Pierre Tardivel, l'evoluzione di un mito
L'appuntamento è fissato per il primo pomeriggio, il viaggio scorre rapido attraverso la Valle d'Aosta, il tunnel del Monte Bianco e poi tra gli autovelox e i limiti delle autostrade francesi verso Annecy. Abbiamo anche il tempo di constatare che negli autogrill francesi panini e gelati vengono conservati alla stessa temperatura. Con Federico in auto, dopo aver parlato delle ultime arrampicate, il discorso vira - per ovvie questioni di politica aziendale - rapidamente sullo sci. Anzi sugli sci del mito che stiamo per incontrare. «Ha usato per anni quel modello lì, poi ha cambiato, è passato a modelli rockerati. Sì, però per le robe serie tornava sempre a quelli, poi adesso snow, comunque gli chiediamo tutto».
E fu così... L'indirizzo è quello giusto, il navigatore non mente, le colline morbide di Annecy circondano una zona residenziale con casette unifamiliari basse, ciascuna con il suo giardino. Ci avviciniamo al cancello che riporta il numero civico indicato: un uomo sta sistemando dei rami in fondo al giardino. Ci vede, ci fa un cenno. Entriamo. Stringiamo la mano a Pierre Tardivel. Non nascondiamo un po' di emozione che svanisce quando, oltrepassando la soglia casa, ci si trova di fronte a un arredamento decisamente informale: libri e scaffali occupano le pareti, due divani dai cuscini multicolore abbracciano un tavolino con diversi oggetti sopra. Qualche armadio che porta con sé qualcosa di orientale, una sala luminosa che dà direttamente sul giardino. Sul tavolo da pranzo circolare una gabbia con uno dei membri della famiglia: un coniglio. Anche un cane e un gatto decisamente in carne ci fanno capire che la passione per gli animali è di casa dai Tardivel, per lo meno al pari dello sci!
Quella che avevamo immaginato come un'intervista con una traccia ben definita, si trasforma fin dalle prime battute in un'allegra chiacchierata con il Piero! Spero che Pierre non si offenda se mi prendo questa licenza. Chiamarlo Piero trovo che renda la cosa molto confidenziale.

«Hai visto cosa ha di nuovo sceso il Piero?».
«Grande il Piero, sempre avanti!».
E se ci pensate, quante volte tra gli appassionati di sci ripido, guardando una foto o una parete orlata di seracchi, magari appartenente al massiccio del Bianco, alla domanda da chi fosse stata scesa avete sentito rispondere Il Piero!. Proprio lui. Sempre lui. Come un amico più grande di cui hai sempre sentito parlare! Dunque che il Piero non sia un tipo convenzionale lo capiamo nei primi trenta secondi: quando scopre che uno di noi due è il fotografo, gli si illuminano gli occhi di quella curiosità genuina tipica delle persone eclettiche e inizia a tempestarci di domande tecniche sugli obiettivi, sui corpi macchina. E non certo per capire quali siano gli strumenti migliori da utilizzare durante le discese o per immortalare momenti di sci appesi a qualche pendio a 50°. Il Piero infatti ha una grande passione che coltiva parallelamente allo sci: l'avifauna alpina e la fotografia faunistica! Un po' stupiti, lo incalziamo.
Ci incuriosisce molto scoprire che sei un grande appassionato di animali nel loro ambiente naturale! Da dove arriva questa passione?
«Sono 30 anni che faccio foto, soprattutto alle varie specie della fauna alpina nel loro ambiente. Adoro prendere immagini degli animali di grossa taglia e di uccelli. Basta appena uscire da Annecy, diverse volte mi è persino capitato di fare foto a cerbiatti direttamente dalla finestra del salotto. Sono bellissimi. E poi gli uccelli, solo nel mio giardino ne ho potuti individuare una cinquantina di varietà. Sono un appassionato della natura e fotografare gli animali è stimolante. Incontrarli per caso e cogliere l'attimo giusto… (mima un gesto quasi da vera e propria caccia fotografica, ndr). Il problema sono le dimensioni dell'attrezzatura, di solito metto la mia macchina con un buon obiettivo in una sacca che tengo davanti sul petto e mi permette di muovermi sia in salita sia in discesa anche quando scio. Sì, perché lo scialpinismo è un'attività ideale per fare fotografie. In salita uno tiene il giusto ritmo e si ha tempo per guardarsi intorno e scattare. Poi invece in discesa si scia». (ride)

E foto di sci?
«Anche sciando faccio un sacco di foto ai miei compagni, ne ho pochissime invece dove ci sono io perché gli altri ne scattano meno. Mi piace tanto fotografare, ma nelle discese ripide spesso utilizzo una compatta che è più comoda: la tengo sullo spallaccio fissata con un laccetto al collo e... zan, quando passa il compagno, scatto veloce! Mi sono accorto che utilizzando un obiettivo grandangolare da 24 mm e fotografando in un canale a 50° si riesce a inquadrare l'orizzonte. È più bello!».
Mi sembra che ti piaccia molto vivere ad Annecy , perché non Chamonix, più vicino al Bianco?
«No, non mi piacerebbe vivere a Chamonix, è più caotica e molto più cara rispetto a qui. E poi Annecy ha molti più servizi ed è meglio collegata. Ci sono più scuole e università per le mie figlie».
