Volete provare il tracciato del MEHT?
Poco meno di due mesi alla seconda edizione dell’Hoka One One Monterosa EST Himalayan Trail, la MEHT per intenderci, in programma sabato 27 luglio. Il trail organizzato da Sport Pro-Motion piace sempre di più e sta riscuotendo un gran successo tra gli amanti della corsa in natura. Alle 6 di sabato 27 luglio, godendo del sole che all’alba illumina il Monte Rosa, saranno centinaia al via. Ad oggi gli iscritti sono già 230 con dieci nazionalità rappresentate.
Prima, però, la giornata da non perdere è sabato 8 giugno: un appuntamenti dove tutti i trail runner sono invitati per ‘assaggiare’ il MEHT 2019. Alle 14.30 verrà organizzato un allenamento collettivo denominato ‘Sulle tracce del MEHT’ lungo il percorso della nuova gara da 15 km. Saranno presenti Stefano Ruzza e Giulio Ornati. Ritrovo fissato alle ore 14 presso la Kongresshaus di Macugnaga (in località Staffa), con la possibilità di usufruire di uno spogliatoio con doccia dopo l’allenamento presso le piscine comunali a soli 100 metri dalla Kongresshaus.
Ma a luglio ci saranno, oltre alle 15 km, ci saranno altre distanze in programma: la 23K (con 1600 m D+), la 38K (con 2900m D+) e la 60K, con dislivello positivo di 4.500 metri, con il passaggio sulla diga di Mattmark/Saas Almagell e scollinamento al Passo del Monte Moro. Un percorso che si potrà affrontare anche a staffetta.
La via del confine pacifico
«I confini sono un catalogo di ipotesi. Ad esempio, più che demarcazioni lineari, sono passi, creste, frastagli, onde. Sono percorsi, tracce e sentieri. Prima che geografie, sono storie, racconti e immagini» Il pensiero di Gian Luca Favetto, scrittore e giornalista torinese, corrisponde con la mia idea di confine e da questa percezione mentale, che nasce da un dato fisico, ha inizio il nostro viaggio.
L’idea è semplice. Vorrei camminare lungo i versanti nord e sud delle Vette Feltrine, al margine della linea di confine che per quasi 400 anni ha diviso due Stati, la Repubblica di Venezia dal Tirolo: oggi confine tra due regioni, il Trentino e il Veneto, e le due province di Trento e Belluno. Un confine pacifico, che segue in gran parte il profilo di cime che superano i 2.000 metri che, a dispetto dell’idea di dividere, ha sempre unito le vallate. Le labbra del tempo raccontano di passaggi di pastori, contrabbandieri, cacciatori, viaggiatori e rivoltosi, in una mescolanza di commerci, lingue, matrimoni e idee. E non c’è viaggio che non attraversi un confine, dunque partiamo. Le Vette Feltrine sono il gruppo più meridionale delle Dolomiti, si trovano nella zona sud-occidentale della provincia di Belluno. A sud dominano la vallata Feltrina, a nord costituiscono una barriera naturale sulla Valle di Primiero e se non ci fosse la stretta gola dello Schenèr, ad unirla alla pianura veneta, anche la storia del Primiero sarebbe un’altra cosa.
Per tutto il Medioevo il Feltrino e il Primiero sono stati uniti sotto il controllo del vescovo conte di Feltre. Con il dominio dei Duchi d'Austria il Primiero venne consegnato nel 1401 ai Conti Welsperg. A sud, oltre la gola dello Schenèr, nel 1404 la storia di Feltre prende una piega diversa, in seguito alla sua spontanea consegna alla Serenissima Repubblica di Venezia, e il Feltrino diventa terra di confine. Il piccolo gruppo di amici che mi accompagna si è dato appuntamento a Feltre. Giacomo e Laura sono due local e in parte conoscono i luoghi che visiteremo. Giacomo fa la guida escursionistica ed è un fotografo naturalista, recentemente ha pubblicato un bel libro sulla fauna delle Dolomiti Bellunesi. Laura è fisioterapista, la sua passione è stare il più possibile all’aria aperta, meglio se in alta quota e in tutte le stagioni. Federico invece arriva da Torino e come fotografo di Skialper avrà il compito di raccontare con le immagini il nostro cammino.
Partiamo verso il Primiero. Arrivati a Pontét spiego che qui c’era la dogana tra l'Impero austro-ungarico e il Regno d'Italia e l’albergo accanto alla strada era l’ufficio doganale austriaco. Entriamo nella gola dello Schenèr, la strada sfiora la riva del lago e poco dopo esce in vista della conca di Primiero. Seguiamo il corso del torrente Cismón fino a una rotatoria con al centro una lontra gigante in ferro. Penso a come le rotatorie da semplici collinette siano diventate luoghi d’arte contemporanea, un luogo di libertà per sindaci, architetti e artisti. Qui giriamo a destra verso la Val Noana. La strada si stringe e divide il poco spazio disponibile con il torrente. Sale tortuosa dentro un profondo canyon, a tratti in galleria. Sopra la gola, sulla nostra destra, incombono i versanti settentrionali delle Vette Feltrine e alla sommità di essi corre il confine pacifico.
I giganti della Val Noana
Prima di giungere alla testata della valle giriamo a destra verso malga Val Stua di Sopra; ci fermiamo alla Casina forestale del Comune di Mezzano dove ci aspetta Silvano Doff Sotta. Quando si dice un nome e un destino, Silvano (ovvero l’uomo dei boschi o delle selve) ne è l’esempio. Da 39 anni è il custode forestale dei boschi del Comune di Mezzano e, come la maggior parte dei boschi trentini, anche questi sono di proprietà delle comunità locali che li amministrano da secoli tramite sistemi di regole. Chiediamo a Silvano di mostrarci qualcuno dei suoi gioielli: gli abeti giganti della Val Noana. Prima di raggiungere i grandi patriarchi della foresta, Silvano tira fuori alcune mappe e tabelle e ci mostra i segni adottati a indicare i confini comunali e le particelle forestali. In questo caso i confini sono al servizio delle comunità. «In questa foresta» ci dice «vivono numerosi alberi di grandi dimensioni, abeti, tassi e faggi, alti diverse decine di metri, che si sviluppano all'interno di boschi maestosi in tempi relativamente brevi. Ciò è dovuto al clima particolarmente favorevole e a una storia che non ha mai visto uno sfruttamento eccessivo». Potremmo rimanere tutta la giornata ad ascoltare Silvano parlare della ‘sua’ foresta, ma è ora di mettersi in cammino. La parte superiore della valle, dopo il lago, si divide in altri due bacini, da una parte il Rio Giasinozza e dall'altra il Rio Nèva che seguiremo fino al rifugio Boz. Il paesaggio si addolcisce e nella foresta si celano insospettabili oasi a prato e pascolo punteggiate di fienili, stalle e abitazioni temporanee.

