'Sono cresciuto psicologicamente'
Intervista esclusiva a Giuliano Cavallo, dominatore del Gran Trail Valdigne
Cento chilometri tondi tondi. Cento chilometri in testa, dall'inizio alla fine. L'impresa di Giuliano Cavallo al Gran Trail Valgigne è stata emozionante fino in fondo. Abbiamo rivolto all'atleta valdostano qualche domanda.
Giuliano, hai già realizzato di avere vinto per la seconda volta il Gran Trail Valdigne o è ancora presto?
«Oggi è mercoledì, comincio a realizzare, non solo che ho vinto il Gran Trail Valdigne, ma di essere riuscito a emozionare la gente lungo il percorso e all'arrivo… così tanto che mi sono detto nel 2010 non è andata così».
Cosa significa correre praticamente a casa e davanti al proprio pubblico? E’ più la sicurezza di avere dei riferimenti o l’ansia per le inevitabili pressioni che ne derivano?
«Correre in casa, davanti al pubblico, vuol dire praticamente 100 chilometri di gara dove la gente ti conosce, sai già che faranno il tifo e l'accoglienza è tutta per te. La sicurezza di avere dei riferimenti la ritengo un fattore principale della gara, le pressioni no. Il Gran Trail Valdigne è lungo e può (purtroppo) riservare sorprese».
Hai praticamente corso in testa alla gara, da solo, per quasi 100 chilometri. Come sei riuscito a gestire un’esperienza simile?
«Qui entra in gioco tutta l'esperienza che ho maturato all'inizio di quest’anno, consapevole già dall'inizio che ottenere una vittoria voleva dire tanto sacrificio. Ho partecipato a manifestazioni come il Trail del Mont Vantoux, in Francia, a marzo, la Transvulcania sull'isola di La Palma a maggio, e infine nel week-end di fine giugno al Cross du Mont Blanc a Chamonix, in Francia, dove era presente sulla linea di partenza il miglior livello di atleti del panorama del Trail Running internazionale. In tutte queste manifestazioni sono sempre riuscito a gestire al meglio la gara, lottando fino all'ultimo metro del traguardo pur di riuscire a rimanere sempre nel gruppo. Al Gran Trail Valdigne non avevo quella pressione di raggiungere gli altri e difendermi contemporaneamente dai rivali. Tutto sommato con Daniele Fornoni e Marco Zanchi, a parte quest'anno, di gare ne ho fatte e li conosco abbastanza bene. Per quanto riguarda Jules Henri Gabioud, non avevo mai corso con lui e quindi costituiva per me l’unica vera incognita. Erano presenti altri concorrenti che avrebbero potuto fare la gara della vita ma l'obiettivo era quello di vincere e ci tenevo molto».
Come giudichi la tua prestazione in valore assoluto a questo punto della stagione?
«Direi perfetta. Lo dimostra il fatto che, avendo avuto degli acciacchi dovuti probabilmente a un carico di lavoro non indifferente negli ultimi mesi, dopo i 100 chilometri del Gran Trail Valdigne l'unico problema che ho avuto è stato un leggero fastidio all'adduttore della coscia sinistra, ma penso che sia riferibile alla pubalgia che mi ha colpito nei mesi precedenti. Quindi, direi ottimo».
Senti di essere cresciuto rispetto alla passata stagione? Ritieni di avere dei margini di miglioramento?
«Sì tanto, soprattutto psicologicamente. E grazie a questo magnifico inizio di stagione, e alla mia costanza, sono sicuro che ho dei margini di miglioramento e potrò nel futuro togliermi qualche altra soddisfazione».
Qual è l’immagine più bella che porterai con te di questo Gran Trail Valdigne?
«Essere stato al centro dell'attenzione dal primo al centesimo chilometro della gara e avere condiviso questa vittoria con tutti quelli che mi conoscono, dagli sponsor all'ultimo arrivato domenica mattina».
E adesso quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?
«Per il momento quasi nulla solo UTMB UTMB UTMB UTMB!!! Nei mesi successivi qualcos'altro…»
Questa prima parte di stagione quali insegnamenti ti ha dato in vista dell’UTMB di fine agosto?
«Sapersi dosare durante l'inizio stagione, cercare di contenere al minimo le gare e soprattutto mirare a degli obiettivi prefissati, attendere l'UTMB come l'obiettivo principale della stagione. Fino a oggi ho rispettato questi insegnamenti».
Annullato il Vertical Sprint di Milano
La gara a Palazzo Lombardia vittima della crisi economica
Con una breve nota il Comitato Organizzatore ha comunicato che non sarà possibile confermare il prossimo 23 settembre l'organizzazione di Vertical Sprint, la tappa milanese del Vertical World Circuit che per 5 anni è stata corsa prima sul Grattacielo Pirelli e poi nel nuovo Palazzo Lombardia (una impegnativa salita sulla scale nell'edificio più alto d'Italia - 39 piani e 866 gradini - che lo scorso anno ha visto al via 250 atleti di 11 nazioni).
Regione Lombardia, che ha promosso e finanziato l'avvenimento nella propria sede fin dalla prima edizione del 2007, negli scorsi giorni ha comunicato che il budget regionale o di sponsor non è disponibile e sufficiente per sostenere l'avvenimento. «Questo avvincente Campionato skyrunning è nato tre anni fa proprio da una intuizione di Milano - ha sottolinea Marino Giacometti Presidente di ISF (International Skyrunning Federation). Per noi è un brutto colpo annullare la gara di Milano nel corso della stagione: il gioco dei punteggi e degli scarti potrebbe falsare le classifiche di questa stagione».
