Rise Up with Gloriana & Millet

Correre una gara insieme a Gloriana Pellissier? Il sogno di molte (purché ben allenate)… ma solo una ci riuscirà! Sì, perché grazie a Millet, title sponsor del Tour du Rutor Extrême, Skialper a gennaio ha organizzato una selezione per trovare la compagna migliore per portare a termine la gara insieme proprio a Gloriana. Una selezione, in realtà, con un duplice scopo perché bisogna essere allenate ma anche e soprattutto comunicative. La vincitrice, Chiara Musso, sarà infatti la nostra inviata da dentro la gara: diciamo che è un contest giornalistico-sportivo… Su Skialper di febbraio marzo (disponibile nelle migliori edicole oltre che nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito) vi sveliamo come si sono svolte le selezioni di Valgriscenche.

©Stefano Jeantet

EMOZIONI - Alla fine la più emozionata era lei, lei che di Tour du Rutor ne ha vinti otto. Quando ha consegnato la stessa felpa che indossava alla vincitrice, come segno della nuova squadra che parteciperà al prossimo Rutor, Gloriana Pellissier era davvero al settimo cielo. Un’avventura tutta nuova per lei, come per Chiara Musso, la prossima compagna di gara. La cuneese è stata la più brava sulla neve, si è ‘difesa’ nella video-presentazione e alla fine ha prevalso sulle altre candidate: la lombarda Anna Moraschetti, la veneta Linda Menardi, la valdostana Claudia Titolo e l’altra piemontese Rosanna Morandini.

©Stefano Jeantet

IL PERCORSO - La simulazione di gara consisteva in un anello molto completo, con diverse inversioni, salita a piedi e con gli sci, discesa in neve fresca, da percorrere tre volte e poi il lancio e il traverso finale. Circa un’ora il tempo di gara. Glo ha percorso l’anello in circa 18 minuti, le altre poco sopra i 20 minuti…

©Stefano Jeantet
©Stefano Jeantet
©Stefano Jeantet
©Stefano Jeantet

Tecnica Zero G Tour Pro, la potenza della leggerezza

Tecnica crede sempre più nello scialpinismo e lo dimostra con l’arrivo sul mercato per la stagione 2018/19 di Zero G Tour Pro, erede di Zero G Guide Pro, rispetto al quale rappresenta un deciso passo in avanti. Uno scarpone interessante in chiave freetoruing ma che potrebbe posizionarsi a metà del guado con la categoria ski touring che abbiamo provato sulla neve in anteprima con Stefano Mantegazza, validation manager del progetto, e la Guida alpina Davide Alberti, collaudatore della nuova scarpa, sulle nevi dell’Alta Badia. La prova completa su Skialper 116 di febbraio-marzo, disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito oltre che in edicola.

©Alice Russolo

AL BANCO - Nella numerazione 26/26.5 la bilancia si ferma a poco più di 1.315 grammi con lunghezza suola di 306 millimetri e la forma è abbastanza affusolata e anatomica. Per la suola è stata scelta una Vibram tra le più leggere presenti sul mercato, con tre diverse mescole, una delle quali grigia e omologata ISO Touring 9523, indispensabile per scarponi di questa categoria. La forma è rockerata per facilitare la rullata e anche la zeppa interna è rockerata in poliuretano espanso con sistema C.A.S e disegno superiore a puntini di 1,5 mm per agevolare il lavoro di boot fitting e un buon grip della scarpetta. Gli inserti certificati Dynafit sono stati arretrati di 1,5 millimetri rispetto al vecchio Guide Pro per ridurre il braccio leva, mantenendo l'omologazione ISO Touring 9523 e una valida ramponabiltà.

©Alice Russolo

LA LEVA SKI/WALK - Uno dei segreti di Zero G Tour Pro è la leva posteriore ski/walk self-adjusting system a doppio armamento, nel gambetto e nel tallone, dove c’è un uncino di sicurezza. Il gambetto ha un’inclinazione di 12° (13° invertendo la piastra di fissaggio del meccanismo), mobilità di camminata anteriore di 15° e posteriore di 40°. Zero G Tour Pro viene fornito con scarpetta preformata ready to go con lacci, soletta plantare e pad in gel.

©Alice Russolo
©Alice Russolo

TECNICA ZERO G TOUR PRO

Scafo: Grilamid

Gambetto: co-iniettato in Pebax/Carbonio

Mobilità gambetto: 55°

Leve: 4 Light Magnesium

Suola: ISO 9523 con Low Tech VIBRAM rubber toe & heel

Scarpetta: Ultralight-Light Fit ready to go con lacci

Last: 99 mm

Flex: 130


Chi se la sente di partecipare a La Sentinelle?

