche tiro e torniamo sull’altipiano per goderci il tramonto da un altro punto di vista e questa volta non appesi alla parete ma facendo qualche curva. Il tramonto è affascinante. Anche dall’alto. Sci invece di corda, ski-lift in contro luce e quel silenzio assordante che non fa altro che enfatizzare e confermare la bellezza di questo posto. Ho imparato che nella vita non bisogna dare nulla per scontato. E spero di ricordarmelo sempre.

© Alice Russolo

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Enrico Brizzi, partire adesso

Scusa Sarax, imprevisto con le ragazze, 15 minuti e ci sono.

Il messaggio aleggia azzurrino sullo schermo del mio smartphone da quattro soldi. Avevamo appuntamento mezz’ora fa, ma il telefono suona a vuoto. Sorrido sornione e digito:

Don’t worry, man. Io, nel frattempo, butto sotto la doccia il mio bimbo. A frappé!

È così che va per noi papà separati: quando sei coi piccoli, loro vengono prima di tutto. Non c’è santo che tenga. E se io ho vita abbastanza facile col mio Alberto che, durante l’intervista telefonica (presto trasformatasi in un fiume in piena), ascolta divertito, legge Topolino e gioca col Lego, Enrico, lo scrittore che c’è dall’altro capo del telefono, ha un ménage un po’ più movimentato nella sua casa di Rimini: insieme a lui, in questa ventosa giornata di fine giugno, ci sono le sue quattro figlie e la nipotina.

Enrico Brizzi, da che lo conosco e mi nutro delle sue pagine (e son quasi cinque lustri) è una meravigliosa scoperta. Come narratore, certo. Ma, soprattutto, come strepitoso essere umano. Autore da un milione di copie a poco meno di vent’anni - il suo Jack frusciante è uscito dal gruppo è stato il romanzo culto di almeno tre generazioni (una era la mia) - tradotto in più di venti lingue, oggetto di studio di cattedratici e laureandi, Enrico fa parte della storia della letteratura italiana. Brizzi non si è crogiolato sul successo degli esordi, ha saputo costantemente reinventarsi surfando tra i generi: dal noir precocissimo di Bastogne alla trilogia ucronica di Lorenzo Pellegrini, ambientata in un dopoguerra immaginario in cui l’Italia fascista ha rotto l’alleanza con Hitler ed è uscita vittoriosa (con tanto di impero coloniale intatto) dalla Seconda Guerra Mondiale; dai geniali saggi sportivi che raccontano le sue passioni, calcio e ciclismo su tutte (il recente Nulla al mondo di più bello, sulle stagioni calcistiche a cavallo dell’armistizio, è appena uscito per i tipi di Laterza; col glorioso Di furore e lealtà, biografia del campione Vincenzo Nibali, ha vinto il Premio bancarella Sport 2015) all’ultimo strepitoso romanzo sulla Bologna dei primi Novanta divisa tra curva, droghe, ribellione, punk e l’immancabile struggente amore adolescenziale. Tu che sei di me la miglior partechiude il cerchio aperto da Jack Frusciantequasi un quarto di secolo fa (nel libro compaiono sia Alex che Martino, protagonista e antieroe del fortunato proemio brizziano) in un poderoso crescendo di chitarre distorte e colpi sotto la cintura. In mezzo a questo florilegio di pagine da antologia, c’è un punto di svolta. Una fase sorprendente della produzione letteraria dell’artista che entusiasma e continua a spiazzare: dal 2004 Enrico Brizzi scrive di viaggi a piedi. Insieme ai suoi buoni cugini, i pellegrini con cui ha fondato il gruppo degli Psicoatleti (perché è il polpaccio che spinge, ma è la testa che ti porta a fine tappa, c’è poco da fare…), ha compiuto alcuni straordinari cammini: dal Tirreno all’Adriatico, da Canterbury a Roma lungo il percorso della Via Francigena e poi da Roma fino a Gerusalemme. E ancora: ha percorso l’Italia da Nord a Sud durante i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario del tricolore, ha camminato da Torino a Finisterre, calpestato ogni singolo miglio del Vallo di Adriano e, di recente, calcato palmo a palmo i terreni carichi di storia delle Residenze Reali Sabaude col patrocinio dell’omonimo consorzio.

