Ripido, dalle nuove linee sul Brenta ai progetti extra-europei

Questa primavera che sembra più un inverno pieno, lascia qualche traccia sulle pareti ripide delle Alpi e le prime spedizioni stanno partendo anche per Himalaya e Canada. Che cosa è successo recentemente nel mondo del ripido e che cosa bolle in pentola? In Valle d’Aosta diverse discese di rito ma senza alcuna particolare novità, la più significativa sembra essere la prima ripetizione della parete Nord della Becca di Nona, proprio a picco su Aosta: itinerario aperto da Davide Capozzi e Pica Herry nel 2013 e ripetuto da Sandro Letey, Edo Camardella, Pierre Lucianaz e Yari Pellissier. Passando al Piemonte da segnalare che In Valle Orco Giorgio Bavastrello con la tavola ai piedi è sceso da una nuova linea sulla bastionata Sud-Est della Punta Galisia. Stagione senza dubbio migliore verso le Dolomiti in particolare in zona Brenta e Adamello-Presanella dove i fratelli Luca e Roberto Dallavalle stanno realizzando una prima dietro l'altra. Tra quelle più significative Cima Scarpacò parete Nord-Ovest, Cima di Bon parete Nord-Est, Cima del Vallon parete Nord-Ovest, Cima Tosa parete Est e Crozzon di Val d'Agola parete Nord-Est.Sempre in Adamello Claudio Lanzafame, Alessandro Beber e Marco Maganzini hanno sciato il Canale della Punta dell'Orco. Oltre confine, Tom Gaisbacher ha sciato alcune belle linee in Austria nella zona di Lienz (Hoher Tenn parete Est e la parete Sud-Est del Grosses Wiesbachhorn) e una classica alpinistica, la parete Nord del Gran Pilastro o Hochfeiler in Val di Vizze, Alto Adige. In Svizzera infine Seb de Sainte Marie ha continuato a inanellare alcune belle discese, come alcuni couloir al Gross Schiben, la Nord dell Vorab Glarner e del Piz Dolf e la Nord-Ovest del Piz Sordona. Mathéo Jacquemoud ha annunciato sul suo account Instagram di avere sciato una linea dalla Capanna Solvay, sul versante Est del Cervino, insieme a Vivian Bruchez, primo passo di un progetto tra Zermatt e Chamonix sul filo delle frontiere. Tutto questo mentre Enrico Mosetti, Tom Grant, Ben Briggs e Jesper Petersson sono in Alaska, sembra diretti al Mount Hunter. Poi a giugno il Nanga Parbat potrebbe vedere sia il tentativo di Cala Cimenti che del team francese che l’anno scorso ha sciato il Laila Peak: Chambaret, Duperier e Langenstein.


Dall'Italia alla Cina in bici e con l'obiettivo di salire una vetta in ogni paese

Da Livigno e da Fai della Paganella alla Cina. In bici e con l’obiettivo, lungo la strada, di sciare qualche bella cima. Questa in sintesi l’avventura Soul Silk, al via lo scorso aprile. I protagonisti sono il fotografo Giacomo Meneghello e Yanez Borella, innevatore e maestro di snowboard. Il progetto prevede circa 10.000 chilometri in sella in una cento giorni che li vedrà attraversare circa 12 stati e due continenti. Viaggeranno con un prototipo di e-bike dotata di carretto con pannello fotovoltaico che li aiuterà a ricaricare le batterie. Trasporteranno tutto il materiale necessario all’impresa, che hanno però voluto rendere ancora più speciale: non solo arriveranno in Cina pedalando, cercheranno anche di salire una vetta per ogni paese che attraverseranno, come la Punta Penia (3.343 m) in Marmolada fino al Pic Lenin (7.134 m) nella regione del Pamir. Questo viaggio, oltre che una grande sfida fisica, ha anche una valenza sociale e umana. Giacomo e Yanez pedalano per supportare l’Admo, associazione per la donazione del midollo osseo, portando una sua bandiera in cima ad ogni montagna che conquisteranno. Scott e Outdoor Research, brand parte del gruppo Scott Sports, partecipano con i loro prodotti a questo progetto con vari accessori tecnici che aiuteranno i due a raggiungere il loro obiettivo. In questo momento Giacomo e Yanez sono arrivati in Cappadocia, nel cuore della Turchia, dopo 3.300 chilometri e 30.000 metri di dislivello, ma la strada è ancora lunga.

