Trail-food

Molte delle comodità a cui eravamo abituati non saranno disponibili, ma questo significa anche che potrebbero presentarsi piacevoli scenari inaspettati se saremo pronti a coglierli. In fondo, per quanti sarà davvero un deterrente l’idea di non trovare un rifugio o un bar aperto a fine gita? Era bello fermarsi con gli amici a bere una birra dopo una sciata, certo. Per non parlare della comodità di poter pernottare in quota e raggiungere la cima dopo una colazione al caldo. Ma non era ciò che ci motivava a partire e non lo sarà neanche adesso. Anzi, in alcuni casi il rifugio o l’impianto in funzione erano addirittura motivo per cambiare destinazione: il rischio di ritrovarsi in un luogo troppo affollato ha sempre fatto desistere chi dalla montagna si aspetta esperienze di stampo più esplorativo. Perché non riorganizzare questa stagione invernale anomala e ripartire dalle basi, ricordandosi che in fondo tutto quello che serve è un paio di sci ai piedi? Anzi, un paio di sci ai piedi e un pranzo al sacco.

Ed è per questo che su Skialper 134 di febbraio-marzo parliamo di trail-food. Una pratica che nasce tra backpacker e thru-hiker d’oltreoceano dove, a differenza di quanto accade normalmente nei territori alpini, i punti per rifornirsi lungo i più famosi cammini di lunga percorrenza distano normalmente parecchi giorni l’uno dall’altro. Più che di scienza culinaria si tratta di una vera e propria cultura dell’arrangiarsi nella wilderness. E di un modo per produrre meno rifiuti e fare una scelta più consapevole e amica dell’ambiente. Come si fa? Basta avere un essiccatore, ma anche un forno ventilato, con alcune accortezze, può funzionare. Abbiamo chiesto a Elisa Bessega, che si produce il cibo per le sue avventure nella natura, di darci qualche dritta e di consigliarci qualche ricetta. Per esempio quadretti energetici al cioccolato, cous cous e infuso di zenzero e limone. Non resta che comprare Skialper e provare le ricette. 


Maître Vivian

Mai sopra le righe, mai oltre gli 88 millimetri al centro, uno stile sul ripido impeccabile, un’esperienza enorme. E tanta disarmante semplicità. Vivian Bruchez è lo sciatore che non passa mai di moda. Ed è anche per questo che il nostro Andrea Bormida l’ha intervistato per il numero 134 di Skialper, di febbraio-marzo, in edicola a partire da questa settimana. «Uno sci di montagna il suo, puro e semplice, fatto di ricerca di nuovi itinerari, di esplorazione delle pieghe della roccia una volta che la neve ha fatto il suo lavoro - scrive Bormida nell’introduzione dell’intervista - Uno sci d’avventura su pendenze sostenute, estreme ma non per necessità od ostentazione. Per vivere la montagna perdendosi nelle sue rughe, comprendendo la bellezza di essere piccoli davanti alla sua mole. Vivian negli anni ha imparato a fare conoscere questo stile inconfondibile, anche nel modo di sciare. Non capita spesso di ricordare uno sciatore per la sua tecnica eccelsa: sci vicini, compostezza, fluidità, mai una sbavatura, dosando velocità e curve, seguendo quanto la montagna e il pendio ci impone. Nessun largone sotto al piede, 88 millimetri possono bastare, eccome. È lo sciatore che fa la differenza, non gli assi. Il piede».

Chamonix e il Monte Bianco, il momento particolare che stiamo vivendo, l’affollamento delle discese più famose, i progetti, le discese con i giovani, l’amicizia con Kilian e Jacquemoud, l’evoluzione dei materiali. È un dialogo a 360 gradi quello di Andrea e Vivian. Qualche anticipazione? Meglio essere buoni sciatori o buoni alpinisti? «Idealmente direi entrambe le cose, d’altra parte se devo scegliere dico un buon alpinista, semplicemente perché l’alpinista legge meglio la montagna e capire e analizzare le condizioni è fondamentale. Come anche saper adattare il proprio percorso a seconda delle situazioni, prendere le decisioni giuste in un determinato momento». Per il seguito… c’è Skialper 134 di febbraio-marzo. E l’attrezzatura? «Ci sono sempre novità, anche solo piccole modifiche: mi piace molto lavorare sull’attrezzatura nel garage, faccio delle prove e vedo se l’idea è buona. Per me l’attrezzatura migliore è quella con cui puoi fare tutto. Credo fermamente nella versatilità dei prodotti, in generale preferisco un buon trattore ben oliato e con un motore rodato a una macchina da corsa». 

© David Machet

Waffle, powder e wilderness

È come muoversi in una tazza di latte. Il vento soffia, nevica di traverso e ho freddo. Non vedo molto, le croci rosse che segnano il percorso sono l’unico indizio che mi indica dove andare e a volte scompaiono del tutto nella desolazione bianca e infinita. Forse non è stata una buona idea fare un giro con gli sci oggi, ma dopo il lungo viaggio fino a Björkliden, nella Lapponia svedese, 195 chilometri a Nord del Circolo Polare Artico, volevamo sgranchirci le gambe e prendere un po’ d’aria fresca. Presto ci pentiamo della nostra decisione, mentre ci spostiamo in cerchio per ritrovare la strada di ritorno al Låktatjåkka Mountain Lodge, una casa di legno nero circondata da enormi muraglie di neve a 1.228 metri sul livello del mare. Questo è il rifugio più alto della Svezia e, per la cronaca, bisogna sapere che la montagna più alta del Paese, il Kebnekaise, è di soli 2.097 metri. Alla fine ritroviamo la strada del ritorno. Qualche croce rossa ci riporta sulla traccia e così eccoci sciare nella polvere fino al rifugio.

La nostra breve avventura rende i deliziosi waffle - la specialità del rifugio - ancora più graditi durante il tè del pomeriggio. Låktatjåkka è una base perfetta per spettacolari escursioni scialpinistiche nella Lapponia svedese. Låktatjåkkastugan, come lo chiama la gente del posto, si trova a circa 100 chilometri dalla città di Kiruna e 9 chilometri a Sud-Ovest della stazione sciistica per famiglie di Björkliden. È una baita isolata tra i monti Loktacohkka (1.404 m) e Bajip Gohpácohkka (1.410 m), ma lo standard è sorprendentemente alto. Prima del Covid-19 Låktatjåkkastugan poteva ospitare 18 persone, una capienza ora ridotta a 11. Il ristorante serve ogni sera una cena con tre portate e in un angolo si sviluppa quello che definiscono come il bar più alto della Svezia. C’è anche una sauna, un accogliente soggiorno con una piccola biblioteca e uno speciale menu di waffle. Ma l’aspetto più importante è che si respira un’atmosfera molto genuina.

© Mattias Fredriksson

La storia di Björkliden, Låktatjåkka e dintorni è iniziata quando alla fine dell’Ottocento è stato trovato il ferro a Kiruna e Gällivare. La regione montuosa tra Kiruna e il confine norvegese era molto selvaggia, non c’erano strade e pochissimi la attraversavano. Per trasportare il minerale dalle miniere al porto di Narvik i governi di Svezia e Norvegia decisero di costruire una ferrovia e i lavori iniziarono nel 1898: solo quattro anni più tardi fu inaugurata la Ofoten Railway. Il percorso tra la stazione ferroviaria di Låktatjåkka, attraverso il passo di Låktatjåkka e fino a Björkliden, divenne popolare per gli escursionisti e gli sciatori, però le condizioni meteo da queste parti sono spesso avverse, così è nata l’idea di costruire una baita al passo. Le porte del Låktajåkko Mountain Lodge si aprirono nel 1939. La guerra fermò il tempo, ma quando finì il rifugio divenne una meta popolare per gli scialpinisti svedesi. L’apice arrivò negli anni ’70 e ’80 quando le vittorie di Ingemar Stenmark fecero decollare l’interesse per lo sci diverso da quello nordico.

La mattina dopo ci svegliamo con tanta neve fresca e i fiocchi cadono ancora abbondanti dal cielo. Ispirati dai rifugisti, usciamo decisi a fare qualche curva veloce sui pendii vicino al rifugio. C’è già la traccia nella neve e la nostra gitarella a Bijip Gohpacohkka è veloce. Quando inizio la discesa una vibrazione attraversa tutto il mio corpo. La neve è leggerissima, sembra di nuotare in una ciotola di cotone idrofilo. Non è certo una tipica giornata di sci svedese! Spesso qui le nevicate abbondanti sono accompagnate da forti venti che rendono la neve dura come la roccia. La gita è corta, ma il pendio ripido, quasi 50 gradi nella parte più esposta. In qualche modo la neve sembra ancora stabile, molto probabilmente perché la tempesta è arrivata dall’Atlantico, con molta umidità. Siamo a soli 40 chilometri in linea d’aria dal mare, sul versante norvegese.

Dopo una pausa e un pranzo veloce a base di waffle, ci avviamo verso Loktachohkka, sul versante opposto rispetto al rifugio. Individuiamo il percorso da seguire nella bufera e togliamo le pelli in cima, in prossimità del tipico omino di pietre. Non ha smesso di nevicare un attimo e il vento ha trasportato molta neve, per questo affrontiamo con molta prudenza la discesa verso Kopparåsen, una sciata di mille metri secchi di dislivello, fino alla strada tra Kiruna e Narvik. Il terreno è ripido, aritmico ed esposto, quindi il pericolo è molto maggiore su questo versante della montagna. Completamente soli, là fuori ci sentiamo abbastanza piccoli e di conseguenza le nostre scelte di percorso sono conservative. Il vento ulula, ma all’improvviso il cielo si apre e usciamo dal mare di nuvole. I restanti 600 metri di dislivello sono magici, soprattutto l’ultimo tratto fino alla stazione ferroviaria di Kopparåsen. Siamo a metà aprile, ma qui, nell’Artico, sono condizioni da pieno inverno.

La discesa ci ha ricaricato e ora c’è un gruppo di sciatori felici di pellare fino al Låktatjåkka Mountain Lodge quando il giorno volge al termine. Il vantaggio di soggiornare in questo rifugio è che si trova in quota e permette un rapido accesso al terreno al mattino. È un mondo al contrario per gli scialpinisti, con poco dislivello per raggiungere le discese e poi la risalita nel pomeriggio. Qualcosa di insolito in Svezia, ma molto redditizio. Stare al rifugio trasmette un senso di intimità. Gli ospiti e il personale la sera si incontrano nel soggiorno e nel bar per leggere e parlare. Si arriva a conoscersi tutti, soprattutto perché non c’è internet e gli smartphone non hanno praticamente campo. Invece ci sono un sacco di buoni libri e una selezione sorprendentemente di birra, vino e whisky di qualità. La cucina è di livello e si possono provare i piatti svedesi, a partire dalla carne di renna e alce.