'Mi piace correre con i big'
Abbiamo intervistato Marco Moletto, vincitore del k2000 di Morgex
Marco Moletto: dopo una buona prestazione al Vertical di Chamonix, il trionfo domenica a Morgex nel primo k2000. Una bella vittoria, un'iniezione di fiducia per il futuro. Abbiamo raggiunto l'atleta piemontese per conoscerlo meglio.
Raccontaci qualcosa di te, dove abiti, cosa fai nella vita di tutti i giorni e quando hai incominciato a correre?
«Ho 24 anni e ho sempre vissuto a Limone Piemonte ma da qualche anno vivo con la mia fidanzata in un paesino poco distante, anche se l'idea è di ritornare presto a stare tra le mie montagne. Lavoro presso gli impianti sciistici della Riserva Bianca di Limone Piemonte, d'inverno a pieno regime, mentre d'estate purtroppo solo saltuariamente, anche se così riesco ad allenarmi a pieno regime. Ho sempre praticato sci di fondo, da ragazzino fino alla età di 16 anni, quando ho smesso del tutto. Ho iniziato da due anni a correre, anche se a livello nazionale e internazionale questa è la mia prima stagione».
Da dove nasce la tua passione per la corsa in salita?
«A dire la vero non lo so neanche io, mi piace faticare, dare tutto me stesso in salita e arrivare in vetta stremato, è una cosa che ritengo che devi avere dentro. In inverno pratico lo scialpinismo, sempre in vertical, come allenamento ma spero di perfezionarmi e potere essere competitivo».
In quasi tutte le gare vediamo schierato alla partenza anche tuo papà, che oltretutto ottiene sempre dei risultati importanti. Cosa vuol dire per te condividere questa tua passione con lui?
«La passione per lo sport me l'ha trasmessa lui che fin da bambino, all'età di 10 anni, mi portava in bici o con un tandem a macinare chilometri. E' sempre stato il mio punto di riferimento. Ora corriamo assieme e tutti gli allenamenti li faccio con lui. Per me è molto importante averlo al mio fianco, è uno stimolo costante a fare sempre meglio. Se ora faccio bene è grazie a lui».
Cosa prevede il tuo allenamento settimanale per prepararti in questa disciplina?
«Da circa due mesi mi sta seguendo l'allenatore Mauro Riba, che ha stravolto il modo di allenarmi. Mi alleno circa 5-6 volte a settimana tra carichi e scarichi e di solito un giorno lo dedico alla bicicletta, che fa benissimo. Mauro mi ha fatto capire che il metodo in cui ti alleni è importantissimo».
Cosa ti ha lasciato questa tua vittoria a Morgex?
«Vincere è sempre bello, ma quando vinci e riesci a metterti alle spalle dei grandi campioni come Dennis Brunod ti da una carica incredibile. Dennis come anche William Bon Mardion, che ho battuto a Chamonix, sono degli idoli per me e riuscire a batterli ti fa provare una sensazione bellissima».
Domenica mattina cosa hai pensato quando tra gli iscritti alla gara hai letto il nome di Dennis Brunod?
«Quando ho letto il suo nome ho subito intuito chi sarebbe stato il vincitore di giornata. E’ un grandissimo campione e penso che fosse venuto per vincere. Devo dire che la sua presenza mi ha motivato ulteriormente. Mi piace molto correre con i bigı».
E adesso quali sono i tuoi prossimi appuntamenti?
«Con il Team Salomon-Carnifast parteciperò venerdì al Vertical di Canazei, poi farò l'Aosta-Becca di Nona, l’Ivrea-Mombarone, il Vertical di Fully in Svizzera e credo il Puig Campana in Spagna. Tutto questo oltre a qualche evento locale».
I risultati del fine settimana
3 Laghi 3 Rifugi, Transcivetta… ecco chi ha vinto
3 LAGHI 3 RIFUGI - Domenica 15 luglio a Valbondione (Bg) ha preso il via i Campionato Italiano di skyrace a staffetta a coppie della Federazione Italiana di Skyrunning (prova unica di circa 31 km). La '3 laghi 3 rifugi - Memorial Mario Merelli', questo il nome della gara, ha visto vincere la coppia bergamasca Michele Semperboni-Fabio Bonfanti (2h 44' 14''), del gruppo sportivo G.S. Altitude. Secondi Bazzana- Berlinghieri a soli 9 secondi. Tra le donne vittoria della coppia Valetudo Sky Running Italia Raffaella Miravalle -Debora Cardone (3h 15'n28''). Il Vertical di 1600 m. di dislivello è stato vinto da Fabio Bazzana (1h 18' 21'') e Raffaella Miravalle (1h 32' 54'').
SKY RACE ALPI APUANE - A Fornovolasco (Lucca) sui 23 chilometri del percorso (dislivello 1.400 metri) domenica 15 luglio si sono imposti Marco Rusconi (2h 46’) davanti a Silvano Fedi e Giacomo Buonuomini e Luana Righetti davanti a Giulia Botti e Francesca Lentini.
GROSSGLOCKNER - Sulle pendici della montagna più alta dell'Austria si è corsa una delle gare più importanti del Paese transalpino (12,67 km, 1.514 m dislivello) che ha visto trionfare due kenyani: Geoffrey Gikuni Ndungu (1h 12’11″), imitato al femminile da Lucy Wamboi Murigi (1h 27’12″). Sul podio maschile i connazionali Isaac Kosgei e Thomas Lokomwa mentre tra le donne si segnala il terzo posto di Antonella Confortola (1h 30’37″). Da segnalare il quarto posto maschile di Jonathan Wyatt, sei volte campione del mondo di corsa in montagna.