Da ognuno di questi viaggi è nato (o sta per nascere) un libro, un racconto, una entusiasmante giustapposizione di parole, pagine, passi, immagini, musica ed emozioni. E pensare che tutto è nato quando l’autore era stanco di scrivere. Enrico me lo racconta appeso alla cornetta mentre il vento di Rimini sferza il ricevitore. Io e Alberto ascoltiamo rapiti. L’anno di svolta, s’è detto, è il 2004, ma in realtà il richiamo della strada e dei sentieri viene da molto più lontano. Il primo grande viaggio risale a quando Enrico aveva vent’anni: da Bologna a Cervia, cinque giorni in autonomia tra le colline: nel cuore quella voglia matta di libertà germinata da bambino, ai piedi d’una montagna povera e generosa. E maturata con pazienza nei campi scout. Enrico parte con un amico, Giovanni, destinato anch’egli a guadagnarsi il pane battendo sui tasti (Giovanni Cattabriga, a.k.a. Wu Ming 2, membro fondatore del collettivo di scrittori Wu Ming). È un viaggio fatto di stupore e ingenuità: «Ci portammo dietro un’ascia. Si sa mai, magari si fan brutti incontri, pensavamo…». Gli scappa da ghignare. «Oh, hai in mente quanto pesa un’ascia? Mai più nella vita! Però finché non prendi due misure non impari nulla. È là che abbiam cominciato a capire cosa significa andare a piedi». La conferma della meraviglia arriva al ritorno, in autobus, verso casa: le colline che sembravano infinite scorrono veloci via dal finestrino. I due giovani viandanti riconoscono i bivacchi dove hanno passato le notti avvolti in una coperta di stelle e intuiscono che il mondo, per essere conosciuto davvero, va misurato un passo alla volta.

La famiglia di Brizzi ha radici profonde, che fan sognare e profumano d’avventure salgariane. «La mia gente ha campato di farina di castagne praticamente per mille anni. I miei zii, bisnonni e trisavoli, fin dal primo momento che è stato possibile imbarcarsi su una nave e solcare l’Oceano, per scansar la fame han preso a imbarcarsi. Partivano: si faceva la naja e poi via, da Genova verso il Nuovo Mondo, a cercar fortuna. Le loro mani forti e ingombre di calli hanno costruito le ferrovie del Missouri. Son tornati cinquantenni con le tasche piene e han preso mogli giovani, nate molti anni dopo la loro partenza». Enrico a camminare è avvezzo fin dalla culla. «La montagna dove son cresciuto, dove mamma ci portava a fare le prime escursioni, è la stessa che Francesco Guccini ha scelto come casa. Ho imparato a masticare dislivello perché mamma ci diceva: se volete la merenda, bambini, bisogna arrivare al rifugio! e noi dietro, senza paura. S’impara così ad andare». E sta tirando su le sue ragazze con lo stesso spirito con cui è diventato grande: «La prima notte in tenda, in quota, le più grandi l’han fatta che avevano neanche sei anni e ancora ne parlano come di una delle più belle esperienze della loro vita. Le ho portate sul Corno alle Scale, la montagna classica di noi bolognesi».

A far sul serio coi viaggi a piedi, però, Brizzi inizia in quel mitico 2004, con la Tirreno-Adriatico. Quella traversata ormai mitica, da cui scaturisce il romanzo Nessuno lo saprà, coincide con un turning point della vita dello scrittore. È l’autentico momento di svolta. A dieci anni esatti dall’inizio della sua avventura editoriale, per la prima volta, Enrico si ritrova a provare una sensazione mai sperimentata prima: «Stavo scrivendo una storia per Mondadori e non provavo nessuna emozione. Mi pareva di scrivere semplicemente perché dovevo ottemperare a un contratto. Era scioccante: è come accorgersi, di punto in bianco, che la donna con cui stai da una vita non prova più niente per te». La scrittura, che prima era piacere puro e autentico, è di colpo diventata fatica. È allora che Enrico decide di prendere una pausa dalla tastiera. Di staccare andando a fare qualcosa che ama da sempre: perdersi per le montagne con uno zaino in spalla. Dopo la Bologna-Cervia ci sono stati altri viaggi, sia con Giovanni che con altri ex compagni scout del Bologna 16. Ma è tempo di alzare l’asticella. E allora perché non realizzare quel sogno tante volte immaginato in classe, durante i giorni più noiosi, fissando la cartina d’Italia? Attraversare lo Stivale nel senso stretto, proprio come gli eroici ciclisti della Tirreno-Adriatica tante volte acclamati per le strade dell’infanzia. Ma a piedi.