www.facebook.com/SoulSilk2018/

Sul Monte Erciyes in Turchia (3.917 m) ©Giacomo Meneghello

Val del Riso Trail, la prima a Fabio Pasini e Maria Eugenia Rossi

Debutto coi fiocchi per la Val del Riso Trail. 200 i partecipanti alla gara nella terra delle miniere, con partenza e arrivo a Gorno. I primi a imprimere il sigillo sulla gara griffata Fly-Up e Pro Gorno sono l’azzurro del fondo Fabio Pasini e la skyrunner, specialista della discesa, Maria Eugenia Rossi.
Solo una leggera modifica nel tratto che conduce alla frazione Riso onde evitare il fango, per il resto il percorso della nuovissima Val del Riso Trail non ha subito alcuna modifica nonostante la pioggia che ha accompagnato la gara.
Ad accendere la miccia ci ha pensato Fabio Pasini, imprimendo un forcing deciso sin dall’inizio. Al suo inseguimento si è portato il giovane Mattia Tanara del Team Scott, con alle calcagna Luca Rota del team Serim. Più staccati Fabio Bonfanti, Matteo Longhi e Denny Epis. Lungo la discesa del monte Grem, nella seconda fase di gara, Fabio Pasini ha mantenuto la prima posizione nonostante Mattia Tanara non si sia certo risparmiato. Dietro di loro, invece, c’è stato uno scambio di posizioni. Fabio Bonfanti è passato dal quarto al terzo posto, rimontando Luca Rota.
Sul traguardo di Gorno è piombato dunque per primo Fabio Pasini (alla sua prima gara in maglia Recastello Radici Group). 2h07’30” il tempo che gli è valso la vittoria. Mattia Tanara è transitato sotto l’arco Scott in 2h09’22”, accusando un ritardo di 1’52”. A distanza di 8’29″ dal vincitore ha concluso Fabio Bonfanti (Runners Bergamo – 2h15’59”). Nei migliori dieci di giornata Luca Rota, Denny Epis, Matteo Longhi, Daniel Antonio Rondi, Marco Marchesi, Andrea Noris e Giambattista Micheli.
In campo femminile Maria Eugenia Rossi, dopo aver corso i primissimi chilometri appaiata a Lara Birolini, ha condotto l’intera gara all’attacco. Con il suo bel sorriso stampato in volto malgrado la fatica, Maria Eugenia Rossi ha solcato la linea d’arrivo in solitudine, stoppando le lancette su 2h38’21”. La portacolori dell’Erock Team ha avuto la meglio sulla compagna di squadra Lara Birolini (2h52’10”) e su Carolina Tiraboschi (Asd Maga – 3h00’49”). Nella top five anche Sara Bergamelli e Caterina Tomasoni.


Garda Trentino Trail a Enzo Romeri e Simona Gambaro

Il trentino Enzo Romeri (CMP Campagnolo Bassano) e la genovese Simona Gambaro (Sisport) sono i vincitori della quarta edizione del Garda Trentino Trail, la prova di 60 chilometri con 3500 metri di dislivello disegnata tra l’Alto Garda Trentino e la Valle di Ledro, con partenza da Arco ed arrivo a Riva del Garda dopo aver toccato i tre laghi di Tenno, Ledro e Garda. Un successo a lungo inseguito, quello di Romeri che sin dalla prima edizione del 2016 è stato costantemente tra i protagonisti, di fatto sempre a ridosso della vittoria ma senza mai conquistarla, discorso valido anche per la versione invernale, il GardaTrentino XMas Trail in calendario a dicembre.
Il quarto assalto è stato dunque quello buono per il quarantaseienne trentino, autore di un assoluto monologo concluso in poco meno di sei ore (5h59’01). Il suo margine è stato superiore alla mezz’ora nei confronti degli altri due protagonisti del podio di giornata, il lombardo Christian Pizzati (TRM Team, 6h32’23) e l’ex hockeista gardenese Christian Insam (Team La Sportiva, 6h45’33), già secondo dodici mesi fa. I numeri sembrerebbero delineare una vittoria agevole per Romeri, ma in realtà non è stata una passeggiata: la pioggia ed il freddo hanno messo a dura prova la resistenza del trentino ma la sua determinazione di voler finalmente conquistare il successo nel Garda Trentino Trail è stata più forte di tutto, anche della neve presente nella parte sommitale del tracciato, oltre i 1600 metri dal Rifugio Nino Pernici a Bocca Saval. Ai piedi del podio è finito il pusterese Werner Bergmann (LaufClub Pustertal) che ha preceduto il tedesco Christian Zimmer ed il trevigiano Daniele Fant (Sinteco Running Team).
La prima donna a concludere il tracciato di 60 chilometri è stata invece Simona Gambaro, autrice del 29° tempo assoluto con 7h55’56 per precedere l’altoatesina Maria Regina Spiess (Sarntal Raiffeisen, 8h01’46), vincitrice dodici mesi fa della distanza media del Garda Trentino Trail. Ed a tal proposito, di poco superiore alle quattro ore invece il tempo impiegato dai due trentini Christian Modena e Francesco Trenti - entrambi portacolori del Team LaSportiva - per firmare la Tenno Trail Marathon, la prova intermedia del trittico griffato Garda Trentino Trail con i suoi 42km di sviluppo e 2400 metri di dislivello con partenza da Tenno. Dopo un iniziale allungo di Trenti, Modena ha chiuso il gap e da quel momento i due hanno proseguito di pari passo fino a tagliare a braccetto il traguardo di Riva del Garda in 4h19’34. Terzo posto quindi per Daniel Degasperi. La veneta Francesca Pretto (Team La Sportiva) è invece risultata imprendibile per tutte nella gara femminile, conclusa con il tempo di 5h03”23.

LEDRO TRAIL EXPERIENCE - Firma inglese per la Ledro Trail Experience, la prova più breve del trittico con i suoi 30km e 1200 metri e partenza da Bezzecca: il primo a concludere la propria fatica è stato il britannico Robbie Britton, inglese da poco di casa a Biella che con 2h31’26 si è lasciato alle spalle Manuel Speranza (Atletica Cortina, 2h32’11) ed il ledrense Michele Bartoli (Ss Tremalzo, 2h32’46). A imporsi al femminile è stata la bellunese Martina Valmassoi (Team Salomon), prima al traguardo dopo 2h53’36 di gara.
Gli arrivi delle tre prove si sono quindi succeduti fino all’imbrunire, con i quasi mille partecipanti estasiati per aver potuto godere di una giornata tanto avvincente e ben confezionata pur in condizioni meteo che si preannunciavano critiche. Ma tutto è filato liscio, grazie alla clemenza del meteo ma anche per la sempre maggior perizia ed esperienza di un comitato organizzatore di anno in anno più rodato e già al lavoro per pensare ed allestire la prossima Garda Trentino XMas Trail del 14 dicembre.