TRANSCIVETTA KARPOS - Domenica è andata in scena anche la gara di marcia non competitiva a coppie di 23,5 chilometri nei dintorni del famoso massiccio dolomitico: la pioggia battente non ha fermato i 1.350 concorrenti. Ad aggiudicarsi il ranking maschile Daniele De Colò e Alessandro Follador (2h 08' 55'') davanti a Gil Pintarelli-Silvano Fedel e Alessandro Morassi-Mario Scanu. Tra le donne vittoria di Chiara Ladini-Angela De Poi (2h 52' 03'') davanti a Jennifer Senik-Chiara Campanelli e Chiara Colonello-Elena Turchetto. Nella gara mista vittoria di Silvia Serafini e Stefano Daniel (2h 31' 28'').
L'outdoor 2013 va di corsa
Trail running sugli scudi a Friedrichshafen. Spopola il barefooting
‘Fatta l'Italia, bisogna fare gli Italiani’. Così si esprimeva Massimo D'Azeglio al termine della Spedizione dei Mille. Oggi, conclusa OutDoor 2012, esposizione internazionale ospitata dalla fiera di Friedrichshafen (Germania) e dedicata agli sport outdoor, potremmo affermare che ‘fatta la scarpa, bisogna fare i corridori’. Detto che il trail running, e in generale la corsa off road, è il movimento più vivo e spumeggiante nel panorama degli sport di montagna, mentre si registra una discreta stagnazione per quanto riguarda l’alpinismo e l’arrampicata, la parola d’ordine, nonché tendenza imperante per il 2013 in tema di calzature, è barefooting; letteralmente camminare a piedi nudi. Vale a dire, in chiave sportiva, correre con scarpe che influenzino il meno possibile i movimenti degli arti inferiori. Quasi fossero una seconda pelle. Una religione, dato che necessita di fede per aderirvi, che prescrive lo stravolgimento della corsa tradizionale. Addio allora alla consueta transizione dall’impatto del tallone con il terreno alla spinta con la parte anteriore del piede in favore di un’andatura basata sull’appoggio esclusivamente dell’avampiede e del mesopiede avanzando il proprio centro di gravità. Come dire, la morte della rullata! Una tecnica definita anche natural running in quanto i corridori scalzi adotterebbero questo stile. Le scarpe barefoot, nel dettaglio, sono sempre neutre e minimaliste, in quanto dotate di una minore ammortizzazione rispetto alle calzature standard nonché contraddistinte da un limitato, quando non assente, dislivello dell’intersuola, e quindi dello spessore degli inserti antishock, tra sezione anteriore e posteriore.
Scarpa debutta nel running off road
Stravolgeremo il nostro modo di correre? Alcuni atleti l’hanno già fatto. I comuni mortali no. E non è detto siano in grado di farlo, dal momento che la transizione verso il natural running dovrebbe avvenire quanto più gradualmente possibile onde non incorrere in infortuni dovuti alla risicata ammortizzazione in corrispondenza del tallone. E all’inedita distribuzione dei pesi sbilanciata verso l’avampiede. Le aziende, però, non sembrano preoccuparsene. O quanto meno non ne fanno un cruccio tale da perdere il sonno. Parafrasando ulteriormente la Spedizione dei Mille, potremmo identificare nei ‘Mille’ proprio i costruttori lanciatisi in quest’avventura. Non solo brand inediti, ma anche giganti del settore quali Salomon, La Sportiva, Adidas e Brooks, che guardando al minimalismo ampliano le proprie collezioni da trail. Seguiti da debuttanti illustri quali Scarpa e Patagonia, così come dalla rientrante (nel settore) Merrell. Chi ha fatto resistenza? Assente Hoka One One, in fiera il ruolo di Davide contro Golia è spettato principalmente a Tecnica, con una nutrita schiera di nuovi modelli votati alla massima ammortizzazione. Cushioning contro barefooting.
Cui prodest?
Perché tanto interesse per il barefooting? Per una nutrita serie di ragioni non necessariamente improntate al benessere dei corridori. Innanzitutto perché progettare una scarpa minimalista è meno complesso che realizzare una calzatura che debba rappresentare un bilanciato compromesso tra ammortizzazione, reattività e tenuta. Con buona pace (o estremo dolore) di pronatori e supinatori, così come dei marchi che tradizionalmente presidiavano questa branca del running. In seconda battuta perché rende agevole ridurre i pesi. E la leggerezza fa gola a tanti... Può quindi rappresentare un irresistibile stimolo all’acquisto. In aggiunta il natural running è ‘l’energy drink’ mediante il quale le aziende vorrebbero infondere una sferzata d’entusiasmo a un settore in crescita sì, ma non tanto rapidamente e marcatamente da costituire un solido argine dinanzi al dilagare della crisi. I ‘Mille’, i costruttori, hanno individuato la loro arma: il barefooting. Da schierare in battaglia contro la congiuntura economica. In ultima battuta, le scarpe votate al natural running sono attraenti: semplici, essenziali, ridotte ai minimi termini e dall’aspetto terribilmente racing. Un sogno per gli appassionati maggiormente allenati. Verranno utilizzate nei trail più impegnativi? Extra terrestri a parte (Kilian docet) quasi certamente no. Ma qualcuno ci proverà. E probabilmente ne pagherà le conseguenze.
