Enrico Brizzi, partire adesso
Scusa Sarax, imprevisto con le ragazze, 15 minuti e ci sono.
Il messaggio aleggia azzurrino sullo schermo del mio smartphone da quattro soldi. Avevamo appuntamento mezz’ora fa, ma il telefono suona a vuoto. Sorrido sornione e digito:
Don’t worry, man. Io, nel frattempo, butto sotto la doccia il mio bimbo. A frappé!
È così che va per noi papà separati: quando sei coi piccoli, loro vengono prima di tutto. Non c’è santo che tenga. E se io ho vita abbastanza facile col mio Alberto che, durante l’intervista telefonica (presto trasformatasi in un fiume in piena), ascolta divertito, legge Topolino e gioca col Lego, Enrico, lo scrittore che c’è dall’altro capo del telefono, ha un ménage un po’ più movimentato nella sua casa di Rimini: insieme a lui, in questa ventosa giornata di fine giugno, ci sono le sue quattro figlie e la nipotina.
Enrico Brizzi, da che lo conosco e mi nutro delle sue pagine (e son quasi cinque lustri) è una meravigliosa scoperta. Come narratore, certo. Ma, soprattutto, come strepitoso essere umano. Autore da un milione di copie a poco meno di vent’anni - il suo Jack frusciante è uscito dal gruppo è stato il romanzo culto di almeno tre generazioni (una era la mia) - tradotto in più di venti lingue, oggetto di studio di cattedratici e laureandi, Enrico fa parte della storia della letteratura italiana. Brizzi non si è crogiolato sul successo degli esordi, ha saputo costantemente reinventarsi surfando tra i generi: dal noir precocissimo di Bastogne alla trilogia ucronica di Lorenzo Pellegrini, ambientata in un dopoguerra immaginario in cui l’Italia fascista ha rotto l’alleanza con Hitler ed è uscita vittoriosa (con tanto di impero coloniale intatto) dalla Seconda Guerra Mondiale; dai geniali saggi sportivi che raccontano le sue passioni, calcio e ciclismo su tutte (il recente Nulla al mondo di più bello, sulle stagioni calcistiche a cavallo dell’armistizio, è appena uscito per i tipi di Laterza; col glorioso Di furore e lealtà, biografia del campione Vincenzo Nibali, ha vinto il Premio bancarella Sport 2015) all’ultimo strepitoso romanzo sulla Bologna dei primi Novanta divisa tra curva, droghe, ribellione, punk e l’immancabile struggente amore adolescenziale. Tu che sei di me la miglior partechiude il cerchio aperto da Jack Frusciantequasi un quarto di secolo fa (nel libro compaiono sia Alex che Martino, protagonista e antieroe del fortunato proemio brizziano) in un poderoso crescendo di chitarre distorte e colpi sotto la cintura. In mezzo a questo florilegio di pagine da antologia, c’è un punto di svolta. Una fase sorprendente della produzione letteraria dell’artista che entusiasma e continua a spiazzare: dal 2004 Enrico Brizzi scrive di viaggi a piedi. Insieme ai suoi buoni cugini, i pellegrini con cui ha fondato il gruppo degli Psicoatleti (perché è il polpaccio che spinge, ma è la testa che ti porta a fine tappa, c’è poco da fare…), ha compiuto alcuni straordinari cammini: dal Tirreno all’Adriatico, da Canterbury a Roma lungo il percorso della Via Francigena e poi da Roma fino a Gerusalemme. E ancora: ha percorso l’Italia da Nord a Sud durante i festeggiamenti per il centocinquantesimo anniversario del tricolore, ha camminato da Torino a Finisterre, calpestato ogni singolo miglio del Vallo di Adriano e, di recente, calcato palmo a palmo i terreni carichi di storia delle Residenze Reali Sabaude col patrocinio dell’omonimo consorzio.
Da ognuno di questi viaggi è nato (o sta per nascere) un libro, un racconto, una entusiasmante giustapposizione di parole, pagine, passi, immagini, musica ed emozioni. E pensare che tutto è nato quando l’autore era stanco di scrivere. Enrico me lo racconta appeso alla cornetta mentre il vento di Rimini sferza il ricevitore. Io e Alberto ascoltiamo rapiti. L’anno di svolta, s’è detto, è il 2004, ma in realtà il richiamo della strada e dei sentieri viene da molto più lontano. Il primo grande viaggio risale a quando Enrico aveva vent’anni: da Bologna a Cervia, cinque giorni in autonomia tra le colline: nel cuore quella voglia matta di libertà germinata da bambino, ai piedi d’una montagna povera e generosa. E maturata con pazienza nei campi scout. Enrico parte con un amico, Giovanni, destinato anch’egli a guadagnarsi il pane battendo sui tasti (Giovanni Cattabriga, a.k.a. Wu Ming 2, membro fondatore del collettivo di scrittori Wu Ming). È un viaggio fatto di stupore e ingenuità: «Ci portammo dietro un’ascia. Si sa mai, magari si fan brutti incontri, pensavamo…». Gli scappa da ghignare. «Oh, hai in mente quanto pesa un’ascia? Mai più nella vita! Però finché non prendi due misure non impari nulla. È là che abbiam cominciato a capire cosa significa andare a piedi». La conferma della meraviglia arriva al ritorno, in autobus, verso casa: le colline che sembravano infinite scorrono veloci via dal finestrino. I due giovani viandanti riconoscono i bivacchi dove hanno passato le notti avvolti in una coperta di stelle e intuiscono che il mondo, per essere conosciuto davvero, va misurato un passo alla volta.
La famiglia di Brizzi ha radici profonde, che fan sognare e profumano d’avventure salgariane. «La mia gente ha campato di farina di castagne praticamente per mille anni. I miei zii, bisnonni e trisavoli, fin dal primo momento che è stato possibile imbarcarsi su una nave e solcare l’Oceano, per scansar la fame han preso a imbarcarsi. Partivano: si faceva la naja e poi via, da Genova verso il Nuovo Mondo, a cercar fortuna. Le loro mani forti e ingombre di calli hanno costruito le ferrovie del Missouri. Son tornati cinquantenni con le tasche piene e han preso mogli giovani, nate molti anni dopo la loro partenza». Enrico a camminare è avvezzo fin dalla culla. «La montagna dove son cresciuto, dove mamma ci portava a fare le prime escursioni, è la stessa che Francesco Guccini ha scelto come casa. Ho imparato a masticare dislivello perché mamma ci diceva: se volete la merenda, bambini, bisogna arrivare al rifugio! e noi dietro, senza paura. S’impara così ad andare». E sta tirando su le sue ragazze con lo stesso spirito con cui è diventato grande: «La prima notte in tenda, in quota, le più grandi l’han fatta che avevano neanche sei anni e ancora ne parlano come di una delle più belle esperienze della loro vita. Le ho portate sul Corno alle Scale, la montagna classica di noi bolognesi».