Riesci a lavorare come Guida alpina anche qui?
«In realtà come Guida lavoro poco. Lavoro piuttosto come intermediario nell'editoria di montagna. Per esercitare come Guida dovresti fare eliski, spedizioni, oppure due o tre Vallée Blanche alla settimana. Sinceramente non mi piace. È bello anche arrampicare, ma non come sciare».

Quindi preferisci sciare, ma sei nato alpinista o sciatore?
«Essendo Guida ho scalato e scalo e non mi dispiace. Ma scalare è fatica, dolore a volte, devi sempre forzare per ottenere risultati e andare forte. Lo sci è diverso, è più fluido, meno forzato, un'attività più dolce. Sciare mi è sempre piaciuto. La mia famiglia in montagna faceva al massimo delle escursioni. A sciare mi ci portava la scuola. Ma già a 10-11 anni mi piaceva più andare in fuoripista che su percorsi battuti. E poi non serve forza, si fa tutto ‘plus en douceur’, l'ho sempre preferito. Con i materiali di oggi è facile diventare un buono sciatore, è molto più difficile essere un buono scalatore».
Negli ultimi anni il livello si è molto alzato, complici materiali sempre migliori e più facili da utilizzare. Però forse troppo spesso ottimi sciatori si cimentano in discese anche molto impegnative, trascurando forse un po' troppo la componente alpinistica che lo sci di pente raide richiede. Quanto è importante?
«È indubbiamente importante, specie per gestire situazioni come creare delle soste, fare delle calate e altre manovre di corda in sicurezza. E poi se sei solo uno sciatore e non provi piacere anche durante le risalite delle pareti... insomma magari sali una parete per quattro ore, se non ti piace questa parte la giornata diventa lunga (ride!). Discorso diverso per le valanghe, anche con 40 anni di esperienza il rischio non è mai completamente eliminabile purtroppo. Bisogna fare attenzione a scegliere le giuste condizioni, sapere aspettare. Con la neve dura il rischio valanghe è minore ma, appunto, la neve è dura».
Lo sci ripido è diventato una moda negli ultimi anni. Come in arrampicata e alpinismo esistono vie di salita e percorsi più o meno difficili: è giusto pensare che sia così anche nello skialp?
«Sì, esistono pendii e montagne più o meno difficili, certo. Per esempio la scala Volopress mette tutto insieme sotto un'unica valutazione di difficoltà che mi vede d'accordo. In effetti il ripido è un'attività che è diventata di moda, ma a volte chi la pratica non è pronto come si è potuto vedere dal gran numero di incidenti di questo tipo della scorsa stagione. Anche la PGHM (il Soccorso Alpino francese, ndr) non è contenta di ciò. Non vorrei che poi alla fine come soluzione si arrivasse a vietare delle discese come la nord-est delle Courtes».

Lo sci estremo, per quanto ti riguarda, è qualcosa di diverso?
«Se ci riflettiamo, l'estremo lo si ha quando si cerca e si raggiunge il limite. E il limite lo cerchi per esempio nelle gare di freeride, ti confronti con un cronometro e cerchi il limite. Infatti a volte cadono: arrivare al limite cercando la velocità. Nello sci di pente raide che ho fatto e faccio, non si cerca il limite. La caduta è da evitare assolutamente. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di muovermi con un margine di sicurezza, magari facendo una curva in meno se non me la sentivo. Non ho mai voluto raggiungere il limite ma il maggior piacere che mi poteva offrire una discesa ripida. È un'attività molto psicologica, è tutto nella testa, come diceva Stefano De Benedetti».
È la possibilità che dà lo sci dI pente raide di ampliare esponenzialmente il proprio terreno di gioco che ti affascina di questa disciplina?
«No, è proprio la ricerca della pendenza che mi piace. È cercare di prendere confidenza con le proprie paure e gestire l'incertezza che restituisce il ripido».
Allora come vedi la tendenza degli ultimi anni di scendere certe pareti in modo superfluido e a grande velocità? (Gli si illuminano letteralmente gli occhi, ndr)
«Ah, poter sciare come Jérémie Heitz e al tempo stesso mantenere un margine di sicurezza, sarebbe un sogno! Anche con curve meno filanti, andando leggermente più piano, ma con quella fluidità. Per me lo sci è diventato cercare la perfezione del gesto su pendii adatti allo sci. Non mi interessano più quelle discese molto tecniche dove fai una curva, derapi metri perché non c'è spazio, fai un'altra curva e poi una doppia. Lo sci è saper attendere il bon jour per avere le condizioni per poter scendere nel modo più fluido possibile un bel pendio. Se le condizioni non ci sono, aspetterò, magari degli anni. Certe discese fatte trovando tratti ghiacciati che obbligano magari a doppie o a non sciare integralmente diventano un esercizio d'alpinismo. Cosa che non rappresenta la mia idea di sciare. Per me è più importante la natura, cercare di capirla e prendere del piacere giocando con essa, come per la fotografia degli animali selvatici».
Lo sci per te è ricerca di fluidità, abbiamo capito bene?
«Sì, è la ricerca di quella sensazione di fluidità che ha sempre influenzato il mio modo di andare sulla neve, specie con i materiali di adesso. Il freeride ha portato molto allo sci in questo senso».