Che spettacolo al Trofeo Nasego

Solito, grande spettacolo al Nasego. Puntuale alle ore 9.30 lo start da Casto, poi via a perdifiato tra le vallate e le alture del savallese, un lunghissimo serpentone colorato che solcava i luoghi simbolo della gara: le ferrate, i Piani di Alone, i Pannelli, il Rifugio Nasego, Famea… 21 km circa e 1330 di dislivello, velocità, tecnica e muscolarità. Gara uomini: pronti via e poco studio, non c’è davvero tempo per la tattica. Lo scozzese Andrew Douglas, già quinto nel vertical di sabato, si getta all’attacco senza alcun indugio. Provano ad andargli in scia il francese Julien Rancon e l’attesissimo kenyano Robert Surum. La prima parte di gara, filante e veloce, è tutta per l’uomo delle highlands che riesce a raggranellare oltre 1’ all’aggiornamento di metà gara. I migliori Italiani in questa fase sono Alberto Vender, Gabriele Bacchion ed Hannes Perkmann. Come sempre accade il momento decisivo si consuma sui sentieri che salgono al GPM del Rifugio Nasego, reso ancora più duro dalla forte pioggia. Gran finale con la crudele ed impegnativa discesa sul traguardo di Famea, Andrew Douglas regge il ritorno di Cachard, Surum e Rancon, per lui grande vittoria in 1h35’37” che gli vale il nuovo record e l’ingresso nella leggenda della Nasego. Podio stellare con il francese Sylvain Cachard, autore di rimonta incredibile, ed il kenyano Robert Surum. Uno strepitoso Julien Rancon al quarto posto anticipa di poco il primo atleta azzurro, Martin Dematteis, che si laurea così campione d’Italia Lunghe Distanze per un podio tricolore che vede Gabriele Bacchion al secondo posto e Alberto Vender al terzo.

Martin Dematteis ©Damiano Benedetto e Marco Gulberti

Nella gara donne previsioni completamente rispettate, la keniana campione del mondo Lucy Wambui Murigi si getta alle spalle la debacle del 2018 quando fu protagonista di giornata anonima. Questa volta non c’è scampo per le avversarie, messe implacabilmente in fila dalla fenomenale gazzella africana che comanda dal primo all’ultimo km in un assolo che le vale anche il record del tracciato, sfilato alla bresciana Sara Bottarelli che qui fu regina nel 2016. Da oggi il crono da battere sarà 1h52’23”. La Murigi domina ma dietro è grande battaglia per un posto nella ambitissima top ten. Sorpresona di giornata al secondo posto con l’irlandese Sarah McCormack, ormai stabilmente tra le top del ranking internazionale, e sorpresissima in terza piazza Erica Ghelfi, incredula e felicissima per quella che rimane un’autentica impresa. Per lei c’è anche il titolo Italiano lunghe distanze 2019 davanti a Lorenza Beccaria ed alla sorella Francesca Ghelfi, per un podio tricolore interamente di marca piemontese.

Lucy Wambui Murigi ©Damiano Benedetto e Marco Gulberti

Al Sardinia Trail dettano legge i polacchi

Il polacco Bartosz Gorczyca, con il tempo finale di 6h12’52”, ha vinto l’ottava edizione del Sardinia Trail, conclusasi sulla spiaggia di Museddu, nel comune di Cardedu. Anche nell’ultima tappa è arrivato primo nella classifica assoluta, precedendo il belga Fabien Huby e Dario Tuveri, giunti insieme sul traguardo. Nella generale in seconda e terza posizione rispettivamente ancora Fabien Huby e lo svizzero Lino Polti; il primo italiano è Stefano Buosi, all'ottavo posto.
Nella gara rosa si aggiudica, per la prima volta, il titolo di regina del Sardinia Trail la polacca Ewa Majer, con il tempo di 7h34’08”, quinta assoluta, strappando lo scettro alla svizzera Patrizia Besomi, vincitrice delle due scorse edizioni, che ha concluso in terza posizione nella classifica generale, preceduta dall’altra elvetica Ylenia Polti.


QuarTrail des Alpages a Nicolas Pianet e Tatiana Locatelli

La primavera non si è fatta vedere. Anzi, il QuarTrail des Alpages si è trovato in mezzo alla neve, caduta in quota prima dello start. Quasi venti centimetri a oltre 2.200 metri che hanno costretto gli organizzatori a un repentino cambio di percorso. In basso leggera pioggia alla partenza e anche un timido sole che ha accompagnato gli atleti al traguardo: meglio di quanto previsto. «Bella gara comunque e giusta decisione quella di accorciare» il commento dei trailer.
La gara di 50 chilometri, accorciata alla vigilia a 46, è stata ulteriormente limata per un totale di 41 chilometri e un dislivello positivo di poco inferiore ai 4000 metri. È stata battaglia nella prova maschile, con Nadir Vuillermoz, Hans Hansen, Nicolas Pianet, Giuliano Cavallo ed Erik Bochicchio insieme per diversi chilometri nella zona di Fonteil. Poi la gara si è accesa: Bochicchio e Pianet hanno accelerato e staccato gli avversari. Il valdostano a sua volta ha rilanciato l’andatura, salutando il francese che però lo ha raggiunto e superato negli ultimi tre chilometri. Vittoria sfumata per Bochicchio che ha patito i crampi nell’ultima lunga discesa. Pianet ha vinto in 4 ore 38’56”, davanti a Bochicchio che ha chiuso in 4 ore 39’33”; terzo posto per Nadir Vuillermoz in 4 ore 43’09”. Non è partito Franco Collé.
Nella gara femminile, assente Francesca Canepa, la nuova favorita Tatiana Locatelli non ha avuto problemi a vincere la sua prima gara di stagione. La valdostana si è imposta dopo 6 ore 03’06”, andando a precedere Scilla Tonetti (6 ore 09’10”) e Dominique Vallet (6 ore 20’38”).
Vittoria straniera anche nella 26 chilometri maschile. Il successo è andato allo svizzero Antoine Piatti che ha tagliato il traguardo - posto nel cuore del castello di Quart - dopo 2 ore 54’08” di fatica. Secondo e terzo gradino del podio per i valdostani Loris Vuillen (3 ore 02’11”) e Denys Capponi (3 ore 03’58”).