Mamma, quando andiamo al mare?
Per raggiungere il rifugio Boz abbiamo ben tre possibilità: il sentiero 748 che passa per il Col San Piero, il sentiero 727 che coincide con la rotabile che termina a casera Nèva Seconda e la variante 727/A, nota anche come sentiero dei Pinteri (dei bottai), che risale la sinistra orografica del Rio Nèva. Conosco bene le tre vie di accesso e ogni opzione ha la sua attrattiva, dipende solo dal tempo a disposizione. Considerato che siamo un po’ ritardo e il sole picchia forte, propongo ai miei compagni di seguire la rotabile fino a casera Nèva Seconda dove potremmo conoscere i malghesi Ruggero e Linda. La strada s’inerpica decisa e in breve la foresta è alle nostre spalle. Dinanzi a noi ora abbiamo i dolci pascoli di Nèva e le pareti del Sass de Mura che sbucano dal verde della mugheta. È una giornata calda e afosa, il sudore inzuppa i vestiti e secca la gola. La mulattiera dopo un’ampia curva termina dinanzi casera Nèva Seconda (1.741 m) che molti chiamano ancora Nèva austriaca o tedesca, per distinguerla da Nèva italiana che sta poche centinaia di metri più in là, oltre il confine che per secoli ha diviso questi pascoli tra il Veneto e l’Austria. La casera è cinta da un filo elettrico per impedire al bestiame di avvicinarsi all’abitazione. Dentro il recinto due bambini giocano in una piccola piscina gonfiabile riempita con pochi centimetri d’acqua. Arriva a farci visita il cane pastore, due abbaiate stanche e poi si ritira al fresco sul pavimento in pietra. Linda ha 31 anni, cappelli cortissimi e biondi, è la mamma di Mirco e Anna i bambini che sgambettano nella piscina. Ci saluta con gentilezza e un bel sorriso, in mano ha il secchio per l’allattamento dei vitelli. Lei e suo marito Ruggero da cinque anni conducono questa malga che è di proprietà del Comune di Mezzano. Hanno in custodia 60 manze, 40 vacche con vitelli, 8 mucche da latte, 25 cavalli e 50 pecore. Da giugno a settembre questa è la loro casa. «Ogni anno, con due bambini piccoli, lasciare la nostra casa a Lamon per venire qui in montagna è sempre complicato» mi dice Linda. «Dobbiamo aspettare che Anna finisca la scuola e intanto trasferire quanto necessario per avviare l’alpeggio». Ruggero ha 42 anni, quando non è in malga fa il boscaiolo. «Qui io sono l’operaio e Linda è il capo. È lei la titolare del contratto di lavoro» mi dice sorridendo. «Ciò che amo di più di questo lavoro è il grande senso di libertà che mi dà vivere qui. Ogni giorno ci sono tantissime cose da fare, ma ci sono anche tanti piccoli momenti per noi e i bambini» e i suoi occhi corrono a cercare quelli di Linda. Federico con discrezione chiede se può scattare qualche foto dentro casa. La cosa pare non disturbarli. Ruggero ci accompagna perfino nel sottotetto dove c’è la loro camera da letto. Quello che vedo è commovente: in mezzo alla stanza ci sono tre letti e un lettino, tutti attaccati ‘vicini-vicini’. Sembra una favola, la notte in montagna stretti uno all’altro non fa più paura. Mirco ora è in braccio alla mamma che lo asciuga e gli cambia i vestiti fradici. Dico a Linda che i suoi figli sono due bambini fortunati e da adulti ricorderanno le estati qui in malga come uno dei momenti più belli della loro vita. «Anch’io penso questo, ma trovare il giusto equilibrio non è facile» mi dice Linda. «Qui non ci sono bambini e Anna, che ora ha 9 anni, spesso si sente sola. Qualche giorno fa è venuta a trovarla una sua amica, di ritorno dal mare. Alla sera Anna mi ha detto: mamma e noi quando andiamo al mare?».
Una moltitudine di lingue e nazioni
Prima di arrivare al rifugio Boz avverto i miei compagni che stiamo per attraversare il vecchio confine di Stato. Gli indico un cippo in pietra che ha inciso su un lato la V di Veneto e sul lato opposto la T di Tirolo. Dico che è uno degli undici segni posti nel 1782 per sanare una controversia confinaria fra l’Austria e la Repubblica di Venezia. La pretesa dell’Austria era di portare il confine sulle cime che fanno da spartiacque naturale, invece Venezia, carte alla mano, sosteneva che fin dal medioevo la conca di Nèva era feudo del Vescovo di Feltre. Il tutto si concluse con un compromesso politico. Venne individuata una linea artificiale, indicata da cippi in pietra e da segni scolpiti nelle rocce. La prima ad accorgersi del nostro arrivo è Neva, il border collie di Daniele e Ginetta. La stagione è appena iniziata e non ci sono molti escursionisti in giro, anche se le prenotazioni non mancano. «Da quando l’Unesco ha riconosciuto le Dolomiti Patrimonio dell’Umanità, abbiamo visto crescere il passaggio di stranieri un po’ da tutto il mondo: israeliani non mancano mai, ma spesso sono coreani, neozelandesi, canadesi, americani e anche brasiliani. Arrivano dopo giorni di cammino lungo l’Alta Via n. 2 o l’Alta Via Europa 2 che parte da Innsbruck» mi dice Daniele. «Invece sono calati gli italiani e i tedeschi che avevano hanno fatto la fortuna delle alte vie» Considero questo aspetto cosmopolita del rifugio come un fatto interessante, ma anche una stranezza della globalizzazione: luoghi rimasti per secoli al margine diventano improvvisamente centro, ma rimangono sempre terra di confine per le lingue che si parlano. Ginetta ritorna in cucina a preparare l’impasto per le torte. «Con il cambiamento climatico è cambiata anche la vita qui al rifugio» mi dice. «Le stagioni si sono allungate e siamo spesso aperti anche fuori stagione» Da 35 anni lei e suo marito gestiscono il Boz, nato nel 1970 come bivacco. «Chi è cambiato sono le persone che arrivano qui. Un tempo il rifugio era un punto di partenza verso altri luoghi, per escursioni o arrampicate, ora è un punto di arrivo, soprattutto per mangiare. Così dai semplici piatti dei primi anni siamo passati a una cucina più ricca, che richiede però maggior impegno».