Green economy
Scarpe, scarpe e ancora scarpe. Sebbene le novità più altisonanti in ottica 2013 siano riconducibili al settore calzaturiero, un altro ‘gigante’ dell’outdoor gode d’ottima salute: l’abbigliamento. Costantemente scosso dall’esasperata ricerca della leggerezza, del comfort e dell’ecologia. La green philosophy, l’attenzione alla biocompatibilità del processo produttivo, la certificazione ambientale e il miraggio del riciclo totale divengono obiettivi sia tecnici sia sociali sia di marketing. Il mondo ringrazia. Al contempo il fenomeno del trail estende la propria influenza anche al settore tessile, con il proliferare di soluzioni ‘total look’ che vestono il runner da capo a piedi come nel caso di Salomon, La Sportiva, Mammut, Lafuma e The North Face per citare i nomi più celebri. Nel 2013, allora, in montagna tutti correranno? Forse. Certamente il movimento è in crescita e sulla falsariga di quanto accaduto in Francia, dove è divenuto un vero e proprio fenomeno di costume, gli interessi commerciali si fanno via via più ingenti, a tutto vantaggio del proliferare di nuovi prodotti e modelli. Per quanti amano affrontare la montagna con meno rapidità, il futuro sembra invece delineare un orizzonte caratterizzato dal perfezionamento sia dei prodotti sia dei materiali, ma senza stravolgimenti epocali. A meno che le aziende produttrici non decidano che il barefooting abbia le carte in regola per spopolare tra trekker e alpinisti, senza dubbio desiderosi di imitare Carla Fracci saltellando aggraziatamente sulle punte di cresta in cresta…
Timothy Olson, dalla droga alla Western States 100
La nuova vita del vincitore della prestigiosa gara grazie al trail
«Correre mi ha salvato la vita. Ho iniziato a correre per disintossicarmi, poi per dimenticare e per incontrare la pace. Ho iniziato a correre perché era l'unica cosa che potevo fare, l'unica medicina. Non sono cambiato dal giorno alla notte, però correndo ogni giorni ho recuperato me stesso». Non sono solo le parole di chi ce l'ha fatta, sono le parole di Timothy Olson, primo all'ultima edizione della Western States 100, la famosa corsa ultra-trail statunitense. Sono le parole del detentore del record della gara: 14h 46' 44''. L'incredibile storia è stata raccontata dal sito iRunFar e ripresa da carreraspormontana.com. Olson, ventottenne, circa dieci anni fa è entrato in una spirale di alcool e droga che lo ha portato anche in carcere e poi in libertà vigilata. «Lottavano due io: quello che ero e quello che avrei voluto essere». Anni di disperazione, poi la salvezza. «Cominciai a correre, poi mi allenavo con dei ragazzini che si divertivano moltissimo, infine ho iniziato a correre nei campi, molto meglio che farmi di acido bighellonando per le strade». Fu così che Timothy riuscì a laurearsi. Il passo successivo è stato una vacanza in Colorado con il suo cane: camminate nella natura, notti sotto le stelle e un incontro importante, quello con la moglie. «Non conoscevo ancora il trail running, però sapevo che questa natura era la mia casa: mia moglie e mio suocero correvano, partecipai alla mia prima maratona e correre è diventato uno stile di vita che celebriamo tutti i giorni». Alla fine è arrivato il secondo posto alla Lake Sonoma 50 e…
Dolomites da record: chiuse in anticipo le iscrizioni
920 partecipanti tra vertical e skyrace, start list di livello mondiale
Chiuse anticipatamente le iscrizioni alla Dolomites Skyrace per il superamento della quota massima gestibile. Nel Vertical saranno al via 200 atleti e ben 720 nella Dolomites, per un totale di oltre 920 partecipanti: un vero e proprio record.
Niente da fare dunque per i ritardatari e tanta soddisfazione nel Comitato Organizzatore di questo evento che quest’anno si è sdoppiato proponendo addirittura due competizioni, entrambe valide per le Skyrunner World Series, in pratica la Coppa del Mondo della federazione di riferimento, l’Isf. E a dare ulteriore lustro all’appuntamento è arrivato pure l’inserimento della competizione di domenica nel nuovo quanto ambizioso circuito La Sportiva Gore-Tex Mountain Running Cup, che racchiude le classiche italiane.
L'ENTUSIASMO DI DIEGO SALVADOR - «Da un lato - spiega il presidente dell’organizzazione Diego Salvador - siamo entusiasti del risultato ottenuto anche quest’anno visto che abbiamo raggiunto il record massimo di partecipanti con ben 920 iscritti, dall’altra ci dispiace perché siamo costretti a dire di no ai ritardatari, ma siccome è nostra filosofia e nostro interesse garantire qualità e un regolare svolgimento delle due competizioni non possiamo gestire un numero superiore di skyrunner».
KILIAN UOMO DA BATTERE - La quantità dunque non manca nell’edizione 2012 della Dolomites SkyRace, ma non manca neppure la qualità, in entrambe le competizioni, visto che ad una starting list già importante proprio nelle ultime ore si sono aggiunte altre adesioni illustri.
Il protagonista più atteso è senza dubbio lo spagnolo Kilian Jornet Burgada, la stella mondiale dello skyrunning che ha deciso di partecipare sia al Vertical sia alla Dolomites, mentre fra le ultime conferme c’è da segnalare quella dell’emergente Dai Matsumoto, il giapponese che ha stupito tutti agli SkyGames iberici di quindici giorni fa, centrando una medaglia d’argento nella competizione skyrace. E sempre rimanendo in tema di adesioni dell’ultima ora ne sono arrivate due decisamente prestigiose per la gara Vertical di venerdì, ovvero quella del lecchese Nicola Golinelli e quella del detentore del record Augusti Roc Amador, che nel 2007 impiegò solamente 1h16’47” per percorrere la salita della Dolomites fino al Piz Boè.