Dopo il successo del 2018, Gloriana Pellissier si è ripetuta, ma questa volta nella prova più corta. L’alpina ha trionfato in 3 ore 32’02”, davanti a Lisa Borzani (3 ore 56’05”) che è ritornata in gara dopo il lungo stop per infortunio. Terzo posto per Marcella Pont in 3 ore 56’11”.

Poco meno di 100 i concorrenti al via della gara lunga, oltre 130 quelli che hanno scelto la 26 chilometri, ma sono stati ben 156 gli sportivi che nonostante il meteo si sono presentati al via di una delle prove non competitive. Nel pomeriggio spazio anche ai bambini.


Vertical Nasego, Davide Magnini e Valentina Belotti tricolori

Ai campionati Italiani di KM Verticale di Casto è spettacolo puro e cadono i record. L’ABCF Comero più forte della pioggia e di difficoltà atmosferiche che sono state spazzate via da una passione incontenibile. Al Vertical Nasego edizione numero 4 si assegnavano i titoli italiani assoluti, promesse, master e società di Kilometro Verticale ma sul tracciato da 4,3 km di sviluppo per 1000 metri di dislivello dal capoluogo alla spettacolare Corna di Savallo si è giocato a ben più alto livello, con una sfida che rimane memorabile anche per merito della presenza di numerosi campioni internazionali.
La gara femminile è stata disputata per prima, con partenza alle ore 10.00 dal municipio di Casto Capoluogo per raggiungere il traguardo posto a 1.430 metri sul livello del mare. L’attesa era tutta per lei, per la leggenda vivente di questo sport, l’austriaca Andrea Mayr, e la leggenda non ha deluso. La 6 volte iridata ha distrutto il record, abbassandolo di quasi 5 minuti (era 43’09”) e fermando le lancette su un incredibile 38’39” , relegando a 3’59” la seconda classificata, la pur brava rwandese Primitive Nyriora.

Andrea Mayr ©Damiano Benedetto

Lo spettacolo non è mancato alle loro spalle, dove è andata in scena la caccia al titolo tricolore che ha visto al fine prevalere Valentina Belotti che, come troppe volte le sta accadendo ultimamente, si è dovuta completamente reinventare dopo essere stata afflitta dapprima dall’ennesimo infortunio al tendine achilleo e poi da una polmonite che le ha permesso di tornare ad allenarsi solo da poche settimane.
La sfida era annunciata, lei contro Elisa Sortini, la migliore azzurra dell’ultimo mondiale e la campionessa in carica di km verticale. Dopo una seconda parte di gara di lotta furibonda, che per un attimo l’aveva lasciata sola sulle tracce della Nyriora, la vittoria ed il titolo italiano sono andate a Valentina, la camuna di Temù in forza all’Atletica Alta Valtellina.
Per lei l’ennesimo titolo di una carriera super, con un crono finale, 43’06”, che le sarebbe valso il record, visto che è stata capace di andare anche lei sotto il suo precedente primato.
Elisa Sortini quarta assoluta ed argento italiano, quinta la polacca Katarzyna Kuzminska, mentre ad ascoltare l’inno di Mameli in sesta posizione generale ma terza Italiana, è la sorpresa di giornata Corinna Ghirardi.
Record e pronostici rispettati anche al maschile, cade il regno di Patrick Facchini ed inizia verosimilmente quello di Davide Magnin, il trentina della Val di Sole strapazza la nutrita truppa degli avversari e si prende titolo italiano, vittoria generale e soprattutto il nuovo record, perché da oggi è il suo 35’17” a comandare, archiviando il pur eccellente 35’31” di Facchini, stabilito nel 2017.
Non sono mancate anche qui le sorprese: alle spalle del ‘Magno, il marocchino tesserato Tornado Running, Elhousine Elazzaoui, che non annunciato negli élites allo start si è andato a prendere la seconda piazza finale grazie ad una gara di grande aggressività che ha colto di sorpresa i maggiori indiziati della vigilia. Terzo generale ed argento italiano all’altoatesino Hannes Perkmann, abbonato al podio qui a Nasego, al 4° e 5° posto della generale due autentici fuoriclasse del panorama internazionale, il giovane transalpino Sylvain Cachard ed il fuoriclasse scozzese Andrew Douglas a precedere il settimo assoluto, ma medaglia di bronzo tricolore, Patrick Facchini.


Pierre Tardivel, l'evoluzione di un mito

L'appuntamento è fissato per il primo pomeriggio, il viaggio scorre rapido attraverso la Valle d'Aosta, il tunnel del Monte Bianco e poi tra gli autovelox e i limiti delle autostrade francesi verso Annecy.  Abbiamo anche il tempo di constatare che negli autogrill francesi panini e gelati vengono conservati alla stessa temperatura.

Con Federico in auto, dopo aver parlato delle ultime arrampicate, il discorso vira - per ovvie questioni di politica aziendale - rapidamente sullo sci. Anzi sugli sci del mito che stiamo per incontrare. «Ha usato per anni quel modello lì, poi ha cambiato, è passato a modelli rockerati. Sì, però per le robe serie tornava sempre a quelli, poi adesso snow, comunque gli chiediamo tutto».

E fu così...

L'indirizzo è quello giusto, il navigatore non mente, le colline morbide di Annecy circondano una zona residenziale con casette unifamiliari basse, ciascuna con il suo giardino. Ci avviciniamo al cancello che riporta il numero civico indicato: un uomo sta sistemando dei rami in fondo al giardino. Ci vede, ci fa un cenno. Entriamo.