I contrabbandieri del Passo Finestra
Meno di mezz’ora di cammino separa il Passo Finestra dal rifugio Boz. In prossimità del passo invito i miei compagni a seguirmi in una breve deviazione. Pochi metri e siamo dinanzi al vecchio passo: el ‘bus de finestra’, com’era chiamato questo stretto intaglio tra due pareti di roccia. Racconto che qui è passata la storia dei rapporti tra montanari di diverse vallate. C'erano i pastori che conducevano gli armenti al pascolo. Ma anche i contrabbandieri, in particolare di tabacco, che entravano di nascosto nel territorio della Repubblica di Venezia carichi di merce acquistata a prezzi più bassi in Tirolo. Un passaggio difficilmente controllabile, dove le milizie arrivavano raramente. Mentre racconto la storia di questi luoghi veniamo raggiunti dai primi raggi del sole e anche le pareti di Dolomia del Sass de Mura si accendono dei colori del mattino. Il percorso che ci attende oggi è abbastanza lungo e articolato, almeno sei ore di cammino. Non ci sono grandi dislivelli da superare, tuttavia la fatica a fine giornata si farà sentire. Per raggiungere il rifugio Dal Piaz cammineremo sulla via aperta dai militari italiani negli anni 1916-17, quando costruirono la Linea Gialla, la linea arretrata di fortificazioni, baluardo in caso di sfondamento della prima linea. Mentre cammino osservo il sentiero ben scavato nella roccia, tagliare il ripido pendio con regolarità, avvicinarsi ove possibile alla linea di cresta per ispezionare le valli nemiche. Rimango sempre affascinato dall’abilità del genio militare nel costruire sentieri e mulattiere che da cent’anni facilitano le nostre escursioni. In prossimità della salita al Sasso Scàrnia il sentiero si restringe in un’esile cresta, sospesa sull’abisso sopra la Val Noana e la Val Canzói. Poi s’impenna, prosegue sullo spigolo roccioso inciso da alcuni gradini. È un punto davvero suggestivo e Federico scatta in avanti a fotografare. La salita termina sulla spalla sotto la cima del Sasso Scàrnia. Il panorama è qualcosa di grandioso e selvaggio. Montagne conosciute e sconosciute, luoghi lontani e vicini. La percezione è di una natura selvaggia ma umana. La vita selvatica che ci ha fatto da preludio sopravvive con noi. Laura, agile e veloce, ci precede nella discesa lungo la balza inclinata di rocce che ci riporta tra i mughi. Dalla Busa de Ramézza fino al Passo Piétena cammineremo dentro la Riserva Integrale: un’area che racchiude i più elevati valori biologici e merita la massima tutela. Non a caso queste montagne dal 1990 sono una delle perle del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi. Un breve tratto sul versante nord e all’improvviso ci appare la misteriosa Piaza del Diàol. Non è facile capire cosa sia successo. È un pendio disseminato di macigni e sfasciumi rocciosi, con al centro una ‘piazza’ erbosa sgombera da massi che la tradizione vuole sia un luogo di convegno di streghe. Ora anche Giacomo si è messo a fotografare, la sua attenzione è soprattutto rivolta alla fauna. Un branco di giovani mufloni con le madri ci ha appena tagliato la strada. Giunti sul Passo Piétena abbiamo davanti a noi alcuni dei circhi glaciali più spettacolari delle Vétte, veri giardini botanici dove le specie più delicate hanno trovato un rifugio. Nel fondo di queste buse si aprono vasti pianori d'alta quota interrotti da fenditure e avvallamenti di natura carsica, circondati da bianchissimi ghiaioni. Indico ai miei compagni un accumulo di pietre poco lontano da noi. «Da lì, il 29 settembre 1944, il partigiano Paride Brunetti ‘Bruno’, con l’unica mitragliatrice a disposizione, cercò di arrestare l’avanzata dei tedeschi che erano qui per un rastrellamento. Insieme al comandante Bruno c’era anche un altro personaggio leggendario, il maggiore Bill Tilman, un ufficiale inglese inviato dagli alleati per sostenere le formazioni partigiane. Tilman all’epoca era un alpinista famoso, aveva salito il Nanda Devi (7.816 m) senza ossigeno, la cima più alta, fino ad allora, raggiunta dall’uomo».
La focaccia di Mirco ed Erika
La mulattiera sale dolcemente verso l’ultimo passo di questa lunga traversata: il Passo Vette Grandi. Pochi metri più in basso ed ecco il rifugio Dal Piàz, l’ultimo anche per chi percorre l’Alta Via delle Dolomiti n. 2. Il sogno di Mirco ed Erika era di aprire un agriturismo, poi è arrivata l’occasione di gestire un rifugio e sono qui da quattro anni. «Siamo soddisfatti della nostra scelta e vogliamo continuare, però la carenza d’acqua molte volte mette a dura prova il nostro coraggio» mi dice Erika. La natura carsica delle Vette non aiuta il rifugio Dal Piaz e l’acqua spesso non basta nemmeno per la cucina. Marito e moglie ogni giorno, a turno, scendono a valle. Mille metri in discesa e il giorno dopo altrettanti in salita. Scendono per stare, almeno alla sera, con le loro bambine e liberare un po’ le nonne dall’impegno. «Ho provato a tenerle qui, ma sono ancora troppo piccole» mi dice Erika. Intanto sul tavolo del rifugio è arrivata la specialità di Mirco: la focaccia Dal Piaz. Nessuno si aspetterebbe di trovare qui questa bontà. Mirco ci racconta che volevano creare una pietanza per caratterizzare il rifugio. Con sua moglie ha seguito un corso di pizzaiolo ed è nata la focaccia: un impasto da lasciare lievitare tre giorni, non rotonda come una pizza ma di forma allungata, da mangiare in più persone su un unico tagliere. Come a condividere le fatiche della montagna e i piaceri della gola.