Colazione anticipata e rotta verso Ovest per il nostro ultimo giorno al Låktatjåkka Mountain Lodge. C’è silenzio assoluto, l’unico suono proviene dagli sci e dalle pelli che scivolano sulla neve fredda. Copriamo una discreta distanza per raggiungere la cima del Gearggecorru (1.419 m). Il panorama è da wow: grandi vette tutto intorno e le montagne norvegesi a Ovest. Il terreno è selvaggio e impressionante. Non sembra di essere in Svezia, ma piuttosto sulle Alpi o in Norvegia. Non c’è una sola persona oltre a noi, anche se siamo relativamente vicini alla civiltà, a molte cime e località sciistiche famose. Sotto le punte dei nostri sci ci sono pendii che non avevo mai visto in Svezia. Ci dirigiamo verso Rissajaure, il lago più limpido del Nord Europa, e mi godo ogni secondo della discesa, fino alla stazione ferroviaria di Låktatjåkko. E vorrei schiacciare il tasto rewind.

© Mattias Fredriksson

IN BREVE

Låktatjåkka Mountain Lodge si trova a 1.228 metri di quota e a 9 chilometri dalla stazione sciistica di Björkliden, raggiungibile in auto o in treno (ci sono diretti da Stoccolma, la capitale della Svezia - sj.se per orari e prezzi). L’aeroporto più vicino è a Kiruna, a un’ora e mezza di auto. La stagione invernale del Låktatjåkka Mountain Lodge va da febbraio a metà maggio. Aprile è un’ottima scelta perché la neve è ancora fredda, ma le ore di luce maggiori e il bel tempo più frequente. Le gite sono abbastanza lunghe per gli standard svedesi, soprattutto quelle che finiscono alla stazione della ferrovia e richiedono di ripellare per salire al rifugio. La particolarità del Låktatjåkka Mountain Lodge è proprio questa: si dorme in quota e si raggiungono le cime velocemente, ma poi bisogna mettere in conto la pellata più lunga alla fine. Alcuni pendii intorno al lodge sono facili e non comportano rischi eccessivi, mentre altri sono l’opposto. È consigliabile affidarsi a una Guida alpina locale, anche perché ci si trova in ambienti molto selvaggi e con condizioni meteo estremamente variabili. Su sbo.nu ci sono i contatti di tutte le Guide alpine svedesi.

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Scialpinismo fuori dal comune? Sì, ma…

In queste settimane, in questi mesi, siamo stati sommersi dalle vostre domande sulla possibilità o meno di spostarsi per andare a praticare il nostro amato sport. Una domanda alla quale non è mai stato facile rispondere e alla quale i chiarimenti sui vari siti istituzionali non davano una risposta precisa ma che veniva collegata direttamente al divieto di spostamento per turismo, salve le eccezioni per i centri sono i 5.000 abitanti. Nella complicata questione dell’interpretazione dei decreti Covid, ora ci sono alcune risposte dirette che aprono alla pratica dello scialpinismo all’interno delle regioni classificate gialle e arancioni. 

La più esplicita è quella della Regione Veneto che nomina espressamente lo scialpinismo nelle faq al dpcm del 14 gennaio: «In primo luogo, lo spostamento è possibile dentro la Regione se si risiede in località dove non può essere svolta la pratica di sci alpinismo. In secondo luogo, il pernottamento in loco è possibile perché l’attività alberghiera è aperta e il pernottamento è funzionale alla pratica sciistica. Non ci si può invece spostare verso l’albergo fuori comune per turismo o fare attività motoria che si può svolgere nel comune di residenza».

Deve dunque intendersi che non si può andare a camminare fuori dal comune, in quanto è attività motoria che si può fare nel proprio comune, ma che, nelle regioni arancioni come il Veneto, si può uscire dal comune per praticare scialpinismo se la pratica sportiva non è possibile dove si risiede. Ovunque? Non ci sono risposte certe ma, secondo i colleghi di Veronasera, in base a una circolare interpretativa inviata a novembre ai prefetti, dovrebbe intendersi il comune più vicino dove sia possibile praticare scialpinismo e, naturalmente, all’interno della regione. Viene da chiedersi in primo luogo se questa interpretazione valga solo in Veneto o anche nelle altre regioni dello stesso colore o con situazione pandemica migliore (si suppone di sì, essendo un decreto nazionale e non regionale, anche se l’interpretazione è della regione Veneto). 

Ecco allora cosa dicono le faq sul sito del Governo per le regioni arancioni: «È possibile recarsi in un altro Comune, dalle 5.00 alle 22.00, per fare attività sportiva solo qualora questa non sia disponibile nel proprio Comune (per esempio, nel caso in cui non ci siano campi da tennis), purché si trovi nella stessa Regione o Provincia autonoma. Inoltre è possibile, nello svolgimento di un’attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bicicletta), entrare in un altro Comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all’attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il Comune di partenza. Si ricorda inoltre che, ai sensi del Dpcm, per i comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti è equiparata al territorio comunale la fascia territoriale circostante, fino a una distanza di 30 km dai relativi confini. Si ricorda che, durante lo svolgimento dell’attività sportiva, è sempre necessario mantenere la distanza di almeno 2 metri dalle altre persone». Il Governo dunque sembrerebbe chiarire che ci si può spostare anche oltre il comune più vicino. Per le regioni gialle l’interpretazione vale anche per la semplice attività motoria: «È possibile recarsi in un altro Comune, dalle 5.00 alle 22.00, per fare attività motoria o sportiva in quella località, purché si trovi nella stessa Regione o Provincia autonoma (quest’ultima limitazione è prevista fino al 15 febbraio 2021)». Per le regioni rosse, invece, attività sportiva solo «nell’ambito del territorio del proprio Comune, dalle 5.00 alle 22.00, in forma individuale e all'aperto, mantenendo la distanza interpersonale di due metri. È tuttavia possibile, nello svolgimento di un’attività sportiva che comporti uno spostamento (per esempio la corsa o la bicicletta), entrare in un altro Comune, purché tale spostamento resti funzionale unicamente all’attività sportiva stessa e la destinazione finale coincida con il Comune di partenza».


Sicurezza e valanghe: il monito di Arianna Tricomi

Il titolo è esplicito: Very important message. «Di solito non parlo davanti allo smartphone, ma questo volta ho pensato che ne valesse la pena perché voglio condividere una storia con voi» esordisce così Arianna Tricomi nel video che ha pubblicato sul suo account Instagram @ari_tricomi, su IGTV. La tre volte vincitrice del Freeride World Tour ha raccontato di essere andata a sciare con degli amici, in Tirolo, anche se quel giorno avrebbe voluto riposarsi perché le condizioni non erano buone, ma di essere stata convinta da una storia sui social a esplorare un versante. All’arrivo la scoperta che le condizioni non erano quelle viste sullo smartphone, con la montagna spazzata dal vento, e che la temperatura stava salendo velocemente. Così con gli amici, dopo qualche curva tranquilla, la decisione di smettere di sciare perché troppo pericoloso in quelle condizioni. Mentre Arianna si trovava nella cabinovia, una nuvola di polvere ha avvolto il pendio. C’era un po’ di gente sulla montagna e un ragazzo di 15 anni è rimasto sotto la valanga. «Siamo attrezzati, sappiamo come comportarci, ma trovarsi veramente in una valanga è qualcosa di diverso» dice Arianna nel video. Per fortuna c’erano diverse persone esperte e il corpo del giovane freerider è stato liberato abbastanza velocemente. «Qualcuno ha iniziato a rianimarlo, abbiamo cercato di prenderci cura di lui, ho perso la cognizione del tempo, non so quanti minuti sono passati, questa esperienza è qualcosa che mi ha colpito più profondamente della maggior parte delle cose che ho visto in montagna: purtroppo non ce l’ha fatta, è stato trasportato in ospedale, ma è morto il giorno dopo». Nel video di Arianna c’è anche una riflessione sul ruolo dei social media e dei freerider. «Abbiamo una grande responsabilità, soprattutto verso i ragazzi: su Instagram e sui social media si vedono le emozioni e gli exploit di una discesa, ma non passa il messaggio del perché l’abbiamo scelta e magari cinque, dieci altre volte no, abbiamo rinunciato. Per me è importante avere sempre una via di fuga se succede qualcosa, ma ho pensato che non ne ho mai parlato sui social media. Da ragazzina ho fatto tante stupidate, ma non eravamo influenzati dal vedere qualcuno sui social media, solo dalla natura e dai noi stessi. Chiedo ai genitori, agli atleti, ai ragazzi: pensate che dobbiamo fare vedere di più cosa c’è dietro a una discesa invece di mettere solo belle immagini di sci? Non dimenticherò quando tenevo la mano a quel ragazzino, è veramente difficile parlarne, ma questa esperienza mi ha aperto gli occhi e non potevo stare zitta». 

Le riflessioni di Arianna sono quanto mai attuali, in giornate con interi settori interessati dal vento. Un invito - ancora di più in questo strano inverno con le piste di sci chiuse e tanti frequentatori della montagna aperta - a prestare attenzione agli aspetti della sicurezza e a saper rinunciare. Un invito alla prudenza nel momento in cui i volontari del soccorso combattono sul fronte della pandemia. 

Nei giorni scorsi un altro episodio del quale è stato protagonista Roberto Munarin, che abbiamo intervistato sul numero di Skialper dello scorso febbraio. Munarin, esperto conoscitore delle montagne del Biellese, ricordando quanto accaduto, dice: «Fuma tansiun». Facciamo attenzione. 

«Siamo quasi in punta al Bric Paglie, versante S/O, è il 23 gennaio e la salita dall’Alpone deve essere gestita con cautela, conosco bene la zona, così scegliamo la via più sicura - dice Munarin -. Arriviamo alla base dell’ultimo anfiteatro e non mi piace, la mia esperienza mi dice che è pericoloso, così ci fermiamo, in sicurezza, nei pressi di un pietrone dove ci prepariamo per la discesa. Inizia a tirare un forte vento e il cielo è terso, pochi minuti dopo un tonfo sordo: l’ho sentito altre volte e non ha mai portato belle notizie. Alzo gli occhi e il pendio collassa fino ai nostri piedi. Sono lastroni e il punto del distacco è di poco inferiore al metro per un fronte di 40/50 metri. Per fortuna non abbiamo riportato nessuna conseguenza tranne i miei sci, che avevo lasciato sul pendio, sotterrati sotto un metro di neve ma ritrovati. Mi raccomando, facciamo attenzione, le condizioni attuali, a causa del forte vento, devono essere valutate attentamente! La nostra esperienza, il nostro istinto ci vengono sempre in aiuto, ma ascoltare i segnali che ci invia la montagna è fondamentale» conclude Munarin che ha parlato della sua gita su Facebook, pubblicando foto e un post per sensibilizzare gli altri attraverso la propria esperienza. Quegli stessi social media (e ogni canale di comunicazione) che influenzano le nostre scelte, nel bene o nel male. In fin dei conti sono dei mezzi, come dice il termine, e sta a ognuno di noi utilizzarli nel modo più appropriato. 