Questa tua ricerca della fluidità passa senza dubbio anche per l'evoluzione dei materiali. A fine anni ottanta e novanta si usavano sci molto stretti, poi verso i primi anni duemila utilizzavi i mitici Dynastar 8800 e le successive evoluzioni che erano 89 mm al centro. Parliamo del tuo sci preferito?
«In quegli anni gli sci erano molto stretti, fare le curve era più forzato, più brusco. Con i nuovi materiali è diventato tutto più armonioso, più morbido. Ho usato molto gli 8800, è vero, ma quelli con cui mi sono trovato meglio sono stati i Dynastar Cham 97. Non troppo lunghi, avevano una maneggevolezza incredibile e poi col rocker erano facilissimi da sciare, non restituivano sorprese e avevano una buona rigidezza torsionale che per tenere sul duro è la cosa più importante. Intorno ai 95-97 mm secondo me c’è il compromesso ideale».
Ti confesso che ci hai spiazzato… come sei arrivato allo snowboard?
«È stato naturale cercando un modo per ottenere maggiore fluidità. Lo snowboard per uno sciatore come me non è stato immediato. Ho iniziato nel 2014, in principio lo trovavo contraddittorio, devi sempre accompagnare il movimento, molto più che con gli sci. Ma una volta che uno impara è assai meno faticoso. E poi adesso ci sono le splitboard. Ho deciso di fare il salto verso lo snowboard quando si è perfezionato questo tipo di materiale».
Un punto di vista molto surf questa ricerca del gesto fluido e più armonioso possibile. Che materiale usi adesso?
«Sì, mi piace e pratico quando posso anche il surf da onda infatti. Sulla neve utilizzo una splitboard Plume. Ma il vero problema è cercare la combinazione perfetta attacchi-scarponi. Uso uno scarpone SB di Pierre Gignoux e trovo che sia il compromesso perfetto che mi garantisce un'ottima risposta nelle sezioni in backside, anche su nevi difficili. Ovvio, lo snowboard patisce un po' le nevi dure, infatti ci sono pochi video di ripido su nevi dure. Però hai anche due picche e in front su tratti ghiacciati è meglio. Le cose cambiano se ci sono tratti di dry…».
Come sono stati gli inizi? Erano davvero così mitici quegli anni da un punto di vista delle precipitazioni nevose?
«Una volta gli inverni erano davvero diversi, nevicava sul serio. Si poteva sciare nove mesi l'anno, da novembre a luglio. Tra il 1978 e il 1980 ho iniziato a fare ski de randonnée. Fino al 1988 sono stato a tutti gli effetti un amatore. Poi fino al 1995 sono stato sostenuto dagli sponsor. Era mia moglie Kathy a organizzare tutto e a gestire i rapporti con le aziende. All'inizio essere pagato per compiere delle prime discese sempre più difficili è stata una motivazione, ho smesso di lavorare in banca e mi ci sono dedicato a tempo pieno. La ricerca della prima era sia un discorso di ego che di soldi. Poi mi sono accorto che questa impostazione stava influenzando anche le mie scelte e ho continuato la mia attività solo per piacere».
Scorrendo la lista delle tue discese, mi piacerebbe saperne di più su alcune, per esempio spesso mi capita di sciare nel Massif des Écrins dove nel 1997 hai ripetuto il Couloir Gravelotte sulla parete nord-est della Meije.
«Sì la Meije, purtroppo l'unico che è riuscito a sciarlo tutto quel canale, a proposito di cambiamenti delle condizioni nevose negli anni, è stato Patrick Vallençant alla fine degli anni '70, in occasione della prima discesa. Quando sono andato io in basso c'era già un tratto di 50 metri insuperabile con gli sci, così per evitare di fare doppie sono risalito e ho sceso il Corridor».
Un'altra discesa che mi ha molto colpito è quella del '95 sul versante Italiano del Triolet. Che caratteristiche aveva?
«Il problema di questa discesa è che ci vuole un grande innevamento per poter collegare tutte le parti, poi certo, è ripida!».
Una data mitica: 10 luglio 1988? Ne parliamo? Il Grand Pilier d'Angle: un posto surreale e pericoloso.
«Nello stesso giorno, con l'elicottero però, ho concatenato la parete sud-est del Col de la Brenva e la parete nord del Grand Pilier d'Angle. Era dopo una perturbazione di una settimana, forse il secondo giorno di bello. Sul versante italiano del Monte Bianco c'era un innevamento incredibile, tutto bianco. Tutto. La Brenva l'ho scesa presto e la neve, essendo luglio, si era già trasformata: l’ho trovata quasi dura, specie in alto. Poi sono stato depositato nuovamente sulla cima del Bianco, ho sceso la cresta di Peuterey per fare infine una parte di cresta del Grand Pilier d'Angle a piedi e scendere la parete nord. Qui ho trovato soprattutto ‘poudre tassée’, tranne nell'attraversamento sopra al seracco. La neve, decisamente dura, era un po' verglassata, poi una parte in doppia sul salto centrale e i pendii del tratto basso. Dall'elicottero avevamo monitorato i seracchi della Poire, non erano particolarmente brutti o fratturati, però lì sotto ho allungato le curve... È un versante bellissimo, sul quale mi piacerebbe sciare ancora, fortunati quelli che possono averlo sotto gli occhi tutti i giorni».