Stringiamo la mano a Pierre Tardivel.

Non nascondiamo un po' di emozione che svanisce quando, oltrepassando la soglia casa, ci si trova di fronte a un arredamento decisamente informale: libri e scaffali occupano le pareti, due divani dai cuscini multicolore abbracciano un tavolino con diversi oggetti sopra. Qualche armadio che porta con sé qualcosa di orientale, una sala luminosa che dà direttamente sul giardino. Sul tavolo da pranzo circolare una gabbia con uno dei membri della famiglia: un coniglio. Anche un cane e un gatto decisamente in carne ci fanno capire che la passione per gli animali è di casa dai Tardivel, per lo meno al pari dello sci!

Quella che avevamo immaginato come un'intervista con una traccia ben definita, si trasforma fin dalle prime battute in un'allegra chiacchierata con il Piero! Spero che Pierre non si offenda se mi prendo questa licenza. Chiamarlo Piero trovo che renda la cosa molto confidenziale.

«Hai visto cosa ha di nuovo sceso il Piero?».

«Grande il Piero, sempre avanti!».

E se ci pensate, quante volte tra gli appassionati di sci ripido, guardando una foto o una parete orlata di seracchi, magari appartenente al massiccio del Bianco, alla domanda da chi fosse stata scesaavete sentito rispondere Il Piero!. Proprio lui. Sempre lui. Come un amico più grande di cui hai sempre sentito parlare! Dunque che il Piero non sia un tipo convenzionale lo capiamo nei primi trenta secondi: quando scopre che uno di noi due è il fotografo, gli si illuminano gli occhi di quella curiosità genuina tipica delle persone eclettiche e inizia a tempestarci di domande tecniche sugli obiettivi, sui corpi macchina. E non certo per capire quali siano gli strumenti migliori da utilizzare durante le discese o per immortalare momenti di sci appesi a qualche pendio a 50°. Il Piero infatti ha una grande passione che coltiva parallelamente allo sci: l'avifauna alpina e la fotografia faunistica! Un po' stupiti, lo incalziamo.

©Federico Ravassard

Ci incuriosisce molto scoprire che sei un grande appassionato di animali nel loro ambiente naturale! Da dove arriva questa passione?

«Sono 30 anni che faccio foto, soprattutto alle varie specie della fauna alpina nel loro ambiente. Adoro prendere immagini degli animali di grossa taglia e di uccelli. Basta appena uscire da Annecy, diverse volte mi è persino capitato di fare foto a cerbiatti direttamente dalla finestra del salotto. Sono bellissimi. E poi gli uccelli, solo nel mio giardino ne ho potuti individuare una cinquantina di varietà. Sono un appassionato della natura e fotografare gli animali è stimolante. Incontrarli per caso e cogliere l'attimo giusto… (mima un gesto quasi da vera e propria caccia fotografica, ndr). Il problema sono le dimensioni dell'attrezzatura, di solito metto la mia macchina con un buon obiettivo in una sacca che tengo davanti sul petto e mi permette di muovermi sia in salita sia in discesa anche quando scio. Sì, perché lo scialpinismo è un'attività ideale per fare fotografie. In salita uno tiene il giusto ritmo e si ha tempo per guardarsi intorno e scattare. Poi invece in discesa si scia». (ride)

E foto di sci?

«Anche sciando faccio un sacco di foto ai miei compagni, ne ho pochissime invece dove ci sono io perché gli altri ne scattano meno. Mi piace tanto fotografare, ma nelle discese ripide spesso utilizzo una compatta che è più comoda: la tengo sullo spallaccio fissata con un laccetto al collo e... zan, quando passa il compagno, scatto veloce! Mi sono accorto che utilizzando un obiettivo grandangolare da 24 mm e fotografando in un canale a 50° si riesce a inquadrare l'orizzonte. È più bello!».

Mi sembra che ti piaccia molto vivere ad Annecy , perché non Chamonix, più vicino al Bianco?

«No, non mi piacerebbe vivere a Chamonix, è più caotica e molto più cara rispetto a qui. E poi Annecy ha molti più servizi ed è meglio collegata. Ci sono più scuole e università per le mie figlie».

Riesci a lavorare come Guida alpina anche qui?

«In realtà come Guida lavoro poco. Lavoro piuttosto come intermediario nell'editoria di montagna. Per esercitare come Guida dovresti fare eliski, spedizioni, oppure due o tre Vallée Blanche alla settimana. Sinceramente non mi piace. È bello anche arrampicare, ma non come sciare».

Quindi preferisci sciare, ma sei nato alpinista o sciatore?

«Essendo Guida ho scalato e scalo e non mi dispiace. Ma scalare è fatica, dolore a volte, devi sempre forzare per ottenere risultati e andare forte. Lo sci è diverso, è più fluido, meno forzato, un'attività più dolce. Sciare mi è sempre piaciuto. La mia famiglia in montagna faceva al massimo delle escursioni. A sciare mi ci portava la scuola. Ma già a 10-11 anni mi piaceva più andare in fuoripista che su percorsi battuti. E poi non serve forza, si fa tutto plus en douceur, l'ho sempre preferito. Con i materiali di oggi è facile diventare un buono sciatore, è molto più difficile essere un buono scalatore».

Lo scarpone usato sull'Everest ©Federico Ravassard

Negli ultimi anni il livello si è molto alzato, complici materiali sempre migliori e più facili da utilizzare. Però forse troppo spesso ottimi sciatori si cimentano in discese anche molto impegnative, trascurando forse un po' troppo la componente alpinistica che lo sci di pente raide richiede. Quanto è importante?

