Alcune considerazioni del nostro esperto di nivologia

Ero alla scrivania, impegnato nel mio lavoro, quando un radiogiornale ha trasmesso la notizia dell’incidente del Mont Maudit: ‘una valanga ha travolto numerose cordate; le squadre di soccorso hanno estratto sei morti, …’
Quelle parole mi hanno richiamato alla mente immagini di molti anni fa, quando anch’io mi sono trovato impegnato in quella salita. Verso le due di notte, ero partito dal Rifugio Torino con tre dei miei alpini paracadutisti e, percorsa tutta la Vallèe Blanche, avevamo superato il Col Maudit e, lasciato a sinistra il Mont Blanc de Tacul, avevamo attaccato la rampa che porta al Col du Mont Maudit quando il tempo è rapidamente cambiato e un’improvvisa e violenta bufera di neve e vento mi ha fatto decidere per il ritorno. Sulla base di quel ricordo ho tentato di rappresentarmi lo scenario dell’incidente, ma mi sono accorto che le immagini si riducevano a poca cosa: potevo mettere a fuoco solo  i pochi metri di ghiacciaio illuminato dalle nostre lampade frontali e poi i violenti turbini di neve trasportata dal vento. Un vento a raffiche che proveniva da Ovest, a volte direttamente dal Col du Mont Maudit, a volte lateralmente, dalla spalla rocciosa che da P.te Meulet  discende verso l’Aig. de Saussure e il Glacier des Bossons.

LASTRONE? – Il ricordo di quel vento mi ha fatto subito pensare alla possibilità di un lastrone sul pendio. ‘Numerose cordate, molte persone vicine, un lastrone di neve depositata dal vento; la dinamica deve essere stata questa’. Le notizie successive, trasmesse dai telegiornali, hanno inizialmente solamente aggiornato il numero delle vittime, salito a nove. Solo il venerdì, dalle cronache dei giornali, ho appreso che il deposito inglobava blocchi di ghiaccio (intervista alla Guida Alessandro Penco – La Stampa) ‘C’era molto ghiaccio in mezzo alla neve, segno evidente che ha ceduto un seracco’.
Questo mi ha fatto pensare che la dinamica del distacco potesse essere diversa da quella che avevo ipotizzato: il distacco è avvenuto a causa della sollecitazione dovuta alla caduta di un seracco, invece che al sovraccarico provocato dalle cordate. Poi, ripensandoci, mi sono anche detto che la valanga, inizialmente di sola neve, poteva aver strappato ghiaccio dalla parete e questo rimetteva in corsa l’ipotesi del sovraccarico sul lastrone.
Poi Meo Ponte, inviato de La Repubblica, riferisce che ‘il sindaco di Chamonix sospetta che una cordata passata per prima, due persone che sono state trovate sane e salve sulla cima del Monte Bianco, possa aver tagliato una placca di vento formatasi negli ultimi giorni ed aver quindi originato la valanga’. Mi sembra strano che due alpinisti taglino una valanga di quelle dimensioni e non ne siano travolti o, ancor peggio, che proseguano indifferenti verso la vetta del Bianco. Sono notizie raccolte a caldo dai giornalisti, quindi forniscono dei dettagli importanti ma non un preciso quadro d’insieme, che sarà ricostruito dai periti del Tribunale che ha avviato l’inchiesta. Ci vorrà del tempo per poter ascoltare tutti i sopravissuti e i soccorritori e compiere qualche ricerca sulle condizioni del manto nevoso.

LA COMPONENTE VENTO – Nel frattempo possiamo formulare solo ipotesi che hanno lo stesso valore di quelle che molti ‘esperti’ avranno già espresso in tutti i bar di Chamonix e Courmayeur. In me resta, però, ben vivo il ricordo di quel vento che soffiava da Ovest e ci avvolgeva in turbini di neve, un ricordo che avvalora l’ipotesi del lastrone, la plaque a vent del Sindaco di Chamonix. Nei primi giorni di luglio nel settore occidentale delle Alpi, dal Bianco al Rosa, , il tempo è stato caratterizzato da piogge, temporali e vento e, durante le rare schiarite, si potevano osservare le cime imbiancate di neve già a partire dai 3.500 metri. Ed il maltempo proveniva da ovest, quindi il versante del Tacul era sottovento: ci sono tutti gli ingredienti necessari alla formazione di un lastrone di grandi dimensioni. Lucio Trucco conferma ‘I giorni scorsi sono state giornate di vento forte sul massiccio del Bianco’ (intervista di D. Genco e E. Martinet – La Stampa). Un testimone spagnolo dice ‘Ho visto il seracco staccarsi da metà pendio della montagna’  (Meo Ponte – La Repubblica). La Guida Penco, il primo a giungere sul luogo del disastro, racconta che il deposito è formato da tanta neve: ‘Ho calcolato che in qualche punto l’ammasso era profondo anche cinque metri. C’era molto ghiaccio in mezzo alla neve, segno evidente che ha ceduto un seracco’. Il fatto che il deposito contenga frammenti di ghiaccio conferma che non si tratta di un puro crollo di seracco, come quello che, nel 2008, ha fatto otto morti sul Mont Blanc de Tacul, ma di una valanga di neve. Resta da stabilire la causa del distacco, ma il lastrone di neve c’era.