A far sul serio coi viaggi a piedi, però, Brizzi inizia in quel mitico 2004, con la Tirreno-Adriatico. Quella traversata ormai mitica, da cui scaturisce il romanzo Nessuno lo saprà, coincide con un turning point della vita dello scrittore. È l’autentico momento di svolta. A dieci anni esatti dall’inizio della sua avventura editoriale, per la prima volta, Enrico si ritrova a provare una sensazione mai sperimentata prima: «Stavo scrivendo una storia per Mondadori e non provavo nessuna emozione. Mi pareva di scrivere semplicemente perché dovevo ottemperare a un contratto. Era scioccante: è come accorgersi, di punto in bianco, che la donna con cui stai da una vita non prova più niente per te». La scrittura, che prima era piacere puro e autentico, è di colpo diventata fatica. È allora che Enrico decide di prendere una pausa dalla tastiera. Di staccare andando a fare qualcosa che ama da sempre: perdersi per le montagne con uno zaino in spalla. Dopo la Bologna-Cervia ci sono stati altri viaggi, sia con Giovanni che con altri ex compagni scout del Bologna 16. Ma è tempo di alzare l’asticella. E allora perché non realizzare quel sogno tante volte immaginato in classe, durante i giorni più noiosi, fissando la cartina d’Italia? Attraversare lo Stivale nel senso stretto, proprio come gli eroici ciclisti della Tirreno-Adriatica tante volte acclamati per le strade dell’infanzia. Ma a piedi.
Il viaggio dura quasi tre settimane e ad accompagnare Enrico ci sono suo fratello e altri amici, che fanno piccoli pezzi di strada con lui, alternandosi lungo il cammino. L’unica tappa prefissata è l’approdo a Perugia da un sodale bolognese trasferitosi colà. Ed Enrico ci sbarca quando è tempo, senza avvisare, seguendo la poesia dei passi. L’amico riparte con lui dopo una cena luculliana e insieme raggiungono l’Adriatico. Quel viaggio è seminale. Per la scrittura, per il ritrovamento della pace interiore e della nuova direzione da prendere. Quel viaggio non sarà l’ultimo. Soltanto il primo di moltissimi. L’asticella prende a volare, tanta è la fretta che ha d’essere alzata ancora, e ancora. Nel 2006 Brizzi parte da Canterbury alla volta di Roma, proprio come un pellegrino medievale, e il racconto di quell’avventura inestimabile diventa un reportage a puntate per L’Espresso. Due anni più tardi il sogno di proseguire il cammino, proprio come facevano i fratelli pellegrini del passato, diventa realtà, e i buoni cugini partono da Roma per raggiungere Gerusalemme. È uno di quei voli pindarici che, solo a pensarli, fanno battere il cuore e tremare i polsi. E di solito, quando racconti l’itinerario c’è sempre qualcuno che dice: «Sì, ma c’è l’acqua in mezzo». Enrico risponde sorridendo: «C’era anche nel 1200… e noi l’abbiamo attraversata come si faceva allora».
Da Roma a Brindisi a piedi: niente Via Appia che è troppo trafficata, ma dritti sui monti d’Abruzzo, poi Molise, Isernia, Benevento e giù fino al mare, in mezzo alla natura beatamente desolata. A Taranto c’è un amico che lavora per la Marina Militare, e per passione ha riarmato un relitto alla vecchia maniera: niente radio, niente tender, niente giubbotti di salvataggio. A questo punto dovrebbe comparire la scritta lampeggiante in sovrimpressione do not try this at home, ma per i buoni cugini quel legno è quello giusto. Peccato che il nocchiero, a pochi giorni dalla partenza, sia richiamato dalla Madre Patria ai propri doveri militari, e di colpo la nave si ritrova senza capitano. A quel punto sì che la storia prende un’autentica piega salgariana: Brizzi e i compadres girano ogni bettola del porto finché non s’imbattono in Nicola, un marinaio d’esperienza, con l’accento di Lino Banfi e il volto di Ernest Hemingway (C’hai presente la foto di Hem sui Meridiani Mondadori? Uguale!), folle a tal punto da imbarcarsi nell’avventura. È lui che li traghetta di là del mare stretto. È grazie a lui se i pellegrini approdano festanti a Gerusalemme dopo più di due mesi dalla partenza. Quel viaggio è una consacrazione. Enrico e soci decidono di organizzarsi e fondano la Società di Psicoatletica (che a oggi conta all’incirca ottanta membri) e immaginano e percorrono itinerari sempre più ambiziosi:
Nel 2010, anno del centocinquantenario dell’Unità Nazionale, viaggiano dalla Vetta d’Italia fino a Capo Passero, marciando letteralmente lo Stivale da Nord a Sud. Nel 2012 viene varato il nuovo circuito per camminatori denominato Gran Giro Psicoatletico d’Italia: i buoni cugini ne percorrono la prima tranche calpestando i sentieri del Giro delle Tre Venezie: da Venezia a Riva del Garda via Trieste e Trento. Nel 2014 ripartono da Limone sul Garda alla volta di Torino attraverso Lombardia, Canton Ticino, Piemonte e Valle d’Aosta. Nel 2016 è la volta del cammino tanto rimandato, quello di Santiago. Enrico decide di percorrerlo ancora una volta sulle orme dei pellegrini medievali e parte da Torino per approdare, dopo milioni di passi, a Finisterre. Da questa magnifica classica scaturisce un reportage in sedici puntate per il sito della Gazzetta e, soprattutto, il libro Il sogno del drago, entusiasmante volume inaugurale della collana di Ponte alle Grazie in collaborazione col CAI, magnificamente vergato in seconda persona. Il resto, come si suol dire, è storia.
Enrico e i buoni cugini non si sono fermati, e continuano a camminare con il ritmo costante di due viaggi all’anno. Uno in primavera e uno alla fine dell’estate. C’è chi, camminando, cambia vita: Maurizio Manfredi - per tutti, Manfro - decide viaggiando con Brizzi e soci che l’esistenza è troppo breve per negarsi la felicità. E molla un lavoro sicuro per realizzare il proprio sogno: diventare tatuatore. Oggi Manfro vive d’arte e inchiostro ed è, ça va sans dire, il tatuatore ufficiale degli Psicoatleti. Un bel po’ di quell’inchiostro decora il corpo snello e muscolare di Enrico: «Han fatto il conto le ragazze qualche giorno fa qui al mare. Ne ho quindici, pare. E, a parte i nomi delle mie figlie e un vecchio tributo d’onore alla mia squadra del cuore, son tutti ricordi dei nostri grandi viaggi».
Prima di congedarmi annoto le ultime imprese per sacrosanto dovere di cronaca: il Grand Tour del Vallo di Adriano, la risalita del Reno che sta per cominciare in Olanda, e lo splendido tracciato patrocinato dal Consorzio delle Residenze Reali Sabaude: un giro di 300 chilometri circa, delimitato a nord dal Castello di Aglié e a Sud da quello di Govone. Enrico e i buoni cugini lo hanno percorso in nove giorni, terminando la marcia nel cuore di Asti. La telefonata volge al termine: è durata un paio d’ore ma a me e Alberto sembra d’aver viaggiato per un milione di miglia. La stretta al cuore che proviamo sa d’invidia e di promesse d’avventura.
«Papà, quando sarò più grande andiamo anche noi, vero?» dice il mio bimbo.
«Dove, amore? Dove andiamo?» domando io.
«Dappertutto» risponde lui.
E davvero non c’è chiosa più bella. È questo l’effetto che fan le parole e il ricordo delle impronte lasciate da Enrico Brizzi sui sentieri di mezzo mondo: fan voglia di partire. Di non aspettare le ferie e neppure la primavera. Partire domani, anzi no. Partire e basta. Partire adesso.