Si annuncia dunque un’edizione di assoluto livello pure per la Dolomites Skyrace, anche perché fra i protagonisti più attesi ci sono anche gli altri spagnoli Luis Alberto Hernando Alzaga, vincitore dodici mesi fa a Canazei e dominatore degli Skygames, e Miguel Caballero Ortega. Ed ancora il recordman della competizione fassana, lo sloveno Mitja Kosovelj, lo scozzese Tom Owens, l’australiano Mick Donge e il forte romeno Ionut Zinca dato in grande forma. Per quanto riguarda gli italiani occhi puntati su Michele Tavernaro, Fulvio Dapit, Gil Pintarelli, Daniele Cappelletti e Paolo Larger. Fra le donne lotta aperta fra la fiemmese Antonella Confortola e la vincitrice dello scorso anno Mireia Mirò, senza tralasciare l’inossidabile Emanuela Brizio, la svedese Emelie Forsberg e la statunitense Kasie Enman.
UN PROGRAMMA MOLTO RICCO - Il programma della tre giorni di gare, particolarmente nutrito visti anche i festeggiamenti per il 15° compleanno, prevede la cerimonia d’apertura giovedì 19 luglio in piazza Marconi a Canazei, quindi venerdì 20 luglio alle 10.30 la partenza del Vertical Kilometer da Alba di Canazei ed arrivo in località Crepa Neigra e alle 14.30 la premiazione ufficiale.
Sabato alle 16 la Mini Dolomites SkyrRace in piazza Marconi, alle 18.30 il briefing atleti presso il cinema Marmolada, alle 20.30 la premiazione della gara dei piccolini e alle 21 la serata di presentazione della Dolomites SkyRace con tanti ospiti: dai senatori a tutti i vincitori delle passate edizioni e perfino dei tre azzurri fassani dello sci alpino Cristian Deville, Stefano Gross e Chiara Costazza.
Domenica il grande giorno con lo start della 15ª Dolomites SkyRace con partenza alle ore 8.30 da Piazza Marconi a Canazei. Alle 14 le premiazioni.
Moguel e Dewalle campioni francesi di Km Vertical
Nella localita' francese un percorso permanente
Mercoledì scorso a Manigod, in Alta Savoia nell'ambito del Manigod-Scott KV Challenge, sono stati assegnati i titoli francesi di km vertical. La formula, spettacolare e interessante, prevedeva delle mini prove singole di 300 metri di dislivello e 900 di lunghezza per stabilire l'ordine di partenza delle finali. Tempo migliore per Kilian Jornet (8' 40'') davanti al giovane scialpinista Alexis Sevennec. Tra le donne miglior tempo per Christel Dewalle. Nelle finali si è imposto Kilian (35' 26") ma il titolo è andato ad Adrien Mougel (36' 03") davanti ad Alexis Sevennec (36' 23'') e Christophe Perillat (36' 47''). Quarto William Bon Mardion. Tra le donne vittoria per Christelle Dewalle (39' 51'') davanti ad Axelle Mollaret (43' 25'') e Julia Combe (44' 47''). Quarta Corinne Favre. Il percorso di Manigod diventerà un vertical permanente con segnalazione del percorso e indicazione del dislivello ogni 200 metri, oltre ai tempi di passaggio di Kilian Jornet.
Paolo Bert e Daniela Bonnet al Tre Rifugi Val Pellice
Fenoglio e Garda vincono il Trail degli Alpeggi
260 atleti si sono sfidati domenica nel Trail degli Alpeggi e nell'Ultra Trail Tre Rifugi Val Pellice. Cinquanta chilometri di sentieri, in gran parte inediti, tirati a lucido per l’occasione e… battuti dal vento. Sul Colle Manzol, a 2700 metri, gli uomini in rosso del Soccorso Alpino registravano da zero a due gradi nelle prime ore del mattino. In compenso lo scenario che si è aperto agli occhi dei protagonisti e del numeroso pubblico distribuito sul percorso è stato veramente spettacolare. Lo sguardo rivolto al tracciato di gara ma anche ad osservare la più vicina parete nord del Monviso e le più lontane cime del Monte Rosa del Gran Paradiso e del Monte Bianco ma soprattutto a vedere o scenario spettacolare delle montagne dell’alta Val Pellice. A Bobbio Pellice è stata festa grande, domenica 15 Luglio. Perfettamente riuscita la scelta di portare in centro al paese la partenza e l’arrivo della manifestazione sportiva. Una giornata memorabile dal punto di vista meteorologico ha assistito stupefatta all’impresa di Paolo Bert. L’atleta della Pod. Valle Infernotto, supportato da La Sportiva, ha centrato il decimo successo in questa manifestazione sportiva sull’impegnativo percorso dell’Ultra Trail: 50 chilometri con ben 3.818 metri di dislivello positivo affrontati come una lunga volata. E dire che il padrone della classica di corsa in montagna si è presentato al via reduce da un infortunio.