Ci sono eventi che nascono un po’ per provocazione, forse anche in anticipo sui tempi. Semplicemente intercettano i gusti e le esigenze di un certo pubblico di appassionati.

La Sentinelle è proprio questo.

I concorrenti in discesa a Gavarnie ©Pascal Tournaire

Dalla creatività di Bruno Compagnet e Minna Riihimaki nasce la gara che non è una gara. Un raduno, un momento di condivisione. Vietato presentarsi in tutina o con abbigliamento attillato, gradite camicione di feltro, berretti e maglioni della nonna, occhiali da ghiacciaio. Larghezza minima degli sci 100 sotto il piede. Niente classifica, niente cronometro, unico obiettivo arrivare alla fine (dai un'occhiata al manifesto).

Bruno Compagnet e Minna Riihmaki ©Pascal Tournaire

La Sentinelle est un voyage sur les chemins de la connaissance de soi et pas uniquement une épreuve sportive.

Gli organizzatori mettono davanti a tutto il gusto della scoperta e dell’avventura, la voglia di stare in montagna e mettere alla prova la propria resistenza e le proprie capacità tecniche. Ma sempre con spirito di amicizia e condivisione.

Dopo l’edizione zero che si è disputata l’anno scorso sui Pierenei, a Gavarnie, quest’anno si fa sul serio: due tappe, una in Valle d’Aosta e l’altra in Scandinavia, presso il lago Goldajärvi, cioè la regione in cui si toccano Norvegia, Svezia e Finlandia.

Bruno Compagnet da il via all'edizione zero dello scorso inverno a Gavarnie, sui Pirenei (foto © Pascal Tournaire)

La tappa italiana è in calendario dal 22 al 26 marzo a Valgrisenche, con base il Rifugio Bezzi dove i partecipanti soggiorneranno per tutta la durata dell’evento. In estrema sintesi il programma prevede la salita al rifugio a quota 2.250 metri il pomeriggio del 22 (2 ore di pellata circa). Poi, in base alle condizioni meteo, si deciderà quando partire per il giro vero e proprio (che prevede una percorrenza dalle 12 alle 15 ore).

Si consideri che il giro identificato da Bruno & C. prevede circa 2.700 metri di dislivello, caratterizzati da grandi pendii da sciare, da scorci panoramici e salite in canali suggestivi. Repetita iuvant: senza fretta, con lo scopo di arrivare e godersi l’esperienza in compagnia. Naturalmente è richiesto un buon allenamento e capacità di muoversi correttamente in montagna, ma questo non dovremmo nemmeno specificarlo.

Un momento del briefing a Gavarnie ©Pascal Tournaire

Nel tempo rimanente (oltre alla boucle come gli organizzatori definiscono il giro ufficiale) si andrà a sciare in compagnia. Rientro a Valgrisenche il 26 marzo.

Il costo è di 240 euro a persona, tutto compreso (anche kit di benvenuto). Al momento dell’arrivo al rifugio bisogna presentare una lettera motivazionale scritta a mano che metta in chiaro perché si è deciso di prendere parte a La Sentinelle e che racconti il rapporto personale con la montagna e l'ambiente.

©Pascal Tournaire

La nostra rivista è media partner dell’edizione italiana: parteciperemo con i nostri redattori  e soprattutto avremo la possibilità di ospitare insieme a loro un lettore di Skialper. Chi vuole provare ad essere il nostro inviato dovrà inviare a noi la lettera motivazionale entro fine febbraio. Se qualcuno riuscirà a convincerci (ripetiamo, se...) sarà nostro ospite a La Sentinelle per raccontare l’evento dall’interno.

È un’esperienza a cui vale davvero la pena partecipare, ci sono pochissimi posti, affrettatevi a iscrivervi! Tutte le informazioni sul sito ufficiale dell'evento.