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È in edicola la Outdoor Guide di Skialper
Sono 300 articoli sportivi, uno più, uno meno. Tutti messi a dura prova dai nostri testatori. Come ogni anno - per una volta non diciamo puntuale, visto che arriverà in edicola il 10 giugno invece dei primi di maggio - la Outdoor Guide di Skialper è la migliore compagna di trail runner, trekker e alpinisti. Come la Buyer’s Guide lo è nella versione invernale. Ed è proprio ispirandosi a uno dei prodotti che ha contribuito maggiormente a costruire la reputazione della nostra redazione tecnica che nel 2016 è nata la Outdoor Guide, sulle ceneri dello speciale Outdoor Running, che conteneva già i test delle scarpe da trail running. Trecento prodotti tra scarpe da trail, hiking e alpinismo, zaini per correre, camminare o scalare, bastoni, orologi GPS sportivi, GPS palmari, tende, materassini, sacchi a pelo, fornelletti. 256 pagine al costo di 9 euro piene di informazioni utili.
La scelta di uscire con un mese di ritardo è stata dettata dalla responsabilità. Abbiamo spostato di un mese la data di uscita per attendere la riapertura dei negozi fisici e non alimentare il desiderio di acquisto degli articoli sportivi solo sui marketplace online in un momento in cui non si poteva uscire a fare sport nel grande outdoor. Eravamo quasi pronti, anche se mai come quest’anno abbiamo fatto un grande sforzo per riuscire a completare test attendibili e meticolosi e le settimane in più ci hanno permesso di affinare le valutazioni e di rendere ancora più completa la Outdoor Guide, ampliando alcune sezioni. Come quella dedicata a tende, materassini, sacchi a pelo e fornelletti, che tornano di grande attualità nell’estate del distanziamento sociale.

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RUNNING - Il mondo delle corse in natura è stato diviso in tre categorie: trail, ultra trail e sky & vertical. In totale sono 73 scarpe, inclusi 8 modelli natural running, 28 zaini, 6 cinture, 12 bastoni.

HIKING - Il mondo delle escursioni è diviso in day hiking e multiday hiking, con indicazioni anche per i cammini storici. In totale sono 40 scarpe, 25 zaini e 11 bastoni.

MOUNTAIN - Abbiamo provato le scarpe per alpinismo classico estivo, fino ai 4.000 metri, sia quelle più tradizionali che quelle fast & light. In totale sono 17 proposte alle quali si aggiungono 11 scarpe da approach e 15 zaini.

GPS - Otto modelli tra smartwatch, sportwatch, palmari e comunicatori satellitari, dalla novità Suunto 7 all’Apple Watch Series 5, fino ai tradizionali Garmin eTrex o alla new entry GPSMAP 66i e allo Spot X Bluetooth. Un test dettagliato con gli apparecchi provati nel grande outdoor e abbonamenti al servizio satellitare attivati nel caso dei comunicatori.
BASE CAMP - Il distanziamento sociale ha reso quanto mai attuali tende & co. Noi ne abbiamo provate 12 da 1,2 e 3 posti perfette per il grande outdoor alpino, insieme a 5 materassini, 9 sacchi a pelo e 7 fornelletti.

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Oberalp lancia il manuale per gli acquisti responsabili
Comprare responsabilmente, leggendo con attenzione i cartellini della composizione dei prodotti, i luoghi dove sono fatti, ma anche affidandosi a marchi trasparenti, che permettono la rintracciabilità e forniscono informazioni su tutta la catena di lavorazione. E poi prendersi cura di quello che si acquista, lavandolo bene per non rovinarlo e per non sprecare energia perché la prima regola della sostenibilità è fare durare a lungo i prodotti. Infine comportarsi correttamente in montagna per non arrecare danno alla natura. Sono queste le tre aree di cui si occupa il Manuale Oberalp rivolto ai consumatori lanciato in questi giorni insieme al quarto rapporto di sostenibilità del gruppo che controlla i marchi Dynafit, Salewa, Wild Country, Evolv e Pomoca. Una piccola rivoluzione che mette al centro l’utilizzatore dell’abbigliamento e dell’attrezzatura outdoor e non solo l’azienda perché con il piccolo contributo quotidiano di tutti la battaglia per la salvaguardia dell’ambiente diventa più efficace.
Ecco invece i principali highlight ambientali dei marchi.
Pomoca: Pelli PFC-free per lo scialpinismo
Per garantire la sicurezza dei propri prodotti, nel 2018 il Gruppo ha pubblicato la versione aggiornata della Oberalp Chemical Policy un documento che indica le regole per l’utilizzo di sostanze chimiche nei prodotti e nei processi produttivi dei propri marchi che ogni produttore deve sottoscrivere e rispettare. L’obiettivo di Oberalp è controllare i prodotti in ogni fase del loro ciclo di vita, dalla materia prima, alla produzione fino al prodotto finito. Nel 2019 l’azienda ha svolto più di 4.000 test chimici sui propri prodotti, 31% in più rispetto al 2018, per garantire la massima sicurezza per il cliente e per l’ambiente. Per quanto riguarda l’eliminazione dei per fluorocarburi (PFC), tema scottante nel settore outdoor, il Gruppo sta continuando a lavorare e sta vedendo i primi risultati del suo grande impegno. Pomoca, leader nella produzione delle pelli per lo scialpinismo, già nel 2016 ha introdotto nel mercato la prima pelle priva di PFC. Oggi il pioniere del settore è fiero di annunciare che l’intera gamma di pelli Pomoca dal 2021 sarà priva di PFC.
Garanzia a vita per gli attacchi Dynafit
Ciascun marchio del Gruppo Oberalp è attivo su vari fronti per la protezione dell’ambiente e per la responsabilità sociale. Insieme a numerosi altri progetti, nel 2019 i marchi si sono concentrati sull’efficientamento del ciclo di vita dei loro prodotti, cercando di allungarne la vita e ridurne l’impatto. Dynafit, marchio leader nel trail running e nello scialpinismo, fortemente convinto della qualità dei propri prodotti, dal 1° novembre del 2019 ha deciso di offrire garanzia a vita su tutti gli attacchi dando così la possibilità al consumatore di usufruire del servizio di riparazione per l’intera vita del prodotto. Inoltre, anche i marchi Salewa, Dynafit, Evolv e Wild Country offrono servizi di riparazione e/o mettono a disposizione pezzi di ricambio sui loro siti e presso alcuni punti vendita per allungare la vita dei prodotti.
Plastica riciclata per l’imballaggio dei capi di abbigliamento
Altro tema molto importante e di grande rilevanza negli ultimi anni è quello dell’inquinamento della plastica. Il Gruppo Oberalp sta lavorando intensamente insieme ad altri 30 marchi del settore per trovare una soluzione per ridurre il proprio impatto ambientale legato al consumo di imballaggi di plastica. «I sacchetti protettivi di plastica ci permettono di tenere al riparo i nostri prodotti nel loro lungo viaggio dalla produzione, ai magazzini e fino alle case dei nostri clienti» spiega Christoph Engl. «Il nostro obiettivo è eliminare tutto ciò che possiamo e riciclare ciò che non possiamo eliminare. Questa sarà una delle sfide più grandi nei prossimi anni». A tal fine i marchi del Gruppo Oberalp, a partire dalla collezione inverno 2020, hanno sostituito i sacchetti di plastica vergine utilizzati per i capi d’abbigliamento con sacchetti di plastica riciclata.