Hai mai avuto paura di una discesa, magari una parete che hai deciso di non scendere perché ti incuteva timore?
«Certo! Il Nant Blanc sulla Verte».
Però lo hai sceso e ci sei andato ben due volte!
«Sì, ma mi ci sono voluti ben venti anni per andare a provare! Non mi sentivo pronto, lo reputavo troppo difficile per me. Poi l’ho sciato: il Nant Blanc racchiude una serie di problemi tecnici e di pendenza notevoli. Non abbiamo fatto le doppie della parte centrale, ma abbiamo cercato, con una traversata, di collegare i due nevai. Nell'arco delle due volte ho sciato tutte la varie sezioni dalla cima, ma non concatenandole in un'unica discesa. E poi oggi il problema potrebbe diventare il risalto alla base. Invece ci sono delle discese che, paradossalmente, miglioreranno con lo scioglimento dei ghiacciai, speriamo!».
Ultima domanda, soli o in compagnia?
«In compagnia c'è condivisione. È più bello!»
Grazie Piero, un mito.
Classe 1963, Pierre Tardivel vive con la moglie Kathy e le loro due figlie nei pressi di Annecy che preferisce nettamente alla più blasonata Chamonix: troppo caotica, cara e con meno servizi per condurre una vita normale in armonia con la natura. Guida alpina, sciatore estremo dal curriculum impressionante, intermediario nell'editoria di montagna, motociclista e surfista, rappresenta un punto di riferimento per tutto il movimento degli sciatori di pente raide che sognano di ripercorrere alcune sue discese mitiche ancora oggi irripetute, come la parete nord del Gran Pilier d'Angle.
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 114 di Skialper. Se non vuoi perderti nessuna delle storie di Skialper e riceverlo direttamente a casa tua puoi abbonarti qui.

Ai piedi del Vioz, in 1300 anche quest'anno
Quante sono le manifestazioni di ski-alp che contano la presenza di oltre un migliaio di iscritti? Qualche classica e un raduno. Venerdì 1 marzo al ‘Ai piedi del Vioz’ saranno di nuovo in 1300. «E sarebbero potuti essere molti di più - ci ha spiegato Emilio Comina della sezione Sat di Peio: abbiamo aperto le iscrizioni il 1 novembre, dopo dieci giorni eravamo sold out, ne abbiamo quasi 300 in lista d’attesa, ma davvero non possiamo farcela a superare quota 1300. Così tutti gli anni chiediamo a chi non può partecipare di dircelo almeno un giorno prima del raduno per poter soddisfare chi è in lista d’attesa».
E il sold-out si ripete da anni. «1300 iscrizioni l’anno scorso, 1300 partenti, 1300 pacchi gara consegnati: direi perfetto». Ma allora qual è il segreto? «E chi lo sa? Il clima di festa, il pacco gara, la festa finale, forse più semplicemente il passaparola: abbiamo iscritti che arrivano un po’ dappertutto; in questa edizione c’è anche un gruppo che arriva da Terni». Ormai Ai Piedi del Vioz la possiamo considerare una classica, visto che siano alla ventiquattresima edizione: percorso facile, collaudato, senza grandi difficoltà tecniche, ma comunque un dislivello importante: si parte a quota 1350 di Peio Fonti e si arriva ai 2313 del rifugio Doss dei Gembri. Sui 1000 metri, insomma. C’è chi arriva per vincere, chi solo per esserci. «Ma c’è anche un forte spirito competitivo», conclude Emilio Comina. E allora venerdì alle 19 la sfida si rinnova ai piedi del Vioz, poi la cena sparsi nei ristoranti di Peio per finire tutti all’auditorium del Centro termale.
Kilian, la strategia alimentare per fare 23.846 metri di dislivello in 24 ore
È passata qualche settimana dall’impresa di Kilian Jornet che ha percorso 23.486 m di dislivello in 24 ore con sci e pelli. Il catalano ha curato nei minimi dettagli ogni particolare e anche l’alimentazione ha avuto la sua parte. Abbiamo chiesto un parere sulla sua strategia a Elena Casiraghi, PhD - esperta in nutrizione e integrazione sportiva dell’Equipe Enervit. Ecco cosa ci ha detto.
«Il talento è un dono. Ma non è tutto. Per migliorare la prestazione sportiva serve allenarsi con costanza e metodo. L’allenamento infatti è indispensabile a creare adattamenti nell’organismo via via crescenti, a spingere i propri limiti più in là. Per uno sportivo effettuare test funzionali nei periodi di preparazione è essenziale: permette di conoscere le capacità acquisite attraverso l’allenamento e tarare al meglio le future sessioni. Kilian Jornet questo lo sa bene. È così che l’8 febbraio 2019 ha completato un test per conoscere la massima capacità di elevazione altimetrica a cui il suo organismo era in grado di spingersi e la sua capacità di resistere alla fatica. Ha curato ogni dettaglio che, se pur marginale, potesse concorrere al risultato. Abbigliamento, strumentazione da polso, materiale tecnico e nutrizione. Niente ha lasciato al caso. Alimenti a base di carboidrati sono stati assunti nei momenti di pausa tra le varie prove. Anche la palatabilità, infatti, è un fattore che può incidere sulla prestazione. La caffeina sotto forma di caffè è stata utile per attivare il sistema nervoso centrale e quindi vincere l’addormentamento nelle ore notturne. Acqua e minerali sono poi stati assunti costantemente. Allenarsi e competere in stato di disidratazione, infatti, è rischioso: diminuisce i riflessi, gli adattamenti agli stimoli di allenamento e aumenta il rischio di infortuni e la velocità di svuotamento delle riserve di glicogeno. Per i momenti di maggior sforzo, Kilian ha assunto energetici considerando i tempi ottimali di assorbimento intestinale e integrando con costanza carboidrati ogni trenta minuti. Terminato il test ha mantenuto elevata l’attenzione celebrando l’importanza della fase del recupero. Per non influire in maniera negativa sulla successiva sessione è fondamentale curare la reidratazione, la rigenerazione muscolare e il recupero delle riserve di glicogeno sin dal primo momento in cui l’organismo ne offre possibilità. È vantaggioso assumere nella prima fase del recupero miscele in polvere da diluire in acqua. L’efficacia del tuo prossimo allenamento parte da qui».