Lontano dalle tracce

Un autunno pieno di promesse e di sogni. È quello che mi ero detto al volante del mio vecchio van che arrivava dal Nord della Spagna. Non avevo mai visto i Pirenei così bianchi l’8 novembre, una situazione eccezionale di cui non avevamo potuto approfittare perché eravamo senza sci. Poi ricordo il battesimo della stagione, il 7 dicembre, tutto solo sulla prima cabina della funivia della Rosetta, a San Martino di Castrozza, a brindare con qualche discesa nella neve soffice e fredda di questo incredibile spot reso famoso dal King of Dolomites. E invece è arrivato gennaio e non ha mantenuto le promesse: vento, un anticiclone mostruoso su tutta l’Europa come un brutto foruncolo appeso al fianco di una bestia malata. Siamo tornati sulle Dolomiti, che non avevo mai trovato in condizioni così brutte da quando ho iniziato a sciarle regolarmente negli ultimi vent’anni. Nonostante tutto, a Chamonix, grazie alla quota, alla buona conoscenza del terreno e alla varietà offerta dal massiccio del Monte Bianco, siamo riusciti a sciare bene senza fare nulla di eccezionale. Ma non sono un golfista che può divertirsi a ripetere più volte il suo percorso a 18 buche, sono uno sciatore e mi piace scoprire, esplorare, viaggiare sugli sci. Perché è più di un semplice sport, ma un’esperienza e un’immersione completa in un ambiente che amo e di cui ho bisogno per sentirmi bene, lontano dalla frenesia della nostra vita quotidiana. Così, quando François, un amico sciatore di Chamonix, ci ha suggerito di unirci al loro gruppo per un rapido tour sciistico nelle valli occitane, non ci ho pensato due volte e, insieme a Layla, abbiamo caricato il van con tutta la nostra attrezzatura. Per noi è stato un ritorno, perché due anni fa avevamo già sciato da queste parti e ci eravamo promessi di tornarci. Su queste montagne selvagge lontane dai comprensori sciistici ci sono così tante possibilità e sono stranamente poco frequentate pur essendo vicine a Torino e non in Norvegia.

© Layla Kerley

Questi ragazzi sono hard core

Il raid degli amici ha iniziato a fare capolino nella mente di François qualche inverno fa, così un gruppo di persone si riunisce ogni anno per qualche giorno per sciare e scoprire un massiccio. È un’esperienza per uomini, non ci sono ragazze e Layla è l’unica donna a essere accettata perché sa sciare, bere vino e raccontare stronzate o fare battute pesanti come i ragazzi. Ma il raid degli amici non è solo scherzi e vino, si scia molto anche se il biglietto d’ingresso è una magnum di rosso o champagne nello zaino. Qui niente barrette energetiche e bevande vitaminiche, è come una versione hard core della Sentinelle. I protagonisti sono per lo più Guide alpine, cercatori di cristalli, alpinisti, medici del Soccorso alpino. Insomma, il livello atletico e sciistico è alto. Basti pensare che a volte del gruppo ha fatto parte anche Hélias Millerioux

A Sud di Torino

In fondo alla Valle Varaita il piccolo paese di Chiazale, a 1.700 metri, va in letargo. Spingo la porta dell’agriturismo Lou Saret. Ottavio è lì, legge il giornale, il fuoco è acceso, l’accoglienza è semplice e calorosa. Sono passati due inverni, ma né il luogo né il proprietario sono cambiati. Si parla del piacere di rivedersi, si parla di tutto e di niente, del tempo che passa e che sembra essere impazzito come questo vento noioso che non smette mai di soffiare sui nostri inverni e spazza via i sogni di neve fresca e profonda. Ma non importa, in questo momento è il lato umano che prevale e come nella vita di tutti i giorni è intorno a un tavolo, a condividere una buona cena, che ci sentiamo bene. La raccolta delle patate è stata buona e la stagione estiva è andata bene. La vita in questo ambiente di montagna farà sognare gli spiriti romantici, ma la realtà sociale ed economica è molto diversa e sono sinceramente felice di vedere che le cose si stanno mettendo bene per il mio oste. Una buona notte su un materasso comodo e sotto una spessa trapunta e poi niente di meglio che aspettare i nostri amici impegnati in una serie di coffee tour dopo una notte di abbuffate a Torino, seguite da qualche brutta ora di sonno nelle auto che hanno ritrovato a fatica. François e la sua banda amano andare all’avventura, senza necessariamente aver preparato l’uscita e per questa prima giornata di sci togliamo l’attrezzatura dalle auto, attraversiamo il ponticello sotto l’agriturismo e risaliamo una bella valle verso il Bric Rutund. È un pendio facile e bello e c’è poca gente. Il piccolo strato di neve fresca motiva i più stanchi e presto il Monviso appare in lontananza. Lo guardo con attenzione perché lì avevo in programma di organizzare la Sentinelle l’inverno scorso, ma poi è saltata per la mancanza di neve. Quest’anno le condizioni, senza essere incredibili, mi sembrano migliori.

Il giorno dopo il meteo è piuttosto brutto, tutti hanno dormito bene e si sono ripresi. Abbiamo organizzato i nostri zaini con il materiale, le macchine fotografiche, le magnum di rosso e champagne e tutto ha trovato il suo posto. Fuori il vento soffia e fa volteggiare alcuni fiocchi di neve nelle tortuose strade del villaggio. Le previsioni indicano aperture all’inizio e alla fine del pomeriggio. Parcheggiamo le auto davanti al rifugio Melezè ed eccoci qui, per niente disturbati dal tempo grigio e cupo. Passiamo davanti alla chiesa di Sant’Anna e, nonostante la scarsa visibilità, riusciamo a vedere una montagna rocciosa che domina l’itinerario, Rocca Senghi. La salita al Colle di Bellino (2.800 m) è lunga, ma è un percorso facile, che offre molte possibilità per scoprire le gioie dello sci di montagna. Poco prima del passo il vento aumenta, così scappiamo via e ci rifugiamo in una grotta sotto una piccola falesia, rifugio dei militari durante la Seconda Guerra Mondiale. Il luogo ideale per ripararsi e sciabolare un magnum di champagne, lontano dal mondo. Grazie a una veloce schiarita, la Valle Maira si svela subito in tutta la sua bellezza e ricchezza. Queste montagne delle valli occitane sono un invito allo sci ripido. La disciplina ha avuto un forte impulso a partire dagli anni ‘80 grazie a un gruppo di forti sciatori locali tra cui Nino Viale, Igor Napoli, Bruno Terzolo, i fratelli Bottari: anche il grande maestro del ripido, Stefano De Benedetti, veniva da queste parti almeno una volta all’anno. Ora stiamo scivolando sulla neve soffice, condividendo il piacere di sciare in gruppo. Poi ci fermiamo in mezzo al nulla per un momento di formazione alla ricerca in valanga organizzato da Laurent, una delle Guide. C’è tanta teoria e pratica, ma soprattutto la possibilità di condividere le proprie esperienze. È sorprendente quello che possiamo imparare in questo modo. Raggiungiamo Chiappera con un lungo sentiero in leggera salita sulla sinistra orografica e arriviamo al rifugio Campo Base (vecchio accampamento militare) poco prima del tramonto. È un bel posto per mangiare e la terrazza soleggiata invita a bere qualche birra mentre nella nostra mente riviviamo i momenti più belli della giornata sugli sci. Il giorno dopo partiamo presto e ce la prendiamo con calma, perché il bel tempo dovrebbe durare per tutto il pomeriggio, mentre l’indomani ci sarà il vento e la tempesta di neve. Stiamo serpeggiando tra gli alberi e, quando mi giro per aspettare Layla, vedo il taglio molto estetico della Rocca Provenzale. Ora si risale un bel pendio sulla destra, tra Chiappera e Saretto. E quello che scopriamo mentre saliamo fa da scintilla al nostro entusiasmo: tante linee di discesa che per la seconda volta dovrò sciare nella mia immaginazione, prendendo come punto di riferimento questo piccolo punto rosso del bivacco Danilo Sartore che mi sembra in una posizione ideale per una prossima avventura. Il vento comincia a soffiare e a poco a poco il cielo inizia a coprirsi. Al Passo della Cavalla i ragazzi tirano fuori dagli zaini due ottime bottiglie, oltre ai salumi e ai formaggi per accompagnare la degustazione. Poi più tardi scivoliamo dolcemente verso il bivacco Bonelli che per la seconda volta riesco a individuare nonostante le condizioni meteo terribili. Ma è ancora presto e nel primo pomeriggio decidiamo di risalire i pendii di fronte a noi, tagliati da piccoli canali che sono super facili e piacevoli da sciare con questa neve. Il bivacco Bonelli è piccolo ma accogliente, c’è il gas e una vecchia moka Bialetti che ci permette di bere un buon caffè.

Le notti nei bivacchi sono quello che sono e il tempo passa tra la preparazione del cibo, qualche bicchiere di rosso e di bianco e tante chiacchiere. Prima di andare a dormire ripenso al mio ultimo soggiorno qui, è stato nel marzo del 2018 con Ville Narinen, Layla e Simone Ghiazza: eravamo partiti da Pian della Regina. Un meraviglioso tour sciistico, ma avevamo anche dovuto combattere con il maltempo a partire dalla Valle Maira per arrenderci definitivamente in Valle Stura. Nel mio mezzo sonno ho pensato all’intensità di quegli ultimi due giorni a partire dal bivacco Bonelli, che avevamo trovato solo grazie al GPS. Poi avevamo superato il Colle di Enchiausa ed eravamo scesi nel bel villaggio di Chialvetta, alla Locanda. Ricordo un’atmosfera piovosa, la neve che si appiccicava al suolo e le nebbie che si aggrappavano alle cime, svelando il villaggio di pietra solo all’ultimo momento. Eravamo fradici, affamati e troppo felici di trovare rifugio in una bella casa davanti a un fuoco che bruciava dal mattino. Il giorno dopo il tempo grigio e il vento avevano fatto svanire la nostra motivazione e, dopo aver attraversato il Passo della Gardetta e poi il Colle Oserot, eravamo scesi in Valle Stura. Come previsto, la tempesta è arrivata in piena notte e le raffiche di vento hanno fatto ballare a intervalli regolari il nostro piccolo rifugio. Al mattino presto abbiamo deciso di tornare a valle a sciare i pendii nei dintorni del lago d’Apsoi.

Alla fine abbiamo solo sfiorato queste valli e potuto vedere con i nostri occhi una quantità spaventosa di linee per sciare alla grande. Fa parte del gioco e dobbiamo accettarlo. Ho letto da qualche parte che le cose che si ottengono facilmente non hanno lo stesso sapore di quelle per cui lottiamo e perseveriamo. Il successo avrebbe lo stesso sapore se fosse garantito ogni volta? La Valle Maira e le valli occitane meritano molto di più di una visita veloce. No, non è stato un fallimento, queste due esperienze ci hanno fatto venire voglia di tornare presto e finire di scrivere le pagine della nostra avventura.