Il Pavióne, la più bella piramide erbosa delle Dolomiti
«Il mattino ha l'oro in bocca» ci dice Mirco mentre ci prepariamo a lasciare il rifugio. Federico mi chiede cosa significa. «Intende dire che è meglio sfruttare le ore del mattino per realizzare i nostri progetti. D’estate qui sulle Vette il forte riscaldamento dell’aria alle basse quote produce sovente nebbie che avvolgono per molte ore le cime, quindi è meglio muoversi!». Le nebbie non ci hanno ancora raggiunto, le vediamo avanzare e ritirarsi sotto di noi mentre camminiamo sui crinali erbosi che ci portano verso il Pavióne. Sono verdi e lunghissimi crinali che collegano cime arrotondate e smussate dal tempo, lo sguardo può spaziare su entrambi i versanti e seguire il sottile filo che unisce le cime. Percorrere la creste del Coston delle Vette Grandi e del Col di Luna è un’esperienza indimenticabile. La vetta del Pavióne, il punto più altro del nostro cammino, ci appare all’improvviso. Non c’è più nulla da salire solo un orizzonte sconfinato di cime da osservare, un panorama a 360° che ci lascia incantati. Lo spettacolo delle Pale di San Martino, dei Lagorai, il reticolo dei paesi del Primiero, le Dolomiti Agordine e Bellunesi, i monti dell’Alpago, la Val Belluna, l'altopiano dei Setti Comuni,le Prealpi e più lontano il luccichio della laguna di Venezia. Rimaniamo alcuni minuti in silenzio, sdraiati sui prati ancora umidi di rugiada, con lo sguardo nel cielo a incrociare le traiettorie dei rondoni alpini.
La discesa a valle
Dalla vetta scendiamo verso il Passo Pavióne, all’estremità occidentale delle Vette. Il nostro cammino ora prosegue a nord verso l’Alpe Vederna. Scendiamo lungo delle balze rocciose fino a incontrare il bosco di abeti e larici. Il sentiero sistemato di recente ci dice che abbiamo superato il confine regionale. Da malga Agneròla non seguiamo la strada forestale ma il sentiero nel bosco, più diretto, che termina proprio al rifugio Vederna. Una sosta veloce al rifugio, appena il tempo per bere qualcosa e far conoscenza con i gestori Roberto e Mirella. La strada è ancora lunga. Giriamo ad est verso il Piàn Grant, la zona pianeggiante dell'Alpe Vederna, da sempre un'importante fonte di fieno per la popolazione di Imèr. Ora ci attendono un paio di ore di cammino lungo la strada forestale che taglia tutti i versanti settentrionali delle Vette e che ci riporta al punto di partenza. Ritroviamo i profumi di resina e di terra umida, le erbe rigogliose del sottobosco e infine gli abeti giganti di Silvano. Vedo che ognuno di noi, di tanto in tanto, alza lo sguardo oltre le chiome degli abeti, verso le cime, come a cercare l’indefinito confine. Siamo fatti di confini, bisogna solo farli stare bene dentro di noi.
La via del confine pacifico fa parte dell'Altavia delle Dolomiti Bellunesi
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Valle Intrasca a Giulio Ornati e Riccardo Borgialli
251 coppie al via della Valle Intrasca, 89 alla Mezza Valle Intrasca: il caldo era tanto, e la crisi era dietro l’angolo ma gli atleti sono stati letteralmente trascinanti all’arrivo da un pubblico straripante, soprattutto nei punti più panoramici del percorso.
Se la sono goduta fino in fondo: Giulio Ornati e Riccardo Borgialli hanno dominato la quarantacinquesima edizione della Valle Intrasca percorrendo i 33,750 km per 1.625 metri di dislivello in 2h50’50”; una volta arrivati, sono tornati sui loro passi per dare il cinque a tutto il pubblico assiepato lungo l’arrivo, un bel modo per ringraziare l’accoglienza che piazza Ranzoni, sede di arrivo, ha riservato loro.
Seconda posizione per Stefano Trisconi e Saverio Ottolini (3h18’08”) molto soddisfatti al traguardo, mentre la terza piazza è andata alla coppia che forse è stata la vera sorpresa della giornata: Fabrizio Zeffiretti e Andrea Marchetto (3h21’04”).
Sara Rapezzi si è ripetuta: lo scorso anno prima con la gemella Fabiana, nel 2019 prima nelle coppie miste con Stefano Masciadri: 3h47’18” il tempo della coppia lombarda, che staccato Alice Pedroni e Filippo Cambiaggio di 6’02”, mentre terzi sono arrivati Lino e Ylenia Polti.
La gara femminile ha visto Monica Moia e Simona Lo Cane letteralmente scatenate; la coppia seconda nel 2018 ha vinto in 4h04’46”, precedendo Francesca Ferrari e Romina Caretti (4h18’56”) e Giulia Torresi e Elisabetta Bendotti (4h15’43”).
Erano tra i favoriti della Mezza e non hanno deluso le attese: Alessandro Turroni e Marco Giudici si sono aggiudicati la vittoria in 1h14’08”. Al femminile vittoria, con grandi festeggiamenti, per Chiara Cerlini e Marilena Fall, prime in 1h38’18”, mentre nelle coppie miste ha primeggiato il duo formatosi nelle ultime ore prima della gara e composto da Chiara Iulita e Mauro Bernardini.
Kilian Jornet Burgada di nuovo re di Zegama. Elisa Desco seconda
Zegama è Zegama. Kilian Jornet Burgada è un affezionato e nel suo palmares inserisce l’ennesima ‘maratoia’. Primo con il tempo di 3h52’47”, con un margine di 2’39” su Bartlomiej Przedwojewski, con Thibaut Baronian a 3’33” a completare il podio; quarto Stian Angermund-Vik, quinto Alejandro Forcades Pujol, con Oriol Cardona Coll, Manuel Merillas, Alexis Sévennec, Andy Wacker, Ander Iñarra Olaziregi a completare la top ten. Nella gara rosa a segno Eli Anne Dvergsdal in 4h36’06” con piazza d’onore per Elisa Desco che vince il testa con Amandine Ferrato, quarta Gisela Carrion Bertran, quinta Oihana Kortazar Aranzeta.
CUET a Luca Carrara e Annemarie Gross
Luca Carrara e Annemarie Gross nella 60 km, Andrea Debiasi ed Erica Leonardelli nella 28 km: sono loro i quattro vincitori della quarta edizione della Comano Ursus Extreme Trail, che ha visto schierati ai nastri di partenza 250 atleti di 11 nazioni, premiati da una splendida giornata di sole e dal grande lavoro svolto dallo staff della Comano Mountain Runners. Un lavoro che, negli ultimi giorni, è stato necessario per garantire alcuni passaggi in quota, con oltre 40 volontari impegnati a spalare la neve e a tracciare il passaggio per gli atleti.
Carrara, che lo scorso anno aveva preso il via ma era stato costretto al ritiro a causa di problemi fisici, ha trovato pronto riscatto e ha messo nero su bianco il pronostico della vigilia, imponendosi d’autorità nella gara lunga di 60 chilometri e 4800 metri di dislivello, caratterizzata dai paesaggi del giro delle Cime e dagli altrettanto suggestivi scenari offerti dai transiti in Val Lomasona, sul Monte Brento e sul Monte Casale.