Spettacolo Millet Tour du Rutor Extrême

«Ore 7, martedì 23 gennaio, Bonne, frazione di Valgrisenche. Marco Camandona prepara l’attrezzatura prima di partire per un allenamento sui pascoli che sovrastano la frazione di Arp Vieille. Con lui tre giovani saette dello sci club Corrado Gex. Ogni scusa è buona per unire i suoi due hobby, quello di responsabile tecnico dello sci club valdostano, tra i più forti nello skialp. E quello di responsabile tecnico del Millet Tour du Rutor Extrême, probabilmente una delle gare più impegnative in assoluto a livello organizzativo». Inizia così l’articolo sul numero 116 di Skialper di febbraio-marzo sul Millet Tour du Rutor Extrême, in programma il 23, 24 e 25 marzo prossimi. Il fotografo Stefano Jeantet è stata sui percorsi della mitica gara valdostana in compagnia del patron della gara, Marco Camandona.

©Stefano Jeantet

VERSO ARP VIEILLE - Il percorso nel bosco rado di larici che abbiamo seguito passa dalle poche case di Arp Vieille. Siamo in una conca molto ampia, circondati da una corona di montagne ma con panorami molto aperti, quasi canadesi. La scelta di passare di qui non è casuale, perché ci sarà uno dei posti tappa previsti per i tifosi che saliranno lungo il percorso a seguire gli atleti. È un’iniziativa già sperimentata nelle scorse edizioni con successo: a ogni tappa c’è un simpatico gadget di uno sponsor. La salita si fa più ripida. Marco e i ragazzi scappano via veloci. La montagna si apre, il bosco finisce e inizia l’incanto dei grandi spazi, dei dolci pendii bianchi e delle ripide rampe. Il cielo è blu intenso. «A oggi le condizioni sono molto buone, dopo anni avari di neve, quest’anno la materia prima non manca, però è anche una stagione particolare, con sbalzi di temperatura e vento forte, è impossibile sbilanciarsi su come sarà e soprattutto dove passerà la gara». Il Millet Tour du Rutor ha fatto della capacità di cambiare i percorsi anche all’ultimo minuto la sua arma e anche quest’anno non ha senso, a poco più di un mese dalla gara, abbozzare cartine o tracce. Si passerà dove si potrà, cercando di stare più vicini possibili ai percorsi tipo, di fare lo stesso dislivello e sviluppi simili in lunghezza. In fondo che cosa importa quando sei in uno degli angoli di wilderness più belli delle Alpi, lontano da tutto e da tutti e circondato da metri di neve? Basta guardare queste foto per rendersene conto.

@Stefano Jeantet
©Stefano Jeantet

Shift, il compromesso storico

È stata una delle anteprime 2019 più chiacchierate. A metà dicembre, con un’inaspettata azione di marketing on-line, Salomon ha calato l’asso, anticipando l’uscita (prevista ufficialmente per settembre 2018) di un nuovo attacco denominato Shift. «Raramente la scimmia ha assalito in modo così violento gli appassionati, perché Shift sembra riassumere in sé le caratteristiche che da tanto tempo stavano cercando - con vari accrocchi - i rider che si collocano a metà tra il freeride fatto con impianti ed elicotteri e gli scialpinisti classici. Quello, insomma, che noi chiamiamo Freetouring, i francesi Freerando, gli americani freeride touring» scrive Davide Marta nell’articolo che pubblichiamo sul numero 116 di febbraio-marzo di Skialper, già disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito. Un primo contatto con Shift, al quale seguirà una prova approfondita…

EVOLUZIONE DEL GUARDIAN O RIVOLUZIONE? - Al momento ne esistono meno di cinquanta esemplari, quasi tutti ancora in fase di prototipo e per la maggior parte in giro per il Nord America, per cui non effettivamente testabili e utilizzabili. Abbiamo dovuto sfruttare un esclusivo evento Salomon a La Plagne a metà gennaio per farci consegnare un paio di Shift montati su un QST 109. Siamo riusciti a smanettarci e a provarlo il tempo per capire il funzionamento e trarre le prime considerazioni. Il progetto ha richiesto notevoli investimenti e una lunga gestazione: i lavori sono iniziati dal 2010 su spinta dei freerider nordamericani di casa Salomon, tra cui Cody Townsend, che cercavano un’evoluzione del Guardian. Il desiderata da cui sono partiti era un attacco con le caratteristiche sciistiche e di sicurezza di STH2 ma con l’agilità di un modello a pin.

Shift con il puntale in versione discesa

ALPINO O A PIN? - La chiave di volta del sistema è la possibilità di trasformare il puntale da pista in un puntale con i pin per la risalita, semplicemente azionando una leva. La talloniera, invece, ricorda quella di un tradizionale Salomon da pista, step-in. «Lo scarpone per lo sci alpino ha delle zone di scivolamento in plastica, mentre quello da scialpinismo ha suole in gomma, quindi con valori di sgancio diversi. Se regoli a DIN 8, lo Shift si sgancerà a DIN 8, sia che tu abbia uno scarpone da pista che da skialp ed è l’unico attacco a farlo». Questo è ciò che ha spiegato in sede di presentazione Benoit Sublet, che si è occupato dello sviluppo. E non è poco.