Trasparenza per l’intera catena di fornitura Salewa
La ONG Fair Wear Foundation (FWF) ha riconosciuto ai marchi Salewa, Dynafit e Wild Country lo status leader per il terzo anno consecutivo, premiando il lavoro eccezionale nel monitoraggio e nel miglioramento delle condizioni di lavoro nelle fabbriche in tutto il mondo. «Siamo molto fieri di questo risultato e ci impegniamo a mantenere alto questo standard e migliorare ancora di più» spiega Ruth Oberrauch. Proprio a questo riguardo e nell’ottica di una comunicazione sempre più aperta, il marchio Salewa ha recentemente lanciato una piattaforma sulla quale rende completamente trasparente la sua catena di fornitura, pubblicando informazioni sulla sua produzione in tutto il mondo
Patagonia, finisce l'era Marcario
Quando nel 2008 Rose Marcario varcò la porta dell’headquarter di Ventura, in California, per assumere il ruolo di CFO di Patagonia, nessuno poteva immaginare che avrebbe lasciato un segno così indelebile nella storia del marchio di abbigliamento tanto da avvicinarsi a quello del suo carismatico fondatore, Yvon Chouinard. Patagonia ha ufficialmente annunciato che Marcario, fino a qualche giorno fa presidente e CEO del brand, ruolo che ricopriva da sei anni, da oggi, 12 giugno, lascia ogni carica. Secondo quanto riportato da Fast Company, che ha dato la notizia in esclusiva il 10 giugno, Marcario aveva comunicato all’azienda la sua decisione di lasciare a fine anno, ma la necessità di riorganizzare il business in seguito all’emergenza Covid-19 ha reso più urgente un cambio al vertice, in modo che il nuovo modello di sviluppo venga pensato fin dall’inizio dal nuovo team dirigenziale. Team dirigenziale che però non c’è ancora e la fase di transizione verrà per ora guidata dal COO Doug Freeman in attesa che Chouinard trovi una persona degna di raccogliere l’eredità di Marcario.
Marcario lascia Patagonia nel momento di più grande prosperità nella sua storia lunga 47 anni e da quando ha messo piede in azienda il giro d’affari è quadruplicato, superando il miliardo di dollari. Il ruolo della manager in questa storia di successo è di primo piano e, al suo arrivo, a un’immagine aziendale forte non corrispondeva un’organizzazione altrettanto importante. L'immagine pubblica di Marcario, dapprima dietro le quinte, è rapidamente cresciuta, soprattutto nell’era Trump, fino ad arrivare a creare un’alchimia con quella di Chouinard difficilmente rinnovabile. Patagonia si è sempre più trasformata in uno strumento di cambio, con visioni e campagne dal forte impatto politico e apparentemente in contrasto con il modello di business dominante nel mondo dell’outdoor e della moda, fino ad arrivare ad appoggiare apertamente alcuni candidati nelle elezioni midterm del 2018 in Nevada. In questi anni sono stati prodotti film a sostegno delle cause ambientali, destinati 10 milioni di dollari risparmiati grazie alla politica fiscale dell’amministrazione Trump a iniziative di tutela dell’ambiente. Sono arrivati anche un fondo di venture-capital interno per finanziare start-up sostenibili e Patagonia Action Works, un digital hub per mettere in contatto attivisti e organizzazioni ambientali.
Nella fase pubblica degli ultimi anni anche il coming out nella comunità LGBT che l’ha fatta salire al primo posto dell’indice Queer 50 di Fast Company che raggruppa le personalità più influenti della comunità LGBT nel mondo del business e del tech. In una dichiarazione rilasciata proprio a Fast Company c’è la sua filosofia del business: «Non è tempo di essere riservati, di essere complici, di stare zitti. Stiamo vivendo in un momento in cui è così importante per le aziende guidare questa nuova economia, questa nuova visione, questo futuro ambizioso degli affari come forza per il bene. Perché quello che abbiamo visto negli ultimi 25 anni è stato il business come forza del male». Un’eredità pesante, una nuova sfida per un marchio che ha fatto parlare di sé ben oltre il perimetro dell’industria outdoor. Ma la linea del futuro l’ha già tracciata la stessa Marcario, lasciando un’azienda in salute e con valori ben definiti al suo successore. Chiunque sarà.
Michele Graglia, oltre le ultra
La storia dell’ultra running risale ai tempi dell’antica Grecia, ma solo nell’ultimo decennio correre sulle lunghe distanze è diventato un argomento di discussione comune, permettendo a chiunque, purché abbastanza coraggioso di sperimentare la sensazione indescrivibile di spingere il proprio limite, di esplorare le proprie potenzialità. Andare oltre 42,195 chilometri e diventare ultrarunner non è un’impresa facile, richiede indubbiamente un’enorme quantità di desiderio e impegno. E forse anche un pizzico di follia. Si dice spesso che l’ultra è mentale al 90% e l’altro 10% è nella tua testa. Questo per sottolineare quanto sia importante il coinvolgimento personale, la propria forza trainante e la motivazione per superare i mille alti e bassi che si incontrano in distanze così ampie. Il corpo può portarti lontano, ma quando arriva il momento, quando ogni muscolo del corpo ti chiede di fermarti, è solo la tua capacità di recupero e ciò che ti motiva ad andare avanti che può aiutarti a raggiungere quel traguardo.
Sviluppare una solida routine di allenamento e seguire uno stile di vita sano è ovviamente fondamentale, ma possono esserci diversi approcci all’allenamento, specialmente se pensiamo in termini di tecnicità, distanza, quota, temperature estreme. Visto che il corpo può portarti solo fino a un certo punto, secondo me, se esiste una ricetta per il successo per arrivare in fondo, la si trova in qualità non fisiche. Bisogna allenare la pazienza, il rispetto e la gratitudine: la corsa ultra richiede tempo e perseveranza. Dobbiamo sviluppare un senso di gioia verso l’idea di passare un’intera mattinata o addirittura un giorno a correre nella natura, spesso soli con i nostri pensieri, e naturalmente anche con i calzini sporchi. Non dovremmo mai avere fretta, ma goderci semplicemente il viaggio. Il successo sulle lunghe distanze nasce anche da un senso di rispetto per la natura, una sorta di consapevolezza esistenziale verso la madre terra e la profonda connessione che sviluppiamo entrando in contatto con la sua pura semplicità. È una cultura dell’umiltà, insieme al rispetto per i grandi spazi aperti.
La capacità di tollerare esperienze spiacevoli e di soffrire durante una corsa ha molto più a che fare con la testa che con il corpo. È proprio come la meditazione. Solo esplorando le nostre menti scopriamo che siamo senza limiti e che la percezione del dolore è tutta relativa. C’è un detto buddista che sembra perfetto: Il dolore è inevitabile, ma la sofferenza è facoltativa. Ricordiamo a noi stessi perché stiamo facendo quello sforzo e niente ci impedirà di raggiungere il nostro obiettivo. È importante sviluppare la pianificazione strategica. Qui entrano in gioco una grande quantità di tentativi ed errori, ma con il tempo capirai cosa funziona per te e cosa no. Una volta che abbiamo scoperto e messo a fuoco i bisogni, tutto ciò di cui abbiamo veramente bisogno è pianificare in anticipo, praticare. Capire gli aspetti logistici di questo sport, in particolare rifornimento, idratazione e equipaggiamento.
Per sviluppare l’abilità di pianificare non c’è un’alternativa all’esperienza. La pratica rende perfetti, quindi bisogna continuare a provare. Poi trovare i migliori stimoli: abbiamo tutti diverse ragioni per cui partecipiamo a una gara ultra, ma c’è un tratto che li accomuna, la motivazione, forse l’aspetto più importante. Bisogna scavare nel proprio io alla ricerca di quell’unica ragione per cui si è disposti ad alzarsi ogni giorno prima dell’alba per spingere un po’ più in là i propri limiti. Capire che cosa ci fa correre cento chilometri, quando tutto dentro di noi fa male e sembra non esserci più forza per andare avanti, che cosa ci fa mettere un piede davanti all’altro finché non raggiungiamo il nostro obiettivo. Trovare quella ragione che, quando il gioco si fa duro, ci prenderà per mano, anche solo per un momento, ci permetterà di sfruttare il nostro infinito potenziale, connettendoci con la parte più profonda di noi stessi e sperimentare la vera felicità.