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© Layla Kerley

Modello Valle Maira

L’estate 2020 è stata, per molti italiani, quella in cui si è riscoperta la bellezza del proprio paese e del turismo della porta accanto, che ti fa pensare perché non fossi mai andato in quella valle non così lontana da casa. Qua e là, tra Alpi e Appennino, esistono una miriade di piccoli borghi dove negli ultimi anni per resistere allo spopolamento si è scelto di puntare su modelli slow, dove l’esclusività non è data tanto da listini fuori misura, quanto dall’isolamento (parola ormai sdoganata, ma fino a pochi mesi fa realmente apprezzata solo da pochi) e dal numero limitato di strutture ricettive, in controtendenza ai modelli mordi-e-fuggi in cui tutto, dal prezzo della camera ai metri quadrati liberi in spiaggia, viene tirato al minimo. Una scelta spesso premiata, a conferma che sarà pure un’offerta di nicchia, ma si tratta di una nicchia molto forte.

Nelle Alpi del Cuneese esiste una valle in cui tutto questo è avvenuto non in tempi recenti, ma parte da molto più lontano, da un momento in cui il turismo montano era ancora quello delle località pettinate raccontate nei film dei Vanzina: la Valle Maira. Situata nel cuore delle valli occitane, la Val Maira è stata per molto tempo isolata a causa della morfologia del territorio, tanto che fino al ‘900 le comunicazioni e gli spostamenti avvenivano perlopiù tra i colli che la collegano alla Val Varaita, alla Valle Stura e alla Francia anziché lungo gli oltre 40 chilometri necessari ad arrivare in pianura. Situata alla testata della valle, si trova Chiappera, che dai 300 abitanti di un tempo si è progressivamente svuotata durante il XX secolo, quando le Americhe e le grandi città industriali attraevano a sé i valligiani come le sirene con i marinai. Tutto questo avveniva in contemporanea al boom improvviso delle località alpine, grazie agli impianti sciistici, un fatto che, per quanto dannoso in quel momento, cinquant’anni più tardi si sarebbe rivelato autentica fortuna. A conferma del definitivo svuotamento del paese ci fu la chiusura della scuola nel 1972 a causa della mancanza di studenti, che già prima la frequentavano in classi uniche per tutto l’esiguo ciclo di studi. Spesso capitava che, in procinto di terminare le elementari, gli insegnanti bocciassero di proposito i loro allievi a più riprese, fino al raggiungimento dell’età minima per iniziare a lavorare.

Alla fine degli anni ‘80 Chiappera era una frazione ormai diroccata, frequentata solo dai pochi alpinisti che bazzicavano fra Torre Castello e la Rocca Provenzale. La svolta arrivò in modo fortuito con una coppia di escursionisti tedeschi, giunti qui senza un ben precisato motivo, che si innamorarono all’istante di queste montagne deserte. Andrea e Maria Schneider persero la testa al punto di decidere di aprire la prima struttura per turisti dopo decenni di abbandono, con l’idea di iniziare a promuovere un turismo basato su numeri piccoli, valorizzazione del territorio e della cucina locale. Le loro idee, quasi strampalate per l’epoca, vennero appoggiate dagli operatori locali che cominciarono a guardarsi intorno in cerca di ispirazione: i paesi del Queyras francese erano quanto più simile a ciò in cui avrebbero voluto trasformare una valle abbandonata a se stessa. Nel 1992 venne istituita la rete dei Sentieri Occitani, basandosi sui percorsi che durante il Medioevo collegavano i centri dell’Occitania, un’area estesa dai Pirenei al cuneese in cui, secoli prima dell’Unione Europea, popoli diversi tra loro erano uniti da una lingua e una cultura comune. L’obiettivo non era tanto quello di creare un trekking come altri, da rifugio a rifugio attraversi passi di alta montagna, ma quello di muoversi a quote di media valle, da paese a paese, lungo un itinerario che puntava a far scoprire tradizioni e gastronomia locali. Sempre per favorire l’accessibilità venne attivato il servizio di sherpa bus con il quale trasportare i bagagli e poter viaggiare leggeri durante il giorno.

© Federico Ravassard

La promozione di Chiappera, della vicina Acceglio e di tutta la Valle Maira – perché, come ci tengono a precisare gli abitanti, ha più senso parlare di una valle intera piuttosto che di singoli paesi – è avvenuta inizialmente nei mercati di lingua tedesca, proprio grazie al lavoro di Maria Schneider, per poi estendersi alla Svizzera, alla Francia e in seguito anche a Inghilterra e Scandinavia. I pezzi del puzzle sembrano incastrarsi l’uno con l’altro perfettamente, in barba agli italici stereotipi. Le amministrazioni comunali non intervengono nelle scelte degli operatori turistici, i malgari possono servire i loro prodotti sulle tavole dei ristoranti grazie a una filiera diretta, le strutture ricettive, tutte di piccole dimensioni, si spartiscono i clienti senza invidie e attriti: quando si chiede in giro come sia possibile tutto questo, la risposta è spesso la stessa. «L’importante è che il turista venga in valle e si senta coccolato, tutto il resto viene dopo». A illustrarmi il piccolo miracolo della Valle Maira in un giorno di settembre è Stefano Busso che, innamorato da sempre di questi luoghi, ha deciso di (ri)dare vita alla vecchia scuola di Chiappera, trasformandola in un albergo diffuso con annesso ristorante. Le aule, completamente smantellate, sono diventate stanze per gli ospiti, così come alcuni fienili e baite nei paraggi. La Scuola (sì, l’ha chiamata proprio così) è la sintesi delle idee che hanno reso unica questa valle, a partire dal numero di stanze, limitato ad appena dieci, che la rendono la struttura più grande (ma sarebbe più corretto dire meno piccola) di Chiappera. Questa limitazione è dovuta anche a vincoli regionali istituiti nel 1973 che proibiscono tuttora nuove costruzioni a favore del ripristino degli edifici storici, congelando il borgo a com’era mezzo secolo fa, fatta eccezione per i pascoli ormai riconquistati dai boschi.

Sebbene quest’estate il 95% dei clienti fosse italiano, in periodi normali il rapporto è pressoché invertito, favorito anche dal fatto che i turisti stranieri tendono più spesso a organizzare le vacanze da un anno all’altro, elemento determinante per una località dove le richieste di pernotto sono il triplo dei posti disponibili. Quando chiedo a Stefano come si immagina il futuro di questi luoghi, lui fa spallucce: semplicemente me lo immagino così. Sì, perché gli abitanti della Valle Maira, in anticipo sui tempi, hanno già capito che la qualità - di vita, di lavoro, di servizi offerti e ricevuti - ha un prezzo, che è quello della crescita sostenibile e organica, in contrapposizione a quella pompata da grandi flussi di denaro e campagne marketing che da un anno all’altro ti portano migliaia di turisti in più su sentieri che comunque rimangono stretti come sempre. Certo, non bisogna immaginarsela come una sorta di piccolo eden in cui si parla occitano: le vie di comunicazione sono scomode, i ragazzi devono fare chilometri di pullman per andare al liceo e l’inverno, per quanto riempito dai gruppi di scialpinisti, rimane una stagione faticosa, tanto piena di spese quanto di incognite. Ma nel caso in cui si dovesse stilare un modello per un turismo alpino distante dalle masse che affollano il lago di Sorapis e i sentieri di Chamonix, un salto in Val Maira sarebbe doveroso farlo. Magari con gli sci, anche a costo di doversi probabilmente battere la traccia in mezzo al nulla senza sapere dove si finirà, che in fondo è quello che ha fatto trent’anni fa Maria Schneider.

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© Federico Ravassard

Lettera dalla Nuova Zelanda

Se state pianificando un viaggio sciistico nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda, allora probabilmente state pensando di atterrare a Christchurch, saltare in auto/van/bus e dirigervi a Sud verso le località sciistiche dei laghi meridionali di Wanaka e Queenstown. Lì si scia a The Remarkables e Treble Cone e poi si fa festa fino a farsi venire male alla testa. Ma il punto è proprio questo: perché salire su quell’auto/van/bus e guidare verso Sud vedendo svanire velocemente attraverso il finestrino il migliore sci della Nuova Zelanda? Con 12 ski field, la regione di Canterbury ha più posti per sciare di tutte le altre. Molti di questi ski field sono in realtà dei club field gestiti in maniera comunitaria e no profit, il che significa che sono delle specie di comunità sciistiche socialiste.

Nei club field non troverete molte piste battute, né seggiovie, qui gli impianti di risalita sono manovie in stile anni ‘40, un modo semplice, terrificante ed efficace per salire in montagna. L’assenza di discoteche nel raggio di 100 chilometri fa sì che la scelta migliore per l’après-ski sia quella di pernottare in uno dei lodge dei club field e bere quello che vi siete portati, oppure andare in un pub di campagna ad ascoltare le storie di caccia di contadini dall’aspetto rude o a guardare una partita di rugby (in Nuova Zelanda una vera e propria religione) in tv.

Gli scialpinisti che vogliono provare qualcosa di diverso da quello che potrebbero trovare sulle Alpi o in Nord America saranno accontentati dai letti dei fiumi, dalle foreste e dai ghiacciai delle Alpi di Canterbury. Le cime glaciali del Parco Nazionale Aoraki Mt Cook sono una calamita naturale per gli skialper, ma ci sono molte altre destinazioni meno impegnative ideali per l’esplorazione. Con oltre 900 rifugi situati in tutto il backcountry neozelandese, trovare un posto dove passare la notte in montagna non è mai difficile, ma non dimenticate di portare le scarpe da trekking e le calze di ricambio per i guadi dei fiumi e le lunghe passeggiate nei fitti boschi per rientrare all’auto.

Gli inverni kiwi possono essere più imprevedibili dei tweet di Donald Trump. Alcune bufere fanno diventare bianca l’intera Isola del Sud, ma altri inverni vi vedranno sciare un sacco sul tussock (erba di montagna). La cosa buona è che se la brutta neve vi butta giù, potrete sempre abbandonare gli sci e dirigervi verso uno dei tanti surf break lungo la East Coast: l’acqua sarà gelida ma non c’è niente che una calda muta, una hot steak pie (piatto nazionale) e un flat white coffee (il cappuccino local) non possano risolvere.

Se vi concentrate solo sulla qualità della neve e sulla vita notturna, potreste rimanere delusi da un giro nella piccola e vecchia Nuova Zelanda, ma se siete disposti a superare gli ostacoli, a guadagnare ogni curva e a scambiare la vostra giacca in Gore-Tex con una muta da surf, allora l’avventura sarà difficile da dimenticare. Che poi è lo spirito giusto dopo tutto quello che è successo negli ultimi mesi. Nell’ultima stagione la mancanza di neve ha impedito l’apertura di alcuni club field, lasciando tanti sciatori senza possibilità di scelta se non quella di scambiare gli sci con mute spesse o mountain bike. Aspettiamo con fiducia qualche nuova bufera, dopo tutto quello che il 2020 ci ha gettato addosso, una giornata intera nella powder sarebbe la ricompensa minima.