TESTA A TESTA - Si è ripetuta ancora una volta la grande sfida tra i Campioni della Val Pellice Paolo Bert e Claudio Garnier, anche lui non al meglio fisicamente. Quest’ultimo, atleta della Valetudo, ha affrontato di slancio la sfida cercando di tenere il passo del battistrada. Il passaggio al Km 14 (colle Barant), dopo 1600 metri di dislivello ha registrato un leggero distacco tra i due di circa due minuti che si è via via incrementato fino a raggiungere 22 minuti e 23 secondi sul traguardo. Appena sopra le sei ore il tempo dl vincitore (6.01.10) e 6.23.23 il tempo del secondo arrivato. Odino Taziano, portacolori dell’Atletica Valpellice conquista la terza piazza in 6.46.29. Dietro di lui Massimo Garnier (GASM Torre Pellice) in 6.52.47 e Silvio Bertone (Giro d’Italia Running) che chiude in 7.12.08. Più agevole il compito di Daniela Bonnet, portacolori (arancio) del GASM ma risultato altrettanto strepitoso: nono posto nella classifica assoluta e vittoria nella gara femminile in 7.19.13. Al traguardo Marina Plavan conquisterà un prezioso secondo posto (8.13.33) ed alla tedesca Georg Haidl andrà il terzo gradino del podio in 9.36.32.
TRAIL DEGLI ALPEGGI - Se raccontiamo del Trail degli Alpeggi parliamo di un tracciato di gara di circa 32 chilometri con 2.200 metri di dislivello. L’acuto di giornata è stato di Maurizio Fenoglio (anche lui accasato alla Pod. Valle Infernotto): il forte sci alpinista, già vincitore della sky race Tre Rifugi edizione 2011, ha dovuto faticare a lungo prima di trovare la via della vittoria. Al via c’era Danilo Lantermino, accasato alla Lafuma per l’occasione; atleta che ha scoperto la sua strada sportiva specializzandosi, con risultati sontuosi, nelle corse di resistenza in montagna. Presente anche Fabio Bonetto (Atletica Val Pellice), in ritardo di preparazione ma in via di sostanziale e sostanzioso recupero. È stata gran battaglia tra i tre giunti poi al traguardo nell’ordine. Nei 10 km finali Maurizio ha prodotto l’allungo decisivo avendo ragione, con scarti davvero limitati, dei compagni di avventura. I tempi, rispettivamente di 3.28.04, 3.31.29 e 3.32.10 dimostrano quanto sia stato sportivamente cruento il confronto.
EXPLOIT DI GENNY GARDA - Arriva dai confini valdostano-piemontesi la vincitrice del Trail degli Alpeggi. Atleta letteralmente esplosa nella specialità quest’anno, centrando la vittoria a Laigueglia e al Monte Soglio. Si chiama Genny Garda, è allenata dal Erminio Nicco e va forte. Troppo forte per il sia pure qualificato campo delle 22 atlete iscritte alla prova. L’atleta, accasata al Pont Saint Martin, centra quindi la sua terza affermazione stagionale e lo fa in modo perentorio facendo registrare il tempo di 4.33.53.
Risponde al glorioso cognome di Brunofranco e di nome fa Monica la seconda atleta classificata. La rappresentante della società cuneese della Pod. Valle Infernotto prova a emulare il cugino Paolo Bert ma deve fare i conti con la forte valdostana. Finirà in seconda posizione con il tempo ragguardevole di 4.53.00. Terzo posto per Stefania Lanza. Atleta del Pam Mondovì, di professione fa la maestra e la scuola è proprio a Bobbio Pellice. Alunni festanti all’arrivo e cronometro fermo su 5.25.20.
Brizio ed Hernando guidano la graduatoria generale
Domenica la terza tappa di La Sportiva Gore-Tex Mountain Running Cup
Si avvicina la terza tappa del circuito 'La Sportiva Gore-Tex Mountain Running Cup', la mitica Dolomites SkyRace di domenica prossima 22 luglio. Abbiamo cercato di fare un veloce punto della situazione dopo le prime due tappe, la Valmalenco-Valposchiavo e la Stava Skyrace. La classifica generale maschile vede al comando Luis Hernando Alzaga con 176 punti davanti a Mikhail Mamleev del Valetudo con 148 punti e Miguel Caballero Ortega con 142. Ai piedi del podio c'è Michele Tavernaro con 124 punti, davanti a Daniele Zerboni con 124, Titta Scalet con 112 e Ionut Zinca a quota 100. Completano i top 10 David Lopez Castan (98), Padua Rodriguez (82), Victor Cortes (78) e Fabio Bazzana (78).
In campo femminile guida a punteggio pieno Emanuela Brizio, con 200 punti davanti a Nuria Dominguez (176), Chiara Gianola (130), Sabrina Zanon (118) e Serena Piganzoli (106).
Il calendario, dopo la Dolomites prevede ancora il Giir di Mont del 29 luglio e la Red Rock del 5 agosto.
Ricordiamo che la premiazione finale del circuito si svolgerà a Vezza d'Oglio il 5 agosto 2012 alla conclusione della Red Rock e verranno consegnati agli atleti (solo quelli presenti in loco!) i ricchi premi in palio per la graduatoria finale: 1.500 euro al vincitore, 900 al secondo classificato, 700 al terzo, 500 al quarto e via a scalare fino ai 100 euro che andranno al decimo. Calzature La Sportiva per gli atleti classificati tra l'undicesimo e il quindicesimo posto.