Il viaggio dura quasi tre settimane e ad accompagnare Enrico ci sono suo fratello e altri amici, che fanno piccoli pezzi di strada con lui, alternandosi lungo il cammino. L’unica tappa prefissata è l’approdo a Perugia da un sodale bolognese trasferitosi colà. Ed Enrico ci sbarca quando è tempo, senza avvisare, seguendo la poesia dei passi. L’amico riparte con lui dopo una cena luculliana e insieme raggiungono l’Adriatico. Quel viaggio è seminale. Per la scrittura, per il ritrovamento della pace interiore e della nuova direzione da prendere. Quel viaggio non sarà l’ultimo. Soltanto il primo di moltissimi. L’asticella prende a volare, tanta è la fretta che ha d’essere alzata ancora, e ancora. Nel 2006 Brizzi parte da Canterbury alla volta di Roma, proprio come un pellegrino medievale, e il racconto di quell’avventura inestimabile diventa un reportage a puntate per L’Espresso. Due anni più tardi il sogno di proseguire il cammino, proprio come facevano i fratelli pellegrini del passato, diventa realtà, e i buoni cugini partono da Roma per raggiungere Gerusalemme. È uno di quei voli pindarici che, solo a pensarli, fanno battere il cuore e tremare i polsi. E di solito, quando racconti l’itinerario c’è sempre qualcuno che dice: «Sì, ma c’è l’acqua in mezzo». Enrico risponde sorridendo: «C’era anche nel 1200… e noi l’abbiamo attraversata come si faceva allora».

Da Roma a Brindisi a piedi: niente Via Appia che è troppo trafficata, ma dritti sui monti d’Abruzzo, poi Molise, Isernia, Benevento e giù fino al mare, in mezzo alla natura beatamente desolata. A Taranto c’è un amico che lavora per la Marina Militare, e per passione ha riarmato un relitto alla vecchia maniera: niente radio, niente tender, niente giubbotti di salvataggio. A questo punto dovrebbe comparire la scritta lampeggiante in sovrimpressione do not try this at home, ma per i buoni cugini quel legno è quello giusto. Peccato che il nocchiero, a pochi giorni dalla partenza, sia richiamato dalla Madre Patria ai propri doveri militari, e di colpo la nave si ritrova senza capitano. A quel punto sì che la storia prende un’autentica piega salgariana: Brizzi e i compadres girano ogni bettola del porto finché non s’imbattono in Nicola, un marinaio d’esperienza, con l’accento di Lino Banfi e il volto di Ernest Hemingway (C’hai presente la foto di Hem sui Meridiani Mondadori? Uguale!), folle a tal punto da imbarcarsi nell’avventura. È lui che li traghetta di là del mare stretto. È grazie a lui se i pellegrini approdano festanti a Gerusalemme dopo più di due mesi dalla partenza. Quel viaggio è una consacrazione. Enrico e soci decidono di organizzarsi e fondano la Società di Psicoatletica (che a oggi conta all’incirca ottanta membri) e immaginano e percorrono itinerari sempre più ambiziosi:

Nel 2010, anno del centocinquantenario dell’Unità Nazionale, viaggiano dalla Vetta d’Italia fino a Capo Passero, marciando letteralmente lo Stivale da Nord a Sud. Nel 2012 viene varato il nuovo circuito per camminatori denominato Gran Giro Psicoatletico d’Italia: i buoni cugini ne percorrono la prima tranche calpestando i sentieri del Giro delle Tre Venezie: da Venezia a Riva del Garda via Trieste e Trento. Nel 2014 ripartono da Limone sul Garda alla volta di Torino attraverso Lombardia, Canton Ticino, Piemonte e Valle d’Aosta. Nel 2016 è la volta del cammino tanto rimandato, quello di Santiago. Enrico decide di percorrerlo ancora una volta sulle orme dei pellegrini medievali e parte da Torino per approdare, dopo milioni di passi, a Finisterre. Da questa magnifica classica scaturisce un reportage in sedici puntate per il sito della Gazzetta e, soprattutto, il libro Il sogno del drago, entusiasmante volume inaugurale della collana di Ponte alle Grazie in collaborazione col CAI, magnificamente vergato in seconda persona. Il resto, come si suol dire, è storia.