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© Joe Harrison

Lettera da Valdez

Saluti dall’Alaska. Sono Gabriella, marinaia e freerider di 26 anni e vivo sulla mia barca a vela di 25 piedi nel posto più magico del mondo. È una vivace giornata di settembre, la neve ha già imbiancato le cime più alte e stiamo perdendo quasi sei minuti di luce al giorno. L’inverno si avvicina. È stato proprio l’inverno ad attirarmi qui. Sono arrivata nel febbraio del 2018 per un lavoro di tre mesi in una compagnia di heliski. Nei primi tre giorni non sono nemmeno riuscita a vedere le montagne da quanto nevicava. Ma quando finalmente le nuvole si sono aperte e il sole ha illuminato questa piccola città dell’Alaska alla fine della strada, ho capito che avevo trovato casa. Casa e abitazione sono due cose diverse e l’abitazione è arrivata in forma fluttuante. Il vecchio e logoro veliero di nome Whisper è entrato nella mia vita grazie a un meccanico dai capelli unti e dal cuore gentile. Mi ha offerto la nave come rifugio temporaneo e ho finito per viverci per un anno e mezzo. La semplicità, l’intimità, la magia racchiusa tra le pareti di vetroresina che custodiscono le storie di una manciata di altre anime che avevano occupato quello spazio galleggiante prima di me mi hanno attirato e hanno cambiato la mia vita. Sentendomi per metà sicura della scelta, per l’altra metà pazza, ho comprato la mia barca a vela, più funzionale, lo scorso settembre. Si chiama Zephyr ed è da qui che ho la grande fortuna di scrivere.

Mi considero una delle persone più felici al mondo e quando la pandemia ha fatto precipitare la Terra nel caos e nell’isolamento allo stesso tempo, mi sono ritrovata rintanata nel mio accogliente santuario di barche nella grande terra della distanza sociale. Ero nel comprensorio sciistico di Alyeska quando il Covid ha iniziato a diffondersi negli Stati Uniti. La funivia è passata dalla mezza capienza in una giornata di powder alla chiusura. Le immagini degli americani che facevano provviste per la toilette riempivano il mio news feed e la tensione mista a panico e preoccupazione riempiva l’aria fredda di montagna. Era ora di fare scorta di provviste (entro i limiti del ragionevole) e tornare a casa. E poi le cose si sono messe male. Un nuovo virus in un mondo moderno ha fatto sì che tutti noi potessimo vedere, in tempo reale, il caos che si abbatteva sui nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo. Rannicchiata da sola nella mia barchetta ho guardato con orrore i filmati degli ospedali italiani sovraffollati e ho sentito nel cuore l’angoscia e l’umanità dei concerti e degli applausi che ogni giorno, dai balconi, riempivano le strade. Sapevo che era solo questione di tempo perché il vostro dolore fosse il nostro dolore e mi sono preparata al peggio.

Sono abituata a stare da sola. Mi considero un membro abbastanza indipendente della specie umana, so apprezzare la solitudine, ma ho anche fiducia nella comunità. Improvvisamente mi sono ritrovata a vivere in solitudine non solo per scelta, ma anche perché costretta. Tutto a un tratto ho provato il terrore puro e il vero senso della solitudine, ma anche quello della libertà e della liberazione. Ero pre occupata per la mia famiglia, a più di 4.000 miglia di distanza, e pensavo a quando li avrei rivisti. Avevo paura per i miei amici e vicini più anziani e per quelli che lavorano nella sanità. Ho lasciato che le onde del dolore e dell’incertezza si infrangessero. Mi sono seduta immobile. E poi ho capito che il mondo non si aspettava più nulla da me. Non aveva bisogno che io fossi da nessuna parte. Ero libera. Beh, più o meno. Come conduttrice delle news della radio pubblica locale ero considerata una lavoratrice essenziale e dovevo comunque andare a lavorare. Una vera fortuna in un momento di collasso economico. Così mi sveglio ancora oggi, come allora, alle cinque e mezza del mattino e passo le prime ore a guardare il telegiornale. Dalle storie internazionali alle leggi locali, tutto è cambiato in modo così rapido e drammatico che è stato abbastanza travolgente.

Il conteggio dei morti e dei danni economici sono diventati la triste normalità. Ma era bello continuare a parlare con la comunità, con i vicini, con gli amici, con gli estranei di quelle 48.000 miglia quadrate raggiunte dalle frequenze radio quando eravamo tutti bloccati a casa. Separati, ma collegati attraverso l’etere. E una volta lasciato lo studio alla fine delle mie trasmissioni quotidiane, mi sono disconnessa. Nella maggior parte degli Stati Uniti chiudevano i sentieri, le spiagge e i parchi. In Alaska non si può chiudere la natura. È tutto ciò che abbiamo. Uscivo dal lavoro e, quasi tutti i giorni, saltavo sugli sci e mi allontanavo dal resto del mondo per qualche ora. Credo che la maggior parte della mia sofferenza, e della mia felicità, sia tutta nella mente. Così mi sono allenata a lungo a ridisegnare la psiche per vedere la sfida e le avversità come opportunità di apprendimento, crescita e forza. Tutti i miei piani di viaggio primaverili ed estivi sono andati in fumo. I progetti di lavoro sono stati cancellati. Il mio principale lavoro estivo è svanito. Mi sono lasciata andare alla tristezza e alla confusione, ho raggiunto l’accettazione, poi ho ridisegnato la mia mentalità. Ho preso una gomma per cancellare tutte le riunioni, le corse in aereo e le scadenze che avrebbero ingombrato il calendario, ho lasciato la lavagna bianca e mi sono resa conto dell’opportunità che avevo: l’estate della libertà.

È stata la migliore opportunità per diventare più intima possibile con il mio palcoscenico, il territorio vasto e magico delle Chugach Mountains e del Prince William Sound. Ho continuato a lavorare alla radio per tutta l’estate, per garantirmi un reddito e un senso di normalità. Ma il resto del tempo l’ho passato nella mia piccola casa in barca, navigando verso Nord e facendomi strada attraverso le acque, sulle spiagge e sulle montagne del grande giardino dell’Alaska. Senza la possibilità e la pressione per essere altrove, se non qui, ho avuto modo di conoscerla e apprezzarla in un senso molto più profondo, più intimo. Ho assaporato la libertà e l’euforia di muovermi con il vento attraverso il fiordo, gettando l’ancora in calette e baie circondate dalla saggezza della natura, fatta di vecchie foreste e una varietà incredibile di animali che le abitano. Mi crogiolavo al sole, mi inzuppavo nella pioggia e mi tuffavo nell’acqua fredda e limpida. Poi puntavo la casa verso il porto, attraccavo e tornavo al lavoro per riconnettermi con il mondo attraverso la stazione radio. 

Credo che tutti noi dobbiamo giocare le carte che ci vengono date al meglio delle nostre capacità. Ogni singolo giorno mi sveglio piena di gratitudine per la salute, per il lavoro, per la casa in barca, per l’opportunità di vivere all’aperto quando la maggior parte delle persone sono costrette a vivere dentro. Penso che la vita sia abbracciare la sofferenza, alleviarla al meglio delle nostre possibilità e poi vivere la gioia con altrettanto entusiasmo. Penso che la vita sia come camminare su un filo, in equilibrio tra la nostra famiglia umana e noi stessi, che sia prendersi cura l’uno dell’altro al meglio delle proprie capacità, per poi lasciarsi il tempo per curare anche noi stessi, il nostro cuore, la nostra anima, il nostro vascello. Mentre l’estate volge al termine e si sente la nostalgia dell’autunno, voglio abbracciare di nuovo la mia famiglia. Mi manca viaggiare, mi mancano le città. Ho voglia di piste da ballo affollate, musei e funivie piene nei giorni di powder. Lo farò cercando di andare oltre quell’innato stato di malcontento umano. Continuerò a crogiolarmi nel mio giardino, ad amare la mia famiglia dell’Alaska e la mia piccola barca fino a quando non saremo tutti un po’ più guariti.

Ora, se volete scusarmi, c’è il sole. E c’è una brezza da sfruttare.

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© Gabriella Palko

Lettera dal Gennargentu

Sono nato ai piedi delle Alpi e all’età di quattro anni mi sono stati regalati i miei primi sci. Le nevi di Bardonecchia e di Sestriere sono state la mia prima scuola sinché, verso i 12 anni, non ho sentito il richiamo delle nevi non tracciate. Mio padre, che pure mi aveva iniziato a ogni forma di frequentazione della montagna, non era uno sciatore. Comprendeva tuttavia che non mi sarei accontentato di andare a sciare sugli impianti, per cui mi iscrisse a un corso di scialpinismo del CAI UGET. I primi anni furono terribili, lo scialpinismo mi sembrava una disciplina veramente disumana. Non ero allenato e, sciisticamente parlando, avevo una tecnica assai approssimativa. A ogni gita mi sembrava di andare in guerra ma, gradatamente, le mie gambe divennero più resistenti e imparai, come si faceva un tempo, a cavarmela in ogni situazione. Dopo la morte di mio padre lasciai il CAI e mi unii a un altro gruppo di amici che mi iniziarono a uno scialpinismo più ambizioso. Negli anni precedenti alla mia conversione all’arrampicata, parlo quindi della fine degli anni ‘70, divenni uno scialpinista maniacale. Mettevo gli sci a novembre per toglierli a fine giugno. Cominciai a fare qualche discesa di sci ripido e iniziai anche ad andare da solo, la montagna solitaria è sempre stata una mia grande vocazione. Anche quando ho iniziato ad arrampicare, da appassionato scialpinista - potrei anche dire ex - non ho mai rinunciato alle mie quattro/cinque gite l’anno. In buona parte da solo, o con la mia fidanzata conosciuta in Sardegna, che avevo naturalmente iniziato subito allo scialpinismo, come fosse ovvio che questa attitudine dovesse far parte della sua dote. Ma quando mi trasferii definitivamente sull’isola, la rinuncia alla neve fu dura da digerire.

Mi accorsi presto che nel centro dell’isola c’era un mottarozzo che rispondeva al nome di Gennargentu. La mia attitudine per la geografia, e in particolare l’altimetria delle montagne, mi permise di ricordare subito, senza andare a rispolverare il sussidiario, che si trattava di una montagna alta 1.834 metri. In quegli anni, era il 1986, in inverno nevicava ancora abbondantemente e avevo notato che i versanti settentrionali che davano verso Fonni rimanevano a lungo innevati. La cosa più ovvia fu quindi tentare una salita in scialpinismo da questo lato. Una strada si avvicinava alla vetta del Bruncu Spina e permetteva di arrivare a circa 1.400 metri, quota che avrebbe garantito un minimo di fondo. A questo punto occorre fare una premessa: mentre sulle Alpi si cerca di combinare una salita nei giorni seguenti la nevicata, a queste latitudini, forse per paura che la neve si sciolga prima di averla toccata, si parte durante la nevicata stessa. Questo costringe già a tragicomici avvicinamenti in auto, su strade ovviamente non spazzate (in Sardegna si mormora di un fantomatico maialetto delle nevi che ripulisce le strade dopo la nevicata, ma noi non lo abbiamo mai visto!). Dunque, tornando alla prima volta, riuscii a coinvolgere la mia fidanzata, sì e no tre gite all’attivo, e niente meno che il primo alpinista sardo, che non so quante volte avesse messo gli sci, ma comunque li possedeva.