Shift con leva alzata e pin

SGANCIO - Certificazione TÜV rispetto sia alla norma ISO 13992 (scialpinismo) che 9462 (sci alpino) con un range di sgancio da 6 a 13. Lo sgancio frontale è gestito dalla talloniera (in modalità alpina, con un range elastico di 9 mm prima di rilasciare lo scarpone), quello laterale dal puntale (con un range elastico di 47 mm prima di rilasciare lo scarpone).

REGOLAZIONI - La slitta consente uno spostamento di 30 mm, sono disponibili ski-stopper sulla talloniera in 4 taglie (90, 100, 110 e 120 mm), due coltelli opzionali da 100 e 120 mm e due posizioni di salita (alzatacco) da 2° e 10°. Shift pesa 850 grammi. Insomma decisamente un attacco che sarà interessante andare a mettere alla prova…


Tracce, 42 itinerari primaverili

Sono ben 42 le proposte di itinerari primaverili con sci e pelli che pubblichiamo nell’inserto Tracce del numero 116 di Skialper di febbraio-marzo (disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito oltre che in edicola), una sezione stampata su carta diversa dal resto della rivista e che occupa le ultime 32 pagine. Un inserto giunto alla sua seconda edizione e ricco di proposte da sfruttare in uno degli anni più nevosi di sempre.

CONSIGLI DA LOCAL - Curato da Andrea Bormida, Tracce unisce gite di ogni livello dalle Alpi Marittime al Friuli, con qualche incursione in Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. Gli itinerari sono il frutto dell’esperienza di Bormida e di una serie di corrispondenti locali, come Davide Terraneo, autore di diverse discese di sci ripido, Matteo Donati, direttore della scuola di scialpinismo del CAI di Arona, Andrea Concini, Aspirante Guida alpina, e Andrea Fusari, Guida alpina. Si tratta naturalmente di proposte che abbiamo ritenuto particolarmente adatte al periodo e per ognuno pubblichiamo anche una mappa e tutte le informazioni pratiche.

Salendo a Punta Piovosa ©Luca Primiano

DALLE ALPI A… - Per questo numero abbiamo inserito anche una destinazione fuori dall’arco delle Alpi e molto gettonata soprattutto lo scorso anno, l’Etna. Gite sempre ricche di fascino quelle tra il fuoco dei crateri e l’azzurro del mare… Non mancano alcuni itinerari ai quali abbiamo voluto dare più spazio come quello alla Punta Piovosa, nel Cuneese, o al Monte Rion - Brèche Esther in Valle d’Aosta o ancora al Pizzo di Coca sulle Orobie. Da non perdere anche la doppia pagina sul curioso Monte Forato, in Friuli, dove i raggi del sole in alcuni momenti filtrano attraverso questo curioso buco nella montagna. Parliamo anche del Monte Triglav, la più alta vetta della Slovenia, un must per ogni montanaro sloveno che si rispetti.

L’OCCHIO DIGITALE - Nella pagina finale la consueta panoramica sulle zone più innevate e gli itinerari più battuti nei mesi scorsi e… sul web.

Sull'Etna @Andrea Bormida

Caroline Face, 2.000 metri di ghiaccio

La Caroline Face è stata l'ultimo problema alpinistico neozelandese negli anni '70 e, con l'avvento dello sci su grandi pareti, nell’ultimo decennio una delle più grandi linee al mondo rimasta da sciare. Era stata addirittura inserita in una top ten di discese ancora da realizzare, insieme alla sud del Denali (poi scesa da Andreas Fransson), al K2 e altre ancora. L'ultimo tentativo, quello di Andreas Fransson e Magnus Kastengren nel 2013, terminò al Porter con la fatale caduta di Magnus, senza la quale probabilmente i due avrebbero sciato l'intera parete. Il problema è stato risolto lo scorso autunno da Enrico Mosetti, Tom Grant e Ben Briggs e su Skialper 116 di febbraio-marzo, già disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito, lo stesso Mosetti ha scritto un interessante articolo sulla sua discesa.