Il forte bergamasco del Team Salomon, scattato alle 6 del mattino dal Passo Durone assieme agli altri iscritti alla CUET 60 km, ha portato a termine la propria trionfale fatica in 8h35’28”, tempo di oltre 15 minuti più basso rispetto a quello del secondo classificato, il tedesco Anton Philipp, con il trentino Manuel Degasperi (fresco di conquista del record di dislivello a piedi in 24 ore) a completare il podio.
Più combattuta la CUET 28 km, che ha vissuto sul testa a testa tra i due trentini Andrea Debiasi e Gabriele Leonardi e che ha portato i concorrenti a percorrere le creste della Val Marcia. I due sono transitati assieme a metà gara, al passaggio da Malga Nardis: l’accelerazione decisiva è arrivata nel finale, quando Debiasi è riuscito a fare la differenza e a liberarsi della compagnia del rivale. Il vincitore ha coperto i 28 km e i 2800 metri di dislivello del tracciato in 3h26’15”, infliggendo un distacco di 5’10” al rendenese Leonardi, comunque soddisfatto del proprio secondo posto. Più distanziato il terzo classificato, Michele Laghetto (3h41’57”), con Marco Gubert autore di una bella rimonta nella seconda parte di gara e alla fine quarto a 1’37” dalla zona podio.
Appassionanti anche le due sfide femminili, in particolar modo la CUET 28 km in rosa, vinta da Erica Leonardelli in 4h26’11” (14° tempo assoluto) con un vantaggio di 1’37” sulla polacca con passaporto italiano Wiktoria Piejak. Quest’ultima è stata vittima di un errore di percorso nel finale di gara, ma è comunque riuscita a garantirsi la piazza d’onore, mentre la medaglia di bronzo è finita al collo di Michela Foresti, che ha conquistato un ottimo terzo posto nella gara di casa, chiudendo in 4h39’25”.
La CUET 60 km femminile, infine, ha premiato l’altoatesina Annemarie Gross, che ha raggiunto il traguardo di Passo Durone dopo 11h57’19” di gara. Seconda piazza in 12h11’08” per la svedese Helen Westerberg.
Martin Dematteis e Daniela Rota primi alla ResegUp
Martin Dematteis e Daniela Rota incidono il proprio nome nell’albo d’oro della ResegUp. Parterre di livello per la decima edizione: difficile azzardare un pronostico vista la caratura degli atleti presentatisi ai nastri di partenza. Alle 15.30, come da pronostico, i 1250 corridori del cielo che sono riusciti ad accaparrarsi un pettorale hanno sfidato un caldo torrido sui 24 km e 3600 metri di dislivello totale che li ha portati in vetta al Resegone e poi nella torcida di piazza Cermenati.
Al rifugio Stoppani Elhousine Elazzoui e Gabriele Bacchion del Team Tornado hanno imposto un ritmo altissimo portandosi in scia compagni di fuga scomodi come Martin Dematteis, Dennis Bosire Kiyara e Jean Baptiste Simukeka.
Al passaggio in vetta, accompagnato da due ali di folla, Martin Dematteis guidava il gruppetto dei migliori. Il forte atleta piemontese, tallonato da Simukeka, Elazzoui e Bacchion ha tenuto la testa della corsa anche al sedicesimo km all’altezza dei piani d’Erna. Colpo di scena allo Stoppani, con il vincitore 2018 Jean Baptiste Simukeka che mette la freccia e si porta al comando. In piazza Cermenati, come lo scorso anno, tutti si aspettavano vedere sbucare nuovamente la canotta rossa del team Serim, e invece no. Martin Dematteis ha nuovamente innestato il turbo e vinto in 2h13’51”, tempo che sarà il crono da battere nelle edizioni a venire. Seconda piazza per Simukeka in 2h14’53”, terza per un super Gabriele Bacchion in 2h15’27”. Completano la top five Elhousine Elazzoui e Bernard Dematteis.
Nella classifica rosa la lariana Paola Gelpi ha preso in mano le redini della gara, alle sue spalle la compagna di scuderia Daniela Rota e la keniana Caroline Cherono. In discesa Daniela Rota ha però stretto i denti e migliorato il secondo posto 2018. Per lei successo di giornata in 2h51’32”, su Gelpi -(2h56’22”) e Cherono (3h05’28”). Ai piedi del podio Gisella Beretta e Lorenza Combi.
Valle Intrasca, ci siamo
Mentre le iscrizioni stanno superando quota 250 coppie per la gara lunga e quota 85 coppie per la corta, il CAI Verbano sta ultimando i dettagli organizzativi della tre giorni di festa che culminerà con la quarantacinquesima edizione della Valle Intrasca che si terrà domenica 2 giugno con partenza e arrivo a Verbania.
Come ormai tradizione l’apertura dell’evento sarà un onore che toccherà alla Pica Da Legn, quest’anno rinnovata e trasformata in un momento culturale di altissimo livello: venerdì alle 21, infatti presso la Chiesa di Santa Marta a Verbania Intra sarà protagonista Marco Albino Ferrari che presenterà il suo monologo Freney 1961 – sulla tragedia del Freney che vide coinvolte, nel luglio del 1961, le cordate Bonatti e Mazeaud.
Il sabato pomeriggio è sempre dedicato ai bambini che si lanceranno alle ore 16 nella classica Sgambettata per Bambini in gamba in piazza San Vittore a Verbania Intra e poi, dalle 18, ritiro pacchi gara.
Intanto si va arricchendo anche la starting list di entrambe le prove: nella Valle Intrasca (33,750 km per 1.625 m D+-) Giulio Ornati e Riccardo Borgialli hanno sciolto le riserve e hanno annunciato la loro presenza, diventando così una delle coppie favorite; da segnalare anche la presenza di due campioni come Max Valsesia e Giovanna Cerutti. Occhio anche alla coppia austro/canadese formata da Tijana Gonja e Mathieu Plamondon, accreditati di alcuni risultati importanti negli anni scorsi. Nella Mezza Valle Intrasca (17,300 km per 475 m D+-) chi vorrà vincere se la dovrà vedere con Marco Giudici e Alessandro Turroni.
In 250 alla Comano Ursus Extreme Trail
Chiuse le iscrizioni giovedì sera, la Comano Ursus Extreme Trail si appresta a vivere la quarta edizione, che sabato 1 giugno vedrà schierati ai nastri di partenza 250 runner provenienti da 11 nazioni.