Enrico e i buoni cugini non si sono fermati, e continuano a camminare con il ritmo costante di due viaggi all’anno. Uno in primavera e uno alla fine dell’estate. C’è chi, camminando, cambia vita: Maurizio Manfredi - per tutti, Manfro - decide viaggiando con Brizzi e soci che l’esistenza è troppo breve per negarsi la felicità. E molla un lavoro sicuro per realizzare il proprio sogno: diventare tatuatore. Oggi Manfro vive d’arte e inchiostro ed è, ça va sans dire, il tatuatore ufficiale degli Psicoatleti. Un bel po’ di quell’inchiostro decora il corpo snello e muscolare di Enrico: «Han fatto il conto le ragazze qualche giorno fa qui al mare. Ne ho quindici, pare. E, a parte i nomi delle mie figlie e un vecchio tributo d’onore alla mia squadra del cuore, son tutti ricordi dei nostri grandi viaggi».

Prima di congedarmi annoto le ultime imprese per sacrosanto dovere di cronaca: il Grand Tour del Vallo di Adriano, la risalita del Reno che sta per cominciare in Olanda, e lo splendido tracciato patrocinato dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude: un giro di 300 chilometri circa, delimitato a nord dal Castello di Aglié e a Sud da quello di Govone. Enrico e i buoni cugini lo hanno percorso in nove giorni, terminando la marcia nel cuore di Asti. La telefonata volge al termine: è durata un paio d’ore ma a me e Alberto sembra d’aver viaggiato per un milione di miglia. La stretta al cuore che proviamo sa d’invidia e di promesse d’avventura.

«Papà, quando sarò più grande andiamo anche noi, vero?» dice il mio bimbo.

«Dove, amore? Dove andiamo?» domando io.

«Dappertutto» risponde lui.

E davvero non c’è chiosa più bella. È questo l’effetto che fan le parole e il ricordo delle impronte lasciate da Enrico Brizzi sui sentieri di mezzo mondo: fan voglia di partire. Di non aspettare le ferie e neppure la primavera. Partire domani, anzi no. Partire e basta. Partire adesso.

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È in edicola la Outdoor Guide di Skialper

Sono 300 articoli sportivi, uno più, uno meno. Tutti messi a dura prova dai nostri testatori. Come ogni anno - per una volta non diciamo puntuale, visto che arriverà in edicola il 10 giugno invece dei primi di maggio - la Outdoor Guide di Skialper è la migliore compagna di trail runner, trekker e alpinisti. Come la Buyer’s Guide lo è nella versione invernale. Ed è proprio ispirandosi a uno dei prodotti che ha contribuito maggiormente a costruire la reputazione della nostra redazione tecnica che nel 2016 è nata la Outdoor Guide, sulle ceneri dello speciale Outdoor Running, che conteneva già i test delle scarpe da trail running. Trecento prodotti tra scarpe da trail, hiking e alpinismo, zaini per correre, camminare o scalare, bastoni, orologi GPS sportivi, GPS palmari, tende, materassini, sacchi a pelo, fornelletti. 256 pagine al costo di 9 euro piene di informazioni utili.

La scelta di uscire con un mese di ritardo è stata dettata dalla responsabilità. Abbiamo spostato di un mese la data di uscita per attendere la riapertura dei negozi fisici e non alimentare il desiderio di acquisto degli articoli sportivi solo sui marketplace online in un momento in cui non si poteva uscire a fare sport nel grande outdoor. Eravamo quasi pronti, anche se mai come quest’anno abbiamo fatto un grande sforzo per riuscire a completare test attendibili e meticolosi e le settimane in più ci hanno permesso di affinare le valutazioni e di rendere ancora più completa la Outdoor Guide, ampliando alcune sezioni. Come quella dedicata a tende, materassini, sacchi a pelo e fornelletti, che tornano di grande attualità nell’estate del distanziamento sociale.