Michele Graglia
MICHELE IN PILLOLE
I tre personaggi che mi hanno ispirato a spingermi oltre nella corsa sono Dean Karnazes, Anton Krupicka e Marco Olmo. Leggere il libro di Karnazes mi ha aperto le porte a una ragione di vita perché per me l’ultrarunning non è uno sport ma uno stile esistenziale. L’idea di ritrovarsi ad attraversare spazi estremi sulle proprie gambe in modo primordiale è stata come un colpo di fulmine, ma non sapevo come iniziare. Mi piace l’ultra come concetto di spingersi oltre, che sia sulla strada, deserti o in alta montagna, non amo chiudermi in una gabbia.
Sono istruttore di yoga e lo yoga ha rivoluzionato la mia vita e soprattutto la percezione del tempo e dello spazio. Mi ha insegnato a vivere nel momento, ad assaporare l’ora, a dare il meglio di me stesso in quell’istante. Così ti distacchi dalle distrazioni, non hai aspettative e stress. Un concetto che applicato alla corsa mi aiuta a dare tutto me stesso in quel frangente e la somma di ogni minuto ti porta all’arrivo. Senza pensare a quello che sarà ed è stato.
Di solito faccio due ore di corsa prima di colazione, che spesso è presto, alle 7. Ho un’alimentazione quasi vegana. Ogni tanto mangio uova, prima delle gare importanti salmone, sono goloso di sushi. A fine mese mi gratifico con il gelato. È stato un percorso graduale, ho provato su me stesso quello che funzionava e che non funzionava. Mi sono avvicinato a uno stile di nutrizione low carb, hi fat (pochi carboidrati, tanti grassi) con tanti oli, di oliva e cocco, per esempio, frutta secca, avocado, ogni tanto quinoa, verdure, insalate a foglia scura, tanti spinaci, rucola, songino. L’unico carboidrato sono le patate dolci americane. Fuori stagione qualche pizza me la concedo però. Mi sono accorto che togliendo la carne mi sentivo più leggero.
Programmo la stagione al contrario: guardo all’obiettivo principale, di solito a fine estate o in autunno, e costruisco il resto di conseguenza. Il caldo a livello fisico ti distrugge di più del freddo, non puoi combatterlo, puoi solo cercare di limitarne gli effetti e hai bisogno dell’aiuto di un’equipe. Alla Badwater fai fuori anche 38-40 litri di acqua in 24 ore. Il freddo è meno invasivo, basta coprirsi. Ma è più pericoloso, se hai un minimo problema e non riesci a infilarti la giacca sei fregato. Però il caldo a livello atletico è stressante, devi bere una goccia d’acqua anche ogni minuto, se c’è vento secco ti disidrati senza sudare.
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ATK Race si fonde con Gimec
ATK Race si fonde per incorporazione con GIMEC, altra società controllata dalla famiglia Indulti, alla guida di ATK, che così unisce le forze e cambia ragione sociale in ATK Sports srl. L'operazione è stata formalizzata nel mese di aprile, in pieno lockdown. A seguire il comunicato ufficiale dell'azienda.
Con la presente siamo lieti di annunciare che le società ATK RACE srl e GIMEC srl, già controllate dalla Famiglia Indulti, sono state formalmente riunite sotto il nome di ATK SPORTS S.R.L.
Questa operazione palesa gli obbiettivi di forte espansione che ci siamo posti e crea
le condizioni per un progetto di leadership internazionale nello Sviluppo, Ingegnerizzazione e Produzione di prodotti finiti, componenti e sistemi per il mondo dello Sport,
in particolare il segmento Outdoor.
Le ottimizzazioni tecniche, industriali e commerciali già avviate da entrambe le realtà verranno condivise, per raggiungere la massima efficienza e assicurare performance d’eccellenza, con l’obiettivo di proporci ai nostri partner con un’offerta ancora più completa.
Nel breve termine, “ATK BINDINGS” sarà il marchio principale controllato da ATK SPORTS, ma è destinato a non rimanere solo.
La sfida Universale che stiamo affrontando in queste settimane dimostra, ancora una volta, come collaborare sia la chiave per costruire un futuro migliore.
ATK SPORTS.
Solida come ieri, Flessibile come oggi, Presente come sempre.
Giovanni Rovedatti: dieci, cento, mille curve
Giovanni, valtellinese di Morbegno, è di poche parole. Apprezzo molto chi riesce a esserlo: parlare meno è spesso un valore aggiunto non indifferente. Negli ultimi anni ci è capitato di scambiarci qualche impressione su alcune gite orobiche. Lavora in fabbrica alla Galbusera e per scrivere questo articolo ci siamo dovuti sentire verso l’ora di cena visto che aveva il turno di notte. Quando non conosco direttamente una persona le chiedo di raccontarsi un po’. «Son trentacinque anni che scio sulle montagne di queste zone. Si, è vero, ormai i posti nuovi qui in Valtellina, specie nelle Orobie, sono pochi, ma ci sono ancora. Ad esempio in Val Madre, vicino alla Val Tartano. Ho fatto anche tutti i quattromila delle Alpi, quelli che potevo con gli sci. Però ora sarebbe meglio che nevicasse: sto facendo delle gite che di solito si fanno più avanti approfittando del fatto che in basso le strade sono pulite come in tarda primavera. Ultimamente mi sono mosso in Val Bodengo».
A Giovanni però una domanda dovevo farla, stante il fatto che è forse uno di quegli sciatori che vantano le serpentine più perfette che ci siano in giro. Perché sempre curve corte? Non ti diverti anche a mollarli?. (Ride, ndr) «No, no, mi piace fare serpentina, mi piace fare più curve possibili, forse sono ancora alla moda veja, ma altrimenti dentro di me sento di non valorizzare abbastanza il pendio se facessi solo tre o quattro curve. Lo stesso per l’altra mia passione, la fotografia e i paesaggi. Sono tra i pochi che si ostina a scarrozzarsi dietro la reflex al posto di una compatta o di un telefonino». Ma è quando gli faccio la domanda più banale e allo stesso tempo difficile per un appassionato come lui che mi rendo conto di quanto sia innamorato di andarsene in giro per le sue montagne: perché ti piace sciare?
«Mi piace fare scialpinismo. Mi piace da matti. Poi per carità, a volte vado anche in pista piuttosto che stare a casa. Ma la cosa che davvero amo è arrivare in cima, guardarsi intorno. Non so spiegarlo, è più bello, è quella roba lì». Lo capisco, perché altrimenti non farebbe centomila metri di dislivello all’anno…
Questo ritratto è stato pubblicato all’interno dell’articolo Sei personaggi sotto traccia su Skialper 128 di febbraio 2020. Info qui.