© Maurizio Oviglia

Si aggregò inoltre la fidanzata di lui, che gli sci li aveva comprati per l’occasione. L’improbabile doppia coppia si avviò quindi sui pendii spazzati dalla tormenta su un terreno che invero assomigliava più a un falsopiano. Dopo circa un’ora e mezza eravamo già in vetta. A stento nella bufera riuscimmo a levare le pelli e nella nebbia cominciammo a scendere lungo il versante settentrionale del Bruncu Spina, che ci sembrava l’unico che potesse garantire un minimo scivolamento sui venti centimetri di neve che avevamo a disposizione. L’alpinista sardo mi seguiva impavido mentre le due donne cercavano di scendere limitando i danni: sicuramente si stavano divertendo moltissimo e a casa avremmo fatto i conti… A un certo punto una delle due perse uno sci che mi passò a fianco come un missile. A quel tempo si usavano ancora i laccetti, ma probabilmente si era dimenticata di chiuderli. Fatto sta che da quel momento iniziò un calvario. Tornammo in primavera a cercare lo sci disperso, ma non fu mai ritrovato. Alcune leggende narrano che sia sotto sequestro in qualche ovile della zona, appeso come trofeo proprio sopra il caminetto. Gli anni seguenti ritornai varie volte da solo (non volevo più far ulteriori danni a terzi), provando a salire da vari versanti sulla stessa cima. Ricordo una salita al Bruncu Spina da Nord dove, prima di raggiungere un pendio degno di questo nome, dovetti combattere per un’ora su un sentiero a ostacoli costituiti da filo spinato e muretti a secco. Alla base del pendio mi misi la cuffia, attaccai l’iPod con un pezzo di potente jazz rock, e mi sparai i 500 metri per cui ero venuto, tutti d’un fiato. Mi ero finalmente sfogato, ma sulla discesa meglio calare un pietoso velo. Gli anni seguenti provai dal versante opposto, Desulo.

Sulla cartina una strada penetrava nella valle sotto Punta La Marmora e provai a farla in auto. A quei tempi possedevo una Tipo, che quel giorno quasi scomparve, inghiottita in un mare di fango. Non ero sicuro di riuscire a ritornare, ma mi incamminai lo stesso. La neve sembrava essersi sciolta tutta nelle due ore precedenti e camminavo con gli sci in spalla in direzione dell’unico pendio innevato. Ricordo però un ambiente solitario di grande bellezza con branchi di mufloni che mi passavano a fianco, rapaci che volteggiavano nel cielo. Verso le 11 ero all’attacco del pendio di Su Sciusciu, che in sardo vuol dire la pietraia. I 20 centimetri di neve rimasti erano ormai una pappa bianca e la discesa fu un disastro. Buttai gli sci, ma miracolosamente riuscii a riguadagnare la strada asfaltata, sciando con la Tipo nel fango. L’ultima volta non fu migliore. Ma fu davvero l’ultima, chi vi sta narrando ormai ha smesso e può accontentarsi di ammirare da lontano il Gennargentu imbiancato di neve. Non rimaneva che provare dal versante di Correboi, che ancora non conoscevo. La neve era poca, come al solito e al contrario da quanto dichiarato dall’Unione Sarda, e raggiunsi una curva della strada che più si avvicinava alla cresta Est del Bruncu Spina. Mi cambiai di nascosto (non avrei mai potuto entrare in un bar della Sardegna vestito da sci) e incominciai a camminare nel bosco fittissimo e intricato. Avevo sottovalutato la distanza e anche la pendenza, insomma era l’ennesima gita completamente insciabile che mi ero regalato. Raggiunta la cresta, a 1.500 metri, ne avevo abbastanza. Ci saranno stati 5 centimetri di neve e avevo oltrepassato 45 muretti di pietre con filo spinato; non ci crederete ma li avevo contati. In discesa mi si ruppe il vecchio scarpone come fosse un uovo di cioccolato (del resto l’attrezzatura buona l’avevo lasciata a Torino) e cercai di scendere alla meglio nella macchia mediterranea, mirando alla macchina. A un certo punto un cinghiale mi si parò davanti agli sci. Rimasi un attimo interdetto, ero sempre armato di bastoncini, avrei reso cara la pelle. Per fortuna con uno scatto si infilò nel bosco: provai a inseguirlo, a quel punto speravo in un ingresso in paese da eroe. Ma sapeva sciare meglio di me e lo persi…

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© Maurizio Oviglia

Lettera da Sauris

Sono arrivata quassù forse per destino. Avevo un paio di ore di buco per un’intervista saltata durante una trasferta a Sauris e la voglia di scoprire quella frazione che non avevo mai visto. Era un’occasione da sfruttare anche perché nella valle del Lumiei, dove la Carnia si spinge verso il Cadore, bisogna venirci apposta. Era inizio marzo, c’erano il sole e la neve. Sono salita a Lateis senza davvero sapere cosa aspettarmi. Ho trovato un silenzio tangibile, una cinquantina di case con in mezzo una chiesetta e, intorno, una natura potente. I prati, chiusi da boschi di faggio e di abeti, e poi le montagne, più rocciose e potenti a Sud, più morbide verso Nord. Arrivata in cima, alla borgata Ameikelan, ho notato uno stavolo, una vecchia stalla con il suo fienile, in posizione strategica: non solo davanti al Tinisa, la montagna che protegge Lateis, ma affacciato sul Bivera. Il Bivera si distingue dalle altre Alpi Carniche per la forma svettante, per il tratto di cengia orientale rossa di ammoniti.

In sintesi, per la sua bellezza. Da quello stavolo, la vista sul Bivera era indubbiamente perfetta. Sono passati quattro anni e il Bivera ora lo ammiro praticamente da ogni finestra di casa, dallo stavolo scoperto in quella luminosa giornata di marzo. Al mattino, quando sollevo gli oscuranti dell’abbaino, mi dà il buon giorno. Spesso esco ad ammirarlo la sera, al buio: non c’è inquinamento luminoso e nelle giornate di luna piena, con la neve, il manto bianco riflette la luce del cielo. Lo vedo dal salotto, quando lavoro e cerco ispirazione. Anche quando mangio ci scrutiamo. Occhi negli occhi. Lui ed io. È la vetta più famosa della zona, ma non certo l’unica. E si risale con gli sci. Da Casera Razzo, volendo fare le cose facili, si segue la forestale per Casera Mediana, riscaldandosi con calma, girando poi verso Chiansaveit, quindi su per il vallone tra Bivera e Clapsavon. Puntando prima alla forcella e poi alla spalla Sud della montagna. È una classica primaverile. In cima il panorama è fantastico: il Lago di Sauris, le Dolomiti, la Marmolada, ma anche i Tauri e il Grossglockner, se la giornata è limpida. E la discesa è bella ampia, super divertente. Si scia anche sin sulla cima, piatta, del Clapsavon: si spinge sempre da Razzo a Chiansaveit e poi, lasciata la casera sulla sinistra, si inizia a salire, verso la sella alla sinistra della vetta. Per entrambi si può partire sci ai piedi anche da Sauris, aggiungendo metri di dislivello, anche perché la strada che collega Sauris di Sopra alla Sella di Razzo in inverno è chiusa. Oppure si possono scegliere varianti più impegnative, discese più ripide.

© Luciano Gaudenzo/photofvg

Di sciate, qui, se ne fanno parecchie. Anche perché si parte dai paesi già a una buona quota: 1.240 metri per Lateis, 1.212 per Sauris di Sotto, 1.398 per Sauris di Sopra. Il distanziamento fisico è garantito: gli abitanti sono meno di 400, c’è turismo, sì, ma non è certo opprimente. Puoi salire e scendere senza incontrare nessuno. Il problema, spesso, è che ti tocca batter traccia. Però si scende su un manto intonso. Il bello di questa zona è che puoi guardarti intorno, scegliere una cima e provare a salirla. Soprattutto sul versante delle malghe, quello che si spinge verso la Val Pesarina, ci sono per lo più gite facili, mai troppo ripide, mai troppo lunghe. Torondon, Novarza, Gerona, Pieltinis, Morgenlait, Olbe. Ma non solo. Dall’altra parte, verso il passo Pura, Nauleni, Colmaier, Cavallo di Cervia, Tinisa per i più bravi. Più avanti, verso il Veneto, ci sono Bivera e Clapsavon, ma anche Col Marende, Col Sarende e poi i Brentoni. Punti una vetta, attendi le condizioni giuste e provi a salire, con un mix di fantasia e testardaggine se è un itinerario nuovo o inusuale. Partendo da casa a piedi o con gli sci. Se manca la neve, e le distanze sono lunghe, magari in bici. Qui a Sauris i maestri di questo sport green e di totale immersione nella natura sono Francesca Domini e Marco Stefanuto. Salgono a Sella di Razzo in bicicletta, partendo da casa, lungo il lago. Non vogliono portarsi dietro troppo peso, pedalano con gli scarponi da sci ai piedi. Sono 16 chilometri, tutti di salita, circa 700 metri di dislivello. Se la meta è la zona di Passo Pura, quindi oltre la diga del lago, verso Ampezzo, si pedala ancora. «Oltre il coronamento della diga e il tunnel, sino alla quota neve» spiega Francesca. «Ma si può passare di là anche con il kayak. E sino a qualche anno fa, quando faceva più freddo, sfruttavamo il lago ghiacciaio, per camminarci sopra» aggiunge. Così una gita di scialpinismo, a due passi da casa, diventa una vera esperienza, quasi un’avventura. Francesca ci si è abituata da ragazzina, vivendo la natura. Poi per la laurea, in scienze forestali, ha cercato e frequentato le arene di canto dei galli cedroni, zone di corteggiamento segretissime. Rimanendo in appostamento, nascosta nel bosco, in attesa delle parate, dei richiami, dei combattimenti che precedono gli accoppiamenti. Immergersi nel bosco non le fa certo paura. Gestiscono un’azienda agricola, Bianco Sauris, che crea formaggi di capra. Lo fanno da una decina d’anni, con una passione immensa: per l’ambiente, le capre, la vita rustica, sincera, in natura. Si sono sposati nel maggio del 2011 quasi in sella al Bivera. «Partimmo con il buio da casa, noi due con don Piller, il parroco sciatore di Sauris, e il suo cane, Fox. Era sereno, poi arrivarono la pioggia, la grandine, quindi la neve, il vento. A 50 metri dalla croce di vetta dovemmo rinunciare. Ci scambiammo le fedi e poi via, una meravigliosa discesa nella polvere» ricorda Francesca. Il viaggio di nozze fu una corsa sino alla Lesachtal, la vallata carinziana da cui arrivarono, nel medioevo, i saurani. Circa 60 chilometri su e giù tra monti e vallate.