La tragedia del Mont Maudit analizzata da Renato Cresta
Alcune considerazioni del nostro esperto di nivologia
Ero alla scrivania, impegnato nel mio lavoro, quando un radiogiornale ha trasmesso la notizia dell’incidente del Mont Maudit: 'una valanga ha travolto numerose cordate; le squadre di soccorso hanno estratto sei morti, …'
Quelle parole mi hanno richiamato alla mente immagini di molti anni fa, quando anch’io mi sono trovato impegnato in quella salita. Verso le due di notte, ero partito dal Rifugio Torino con tre dei miei alpini paracadutisti e, percorsa tutta la Vallèe Blanche, avevamo superato il Col Maudit e, lasciato a sinistra il Mont Blanc de Tacul, avevamo attaccato la rampa che porta al Col du Mont Maudit quando il tempo è rapidamente cambiato e un’improvvisa e violenta bufera di neve e vento mi ha fatto decidere per il ritorno. Sulla base di quel ricordo ho tentato di rappresentarmi lo scenario dell’incidente, ma mi sono accorto che le immagini si riducevano a poca cosa: potevo mettere a fuoco solo i pochi metri di ghiacciaio illuminato dalle nostre lampade frontali e poi i violenti turbini di neve trasportata dal vento. Un vento a raffiche che proveniva da Ovest, a volte direttamente dal Col du Mont Maudit, a volte lateralmente, dalla spalla rocciosa che da P.te Meulet discende verso l’Aig. de Saussure e il Glacier des Bossons.
LASTRONE? - Il ricordo di quel vento mi ha fatto subito pensare alla possibilità di un lastrone sul pendio. 'Numerose cordate, molte persone vicine, un lastrone di neve depositata dal vento; la dinamica deve essere stata questa'. Le notizie successive, trasmesse dai telegiornali, hanno inizialmente solamente aggiornato il numero delle vittime, salito a nove. Solo il venerdì, dalle cronache dei giornali, ho appreso che il deposito inglobava blocchi di ghiaccio (intervista alla Guida Alessandro Penco - La Stampa) 'C’era molto ghiaccio in mezzo alla neve, segno evidente che ha ceduto un seracco'.
Questo mi ha fatto pensare che la dinamica del distacco potesse essere diversa da quella che avevo ipotizzato: il distacco è avvenuto a causa della sollecitazione dovuta alla caduta di un seracco, invece che al sovraccarico provocato dalle cordate. Poi, ripensandoci, mi sono anche detto che la valanga, inizialmente di sola neve, poteva aver strappato ghiaccio dalla parete e questo rimetteva in corsa l’ipotesi del sovraccarico sul lastrone.
Poi Meo Ponte, inviato de La Repubblica, riferisce che 'il sindaco di Chamonix sospetta che una cordata passata per prima, due persone che sono state trovate sane e salve sulla cima del Monte Bianco, possa aver tagliato una placca di vento formatasi negli ultimi giorni ed aver quindi originato la valanga'. Mi sembra strano che due alpinisti taglino una valanga di quelle dimensioni e non ne siano travolti o, ancor peggio, che proseguano indifferenti verso la vetta del Bianco. Sono notizie raccolte a caldo dai giornalisti, quindi forniscono dei dettagli importanti ma non un preciso quadro d’insieme, che sarà ricostruito dai periti del Tribunale che ha avviato l’inchiesta. Ci vorrà del tempo per poter ascoltare tutti i sopravissuti e i soccorritori e compiere qualche ricerca sulle condizioni del manto nevoso.
LA COMPONENTE VENTO - Nel frattempo possiamo formulare solo ipotesi che hanno lo stesso valore di quelle che molti 'esperti' avranno già espresso in tutti i bar di Chamonix e Courmayeur. In me resta, però, ben vivo il ricordo di quel vento che soffiava da Ovest e ci avvolgeva in turbini di neve, un ricordo che avvalora l’ipotesi del lastrone, la plaque a vent del Sindaco di Chamonix. Nei primi giorni di luglio nel settore occidentale delle Alpi, dal Bianco al Rosa, , il tempo è stato caratterizzato da piogge, temporali e vento e, durante le rare schiarite, si potevano osservare le cime imbiancate di neve già a partire dai 3.500 metri. Ed il maltempo proveniva da ovest, quindi il versante del Tacul era sottovento: ci sono tutti gli ingredienti necessari alla formazione di un lastrone di grandi dimensioni. Lucio Trucco conferma 'I giorni scorsi sono state giornate di vento forte sul massiccio del Bianco' (intervista di D. Genco e E. Martinet - La Stampa). Un testimone spagnolo dice 'Ho visto il seracco staccarsi da metà pendio della montagna' (Meo Ponte - La Repubblica). La Guida Penco, il primo a giungere sul luogo del disastro, racconta che il deposito è formato da tanta neve: 'Ho calcolato che in qualche punto l’ammasso era profondo anche cinque metri. C’era molto ghiaccio in mezzo alla neve, segno evidente che ha ceduto un seracco'. Il fatto che il deposito contenga frammenti di ghiaccio conferma che non si tratta di un puro crollo di seracco, come quello che, nel 2008, ha fatto otto morti sul Mont Blanc de Tacul, ma di una valanga di neve. Resta da stabilire la causa del distacco, ma il lastrone di neve c’era.