Le mappe di calore Suunto per mantenere la distanza di sicurezza
Può uno strumento pensato per la socialità contribuire al distanziamento sociale? Sì e così la tecnologia Suunto Heatmaps del costruttore finlandese di sportwatch può rappresentare uno strumento efficace non solo per conoscere i runner che stanno correndo nella propria zona, ma anche per la gestione del social distancing. Uno strumento utile non solo per chi ha un orologio Suunto. Chiunque, infatti, sul proprio smartphone può utilizzare le mappe di calore heatmaps attraverso l’app Suunto Wear, indipendentemente dalla presenza di Suunto 7, l’ultimo arrivato, al polso. Viceversa, i possessori dello smartwatch Suunto 7 possono visualizzare le heatmaps anche senza avere con sé lo smartphone. Suunto Heatmaps sono di rapida lettura e d’immediata comprensione, infatti, grazie agli esclusivi effetti grafici, sono messi in evidenza i percorsi con afflusso maggiore: l’intensità del colore evidenzia come certe zone piuttosto che altre siano state scelte in generale dal pubblico per svolgere attività sportiva. In sostanza, dove le “tracce” sono a intensità ridotta significa che tendenzialmente l’afflusso delle persone è stato minore, di conseguenza sarà più facile durante gli allenamenti mantenere la distanza di sicurezza, per se stessi e per gli altri che durante la corsa, come hanno dimostrato diversi studi, è superiore al generico metro di distanza perché i droplet si diffondo più lontano.
L'app Suunto Wear include mappe di calore per questi sport: corsa, trail running, ciclismo, mountain bike, tutti i percorsi, tutte le camminate, alpinismo, nuoto, surf e attività in spiaggia, tutto il paddling, sci nordico, sci alpino, sci alpinismo, skiroll, pattinaggio, golf.
Suunto 7 è l’ultimi sportwatch del marchio finlandese, in realtà classificabile a metà strada tra sportwatch e smartwatch perché include la maggior parte delle funzionalità Suunto, ma funziona con il sistema operativo Wear OS by Google e sfrutta, per esempio, le ottime mappe disponibili anche offline. Costa 479 € ed è disponibule nei colori Black Lime, Sandstone Rosegold, All Black, Graphite Copper, White Burgundy. Suunto 7 è stato testato dalla redazione tecnica di Skialper insieme ad altri sportwacth e GPS palmari all’interno della Outdoor Guide, in edicola a partire dal 10 giugno.

A fine ottobre le Azzorre ospiteranno il Golden Trail World Champ
La stagione agonistica del trail running è stata spazzata via dalla pandemia e anche gare simbolo come l'UTMB hanno alzato bandiera bianca, cancellando l'evento. Non si arrende invece l'organizzazione delle Golden Trail Series, marchiata Salomon ma di fatto diventata il circuito di riferimento del mondo trail, con l'adesione di molti top anche fuori dal parco atleti della casa di Annecy. Vista l'impossibilità di dare seguito a un tour su scala mondiale e l'annullamento degli eventi infatti si è pensato a un Golden Trail World Champ da disputare in un'unica data alle Azzorre, sempre che l'emergenza lo consenta.
L'appuntamento è dal 29 ottobre al primo novembre sulle isole di Pico e Faial, all'Azores Trail Run. So correranno quattro tappe, la prima di 26 km con 1,069 m D+, la seconda di 32 km con 1.343 m D+, la terza di 32 km con 2,363 m D+ e la quarta di 36 km con 1,453 m D+. I vincitori saranno l'uomo e la donna con un tempo cumulato minore. Ma ci saranno anche premi per le migliore performance in salita, discesa, nello sprint e premi giornalieri dello stesso tipo e per i vincitori di tappa. Il montepremi totale sarà di 100.000 euro e a giugno saranno rese note le modalità per ottenere i Golden Tickets che danno diritto a volo e ospitalità gratuite. Naturalmente saranno invitati di diritto i top ten del circuito 2019.
In montagna in sicurezza: i consigli del Soccorso Alpino ai tempi del Covid-19
Il numero di interventi di soccorso registrato dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico lo conferma: appena allentate le misure del lockdown la montagna è tornata quasi immediatamente al livello di frequentazione pre-pandemia. La voglia di natura, ma probabilmente anche di raggiungere luoghi frequentati sono probabilmente alla radice di questi numeri. Se la pandemia è un'occasione importante per fare conoscere la montagna anche a chi magari prima non la frequentava così assiduamente, in tempi di emergenza sanitaria è ancora più importante rispettare le regole di sicurezza. Ecco perché Il CNSAS ha realizzato una serie di brevi video con alcuni consigli basilari per la sicurezza e per il rispetto delle norme di distanziamento. I primi due riguardano le escursioni e le ferrate, ma ne seguiranno altri su quota, speleologia e torrentismo.
In evidenza in questa notizia puoi vedere il video sull'escursionismo, mentre qui quello sulle ferrate.
Tutti in montagna, ma in sicurezza!
Dynafit, nel 2021 arriva la collezione DNA per il trail running
La lotta contro il tempo fa parte del DNA di Dynafit e i prodotti da gara sono parte imprescindibile di quella che è la filosofia del brand. A partire dall’estate 2021 il marchio dedicherà particolari attenzioni al settore delle competizioni di trail running lanciando sul mercato la prima collezione estiva Dynafit DNA. Una linea di prodotti da gara ultraleggeri, tecnici, ridotti all’essenziale e altamente funzionali che rispecchiano i valori del brand. La collezione è composta da undici prodotti, da uomo e donna, che comprendono scarpe, abbigliamento e attrezzatura.
SCARPA DYNAFIT ALPINE DNA: LEGGERA E IDEALE PER LE DISTANZE MEDIO-LUNGHE
È il fiore all’occhiello della nuova collezione DNA. Leggera, con un peso di soli 240 grammi (200 grammi nella versione da donna), è stata creata appositamente per i trail veloci e tecnici, ed è ideale per le gare su distanze medio-lunghe. Una calzatura che ha mantenuto i punti di forza e i pregi della Alpine Pro, la bestseller da cui prende spunto. In questo nuovo modello gli sviluppatori hanno mantenuto quanto già comprovato e, basandosi sulle esperienze raccolte negli ultimi anni, hanno apportato miglioramenti alle caratteristiche tecniche, così da rendere la scarpa molto più leggera e performante rispetto alla precedente. La Alpine DNA ha una calzata più aderente e ancora più precisa grazie al nuovo plantare e al DNA Volume Reducers che consentono alla scarpa di diventare ancora più reattiva e sfruttare al meglio la potenza delle gambe. Il drop dinamico è di 6 millimetri. La costruzione Alpine Rocker consente una rullata fluida e armonica dal tallone alla punta delle dita, diminuendo la necessità di energia richiesta. La tomaia in mesh è molto leggera e traspirante. Il sistema di allacciatura tradizionale, insieme alla particolare costruzione della linguetta, consente alla scarpa di adattarsi perfettamente al piede. I lacci, inoltre, sono coperti da una fascetta elastica così da evitare che possano impigliarsi. Il battistrada Vibram Megagrip promette una presa ottimale sui suoli alpini, sia sul bagnato che sull’asciutto. La costruzione intelligente dei tasselli consente un passo veloce e una trazione eccellente, anche sui terreni più impegnativi.
Taglie: 6 – 12,13 UK (uomo) / 3 – 9 UK (donna)
Peso: 240 g (uomo) / 200 g (donna)
Drop: 6 mm
Prezzo consigliato: 165 euro

GIACCA A VENTO DYNAFIT DNA, ULTRALEGGERA E ANTIVENTO
Per tagliare l’aria anche quando il gioco si fa duro. È la giacca ultraleggera e antivento Dynafit DNA che offre la massima protezione a fronte di un peso minimo di 112 grammi. Il materiale funzionale senza PFC è antivento e idrorepellente ma anche molto traspirante. Le perforazioni laser poste sotto le braccia e sulla schiena assicurano un’ottimale circolazione dell’aria e la regolazione della temperatura corporea, anche durante le salite più impegnative. Il taglio atletico e aderente e il materiale elastico garantiscono una vestibilità ottimale e la massima libertà di movimento. La giacca può essere indossata e tolta nel minor tempo possibile grazie alla zip frontale posta su tutta la lunghezza. Gli inserti riflettenti migliorarono la visibilità in caso di maltempo o di uscite serali. Grazie all’ingombro ridotto, la giacca a vento DNA può essere portata con sé durante ogni gara.