MONTAGNA ASSASSINA?
C’è stato allora qualche errore umano? I saggi e i benpensanti diranno che il solo fatto di andare in montagna è un errore; gli irriducibili, invece, sosterranno la teoria dell’imprevedibilità, la tesi della “Montagna Assassina”, avanzata dal TG5 delle 20.00, che annunciava la tragedia. E le persone di buon senso? Tutti quelli che hanno veramente un po’ di buon senso non s’includono mai nel mazzo delle cosiddette “persone di buon senso”. Restano solamente quelli che, come me e come chi mi legge, cercano di capire, ma che non erano presenti sul luogo dell’incidente, che non dispongono dei mezzi per recarsi a vedere, che non possono chiedere informazioni ai chi invece c’era. Restano quelli che non possono far altro che riflettere. C’è una cosa che a molti sembra passare inavvertita: alla quota di 4.500 m, la temperatura del mese di luglio è di almeno 20 °C inferiore a quella registrata in un fondo valle sui 1.500 m. La temperatura massima che ho osservato a Macugnaga (1.300 m) in questi giorni di luglio è stata di + 22 °C e la minima di + 9 °C. Questo vuol dire che, sulle vette del Rosa che dominano la località, la temperatura si è aggirata tra i + 2 °C ed i – 11 °C. Sul Maudit, sul Cervino, sul Rosa e sul Bianco, è inverno anche nel mese di luglio e inverno vuol dire freddo, neve, vento, … valanghe. E il caldo che muove i ghiacciai e fa crollare i seracchi? Dove vi è un cambio di pendenza, quindi un cambio di velocità, il ghiaccio si deforma e si spezza e i grandi blocchi triangolari di ghiaccio, che ricordano enormi fette di formaggio (in savoiardo seracs) prima o poi crollano. Sia d’estate, sia d’inverno, il ghiaccio non supera mai gli 0 °C, e si muove “per forza di gravità”. Questa non va mai in ferie, quindi il crollo dei seracchi è un fenomeno che si produce sia d’estate, sia d’inverno; nella stagione estiva è un poco più frequente perché le acque di fusione superficiale possono raggiungere il letto del ghiacciaio e svolgere un certo effetto lubrificante sul fondo, accelerando appena la velocità con cui si muove la massa glaciale.

COSA DEVE INSEGNARE L’INCIDENTE –
‘Ogni storia, ogni racconto deve terminare con la morale’, così mi raccomandava il maestro Pareo, mio insegnante alle elementari. E anch’io, memore della raccomandazione di quella bella figura d’uomo, cui ancor oggi sono grato per tutto ciò che mi ha insegnato, propongo la mia morale. Continuiamo ad andare in montagna, ma non limitiamoci a prevedere e provvedere alla sola attrezzatura d’arrampicata. Se su molte montagne vi sono ghiacciai, vuol dire che su quei monti l’inverno vi dura tutto l’anno, ed infatti vi andiamo (o vi dovremmo andare) con abbigliamento pesante, adeguato alle temperature invernali che vi incontreremo. ‘La ricerca con l’ARVA, il rilevatore elettronico, non ha dato grossi risultati – spiegano alla Gendarmeria di Chamonix – i corpi li abbiamo ritrovati con le sonde, bucando la valanga palmo a palmo’ (Meo Ponte – La Repubblica).  Dove ci sono neve e ghiaccio, da qualche parte è nascosta una trappola. La più comune è la valanga, ma non è la sola: anche un ponte di neve può cedere sotto i nostri piedi, ricoprirci di neve e nasconderci agli occhi dei soccorritori. Non troviamo la scusa che l’ARTVA è un peso in più per lasciarlo a casa: i più pesanti non raggiungono i 250 grammi.

LA MALEDIZIONE DEL BIANCO –
‘La maledizione del Bianco’ era il titolo con cui, sabato mattina, un telegiornale annunciava la morte per assideramento di due alpinisti sul Monte Bianco. Non voglio commentare il titolo, troppo enfatizzante; poco dopo lo stesso telegiornale annunciava, senza alcuna enfasi, la morte per annegamento di quattro persone. Non mi riesce di entrare nella mentalità di quei giornalisti che gonfiano l’incidente in montagna e banalizzano l’annegamento, anche se, nella stagione estiva, mari, laghi e fiumi sommano più morti di quanti se ne contano in montagna. Vorrei portare invece l’attenzione sulla chiusura del mio commento all’incidente del Mont Maudit: sopra i 4.000 metri è sempre inverno. Secondo i climatologi le condizioni climatiche legate all’incremento di 100 m di quota corrispondono ad uno spostamento di 1° di latitudine verso la calotta polare. Il conto è facile: prendiamo come base la latitudine del M. Bianco 45°30’. Raggiungere il Rifugio Gonella (q. 3.071) vuol dire spostarci verso nord di 30° e trovarci a 75°30’ di latitudine, cioè nel nord della Groenlandia. Raggiunta la Capanna Vallot (4.347) equivale ad essere a 89° di latitudine. Toccare la vetta del Bianco equivale, climaticamente, a raggiungere il Polo Nord.

UN RICORDO PERSONALE –
Pochi giorni dopo essere tornato indietro dal Maudit, con tutto il mio plotone di alpini paracadutisti (48 uomini) ho raggiunto la vetta del Bianco per l’itinerario della Cresta di Bionassay. Alle 7.30 del mattino eravamo tutti in vetta, senza giacca a vento: un tempo straordinariamente bello, senza un filo di vento. L’anomalia meteorologica era questa, non quella della settimana precedente. Un commento, il mio, che vuole essere un invito a pensare a quanto può diventare terribile quell’ambiente. Freddo intenso, bufere di vento, neve fuori stagione (per chi guarda il calendario), ma normale in un ambiente che è climaticamente simile a quello polare e che, come quello, è difficile, a volte impossibile da raggiungere dalle squadre di soccorso.