La parete della Caroline Face ©Enrico Mosetti

DIMENSIONI E CONDIZIONI - Il grande problema della Caroline face non è tanto la pendenza, comunque per gran parte della discesa intorno ai 50°, quanto la dimensione della parete: duemila metri di ghiaccio tormentati da seracchi pensili qua e là. Per non parlare delle condizioni: la Nuova Zelanda non è certo nota per il clima mite e, per quanto riguarda il vento, la punta massima registrata in cima all'Aoraki/Mount Cook è di oltre 250 km/h. Senza contare i pericoli oggettivi di una parete simile.

Sotto i seracchi della Caroline Face

IL GIORNO -  «Già dal volo in elicottero la nostra linea sembrava in ottime condizioni e, cosa ancor più importante, il seracco a metà parete non era un muro strapiombante di cento metri, come appariva dalle foto di Tom del 2015, bensì una rampa che finiva su un muro arrotondato» scrive Mosetti. «All'alba del 27 ottobre ci siamo ritrovati a battere traccia nella neve, a tratti fino ben oltre la vita, per raggiungere la cresta est che ci avrebbe condotto fin sotto la cima mediana dell'Aoraki/Mount Cook. Dopo sette ore e mezza di sforzi, finalmente siamo sbucati in cresta. La cosa bizzarra è stata ritrovarsi su una montagna di 3.700 metri, avere l'oceano a meno di dieci chilometri in linea d'aria e al di là dei ghiacciai vedere la foresta pluviale». E poi giù per i 2.000 metri di neve e ghiaccio.

Ben Briggs si cala in doppia al Porter Col ©Enrico Mosetti

MALTE BRUN - Il gruppo si è anche concesso un’altra prima sulla Zig Zag Route, che solca la Malte Brun, montagna piuttosto prominente che, essendo la più alta, dà il nome a un sottogruppo di fronte al Cook.

Enrico Mosetti al Malte Brun

Marker vuol fare l'Alpinist(a)

C’è molta attesa attorno al nuovo attacco Alpinist di Marker, il primo, vero, attacchino della casa tedesca che sarà in vendita dalla prossima stagione invernale. Emilio Previtali ha avuto l’opportunità di provarlo per Skialper e sul numero 116 di febbraio-marzo, già disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito, all’interno di uno speciale di più di 30 pagine dedicato alle anteprime 2019 pubblichiamo un ampio articolo su un prodotto che è chiaramente pensato per imprese dove serve la leggerezza, anche sul versante più alpinistico dello skialp.

LEGGERO E ROBUSTO - Alpinist è un prodotto leggero (245 grammi senza ski-stopper), essenziale e soprattutto solido e robusto, che non ti pianta in asso. Ci sono alcune caratteristiche del prodotto, come la lunghezza di compensazione di quattro millimetri per garantire la sicurezza e il gioco tra punta e fissaggio posteriore dello scarpone quando lo sci viene sollecitato e deformato durante l’uso, che riescono a rievocare la storia e il prestigio di Marker. Altra caratteristica importante: i braccini del puntale dell’attacco Alpinist e della piastrina di base (che dispone finalmente di una dimensione e di una distanza dei fori di montaggio sullo sci di 38 millimetri, ideati per l’uso con aste più larghe dei classici sci race) sono rinforzati con carbonio a fibra lunga che garantisce il 30 per cento di rigidità in più rispetto a un attacco in solo metallo. Alpinist ha la non trascurabile caratteristica di consentire lo scorrimento della talloniera per adattarsi a scarponi di differente misura: il range di movimento è di 15 milillemetri (+/- 7,5). È disponibile con molle di sgancio da 4-9 DIN o 6-12 DIN, c’è lo ski-stopper opzionale ed è compatibile con tutti i rampanti All Pin Tech. Tutte caratteristiche che hanno fatto scegliere Alpinist al pro rider Stian Hagen, che prima usava Kingpin.


Alessandro Sandy Marchi e l'arte di shapeare

 Per Alessandro Sandy Marchi, fondatore di Sandy Shapes, lo shapeing potrebbe essere definito quasi una missione visto che nella sua vita ha shapeato e shapea qualunque cosa: surf longboards, skate longboards, sci e - ovviamente - snowboard e splitboard. Le sue mani hanno progettato e plasmato qualsiasi tipo di tavola per scivolare su ogni tipo di superficie. Anche dal punto di vista estetico le sue tavole non passano certo inosservate, coniugando un’anima naturale con un look di design. Scendendo nel dettaglio ricordiamo, per chi se lo fosse perso, che la Zingara - modello split della casa - ha vinto il nostro award Revelation of the Year sulla Buyer’s Guide di questa stagione invernale. Siamo stati a trovare Sandy e a vedere come produce le sue ‘creature’. Ne parliamo su Skialper di febbraio marzo, già disponibile nell’edicola digitale e acquistabile anche nella versione cartacea sul nostro sito.