Ricapitoliamo come si è nutrito e idratato Kilian nella 24 ore:
- La strategia prevedeva di assumere 250 cal/ora
- Primo gel dopo un’ora e poi ogni 30 minuti, da 100 a 230 cal
- Dopo 10h35’ 1 fetta di pizza
- Nelle successive 4 ore cibo normale
- Ancora gel tra le 14 e le 17 ore
- Break di 10’ con una fetta di pizza e patate
- Altri gel ogni 30’ per 2h30’
- Dopo 19h48’ altro break di 10’ con caffè caldo/cioccolata e pasta
- Nelle ultime 4 ore 10 gr di cioccolato ogni 30’
- Acqua o acqua con sciroppo di mirtilli, circa 1 litro ogni 3 ore, con piccoli sorsi ogni 15’
In totale 5.500-6.000 calorie
Impresa di Luca Papi: due Transgrancanaria una dietro l'altra
La Transgrancanaria è stata la prima tappa dell’Ultra Trail World Tour 2019 in Europa. La vittoria è andata allo spagnolo Pau Capell, davanti ai connazionali Pablo Villa González e Cristofer Clemente Mora, mentre nelle gara rosa a segno la polacca Magdalena Laczak sulla statunitense Kaytlyn Gerbin e la brasiliana Fernanda Maciel. Ma l’uomo copertina dell’edizione 2019 è un italiano, Luca Papi. Non solo ha vinto la 360º da 264 km con oltre 13000 metri di dislivello, in 50h14’13”, ma al termine ha preso parte alla Transgrancanaria HG, quella ‘classica’ da 128 km e 7500 metri dislivello, chiudendola in 27h23’07”, Insomma ha corso per oltre 77 ore, dormendo qualche oretta tra le fine di una e la partenza dell’altra: una doppietta storica per il trentottenne varesino che lavora a Disneyland París.
Il 2 marzo torna lo Snow Leopard Day
Anche quest’anno Dynafit chiama a raccolta tutti gli appassionati di scialpinismo con l’obiettivo di accumulare metri di dislivello a tutela del leopardo delle nevi. Il marchio, che ha scelto questo animale come simbolo del proprio logo, sostiene da vari anni la Snow Leopard Trust, la più importante e storica associazione che si impegna quotidianamente nello studio del leopardo delle nevi e nella tutela del suo habitat, in costante riduzione e sotto continuo attacco da parte dell’uomo. Ogni metro di dislivello raccolto durante le varie tappe dello Snow Leopard Day verrà commutato in una donazione di un centesimo di euro. Lo scorso anno Dynafit ha potuto versare ben 11.000 euro, grazie alla raccolta totale di più di un milione di metri di dislivello.
LA TAPPA ITALIANA -Il progetto farà tappa sabato 2 marzo in Italia a Misurina, in provincia di Belluno, con il supporto dei punti vendita Salewa Store Longarone, ma anche delle Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo. I partecipanti alla giornata avranno a disposizione 7 ore, dalle 9 alle 16, per compiere il maggior dislivello possibile. La partenza del percorso di risalita è situata nei pressi del Ristorante Alla Baita, a Misurina. Sarà possibile muoversi su un tracciato segnalato dall’organizzazione con cartelli informativi in maniera autonoma, ma per chi è alle prime armi o ha voglia di una pellata in compagnia le Guide Alpine Tre Cime di Lavaredo saranno felici di accompagnare gli scialpinisti fino alla cima Forcella della Neve: partenza per i gruppi organizzati alle 9 o alle 12 davanti al Ristorante Alla Baita. La partecipazione prevede l’iscrizione al momento del via e il versamento di un’offerta di 10 euro, che dà diritto a un pranzo presso il Ristorante alla Baita e la possibilità di skitest di attrezzatura Dynafit della stagione in corso, anche se, per far fronte a ogni evenienza, è consigliato portare il proprio equipaggiamento.
I ricavati dell’edizione 2019 dello Snow Leopard Day andranno a finanziare il primo censimento mondiale della popolazione dei leopardi delle nevi, una procedura essenziale per i ricercatori, perché solo disponendo di dati esatti sarà possibile in futuro tutelare questo raro felino e impedire interventi nel suo habitat naturale.