Taglie: S – XXL (uomo) / XS – XL (donna)
Peso: 112 g (uomo) / 90 g (donna)
Prezzo consigliato: 130 euro

PANTALONCINO SPLIT 2IN1 DYNAFIT DNA: PERFORMANCE E COMFORT
Ideale nelle gare più impegnative, il pantaloncino split 2in1 DNA di Dynafit pesa solo 115 grammi (90 grammi nella versione femminile) e saprà conquistare tutti grazie alla funzionalità e alla costruzione intelligente 2in1. Il tight integrato è elastico, così da garantire la massima libertà di movimento su ogni tipo di terreno. Il tessuto morbido e senza PFC trasporta velocemente l’umidità lontano dal corpo, è molto gradevole sulla pelle e riduce efficacemente gli attriti, un fattore decisivo per arrivare a destinazione senza soffrire, soprattutto nelle lunghe distanze. Sia il tight interno aderente che il più ampio pantaloncino esterno sono perforati per consentire un’ottima circolazione dell‘aria. Il girovita elastico, regolabile in larghezza, offre una vestibilità aderente ma molto confortevole. Nella parte posteriore ci sono diverse taschine ove poter per riporre flask, gel o barrette da tenere sempre a portata di mano in caso di necessità.
Taglie: S – XXL (uomo) / XS – XL (donna)
Peso: 115 g (uomo) / 90 g (donna)
Prezzo consigliato: 90 euro

Paul Bonhomme, lo sci ripido come esplorazione
Dieci maggio 2018. La luce in fondo al tunnel è quella che ci coglie al termine del traforo del Frejus. Piove a dirotto sul lato francese, il che ci fa buttare un occhio alla temperatura riportata nel cruscotto della macchina: «Bene! Questa in alto attacca…». In primavera inoltrata, durante i giorni di pioggia, spesso il pensiero dei malati di sci va infatti alla neve che, con zeri termici abbastanza elevati, riesce a incollarsi sulle pareti tipicamente glaciali e rocciose. Oggi dopotutto stiamo andando a intervistare un personaggio che, senza temere di sbagliarci di molto, starà pensando esattamente la stessa cosa guardando tutta questa acqua che cade dal cielo sopra Annecy.
Come tutte le volte che capita di andare a conoscere davvero qualcuno di cui hai sentito parlare in maniera indiretta o attraverso i canali social, spesso ti immagini il primo istante in cui te lo troverai di fronte. Nessuna ansia particolare, per carità, solo un gioco che cerca di anticipare il tempo. Arriviamo ad Annecy nel luogo in cui ci siamo dati appuntamento probabilmente imboccando una corsia riservata ai bus; piove a manetta e questo non aiuta a interpretare le indicazioni di una circolazione urbana non esattamente ben studiata. Per farci riconoscere molliamo l’auto sul marciapiede di fronte al negozio di articoli sportivi dell’appuntamento: siamo gli inviati di una testa di sci italiana dopotutto, ed è più pratico che scrivere su Facebook un messaggio a Paul.
Dall’altra parte della strada un uomo non troppo alto e minuto, piumino rosso e cappellino con la visiera, ci si fa incontro. È lui! È Paul, quello che vuole concatenare in giornata con partenza da Chamonix le quattro pareti dell’Aiguille Verte: sci de pente raidee alpinismo, per un viaggio di oltre 4.000 metri. Roba da atleti e mega allenamento, pensiamo. «Salut, je suis Paul!». Paul lascia uscire una boccata di fumo sotto la pioggia: sta fumando una sigaretta. Lo seguiamo in un caffè del centro non distante dalle rive del lago di Annecy, è mattina, non c’è quasi nessuno e possiamo stare tranquilli e chiacchierare. La skilometratada Torino per venire fino a incontrare questa Guida francese ha una ragione ben precisa.
Sconosciuto forse ai meno attenti, Paul Bonhomme, classe 1975, è un alpinista a tutto tondo e sta portando avanti una sua particolare idea di sci. Si è allenato tutto l’inverno sui pendii più difficili degli Aravis, seguendo le orme di Pierre Tardivel per un grande e personalissimo obiettivo: percorre a piedi in salita e in sci i quattro versanti di una delle montagne simbolo dell’alpinismo nel massiccio del Monte Bianco, l’Aiguille Verte. Proprio quella cima marcata indelebilmente da una delle più celebri imprese della storia dell’alpinismo ad opera di Gaston Rebuffat. «Avant la Verte on est alpiniste, à la Verte on devient montagnard» giusto per capirci. L’ambizioso progetto 4Faces* prevede la partenza da Argentière, la salita in cima alla Verte per il Couloir Couturier, la discesa sul versante sud-orientale della montagna per il canalone Whymper, la risalita per il Couloir à Y e la discesa della parete più austera e difficile: il Nant Blanc. Il tutto in giornata. Ecco perché i chilometri per venire a conoscere Paul li abbiamo fatti più che volentieri!

Chi è Paul Bonhomme? Cosa fa? Presentati ai nostri lettori.
«Allora, sono una Guida di alta Montagna, nato in Belgio ma con origini Olandesi, un bel mix! Con la mia famiglia ho vissuto fino a 18 anni a Parigi per poi trascorrere circa dieci anni con mio fratello Nicolas nel Briançonnais. Ho iniziato con l’arrampicata a tredici anni, gareggiando anche nel campionato nazionale. Gli sci li ho messi a due anni, ma non ho mai preso lezioni fin verso i 19, quando ho deciso di diventare maestro. Così mi sono avvicinato alla montagna, mi ritengo un appassionato prima di tutto. I primi compagni sono stati mio fratello Nicolas e il nostro migliore amico, Jean Noel Urban, due sciatori e alpinisti. Purtroppo Nicolas ha perso la vita sui pendii del Gasherbrum 6 nel 1998, mentre Jean Noel mentre era con gli sci sul Gasherbrum 1 nel 2008. Ecco perché il 2018 per me ha un significato particolare. Dopo la morte di mio fratello, nel 2000, ho deciso di diventare Guida alpina e ho di nuovo contattato Jean Noel, che era un po’ restio a venire in montagna e a sciare con me per quanto era successo a Nico. Insieme avevano sciato nel 1996 la Wickersham Wall sulla parete nord del McKinley: un versante pazzesco. Ho poi iniziato a sciare sul ripido. Non una passione totalizzante, mi piace fare diverse cose in montagna e variare».
Sciatore, alpinista, un appassionato a tutto tondo…
«Sì, assolutamente. Ad esempio ho fatto anche traversate come l’Annecy - Chamonix in meno di due giorni con alcuni compagni, però non mi piace pensare alla montagna solo come a uno sport. Anzi, non è uno sport, ma è esperienza, sperimentazione, è vita! C’è una grossa differenza rispetto alla performance pura».
Sei stato anche in Himalaya, vero?