«È indubbiamente importante, specie per gestire situazioni come creare delle soste, fare delle calate e altre manovre di corda in sicurezza. E poi se sei solo uno sciatore e non provi piacere anche durante le risalite delle pareti... insomma magari sali una parete per quattro ore, se non ti piace questa parte la giornata diventa lunga (ride!). Discorso diverso per le valanghe, anche con 40 anni di esperienza il rischio non è mai completamente eliminabile purtroppo. Bisogna fare attenzione a scegliere le giuste condizioni, sapere aspettare. Con la neve dura il rischio valanghe è minore ma, appunto, la neve è dura».

Lo sci ripido è diventato una moda negli ultimi anni. Come in arrampicata e alpinismo esistono vie di salita e percorsi più o meno difficili: è giusto pensare che sia così anche nello skialp?

«Sì, esistono pendii e montagne più o meno difficili, certo. Per esempio la scala Volopress mette tutto insieme sotto un'unica valutazione di difficoltà che mi vede d'accordo. In effetti il ripido è un'attività che è diventata di moda, ma a volte chi la pratica non è pronto come si è potuto vedere dal gran numero di incidenti di questo tipo della scorsa stagione. Anche la PGHM (il Soccorso Alpino francese, ndr) non è contenta di ciò. Non vorrei che poi alla fine come soluzione si arrivasse a vietare delle discese come la nord-est delle Courtes».

Lo sci estremo, per quanto ti riguarda, è qualcosa di diverso?

«Se ci riflettiamo, l'estremo lo si ha quando si cerca e si raggiunge il limite. E il limite lo cerchi per esempio nelle gare di freeride, ti confronti con un cronometro e cerchi il limite. Infatti a volte cadono: arrivare al limite cercando la velocità. Nello sci di pente raide che ho fatto e faccio, non si cerca il limite. La caduta è da evitare assolutamente. Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di muovermi con un margine di sicurezza, magari facendo una curva in meno se non me la sentivo. Non ho mai voluto raggiungere il limite ma il maggior piacere che mi poteva offrire una discesa ripida. È un'attività molto psicologica, è tutto nella testa, come diceva Stefano De Benedetti».

È la possibilità che dà lo sci di pente raide di ampliare esponenzialmente il proprio terreno di gioco che ti affascina di questa disciplina?

«No, è proprio la ricerca della pendenza che mi piace. È cercare di prendere confidenza con le proprie paure e gestire l'incertezza che restituisce il ripido».

Allora come vedi la tendenza degli ultimi anni di scendere certe pareti in modo superfluido e a grande velocità? (Gli si illuminano letteralmente gli occhi, ndr)

«Ah, poter sciare come Jérémie Heitz e al tempo stesso mantenere un margine di sicurezza, sarebbe un sogno! Anche con curve meno filanti, andando leggermente più piano, ma con quella fluidità. Per me lo sci è diventato cercare la perfezione del gesto su pendii adatti allo sci. Non mi interessano più quelle discese molto tecniche dove fai una curva, derapi metri perché non c'è spazio, fai un'altra curva e poi una doppia. Lo sci è saper attendere il bon jour per avere le condizioni per poter scendere nel modo più fluido possibile un bel pendio. Se le condizioni non ci sono, aspetterò, magari degli anni. Certe discese fatte trovando tratti ghiacciati che obbligano magari a doppie o a non sciare integralmente diventano un esercizio d'alpinismo. Cosa che non rappresenta la mia idea di sciare. Per me è più importante la natura, cercare di capirla e prendere del piacere giocando con essa, come per la fotografia degli animali selvatici».

Lo sci per te è ricerca di fluidità, abbiamo capito bene?

«Sì, è la ricerca di quella sensazione di fluidità che ha sempre influenzato il mio modo di andare sulla neve, specie con i materiali di adesso. Il freeride ha portato molto allo sci in questo senso».

 Questa tua ricerca della fluidità passa senza dubbio anche per l'evoluzione dei materiali. A fine anni ottanta e novanta si usavano sci molto stretti, poi verso i primi anni duemila utilizzavi i mitici Dynastar 8800 e le successive evoluzioni che erano 89 mm al centro. Parliamo del tuo sci preferito?

«In quegli anni gli sci erano molto stretti, fare le curve era più forzato, più brusco. Con i nuovi materiali è diventato tutto più armonioso, più morbido. Ho usato molto gli 8800, è vero, ma quelli con cui mi sono trovato meglio sono stati i Dynastar Cham 97. Non troppo lunghi, avevano una maneggevolezza incredibile e poi col rocker erano facilissimi da sciare, non restituivano sorprese e avevano una buona rigidezza torsionale che per tenere sul duro è la cosa più importante. Intorno ai 95-97 mm secondo me c’è il compromesso ideale».

Ti confesso che ci hai spiazzato… come sei arrivato allo snowboard?

«È stato naturale cercando un modo per ottenere maggiore fluidità. Lo snowboard per uno sciatore come me non è stato immediato. Ho iniziato nel 2014, in principio lo trovavo contraddittorio, devi sempre accompagnare il movimento, molto più che con gli sci. Ma una volta che uno impara è assai meno faticoso. E poi adesso ci sono le splitboard. Ho deciso di fare il salto verso lo snowboard quando si è perfezionato questo tipo di materiale».

Un punto di vista molto surf questa ricerca del gesto fluido e più armonioso possibile. Che materiale usi adesso?

«Sì, mi piace e pratico quando posso anche il surf da onda infatti. Sulla neve utilizzo una splitboard Plume. Ma il vero problema è cercare la combinazione perfetta attacchi-scarponi. Uso uno scarpone SB di Pierre Gignoux e trovo che sia il compromesso perfetto che mi garantisce un'ottima risposta nelle sezioni in backside, anche su nevi difficili. Ovvio, lo snowboard patisce un po' le nevi dure, infatti ci sono pochi video di ripido su nevi dure. Però hai anche due picche e in front su tratti ghiacciati è meglio. Le cose cambiano se ci sono tratti di dry…».