LO SNOW LEOPARD TRUST -Dal 1981 l‘organizzazione Snow Leopard Trust, con sede a Seattle, è attivo nella tutela degli esemplari superstiti del leopardo delle nevi e svolge ricerche su questo felino a rischio di estinzione. L’habitat del leopardo delle nevi si riduce sempre più. Gli studi stimano che attualmente esistano 3.500 esemplari allo stato brado, che vivono una minaccia sempre crescente a causa del bracconaggio, dei cambiamenti climatici e della decimazione del loro habitat. L’organizzazione porta avanti progetti in Cina, India, Kirgisistan, Mongolia e in Pakistan, compiendo ricerche su questi animali a rischio di estinzione e ripristinandone l’habitat, in collaborazione con la popolazione delle regioni montane.
Per maggiori informazioni
Skialp3 Presolana a Robert Antonioli e Giulia Murada
La Skialp3 Presolana, Memorial Angelo Castelletti, festeggia la quarantesima edizione come prova di Coppa Italia e 160 concorrenti che si sono sfidati su un percorso come sempre tecnico e impegnativo. Ancora una vittoria per Robert Antonioli che arriva sul traguardo con Matteo Eydallin, poi penalizzato di 3 minuti per una irregolarità al cambio pelli, che scala al quarto nella classifica finale. Piazza d’onore per Nadir Maguet a 30 secondi, terzo William Boffelli, quinto Pietro Lanfranchi.
Nella gara rosa a segno Giulia Murada che chiude davanti a Giulia Compagnoni, con Elena Nicolini a completare il podio, quarta Martina Valmassoi, quinta Maria Dimitra Theocharis.
Tappa di Coppa Italia Giovani a Premana. Dopo il primo raduno in vista di Losanna 2020
Tappa di Coppa Italia Giovani a Premana con la Pizzo Tre Signori. Un bel confronto, anche con un cronometro, su un tracciato tosto con neve dura e trasformata, dopo due giorni di raduno per i cadetti, voluto dalla direzione agonistica in vista di Losanna 2020. «Partiamo da una buona base - spiega il coach azzurro Davide Canclini - con margini di miglioramento: lavoreremo su questo nei prossimi stage in programma».

Nella gara sull’Alpe Paglio, tra le Cadette a segno Silvia Berra dell’Albosaggia che chiude davanti a Noemi Gianola dell’AS Premana e la compagna di club Nicole Valli. Quarta Cristina Manaigo dell’Auronzo, quinta Anna Cainelli del Brenta Team. Nelle Juniores vittoria di Samantha Bertolina dell’Alta Valtellina su Lisa Moreschini del Monte Giner e Valeria Pasquazzo del Brenta Team con Katia Mascherona dell’Alta Valtellina e Michela Scherini ai piedi del podio.
Nei Cadetti primo Luca Tomasoni del Presolana, secondo Marco Salvadori dell’Adamello, quindi una sequenza di portacolori dell’Albosaggia, Rocco Baldini, Luca Vanotti, Simone Murada e Riccardo Boscacci.
Infine negli Junior affermazione di Giovanni Rossi del Lanzada su Fabien Guichardaz del Corrado Gex e Daniele Corazza del Valtartano, quarto Sebastien Guichardaz, quinto Alessandro Rossi del Lanzada.
Emozioni in Rosa
Qualcuno l’ha definita la gara più bella del mondo. Il fatto è che non fa parte né de La Grande Course, né della Coppa del Mondo, ma del più incredibile santuario alpino che Madre Natura ha voluto regalarci. Si scrive Rosa Ski Raid, si legge stupore. Quello di ritrovarsi a combattere contro il tempo ai piedi della più himalayana delle pareti alpine, la est del Rosa, sopra Macugnaga: oltre 2.700 metri a strapiombo, proprio sopra la testa di chi gareggia. Dal Belvedere, 1.914 metri, alla Cima Dufour, 4.638 metri, ne corrono esattamente 2.724 di metri. Un paesaggio di vera alta montagna, da batticuore anche se non si corre per le prime posizioni. Macugnaga non è terra di scialpinismo facile. Troppo ripidi i versanti, le grandi classiche hanno bisogno di pendii dove si possa trovare il ritmo. Oppure - quelli bravi - affrontano il Canale Marinelli, quando la via di salita non è il più facile elicottero. La data del 2019 è il 17 marzo. Con una speranza «Quella di poter finalmente - aggiunge Fabio Iacchini, direttore del percorso - mettere in piedi la gara sul percorso che ci siamo immaginati da sempre. Per tanti motivi, la sicurezza in primis, non siamo ancora riusciti ad arrivare fino al Colletto di Pizzo Bianco, a quasi 3.000 metri, per poi affrontare la lunga, spettacolare discesa di quasi 1.600 metri di dislivello fino in paese. Di solito si deve affrontare con una Guida alpina se non la si conosce bene, ma messa in sicurezza è davvero da adrenalina pura». Arrivo con gli sci o a piedi confermatissimo nel cuore di Macugnaga perché il Rosa Ski Raid è davvero la gara del paese, sentita e amata da tutti.