© Nicola Damonte

I TESTATORI - 23 nomi di assoluto valore hanno provato ogni singolo prodotto. Sono campioni di trail, Guide alpine, appassionati outdoor, ingegneri, podologi. Un grazie a Franco Collè, Nadir Maguet, Michael Dola, Christian Modena, Filippo Bianchi, Nicola Giovanelli, Giuditta Turini, Filippo Canetta, Alessandro Brunetti, Alessio Alfier, Roberto Beretta, Silvio Pesce, Elisabetta Caserini, Lorenzo Cavanna, Alessio Cerrina, Federico Foglia Parrucin, Guido Chiarle, Carlo Gabasio, Paolo Tombini, Valerio Dutto, Luca Serenthà, Andrea Preda, Alessandra Cugini.

© Stefano Jeantet

RUNNING - Il mondo delle corse in natura è stato diviso in tre categorie: trail, ultra trail e sky & vertical. In totale sono 73 scarpe, inclusi 8 modelli natural running, 28 zaini, 6 cinture, 12 bastoni.

© Stefano Jeantet

HIKING - Il mondo delle escursioni è diviso in day hiking e multiday hiking, con indicazioni anche per i cammini storici. In totale sono 40 scarpe, 25 zaini e 11 bastoni.

© Nicola Damonte

MOUNTAIN - Abbiamo provato le scarpe per alpinismo classico estivo, fino ai 4.000 metri, sia quelle più tradizionali che quelle fast & light. In totale sono 17 proposte alle quali si aggiungono 11 scarpe da approach e 15 zaini.

© Stefano Jeantet

GPS - Otto modelli tra smartwatch, sportwatch, palmari e comunicatori satellitari, dalla novità Suunto 7 all’Apple Watch Series 5, fino ai tradizionali Garmin eTrex o alla new entry GPSMAP 66i e allo Spot X Bluetooth. Un test dettagliato con gli apparecchi provati nel grande outdoor e abbonamenti al servizio satellitare attivati nel caso dei comunicatori.

BASE CAMP - Il distanziamento sociale ha reso quanto mai attuali tende & co. Noi ne abbiamo provate 12 da 1,2 e 3 posti perfette per il grande outdoor alpino, insieme a 5 materassini, 9 sacchi a pelo e 7 fornelletti.

© Federico Ravassard

LAMPADE FRONTALI - 11 modelli, da quelli piccoli ed economici perfetti per la vita del campeggio outdoor, a quelli pensati per sport in velocità o con la regolazione automatica dell’intensità della luce. Perché una lampada frontale non dovrebbe mancare mai, in nessuno zaino.

MASCHERINE SPORTIVE - Abbiamo inserito anche 4 mascherine pensate in modo specifico per attività sportive anche intense in montagna.

AWARD - Abbiamo premiato 28 scarpe, zaini, bastoni, cinture e lampade frontali con il distintivo del premio dell’anno e altri con la nostra selection.

E POI… Il consiglio del podologo per evitare gli infortuni, quelli per provare scarpe, zaini e bastoni in negozio, i test delle scarpe in laboratorio e in esterno con le solette a sensori per valutare i punti di pressione in relazione a drop e minimalismo delle scarpe.

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Oberalp lancia il manuale per gli acquisti responsabili

Comprare responsabilmente, leggendo con attenzione i cartellini della composizione dei prodotti, i luoghi dove sono fatti, ma anche affidandosi a marchi trasparenti, che permettono la rintracciabilità e forniscono informazioni su tutta la catena di lavorazione. E poi prendersi cura di quello che si acquista, lavandolo bene per non rovinarlo e per non sprecare energia perché la prima regola della sostenibilità è fare durare a lungo i prodotti. Infine comportarsi correttamente in montagna per non arrecare danno alla natura. Sono queste le tre aree di cui si occupa il Manuale Oberalp rivolto ai consumatori lanciato in questi giorni insieme al quarto rapporto di sostenibilità del gruppo che controlla i marchi Dynafit, Salewa, Wild Country, Evolv e Pomoca. Una piccola rivoluzione che mette al centro l’utilizzatore dell’abbigliamento e dell’attrezzatura outdoor e non solo l’azienda perché con il piccolo contributo quotidiano di tutti la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente diventa più efficace.