Come sono stati gli inizi? Erano davvero così mitici quegli anni da un punto di vista delle precipitazioni nevose?

«Una volta gli inverni erano davvero diversi, nevicava sul serio. Si poteva sciare nove mesi l'anno, da novembre a luglio. Tra il 1978 e il 1980 ho iniziato a fare ski de randonnée. Fino al 1988 sono stato a tutti gli effetti un amatore. Poi fino al 1995 sono stato sostenuto dagli sponsor. Era mia moglie Kathy a organizzare tutto e a gestire i rapporti con le aziende. All'inizio essere pagato per compiere delle prime discese sempre più difficili è stata una motivazione, ho smesso di lavorare in banca e mi ci sono dedicato a tempo pieno. La ricerca della prima era sia un discorso di ego che di soldi. Poi mi sono accorto che questa impostazione stava influenzando anche le mie scelte e ho continuato la mia attività solo per piacere».

Scorrendo la lista delle tue discese, mi piacerebbe saperne di più su alcune, per esempio spesso mi capita di sciare nel Massif des Écrins dove nel 1997 hai ripetuto il Couloir Gravelotte sulla parete nord-est della Meije.

«Sì la Meije, purtroppo l'unico che è riuscito a sciarlo tutto quel canale, a proposito di cambiamenti delle condizioni nevose negli anni, è stato Patrick Vallençant alla fine degli anni '70, in occasione della prima discesa. Quando sono andato io in basso c'era già un tratto di 50 metri insuperabile con gli sci, così per evitare di fare doppie sono risalito e ho sceso il Corridor».

Un'altra discesa che mi ha molto colpito è quella del '95 sul versante Italiano del Triolet. Che caratteristiche aveva?

«Il problema di questa discesa è che ci vuole un grande innevamento per poter collegare tutte le parti, poi certo, è ripida!».

Una data mitica: 10 luglio 1988? Ne parliamo? Il Grand Pilier d'Angle: un posto surreale e pericoloso.

«Nello stesso giorno, con l'elicottero però, ho concatenato la parete sud-est del Col de la Brenva e la parete nord del Grand Pilier d'Angle. Era dopo una perturbazione di una settimana, forse il secondo giorno di bello. Sul versante italiano del Monte Bianco c'era un innevamento incredibile, tutto bianco. Tutto. La Brenva l'ho scesa presto e la neve, essendo luglio, si era già trasformata: l’ho trovata quasi dura, specie in alto. Poi sono stato depositato nuovamente sulla cima del Bianco, ho sceso la cresta di Peuterey per fare infine una parte di cresta del Grand Pilier d'Angle a piedi e scendere la parete nord. Qui ho trovato soprattutto ‘poudre tassée’, tranne nell'attraversamento sopra al seracco. La neve, decisamente dura, era un po' verglassata, poi una parte in doppia sul salto centrale e i pendii del tratto basso. Dall'elicottero avevamo monitorato i seracchi della Poire, non erano particolarmente brutti o fratturati, però lì sotto ho allungato le curve... È un versante bellissimo, sul quale mi piacerebbe sciare ancora, fortunati quelli che possono averlo sotto gli occhi tutti i giorni».

Hai mai avuto paura di una discesa, magari una parete che hai deciso di non scendere perché ti incuteva timore?

«Certo! Il Nant Blanc sulla Verte».

Però lo hai sceso e ci sei andato ben due volte!

«Sì, ma mi ci sono voluti ben venti anni per andare a provare! Non mi sentivo pronto, lo reputavo troppo difficile per me. Poi l’ho sciato: il Nant Blanc racchiude una serie di problemi tecnici e di pendenza notevoli. Non abbiamo fatto le doppie della parte centrale, ma abbiamo cercato, con una traversata, di collegare i due nevai. Nell'arco delle due volte ho sciato tutte le varie sezioni dalla cima, ma non concatenandole in un'unica discesa. E poi oggi il problema potrebbe diventare il risalto alla base. Invece ci sono delle discese che, paradossalmente, miglioreranno con lo scioglimento dei ghiacciai, speriamo!».

Ultima domanda, soli o in compagnia?

«In compagnia c'è condivisione. È più bello!»

Grazie Piero, un mito.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SUL NUMERO 114 DI SKIALPER, PER ORDINARLO CLICCA QUI

©Federico Ravassard

Masters Eiger Calu, il bastone hi-tech

È stato premiato con l’award come migliore bastone telescopico da hiking dalla nostra Outdoor Guide ed è uno dei bastoni più solidi e pratici da regolare per chi ama camminare in montagna. Stiamo parlando di Eiger Calu di Masters che pesa 280 grammi ed è regolabile da 70 a 140 centimetri. Uno dei segreti del modello è proprio il Calu. In pratica il tubo in AluTech 7075 è rivestito di fibra di carbonio 100% con finitura 3K e lavorazione High Modulus. Questo connubio racchiude la massima tecnologia, efficienza, leggerezza, tenuta, affidabilità: il meglio della lega di alluminio 7075 (lega utilizzata anche in aeronautica e che nella Outdoor Guide abbiamo erroneamente indicato come unico componente del fusto) e del carbonio migliore. In questo modo anche i colpi parametrali vengono meglio assorbiti e non causano, per esempio, la rottura del bastone.