Saranno due le distanze di gara, la CUET 60 km (4800 metri di dislivello) e la CUET 28 km (2400 metri di dislivello), con partenza e arrivo per entrambe al Passo Durone, nel cuore delle valli Giudicarie. Alle 6 verrà dato lo start per i concorrenti della 60 km, mentre quelli della 28 km prenderanno il via alle 9.
Negli ultimi giorni sono arrivate anche le attese iscrizioni di alcuni dei migliori interpreti della specialità. Tra gli iscritti dell’ultima ora spicca il forte bergamasco Luca Carrara, che dovrà vedersela con il trentino Manuel Degasperi, fresco di conquista del record mondiale di dislivello positivo a piedi in 24 ore (20.865 metri, contro i 20.550 del detentore del precedente primato Andrea Daprai). Nella CUET 28 km, invece, i riflettori saranno puntati sul trentino Andrea Debiasi e sulla quotata polacca con passaporto italiano Wiktoria Piejak.
Ognuno dei 250 partecipanti affronterà una personale sfida su un doppio percorso che porterà i concorrenti a gareggiare in alcuni degli scorci più suggestivi del territorio che fa da anello di congiunzione tra il Lago di Garda e le Dolomiti di Brenta.
Anche per questo è stato forte il richiamato esercitato sugli appassionati e sportivi, provenienti da tutta Italia e anche dall’estero. Molti i runner extra regionali, che raggiungeranno il Trentino da Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Lazio, con ben undici nazioni rappresentate in starting list, quali Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, Russia, Belgio, Polonia, Svezia e addirittura Stati Uniti e Singapore.
Dopo le numerose perturbazioni che hanno caratterizzato il mese di maggio, il meteo dovrebbe essere favorevole agli atleti in gara, che vedranno ripagata la loro fatica dalle bellezze del territorio. Per i partecipanti alla CUET 60 km ci saranno il ‘giro delle Cime’, caratterizzato da un paesaggio mozzafiato, e i transiti – altrettanto suggestivi - dalla Val Lomasona, dal Monte Brento e dal Monte Casale, con le ‘creste della Val Marcia’ inserite invece nel tracciato di 28 km.
Nel pomeriggio sempre di sabato 1 giugno, alle 16 al Passo Durone, ci sarà anche un appuntamento riservato ai più piccoli, il MinitrAil, con 5 differenti percorsi a seconda delle categorie e fasce d’età, dai Baby fino agli Allievi. La quota d’iscrizione, pari a 5 euro, sarà devoluta interamente all’AIL, l’Associazione Italiana Leucemia.
Attorno alle 12.30 sono previsti i primi arrivi della CUET 28 km, mentre i primi atleti della CUET 60 km sono attesi attorno alle 14.20.
Al via le Golden Trail World Series, guarda il film dell’edizione 2018
Con l’attesissimo appuntamento di Zegama di domenica, inizia l’edizione 2019 delle Golden Trail World Series, il circuito fortemente voluto da Salomon (e che prevede anche dei tornei nazionali) che toccherà anche Chamonix con la Marathon du Mont Blanc del 30 giugno, Canazei con la Dolomyths Run Skyrace del 21 luglio, la Sierre-Zinal l’11 agosto, la Pikes Peak Marathon (Stati Uniti) il 25 agosto, la Ring of Steall Skyrace il 21 settembre e vedrà il gran finale in Nepal con l’Annapurna Trail Marathon il 26 ottobre. Un circuito nato con l’obiettivo di portare il trail e lo skyrunning a un altro livello, sia in termini di atleti e professionalità, sia di controlli anti-doping, sia di mediaticità. Non è un caso che l’edizione 2018 abbia avuto un’audience di oltre 30 milioni e circa 10.000 atleti iscritti a tutte le gare. Cliccando sull’immagine in alto è possibile vedere il simpatico cortometraggio (vediamo se indovinate chi è la voce narrante…) con gli highlight dell’indimenticabile edizione 2018, gara per gara.
LA FORMULA - Per i primi cinque classificati di ogni gara comprese le finali è previsto un premio di 1.000 euro (rilasciato solo dopo esito negativo del controllo doping) e per i primi dieci uomini e donne del ranking generale alla fine del circuito la quota sale a 5.000 euro). Per la classifica finale fanno fede i migliori tre risultati nelle gare più quello della gara all’Annapurna. Gli atleti elite inoltre ricevono un supporto per viaggio, ospitalità e pettorali in base a criteri ben definiti. Ecco perché ci sono tutti gli ingredienti affinché l’edizione 2019 delle Golden Trail World Series sia quella della definitiva consacrazione dopo il successo ottenuto nel 2018.
ZEGAMA - Sarà l’anno del gran ritorno di Kilian Jornet, otto volte vincitore e assente nelle ultime due edizioni. Il catalano dovrà guardarsi le spalle da Rémi Bonnet, Manu Merillas (che rientra nelle gare di alto livello), Aritz Egea, Karl Egloff, Petter Enghdal, Thibaut Baronian, Bhim Gurung, Jan Margarit, Jessed Hernandez. Tra le donne al via Yngvild Kaspersen, Megan Kimmel, Oihana Kortazar, Maite Maoira, Elisa Desco, Uxue Fraile.
Marco Zanchi e il Sentiero delle Orobie
Marco Zanchi nelle Orobie è di casa. Ha vinto due volte l’Orobie Ultra Trail, si allena su quei sentieri tutti i giorni. Così è nato il progetto Orobie d’un Fiato, per rendere omaggio a chi, negli anni Cinquanta, ha ideato e tracciato il Sentiero delle Orobie. «Ventidue anni fa - spiega l’ultrarunner e ambassador Topo Athletic - ho scoperto di essere circondato da fantastiche montagne. Le Orobie sono la mia casa e il desiderio di poterle affrontare di corsa, tutte d’un fiato, è sempre stato vivo in me. L’interesse è nato anche per la storia dei sentieri e dei rifugi presenti, che costituiscono fondamentali punti di riferimento nei miei allenamenti».
L’appuntamento è fissato sabato 6 luglio, nella giornata che precederà Save the Mountains, la festa del CAI Bergamo all’insegna dell’educazione e della sostenibilità ambientale: Marco Zanchi partirà da Cassiglio, alle ore 12, e arriverà fino al Passo della Presolana, entro le ore 12 di domenica 7 luglio, accompagnato da amici che, a staffetta, lo seguiranno di giorno e di notte assistendolo nei tratti più difficili.