La loro vita è scandita dalle esigenze delle capre Nere di Verzasca. Animali vivaci, resistenti al freddo, amanti della vita in alta quota. Ce ne sono ancora poche e resistono. Come Francesca, come Marco, come Selva, il loro cane: forse per questo le hanno volute con loro. «È un lavoro impegnativo e coinvolgente, ma puoi trovare i tuoi tempi. Anche se ci sono i capretti piccoli, tra gennaio e febbraio, quelle tre o quattro ore per una sciata, tra una poppata e l’altra, si trovano» spiega Marco sorridendo. Francesca ha imparato a sciare da ragazzina, seguendo Sergio, «il suo secondo papà», quando andava sulle creste, sopra le malghe, a controllare il livello della neve per l’Enel, che gestiva la diga del lago di Sauris. Usava sci militari, lunghi e pesanti. Soprattutto per una piccolina come lei, che nei periodi di magra, quando è più stanca, non arriva neanche a 40 chili. Marco, nato e cresciuto a Portogruaro, in pianura, qui ci è arrivato dopo. «Ho imparato a fare scialpinismo con gli amici di Timau, di Malga Pramosio, andavamo spesso sui Tauri» racconta. Entrati entrambi nel Soccorso Alpino, sezione di Forni di Sopra, ne sono usciti qualche anno fa. Perché l’impegno con le capre li fagocita. Non possono allontanarsi per le esercitazioni, pensando magari di star fuori più giorni. E ovviamente neanche pensare a vacanze, a viaggi su altre montagne. Ma a loro non pesa. Anzi. «Abbiamo scelto ciò che facciamo e lo amiamo. Ci mettiamo tempo, impegno, entusiasmo perché ci crediamo. Intorno abbiamo montagne che in pochi conoscono, dove possiamo ancora scoprire un versante per noi inesplorato, una discesa che non avevamo considerato» spiega Marco. C’è il vantaggio indubbio di essere dei local. Conosci i pendii pericolosi, sai dove scarica, sai quando la neve si trasforma e se c’è già fondo e inizia a nevicare ti cambi e sei pronto per partire. In genere non trovi i pendii solcati, affollamento. E in tempi di Covid-19 è semplicemente perfetto.

Marco mi porge Let my people go surfing, il libro che racconta la filosofia di Yvon Chouinard, il fondatore del brand Patagonia. «Amare i luoghi incontaminati significa partecipare alla lotta per salvarli, impegnandosi per ridurre l’impatto ambientale. Senza sprecare, limitando il consumo» commenta. Sembra scritto per loro. Vivono in modo semplice, consapevoli e contenti di farlo. Per questo sono arrivati a Sauris, dieci anni fa. Francesca ci era cresciuta, sì, poi con la scuola e il lavoro se ne era allontanata. «Volevamo proteggere la montagna. Chi la protegge è chi ci lavora amandola, chi la gestisce» mi spiega. Lo scialpinismo, la neve, sono una passione, ma il loro progetto è più ambizioso, immensamente più impegnativo: essere montanari moderni, numi tutelari del territorio. Aiutare la montagna, almeno la loro montagna, a rimanere se stessa.

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© Luciano Gaudenzo/Photofvg

Argentera Reloaded

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

Argentera è sempre stato il posto di cui non bisognava parlare. Troppo bella, troppo poco affollata per essere data in pasto agli affamati di polvere, specialmente quando lì se ne trovava mediamente più che nel resto dell’arco alpino. Protetta dalla massa anche grazie al suo isolamento: dalla pianura del cuneese bisogna sciropparsi cinquanta chilometri di curve, spesso intasati dai tir diretti verso la Francia attraverso il Colle della Maddalena. Da Milano ci vogliono quattro ore, da Torino poco più di due: forse troppi per una stazione che ha da offrire una seggiovia e uno ski-lift. Ciononostante il mito di Arge è cresciuto negli anni, senza tuttavia riuscire mai a diventare un fenomeno mainstream come è successo ad altre località simili – per rimanere in Piemonte – Prali, forse anche a causa del fatto che i suoi frequentatori hanno preferito mantenerla per sé, per fare in modo che nei giorni di polvere in coda agli impianti ci si potesse contare nell’ordine di un paio di decine di sciatori. Oggi Argentera è un comune che deve fare i conti con un dissesto finanziario che sfiora il milione di euro e l’incapacità di garantire un’apertura continua degli impianti, un servizio dal quale dipendono pressoché tutte le altre attività economiche del posto: per diventare un paese fantasma il passo è paurosamente breve, un futuro reso ancora più triste dal brillante esempio dei vicini di casa. Situata immediatamente più a monte, infatti, luccica la Val Maira, divenuta nel corso degli ultimi anni un esempio da manuale di come riconvertire in ottica turistico-sportiva una valle destinata all’oblio. Com’è possibile che due luoghi apparentemente simili abbiano conosciuto destini tanto diversi?

All’inizio degli anni ’80 c’era gran fermento, mi racconta Vince Ravaschietto, Maestro di sci e Guida alpina, quando ci incontriamo in un bar di Borgo San Dalmazzo. Lui arrivò ad Argentera dopo essere stato Direttore della scuola di sci di Limonetto e l’idea della dirigenza era proprio quella di creare in Valle Stura una stazione superiore alla Riserva Bianca di Limone. Il gestore della stazione sarebbe stato Carlo Marchisio, che aveva già lavorato a Gressoney e Pontechianale. Si partì però con un grosso handicap, quello dell’inverno 1980/81, quando l’assenza di nevicate fece esodare i facoltosi turisti scandinavi verso la più rassicurante Val d’Aosta. Nonostante ciò i progetti erano pronti: lo ski-lift Andelplan, servito dalla seggiovia biposto Pie del Beu, avrebbe collegato la piccola stazione con il Vallone di Ferriere, allo sbocco del quale era in costruzione il Villaggio Primavera; il vallone, ricco di campi aperti, sarebbe stato perfetto per ospitare numerosi altri impianti di risalita. Sull’altro lato della valle, invece, il pezzo forte sarebbe stato il Villaggio Roi Soleil, comodamente raggiungibile con un breve ski-lift appositamente costruito. La morte del dirigente di allora e la conseguente mancanza di una figura di riferimento fece sì che tutte le possibili idee rimasero tali, e il decollo di Argentera si trasformò in una rincorsa continua senza mai arrivare al momento di stacco, con qualche occasionale interessamento da parte di imprenditori che si concludeva poi in un nulla di fatto. Vince mi racconta anche di quando, a metà del decennio, accompagnò in un sopralluogo alcuni tecnici venuti lì per conto di un grande costruttore lombardo, tale Silvio Berlusconi. Anche in quel caso, però, oltre alle chiacchiere non ci fu molto altro. La mancanza di una leadership e una progettualità costante negli anni fece sì che Argentera rimanesse la piccola stazione che era in origine. Lo ski-lift del Roi Soleil venne riconvertito in baby e i cantieri rimasero tali, senza che nessuno, nel corso degli anni, abbia avuto il coraggio di metterci le mani sopra.

© Federico Ravassard

La seconda vita di Arge comincia dopo gli anni 2000, quando anche in Italia esplode la moda del freeride e dello snowboard. Il potenziale di quelle montagne di colpo diventa chiaro a tutti e poco alla volta la voce comincia a girare nell’ambiente, senza mai diventare troppo forte. Una specie di segreto massonico che serpeggia tra gli appassionati piemontesi, che la frequentano silenziosamente durante l’inverno, quando in settimana si ritrovano a girare sulla biposto. Tra loro c’è anche Daniele Molineris, inconsapevole del fatto che in quei boschi la sua vita sarebbe cambiata e sarebbe diventato in pochi anni uno dei più affermati fotografi outdoor italiani. «Io e i miei amici abbiamo sempre girato ad Arge, per noi era la stazione dietro casa. Non ci siamo mai resi conto davvero di quanto quei pendii fossero unici» mi racconta quando vado a trovarlo nel suo studio di Boves, ai piedi delle montagne. Nelle foto che mi mostra compare con le ciaspole nei piedi e la tavola sulle spalle. A quell’epoca lavorava ancora come grafico e la fotografia era poco più che un passatempo. Nel 2012 le cose hanno preso una piega inaspettata, grazie a un lavoretto apparentemente innocuo: ad Argentera viene organizzato il Norrona Day con il supporto di un negozio di Borgo San Dalmazzo e Daniele si offre come fotografo per l’iniziativa. Gira con Giuliano Bordoni, ambassador del marchio, e quelle immagini lo lanceranno nell’ambiente. Nello stesso inverno fa un altro incontro cruciale per la sua carriera. «A un certo punto vedo una coppia di sciatori, due figurini vestiti di tutto punto da The North Face. Riconosco in uno dei due il volto conosciuto di uno dei fotografi più quotati nell’ambiente: era Damiano Levati insieme alla compagna. All’epoca non lo conoscevo di persona, sono state proprio le discese di quel giorno a far sì che entrassi in contatto con lui. Qualche tempo dopo mi sono licenziato e ho iniziato la mia strada di fotografo freelance».

In quel periodo Arge comincia a essere leggermente più conosciuta, la voce che esista un paradiso della powder in basso Piemonte inizia a girare tra gli addetti ai lavori, disposti a percorrere centinaia di chilometri per verificare la realtà dei fatti. «Mi ricordo che una volta Giuliano e Paolo Marazzi sono venuti in giornata dalla Lombardia, lo stesso hanno iniziato a fare anche gli sciatori dell’Appennino». A Daniele sembrava folle l’idea di venire fin là per, letteralmente, un paio di impianti, ma a quanto pare l’unicità del posto sembrava veramente attrarre sciatori da ogni dove. Nel 2013 sbarcano anche le star del freeride Kaj Zackrisson, Henrik Windstedt e Mike Douglas con la troupe di Salomon TV e anche il loro feedback è decisamente positivo. Tuttavia le pubblicazioni rimangono più contenute, come se i local non volessero parlare apertamente del loro gioco preferito. «Quando penso alle difficoltà economiche di Arge, mi sento un po’ in colpa» ammette Daniele. «Forse abbiamo una responsabilità anche noi se la stazione non è mai veramente esplosa, causando uno stallo economico che ne ha di fatto bloccato lo sviluppo. Allo stesso tempo però ci piaceva l’atmosfera intima, non è mai stata una Chamonix o una Gressoney: in coda agli impianti ci si salutava tutti tra amici». Dalle parole di Daniele mi rendo conto quanto, in questo luogo, sia forte l’egoistico paradosso della polvere: siamo tutti amici, ma guai se tracci il pendio prima di me. Una specie di morbo nascosto da tutti, me e voi compresi: da un lato siamo fieri di fare parte di una comunità, dall’altro non vogliamo assolutamente condividere certi luoghi per conservare il privilegio della prima traccia.