MONTAGNA ASSASSINA? - C’è stato allora qualche errore umano? I saggi e i benpensanti diranno che il solo fatto di andare in montagna è un errore; gli irriducibili, invece, sosterranno la teoria dell’imprevedibilità, la tesi della “Montagna Assassina”, avanzata dal TG5 delle 20.00, che annunciava la tragedia. E le persone di buon senso? Tutti quelli che hanno veramente un po’ di buon senso non s’includono mai nel mazzo delle cosiddette “persone di buon senso”. Restano solamente quelli che, come me e come chi mi legge, cercano di capire, ma che non erano presenti sul luogo dell’incidente, che non dispongono dei mezzi per recarsi a vedere, che non possono chiedere informazioni ai chi invece c’era. Restano quelli che non possono far altro che riflettere. C’è una cosa che a molti sembra passare inavvertita: alla quota di 4.500 m, la temperatura del mese di luglio è di almeno 20 °C inferiore a quella registrata in un fondo valle sui 1.500 m. La temperatura massima che ho osservato a Macugnaga (1.300 m) in questi giorni di luglio è stata di + 22 °C e la minima di + 9 °C. Questo vuol dire che, sulle vette del Rosa che dominano la località, la temperatura si è aggirata tra i + 2 °C ed i - 11 °C. Sul Maudit, sul Cervino, sul Rosa e sul Bianco, è inverno anche nel mese di luglio e inverno vuol dire freddo, neve, vento, … valanghe. E il caldo che muove i ghiacciai e fa crollare i seracchi? Dove vi è un cambio di pendenza, quindi un cambio di velocità, il ghiaccio si deforma e si spezza e i grandi blocchi triangolari di ghiaccio, che ricordano enormi fette di formaggio (in savoiardo seracs) prima o poi crollano. Sia d’estate, sia d’inverno, il ghiaccio non supera mai gli 0 °C, e si muove “per forza di gravità”. Questa non va mai in ferie, quindi il crollo dei seracchi è un fenomeno che si produce sia d’estate, sia d’inverno; nella stagione estiva è un poco più frequente perché le acque di fusione superficiale possono raggiungere il letto del ghiacciaio e svolgere un certo effetto lubrificante sul fondo, accelerando appena la velocità con cui si muove la massa glaciale.
COSA DEVE INSEGNARE L'INCIDENTE - 'Ogni storia, ogni racconto deve terminare con la morale', così mi raccomandava il maestro Pareo, mio insegnante alle elementari. E anch’io, memore della raccomandazione di quella bella figura d’uomo, cui ancor oggi sono grato per tutto ciò che mi ha insegnato, propongo la mia morale. Continuiamo ad andare in montagna, ma non limitiamoci a prevedere e provvedere alla sola attrezzatura d’arrampicata. Se su molte montagne vi sono ghiacciai, vuol dire che su quei monti l’inverno vi dura tutto l’anno, ed infatti vi andiamo (o vi dovremmo andare) con abbigliamento pesante, adeguato alle temperature invernali che vi incontreremo. 'La ricerca con l’ARVA, il rilevatore elettronico, non ha dato grossi risultati - spiegano alla Gendarmeria di Chamonix – i corpi li abbiamo ritrovati con le sonde, bucando la valanga palmo a palmo' (Meo Ponte – La Repubblica). Dove ci sono neve e ghiaccio, da qualche parte è nascosta una trappola. La più comune è la valanga, ma non è la sola: anche un ponte di neve può cedere sotto i nostri piedi, ricoprirci di neve e nasconderci agli occhi dei soccorritori. Non troviamo la scusa che l’ARTVA è un peso in più per lasciarlo a casa: i più pesanti non raggiungono i 250 grammi.
LA MALEDIZIONE DEL BIANCO - 'La maledizione del Bianco' era il titolo con cui, sabato mattina, un telegiornale annunciava la morte per assideramento di due alpinisti sul Monte Bianco. Non voglio commentare il titolo, troppo enfatizzante; poco dopo lo stesso telegiornale annunciava, senza alcuna enfasi, la morte per annegamento di quattro persone. Non mi riesce di entrare nella mentalità di quei giornalisti che gonfiano l’incidente in montagna e banalizzano l’annegamento, anche se, nella stagione estiva, mari, laghi e fiumi sommano più morti di quanti se ne contano in montagna. Vorrei portare invece l’attenzione sulla chiusura del mio commento all’incidente del Mont Maudit: sopra i 4.000 metri è sempre inverno. Secondo i climatologi le condizioni climatiche legate all’incremento di 100 m di quota corrispondono ad uno spostamento di 1° di latitudine verso la calotta polare. Il conto è facile: prendiamo come base la latitudine del M. Bianco 45°30’. Raggiungere il Rifugio Gonella (q. 3.071) vuol dire spostarci verso nord di 30° e trovarci a 75°30’ di latitudine, cioè nel nord della Groenlandia. Raggiunta la Capanna Vallot (4.347) equivale ad essere a 89° di latitudine. Toccare la vetta del Bianco equivale, climaticamente, a raggiungere il Polo Nord.
UN RICORDO PERSONALE - Pochi giorni dopo essere tornato indietro dal Maudit, con tutto il mio plotone di alpini paracadutisti (48 uomini) ho raggiunto la vetta del Bianco per l’itinerario della Cresta di Bionassay. Alle 7.30 del mattino eravamo tutti in vetta, senza giacca a vento: un tempo straordinariamente bello, senza un filo di vento. L’anomalia meteorologica era questa, non quella della settimana precedente. Un commento, il mio, che vuole essere un invito a pensare a quanto può diventare terribile quell’ambiente. Freddo intenso, bufere di vento, neve fuori stagione (per chi guarda il calendario), ma normale in un ambiente che è climaticamente simile a quello polare e che, come quello, è difficile, a volte impossibile da raggiungere dalle squadre di soccorso.
Alessandro Rambaldini re del Blumone
La gara bresciana disputata sotto la pioggia battente
Blumon Marathon, domenica 15 luglio, piana del Gaver (Bs): Alessandro Rambaldini si è imposto nella classica gara con salita al passo del Blumone (2633 m). Una 'marathon' di 23 chilometri con un dislivello totale di 2.400 metri. L'atleta di Lavenone, già tre volte secondo, ha battuto Dino Melzani e Giovanni Gianola. Tra le donne si è imposta Anna Moraschetti. Al via, in totale, 360 skyrunner.