Nei 140 km di attraversamento dei monti bergamaschi, con un dislivello positivo di 11.000 metri e negativo di 10.300, l’ultrarunner toccherà i rifugi Cazzaniga, Lecco, Grassi, Benigni, Ca San Marco, Baitone, Longo, Calvi, Biv Frattini, Brunone, Coca, Curò, Albani, Cassinelli. L’avvincente esperienza sarà raccontata in un cortometraggio che, tra passato e presente, riproporrà anche documenti dei primi anni del ‘900. Sarà possibile seguire l’evento live su Setetrack.
Storia (e fascino) dello sci di raid nelle Alpi
1888. Fridtjof Nansen e compagni attraversano la Groenlandia con gli sci. È l’inizio di un’era, quella dello sci di montagna moderno, che trova nei grandi raid più che nella conquista delle cime la forma di espressione più pura e più completa. Si tratta della scoperta dello sci avventura e delle sensazioni profonde del viaggiare con gli sci. In altre parole è la scoperta dello Ski Spirit, ossia di una dimensione dello sci che interessa anche e soprattutto le sfere dello spirito.
1897. Wilhelm Paulcke e compagni, emuli di Nansen, attraversano le Alpi Bernesi. Una traversata in pieno inverno folle per quei tempi ma vissuta con grande gioia e descritta con uno stile ironico e moderno dal grande Paulcke, denominato il Nansen del Centro Europa per la sua devozione al telemark. Da quel momento tutti i grandi sciatori di montagna alpini vedono nelle traversate, ossia nello scoprire cosa c’è dietro un colle, il significato ultimo dello sciare. Ci provano un po’ tutti, fra la conquista di una vetta e l’altra. Da Paul Preuss a Marcel Kurz, da Arnold Lunn a Ottorino Mezzalama. Ma è Léon Zwingelstein, lo sciatore vagabondo per eccellenza degli anni trenta, ad effettuare per primo, da solo e senza alcun aiuto esterno, dal primo febbraio al primo maggio 1933, un favoloso raid da Nizza al Tirolo, con ritorno sempre in sci fino a Briga in Svizzera. Una performance unica, con tutto nello zaino compresa una rudimentale tenda cucita con le sue mani. Una performance mai più ripetuta. E sarebbe andato oltre Briga Léon Zwingelstein, sarebbe ritornato in sci fino alla sua Grenoble, se ci fosse stata ancora neve!

Dopo Zwingelstein, un precursore in grande anticipo sui tempi, bisogna aspettare il primo dopo guerra per annoverare altre grandi traversate sulle Alpi. Nel 1956 due gruppi, il primo capeggiato da Alberto Righini con Bruno e Catullo Detassis e il secondo da Walter Bonatti, partono a quattro giorni di distanza uno dall’altro da Tarvisio, rispettivamente il 10 e il 14 marzo. Entrambi, a differenza di Zwingelstein, sono seguiti da un’automobile di appoggio per i rifornimenti. La meta è il Col di Nava in Piemonte, che raggiungono insieme il 18 maggio, ossia 66 giorni dalla partenza (quattro in più per il gruppo Righini-Detassis). Stranamente nel celebre capitolo del libro Le mie montagne di Bonatti, interamente dedicato a questa grande traversata, non si fa cenno al gruppo di Righini-Detassis, quasi fosse un gruppo di fantasmi, e non si dice che l’ideatore della traversata era stato Alberto Righini, che aveva infatti invitato Bonatti a parteciparvi... Comunque sia, i due gruppi decidono, cammin facendo, con un accordo scritto e firmato da tutti, di effettuare insieme tutta la seconda parte della traversata, dal Colle del Teodulo al Col di Nava. Questo accordo di pace fra i due gruppi è il primo segnale che il tarlo dell’agonismo, ossia di voler primeggiare a tutti i costi sugli altri, è arrivato anche nello sci di raid, guastandone la purezza.
Nove anni dopo Detassis e Bonatti, nel 1965, un’altra grande Guida, lo svizzero Denis Bertholet, fondatore della Ecole du Ski Fantastique di Verbier, ha la brillante idea di unire con gli sci, insieme ad altre tre Guide (un italiano, un francese e uno svizzero) le due città olimpiche di Innsbruck 1964 e di Grenoble 1968. Grande è stato l’effetto mediatico di questa traversata, soprattutto grazie al film girato da Bertholet, non solo Guida e Maestro di sci, ma anche cineasta professionista, vincitore del Premio UIAA al Festival di Trento nel 1969. Denis si è portato sulle spalle per tutto il percorso del raid una pesante cinepresa da 16 mm, cosa impensabile per i moderni atleti dei raid di velocità. Il film di Bertholet, Traversée Innsbruck-Grenoble à ski, è visibile gratuitamente nel sito internet della Médiathèque di Martigny. Pochi anni dopo, nel 1970, assistiamo alla tribolata traversata in solitaria di un altro francese, Jean Marc Bois, che, partito il 30 gennaio da St. Etienne-de-Tinée nelle Alpi Marittime, riesce a raggiungere Bad Gastein, nel Tirolo Orientale, il 25 aprile: una traversata funestata da brutto tempo e valanghe dall’inizio alla fine, che ha reso l’impresa di Bois davvero epica. L’anno successivo, il 1971, un gruppo di cinque austriaci, fra i quali la Guida alpina Klaus Hoi, compiono, con sci da fondo escursionistico e scarponi di cuoio, la traversata più lunga, da Vienna a Nizza, fruendo di un mezzo di appoggio. Durante il percorso di 1.917 km, con un dislivello totale di 85.000 metri, scalano anche cime importanti, impiegando complessivamente 41 giorni: una prestazione sportiva di indubbio valore.

C’è però anche chi, con tre amici, anziché cercare l’exploit, effettua l’intera traversata da est a ovest, a tappe, in tre anni (1975,1976,1977), privilegiando il piacere di sciare e cogliendo l’occasione di testare nuovi materiali. Ideatore di questa gioiosa traversata a tappe è il vulcanico e geniale Angelo Piana, inventore dei primi scarponi in plastica per scialpinismo, i San Marco Raid, e dei leggendari sci Explorer della Roy. Nel 1977 ha anche luogo una delle più belle, a parere di chi scrive, traversate delle Alpi: è quella di Bernard e Hubert Odier, da Mallnitz in Austria alla spiaggia di Mentone in Costa Azzurra. In tre mesi esatti, dal 18 febbraio al18 maggio, senza utilizzare il cronometro e senza auto di appoggio, lungo un itinerario diretto ed elegante. I fratelli Odier hanno scritto sulla loro traversata un magnifico libro, tradotto in italiano con il titolo Tutte le Alpi in sci. Questo libro è ancora oggi una vera Bibbia per lo sciatore alpino errante, che non cerca l’exploit a tutti i costi ma un rapporto vero con la montagna e i suoi abitanti. Come Zwingelstein, come Bois e forse tanti altri che non hanno fatto sapere nulla sulle loro traversate. Il volume è diviso in 17 capitoli che sono altrettanti inviti a conoscere separatamente i diversi massicci toccati dagli Odier nel loro raid.