Candide Thovex ad Argentera © Enrico Turnaturi

Negli stessi anni un altro local girava quasi indisturbato in Valle Stura. Paolo Pernigotti stava diventando Guida alpina e, insieme a pochi altri adepti, quando il tracciabile era stato tracciato era tra i pochi in zona a fare scialpinismo con la chiara idea di divertirsi il più possibile in discesa. Nel cuneese, terra di gare e materiali light, gli sci fat con cui pellava insieme alla cricca del Nowork Team erano visti come oggetti alieni. «Arge era un mondo a sé stante, a partire da chi ci lavorava. Il luogo di ritrovo era il Polar, un hangar alla partenza della biposto riadattato a bar. Lo gestiva l’Emi, che ora si è trasferito in Spagna. Emi aveva aperto anche un piccolo chalet in alto e quando capitavi lì ti offriva un Cuba Libre tra una run e l’altra. Si grigliava e si sparava musica dalle casse tutto il giorno. Ogni tanto comparivano snowboarder stranieri, che scavavano kicker ovunque, roba che ti sparava in aria per metri». È Pallo che mi racconta poi dei problemi degli ultimi anni, quando le difficoltà crescenti si sono trasformate nell’apertura a singhiozzo della seggiovia: spesso non venivano venduti abbastanza skipass per compensare le ore di lavoro degli impiantisti. Nel 2017 Arge ha iniziato ad aprire solo nei fine settimana, concentrando la folla in pochi giorni e intaccando di fatto la magia di tracciare in solitudine. Proprio in quell’inverno però Pallo ha fatto le sue sciate migliori. «Erano i giorni del Burian, ogni notte nevicava mezzo metro. Quell’anno era cominciato sotto tono e in tanti avevano accantonato l’idea di sciare lì. Ci siamo ritrovati a girare in due, io e Matti (al secolo Mattia Tosello, Maestro di sci di Limone) per quattro giorni. Ora se penso all’ipotesi concreta che chiudano definitivamente gli impianti vado fuori di testa».

Esattamente, è proprio così: a dirmelo era stato lo stesso Pallo qualche settimana prima, quando ci eravamo incrociati a Finale. Negli ultimi autunni l’apertura è rimasta incerta fino all’ultimo per poi sbloccarsi, ma quest’anno i fatti sembrano virare più verso il no, con tutto ciò che comporterebbe per la situazione già critica del Comune. Qualche giorno dopo contatto l’ex gestore, che schietto mi conferma la non apertura, perché l’impianto è arrivato alla scadenza tecnica e mancano tempo e risorse economiche per ammodernarlo. Altre voci, però, sembrano smentirlo: qualcuno dice che alla fine apriranno, altri no. Il destino di Argentera continua a essere avvolto nel mistero, nella mancanza di certezze, e il passato recente non fa che confermare questa tendenza. Nel 2016 il sindaco di allora, Armando Giavelli, venne accusato di turbativa d’asta, peculato e abuso d’ufficio nell’ambito della gestione di fondi dell’Unione Europea per i piccoli comuni e dovette scontare sei mesi di arresti domiciliari e dimettersi dalla carica. Nell’ottobre del 2019 Giavelli è stato assolto: il fatto non sussiste, dirà il Tribunale di Cuneo. Nel frattempo il declino di Argentera è continuato inesorabilmente e la patata bollente è passata a Monica Ciaburro, sindaca dal 2017. Quando la chiamo al telefono mi risponde da Roma, dove è membro della Camera dei Deputati per Fratelli d’Italia. Mi racconta di come il Comune, proprietario degli impianti, sia stato tagliato fuori dai fondi per le comunità montane per il suo dissesto di oltre 800.000 euro: a causa dei debiti e dei 13 mutui aperti dal ’94 a oggi, si ritrova nell’impossibilità di accedere a possibili aiuti economici per dire stop alla catena di eventi che ne hanno caratterizzato la discesa verso il baratro negli ultimi quarant’anni. La presenza di numerosi creditori nelle liste dei fornitori non fa altro che peggiorare la situazione, perché numerose ditte specializzate rifiutano di lavorare con le strutture comunali senza un pagamento anticipato.

In un contesto di lento abbandono tuttavia c’è chi, mosso dai sentimenti prima ancora che dai calcoli, ha deciso di provarci ancora: conosco così Alessandro Vola, che insieme alla compagna Franca è rimasto uno dei pochi a gestire un’attività commerciale nella zona di Argentera. D’estate gestisce il rifugio Prati del Vallone, mentre in inverno si sposta esattamente nel cuore di Bersezio, la borgata nella quale arrivano molti itinerari fuoripista del vallone di Ferrere. Qui da un anno ha aperto il bar Base Prati del Vallone, cercando di dare ad Argentera quello che da qualche anno mancava: un punto di riferimento per i freerider e gli scialpinisti. Con la collaborazione delle Guide alpine di Global Mountain, tra cui Paolo Pernigotti e Vincenzo Ravaschietto, ha creato un centro dove, oltre al servizio di ristorazione, fosse possibile noleggiare materiale da skialp e freeride e tenere lezioni teoriche per i corsi di scialpinismo, oltre a preparare un campo artva per le esercitazioni. Quando ci vediamo per pranzo è una nebbiosa mattinata di metà novembre. Nei giorni precedenti qualcuno ha già sciato riferendo di condizioni invernali, Alle invece ha ancora da fare per preparare gli chalet che affitta per la stagione. Qui ci è arrivato nel 2001, dopo aver lavorato come impiantista in altri comprensori, tra cui la Vialattea. Mi racconta che ormai quassù sono rimasti in pochi: oltre a lui ci sono una pasticceria, un negozio di alimentari, un paio di alberghi e poco altro. Gli under 40 sono pressoché scomparsi e tra i giovani la più anziana ha 16 anni ed è difficile immaginare che rimarrà qui finito il liceo. Quando discutiamo della possibile non apertura degli impianti, Alle scuote la testa preoccupato: a differenza della Val Maira, qui il turismo in settimana è piuttosto limitato, a causa anche della mancanza dei servizi turistici essenziali e con il solo pubblico degli scialpinisti del weekend sarebbe romantico ma molto complicato tirare avanti. Dopo pranzo ci tiene a farmi visitare il suo campo base dove accoglierà i clienti nel corso dell’inverno. Sulla stufa nella sala centrale campeggia un autografo conosciuto: Candide Thovex. «Ha sciato qui l’anno scorso, ha avuto la fortuna di capitare nella giornata giusta e con gli impianti aperti - mi racconta - La stufa l’ho scelta bianca apposta perché vorrei che diventasse una sorta di libro degli ospiti, poco alla volta». Parlando di futuro, Alle sa che il destino della località è nelle mani dei pochi che hanno ancora il coraggio di investirci dei soldi, lui compreso. Oltre che della bontà delle stagioni: il bene primario di Argentera, nel caso non lo si fosse capito, è proprio la qualità della neve, spesso superiore a quella di vallate ben più famose, ma ciò non è bastato a garantirne la sopravvivenza fino ad ora.

© Maurizio Fasano

Per trovare uno sportello bancomat bisogna percorrere una decina di chilometri e arrivare a Pietraporzio. Poco più a valle si trova Sambuco, diventata un’eccellenza locale grazie al ristorante e all’albergo Della Pace gestiti dalla famiglia Bartolo, spesso affollati di turisti stranieri. Un successo che stride invece con la situazione ammorbata di Argentera, dove decenni di cattiva gestione e mancanza di figure centrali hanno fatto sì che i danni si accumulassero fino a ricadere su chi, ora, ha deciso di restare. L’ennesima dimostrazione risale a questo autunno, quando è stato rimosso il ponte sulla Stura che permetteva di partire con le pelli direttamente dalla partenza degli impianti: si trattava di un abuso edilizio sul quale si è soprasseduto per anni, fino a che non è stato necessario fare qualcosa. Nelle sue condizioni economiche Argentera deve rigare dritto e nei concorsi pubblici, là dove le era ancora consentito partecipare, risultava spesso penalizzata, come nell’aggiudicarsi i fondi destinati alle stazioni sciistiche piemontesi. Un bando nel quale non veniva fatta distinzione in base alle dimensioni e al fatturato, portando piccole realtà a dovere giocarsela con le garanzie offerta da colossi come la Riserva Bianca di Limone o la Vialattea. Dopo l’incontro con Alle rimango a farmi un giro a piedi in paese. La nebbia e la leggera nevicata in corso ne accentuano la crisi. Nel piazzale degli impianti l’accumulo di neve supera già il metro ed è stata pulita solo una striminzita traccia che però non arriva alla porta della segretaria. La frazione di Argentera, poco più a monte, è angosciosamente deserta. Sui marciapiedi non si vedono impronte e anche i depositi davanti alle porte sono ancora freschi, come se nessuno li calpestasse da giorni, e probabilmente è davvero così. Qua e là si scorgono dei cartelli di vendita, alcuni già sbiaditi dal tempo. A pochi giorni dall’ormai improbabile apertura per la stagione 2019/20 si indice una nuova assemblea tra gli abitanti del paese per capire se esiste la possibilità di un salvataggio in corner: purtroppo, l’esito è negativo. Rimane una possibilità per garantire almeno il funzionamento del baby, per permettere l’accoglienza delle famiglie, ma si tratta di un palliativo che poco può contro la sconfitta morale ed economica di una località il cui potenziale è rimasto inespresso a causa di una catena di eventi che dalla sua apertura si è prorogata fino a oggi.

Penso ad Alle e ai pochi che rimarranno su a presidiare il fortino contro l’abbandono: la speranza è che un inverno di fermo degli impianti possa far esplodere l’alta Valle Stura come mecca dello scialpinismo sia invernale che primaverile, e allo stesso tempo dare la giusta scossa da cui ripartire. Le premesse, in fondo, ci sono sempre state, sotto forma di un innevamento spesso oltre la media per quantità e qualità, e a differenza del precedente questo inverno è partito in pompa magna. Quella che invece è mancata è stata una direzione comune nella quale procedere, mettendo da parte attriti fra i singoli elementi che potrebbero cambiare le sorti di una valle a pochi passi dal baratro. E allo stesso tempo cercare di uscire da quell’aura di mistero e di non detto che ne ha in parte frenato l’ascesa: qualcuno sussurra che il rischio è che nelle giornate giuste si intasi come ormai succede a Prali, una località che ha saputo rilanciarsi (e salvarsi) in pochi anni grazie alla sua fama di stazione freeride-oriented. Tuttavia, dall’essere un secret spot al diventare un insieme di piloni arrugginiti e baite abbandonate dimenticato il passo è purtroppo breve ed è proprio Argentera a insegnarcelo. Ovunque, nelle Alpi, esistono luoghi che rischiano di morire e che proprio per questo possono avere un fascino particolare, oltre che l’assenza di altri pretendenti per la prima traccia, con le pelli o con gli impianti: piccole borgate che meritano di essere salvate attraverso la loro frequentazione, perché raccontano e custodiscono il passato e il futuro delle Alpi al pari di località più blasonate. Probabilmente poter dire di aver sciato l’Incianao immacolato fa meno figo di aver vibrato su un Toula coperto di gobbe, ma è proprio da qui che bisognerà ripartire.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 127 DI DICEMBRE 2019

© Federico Ravassard

 


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