@Massimo Crivellari

Un lavoro che è anche di contaminazione quello di Sandy, che non si è sottratto alle domande di Luca Albrisi. «Il know how che si è creato mescolando le tecnologie e le shapes di surf, snowboard e sci ha permesso di ottimizzare le curve dei camber e rocker, portando ad esaltare il carattere di ciascun modello o le esigenze del singolo rider e arrivando anche a creare vere e proprie tavole custom - dice Marchi -. Anche il mio studio del parallelismo delle sciancrature deriva del surf come alcune tecnologie come gli slimrails simili agli stepdeck del surf. Molto surf nello snowboard, molto snowboard nello sci, molto sci nello snowboard». E la Zingara? «Zingara… lei ti porterà dove mai nessun’altra ti ha portato. Il nome la descrive; ho voluto creare una geometria twin all mountain che permettesse un approccio molto frontale con la montagna in condizioni estreme e spazi limitati. È l’unico caso in cui siamo partiti dal modello split per poi derivarne anche la versione solida che oggi è la mia tavola più venduta…».

@Massimo Crivellari
@Massimo Crivellari
@Massimo Crivellari

Alla Fiera dell’Est

«Vattene all’Est da Mosetti e guarda un po’ cosa ci trovi». L’ordine, dalla redazione, era più o meno questo. L’anno scorso ce n’eravamo andati al Sud, quest’anno tocca dirigersi all’Est, quindi, verso le Alpi Giulie. Io, per inciso, abito all’Ovest, a Torino. Vado a sciare su cime alte più di tremila metri, a volte quattromila, molto spesso poi finisco in Francia dove bene o male mi ci ritrovo; al massimo il caffè fa un po’ schifo, ma le montagne hanno sempre la stessa forma. All’Est, invece, non mi ci ero mai fermato d’inverno e come tanti avevo la convinzione che l’Italia finisse a Venezia. Le montagne lì sono basse, squadrate e cattive, come i pugili che se le danno nel retro dei bar di periferia. La maggior parte di esse non arriva neanche a 2.000 metri, per dare un’idea». Inizia così l’ampio reportage di Federico Ravassard sullo sci selvaggio nelle Alpi Giulie che pubblichiamo su Skialper 116 di febbraio-marzo, disponibile nell’edicola digitale e ordinabile sul nostro sito nella versione cartacea.

Nel vento del Monte Sart ©Federico Ravassard

CON IL MOSE - Saranno montagne basse, almeno per uno che arriva dall’Ovest, però in mezzo a queste montagne è cresciuto uno degli scialpinisti italiani più cool del momento, Enrico Mosetti, detto il Mose. «Classe 1989, sponsorizzato da quel marchio molto hipster di Chamonix che ne riflette in pieno l’immagine, quattro spedizioni all’attivo e discese pazzesche su giganti di cinque o seimila metri in Perù, Georgia e Nuova Zelanda, più un tentativo al Laila Peak in Pakistan, ovvero una delle più belle montagne del mondo. Tutto questo per dire che, insomma, se uno così impara a sciare da queste parti, allora le Alpi Giulie devono avere un qualcosa dentro di selvaggio». Con lui ha sciato e girato Federico, ma non solo…

©Federico Ravassard

L’IMPORTANTE È SCIARE - Beatrice, Nicole, Andrea e Samuele hanno tra i 21 e i 22 anni e nella vita, oltre a studiare, sono maestri di sci ma amano anche uscire con le pelli, nella zona di Tarvisio. E sciano… Nei piedi avevano tutti assi e scarponi di una certa massa, si capisce che prima ancora di essere alpinisti loro sono sciatori, anche salendo verso il Montasio con le pelli. È importante sciare anche se è brutto, se la nebbia nasconde tutto. Come al Monte Sart, dove Federico ha avuto come compagno di gita Davide Dade Limongi. Non senza fare prima una tappa al Rifugio Gilberti e conoscere Tschurwi, cuoco e custode di questi monti. Dalle Alpi Giulie non nascono solo scialpinisti forti in discesa: ce ne sono altri che il vento sulla faccia lo sentono anche in salita. Uno di questi, che i lettori di Skialper conoscono bene, è Tadei Pivk, residente a Camporosso.