Arriviamo quindi alla traversata delle Guide alpine Paolino Tassi e Mauro Girardi del 1996, effettuata con l’attrezzatura da telemark e con la tenda, per evitare di scendere in basso per dormire. L’idea era di seguire l’itinerario dei fratelli Odier ma i due partono con zaini troppo pesanti e cammin facendo decidono di alleggerirsi, dando alla traversata un’impronta più godereccia, privilegiando le belle sciate in diverse stazioni, facendosi un punto di onore di utilizzare gli impianti quando possibile, eliminando alcune tappe poco sciistiche e usufruendo di un pulmino di appoggio. Nulla di male, hanno fatto benissimo, non avevano bisogno di dimostrare la loro bravura a nessuno. La mancanza di neve ha fatto concludere la loro traversata nella valle di Névache in Delfinato, togliendo a Paolino e Mauro il privilegio di percorrere le Alpi Marittime, vero Paradiso dello sci. L’ultima grande traversata delle Alpi, prima del Red Bull Der Lange Weg del 2018, è quella in solitaria del piemontese Paolo Rabbia. Partito da Forcella della Lavina, in Friuli, il 29 dicembre 2008, Rabbia arriva sulle piste di Garessio, in Piemonte, il 28 febbraio 2009. Una performance eccezionale, da solo in 62 giorni, ma soprattutto la prima traversata completa delle Alpi in pieno inverno. Con lo stesso stile veloce Rabbia ha effettuato la traversata integrale dei Pirenei nel 2014, sempre in pieno inverno, dal Mediterraneo all’Atlantico in 29 giorni. Tanto di cappello!
La ricerca dell’exploit a tutti i costi è però sempre più evidente nelle traversate delle Alpi con gli sci. Il tarlo già presente nella traversata di Bonatti ha lavorato parecchio. L’ultima Red Bull, sulle tracce della sopra citata Vienna-Nizza del 1971 ne è l’esempio più eclatante: l’obiettivo principale, raggiunto, è stato quello di diminuire il numero di giorni necessari per effettuare il raid, trasformandolo così di fatto in un rally competitivo. Lo spirito del raid però non è questo. Trasformare un raid in una gara significa non averne capito l’essenza. Come scrisse il grande fotografo e scrittore Jean-Pierre Bonfort (andate a vedere il suo sito web!) in un vecchio articolo su Montagnes Magazine, lo spirito del raid in sci è «passare la giornata camminando, vedere il sole tramontare e preparare il nido... poi, leggeri, senza zaino e senza duvet, salire lassù fino in cima al pendio, fino a quel colle. Flessibilità ci vuole, soprattutto flessibilità. Nei programmi e nella propria testa. Bisogna lasciar decidere alla neve». Ci sono certamente ancora scialpinisti che si mettono sulle tracce degli Zwing, dei Bois, degli Odier, dei Bonfort, magari senza far sapere nulla: ad essi va tutta la nostra stima.
AL DI LÀ DELLE ALPI - Lo sci di raid si è sviluppato moltissimo, complice la facilità dei trasporti, sulle montagne bianche del mondo. Raid è quindi diventato sinonimo di viaggio con gli sci. Il gioco consiste nel mettersi sulle tracce (sia chiaro senza alcuna ambizione di fare meglio!) di un Marc Breuil nei Pirenei, in Terra di Baffin, nelle Alpi di Stauning, in Karakorum. Oppure di un Mario Casella, dopo aver letto il suo prezioso volume Nero-Bianco-Nero sulla traversata del Caucaso, dal Mar Caspio al Mar Nero. Oppure procurarsi (con qualche difficoltà) i due volumi di Michel Parmentier, lo sciatore errante per eccellenza, a cui dobbiamo l’idea di straordinari raid sulle montagne che si affacciano sul Mediterraneo. Oppure ancora mettersi sulle tracce della Guida alpina Pierre Neyret, autore di Hautes Vallées du Pakistan e ripetere, magari insieme a lui, la più ardita traversata in sci del Karakorum. Che è poi quella fatta da Breuil e compagni nel 1990, a sua volta sulle orme di Eric Shipton e di Bill Tilman, che aprirono (a piedi) questo fantastico itinerario nel 1937 e 1939. Il gioco finale è senza dubbio quello di chiudere il cerchio, di ritornare alle origini dello sci di raid, percorrendo la traversata di Nansen in Groenlandia. Pensiamo che uno sci di raid di questo tipo, senza camper ed equipe di appoggio, senza ossessioni cronometriche, senza sponsor da soddisfare, senza programmi troppo definiti, sia ancora possibile e non sia affatto superato dai tempi. Basta leggere e lasciar lavorare, nella giusta direzione, la fantasia.

QUESTO ARTICOLO È STATO PUBBLICATO SU SKIALPER 118, INFO QUI
Il libro
Giorgio Daidola ha pubblicato per la nostra casa editrice Sciatori di montagna (208 pp, 19 euro). Dodici ritratti di padri dello scialpinismo, da Wilhelm Paulcke, il primo ad attraversare con gli sci l’Oberland Bernese, a Michel Parmentier, l’inventore dei moderni viaggi con gli sci. E poi Lunn e Mezzalama, Castiglione, Gobbi. INFO SU SCIATORI DI MONTAGNA QUI
Grandi sfide alla Salomon Gore-Tex MaXi-Race
Pioggia, vento, sole, caldo e fango: è successo un po’ di tutto sul lago di Annecy alla nona edizione della Salomon Gore-Tex MaXi-Race. La gara corta da 16 km era valida come prima prova del Mountain Running World Cup: vittoria del britannico Andrew Douglas (con quinto e sesto Martin e Bernard Dematteis) e della keniana Lucy Wambui Murigi. Nella MaXi Race (82 km, 5200 metri di dislivello) doppietta francese con le affermazioni di Michel Lanne e Marion Delespierre, con terza piazza per Virginia Oliveri. Nella Ultra Race (115 km, 7000 m D+) a segno lo spagnolo Unai Dorronsoro davanti allo statunitense Jason Schlarb con quinto Andrea Macchi; nella gara rosa si impone l’ungherese Ildiko Wermescher, classe 1965.