PERCORSO EFFIMERO - Il Rosa Ski Raid rispecchia in pieno il genius loci. Si sarebbe potuto salire al Passo Moro, ancora più in quota, e magari tracciare un saliscendi sul ghiacciaio, tra Italia e Svizzera. Ma sarebbe stato troppo banale. Si sarebbe potuto disegnare una gara con partenza e arrivo dallo stesso posto, invece si arriva più in basso di dove si parte. Si sarebbe potuto pensare prima alle caratteristiche tecniche e poi al panorama. Invece il grandioso spettacolo della natura non toglie pathos a un percorso nervoso, che ti tiene sempre sull’attenti. Macugnaga è terra di fondisti ma anche di tradizioni scialpinistiche. Le tutine si sono sfidate nel 1995 e nel 2004 nei Campionati italiani degli Alpini. Ma la tradizione del Rosa Ski Raid è insignificante: si corre solo dal 2015. Tre anni che valgono venti anni. Sono pochi i percorsi così particolari, così unici. Non è il Mezzalama, non è il Tour du Rutor, non vuole neanche esserlo. Ma è una gara da sogno. È un po’ come il ghiacciaio, sempre in movimento, mai uguale da un anno all’altro. Oppure come il lago effimero che si formò proprio sul ghiacciaio del Belvedere e per mesi tenne con il fiato sospeso tutta Macugnaga, minacciata da una valanga d’acqua. Il bello del percorso del Rosa Ski Raid è proprio questo, che si muove su un terreno di alta montagna, al cospetto di pendii ripidi e canaloni, di ghiacciai. E non è mai uguale all’anno prima. Esiste naturalmente una mappa, ma bisogna sempre aspettarsi sorprese. Però il bello del Rosa Ski Raid è che dal Belvedere, con un binocolo, puoi praticamente vedere tutta la gara. Un’altra piccola chicca per una gara da sogno.

IL FAN CLUB DEL LENCE - Eravamo 150 amici al bar. Potrebbe essere questo il titolo di un articolo sul Damiano Lenzi Fan Club. Tanti infatti sono i tesserati del sodalizio che sostiene il Lence in giro per l’Italia e spesso per il mondo. Ed è proprio da questo gruppo che nasce l’idea e la volontà di una gara di scialpinismo a Macugnaga. «La passione che abbiamo dentro, l’ammirazione per le imprese sportive di Damiano, ci ha fatto venire voglia di rimboccarci le maniche e inventarci una gara particolare» dice Aldo De Gaudenzi. Aldo è presidente del Fan Club oltre che del comitato organizzatore della gara. «Poco importa, siamo sempre gli stessi, Roberto Olzer è presidente dello sci club Valle Anzasca e io vice e lui è presidente insieme a me del comitato». Sempre gli stessi. Oltre a Olzer, c’è Fabio Iacchini, direttore del percorso e vecchia conoscenza dei lettori di Skialper. Un gruppo affiatato ma in realtà ben più ampio. «Ci ritroviamo tutto l’anno, ogni venti giorni circa, la sera, magari in taverna, è un’occasione per stare insieme e divertirci, ma il lavoro non manca… Ognuno rinuncia a qualcosa e ritaglia un po' di tempo tra gli impegni lavorativi e la famiglia. Però vengono in tanti a darci una mano e poi voglio fare crescere i giovani, voglio che prendano in mano loro l’organizzazione» conclude De Gaudenzi. Ma il percorso di gara chi l’ha inventato? «È un lavoro d’equipe, siamo saliti più volte io, Fabio, Roberto, anche Damiano». Proprio così, dalla condivisione nascono le cose migliori, come il Lence Fan Club e… il Rosa Ski Raid!

PAROLA A DAMIANO… - Damiano Lenzi e il Rosa Ski Raid sono legati a doppio filo. Anche se oggi l’alpino abita nel Cuneese, viene spesso in valle per allenarsi e da queste parti ha molti amici, essendo originario di Ceppo Morelli, non lontano da Macugnaga. «All'inizio era solo un fan club, poi sono riuscito ad avvicinare tutti questi amici allo scialpinismo ed è nata anche la gara e questa per me è la più grande soddisfazione» dice il Lence. «Correre a casa è sempre particolare, forse hai più pressione perché ci sono tante persone che conosci che vengono a vedertie a fare il tifo per te - aggiunge Damiano». Quando gli chiediamo quanto c’è del suo zampino nel percorso, ci risponde con molta franchezza: «Bisogna dire le cose come stanno, ancora non siamo riusciti a fare l’itinerario che abbiamo in mente perché le condizioni non lo hanno consentito, ma se solo facesse una stagione normale…». Ci hai messo l’acquolina in bocca, cosa bolle in pentola? «Qualche bella cima, senza andare troppo lontani, il Pizzo Bianco, con il Chiovenda, sarebbe uno spettacolo: mille metri di canale con la polvere fino ad aprile perché esposto a nord!» Ci crediamo.

E A MATTEO - E Matteo Eydallin cosa pensa del Rosa Ski Raid? «Gara bella, gara lunga, anche un po’ su ghiacciaio e spazi aperti, che va bene anche per preparare la Patrouille e prove simili in quota. E poi sicuramente lo scenario del Monte Rosa offre mille possibilità per lo scialpinismo».
Le immagini di questo articolo, realizzate da Stefano Jeantet, si riferiscono a una perlustrazione lungo il percorso con gli organizzatori.