«Ben nove volte. Quattro per dei trekking con i clienti. Nel 2005 con Jean Noel Urban e Nicolas Brun per provare a sciare il Cho-Oyu (8.201 m, sciato dal solo Jean Noel) e lo Shishapangma (8.027 m) per la parete Sud-Ovest. Nel 2007 sono stato sul Dhaulagiri. Come ti dicevo a Jean Noel non piaceva molto sciare con me per via dell’incidente di mio fratello. Su quel tipo di terreno ho iniziato a sciare con Nicolas Brun. E poi da quando non sono più vice-presidente del SNGM (Syndicat National des Guides de Montagne) per sciare ho più tempo!».
L’anno scorso il Couturier in giornata, poi grandi allenamenti di fondo, quindi gli itinerari più difficili degli Aravis… qui si fa sul serio.
«Devo dire che non mi alleno in modo specifico. Solo per questo progetto 4Faces, nelle giornate in cui tornavo in rifugio con i clienti, mi è capitato poi di rimettere le pelli e salire ancora e scendere per conto mio. Ma solo per il progetto! Ti basti pensare che fumo. L’anno scorso, durante il concatenamento con gli sci tra Annecy e Cham, mi sono sentito bene su terreno ripido e così ho iniziato a immaginare questo progetto. Ho partecipato all’UTLO (Ultra Trail Lago d’Orta) e mi sono allenato per quello, da novembre a gennaio ho avuto più tempo e ho curato forse un po’ di più questo aspetto. Poi ho iniziato la mia stagione normale con i clienti».
Hai altri progetti per il futuro?
«Non so, ho molti altri progetti, ma non ho niente da dimostrare agli altri. Ho una mia idea un po’ pazza, un viaggio con gli sci, ma su terreno ripido: è il mio concetto di evoluzione di questa disciplina. Il gioco consiste nell’essere sufficientemente preparato per salire, ma il vero obiettivo è essere ancora abbastanza concentrati per discese di quel tipo. Questo è il vero goal che mi sono preposto! È solo sci in fondo, ma dove la componente alpinistica diventa sempre più importante. Come scalare su terreno d’avventura. Poi per me lo sci estremo è in solitaria».
Cosa cerchi in una linea ripida, ti interessa più aprire o ripetere?
«Devo ammettere che non ho preferenze. Nel ripetere mi piace pensare a chi ha aperto e scovato quella determinata linea. Un modo per rendere omaggio al primo. Per esempio durante la mia recente ripetizione del Couloir Lagarde sulle Droites ho ripensato ad Arnaud Boudet nel 1995 e alla storia degli altri sciatori che ci sono passati. Vogliamo parlare di quando si è sulle discese di Pierre Tardivel?».
La mentalità è davvero cambiata oggi?
«Sì, a partire dai materiali, basti pensare all’avvento e alla diffusione della tecnologia low-tech degli attacchi e agli sci fat. Insomma, una serie di contributi derivanti sia dallo skialp classico che dal freeride. E poi circolano più informazioni sulle condizioni delle discese. È un insieme di fattori. Generalmente però per emergere nelle diverse discipline alpinistiche occorre essere più settoriali, mentre nello ski de pente è importante essere il più completi possibili, non solo buoni sciatori. Che per me vuol dire essere uno sciatore buono in tutte le condizioni che puoi incontrare. Quindi non solo tecnicamente. Alcuni dicono persino che Jean Marc Boivin non sciasse in modo eccelso, eppure… Sulla tecnica mi concentro molto quando sono su terreno ripido ed esposto, quando devo curvare».
Ti ispiri a qualcuno?
«È la storia stessa dell’alpinismo che mi affascina, per esempio personaggi come Berhault. In fondo questo mio progetto 4Faces è proprio un viaggio in montagna».
Credi di poter ispirare qualcuno?
«Innanzitutto penso che sia fondamentale dire la verità quando racconti le tue esperienze. Mi piace molto poter condividere ciò che faccio, ma trovo importante spiegare bene tutto, per esempio gli aspetti tecnici, in modo che chi legge capisca bene le difficoltà e la mia impresa non diventi un incentivo a cimentarsi su certe pareti sottovalutandole. Come dicevo all’inizio, non è uno sport questo tipo di sci. Se uno ti chiede quando andare su determinati pendii, vuol dire che non è pronto perché non ha l’esperienza necessaria per valutare lui stesso quando trovare il giusto momento».
Da una parte Kilian, da una Jérémie Heitz e poi gente semi-pro che scia tutto, tutti i giorni e in qualsiasi condizione, come si vede dopo ogni nevicata su discese come la Mallory: tu dove ti collochi in questo universo?
«In mezzo, almeno così penso!». (ride)
Domanda classica, che materiali usi?
«Sci White Doctor LT10, 98 mm al ponte, 175 cm per circa 3,4 kg al paio. Sono prodotti da Eric Bobrowicz a Serre Chevalier. Non propriamente leggeri, cercavo uno sci robusto, in modo da non doverlo cambiare ogni anno! Un attrezzo polivalente che uso durante tutta la stagione con i clienti. Poi attacchi low-tech e scarponi Scarpa F1».
In conclusione, il sogno nel cassetto?
«Mah, molti in realtà: tornare a sciare sul Pumori prima di tutto. Ci avevo già provato nel 2011 e 2016, ma ero troppo stanco, quarantacinque minuti per calzare gli sci sull’enorme pendio finale per poi rendermi conto che con quella neve durissima non avrei potuto fare una curva e tenerla. Sarei morto. Ho fatto un traverso di cento metri e poi altri quaranta minuti per togliere gli sci e rimettere i ramponi: ero esausto. Mi piacerebbe riprendere con le spedizioni in quota, ma ho superato i cinquanta, ho quattro figli e devo pensare a loro. Il sogno sarebbe sciare il Couloir Hornbein all’Everest dopo averlo risalito. Lo ritengo fondamentale per capirne tutte le insidie. E poi il Laila Peak magari, una montagna dalle forme bellissime. Qui sulle Alpi? L’evoluzione passerà secondo me per pareti con tratti di misto che potranno essere percorse magari in condizioni di neve difficile, o non propriamente bella, perché solo in quel momento ricopre certi passaggi. Qualche idea futura? Preferirei non…».
* Il 18 maggio 2018 (poco prima di scrivere questo articolo) Paul ha fatto un primo tentativo per realizzare il progetto 4Faces: partito poco prima delle 23 da Argentière ha risalito il Couloir Couturier, quasi 2.800 metri di dislivello e, alle prime luci dell’alba, dopo un piccolo riposo in cima, ha sceso il Couloir Whimper sul versante Telafrè della montagna. Una volta alla base, accompagnato da Vivian Bruchez, giovane Guida e sciatore di gran classe di Chamonix, ha risalito il Couloir à Y sul versante Ovest della montagna: terreno tecnico e alpinistico per ritrovarsi una seconda volta sui 4.121 metri della Verte. A quel punto è iniziata la loro discesa del Nant Blanc, discesa mitica del 1989 a opera di Jean Marc Boivin, ripetuta solo dieci anni dopo da Marco Siffredi in tavola. Terreno d’elite che ha visto cimentarsi, specie negli ultimi anni, i più fini sciatori del panorama europeo, a partire da quel Tardivel che ne ha aperto una variante più sciistica. Purtroppo le condizioni non sono state giudicate sufficientemente sicure per poter completare la discesa in quanto la neve dei giorni precedenti non aveva incollato a sufficienza. Paul e Vivian, ritornati in cima, sono scesi a valle per il Couloir Couturier (5.4 E4) a fine giornata con quasi 5.000 metri di dislivello nelle gambe… non un gioco da ragazzi.
Questo articolo è stato pubblicato sul Skialper 118, info qui