www.masters.it


Confermato per sabato il QuarTrail des Alpages

Il QuarTrail des Alpages, terza prova del Tour Trail della Valle d’Aosta, previsto per sabato 18 maggio, è confermato. Giovedì gli organizzatori hanno effettuato tutte le valutazioni del caso, decidendo di non far slittare la gara a domenica: le previsioni meteo attuali non sono così diverse rispetto a quelle annunciate per sabato.
Claudio Herin e la squadra di tracciatori hanno disegnato anche la 50 chilometri, che cambia leggermente rispetto a quanto previsto. Si correrà su un percorso di 46 chilometri effettivi e raggiungerà la quota massima di circa 2700 metri del Mont Grand Pays.
Il percorso è pulito, ma in quota può esserci qualche tratto ancora innevato. Per la 46 chilometri, gli organizzatori consigliano dunque i ramponcini che però non rientrano nel materiale obbligatorio.
Sono circa 120 gli iscritti alla 46 chilometri, mentre sfiorano i 200 i concorrenti che hanno fatto richiesta di un pettorale per partecipare alla 26 chilometri. Altri 150 invece partiranno in una delle prove non competitive che si snoderanno sempre sul territorio di Quart.
Al via oltre a Franco Collé e a Giuliano Cavallo, ci saranno anche Giancarlo Annovazzi e l’elvetico Florian Thevoz, nella gara rosa presente Francesca Canepa, mentre Gloriana Pellissier ha scelto la 26 chilometri.


Sabato la sfida del Garda Trentino Trail

Sarà una giornata da veri eroi quella di sabato, con un percorso ricavato nella neve che ancora fa bella mostra in quota e letteralmente districato tra gli schianti provocati dalla tempesta Vaia dell’ottobre scorso: ma il Garda Trentino Trail si è rivelato ancora una volta più forte delle avversità e sabato 18 maggio si appresta a vivere la quarta edizione, ancora una volta nel solco della crescita con i suoi mille iscritti. La gara dei tre laghi - Garda, Tenno e Ledro come è conosciuta nel gergo degli appassionati, è stata presentata stamane al Caffè Trentino di Arco, a poche decine di metri dalla partenza del tracciato di 60 chilometri e 3500 metri di dislivello protagonista sabato, alla presenza del presidente di Garda Trentino Marco Benedetti, degli assessori allo sport del Comune di Arco - Maria Luisa Tavernini - e Riva del Garda - Mario Caproni, del direttore del Consorzio Turistico Valle di Ledro Stefano Cronst e del presidente della Cassa Rurale Alto Garda Enzo Zampiccoli, accolti dal presidente del Comitato Organizzatore Matteo Paternostro.
Tra gli iscritti non mancano i volti noti a cominciare dalla veneta Federica Boifava che nel 2016 ha avuto l’onore di battezzare - con tanto di successo - la prima edizione del Garda Trentino Trail. Confermata anche la presenza del forte runner trentino Christian Modena, del gardenese Christian Insam - sul podio l'anno scorso - e di tanti altri protagonisti del panorama nazionale ed internazionale compreso il recente primatista mondiale di dislivello nelle 24h Manuel Degasperi.
Il presidente Matteo Paternostro non nasconde come “Nelle ultime settimane siamo dovuti intervenire tre volte per spalare la neve caduta nella parte più alta del tracciato, tra il Rifugio Nino Pernici e Bocca Saval, sulle Alpi di Ledro, oltre i 1600 metri di quota. Oggi possiamo dire che quel tratto è in perfetta sicurezza, pur persistendo ancora della neve. Necessità di sicurezza che ci ha invece suggerito di rinunciare all’altro tratto del Sentiero della Pace e di conseguenza da Bocca Saval, invece di proseguire verso Bocca Dromaè si scenderà verso la Valle di Ledro percorrendo in senso inverso la salita della Ledro SkyRace. Il resto del tracciato è confermato, con un’unica variazione legata alla possibilità di pioggia nella giornata di sabato: l’arrivo non sarà in Piazza III Novembre a Riva del Garda ma all’altezza del PalaMeeting di RivaFiera in modo da garantire al termine della gara un posto al coperto a tutti i partecipanti. Nel giro di quattro edizioni siamo cresciuti notevolmente e non possiamo che ringraziare tutti i rappresentanti dei Comuni interessati che hanno sempre garantito il loro appoggio: Arco, Tenno, Ledro e Riva del Garda in ordine di percorrenza, la Comunità di Valle, l’Apt Garda Trentino, Trentino Marketing e la Provincia Autonoma di Trento oltre a tutti gli sponsor privati a cui quest’anno si sono aggiunti Hoka One One e WildTee”.
E saranno 1000 gli iscritti sulle tre distanze previste dal Garda Trentino Trail 2019 che nel rispetto del principio di alternanza del verso di percorrenza si presenta nella versione con partenza da Arco ed arrivo a Riva del Garda. Come detto la prova maggiore, il Garda Trentino Trail, propone 60km di sviluppo con 3500 metri di dislivello: tre le (lunghe) salite principali, con il Monte Calino in apertura, seguito dall’ascesa a Bocca Saval passando per il Rifugio Nino Pernici per scollinare in Valle di Ledro e lasciarla dopo aver scalato la cresta di Nara che ripoterà il gruppo verso l’Alto Garda Trentino: il tratto finale sarà tutto da gustare, lungo il sentiero del Ponale, uno dei tratti più spettacolari d’Europa.
Medesimo finale per le due prove di minor chilometraggio: da Tenno prenderà il via la Tenno Trail Marathon, 42km per 2400 metri di dislivello, mentre la Ledro Trail Experience vivrà lo start a Bezzecca con un menù fatto di 30km e 1200 metri di salita.
«Crescono i numeri e con loro anche le presenze straniere - è stato il commento del vicepresidente del CO Diego Tamburini - in questo 2019 ci assestiamo sul 25% di iscritti stranieri, in rappresentanza di una trentina di nazioni. Merito anche dell’impegno promozionale da parte nostra, che oltre a presidiare i canali social e web, ci ha visti protagonisti di persona in appuntamenti clou come la ZugSpitze Marathon, la 100 miglia d’Istria, la Venice Marathon, la Firenze Marathon e tante altre».


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