La Sportiva Epic Ski Tour a Michele Boscacci e Axelle Gachet-Mollaret
La due giorni de La Sportiva Epic Ski Tour si conclude con la vittoria di Michele Boscacci e Axelle Gachet-Mollaret. Dopo la tappa di venerdì sull’Alpe Cermis, sabato nella pursuit di 13.8 km, che si è svolta nel Parco Naturale di Paneveggio, il valtellinese contiene l'attacco di Xavier Gachet, secondo, con Davide Magnini a completare il podio.
«Sulla prima salita sono andato al risparmio - spiega Miky Boscacci - guadagnando comunque qualcosa sui miei inseguitori, in discesa ho commesso qualche errore sul tracciato che probabilmente non conoscevo bene. Ho stretto i denti sapendo che non mancava poi tanto al traguardo di questo terzo Epic Ski Tour».
Nella gara rosa a segno Axelle Gachet-Mollaret, davanti ad Alba De Silvestro e alla detentrice del titolo Victoria Kreuzer.
Anton Palzer nuovo leader di Coppa del Mondo
Anton Palzer chiude al secondo posto, alle spalle di Daniel Zugg, la sprint che chiude la tre giorni di Coppa del Mondo in Cina e balza in testa alla generale, superando Robert Antonioli: 464 i punti del tedesco, 435 quelli dell’azzurro. Sul podio cinese anche Marc Pinsach Rubirola, terzo, quindi Jakob Herrmann, Armin Höfl e il giapponese Norio Kodera. Stesso copione al femminile: nuovo successo di Nahia Quincoces Altuna, adesso leader di Coppa.
Stage azzurro per Losanna 2020
Due giorni di lavoro in vista di Losanna 2020: la direzione agonistica ha organizzato a Caspoggio venerdì e sabato, uno stage con i ragazzi del 2002 e 2003, pensando già alle olimpiadi giovanili del prossimo anno. Due sessioni di allenamento su tecnica di salita, inversioni, cambi di assetto, tecnica di discesa in pista e fuoripista, per verificare il livello del gruppo.
I criteri di convocazione arrivati dai risultati sin qui ottenuti nelle varie gare di Campionati italiani e Coppa Italia: sotto osservazione dei tecnici Stefano Bendetti, Davide Canclini e Manfred Reichegger, ci saranno Luca Tomasoni, Gabriele Bardea, Marco Salvadori, Rocco Baldini, Riccardo Boscacci, Luca Vanotti, Michele Gianola, Francesco Gianola, Simone Murada, Tommaso Colombini, Silvia Berra, Noemi Gianola e Nicole Valli.
Raha Moharrak oltre gli ostacoli della società
«È nato tutto per caso, davvero, niente di pianificato». Raha Moharrak racconta con estrema naturalezza l’impresa datata 18 maggio 2013, quando raggiunse la vetta dell’Everest segnando un momento storico non solo per lei, ma per tutte le donne arabe: a 25 anni, infatti, Raha è stata la più giovane donna araba e la prima saudita a toccare i mitici 8.848 metri. «Mentre affrontavo la salita non avevo assolutamente idea di questi primati - confida Raha - solo quando ho portato a termine la scalata me l’hanno detto. E penso sia stata una fortuna non avere tutta quella pressione addosso, anche se ovviamente l’ho avvertita dopo». Nata a Gedda, Raha Moharrak, laureata in Visual Communication presso l’American University di Sharjah e art director pubblicitario, ammette di essere un po’ la pecora nera della famiglia con la voglia di affrontare sempre nuove sfide. Una voglia che si materializza nel 2011 con un progetto assolutamente fuori dal comune per una ragazza dell’Arabia Saudita: salire il Kilimangiaro. Un azzardo, una vera e propria sfida, non solo fisica, ma anche culturale: grande appassionata di sport e avvicinatasi all’alpinismo, per Raha uno dei più grandi ostacoli non è stato infatti l’allenamento necessario per affrontare la montagna africana, bensì lo sforzo per far accettare alla propria famiglia e alla società nella quale vive la sua idea di vita. «Il mio spirito ribelle però ha avuto la meglio, così sono salita sul Kilimangiaro... e il resto è storia». Una storia fatta di una passione per le cime che cresceva di pari passo con la sua esperienza: «Non avrei mai immaginato che l’alpinismo potesse trasformarsi in una parte così importante della mia vita - ammette Raha - ma ormai è parte di me, di ciò che sono». E il curriculum alpinistico lo conferma: dopo essere salita sul Kilimangiaro (5.895 metri) nel 2011, l’alpinista saudita raggiunge, l’anno successivo, i 5.642 metri del Monte Elbrus (Catena del Caucaso) prima di affrontare l’anno più impegnativo, il 2013, quando inanella ben quattro delle Seven Summits, cioè l’Aconcagua, sulle Ande Argentine, 6.962 metri; l’Everest, 8.848 metri; il Massiccio Vinson (4.892 metri) in Antartide e il Monte Kosciuszko, in Australia, 2.228 metri. Dopo una pausa di quattro anni, Raha scala anche il Monte Denali - McKinley (6.190 metri), in Alaska, la vetta che le permette di entrare nella storia come la donna saudita che ha conquistato tutte le Seven Summits. La prossima sfida? «Una nuova scalata, ma questa volta dentro di me, con il libro che sto scrivendo».
Questo articolo è stato pubblicato sul numero 121, uscito a gennaio 2018. Se non vuoi perderti nessuna delle storie di Skialper e riceverlo direttamente a casa tua puoi abbonarti qui.