Ecco invece i principali highlight ambientali dei marchi.

Pomoca: Pelli PFC-free per lo scialpinismo
Per garantire la sicurezza dei propri prodotti, nel 2018 il Gruppo ha pubblicato la versione aggiornata della Oberalp Chemical Policy un documento che indica le regole per l’utilizzo di sostanze chimiche nei prodotti e nei processi produttivi dei propri marchi che ogni produttore deve sottoscrivere e rispettare. L’obiettivo di Oberalp è controllare i prodotti in ogni fase del loro ciclo di vita, dalla materia prima, alla produzione fino al prodotto finito. Nel 2019 l’azienda ha svolto più di 4.000 test chimici sui propri prodotti, 31% in più rispetto al 2018, per garantire la massima sicurezza per il cliente e per l’ambiente. Per quanto riguarda l’eliminazione dei per fluorocarburi (PFC), tema scottante nel settore outdoor, il Gruppo sta continuando a lavorare e sta vedendo i primi risultati del suo grande impegno. Pomoca, leader nella produzione delle pelli per lo scialpinismo, già nel 2016 ha introdotto nel mercato la prima pelle priva di PFC. Oggi il pioniere del settore è fiero di annunciare che l’intera gamma di pelli Pomoca dal 2021 sarà priva di PFC.

Garanzia a vita per gli attacchi Dynafit
Ciascun marchio del Gruppo Oberalp è attivo su vari fronti per la protezione dell’ambiente e per la responsabilità sociale. Insieme a numerosi altri progetti, nel 2019 i marchi si sono concentrati sull’efficientamento del ciclo di vita dei loro prodotti, cercando di allungarne la vita e ridurne l’impatto. Dynafit, marchio leader nel trail running e nello scialpinismo, fortemente convinto della qualità dei propri prodotti, dal 1° novembre del 2019 ha deciso di offrire garanzia a vita su tutti gli attacchi dando così la possibilità al consumatore di usufruire del servizio di riparazione per l’intera vita del prodotto. Inoltre, anche i marchi Salewa, Dynafit, Evolv e Wild Country offrono servizi di riparazione e/o mettono a disposizione pezzi di ricambio sui loro siti e presso alcuni punti vendita per allungare la vita dei prodotti.

Plastica riciclata per l’imballaggio dei capi di abbigliamento
Altro tema molto importante e di grande rilevanza negli ultimi anni è quello dell’inquinamento della plastica. Il Gruppo Oberalp sta lavorando intensamente insieme ad altri 30 marchi del settore per trovare una soluzione per ridurre il proprio impatto ambientale legato al consumo di imballaggi di plastica. «I sacchetti protettivi di plastica ci permettono di tenere al riparo i nostri prodotti nel loro lungo viaggio dalla produzione, ai magazzini e fino alle case dei nostri clienti»  spiega Christoph Engl. «Il nostro obiettivo è eliminare tutto ciò che possiamo e riciclare ciò che non possiamo eliminare. Questa sarà una delle sfide più grandi nei prossimi anni». A tal fine i marchi del Gruppo Oberalp, a partire dalla collezione inverno 2020, hanno sostituito i sacchetti di plastica vergine utilizzati per i capi d’abbigliamento con sacchetti di plastica riciclata.

Trasparenza per l’intera catena di fornitura Salewa
La ONG Fair Wear Foundation (FWF) ha riconosciuto ai marchi Salewa, Dynafit e Wild Country lo status leader per il terzo anno consecutivo, premiando il lavoro eccezionale nel monitoraggio e nel miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche in tutto il mondo. «Siamo molto fieri di questo risultato e ci impegniamo a mantenere alto questo standard e migliorare ancora di più» spiega Ruth Oberrauch. Proprio a questo riguardo e nell’ottica di una comunicazione sempre più aperta, il marchio Salewa ha recentemente lanciato una piattaforma sulla quale rende completamente trasparente la sua catena di fornitura, pubblicando informazioni sulla sua produzione in tutto il mondo


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