Sci selvaggio tra le nuvole ©Federico Ravassard

SENZA CONFINI – Il bello delle Alpi Giulie è che Austria e Slovenia sono dietro l’angolo, ed ecco allora che non ci siamo fatti mancare una sortita in Cariniza con Mose e i suoi allievi del corso di scialpinismo e a Bovec, sul versante sloveno di Sella Nevea, nella valle dell’Isonzo. «Nel fondovalle luccica l’acqua azzurra dell’Isonzo, la stessa che un secolo fa era tinta dal rosso del sangue dei ragazzi mandati a difendere il fronte dalle truppe austroungariche. La Prima Guerra Mondiale qui c’è stata per davvero: basti pensare che uno degli elementi decisivi della disfatta di Caporetto fu un tunnel poco sotto di Sella Nevea che gli austriaci utilizzarono per spostare armi e uomini senza farsi vedere dagli italiani appostati al colle».

Al Rifugio Gilberti ©Federico Ravassard

SAPORI DELL’EST – All’Alte Hütte a Campo Rosso Roberto Del Negro, proprietario e cuoco del ristorante, oltre a cucinare i deliziosi rigatoni al salto, è la memoria vivente dello scialpinismo giuliano. Gestiva una taverna che era di fatto un punto di riferimento fisso per i giovani scapestrati che si divertivano ad andare su e giù dai monti con mezzi e tecniche a dir poco rudimentali, come degli sci lunghi mezzo metro importati dall’Austria con i quali cercavano di scendere nei canali sopravvivendo in qualche modo fino al fondo. Le pareti del ristorante sono un pezzo di storia: nelle fotografie sono ritratti volti noti come Messner, Casarotto e Kukuckza. Lunga vita allo sci selvaggio.

Il Mose ©Federico Ravassard

 

 

 

 


I primi 40 anni di Stian Hagen

Stian Hagen è uno dei pro skier più anziani ancora in attività. Insieme a leggende come Mike Douglas e Chris Davenport fa parte di questo mondo da più di un ventennio e non sembra avere nessuna intenzione di rallentare. Originario di Oslo, classe 1974, con un passato come atleta giovanile nel salto con gli sci e nel fondo, è stato una delle leggende del freeski e dello sci ripido quando in pochi affrontavano i couloir più ripidi del Monte Bianco. Ha anche partecipato per un paio di anni al Freeride World Tour, ma si è subito trovato più a suo agio come star dei film off piste. Stian Hagen è lo ski bum che non ha mai rinunciato al suo sogno. È arrivato la prima volta a Chamonix con i suoi genitori, Unn e Finn Hagen, quando aveva 12 anni. E continua a divertirsi e sciare ad alto livello. Nonostante abbia in tasca un patentino di Guida alpina che sfrutta molto poco… Su Skialper 116 di febbraio-marzo, già disponibile nella nostra edicola digitale, il foto-reporter svedese Mattias Fredriksson ha incontrato Stian per parlare di come è cambiato il mondo del freeski e del ripido in questi ultimi venti anni. E ne è venuta fuori un’intervista molto interessante con foto spettacolari…

discesa con vista sul Dru ©Mattias Fredriksson

LO SCI PRIMA DEI SOCIAL - «I primi anni ho vissuto in una tenda all’Argentière per alcun mesi ogni inverno; sciavo tutti i giorni e conducevo una vita molto semplice. Mi alzavo la mattina, raggiungevo gli impianti e disegnavo curve con chi incontravo in montagna. La maggior parte delle persone aveva a mala pena un telefono prima dell'avvento dei social media quindi tutto era molto più spontaneo».

Stian Hagen nel suo chalet ai piedi del Monte Bianco ©Mattias Fredriksson

IL RIPIDO DI UN TEMPO - «Oggi sciare sulla faccia nord dell’Anguille di Midi o su qualsiasi altra classica discesa ripida non rappresenta più una grande sfida per le persone. È spaventoso come tutto sia cambiato nel corso degli anni. Non fa per me, non mi interessa rischiare che qualcuno mi piombi addosso».

Stian Hagen nella sua ski room ©Mattias Fredriksson

BRAND & FREESKI - L’industria dello sci ha vissuto alcuni momenti difficili durante gli anni Novanta, all'ombra dello snowboard che esplodeva, attirando tutta l'attenzione. Però, proprio mentre Stian iniziava a imporsi come uno degli sciatori più completi della valle di Chamonix, il boom del free skiing stava per decollare. E improvvisamente tutti i marchi hanno riscoperto l’enorme potenziale degli sci in versione freeride. Però… «Fu del tutto fortuito per me, non avevo mai pianificato o immaginato di diventare uno sciatore professionista, è accaduto per caso. Sono stato molto fortunato e ne ho approfittato. Oggi sembra che i bambini abbiano già un piano a 12 anni e che sappiano esattamente quello che vogliono».

Hagen durante una gita scialpinistica

STILE UNICO - Scrive Emilio Previtali a proposito di Hagen: «Non era un freestyler, non faceva manovre o rotazioni sui cliff, soprattutto sciava. Dritto. Veloce. Nel suo stile c'era tutto il DNA dello sci scandinavo della nuova generazione, con un background di sci di fondo, salto dal trampolino e telemark. Grande centralità, consistenza, confidenza con gli sci lunghi e larghi e resistenza per giornate infinite all'Aiguille du Midi o al Toula, sul versante italiano».

©Mattias Fredriksson

Jérémie Heitz: quello che volevamo chiederti da un anno

«Un tratto abbozzato, che si avvicina molto a essere dritto ma non lo è, che anzi, nella sua imperfezione fatta di un sistema di porzioni curve collegate tra loro, presenta una certa armoniosità. Un vestigio, un segno che testimonia un fatto accaduto o una condizione preesistente, rapida, temporanea. Sfido chiunque di voi a negarlo: quando sentite pronunciare il nome di Jérémie Heitz, la prima cosa a cui pensate è una traccia. Una traccia su un muro di neve bianco. La sua».

Heitz sullo Zinalrothorn ©Tero Repo

Dopo un anno di anticamera, Andrea Bormida inizia con questo incipit l’intervista a Jérémie Heitz sul numero 116 di Skialper, di febbraio-marzo, già disponibile nell’edicola digitale e dai prossimi giorni in distribuzione nelle migliori edicole. L’incontro qualche settimana fa, a metà gennaio, proprio prima di andare in stampa, al viaggio stampa organizzato da Scott a Zürs, per presentare le novità 2019.

LA NOSTRA LISTA DI DOMANDE – A quasi due anno dall’uscita di La Liste, abbiamo chiesto a Jérémie quello che era rimasto nella gola da tanto tempo. Non c’è dubbio che La Liste sia uno skimovie fuori dai canoni, dove tutto quello che è rimasto impresso nella nostra mente dopo la prima visione è una saetta che squarcia un muro bianco. Lo fa a pezzi, letteralmente. Un film che ha segnato profondamente il movimento dello sci ripido, che ha creato discussioni e anche qualche critica. In meno di cinquanta minuti tutte le certezze su come si sciavano le classiche big face alpine sono state prese a calci. Ecco una piccola anteprima delle risposte del ragazzo terribile dello ski de peinte raide.

una delle famose linee di Heitz ©Tero Repo

DA SAUDAN A ROLLI - «Molte persone mi hanno accompagnato in questa scelta, consigliandomi i pendii che vedevano più adatti allo sci che volevo esprimere. Da mio padre, che essendo Guida ha potuto darmi delle dritte, a Sam Anthamatten, fino a Luca Rolli. E poi ci ho messo del mio. Volevo trovare belle montagne, dove poter sciare nel modo più fluido possibile, in velocità. Pareti che potessero offrire bella neve. Che si prestassero a questo. Come avrai capito uno dei miei riferimenti è proprio Sylvain Saudan… siamo perfino nati nello stesso ospedale e mio nonno sciava con lui!».

in discesa dall'Obergabelhorn ©Tero Repo

BY FAIR MEANS - «Solitamente io, con il compagno di turno, salivo dal basso. Le pareti le ho risalite quasi tutte per controllare le condizioni, per rendermi conto se c’era ghiaccio o altro. Alcune volte, prima della ripresa, ero già sceso su quelle pareti, come per esempio all’Obergabelhorn, dove avevo provato altre due volte. Una mi sono dovuto fermare a metà parete per il ghiaccio, un’altra avevo sceso il lenzuolo a sinistra (Wellenkuppe), che è forse anche più ripido. Raramente siamo stati depositati in cima dall’elicottero: come per esempio sulla Lenzspitze. Sammy mi ha chiamato e mi ha detto con quelle condizioni dobbiamo andare domani, o forse mai più. Siamo scesi a un compromesso, lo so…».

un suggestivo controluce con Heitz sulle nevi di casa, a Les Marecottes, in Svizzera ©Tero Repo

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